Giuseppe Conte ha detto che non ci sarà la crisi di governo

Ma, avverte, basta litigi. «Con il nuovo anno dovremo realizzare un cronoprogramma con le riforme che l’Italia attende da anni». E sull'ex Ilva dice: «Mittal è disponibile a tornare sui suoi passi».

Baste con le liti. Non ci sarà la crisi di governo, anzi occorrerà accelerarne l’azione con «una lista di priorità utili a rilanciare il Paese». A parlare è il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, che, intervistato da Repubblica in apertura domenica mattina, ha richiamato gli alleati alla «concentrazione» sui nodi più importanti, tra i quali l’ex Ilva, su cui vede possibile una soluzione: «Mittal è disponibile a tornare sui suoi passi». «Con il nuovo anno dovremo realizzare un cronoprogramma con le riforme che l’Italia attende da anni», tra cui anche la revisione del sistema fiscale e in particolare l’Irpef, e «investire più efficacemente nell’istruzione, nella ricerca e nell’innovazione», ha annunciato.

«MAI PENSATO DI PRENDERE IL POSTO DI DI MAIO»

Il premier ha risposto inoltre a Nicola Zigaretti, che ha invitato il governo a trovare una sua anima: «Questo governo lavora per un Paese più verde, più digitalizzato, più equo e inclusivo» e «abbiamo un’anima forte, decisa, ad un tempo visionaria e pragmatica». Quanto allo ius culturae, Conte ha registrato la mancanza di convergenza per un accordo parlamentare e invita a prenderne atto e a concentrarsi sui temi su cui c’è piena condivisione. Il presidente del consiglio ha puntualizzato di non avere alcuna ambizione a prendere il posto di Di Maio come nuovo leader M5s: «Non mi sono mai candidato a questo ruolo. Non nutro alcuna aspirazione o velleità di questo tipo. Il Movimento», ha detto, «sta vivendo una fase di transizione. Sta per operare alcuni significativi cambiamenti, peraltro già annunciati. Auguro a Luigi Di Maio e al Movimento intero di realizzarli nel migliore dei modi». Infine, quanto alla soluzione sull’ex Ilva: «Le premesse ci sono. Un primo risultato l’abbiamo raggiunto: abbiamo bloccato il recesso di Arcelor-Mittal da Taranto» ed «evitato un disastro economico e sociale», «ho rispedito al mittente la loro richiesta di taglio». Non c’è più bisogno di un intervento pubblico? «Non lo escludo. Ma non in sostituzione. Se ci sarà, sarà una presenza di sostegno e, direi, di controllo».

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Dietro la violenza sulle donne ci sono troppe madri sbagliate

In tante famiglie l’educazione viene differenziata per genere. Lì si piantano i semi del senso di superiorità e si rafforzano i geni dell’egoismo e del senso di possesso. I Telefoni Rosa arrivano, purtroppo, quando il danno è irrimediabile.

Per tutta la giornata di venerdì e di sabato, nelle lounge di Italo di Napoli, Roma Termini e Milano Centrale, si sono alternate professioniste, attrici e volti noti a vario titolo per posare a favore di Telefono Rosa: le immagini verranno diffuse sui social il 25 novembre, in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, per accompagnare il lancio di una campagna di raccolta fondi e sensibilizzazione che durerà tutta la settimana. Con il contributo raccolto, dice la comunicazione che sostiene l’iniziativa, «Telefono Rosa potrà dare la possibilità alle donne di poter vivere al sicuro nelle case rifugio e ai loro bambini di crescere senza violenza». Tutto corretto, giusto, condivisibile.

In queste ore, qualunque quotidiano, cartaceo o online, ha portato in prima pagina i dati più recenti disponibili sulla violenza inflitta alle donne. Tutti, segnalano un’escalation, un anno dopo l’altro, una giornata dopo l’altra (ogni 15 minuti, dicono, una donna subisce una qualche forma di violenza), e la prima domanda che ci facciamo tutti, da anni, è se questi numeri indichino davvero una tendenza in aumento, nonostante le campagne di sensibilizzazione che crescono a loro volta, o se le violenze siano state sempre le stesse negli ultimi secoli, endemiche al patriarcato (una orribile, costante percentuale di schiaffi, pugni, coltellate, bruciature, pressioni psicologiche e ricatti economici che, come abbiamo avuto spesso modo di scrivere in questo spazio, sono la prima, grande arma a cui gli uomini fanno ricorso per assoggettare le proprie vittime) e che solo oggi trovino, almeno in parte, il coraggio di venire alla luce. Ce ne è venuto, fortissimo, il dubbio, di fronte alle radiografie che Maria Grazia Vantadori, chirurga e referente Casd presso il Pronto Soccorso dell’Ospedale san Carlo di Milano, ha portato in mostra per Pangea onlus come la più sconvolgente, fattuale delle denunce.

NON SI PARLI DI “AMORE MALATO”

I nastrini rosa, il simbolo della conchiglia sono infatti tutte cose bellissime, poetiche ed evocative, soprattutto se aiutano a raccogliere denaro per aiutare le case famiglia che ospitano le donne in fuga; ma essere messi di fronte ai raggi X di polsi fratturati, nasi schiacciati, di un coltello fra le vertebre dorsali, lascia intendere, senza fraintendimenti, che questi non sono casi di “amore malato”, secondo il più trito e il più sbagliato lessico a cui noi giornalisti facciamo ricorso: sono tentativi, fin troppo spesso riusciti, di omicidio. Il modo in cui si forma questo desiderio di uccidere, di fare del male, di sfogare la propria violenza, di dimostrare la propria presunta superiorità, fosse anche solo nel possesso, resta in buona parte da indagare, anche se, come abbiamo avuto sempre modo di scrivere in questo spazio, le donne stesse vi contribuiscono in maniera determinante. Ne abbiamo avuto un’ennesima prova salendo sul treno che ci portava da Roma a Firenze dopo il passaggio in saletta per testimoniare a favore di Telefono Rosa.

SE I DOVERI DELL’UNO NON SONO QUELLI DELL’ALTRO

Dietro di noi è montata in carrozza una famigliola di quattro persone, nella più classica delle composizioni: mamma, papà, bambina di circa 10 anni, ragazzino di sei, forse meno. «Vale, vatti a sedere lì», ha detto la mamma alla figlia: «E tu, dove vuoi sederti?», si è rivolta al piccolo, cambiando non solo atteggiamento, ma letteralmente tono di voce. Da autoritario si è fatto mieloso. Lui si è accomodato, comunque si chiamasse, si è accomodato senza dire una parola e senza distogliere gli occhi dallo smartphone o dal giochino elettronico che aveva fra le mani. Uno dei piccoli tanti reucci di cui è popolata la nostra penisola. Quello a cui era data facoltà di scegliere, mentre alla sorella veniva chiesto di ubbidire. Ci siamo figurate la vita quotidiana nella famigliola borghese, con “Vale” che aiuta la mamma a sparecchiare e il reuccio che fa i capricci. La sensazione di onnipotenza, e in parallelo il senso di profonda frustrazione data dai possibili, e in realtà inevitabili fallimenti, anche da un semplice no, nascono in queste famiglie, nelle tante famiglie dove l’educazione viene differenziata per genere, dove i doveri dell’uno non sono quelli dell’altro, dove si piantano i semi del senso di superiorità e si rafforzano i geni dell’egoismo e del senso di possesso. I Telefoni Rosa arrivano, purtroppo, quando il danno è irrimediabile.

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Dietro la violenza sulle donne ci sono troppe madri sbagliate

In tante famiglie l’educazione viene differenziata per genere. Lì si piantano i semi del senso di superiorità e si rafforzano i geni dell’egoismo e del senso di possesso. I Telefoni Rosa arrivano, purtroppo, quando il danno è irrimediabile.

Per tutta la giornata di venerdì e di sabato, nelle lounge di Italo di Napoli, Roma Termini e Milano Centrale, si sono alternate professioniste, attrici e volti noti a vario titolo per posare a favore di Telefono Rosa: le immagini verranno diffuse sui social il 25 novembre, in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, per accompagnare il lancio di una campagna di raccolta fondi e sensibilizzazione che durerà tutta la settimana. Con il contributo raccolto, dice la comunicazione che sostiene l’iniziativa, «Telefono Rosa potrà dare la possibilità alle donne di poter vivere al sicuro nelle case rifugio e ai loro bambini di crescere senza violenza». Tutto corretto, giusto, condivisibile.

In queste ore, qualunque quotidiano, cartaceo o online, ha portato in prima pagina i dati più recenti disponibili sulla violenza inflitta alle donne. Tutti, segnalano un’escalation, un anno dopo l’altro, una giornata dopo l’altra (ogni 15 minuti, dicono, una donna subisce una qualche forma di violenza), e la prima domanda che ci facciamo tutti, da anni, è se questi numeri indichino davvero una tendenza in aumento, nonostante le campagne di sensibilizzazione che crescono a loro volta, o se le violenze siano state sempre le stesse negli ultimi secoli, endemiche al patriarcato (una orribile, costante percentuale di schiaffi, pugni, coltellate, bruciature, pressioni psicologiche e ricatti economici che, come abbiamo avuto spesso modo di scrivere in questo spazio, sono la prima, grande arma a cui gli uomini fanno ricorso per assoggettare le proprie vittime) e che solo oggi trovino, almeno in parte, il coraggio di venire alla luce. Ce ne è venuto, fortissimo, il dubbio, di fronte alle radiografie che Maria Grazia Vantadori, chirurga e referente Casd presso il Pronto Soccorso dell’Ospedale san Carlo di Milano, ha portato in mostra per Pangea onlus come la più sconvolgente, fattuale delle denunce.

NON SI PARLI DI “AMORE MALATO”

I nastrini rosa, il simbolo della conchiglia sono infatti tutte cose bellissime, poetiche ed evocative, soprattutto se aiutano a raccogliere denaro per aiutare le case famiglia che ospitano le donne in fuga; ma essere messi di fronte ai raggi X di polsi fratturati, nasi schiacciati, di un coltello fra le vertebre dorsali, lascia intendere, senza fraintendimenti, che questi non sono casi di “amore malato”, secondo il più trito e il più sbagliato lessico a cui noi giornalisti facciamo ricorso: sono tentativi, fin troppo spesso riusciti, di omicidio. Il modo in cui si forma questo desiderio di uccidere, di fare del male, di sfogare la propria violenza, di dimostrare la propria presunta superiorità, fosse anche solo nel possesso, resta in buona parte da indagare, anche se, come abbiamo avuto sempre modo di scrivere in questo spazio, le donne stesse vi contribuiscono in maniera determinante. Ne abbiamo avuto un’ennesima prova salendo sul treno che ci portava da Roma a Firenze dopo il passaggio in saletta per testimoniare a favore di Telefono Rosa.

SE I DOVERI DELL’UNO NON SONO QUELLI DELL’ALTRO

Dietro di noi è montata in carrozza una famigliola di quattro persone, nella più classica delle composizioni: mamma, papà, bambina di circa 10 anni, ragazzino di sei, forse meno. «Vale, vatti a sedere lì», ha detto la mamma alla figlia: «E tu, dove vuoi sederti?», si è rivolta al piccolo, cambiando non solo atteggiamento, ma letteralmente tono di voce. Da autoritario si è fatto mieloso. Lui si è accomodato, comunque si chiamasse, si è accomodato senza dire una parola e senza distogliere gli occhi dallo smartphone o dal giochino elettronico che aveva fra le mani. Uno dei piccoli tanti reucci di cui è popolata la nostra penisola. Quello a cui era data facoltà di scegliere, mentre alla sorella veniva chiesto di ubbidire. Ci siamo figurate la vita quotidiana nella famigliola borghese, con “Vale” che aiuta la mamma a sparecchiare e il reuccio che fa i capricci. La sensazione di onnipotenza, e in parallelo il senso di profonda frustrazione data dai possibili, e in realtà inevitabili fallimenti, anche da un semplice no, nascono in queste famiglie, nelle tante famiglie dove l’educazione viene differenziata per genere, dove i doveri dell’uno non sono quelli dell’altro, dove si piantano i semi del senso di superiorità e si rafforzano i geni dell’egoismo e del senso di possesso. I Telefoni Rosa arrivano, purtroppo, quando il danno è irrimediabile.

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Viaggio a Macao tra casinò, gondolieri di Venezia e kitsch

Finte calli, finti canali e professionisti importati dalla Laguna. Gli studios di Los Angeles in cartapesta. Ma anche la riproduzione della Tour Eiffel e, a breve, la Londra di Beckham che qui aprirà un nuovo resort casinò. Benvenuti a Cotai strip.

Il piccolo bus n. 15 della Sociedade de Transportes Urbanos saltella tra i dossi e le curve della tortuosa strada costiera lungo l’isola di Coloane che, insieme all’isolotto di Taipa e alla penisola di Macao, forma il territorio di questa antica colonia portoghese che tra un mese, il 20 dicembre, “festeggerà” il ventennale del ritorno alla Cina, dopo quasi 500 anni di dominio lusitano.  

La meta è la Cotai strip una striscia di terra tra Taipa e Coloane. In realtà l’ennesimo, e mastodontico, sbancamento o reclamation (per dirla all’inglese) che ha sottratto al mare un’area incredibilmente vasta, unendo quelle che erano state per secoli due distinte isolette in un unico mostruoso territorio artificiale.

E su questa vasta area è sorto, a partire dal 2007, uno dei più incredibili e allucinanti megaprogetti della nuova Macao cinese.

The Parisian Macao (foto Marco Lupis).

PARISIAN E VENETIAN MACAU: IL TRIONFO DEL KITSCH

Una volta scesi dall’autobus, lo choc lascia letteralmente senza fiato. Non è un sogno né un’allucinazione: ci si trova di fronte a un’incredibile e pacchianissima Tour Eiffel. Siamo a Parisian Macau che con Venetian Macau e la City of Dreams forma il più grande complesso al mondo di casinò, centri commerciali, hotel di extralusso e boutique. 

LA PICCOLA LONDRA DI DAVID BECKHAM

E proprio di fronte a questa Tour Eiffel sorgerà il nuovo mega resort voluto da David Beckham: questa volta sarà una finta Londra a vedere la luce. E a completamento del quadro surreale di questa metropoli del gioco d’azzardo e della finzione, la nuova creatura alberghiera dell’ex stella del calcio britannico esibirà una facciata simil Westminster e persino una grande replica del Big Ben. Gli ospiti verranno letteralmente “avvolti” da una profusione di decorazioni in oro e marmo; Beckham progetterà in prima persona delle concept suite e due piani saranno interamente dedicati alla sartoria su misura. «Avremo di tutto», ha dichiarato il calciatore, «dai nostri taxi neri all’esterno fino alla replica fedele di alcune delle strade più famose di Londra all’interno, come Bond Street e Saville Row».

Macao sta per festeggiare il ventennale del passaggio alla Cina (foto Marco Lupis).

LA RIPRODUZIONE DEGLI STUDIOS

Attualmente le tre strutture esistenti riproducono le vie e i monumenti di Parigi, ma anche le calli e i ponti di Venezia, con i canali pieni di acqua vera e solcati da autentiche gondole, costruite nella città lagunare e spedite a Macao insieme a gondolieri doc. Nella City of Dreams, poi, si può gironzolare in una perfetta riproduzione dei favolosi Studios di Los Angeles, un’area che occupa altre migliaia e migliaia di metri quadri. Un vero e proprio trionfo di “cartapesta” e di cattivo gusto, pieno di finti Ponti di Rialto, finte stradine veneziane, finti bistrot parigini. E poi decine di casinò, dove un esercito di ludopatici giocano ai tavoli verdi e fanno girare le roulette H24, tra una miriade di negozi di ogni genere, lusso e varietà da far sembrare, al paragone, una botteguccia di periferia il più grande dei nostri centri commerciali.

Turisti a Cotai Strip a Macao (foto Marco Lupis).

I NUMERI DA RECORD DI UN SOGNO CHE SEMBRA UN INCUBO

I numeri, del resto, parlano da soli. E mettono paura. Tutto è di proprietà della Las Vegas Sands con la quale anche Beckham è entrato in società per realizzare il suo progetto. L’azionista di maggioranza è il miliardario americano Sheldon Adelson, titolare di un patrimonio personale che la rivista Forbes ha stimato in quasi 34 miliardi di dollari nel 2018. La sola Venetian Macau (senza contare le finte Parigi e Hollywood) occupa un immobile alto 39 piani sulla striscia Cotai. Esteso su un’area di 980 mila metri quadrati, il complesso rappresenta attualmente il più grande casinò al mondo, il più grande hotel a edificio unico in Asia e anche il settimo più grande edificio del Pianeta per superficie.

LEGGI ANCHE: In Cina non c’è repressione: parola del Blog di Grillo

La torre principale del complesso è stata terminata nel luglio 2007 e il resort è stato ufficialmente inaugurato il 28 agosto dello stesso anno. Attualmente dispone di 3 mila suite, 110 mila metri quadri di spazio per le convention, 150 mila metri quadri di negozi, 51 mila metri quadri di spazio casinò (con 3.400 slot machine e 800 tavoli da gioco aperti 24 ore su 24) e persino un’arena-stadio coperta da 15 mila posti, per ospitare eventi musicali e sportivi. Tutt’attorno a questo mostruoso complesso si estendono a perdita d’occhio – su quella che fino a meno di 15 anni fa era un’area marina che separava le isolette di Taipa e Coloane – altri giganteschi hotel, case da gioco, centri commerciali, in un continuum che lascia senza parole e senza fiato.

La replica di alcuni monumenti di Parigi a Macao (foto Marco Lupis).

UN PRODIGIO, MA SOLO DELLA TECNICA

Se si riesce a mettere da parte per un attimo l’orrore causato dalla sovrabbondanza di qualsiasi cosa e dal kitsch bisogna ammettere che il complesso, specie la finta Venezia, è incredibile, dal punto di vista della pura realizzazione tecnica e tecnologica.

Venezia riprodotta nei minimi dettagli nell’area di Cotai Strip a Macao (foto Marco Lupis).

Tutto è perfettamente climatizzato e un finto cielo svetta sopra le facciate dei palazzi veneziani in cartongesso, illuminato con un sistema di proiettori dotato di finte nuvole, effetti luminosi e sonori gestiti da un sofisticato software, che simulano in modo incredibilmente realistico il susseguirsi delle ore della giornata e il variare della luce dall’alba al tramonto, fino alla notte. Piogge e temporali compresi.

LEGGI ANCHE: Benvenuta nelle nostre case, cara propaganda cinese!

I GONDOLIERI IMPORTATI DA VENEZIA

Ci si può facilmente perdere tra le calli di questa finta Venezia. E saltando da un negozio all’altro, capita di mettersi a chiacchierare con i gondolieri, venetissimi e abbigliati in perfetto stile veneziano che rispondono volentieri a qualche domanda.

In quest’area di Macao sorgerà il nuovo resort in stile londinese di Beckham (foto Marco Lupis).

«Còssa vole che el disi, dotór», sussurra un ragazzone alto e pieno di muscoli. «I sghei, se i sghei!», i soldi. «Quando al nostro sindacato a Venezia ci han detto che c’erano i cinesi pronti a pagare un sacco di soldi di stipendio, compreso viaggio, alloggio di lusso e benefit per tutta la famiglia, per venire qui a fare sta pagliacciata…Bè, con la crisi che c’è in Italia, còssa gaveria fà ti al me post? Lei che avrebbe fatto al mio posto?».


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Viaggio a Macao tra casinò, gondolieri di Venezia e kitsch

Finte calli, finti canali e professionisti importati dalla Laguna. Gli studios di Los Angeles in cartapesta. Ma anche la riproduzione della Tour Eiffel e, a breve, la Londra di Beckham che qui aprirà un nuovo resort casinò. Benvenuti a Cotai strip.

Il piccolo bus n. 15 della Sociedade de Transportes Urbanos saltella tra i dossi e le curve della tortuosa strada costiera lungo l’isola di Coloane che, insieme all’isolotto di Taipa e alla penisola di Macao, forma il territorio di questa antica colonia portoghese che tra un mese, il 20 dicembre, “festeggerà” il ventennale del ritorno alla Cina, dopo quasi 500 anni di dominio lusitano.  

La meta è la Cotai strip una striscia di terra tra Taipa e Coloane. In realtà l’ennesimo, e mastodontico, sbancamento o reclamation (per dirla all’inglese) che ha sottratto al mare un’area incredibilmente vasta, unendo quelle che erano state per secoli due distinte isolette in un unico mostruoso territorio artificiale.

E su questa vasta area è sorto, a partire dal 2007, uno dei più incredibili e allucinanti megaprogetti della nuova Macao cinese.

The Parisian Macao (foto Marco Lupis).

PARISIAN E VENETIAN MACAU: IL TRIONFO DEL KITSCH

Una volta scesi dall’autobus, lo choc lascia letteralmente senza fiato. Non è un sogno né un’allucinazione: ci si trova di fronte a un’incredibile e pacchianissima Tour Eiffel. Siamo a Parisian Macau che con Venetian Macau e la City of Dreams forma il più grande complesso al mondo di casinò, centri commerciali, hotel di extralusso e boutique. 

LA PICCOLA LONDRA DI DAVID BECKHAM

E proprio di fronte a questa Tour Eiffel sorgerà il nuovo mega resort voluto da David Beckham: questa volta sarà una finta Londra a vedere la luce. E a completamento del quadro surreale di questa metropoli del gioco d’azzardo e della finzione, la nuova creatura alberghiera dell’ex stella del calcio britannico esibirà una facciata simil Westminster e persino una grande replica del Big Ben. Gli ospiti verranno letteralmente “avvolti” da una profusione di decorazioni in oro e marmo; Beckham progetterà in prima persona delle concept suite e due piani saranno interamente dedicati alla sartoria su misura. «Avremo di tutto», ha dichiarato il calciatore, «dai nostri taxi neri all’esterno fino alla replica fedele di alcune delle strade più famose di Londra all’interno, come Bond Street e Saville Row».

Macao sta per festeggiare il ventennale del passaggio alla Cina (foto Marco Lupis).

LA RIPRODUZIONE DEGLI STUDIOS

Attualmente le tre strutture esistenti riproducono le vie e i monumenti di Parigi, ma anche le calli e i ponti di Venezia, con i canali pieni di acqua vera e solcati da autentiche gondole, costruite nella città lagunare e spedite a Macao insieme a gondolieri doc. Nella City of Dreams, poi, si può gironzolare in una perfetta riproduzione dei favolosi Studios di Los Angeles, un’area che occupa altre migliaia e migliaia di metri quadri. Un vero e proprio trionfo di “cartapesta” e di cattivo gusto, pieno di finti Ponti di Rialto, finte stradine veneziane, finti bistrot parigini. E poi decine di casinò, dove un esercito di ludopatici giocano ai tavoli verdi e fanno girare le roulette H24, tra una miriade di negozi di ogni genere, lusso e varietà da far sembrare, al paragone, una botteguccia di periferia il più grande dei nostri centri commerciali.

Turisti a Cotai Strip a Macao (foto Marco Lupis).

I NUMERI DA RECORD DI UN SOGNO CHE SEMBRA UN INCUBO

I numeri, del resto, parlano da soli. E mettono paura. Tutto è di proprietà della Las Vegas Sands con la quale anche Beckham è entrato in società per realizzare il suo progetto. L’azionista di maggioranza è il miliardario americano Sheldon Adelson, titolare di un patrimonio personale che la rivista Forbes ha stimato in quasi 34 miliardi di dollari nel 2018. La sola Venetian Macau (senza contare le finte Parigi e Hollywood) occupa un immobile alto 39 piani sulla striscia Cotai. Esteso su un’area di 980 mila metri quadrati, il complesso rappresenta attualmente il più grande casinò al mondo, il più grande hotel a edificio unico in Asia e anche il settimo più grande edificio del Pianeta per superficie.

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La torre principale del complesso è stata terminata nel luglio 2007 e il resort è stato ufficialmente inaugurato il 28 agosto dello stesso anno. Attualmente dispone di 3 mila suite, 110 mila metri quadri di spazio per le convention, 150 mila metri quadri di negozi, 51 mila metri quadri di spazio casinò (con 3.400 slot machine e 800 tavoli da gioco aperti 24 ore su 24) e persino un’arena-stadio coperta da 15 mila posti, per ospitare eventi musicali e sportivi. Tutt’attorno a questo mostruoso complesso si estendono a perdita d’occhio – su quella che fino a meno di 15 anni fa era un’area marina che separava le isolette di Taipa e Coloane – altri giganteschi hotel, case da gioco, centri commerciali, in un continuum che lascia senza parole e senza fiato.

La replica di alcuni monumenti di Parigi a Macao (foto Marco Lupis).

UN PRODIGIO, MA SOLO DELLA TECNICA

Se si riesce a mettere da parte per un attimo l’orrore causato dalla sovrabbondanza di qualsiasi cosa e dal kitsch bisogna ammettere che il complesso, specie la finta Venezia, è incredibile, dal punto di vista della pura realizzazione tecnica e tecnologica.

Venezia riprodotta nei minimi dettagli nell’area di Cotai Strip a Macao (foto Marco Lupis).

Tutto è perfettamente climatizzato e un finto cielo svetta sopra le facciate dei palazzi veneziani in cartongesso, illuminato con un sistema di proiettori dotato di finte nuvole, effetti luminosi e sonori gestiti da un sofisticato software, che simulano in modo incredibilmente realistico il susseguirsi delle ore della giornata e il variare della luce dall’alba al tramonto, fino alla notte. Piogge e temporali compresi.

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I GONDOLIERI IMPORTATI DA VENEZIA

Ci si può facilmente perdere tra le calli di questa finta Venezia. E saltando da un negozio all’altro, capita di mettersi a chiacchierare con i gondolieri, venetissimi e abbigliati in perfetto stile veneziano che rispondono volentieri a qualche domanda.

In quest’area di Macao sorgerà il nuovo resort in stile londinese di Beckham (foto Marco Lupis).

«Còssa vole che el disi, dotór», sussurra un ragazzone alto e pieno di muscoli. «I sghei, se i sghei!», i soldi. «Quando al nostro sindacato a Venezia ci han detto che c’erano i cinesi pronti a pagare un sacco di soldi di stipendio, compreso viaggio, alloggio di lusso e benefit per tutta la famiglia, per venire qui a fare sta pagliacciata…Bè, con la crisi che c’è in Italia, còssa gaveria fà ti al me post? Lei che avrebbe fatto al mio posto?».


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La Juventus tenta l’allungo, l’Inter tiene il passo

Negli anticipi di Serie A, bianconeri e nerazzurri vincenti con Atalanta e Torino. Mentre tra Milan e Napoli finisce 1-1.

La Juventus batte l’Atalanta e tenta l’allungo subito rintuzzato dall’Inter, dilagante in casa del Torino. Mentre la sfida tra le due malate illustri della Serie A, Napoli e Milan, finisce con un pareggio che serve a poco a entrambe.

HIGUAIN E DYBALA RIBALTANO L’ATALANTA

Nel sabato di anticipi di prestigio di questa 13esima giornata di Serie A, le prime big a scendere in campo sono Atalanta e Juventus, a Bergamo. Nerazzurri avanti con il gol di Robin Gosens su assist di Musa Barrow, che in precedenza aveva fallito un rigore. Nell’ultimo qarto d’ora la reazione della Juventus – orfana di un acciaccato Cristiano Ronaldo -, con la doppietta di Gonzalo Higuain (il secondo gol è viziato da un fallo di mano di Juan Cuadrado) e la rete del definitivo 1-3 di Paulo Dybala.

BONAVENTURA RIACCIUFFA IL NAPOLI

Nel match delle 18, a San Siro il Napoli del grande ex Carlo Ancelotti va avanti sul Milan con il gol di Hirving Lozano, che raccoglie la conclusione di Lorenzo Insigne sbattuta sulla traversa. Il vantaggio dei partenopei dura pochi minuti: il pareggio, con un gran destro, è firmato Giacomo Bonaventura, al gol dopo oltre 400 giorni segnati da una lunga sequela di infortuni.

LAUTARO E LUKAKU LANCIANO L’INTER

Nel match serale, l’Inter sbanca il campo del Torino grazie ai gol di Lautaro Martinez, Stefan De Vrij e Romelu Lukaku. Con questi risultati, la Juventus resta in vetta (35 punti) alla classifica con una lunghezza di vantaggio sull’Inter. Il Napoli, a 20 punti, rischia di vedersi allontanare ulteriormente la zona Champions, ora a 4 lunghezze, mentre il Milan resta impaludato nelle zone medio-basse della classifica, a 14 punti, cinque sopra la zona retrocessione.

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La strategia di Grillo dietro l’incontro con Di Maio

Il fondatore torna in campo per blindare il capo politico del M5s ma anche l'accordo col Pd. E zittire le sirene leghiste. Mettendo il cappello sulla transizione pentastellata. Con Casaleggio più defilato. Lo scenario.

Luigi Di Maio è e resta il capo politico del Movimento 5 stelle. Allo stesso modo, però, l’alleato di governo rimane il Pd e le sirene leghiste vanno messe a tacere. Sono questi i due concetti principali che emergono dell’incontro tra Di Maio e Beppe Grillo. Il fondatore del M5s blinda Di Maio, assicurandogli di essere lui al timone nella fase più delicata, ma fa lo stesso con l’intesa coi dem. Quello di Grillo è un ritorno in campo quasi obbligato per evitare l’implosione del M5s. E che, al momento, vede defilato Davide Casaleggio, più scettico rispetto a un percorso a braccetto con il Pd. Sarà Grillo, dunque, il garante della transizione che porterà il Movimento agli Stati generali della prossima primavera. Una buona notizia per l’ala riconducibile a Roberto Fico e anche per chi guarda al governo con il Pd con convinzione maggiore di Di Maio.

VERSO UN DIRETTORIO SOTTO MENTITE SPOGLIE

Di Maio ora è chiamato ad accelerare, entro metà dicembre, su quella formazione del “team del futuro” che sarà fatto di 12 referenti tematici e 6 referenti organizzativi. Ed è in quest’ultima tranche che potrebbe concentrarsi quella divisione di poteri che in tanti, tra i cinque stelle, ora pretendono. Tanto che più che di facilitatori si parla anche di una sorta di “triumvirato” che abbia le funzioni che furono del direttorio. Grillo aveva già incontrato, singolarmente, scontenti e vecchia guardia, manifestando loro il rischio che un leader si circondi di yes man. Questa volta, però, il fondatore “vigilerà” anche sulla linea politica. Con la Lega non si torna, è il messaggio. Grillo lo ha detto chiaramente a Di Maio, consapevole dei sospetti – circolati tra alcuni big del Movimento – che il ministro degli Esteri non sia convinto della strada comune del Pd e che, in questo suo scetticismo, si ritrovi perfettamente con Alessandro Di Battista.

Non siamo più quelli che eravamo dieci anni fa, mettetevelo in testa. È l’ entropia la nostra matrice, dal caos vengono le idee meravigliose, e ci saranno

Beppe Grillo

Non è detto che l’intervento di Grillo sia risolutivo. Qualcuno, nel Movimento, sperava nello strappo del fondatore rispetto a Di Maio. E, anche su Facebook, non mancano le proteste di qualche eletto alla blindatura di Di Maio. Certo, nel video l’ex comico torna a ribadire la fine del Movimento conosciuto finora. «Non siamo più quelli che eravamo dieci anni fa, mettetevelo in testa. È l’ entropia la nostra matrice, dal caos vengono le idee meravigliose, e ci saranno», è l’appello di Grillo ad attivisti ed eletti. Parole che nel disegno del fondatore si potrebbero tramutare in una svolta filo-Pd in Emilia-Romagna.

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Cosa c’è dietro il riavvicinamento tra governo e ArcelorMittal

L'esecutivo teme i costi politici dello stallo. L'azienda le ripercussioni giudiziarie. All'indomani del vertice a Palazzo Chigi, la multinazionale si fa più conciliante. Mentre dietro le quinte fervono i negoziati.

La schiarita ancora non c’è, ma paiono diradarsi timidamente le nubi sui rapporti tra il governo e Arcelor Mittal, all’indomani dell’incontro tra il premier Giuseppe Conte e i vertici dell’azienda. All’orizzonte, l’ipotesi di un compromesso per superare il braccio di ferro sugli impianti della ex Ilva. Da una parte, ArcelorMittal costretta dall’offensiva giudiziaria a restare a Taranto. Dall’altra, il governo che apre all’ulteriore ricorso alla cassa integrazione, a un ridimensionamento della produzione nel lungo periodo, fino a un possibile ruolo del settore pubblico nella riconversione ambientale. Il tavolo di Palazzo Chigi, dunque, potrebbe aver sbloccato lo stallo che aveva fatto fibrillare la maggioranza dopo l’annuncio del colosso siderurgico di ‘staccare la spina’ all’ex Ilva a gennaio. Anche se gli ostacoli restano.

GUALTIERI OTTIMISTA: «SIAMO SU BINARI POSITIVI»

Il negoziato si annuncia lungo, al netto di possibili, ulteriori colpi di scena che obbligano alla prudenza. Il presidente della Regione Puglia Michele Emiliano avverte che «non ci si deve fare illusioni, non credo che Mittal si innamorerà nuovamente dell’Ilva». Più ottimista il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri: «Si sono create condizioni e la situazione si è rimessa su binari positivi». Da fonti vicine ad ArcelorMittal trapela una «quadro di normalità» nei livelli produttivi e negli ordini, con l’intenzione di pagare il 60% delle fatture scadute per l’indotto-appalto «entro lunedì 2 dicembre». Le ditte dell’indotto, che rivendicano il saldo delle fatture, sono al sesto giorno consecutivo di presidio delle portinerie dello stabilimento siderurgico di Taranto. Ancora non ha ricevuto risposta la richiesta, ribadita da Conte, di garanzie dalla multinazionale a non staccare la spina agli impianti già a gennaio. I toni di ArcelorMittal, però, si sono fatti più concilianti.

Le discussioni continueranno con l’obiettivo di raggiungere al più presto un accordo per una produzione sostenibile di acciaio a Taranto

ArcelorMittal

L’incontro «per discutere possibili soluzioni per gli impianti ex Ilva è stato costruttivo», si legge in una nota della multinazionale siderurgica. «Le discussioni continueranno con l’obiettivo di raggiungere al più presto un accordo per una produzione sostenibile di acciaio a Taranto». Prevale la volontà di cercare un’intesa. ArcelorMittal teme i rischi derivanti dall’apertura di fronti giudiziari in Italia. Il governo quelli (politici) derivanti dall’attuale stallo. Per facilitare la trattativa, l’esecutivo sarebbe pronto a invitare i commissari dell’Ilva ad acconsentire a una «breve dilazione» – come spiegava il 23 novembre una nota di Palazzo Chigi – dell’udienza del 27 novembre al Tribunale di Milano da cui ci si aspetta una dichiarazione di illegittimità della decisione della multinazionale.

IN CERCA DI UN COMPROMESSO, TRA DECARBONIZZAZIONE ED ESUBERI

Si cerca insomma di guadagnare tempo, per entrare nel vivo di un negoziato che rivedrebbe il piano industriale. Meno altiforni, conversione verso sistemi produttivi innovativi e più sostenibili. Con l’ipotesi di un ingresso dello Stato in una ‘newco’ che si occuperebbe della decarbonizzazione. E quella di un decreto ad hoc per Taranto, probabilmente prima di Natale, con l’intervento di società a controllo pubblico che contribuirebbero a ridurre l’impatto degli esuberi. L’esecutivo sarebbe disposto a concedere una riduzione dei livelli produttivi (già scesi a 4,5 da 6 milioni di tonnellate) nel lungo termine. Ma una linea rossa resta: il ‘no’ all’ipotesi che i 5 mila esuberi dichiarati dall’azienda divengano licenziamenti tout court. La soluzione potrebbe essere il ricorso agli ammortizzatori sociali con cassa integrazione per non più di 2.500 dipendenti.

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Ilaria Cucchi minacciata di morte sui social

Il post è stato pubblicato da un account riconducibile a un sostenitore della Lega. Che in passato aveva invocato attentati a moschee e al parlamento europeo. La sorella di Stefano: «Vorrei sapere Salvini cosa ne pensa».

Una pallottola in testa. È l’auspicio contenuto in un messaggio di morte indirizzato via social a Ilaria Cucchi. A denunciarlo, il 23 novembre, è stata la stessa sorella di Stefano su Facebook, dove ha allegato l’immagine del post di un utente che a 24 ore dall’annuncio della querela nei confronti del leader della Lega ha scritto: «Qualcuno le metterà una palla in testa prima o poi». «Chiedo a Matteo Salvini e a tutti gli iscritti alla Lega», ha commentato Ilaria, «cosa pensano di questo post. Dato che viene da un soggetto che ha un profilo nel quale si dichiara loro sostenitore. Non posso far altro che denunciare ma mi rendo conto che di fronte a tutto questo io e la mia famiglia siamo senza tutela».

UN ACCOUNT SOSPESO DA FACEBOOK PIÙ DI UNA VOLTA

Il post, che a quanto si apprende è stato segnalato alla polizia, è stato pubblicato da un account non nuovo a frasi minatorie nei confronti di Ilaria. «Insistendo, insistendo otterrà quello che vorrà», si legge in un altro post corredato dall’emoticon di un diavolo.

insistendo insistendo otterrà quello che merita😈

Posted by Valerio Melchila on Tuesday, November 19, 2019

Innumerevoli quelli contro il movimento delle Sardine e a favore della Lega e del suo leader Salvini. In un paio di messaggi, il titolare dell’account auspicava un attentato alle moschee o al parlamento europeo tanto da essere stato sospeso da Facebook più di una volta.

La droga fa male sempre e comunque, spero di non essere denunciato se il sabato pomeriggio denuncio che la droga fa male

Matteo Salvini

Salvini, da parte sua, il 23 novembre è tornato sul caso di Stefano Cucchi, pur senza citarlo, ribadendo un concetto che tanto aveva fatto discutere in seguito alla condanna di tre carabinieri per l’omicidio preterintenzionale del geometra romano, morto nell’ottobre del 2009: «La droga fa male sempre e comunque, spero di non essere denunciato se il sabato pomeriggio denuncio che la droga fa male, sempre e comunque», ha detto il leader della Lega.

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Quando le Sardine erano loro

A Bologna e in Emilia-Romagna torna a farsi sentire la cosiddetta società civile. Ma qual è il futuro di questo movimento e quali rischi corre? L43 ne ha parlato con ex girotondini e popolo viola, ex no-global e con le Madamin di Torino.

Oggi Sardine, ieri Madamin, signore anti-degrado a Roma, Popolo viola, Girotondini e chi più ne ha più ne metta. Il fiume carsico della società civile (per dirla con un girotondino illustre, Paolo Flores D’Arcais) irrompe ancora una volta nel dibattito pubblico italiano, spiazzando i politici e sparigliando le carte.

Chissà se questa volta porterà a qualche risultato concreto, visto che in passato queste fiammate si sono via via spente. O trasformate radicalmente, come nel caso del M5s, nato da un Vaffa gridato da migliaia di arrabbiati sempre in piazza Maggiore e finito rinchiuso nella scatoletta di tonno (tanto per restare nell’ittico) che aveva promesso di aprire.

Ma è davvero sempre lo stesso fenomeno, che riemerge in forme diverse quando la politica si distacca dal sentimento comune? La faccenda è già controversa, visto che anche per i protagonisti delle battaglie di ieri i nuovi attivisti sono un mondo sconosciuto.

LEGGI ANCHE: Perché i gattini di Salvini non neutralizzeranno le Sardine

SARDINE, DALLE PIAZZE AL MANIFESTO

C’è chi li iscrive di diritto nel filone della sacrosanta protesta dei cittadini stufi di un andazzo deteriore. Ma altri avanzano distinguo e aspettano ancora di vedere in che mare nuoteranno questi nuovi pesci della politica dopo le manifestazioni di Bologna e Modena. Intanto i quattro capi-banco hanno pubblicato una sorta di manifesto in cui mettono in guardia i populisti: «Ci troverete ovunque, la festa è finita. Benvenuti in mare aperto».

Gianfranco Mascia, ex girotondino e Popolo viola.

MASCIA: «CERCANO DI NON FARSI STRUMENTALIZZARE»

Che il fenomeno sia partito spontaneamente dal basso non sembra in discussione. «Il fatto stesso di non volere ingerenze da parte delle forze politiche me li fa sentire vicini alle iniziative degli anni scorsi», dice a Lettera43.it Gianfranco Mascia, veterano dei Girotondi, del Popolo viola e, prima ancora, dei comitati antiberlusconianiBoicottare il biscione“. E poco importa se ora, come responsabile della comunicazione dei Verdi (di cui è stato fra i fondatori), si trova, in un certo senso, dall’altra parte della barricata. «Non credo siano contro i partiti. Cercano solo di non farsi strumentalizzare e secondo me hanno ragione. Se posso permettermi un suggerimento: forse un legame con il movimento Fridays for Future creato da Greta Thunberg potrebbe dargli una mano a strutturarsi e a difendersi da ingerenze». 

LEGGI ANCHE:Mattia Santori sulle sfide e il futuro delle “sue”” Sardine

AGNOLETTO: «PER ORA SONO SOLO UN’AGGREGAZIONE»

Ma il punto è proprio che la mobilitazione delle Sardine, per quanto baciata da un incredibile successo, non può ancora definirsi movimento. Almeno non secondo i canoni classici della politica. «Al momento si tratta solo di un’aggregazione», obietta Vittorio Agnoletto, già coordinatore del movimento no-global in Italia, fra gli organizzatori di Genova 2001 e poi eurodeputato eletto come indipendente nelle liste di Rifondazione Comunista. «Sia chiaro che lo considero un fenomeno positivo», prosegue, «ma per me è del tutto improprio paragonarlo al movimento che all’inizio degli anni Duemila ha coinvolto centinaia di migliaia di persone e ha organizzato manifestazioni in tutto il mondo». 

Vittorio Agnoletto.

GLI OBIETTIVI VENGONO PRIMA DI TUTTO

Dunque che cosa dovrebbero fare le nostre Sardine per potersi guadagnarsi i galloni sul campo? «Anzitutto darsi degli obiettivi. Questo li difenderebbe da qualsiasi ingerenza. Sono contro Matteo Salvini? Benissimo», continua Agnoletto. «Il passo successivo dovrebbe essere quello di battersi per la cancellazione dei suoi decreti. Poi potrebbero essere le forze politiche in parlamento a dare concretezza a questo proposito con un provvedimento di legge». E si torna così ancora una volta al rapporto con i partiti politici, su cui ruota ogni giudizio sulle prospettive dei manifestanti aggregati dai quattro attivisti bolognesi.

Flash Mob Sì Tav a Piazza Carignano, Torino, il 9 marzo 2019.

LE MADAMIN: «NOI IN PIAZZA “PER” NON “CONTRO”»

Anche le Madamin torinesi, che un anno fa portarono in piazza decine di migliaia di persone a favore della Tav e contro le scelte della sindaca Chiara Appendino tengono a marcare le distanze. «La manifestazione organizzata da noi era per qualcosa, mentre loro nascono dichiaratamente contro», osserva Adele Olivero, presidente del Comitato “Sì, Torino va avanti“, riferendosi ovviamente all’avversione al sovranismo salviniano che è stato finora il collante delle persone scese in piazza. Per poi concludere: «Non ci si può considerare parte di un fenomeno comune, sebbene riconosco che anche nel loro caso si tratta di un pezzo di società che sceglie di esprimersi direttamente, non trovando voce nei partiti esistenti». È evidente, insomma, che le Sardine di cui si è appena formato il banco sono ancora troppo giovani perché chiunque possa sapere in che direzione andranno. Nel frattempo si prende nota del fatto che si tratta di un fenomeno spontaneo, battagliero, eppure alieno, finora, dal linguaggio aggressivo che una certa politica ha adottato. È questa forse la novità più interessante, con cui tutti potrebbero doversi confrontare in futuro. 

 

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Non Una Di Meno, una «marea» contro la violenza sulle donne

Il movimento sfila a Roma. In piazza persone da tutta Italia: «Serve una rivolta permanente». Anche Boldrini in corteo. Mentre il ministro Gualtieri annuncia: «Pronti ad attivare il fondo per gli orfani di femminicidio».

Il 23 novembre migliaia di persone sono scese in piazza a Roma per alzare la voce contro la violenza sulle donne. Una «marea femminista» contro «la violenza patriarcale, economica, istituzionale», l’ha definita il movimento che ha organizzato il corteo, Non Una Di Meno. La manifestazione, a cui hanno partecipato persone da tutta Italia, ha l’obiettivo di «affermare che l’unico cambiamento possibile è a partire dalla rivolta permanente: dalle pratiche, dalle lotte, dalla solidarietà femministe». Gli ultimi numeri sulla violenza di genere parlano da soli: ogni 72 ore in Italia una donna viene uccisa da una persona di sua conoscenza, solitamente il suo partner; tre femminicidi su quattro avvengono in casa; il 63% degli stupri è commesso da un partner o ex partner.

«Purtroppo sembra un virus, una cosa terrificante che avviene e che non desta quello scandalo sociale che dovrebbe», ha detto Laura Boldrini, che ha sfilato in corteo. «Questa manifestazione, invece, vuole riportare l’attenzione su questo tema. Non solo stando accanto a tutte le donne che combattono questo fenomeno, ma anche per dire che siamo qui per chiedere protagonismo, centralità e capacità di incidere nel nostro Paese, dove ancora le donne sono sempre tenute un po’ al margine e dove devono faticare dieci volte più degli uomini per avere lo spazio che meritano. Una manifestazione contro ogni tipo di violenza sulle donne ma anche per riaffermare la centralità delle donne nella società».

NON UNA DI MENO: «SERVONO ATTI CONCRETI»

«La violenza non ha passaporto né classe sociale, ma spesso ha le chiavi di casa e si ripete nei tribunali e nelle istituzioni. Per questo il lavoro dei centri antiviolenza femministi va riconosciuto, garantito e valorizzato», ha affermato Non Una Di Meno. «Difendiamo e moltiplichiamo gli spazi femministi e transfemministi, come la casa delle donne Lucha y Siesta di Roma sotto minaccia di sgombero! L’indipendenza economica e la libertà di movimento sono le condizioni fondamentali per affrancarsi dalla violenza». Ma, ha avvertito il movimento, «servono atti concreti: un salario minimo europeo, un reddito di autodeterminazione svincolato dalla famiglia e dai documenti di soggiorno. Serve abolire i decreti sicurezza e le leggi che mantengono in condizione di ricattabilità le persone migranti, e in particolare le donne!». Il 24 novembre Non Una Di Meno si riunirà in assemblea nazionale nel quartiere San Lorenzo, per preparare lo sciopero globale femminista dell’8 marzo 2020.

I soldi non restituiscono l’affetto mancato ma con 12 milioni da lunedì finanzieremo borse di studio, spese mediche, formazione e inserimento al lavoro

Roberto Gualtieri

Nel giorno della manifestazione di Roma, il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri ha fatto sapere che è pronto il decreto ministeriale per attivare il fondo per gli orfani di femminicidio. «I soldi», ha detto il ministro, «non restituiscono l’affetto mancato ma con 12 milioni da lunedì finanzieremo borse di studio, spese mediche, formazione e inserimento al lavoro». Misure e risorse per gli orfani di femminicidio sono state introdotte innanzitutto con la legge di bilancio per il 2018. Gli stanziamenti sono stati quindi incrementati con la legge ad hoc a tutela degli orfani per crimini domestici dell’11 gennaio 2018 e poi con la legge di bilancio per il 2019. Infine la legge ‘Codice rosso’ del 19 luglio di quest’anno ha previsto un ulteriore aumento, estendendo l’ambito di applicazione anche alle famiglie affidatarie. Oltre alle risorse già stanziate per il 2018, pari a 6,5 milioni di euro, sono stati quindi appostati in bilancio circa 12,4 milioni di euro per il 2019, 14,5 milioni di euro per il 2020 e a regime 12 milioni di euro all’anno.

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Bella ciao, la nuova vita dell’inno partigiano

Alcune versioni house e pop l'oltraggiano. Ma grazie alla moda della Casa di carta la canzone è tornata il leitmotiv delle rivolte. Mai così politica come dagli Anni 70.

Nell’arco di una stagione il Professore più famoso di Netflix ha portato Bella ciao nelle piazze in rivolta. Un revival così non si vedeva dagli Anni 70. La canzone dei partigiani è diventata il leitmotiv delle proteste popolari riesplose in Medio Oriente contro i governi inefficienti e corrotti. Si canta a squarciagola anche nei cortei che attraversano l’America latina, dal Cile all’Ecuador alla Bolivia in sommossa. E naturalmente nelle piazze europee, incluse quelle delle sardine in Emilia-Romagna, si spera per altre e antiche ragioni ma non è detto. Anche le sardine, attenzione, sono un fenomeno dilagato dalla Rete, strette tra loro potrebbero stare delle tute rosse a volto coperto (dalla maschera di Salvator Dalì) che scandiscono il canto della Resistenza come migliaia di altre tute rosse nel mondo. Il Professore è il loro capo nella Casa di carta, la serie televisiva spagnola che gira su Netflix, e, con Internet, è l’ultimo sdoganatore di Bella ciao.

Azza Zarour, Bella ciao.

L’INNO DELLA CASA DI CARTA

Il contagio del 2019 si deve al successo degli ingredienti della trama ideata da Alex Pina: Bella ciao viene cantata in italiano nelle scene più salienti, dai protagonisti che irrompono nel Palazzo della zecca spagnola (la casa di carta) per stampare miliardi di euro e fuggire col malloppo, e poi nella Banca centrale per rubare l’oro. Bella ciao, spiegano al pubblico i protagonisti, era le canzone cantata dal nonno del Professore mentre da partigiano combatteva i fascisti, «tutta la vita del Professore girava intorno a un’unica idea: Resistenza». Nella serie accade anche che i rapinatori, tutti scelti con precedenti penali, non torcano un capello ai sequestrati; e che di questi tempi per le loro imprese trovino la solidarietà della popolazione. La gente in strada protesta e parteggia per i loro colpi, Bella ciao è il collante che ha reso i rapinatori Robin Hood in guerra con lo Stato. Con quest’ultima moda e la sua carica rivoluzionaria Bella ciao è sbarcata nelle rivolte vere.

Bella ciao saudita, Gedda.

In versione house Bella ciao ha oltre 30 milioni di visualizzazioni

DAI CURDI ALLA DISCO MUSIC

Ancora chi protesta in Asia magari non conosce bene la storia e non capisce il testo in italiano, ma il senso della canzone è chiaro a tutti. Un gap che si sta colmando: traduzioni in arabo e in altre lingue e servizi dei media locali ripercorrono la genesi e il significato di Bella ciao. Che in Medio Oriente è cantata dai curdi dagli Anni 70, e dal 2011 è tornata popolare nella lotta armata per scacciare l’Isis e per costruire regione autonoma socialista del Rojava. Tra la Siria e l’Iraq, insieme ai volontari stranieri uniti alla causa curda, si era ricreata una comunità partigiana che naturalmente cantava Bella ciao. Ma finché la melodia nel 2018 non è apparsa nelle puntata della Casa di carta non aveva attecchito nelle piazze, tra gli arabi. Con la serie della piattaforma online, la più vista tra quelle non di lingua inglese, Bella ciao ha avuto una eco planetaria. In versione house, Bella ciao ha più di 30 milioni di visualizzazioni, un altro adattamento disco brasiliano più di 170 milioni.

Blaya chara, Iraq.

UNA MODA ANCHE OFFENSIVA

L’autore Pina sostiene che Bella ciao sia un «inno alla resistenza come la serie» e che nel mondo finché ci «sarà resistenza ci sarà speranza», sottinteso anche con la Casa di carta. La verità è meno nobile: con la serie sono nate cover anche oltraggiose dell’inno dei partigiani. Una versione saudita è in circolazione, grazie a un accordo tra Netflix e gli studi di Gedda del cantante Amine el Berjawi: la nota dittatura conta milioni di fan della serie spagnola. In Turchia, se non altro con più coerenza, la Casa di carta è invece censurata per il sospetto di messaggi contro Recep Tayyip Erdogan; e lo è ancora di più la Bella ciao di piazza Taksim e del Pkk curdo. Diverse versioni modaiole di Bella ciao sono in compenso diventate virali in Medio Oriente: a settembre la sex symbol libanese Shiraz ha lanciato anche un clip per il karaoke, in Palestina ci ha pensato la bella cantante e attrice Azza Zarour, seguitissima in tivù e sui social. Anche in tuta rossa.

Un Bella ciao rave, Tripoli (Libano).

In Libano la Bella ciao araba è diventata la canzone più ballata a Beirut e Tripoli

POI DI NUOVO CANZONE POLITICA

Solo poi si sono propagate le contestazioni tra il Libano, l’Iraq, il Kuwait, infine l’Iran. Sempre grazie al tam tam anche spurio della Rete. Ma ne è comunque valsa la pena. Le Belle ciao rivisitate dagli attivisti e dai dimostranti in Iraq e in Libano toccherebbero i cuori dei partigiani. A Mosul un gruppo di 20enni ha confezionato un video ispirato alla serie di Netflix, ma con la versione politica Blaya chara («nessuna via d’uscita)» di Bella ciao, «in solidarietà ai manifestanti». In Libano la Bella ciao araba è diventata la canzone più ballata delle contestazioni a Beirut e Tripoli che hanno fatto dimettere il premier Saad Hariri e assediano il parlamento. Come in Cile, dove assieme al Pueblo unido  la canzone italiana è il tormentone dei cortei di Santiago, la intonano i professori e gli studenti cileni in rivolta. Alla fine la Casa di carta non ha snaturato Bella ciao, semmai è vero il contrario. È la Casa di carta a sfruttare – anche – la fortuna di Bella ciao e a farla, questo sì, di rivivere di vita propria.

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Un professore emiliano minaccia i suoi studenti sardine

Il caso a Fiorenzuola d'Arda. «Se becco qualcuno di voi, renderò la vostra vita un inferno».

Lui vota Lega, e non può tollerare che i suoi studenti manifestino in piazza contro Matteo Salvini. Così Giancarlo Talamini Bisi, professore dell’istituto superiore di Fiorenzuola d’Arda, ha deciso di minacciarli dal suo profilo Facebook. «Io sarò presente. Cari studenti, se becco qualcuno di voi, da martedì cambiate aria, nelle mie materie renderò la vostra vita un inferno, vedrete il 6 col binocolo e passerete la prossima estate sui libri. Di idioti in classe non ne voglio. Sardina avvisata». Un post che non poteva passare inosservato e ha sollevato un vero e proprio caso.

FIORAMONTI: «VERIFICA E SOSPENSIONE»

«A tutela dei diritti degli studenti e della stessa scuola ho attivato gli uffici del Miur per verificare i fatti e procedere con provvedimento immediato alla sospensione», ha scritto su Facebook il ministro dell’Istruzione Lorenzo Fioramonti. «Educare al rispetto dei principi della Costituzione è uno dei fondamenti dell’istituzione scolastica, tra questi vi sono certamente il diritto a manifestare liberamente il proprio pensiero ed a partecipare alla vita pubblica secondo i modi garantiti dalla Costituzione stessa. La scuola è inclusiva e, per definizione, deve educare al pensiero critico e indipendente. Anche il corpo docente, nell’esercitare la sua importantissima funzione, deve attenersi a questi principi, trasferendoli agli studenti, per non venir meno ai suoi doveri. Non sono perciò assolutamente ammissibili condotte lesive di tali valori, o che addirittura mettano a rischio la fiducia della comunità scolastica».

L’INTERVENTO DEL GOVERNO

«Chiederò all’ufficio scolastico regionale di fare i dovuti accertamenti, perché siamo di fronte a una situazione inaccettabile», ha affermato Peppe De Cristofaro, sottosegretario all’Istruzione. «È evidente che un docente non può permettersi un linguaggio e un comportamento del genere», ha aggiunto l’esponente di Leu. «Sono certo che verranno presi al più presto tutti i necessari provvedimenti per tutelare l’istituzione scolastica pubblica, l’istituto in cui lavora, e gli studenti di quella scuola». Scuola che si è prontamente dissociata dal comportamento dell’insegnante.«Preso atto della notizia che si sta diffondendo sui social riguardo le affermazioni di un proprio docente», l’istituto «comunica di aver già informato del fatto gli organi superiori dell’amministrazione scolastica al fine di adottare le misure opportune. Si sottolinea l’estraneità della scuola dalle affermazioni del docente in questione».

LA DENUNCIA DELLA VICEMINISTRA

«In molti stamattina mi hanno segnalato il gravissimo comportamento di Giancarlo Talamini Bisi», aveva denunciato la viceministra all’Istruzione Anna Ascani (Partito democratico). «Un insegnante che offende e promette di penalizzare gli studenti solo perché vorrebbero partecipare alle manifestazioni delle sardine, usando turpiloquio e minacce non troppo velate. Non è un comportamento tollerabile. Mi attiverò affinché si prendano provvedimenti. Nessuno può essere discriminato per le proprie idee, tanto meno nella scuola».

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Salvini spara ai migranti, polemica sulla scultura

L'opera dell'artista napoletano Salvatore Scuotto ritrae il leader della Lega come dentro un videogame e con la scritta 'Game Over'.

Matteo Salvini punta la pistola contro due migranti con le fattezze di zombie. L’opera di Salvatore Scuotto, esposta domenica 23 novembre a Napoli nella mostra collettiva ‘Virginem=Partena’ nella galleria Nabi Interior Design, fa discutere. E non piace per niente al leader della Lega: «Cosa non si fa per farsi un po’ di pubblicità, che squallore», ha commentato Salvini, «è una vera schifezza, è istigazione all’odio e alla violenza, altro che arte. Non vedo l’ora di tornare a Napoli per ammirare i fantastici Presepi tradizionali, non queste porcherie».

OPERA INIZIATA CON SALVINI MINISTRO

Così l’artista ha spiegato la genesi della sua opera al quotidiano Il Mattino: «Quando ho iniziato a creare, Salvini era ancora ministro dell’Interno. Ho voluto rappresentarlo come un bambinone che gioca a un videogame popolato da fantasmi, come si vede dai dettagli della pistola che è intenzionalmente sproporzionata. Dico che il suo messaggio politico è infantile, come una costante Play station in cui bisogna individuare il nemico e abbatterlo». Attaccato al pistola c’è un messaggio, ‘Game over’. «identifica la conclusione del videogioco. Chissà cosa indica: la fine di Salvini o quella dei suoi nemici?».

«COMUNISTA? SEMMAI ANARCHICO»

Scuotto, che questa volta partecipa in proprio ma fa parte del gruppo della Scarabattola – formazione controcorrente di maestri presepiali che nella natività ha inserito anche donne nude e diavoli – precisa anche di non aver creato «questa parodia salviniana perche sono comunista. Al massimo aspirerei a essere anarchico, non credo alla sinistra, troppo tiepida. Non voglio esprimere alcuna appartenenza ma so in cosa non credo».

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No, non siamo angeli, anche noi disabili vogliamo fare sesso

Immaginare che una persona in sedia a rotelle o con disabilità cognitiva possa fare sesso crea ancora oggi molto scandalo, alimentando paure ed emozioni profonde e ancestrali. Ma fare l'amore è un diritto per tutti.

Vi ricordate la prima volta che avete baciato, abbracciato, toccato, accarezzato qualcuno/a eroticamente? Il mio primo bacio io me lo ricordo bene. L’ho dato a 22 anni al mio primo “ragazzo” ma prima di riuscirci quanta ansia da prestazione! Succede così quando gli standard estetici comunemente accettati come “normali” fanno sentire diversa una come me, ben consapevole che, a causa della sua condizione fisica, in quel criteri non ci rientra. .

Conosco persone con disabilità che hanno un compagno o una compagna oppure che preferiscono vivere avventure occasionali. In linea generale però, com’è tristemente noto a chi lo sperimenta quotidianamente sulla propria pelle, le persone disabili potrebbero vincere il guinness dei primati per la durata dei loro periodi di astinenza volontaria. Volontaria in quanto voluta sì, ma da altri!

Immaginare che una persona in sedia a rotelle o, peggio ancora, con disabilità cognitiva possa fare sesso crea ancora oggi molto scandalo, forse perché sia alla condizione di disabilità che alla sfera sessuale sono legate paure ed emozioni profonde e ancestrali. Forse il confronto con la diversità dell’altro spaventa perché in essa vediamo riflessa la nostra. Ma credo che il mito del “corpo senza imperfezioni” impaurisca pure molte persone disabili,creando in loro molte insicurezze e “ansie da prestazione”.

QUEI PREGIUDIZI SUL CORPO CHE IMPRIGIONANO

La sessualità delle donne e degli uomini con disabilità è purtroppo ancora oggi un tabù di cui si pensa sia molto meglio non parlare. I “normodotati”, salvo rare eccezioni, preferiscono immaginarci angeli asessuati con cui magari intrattenere piacevoli conversazioni ma non certo iniziare stuzzicanti avventure erotiche. Ma i criteri secondo cui definiamo un corpo bello o sessualmente attraente – non mi stancherò mai di ripeterlo – non sono “realtà oggettive e inconfutabili” ma “costruzioni socio-culturali” di senso comune generate da noi. Questa è però una buona notizia perché significa che i canoni estetici che abbiamo costruito possono essere modificati o distrutti per crearne di nuovi. Basta solo osare farlo ma per poterci riuscire è necessario smettere di ignorare il tema e, al contrario, metterlo sotto le luci della ribalta. Qualcuno per fortuna ci sta provando.

LA PRIMA VOLTA, VIDEO-INCHESTA SU VITA SESSUALE E DISABILITÀ

La prima volta è un progetto di crowdfunding finalizzato alla produzione di una video-inchiesta sulla dimensione e vita sessuale della persone con disabilità. Il video nasce dalla collaborazione tra Comitato LoveGiver, associazione fondata da Max Ulivieri, promotore della proposta di legge sull’introduzione del ruolo professionale di assistente sessuale, oggi rinominato Operatore all’Emotività, all’Affettività e alla Sessualità (Oeas) delle persone con disabilità, e il collettivo di giornalisti freelance Lorem Ipsum.

Genitori costretti a masturbare i loro figli come unica soluzione a un bisogno “sano” e un desiderio legittimo

Un’importante inchiesta video che racconterà le esperienze dirette di uomini e donne con disabilità fisica, sensoriale e cognitiva relativamente a come vivono la loro dimensione sessuale. Io mi aspetto purtroppo di vedere e sentire tante storie che raccontano di diritti alla sessualità e all’affettività negati, di genitori costretti a masturbare i loro figli come unica soluzione a un bisogno “sano” e un desiderio legittimo, di uomini e donne che, pur essendo adulti, non hanno diritto a quella sacrosanta privacy di cui tutti e tutte dovrebbero poter godere quando praticano l’autoerotismo o fanno sesso con qualcuno/a/*.

Anticipo anche che questa video inchiesta potrebbe farci conoscere l’esperienza di donne e uomini impossibilitati ad avere rapporti sessuali a causa di patologie fortemente invalidanti, ad esempio chi è costretto a trascorrere buona parte delle sue giornate a letto o in un polmone d’acciaio, come lo scrittore Mark O’Brien, la cui vita è stata raccontata nel film The Sessions. Ma spero anche che ci verranno mostrate esperienze di sessualità realmente e pienamente goduta con uno o più partner, ovvero compagni/e di vita e/o di pratiche erotiche.

IL VUOTO NORMATIVO ATTORNO ALLA FIGURA DELL’OEAS

Noi come società, come collettività abbiamo bisogno che qualcuno ci aiuti a vedere che vivere una sessualità appagante è possibile anche per persone disabili e che di fatto succede. Di fronte a teorie di senso comune che ci dipingono come “angeli” o “eterni bambini”, l’unica strada che vedo percorribile è anteporre non solo episodi di sessualità negata, pur reali ed esistenti, ma anche esperienze positive, di persone che godono e traggono soddisfazione dalle loro relazioni erotiche, nonostante i benpensanti ritengano che i “piaceri della carne” non siano adatti a noi.

L’aiuto di un Oeas può essere un supporto sia per sperimentare sensazioni precluse, sia per incrementare fiducia e autostima

La prima volta approfondirà anche la conoscenza del ruolo professionale dell’Oeas, mostrando da vicino come lavora, qual è il suo rapporto con gli utenti ed evidenziando le criticità di operare in un contesto, quello italiano, caratterizzato da un vuoto normativo. Infatti la proposta di legge per il suo riconoscimento giace in parlamento ormai da anni ed è assurdo che non sia ancora stata esaminata.

Le persone disabili devono poter avere il diritto di scegliere se usufruire di questo servizio oppure no e, affinché sia possibile, occorre che questa professione venga ufficializzata. L’aiuto di un Oeas può secondo me essere un supporto prezioso sia per sperimentare sensazioni ed emozioni altrimenti precluse, sia allo scopo di incrementare la fiducia e l’autostima delle persone con disabilità.

L’OBIETTIVO È ARRIVARE A VIVERE UNA SESSUALITÀ PIENA E AUTONOMA

Tuttavia ritengo che ritenere l’assistenza sessuale l’unica soluzione ai “problemi” di una determinata categoria di persone sia profondamente sbagliato e assolutamente da evitare, anche perché contrario allo spirito e alla volontà con cui la proposta è stata concepita. È una possibilità, un sostegno utile a superare una fase critica della vita sessuale di un individuo ma il fine dell’intervento è che poi la persona riesca a vivere la propria sessualità in modo soddisfacente senza l’aiuto del o della professionista.

Un Oeas può toccare l’utente, accarezzarlo e farsi accarezzare, masturbarlo. Sono invece vietati i rapporti orali e la penetrazione

Il corso di formazione per diventare Oeas è aperto sia a donne che a uomini, con diversi orientamenti sessuali per soddisfare tutte le possibili esigenze. Un Oeas può toccare l’utente, accarezzarlo e farsi accarezzare, masturbarlo. Sono invece vietati i rapporti orali e la penetrazione.

Forse in futuro si potrebbe considerare di ampliare la gamma delle possibili esperienze erotiche consentite, includendo anche queste due pratiche che, secondo me, giocano un ruolo molto importante nelle fantasie delle persone ma possono anche causare ansia da prestazione in chi non le ha mai potute sperimentare. Intanto attendo con impazienza di vedere La prima volta è mi auguro che questo documento possa contribuire a rendere la sessualità più libera per tutti.

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Donna incinta uccisa dal compagno a Partinico

Ana Maria Lacramioara Di Piazza aveva 30 anni e aspettava un figlio dal suo assassino. Gli aveva chiesto dei soldi, lui glieli aveva promessi, poi la lite e il femminicidio.

Aspettava un figlio dall’uomo che l’ha uccisa, Ana Maria Lacramioara Di Piazza, 30enne di origini rumene adottata da una coppia del piccolo centro in provincia di Palermo. Antonino Borgia, l’imprenditore di Partinico che la donna frequentava, ha confessato di averla presa a coltellate e colpi di bastone, e ha ricostruito le fasi del delitto.

UNA RELAZIONE INIZIATA DA UN ANNO

Ana Di Piazza, che aveva iniziato una relazione da un anno con l’imprenditore, gli aveva detto di essere incinta. I due si sono incontrati nella zona di Balestrate, il 22 novembre verso le 7. Lei è salita a bordo del furgone bianco in un cantiere dove l’impresa di Borgia, che realizza piscine, stava facendo alcuni lavori. La vittima aveva chiesto dei soldi all’uomo, circa 3 mila euro. Lui la sera prima aveva promesso di darglieli. Una volta arrivati al cantiere, dopo un rapporto sessuale, i due avrebbero iniziato a litigare. A quel punto Borgia ha estratto un coltello colpendo la donna alla pancia. Lei ha tentato di fuggire ma l’imprenditore l’ha rincorsa facendola risalire sul furgone. L’uomo aveva promesso alla vittima di portarla in ospedale. Ma nuovamente lungo la strada i due hanno ripreso a litigare. Alla fine lui l’ha colpita in testa con un bastone e poi le ha tagliato la gola. Ha nascosto il corpo nelle campagne.

DECISIVO UN TESTIMONE

Le aggressioni sarebbero state segnalate ai carabinieri della compagnia di Partinico da due testimoni che hanno chiamato in caserma. Dopo il fermo di Borgia, alle 17.30 circa si è presentato un uomo che ha riferito di avere visto in alcune riprese del sistema di videosorveglianza della sua abitazione in campagna a Balestrate la scena di un’aggressione. Nelle immagini c’era un uomo che senza pantaloni inseguiva una giovane insanguinata. Dopo che la donna aveva gridato di aspettare un figlio da lui Borgia avrebbe gettato il coltello, che sarà ritrovato dai carabinieri della compagnia di Partinico sporco di sangue, fa salire la giovane nel furgone per dirigersi verso l’ospedale di Partinico.

IL CORPO RITROVATO DAI CARABINIERI

Nel corso delle indagini i militari sono riusciti a ritrovare prima il corpo legato e nascosto in campagna con un telo e sotto le frasche e poi il furgone dell’imprenditore che aveva avuto il tempo di fare colazione in un bar, ripulire il mezzo e iniziare gli incontri di lavoro. Nel pomeriggio, dopo il pranzo, l’uomo è andato anche dal barbiere. L’indagine è coordinata dall’aggiunto Annamaria Picozzi e dal pm Chiara Capoluongo. Borgia è stato portato in carcere.

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Cosa sappiamo sui metodi di tortura impiegati dalla Cina

Il caso del dipendente consolare Cheng è solo l'ultimo in ordine di tempo. Le testimonianze passate hanno permesso di mettere in fila circa 100 tecniche. Dai morsi di serpente alla famigerata "Panchina della tigre".

Dominic Raab, segretario di Stato per gli Affari esteri del Regno Unito, non ha usato mezze parole: «Il trattamento della Cina nei confronti del signor Cheng equivale a tortura». Così il caso di Simon Cheng, ex dipendente del consolato britannico di Hong Kong, arrestato lo scorso agosto e riapparso dopo essere rimasto nelle mani della Polizia cinese per 15 giorni, rischia di creare un incidente diplomatico tra Pechino e Londra. In un’intervista esclusiva al Wall Street Journal, Cheng ha dichiarato che la polizia segreta cinese lo ha picchiato, privato del sonno e incatenato a bocca aperta mentre cercava di estorcergli informazioni sugli attivisti che guidano le proteste democratiche a Hong Kong. Ma il suo non è certo il primo caso che testimonia dell’uso abituale della tortura da parte del regime cinese, un sistema largamente praticato per estorcere informazioni e false confessioni.

Arrestato a Pechino all’inizio di gennaio 2016 e tenuto in cattività per 23 giorni, anche l’attivista svedese Peter Dahlin ha subito un simile calvario in Cina, quasi tre anni prima che i canadesi Michael Kovrig e Michael Spavor venissero arrestati (sono attualmente ancora detenuti dalle autorità cinesi ormai da quasi un anno). Dahlin, co-fondatore di China Action, una Ong che supporta molti avvocati per i diritti umani in Cina, sostiene che Kovrig – il quale, come lui, è stato catturato a Pechino – sia attualmente detenuto nella stessa struttura in cui avevano rinchiuso lui: una prigione segreta, con quattro piani e due ali indipendenti, nella parte meridionale della capitale cinese. Spavor invece, che viveva e operava nella Cina nordorientale, sarebbe tenuto prigioniero in una struttura diversa.

LA TESTIMONIANZA DELL’ATTIVISTA SVEDESE DAHLIN

Secondo la testimonianza di Dahlin, ai prigionieri vengono applicate diverse forme di tortura. Due poliziotti, alternandosi nel ruolo consolidato di “poliziotto buono e poliziotto cattivo”, lo hanno interrogato in continuazione per giorni. Nella rare pause, due guardie nella sua cella osservavano ogni sua minima mossa, come girarsi nel letto. «Pesanti tende impediscono totalmente alla luce del giorno di penetrare nella cella, mentre le luci restano sempre accese, giorno e notte, privando il detenuto nella nozione del tempo e della possibilità di dormire», ha raccontato. Secondo quando dichiarato da Farida Deif, direttore dell’ufficio canadese di Human Rights Watch (Hrw) “tenere le luci accese con la conseguente privazione del sonno è una delle forme più pesanti di tortura fisica e mentale”.

ALCUNI DETENUTI MUOIONO PER LE TORTURE

Sempre secondo le testimonianze raccolte da Human Rights Watch, il regime cinese usa ogni mezzo a sua disposizione «per mettere a tacere chiunque non sia un cieco sostenitore del Partito comunista al potere». Ai detenuti in Cina vengono somministrate con la forza anche droghe psicotrope. Alcuni vengono stuprati, legati in posizioni dolorose per giorni, affamati, denudati ed esposti al freddo gelido per ore e anche colpiti da forti scariche con bastoni elettrici, per citare solo alcuni deli metodi utilizzati dagli aguzzini cinesi. Applicando una scarica elettrica che può raggiungere i 300 mila volt, i bastoni vengono impiegati per ottenere il massimo effetto su parti sensibili del corpo come la bocca, i genitali, il collo e la pianta dei piedi. In alcuni casi i prigionieri perdono coscienza e muoiono per le conseguenze.

Amnesty ha raccolto dirette testimonianze di quasi 100 diversi metodi di tortura

Secondo le organizzazioni per i diritti umani, l’uso della tortura e degli abusi in Cina contro i gruppi perseguitati rimane dilagante. Alcuni dei metodi di tortura possono essere fatti risalire al Medioevo, mentre altre forme di abuso, come il prelievo forzato di organi, non hanno precedenti nella storia. Il rapporto di Amnesty International intitolato No End in Sight: Torture and Forced Confessions in China ha raccolto dirette testimonianze di quasi 100 diversi metodi di tortura. Questi includono anche alimentazione forzata con urina o feci, ustioni da sigaretta, infezioni di scabbia, isolamento totale, perforatura delle unghie con bastoncini di bambù affilati e morsi di cani o serpenti.

I NOMI IN CODICE DELLE TORTURE

Molti dei metodi di tortura hanno persino dei nomi specifici, come “Piccola gabbia” (la persona viene ammanettata all’interno di una piccola gabbia in modo tale che non possa stare in piedi o sedersi); “Hell Confinement” (un dispositivo costituito da legacci e manette applicato in modo tale che le vittime non possano camminare, sedersi, usare il bagno o nutrirsi); “Covering a Shed” (soffocamento) e “Tortura del trascinamento” (le vittime vengono trascinate ripetutamente su terreni accidentati). C’è poi il metodo considerato il più terribile di tutti, la famigerata “Panchina della tigre“, dove la vittima si siede con le gambe distese e legate strette alla panchina con delle cinghie. Mattoni, o altri oggetti, vengono posti sotto i talloni della vittima, con più strati aggiunti fino a quando le cinghie si rompono, causando un dolore insopportabile.

ANCHE I CRISTIANI “NON ALLINEATI” NEL MIRINO

Il target preferito dai torturatori cinesi è rappresentato, tra gli altri, dai cristiani “non allineati” (quelli che si rifiutano di sottomettersi alla Chiesa di Stato gestita dal Partito Comunista), i buddisti tibetani, i musulmani uiguri, i seguaci del Falun Dafa e gli attivisti democratici o chiunque sospettato di «attività anti-governativa», come i due canadesi ancora detenuti in Cina. L’artista e scultore canadese di origine cinese Kunlun Zhang, che è riuscito a sopravvivere alle torture e a ritornare in Canada, ha raccontato che le guardie gli ripetevano: «Possiamo fare di te qualsiasi cosa senza essere ritenuti responsabili. Se muori, ti seppelliremo e diremo a tutti che ti sei suicidato perché avevi paura di un’accusa criminale».

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Matera 2019, seminario su Carlo Levi e la crisi della civiltà

La Fondazione Carlo Levi di Roma, il Centro Carlo Levi di Matera e la Fondazione Matera Basilicata 2019, in collaborazione con il Polo Museale della Basilicata, organizzano il 26 e 27 novembre nella Sala Carlo Levi di Palazzo Lanfranchi a Matera, il seminario su Carlo Levi e la crisi della civiltà. Riflessioni su “Paura della Libertà”, nell’ambito del progetto di Matera Capitale Europea della Cultura 2019 “Future Digs”.
“Paura della libertà” è il primo libro scritto nel 1939 da Carlo Levi, fuoriuscito antifascista in Francia a fronte della persecuzione politica e “razziale” del regime. L’autore di Cristo si è fermato a Eboli, che con straordinaria profondità ha rappresentato universalmente la Lucania e Matera, verrà raccontato nella preveggenza di un testo che, subito prima della seconda Guerra Mondiale, indagava sulle oscure tendenze delle società di massa che portarono ai regimi totalitari e alla catastrofe della guerra, tendenze che ora in forme riconoscibili, tornano a serpeggiare in Europa e nel mondo. Per questo, concepito settanta anni fa, Paura della libertà si presenta ora come un testo di un’attualità allarmante e insieme ricco di prospettive.
Il testo condensa la ricca esperienza (di artista, di intellettuale e di politico) già accumulata da Carlo Levi, nel mezzo del cammino di sua vita: dal sodalizio politico e intellettuale con Piero Gobetti, poi con Carlo e Nello Rosselli e Leone Ginzburg nella militanza antifascista in “Giustizia e Libertà”, poi nelle profonde rivelazioni antropologiche del mondo contadino nel confino in Lucania. E’ un testo che l’autore considerava come il nucleo fondamentale di un raggiungimento teorico e poetico, che infatti riaffiorerà sottotraccia in tutte le sue opere successive, letterarie e pittoriche.
Alle due giornate di seminario, ad accesso gratuito fino ad esaurimento posti, parteciperanno studiosi di diverse discipline: Stefano Levi Della Torre, pittore e scrittore, già docente alla Scuola di Architettura del Politecnico di Milano, Luca Beltrami,  ricercatore presso il Dipartimento di Italianistica dell'Università di Genova, Marcella Marmo, già ordinario di Storia contemporanea presso l'Università di Napoli "Federico II”, Giacomo Corazzol dell'Institut de recherche et d'histoire des textes (IRHT) di Parigi, Alberto Cavaglion, docente di Storia dell'Ebraismo presso l'Università di Firenze, Maria Cristina Barducci, psicologa e psicoanalista junghiana, Girolamo Imbruglia, professore ordinario di Storia moderna presso l'Università di Napoli "l'Orientale", Filippo La Porta , saggista e critico letterario, Mario Manfredi, già ordinario di Filosofia morale nell'Università di Bari, Giuseppe Mininni, professore ordinario di Psicologia della comunicazione e dei media nell'Università di Bari, Silvia Valentini, neolaureata a Parma in Lettere Moderne con una tesi su L'Orologio di Carlo Levi.
Il seminario si aprirà il 26 novembre alle ore 15:00 con i saluti di Vito Bardi, Presidente della Regione Basilicata, Raffaello De Ruggeri, Sindaco di Matera, Salvatore Adduce e Paolo Verri, Presidente e Direttore della Fondazione Matera Basilicata 2019, Marta Ragozzino, Direttore del Polo Museale della Basilicata, Lorenzo Rota, Presidente del Centro Carlo Levi Matera.
A chiusura del seminario, il 27 novembre alle 20:45 presso il Cinema Piccolo (ingresso con Passaporto per Matera 2019, senza prenotazione), verrà presentato in anteprima il film “Lucus a Lucendo. A proposito di Carlo Levi” di Alessandra Lancellotti ed Enrico Masiuna, un viaggio per luoghi, immagini, e tracce dell’eredità di un grande pittore, un grande scrittore, un grande uomo del nostro Novecento. Il film è una produzione Caucaso con Istituto Luce Cinecittà, e in collaborazione con Domus Films, realizzato con il sostegno della Film Commission Torino Piemonte - Piemonte Doc Film Fund, con il Fondo Etico BCC Basilicata, il supporto della Fondazione Carlo Levi, del Comune di Tursi, del Comune di Aliano e con il Patrocinio della Città di Torino, Città di Matera e Lucana Film Commission. Il 28 novembre, nel giorno che precede il compleanno di Carlo Levi, il Comune di Aliano, luogo dove Carlo visse il suo confino e fu sepolto, ospiterà  una nuova anteprima del film, nell'ambito dell'evento "Aliano Capitale per un giorno" coprodotto dal Comune di Aliano e Fondazione Matera Basilicata 2019.

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Petrolio, Rosa: sindaci al centro del dibattito

“In merito alla rinegoziazione delle compensazioni ambientali con l’Eni inerenti il rinnovo della concessione Val d’Agri, come pure per Tempa Rossa, il governo regionale ha sempre messo al centro del dibattito i sindaci, come rappresentanti delle comunità, le organizzazioni datoriali e i sindacati, senza nascondere nulla ma condividendo ogni fase delle trattative con le compagnie petrolifere”.
Lo afferma l’assessore regionale all’Ambiente ed Energia, Gianni Rosa, facendo sue in quanto condivise le dichiarazioni rilasciate dal sindaco di Viggiano, Amedeo Cicala, di concerto con altri sindaci del comprensorio. 
“Sulla questione petrolio, proprio con il sindaco Cicala – aggiunge Rosa - ho già avuto modo di confrontarmi in due occasioni: la prima quando ho presentato a lui e ai primi cittadini di Grumento e Montemurro il progetto di rinnovo della concessione, la seconda in un incontro con gli stessi Comuni ed Eni per l’ultima fiammata fuoriuscita dall’impianto Cova di Viggiano.
Come, poi, sanno informalmente i sindaci della concessione Val d’Agri, il presidente Bardi, ha fissato un incontro per il 3 dicembre, propedeutico al prossimo incontro da programmare con Eni, proprio per fare sintesi dell’esperienza di 20 anni di petrolio e nell’occasione parlare sia delle problematiche che il territorio ha vissuto sia delle tematiche da affrontare per la ricontrattazione con l’Eni.
Tutela della salute dei cittadini e dell’ambiente sono valori non negoziabili per il governo Bardi. Sviluppo sostenibile oltre il petrolio il nodo focale dei negoziati. Questa è una giunta – conclude Rosa – che guarda ai cittadini alla luce del sole e in piena trasparenza senza altri fini se non il bene dei lucani, in questo caso come negli altri”.

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Come è andato l’incontro tra Di Maio e Beppe Grillo

La riunione tra il leader e il guru del M5s finisce in distensione: «Siamo d'accordo su tutto», dice il ministro. E Beppe lo conferma ma aggiunge: «Sarò più presente per aiutarlo».

Perfettamente allineati, fiducia reciproca confermata. O almeno così dicono. L’incontro tra Luigi Di Maio e Beppe Grillo, tenutosi a Roma, all’hotel Forum, si è concluso dopo un’ora e mezza. «Siamo d’accordo su tutto, abbiamo smentito le leggende metropolitane di questi giorni», ha detto Di Maio prima di partire per la Sicilia, dove riprenderà il tour cominciato il 22 novembre. E Grillo ha speso parole di elogio per il leader del Movimento da lui fondato e di cui si fa garante: «Lavora 25 ore al giorno e non può essere sostituito per nessuna ragione, anzi va sostenuto». Poi però ha aggiunto una postilla: «Io ci sarò di più e gli darò una mano». Se non è commissariamento, poco ci manca. «Una persona deve poter decidere e fare scelte importanti. Un referente ci vuole», ha aggiunto Grillo all’interno di una nota diramata dopo l’incontro.

NUOVO CONTRATTO DI GOVERNO

I due hanno discusso del nuovo corso governativo del M5S. «Non possiamo essere gli stessi di prima, dobbiamo guardare avanti con grande entusiasmo», hanno sottolineato Di Maio e Beppe Grillo, convenendo sull’ipotesi di avanzare la proposta di un nuovo contratto di governo «a partire da gennaio» per finalizzare «progetti ambiziosi e di alto livello, con lo scopo di intervenire su tematiche fondamentali del nostro Paese e non solo come il clima, salario minimo, il reddito universale, l’intelligenza artificiale, l’energia, le infrastrutture». Secondo il capo politico e il garante, «il mondo è già cambiato», questo «è un momento di grande entusiasmo» e il futuro bisogna progettarlo insieme.

GRILLO: «SERVE EUFORIA»

«È un momento magico. Noi non possiamo continuare a fare dei Facebook in cui si dice questo qua non va bene. Adesso le cose devono essere chiare, il capo politico è lui, quindi non rompete i coglioni perché sennò ci rimettiamo tutti», ha poi ribadito Beppe Grillo in un video con Di Maio pubblicato su Facebook. «Siamo in un momento di caos, ma il caos è nella nostra natura, è nel caos che vengono fuori le belle idee. Il discorso è che non possiamo essere gli stessi, pensare come eravamo. Noi eravamo meravigliosi. Ma dobbiamo essere straordinariamente euforici», ha aggiunto. Grillo ha poi parlato delle elezioni in Emilia-Romagna: «Ci andiamo per beneficenza. Come dai un euro a uno non puoi dare un piccolo voto anche a noi per beneficenza? Così magari facciamo da tramite tra una destra un po’ pericolosetta e una sinistra che si deve formare anche lì», ha detto. Con la sinistra, però, c’è l’idea di continuare a collaborare per «progetti alti, bellissimi. Sui trasporti, su come costruire le cose, su cosa è la città… È un momento magico».

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