Elezioni in Romania, vince il conservatore Iohannis

Doppiata al ballottaggio la sfidante Dancila. Alla seconda sconfitta dopo la caduta del governo. Rafforzamento dei rapporti con l'Ue e lotta alla corruzione: il manifesto del presidente.

In Romania il presidente uscente, il conservatore europeista Klaus Iohannis, ha vinto il ballottaggio delle elezioni presidenziali, ottenendo il secondo mandato consecutivo dopo la vittoria del 2014. Stando agli exit poll, a Iohannis è andato tra il 65% e il 67% dei voti, praticamente il doppio delle preferenze ottenute dalla sfidante, la ex premier socialdemocratica Viorica Dancila, attestatasi al 33%-35%. Una vittoria schiacciante che va ben oltre le previsioni della vigilia e che appare molto più ampia del successo ottenuto da Iohannis al primo turno. «Oggi ha vinto la Romania, la Romania moderna, europea, normale», ha detto il presidente. «I romeni sono stati gli eroi di questi giorni, sono andati numerosi a votare e questa è la cosa più importante», ha aggiunto Iohannis. Iohannis ha potuto contare sul sostegno delle altre forze di centrodestra, mentre Dancila è rimasta a gareggiare da sola dopo che anche i suoi alleati di centrosinistra l’hanno abbandonata, causando la caduta del suo governo, sfiduciato il mese scorso in parlamento.

EUROPEISMO E LOTTA ALLA CORRUZIONE

Nato a Sibiu 60 anni fa, di origini sassoni e appartenente alla minoranza tedesca della Romania, Iohannis conquista un secondo mandato, che gli dà l’opportunità di continuare la sua politica fortemente europeista e la battaglia contro la corruzione, che dilaga anche nelle alte sfere politiche e amministrative. Una battaglia che, unitamente ai ripetuti appelli a recarsi alle urne, è stato il suo cavallo di battaglia durante la campagna elettorale. All’ex premier Dancila invece non è bastato l’essersi appellata ai valori nazionali per recuperare il consistente gap di voti accumulato nel primo turno delle elezioni. In poco più di due mesi è la seconda, pesante sconfitta per la Dancila, delfina di Liviu Dragnea, il deus ex machina del partito socialdemocratico (Psd) che sta scontando una pena di tre anni e mezzo per corruzione. A metà ottobre, infatti, il governo Dancila è stato sfiduciato dal parlamento dopo aver perso l’appoggio di Alde (alleato nei tre anni di governo) e dell’altro partito di centrosinistra Pro Romania dell’ ex premier Victor Ponta.

PRESIDENZA E GOVERNO DELLO STESSO COLORE

Per il Psd, erede del vecchio partito comunista, si prospetta dunque la necessità di una profonda ristrutturazione in vista delle prossime elezioni parlamentari che si terranno nell’autunno del 2020. A traghettare il Paese fino a quella data, e a meno di altre crisi o di elezioni anticipate, sarà il nuovo governo guidato da Ludovic Orban, del partito liberale di Iohannis, che è subentrato alla Dancila. E dopo anni di scomoda coabitazione, presidenza e governo avranno lo stesso colore politico, evento piuttosto raro nella Romania del dopo Ceausescu. L’obiettivo principale per Iohannis e il centrodestra sarà verosimilmente il rafforzamento da una parte dei rapporti con Bruxelles e dall’altra del peso del Paese balcanico all’interno dell’Unione Europea.

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Rai: le spine di Salini sono le nomine tigì, Fiorello e Mn

L'ad di Viale Mazzini sotto pressione per il cambio dei direttori dei telegiornali. Ma a preoccupare sono anche il presunto conflitto di interessi del capo comunicazione Giannotti e il costo dell'operazione Viva RaiPlay.

Il 26 novembre Fabrizio Salini è pronto a essere ascoltato in Commissione di vigilanza Rai. Per l’amministratore delegato della tivù di Stato si annunciano giorni di passione, cosa che lui, che soffre la troppa pressione, sicuramente vorrebbe evitarsi. Ma oramai la partita Rai non è più rinviabile. Ovvero non è più procrastinabile intervenire su una situazione che è ancora figlia del Conte Uno e dell’alleanza giallo-verde.

Ora, se Giuseppe Conte (bis) e i grillini sono rimasti, sono il Pd e Matteo Renzi che, entrati nella nuova compagine di governo, reclamano a gran voce che il tormentato universo della tivù pubblica ne prenda atto. Come fatto trapelare senza troppi paludamenti, il partito di Nicola Zingaretti punta al Tg1, guidato ora da Giuseppe Carboni in quota M5s. Il suo candidato è il sempreverde (il colore non allude ovviamente a simpatie leghiste) Antonio Di Bella, attualmente alla guida di Rai News.

Di Bella è il candidato più forte, ma non l’unico: c’è il vecchio direttore della testata ammiraglia nonché ex direttore generale dell’ente Mario Orfeo che chiede di essere valorizzato. Momentaneamente parcheggiato a Rai Way, Orfeo vuole tornare a pieno titolo nell’agone delle news. Sconta però un certo ostracismo dei pentastellati, che gli preferiscono di gran lunga Franco Di Mare, da luglio vicedirettore di RaiUno con delega agli approfondimenti e alle inchieste.

ANCORA NESSUNA CERTEZZA PER LE NOMINE DEI TELEGIORNALI

Ma che i telegiornali vengano toccati dall’ondata delle future nomine è ancora tutto da vedere. Salini sa che la materia è incandescente, e nel tentativo di limitare i danni vorrebbe offrire in pasto alla politica solo il rinnovo dei direttori di rete. I corridoi di viale Mazzini segnalano, ma con la dovuta aleatorietà di una situazione che cambia da un giorno all’altro, il seguente organigramma: Stefano Coletta a RaiUno, Marcello Ciannamea alla Seconda Rete, e l’onniprensente Di Mare, sempre non vada al Tg1, al vertice di RaiTre.

A viale Mazzini quasi sempre chi entra papa rimane cardinale

Ma si sa, a viale Mazzini quasi sempre chi entra papa rimane cardinale, e dunque la prudenza è d’obbligo. Un puzzle che è ulteriormente complicato dal fatto che Salini, forte dell’approvazione del suo piano industriale da parte del Mise, deve procedere alla nomina dei responsabili delle divisioni trasversali. Lo farà o tergiverserà ancora? Qualcosa forse si saprà nel cda Rai che si terrà due giorni dopo l’audizione dell’ad in Commissione di vigilanza.

Foto di Stefano Colarieti / LaPresse.

E poi c’è una ulteriore grana che non promette nulla di buono. Complice Striscia la notizia, è deflagrato il caso della società di comunicazione Mn, dove Marcello Giannotti ha lavorato dal 2015 al 2018 prima di essere chiamato da Salini a guidare la comunicazione Rai. Quasi sicuro che il cda chiederà a Salini spiegazioni su quello che alcuni giudicano un conflitto di interessi, altri come minimo una evidente caduta di stile. Mn, in trattativa per Sanremo (anche se la società smentisce), segue la comunicazione di Fiorello e della nuova serie I Medici, pagata da Lux Vide ma nell’ambito di una coproduzione Rai.

I DETTAGLI ECONOMICI SUL PROGRAMMA DI FIORELLO RIMANGONO UN MISTERO

Sempre nei corridoi di viale Mazzini si sussurra anche di un altro capitolo che chiamerebbe in causa Giannotti, ovvero una serie di contratti che la Comunicazione avrebbe sottoscritto con alcune testate online per ospitare una serie di redazionali sull’attività della Rai e del suo ad. E poi c’è il caso Fiorello, l’operazione su cui Salini ha puntato, ma i cui contorni sono ancora avvolti nel mistero. Per quello che è stato venduto come l’appuntamento televisivo dell’anno, il ritorno dello showman sulla piattaforma di Rai Play, non sono mai stati comunicati i dettagli economici.

Indiscrezioni in possesso di Lettera43 parlano di un costo complessivo dell’operazione Fiorello di circa 10 milioni di euro

Sarà il prossimo cda l’occasione per fare chiarezza? Indiscrezioni in possesso di Lettera43 parlano di un costo complessivo dell’operazione di circa 10 milioni di euro. Una cifra che comprende l’ingaggio di Fiorello, quello dei suoi autori, la campagna di marketing che ha accompagnato il ritorno dello showman sul piccolo schermo, e la realizzazione di tre set volanti destinati a essere smontati il prossimo dicembre alla fine del programma.

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

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Rai: le spine di Salini sono le nomine tigì, Fiorello e Mn

L'ad di Viale Mazzini sotto pressione per il cambio dei direttori dei telegiornali. Ma a preoccupare sono anche il presunto conflitto di interessi del capo comunicazione Giannotti e il costo dell'operazione Viva RaiPlay.

Il 26 novembre Fabrizio Salini è pronto a essere ascoltato in Commissione di vigilanza Rai. Per l’amministratore delegato della tivù di Stato si annunciano giorni di passione, cosa che lui, che soffre la troppa pressione, sicuramente vorrebbe evitarsi. Ma oramai la partita Rai non è più rinviabile. Ovvero non è più procrastinabile intervenire su una situazione che è ancora figlia del Conte Uno e dell’alleanza giallo-verde.

Ora, se Giuseppe Conte (bis) e i grillini sono rimasti, sono il Pd e Matteo Renzi che, entrati nella nuova compagine di governo, reclamano a gran voce che il tormentato universo della tivù pubblica ne prenda atto. Come fatto trapelare senza troppi paludamenti, il partito di Nicola Zingaretti punta al Tg1, guidato ora da Giuseppe Carboni in quota M5s. Il suo candidato è il sempreverde (il colore non allude ovviamente a simpatie leghiste) Antonio Di Bella, attualmente alla guida di Rai News.

Di Bella è il candidato più forte, ma non l’unico: c’è il vecchio direttore della testata ammiraglia nonché ex direttore generale dell’ente Mario Orfeo che chiede di essere valorizzato. Momentaneamente parcheggiato a Rai Way, Orfeo vuole tornare a pieno titolo nell’agone delle news. Sconta però un certo ostracismo dei pentastellati, che gli preferiscono di gran lunga Franco Di Mare, da luglio vicedirettore di RaiUno con delega agli approfondimenti e alle inchieste.

ANCORA NESSUNA CERTEZZA PER LE NOMINE DEI TELEGIORNALI

Ma che i telegiornali vengano toccati dall’ondata delle future nomine è ancora tutto da vedere. Salini sa che la materia è incandescente, e nel tentativo di limitare i danni vorrebbe offrire in pasto alla politica solo il rinnovo dei direttori di rete. I corridoi di viale Mazzini segnalano, ma con la dovuta aleatorietà di una situazione che cambia da un giorno all’altro, il seguente organigramma: Stefano Coletta a RaiUno, Marcello Ciannamea alla Seconda Rete, e l’onniprensente Di Mare, sempre non vada al Tg1, al vertice di RaiTre.

A viale Mazzini quasi sempre chi entra papa rimane cardinale

Ma si sa, a viale Mazzini quasi sempre chi entra papa rimane cardinale, e dunque la prudenza è d’obbligo. Un puzzle che è ulteriormente complicato dal fatto che Salini, forte dell’approvazione del suo piano industriale da parte del Mise, deve procedere alla nomina dei responsabili delle divisioni trasversali. Lo farà o tergiverserà ancora? Qualcosa forse si saprà nel cda Rai che si terrà due giorni dopo l’audizione dell’ad in Commissione di vigilanza.

Foto di Stefano Colarieti / LaPresse.

E poi c’è una ulteriore grana che non promette nulla di buono. Complice Striscia la notizia, è deflagrato il caso della società di comunicazione Mn, dove Marcello Giannotti ha lavorato dal 2015 al 2018 prima di essere chiamato da Salini a guidare la comunicazione Rai. Quasi sicuro che il cda chiederà a Salini spiegazioni su quello che alcuni giudicano un conflitto di interessi, altri come minimo una evidente caduta di stile. Mn, in trattativa per Sanremo (anche se la società smentisce), segue la comunicazione di Fiorello e della nuova serie I Medici, pagata da Lux Vide ma nell’ambito di una coproduzione Rai.

I DETTAGLI ECONOMICI SUL PROGRAMMA DI FIORELLO RIMANGONO UN MISTERO

Sempre nei corridoi di viale Mazzini si sussurra anche di un altro capitolo che chiamerebbe in causa Giannotti, ovvero una serie di contratti che la Comunicazione avrebbe sottoscritto con alcune testate online per ospitare una serie di redazionali sull’attività della Rai e del suo ad. E poi c’è il caso Fiorello, l’operazione su cui Salini ha puntato, ma i cui contorni sono ancora avvolti nel mistero. Per quello che è stato venduto come l’appuntamento televisivo dell’anno, il ritorno dello showman sulla piattaforma di Rai Play, non sono mai stati comunicati i dettagli economici.

Indiscrezioni in possesso di Lettera43 parlano di un costo complessivo dell’operazione Fiorello di circa 10 milioni di euro

Sarà il prossimo cda l’occasione per fare chiarezza? Indiscrezioni in possesso di Lettera43 parlano di un costo complessivo dell’operazione di circa 10 milioni di euro. Una cifra che comprende l’ingaggio di Fiorello, quello dei suoi autori, la campagna di marketing che ha accompagnato il ritorno dello showman sul piccolo schermo, e la realizzazione di tre set volanti destinati a essere smontati il prossimo dicembre alla fine del programma.

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

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Perché è giunto il momento che il Pd dialoghi con il M5s e Beppe Grillo

Sarebbe un errore chiudere la porta al M5s. Il cofondatore cerca di salvare la propria creatura e la sua disperazione può offrire la possibilità di un dialogo difficile ma, se serio, molto utile.

Beppe Grillo ancora una volta tiene in piedi Luigi Di Maio e soprattutto lo costringe a mantenere in vita l’alleanza con il Pd, anzi gli suggerisce di dar vita a un progetto comune. Gli interventi tampone del padre fondatore ormai non si contano più e a stento riescono a impedire il crollo di una baracca che, nelle mani di Di Maio e di Casaleggio junior, appare sempre più destrutturata.

LA CRISI DEL GRILLISMO

La crisi del grillismo è evidente ed è stata prevedibile (e prevista). Il successo elettorale con le responsabilità di governo ha fatto venir fuori l’amalgama mal riuscito del blocco elettorale pentastellato, la fragilità del gruppo dirigente, l’incauta alleanza con il vorace Matteo Salvini che se li è mangiati pezzo dopo pezzo durante il primo governo Conte. L’autogol estivo del capo della Lega ha dato al Movimento 5 stelle la possibilità di un nuovo inizio che è stato accolto di malagrazia da Di Maio, vedovo inconsolabile della destra e soprattutto prigioniero di Salvini. 

GLI SFORZI DI GRILLO E TRAVAGLIO

In questi mesi molti elettori di destra dei 5 stelle se ne sono andati con il capo della Lega ed è facile ipotizzare che quelli rimasti siano in gran parte “nativi” 5 stelle o elettori di sinistra giunti al grillismo per protesta verso la leadership del Pd e dei partiti affini. Questa situazione, per tanti aspetti disperata, avrebbe dovuto condurre Di Maio e gli altri a fare di necessità virtù, invece la leadership 5 stelle ha continuato ad accontentarsi della rendita di posizione, via via più ridotta, garantita dal governo e dalla guida del Movimento sperando nello “stellone”. Solo i due padri fondatori, Beppe Grillo e Marco Travaglio, hanno cercato di far quadrare il cerchio spingendo quel che resta del movimento a una solida alleanza con la sinistra e soprattutto a una riaffermata opposizione a Matteo Salvini.

GLI ERRORI DI VALUTAZIONE DELLA SINISTRA

A sinistra la discussione sui 5 stelle non è mai terminata anche se sarebbe più opportuno dire che non è mai iniziata. L’unico punto di analisi che i leader di sinistra più dialoganti hanno è la presenza nel grillismo di una base elettorale popolare con molti contatti con il vecchio popolo della sinistra. Osservazione intelligente ma culturalmente poverissima. Hanno ignorato invece l’aspetto programmatico che sorreggeva questo movimento, la sua logica antipartitica, il suo rifiuto della democrazia, la predilezione per il putinismo, l’amore per la decrescita infelice con la distruzione di fabbriche, come si è visto con l’atteggiamento tenuto sull’Ilva di Taranto. Insomma la massiccia presenza di popolo nei 5 stelle, peraltro espressione politica del potere giudiziario, non faceva sorgere una piattaforma di sinistra, ancorchè azzardata.

I GRILLINI VANNO SFIDATI SUI PROGRAMMI

Ora la situazione sta cambiando. Il popolo in gran parte se ne è andato, le posizioni più stupide nel movimento sono flebili, si fanno pressanti le richieste perché quel che resta dei 5 stelle apra un dialogo in profondità con la sinistra. Accettare o rifiutare? Sarebbe un errore rifiutare. È evidente che lasciati da soli i 5 stelle moriranno nel giro di una o due tornate elettorali. Ma nessuno di noi sa dove finiranno quei voti. Mi sembra difficile immaginare che, sic et simpliciter, tornino o vengano per la prima volta a sinistra. Perché questo “miracolo” si compia è necessario un atteggiamento con i 5 stelle che li sfidi sui programmi nel quadro di una ipotesi di alleanza non più solo anti-salviniana. È necessario che il gruppo dirigente del Pd legga meno i giornali e i post sui social dei più noti giornalisti dell’Espresso-Repubblica o di quelli, i cerchiobottisti, che da anni inseguono la chimera di una formazione destra-sinistra che non c’è mai stata né mai ci sarà.

IL PD SI COMPORTI DA PARTITO SERIO

La sinistra deve avere una propria strategia che significa chiedere un dialogo sulla base di punti irrinunciabili sia di carattere politico-istituzionale sia di carattere programmatico. Niente da inventare. Ci sono in tutti i documenti e in tutte le interviste che i leader del Pd o affini hanno fatto in questi due anni. Servirebbe solo comportarsi da partito serio e seriamente prendere in parola, per la prima volta, Beppe Grillo. La sua disperazione nel tentativo finale di salvare la propria creatura può consegnare la possibilità di un dialogo difficile ma, se serio, molto utile. Matteo Renzi non ci sta? Vada con Salvini.

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Lvmh si compra Tiffany per 14,7 miliardi di euro

Raggiunto l'accordo La transazione vale per Tiffany circa 14,7 miliardi di euro.

Un’altra acquisizione record per Lvmh. La società leader mondiale nel settore dei beni di lusso ha acquistato la gioielleria americana Tiffany. Lo hanno reso noto i due gruppi in una nota congiunta, confermando le indiscrezioni dei media americani su un’intesa preliminare. Nella nota delle due società si legge che è «stato raggiunto un accordo definitivo per l’acquisizione di Tiffany da parte di Lvmh al prezzo di 135 dollari per azione». La transazione vale per Tiffany circa 14,7 miliardi di euro, ovvero 16,2 miliardi di dollari», riferisce la nota.

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Il caso del Navy Seal che divide gli Stati Uniti

Edward Gallagher è accusato di crimini di guerra. Il segretario della Marina era pronto a espellerlo. Ma è stato messo all'angolo dal Pentagono, schieratosi (con Trump) a fianco del militare.

Il capo del Pentagono Mark Esper ha chiesto le dimissioni del segretario della Marina Richard Spencer per come ha gestito con la Casa Bianca il caso del Navy Seal accusato di crimini di guerra. Al centro della questione c’è il procedimento disciplinare che potrebbe far perdere lo status di Navy Seal a Edward Gallagher, condannato da una corte marziale per aver posato con il cadavere di un militante dell’Isis, anche se è stato assolto dall’accusa di averlo ucciso e di aver sparato deliberatamente su civili disarmati. Dopo la condanna è stato degradato e gli è stato decurtato lo stipendio. Rischiava anche di essere espulso dalla prestigiosa unità delle forze speciali ma ora il capo del Pentagono ha cancellato la commissione disciplinare che doveva esaminare la vicenda il 2 dicembre e ha autorizzato Gallagher ad andare in pensione come Navy Seal conservando il suo grado.

TRUMP DALLA PARTE DEL NAVY SEAL

Trump si è sempre schierato dalla parte di Gallagher. Nei giorni scorsi aveva ammonito su Twitter i vertici militari a non cacciarlo. Una mossa che aveva irritato il segretario della Marina, secondo cui «il processo conta per il buon ordine e la disciplina». Far finta di nulla, insomma, rischia di dare un messaggio sbagliato a tutti gli altri militari, legittimando azioni come quella di Gallagher. Per questo Spencer sembrava aver minacciato le dimissioni nel caso Trump avesse bloccato il procedimento, salvo poi negarle, forse dopo aver subito pressioni.

Buon ordine e disciplina sono anche obbedire agli ordini del presidente degli Stati Uniti

Richard Spencer, segretario della Marina

«Un tweet del presidente non è un ordine ma se arriva un ordine formale obbedisco», si era corretto. «Buon ordine e disciplina sono anche obbedire agli ordini del presidente degli Stati Uniti», aveva aggiunto, completando il dietrofront. Sembrava tutto risolto, tanto che la Casa Bianca aveva comunicato alla Marina che non sarebbe intervenuta per bloccare il procedimento disciplinare. Ma evidentemente al commander in chief non è andato giù l’iniziale ammutinamento di Spencer e ora ha chiesto la sua testa.

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L’appello di oltre 60 medici per “salvare” Assange

In una lettera aperta al governo britannico dottori di diverse nazionalità affermano che senza cure «urgenti» il fondatore di Wikileaks potrebbe morire in prigione.

«Salvate l’attivista Julian Assange». Oltre 60 medici di diverse nazionalità hanno scritto una lettera aperta al governo britannico e al ministro dell’interno Priti Patel in cui affermano che il fondatore di Wikileaks potrebbe morire in prigione senza cure «urgenti». Secondo i firmatari della missiva Assange soffre di problemi fisici e psicologici, e deve essere curato in un ospedale «attrezzato e con personale esperto». Assange, 48 anni, è detenuto in un carcere britannico dallo scorso maggio, dopo che l’Ecuador gli ha revocato il diritto di asilo. A febbraio inizieranno le udienze sulla richiesta di estradizione degli Usa. Mentre è caduta anche l’ultima indagine per stupro che era in corso in Svezia.

«VALUTAZIONE MEDICA URGENTE»

I medici britannici, europei, australiani e dello Sri Lanka, nella lettera diffusa da WikiLeaks affermano che «da un punto di vista medico, sulle indagini attualmente disponibili, nutriamo serie preoccupazioni riguardo all’idoneità del signor Assange ad essere processato nel febbraio 2020» E «soprattutto è nostra opinione che necessiti di una valutazione medica urgente da parte di esperti sul suo stato fisico e psicologico». Altrimenti, avvertono, «nutriamo serie preoccupazioni che possa morire in prigione». Assange è detenuto in Gran Bretagna per aver violato i termini della libertà vigilata, dopo essersi nascosto all’ambasciata ecuadoriana a Londra per sette anni. La scorsa settimana i magistrati svedesi hanno rinunciato all’indagine per stupro nei confronti del cyber-attivista australiano, che però dovrebbe rispondere alle accuse di spionaggio negli Stati Uniti.

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Gli indici della Borsa italiana e lo spread del 25 novembre 2019

Piazza Affari pronta ad aprire la seduta odierna. Hong Kong corre dopo le elezioni distrettuali. I mercati in diretta.

Borsa italiana pronta ad aprire la seduta del 25 novembre 2019.

LO SPREAD BTP BUND A 154 PUNTI

Lo spread tra Btp decennale e Bund tedesco riparte da 154 punti base.

GLI AGGIORNAMENTI DEI MERCATI IN DIRETTA

7.30 – TOKYO CHIUDE IN POSITIVO

La Borsa di Tokyo termina la prima seduta della settimana in positivo, con gli investitori che spostano la loro attenzione sulle trattative del commercio tra Cina e Stati Uniti, in seguito al risultato elettorale ad Hong Kong, che ha visto il trionfo dei democratici anti-Pechino. L’indice Nikkei avanza dello 0,78%, a quota 23.292,81, aggiungendo 179 punti. Sui mercati valutari lo yen arresta la fase di apprezzamento sul dollaro, trattando a 108,70, e sull’euro poco sopra a 120.

3.00 – HONG KONG APRE IN RIALZO

La Borsa di Hong Kong balza in avvio di seduta, in scia al risultato delle elezioni distrettuali che hanno visto l’ondata pro-democrazia che ha spazzato via il fronte pro-Pechino: l’indice Hang Seng guadagna nelle primissime battute 278,77 punti, salendo a quota 26.873,35, con un guadagno dell’1,05%.

1.30 – APERTURA POSITIVA PER TOKYO

La Borsa di Tokyo apre la prima seduta della settimana col segno più, con gli investitori che guardano agli sviluppi delle elezioni a Hong Kong dopo il trionfo dei democratici anti-Cina. L’indice Nikkei fa segnare un progresso dello 0,77%, a quota 23.291,69, aggiungendo 178 punti. Sul mercato dei cambi prevale ancora l’incertezza sui negoziati del commercio tra Cina e Usa, con lo yen che prosegue la fase di rafforzamento sul dollaro a 108,70 e sull’euro a 119,80.

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Maltempo in tutta Italia, allerta rossa in Emilia Romagna

Allarme arancione in altre sette regioni: Abruzzo, Calabria, Piemonte, Veneto, Marche, Lombardia e Puglia.

Fa sempre più paura il maltempo che sta attraversando l’Italia.
In Liguria un tratto di viadotto lungo l’A6 è crollato per una
frana
, mentre in Piemonte una voragine si è aperta sull’A21. Il
corpo di una donna travolta dal fiume Bormida è stato recuperato nell’Alessandrino.

LEGGI ANCHE: Lo spettro di un nuovo ponte Morandi

Il 25 novembre allerta rossa in Emilia Romagna; arancione in Abruzzo, Calabria, Piemonte, Veneto, Marche, Lombardia e Puglia; gialla in Val d’Aosta, Trentino Alto Adige, Campania, Molise, Basilicata, Umbria, Sicilia e Sardegna.

Il viadotto crollato. ANSA/ US VIGILI DEL FUOCO +++ NO SALES – EDITORIAL USE ONLY +++

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A Hong Kong i candidati democratici conquistano il 90% dei voti

Affluenza al 71,2%. La governatrice Lam ha assicurato di ascoltare «con umiltà le opinioni dei cittadini». Ma da Pechino ricordano che l'ex colonia è parte della Cina «a prescindere dal risultato elettorale».

I candidati democratici in corsa alle elezioni distrettuali di Hong Kong hanno conquistato quasi il 90% dei seggi. L’affluenza è stata del 71,2%. Ascolteremo «certamente con umiltà le opinioni dei cittadini» ha assicurato la governatrice Lam. «Hong Kong è parte integrante della Cina, a prescindere dal risultato elettorale», si appresta a commentare Pechino tramite il ministro degli Esteri cinese Wang Yi.

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Pizzarotti apre le porte alle Sardine

Il 25 novembre il movimento si riunisce a Parma, l'ex Stalingrado M5s. Incassando il sostegno del sindaco leader di Italia in Comune. Che agli organizzatori liceali dà un consiglio: «Dopo la mobilitazione per cambiare le cose è necessario entrare nelle istituzioni e mettersi in gioco».

Bologna e l’Emilia-Romagna si confermano laboratori politici. Lo dimostra il neo-nato movimento delle Sardine che proprio da Piazza Maggiore ha lanciato la sua sfida a Matteo Salvini in occasione delle Regionali del 26 gennaio.

Lunedì 25 novembre l’appuntamento è a Parma, l’ex Stalingrado grillina, dal 2012 governata da Federico Pizzarotti, ex M5s e ora leader di Italia in Comune.

GLI ORGANIZZATORI PIÙ GIOVANI D’ITALIA

Se i sondaggi danno in vantaggio il governatore uscente dem Stefano Bonaccini sulla sfidante leghista Lucia Borgonzoni (40% contro il 29,2% secondo i sondaggi Ixè del 20 novembre), bisogna pur tener conto che il Carroccio alle ultime Europee è stato il partito più votato in provincia (38,3%) e in città (31,6%). Detto questo, l’evento delle Sardine dovrebbe bissare il successo di Bologna e Modena: quasi 4 mila le adesioni su Facebook e oltre 10 mila le dimostrazioni di interesse.

LEGGI ANCHE: Le Sardine hanno registrato il marchio

Anche se gli organizzatori, la 18enne Joy Temiloluwa Olayanju e i 17enni Martino Bernuzzi e Francesco Martino, preferiscono essere cauti. «La risposta per ora sembra molto positiva ma basandosi solo su un clic è impossibile dire come andrà davvero», dicono a Lettera43.it. Il giorno scelto per la “chiamata del banco” è il 25 novembre e non è un caso visto che coincide con la Giornata mondiale contro la violenza sulle donne. «Volendo mandare un messaggio chiaro contro ogni tipo di odio crediamo che questa data possa dare un valore aggiunto alla nostra iniziativa», spiegano i tre organizzatori, i più giovani d’Italia.

Joy a Piazzapulita

Posted by Sardine Parma on Thursday, November 21, 2019

PIAZZA SENZA BANDIERE. E SENZA SALVINI IN CITTÀ

Il fatto che lunedì non sia previsto alcun intervento di Matteo Salvini a Parma non affievolisce la voglia di «contrapporsi al populismo e reagire a una campagna fondata sull’odio, sulla violenza perpetuata con ogni forma e sulla discriminazione», affermano con decisione le Sardine parmigiane. L’evento, ribadiscono i tre, non deve essere divisivo. Come a Bologna, non ci saranno bandiere di partito. «Siamo ancora molto giovani e non abbiamo rapporti diretti con i partiti», spiegano, «ma alle prossime elezioni regionali voteremo tutti (Martino e Francesco compiranno 18 anni a gennaio, ndr) e la politica ci interessa».

PIZZAROTTI SUPPORTER DELLE SARDINE

Un interesse reciproco visto che le Sardine non potevano non attirare l’attenzione della politica, a partire dal Pd (con il segretario dem Nicola Zingaretti e lo stesso Bonaccini) per arrivare al Movimento 5 stelle. Tra i loro supporter c’è anche il sindaco di Parma Pizzarotti, che lunedì a causa di un impegno all’estero sarà in piazza solo idealmente. «Ho incontrato i ragazzi e mi piace molto quello che stanno facendo», ha detto a Lettera43.it. «Il movimento che hanno fondato sta dando diversi insegnamenti alla politica, primo tra tutti che le mobilitazioni di massa per funzionare debbano essere eventi spontanei ai quali le persone sentano di voler aderire liberamente per manifestare a favore o contro un’idea», continua il primo cittadino.

LEGGI ANCHE: Mattia Santori sulle sfide e il futuro delle Sardine

Ma il sindaco mette in guardia i ragazzi. «Una mobilitazione di piazza senza un successivo sfogo nella politica concreta rischi di limitarsi solo a slogan sterili privi di futuro, come avvenuto in passato con altri movimenti simili», dice. «Il consiglio che do ai ragazzi, quindi, è quello di mantenere la propria identità ma allo stesso tempo pensare, magari in futuro, a un dialogo con la politica. Riuscire a portare in piazza le persone è un ottimo punto di partenza ma non significa conquistare un vero e duraturo consenso. Dopo la mobilitazione è necessario capire che per cambiare davvero le cose è essenziale avere la voglia di entrare nelle istituzioni è mettersi in gioco a livello pratico».

I RISCHIO DI STRUMENTALIZZAZIONE

Il rischio di strumentalizzazione, però, è dietro l’angolo. «La possibilità di essere usati c’è sempre», ammettono dal canto loro i tre organizzatori, «soprattutto in questi casi e vista la nostra età. Però vogliamo sperare e credere che questo non accada». Dubbi più che leciti soprattutto in un terreno fluido come la Rete. Un esempio? Tre esponenti pugliesi di Italia in Comune (Michele Abbaticchio, vice coordinatore nazionale; Grazia Desario, segretaria di Barletta e Davide Carlucci, presidente provinciale) hanno aperto (insieme con altri) la pagina Facebook L’Arcipelago delle Sardine, generando entusiasmo ma anche parecchia confusione, tanto che è stato necessario spiegare che il gruppo non è una «alternativa della pagina ufficiale delle 6000 Sardine, bensì un gruppo di promozione e condivisione di idee antifasciste e contro il becero populismo» che dialoga con la pagina ufficiale.

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Dell’iniziativa Pizzarotti, presidente del partito, non sapeva nulla. «L’ho appreso anch’io dalla Rete ma si tratta solo di un tentativo di coinvolgere anche il Sud Italia, in questo caso la Puglia, in un’iniziativa nata al Nord», chiarisce. «Non c’è la minima volontà di mettere il cappello su un successo i cui meriti non sono di alcun partito, tanto meno il nostro. Nessuna manovra dall’alto anzi, va riconosciuta la bravura di un gruppo di studenti capaci che stanno organizzando un grande evento che spero abbia il successo che merita».


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Ilva, manovra, riforma del Mes: gli ostacoli del governo per arrivare a fine 2019

Da qui alla fine dell'anno il governo Conte bis rischia di inciampare. Tutti i fronti caldi che possono spaccare la maggioranza entro la fine dell'anno.

Aumentano gli ostacoli sul cammino del governo Conte bis. Tanto che potrebbe rivelarsi persino ottimistica la previsione che fissa la scadenza della maggioranza M5s-Pd-Italia viva-Leu al prossimo 26 gennaio, giorno delle Regionali emiliano-romagnole. Una sconfitta in casa potrebbe infatti convincere i democratici a strappare l’alleanza, soprattutto considerato che Matteo Renzi sembra voler trascinare l’esperienza governativa al solo scopo di logorarli. Ma da qui alla fine di gennaio c’è comunque ancora da portare a casa la legge di Bilancio, discutere sulla riforma della giustizia e sullo Ius soli, senza dimenticare la necessità di trovare un accordo sulle sorti dell’Ilva. L’inciampo, insomma, rischia di essere dietro l’angolo. Ecco una veloce rassegna delle prove che l’esecutivo dovrà affrontare nei prossimi giorni.

IUS SOLI E IUS CULTURAE: LA BATTAGLIA DEL PD

La prima fibrillazione potrebbe arrivare dalla decisione del Pd di provare a portare a compimento l’introduzione nel nostro ordinamento dello Ius soli. Nicola Zingaretti ne ha bisogno per far ritrovare al partito una propria identità di sinistra. L’alleato pentastellato teme invece di perdere altro consenso tra gli elettori. «Col maltempo che flagella l’Italia, il futuro di 11 mila lavoratori a Taranto in discussione, qui si parla di ius soli: sono sconcertato», ha sibilato Luigi Di Maio. Non è la prima volta che questo tema mette in difficoltà un esecutivo. Accadde anche tra il 2015 e il 2017, quando il partito di Angelino Alfano congelò l’azione del governo Renzi prima e Gentiloni poi. La riforma, auspicata da Leu, dovrebbe essere sostenuta anche dai renziani.

L’intervento del segretario nazionale del Partito democratico Nicola Zingaretti alla convention del Pd a Bologna il 17 novembre.

BARUFFA SU QUOTA 100

C’è un altro tema che potrebbe registrare una inedita convergenza tra Partito democratico e Italia viva: l’abrogazione di Quota 100, che è per sua stessa natura destinata comunque a sparire, quindi bisognerà vedere come intendano concretamente anticiparne la chiusura. Eppure, sulla fine della riforma leghista il governo giallorosso discute da quando è nato. In ottobre, i malumori interni alla maggioranza (in quell’occasione la partita si giocò tra renziani e grillini, con i democratici alla finestra) fecero persino slittare alle ultime ore disponibili il Consiglio dei ministri per sciogliere i nodi sul documento programmatico di bilancio da inviare improrogabilmente alla Commissione europea. Ora il tema sembra essere cavalcato con prepotenza anche da Zingaretti, cui Di Maio ha già replicato in modo stizzito: «Qui siamo all’assurdo che si vuole fare lo Ius soli da una parte e togliere Quota 100 dall’altra per ritornare alla legge Fornero. Mi sembra un po’ eccessivo».

Matteo Renzi, leader di Italia Viva.

LA GRANDE BATTAGLIA SULLA LEGGE DI BILANCIO

L’ultima batosta elettorale subita dalle forze di maggioranza alle Regionali umbre di fine ottobre sembra averle spronate ad avanzare proposte dal forte sapore propagandistico in sede di legge di Bilancio. E così una manovra quasi integralmente dedicata al reperimento di risorse per il disinnesco delle clausole Iva rischia ora di tramutarsi in tutt’altro, se si considera la gragnuolata di 4.550 emendamenti presentati in commissione Bilancio al Senato. Di questi, 921 sono piovuti dal Partito democratico, 435 portano la firma di Movimento 5 stelle e 230 sono stati presentati dai renziani, segno che nei prossimi giorni si giocherà una intensa battaglia muscolare. Tra i punti di maggior frizione, la richiesta del Pd di abbassare la plastic tax voluta dai pentastellati da 1 euro a 80 centesimi al chilo mentre potrebbe essere più facile una intesa sulle tasse sulle auto aziendali inquinanti, oggetto di emendamenti firmati tanto dai dem quanto dai grillini. Su questo fronte, sarà Italia viva la più difficile da accontentare, dato che i renziani si trincerano dietro la volontà di espungere dalla manovra tutte le “micro-tasse” e non sembrano disponibili a trattare.

Matteo Salvini (Foto LaPresse/Filippo Rubin).

L’INCOGNITA SULL’ABOLIZIONE DEI DECRETI SALVINI

Sembra che il “nuovo” Pd che Zingaretti sta provando a tratteggiare sia intenzionato a chiedere agli alleati di governo un altro coraggioso passo avanti per rimarcare le differenze rispetto all’era gialloverde: l’abolizione dei decreti Salvini. «Creano discriminazioni e insicurezza», ha detto il segretario dem da Bologna. Ma quei decreti, nonostante se li fosse intestati il leader della Lega, portano anche le firme di Giuseppe Conte e di Luigi Di Maio, immortalati sorridenti accanto all’allora ministro dell’Interno al momento del varo. Difficile per loro rimangiarsi l‘intero testo, più facile che si vada verso un ammorbidimento per cercare una quadra. Anche in questo caso, si avrebbe una convergenza tra Pd, Italia viva e Leu e una contrapposizione comune con M5s.

Il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede.

LA RIFORMA DELLA PRESCRIZIONE

Nubi oscure si addensano anche sulla riforma della prescrizione voluta dai 5 stelle contenuta nella Spazzacorrotti. I pentastellati, che un anno fa riuscirono a convincere la Lega a sostenerla, la consideravano ormai portata a casa. Invece il Pd sembra tentato di ridiscuterne i contorni approfittando del nuovo testo di riforma della giustizia su cui il governo sta lavorando. Secondo le nuove norme, dal primo gennaio 2020 le lancette dell’orologio della prescrizione si congeleranno dopo la sentenza di primo grado. «Il cittadino resterà dunque in balia della giustizia penale per un tempo indefinito, cioè fino a quando lo Stato non sarà in grado di celebrare definitivamente il processo che lo riguarda», ha già denunciato l’Unione delle Camere penali.

LO SCUDO DELL’ILVA SPACCA I 5 STELLE

Finora non sono serviti gli appelli all’unità che il presidente del Consiglio Conte ha rivolto ai sostenitori della maggioranza. I giallorossi rischiano infatti di arrivare al tavolo con l’Ilva separati e litigiosi. Il punto del contendere è sempre lo stesso: il ripristino dello scudo penale, che Pd e Italia viva sarebbero disponibili a concedere ad ArcelorMittal per toglierle facili pretesti. Anche Di Maio sembra possibilista, ma teme di spaccare il partito, già incrinato da tutte le batoste elettorali subite nell’arco del 2019, e non sembra avere la forza per opporsi all’irremovibilità della fronda pugliese capitanata da Barbara Lezzi.

manovra conte di maio evasione fiscale
Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte con il ministro degli Esteri Luigi Di Maio.

LE TRIBOLAZIONI SULLA RIFORMA DEL MES

Studiato nel 2012 per sostituire e unire due istituti analoghi (il Fondo europeo di stabilità finanziaria e il Meccanismo europeo di stabilizzazione finanziaria), il Mes (o Esm secondo l’acronimo inglese) è il Fondo salva-Stati che l’Unione europea riserva ai Paesi membri in difficoltà in cambio di riforme strutturali imposte dalla Commissione. Ora Bruxelles ha stabilito di riformarlo, decisione che sta causando l’insonnia del governo. Secondo le nuove condizioni d’accesso (non essere in procedura d’infrazione, avere da almeno un biennio un deficit sotto il 3% e un debito pubblico sotto al 60%), l’Italia verrebbe automaticamente esclusa dal programma di aiuti e, per potervi accedere, dovrebbe accettare, spalle al muro, una pesante ristrutturazione del debito con un cronoprogramma scritto a Bruxelles che rischia di essere lacrime e sangue. I sovranisti sono già all’attacco e sostengono persino che Conte abbia firmato «l’eurofollia» (credit di Giorgia Meloni) di nascosto.

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In realtà, l’iter per una eventuale ratifica non è nemmeno stato avviato, ma bisognerà vedere come intende procedere l’esecutivo e se si apriranno crepe anche su un fronte che rappresenta per Salvini e Meloni una ghiotta opportunità di muovere guerra ai giallorossi. Il leader della Lega è partito all’attacco: «Conte subito in parlamento a dire la verità, il sì alla modifica del Mes sarebbe la rovina per milioni di italiani e la fine della sovranità nazionale».

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Il completo di Loewe simile alle uniformi dell’Olocausto

Il brand di lusso si è scusato dopo che un capo della capsule collection William De Morgan è stato paragonato alle uniformi dei campi di concentramento. E ha ritirato il completo dalle vendite.

Probabilmente le intenzioni erano delle migliori, ma lo scivolone di cattivo gusto non è passato inosservato. Una casa di moda di lusso si è scusata dopo essere stata criticata per aver venduto un completo da donna piuttosto simile alle uniformi dei campi di concentramento dell’Olocausto. Il brand è Loewe, un marchio di lusso con sede in Spagna, che ha venduto l’abito come parte della sua capsule collection William De Morgan, disponibile dal 14 novembre, che si ispira al ceramista britannico del XIX secolo. Molti che hanno criticato l’outfit – incluso Diet Prada, account di watchdog dell’industria della moda su Instagram – hanno citato le somiglianze con le uniformi dei campi di concentramento indossate dalle vittime dell’Olocausto, che consistevano anche in camicie abbottonate a righe verticali e pantaloni abbinati. Loewe ha presentato le scuse tramite l’account Instagram del marchio (che conta quasi due milioni di follower) e da allora ha rimosso i prodotti dal suo sito Web. «È stato portato alla nostra attenzione che uno dei nostri look poteva essere frainteso come riferito a uno dei momenti più odiosi della storia dell’umanità», si legge nella nota dell’azienda.

«Non è mai stata nostra intenzione e ci scusiamo con chiunque abbia pensato che siamo stati insensibili al tema. I prodotti presentati sono stati rimossi dalla nostra offerta commerciale». Non è la prima volta che i marchi vengono presi di mira per la vendita di abiti che ricordano l’Olocausto. Anche Zara, brand spagnolo proprio come Loewe, si era scusata nel 2014 per aver venduto una maglietta a strisce con una stella gialla, che ricordava sempre le uniformi indossate dai detenuti dei campi di concentramento ebraici. La compagnia aveva affermato che la maglietta era in realtà ispirata alle ‘star dello sceriffo dei film western classici’, ma travolta dalle polemiche ha comunque ritirato il capo poche ore dopo che era stato messo in vendita.

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Cetto c’è ed è più sovranista dei sovranisti

Esce nelle sale il nuovo film di Antonio Albanese, terzo capitolo del suo celebre personaggio La Qualunque. Ma questa volta la realtà sembra superare la fantasia.

Antonio Albanese riprende il ruolo di Cetto La Qualunque per tornare a ironizzare sui problemi della società contemporanea nella commedia Cetto C’è, senzadubbiamente. Dopo aver lasciato la politica e l’Italia, il protagonista si è trasferito in Germania dove gestisce una catena di pizzerie, ha conosciuto sua moglie ed è diventato padre. Quando la sorella di sua madre lo fa tornare a Marina di Sopra, in Calabria, Cetto scopre però di essere in realtà l’erede del principe Luigi Buffo di Calabria e diventa un sovrano “assolutista”.

Il personaggio creato insieme a Piero Guerrera, arrivato alla sua terza apparizione cinematografica, paga un po’ troppo la sua natura prevalentemente adatta al piccolo schermo nonostante la sceneggiatura e la regia di Giulio Manfredonia cerchino di creare una narrazione scorrevole e ricca di momenti divertenti, sfruttando i contrasti esistenti tra le diverse generazioni con Cetto e Melo (un convincente Davide Giordano), e tra il passato politico e la sua nuova quotidianità da monarca.

L’approccio sarcastico alla situazione della nostra nazione funziona solo a tratti e nemmeno i tanti equivoci, le situazioni sopra le righe, le battute legate all’idea degli italiani mafiosi e dei tedeschi nazisti, e il rapporto con la moglie riescono a dare spessore a una commedia davvero esile per quanto riguarda i contenuti e l’originalità. Il film comunque riesce a strappare qualche risata, ma il talento di Albanese meriterebbe un progetto più curato e meno scontato per far emergere i tempi comici e l’espressività che lo caratterizzano come attore.

CINQUE COSE DA SAPERE SU CETTO C’È, SENZADUBBIAMENTE

Un lavoro complicato: «La realtà ha superato la fantasia

Antonio Albanese ha dichiarato che il lavoro di comico sta diventando sempre più complicato perché «la realtà supera ogni forma di comicità». L’attore ha sostenuto che persino le sue battute, così sopra le righe, stanno iniziando ad avere troppi punti di contatto con la vita quotidiana degli italiani. Albanese ha quindi sottolineato che Cetto, per gli standard attuali, è un moderato ed è necessario reagire alla situazione con l’energia della comicità.

Le richieste dei fan ad Albanese per un terzo capitolo

Il ritorno di Cetto sul grande schermo è stato deciso dopo le numerose richieste dei fan che volevano assistere a un terzo capitolo della sua storia nelle sale. Albanese e lo sceneggiatore Piero Guerrera avevano dichiarato che avrebbero pensato a un altro film solo se ne valeva la pena e dopo 7 anni hanno avuto un’idea che hanno ritenuto valida, iniziando a svilupparla.

Gli intrecci tra vita reale e finzione

Antonio Albanese ha svelato che la storia ha un piccolo punto in comune con la sua vita: il padre dell’attore è infatti stato costretto a lasciare la Sicilia e trasferirsi al Nord per trovare un lavoro, nonostante amasse la propria regione.

Una “vera” iniziativa: la piattaforma Pileau

Online è stata lanciata ufficialmente la piattaforma Pileau che sostiene la candidatura di Cetto La Qualunque al trono del Regno delle due Calabrie e dove è possibile esprimere liberamente le proprie idee. L’ironica iniziativa prende il nome dal “filosofo” Jean Jean Pileau, descritto come un «evasore fiscale, mecenate e sessuomane francese vissuto a cavallo tra 700, 800 e 900. Nato nel 1798 in Francia da genitori di origini italiane».

Un brano virale: il duetto Albanese-Guè Pequeno

Nella colonna sonora del film Cetto c’è, senzadubbiamente è presente un duetto di Antonio Albanese con Guè Pequeno, intitolato Io sono il re, accompagnato online da un video che ha già superato quota 900.000 visualizzazioni su YouTube e diventato un fenomeno virale.

IL FILM DI ALBANESE IN PILLOLE

La scena memorabile: Cetto scopre le sue vere origini;

La frase cult: «La democrazia non può garantire più niente, un re sì»;

Ti piacerà se: Ami le commedie leggere che si ispirano alla realtà;

Devi evitarlo se: se non ami battute legate agli stereotipi e un’immagine della donna un po’ troppo banalizzata;

Con chi vederlo: insieme a chi apprezza il talento comico di Antonio Albanese;

Perché vederlo: per riflettere senza troppo impegno sulla possibile direzione della politica italiana.

Regia: Giulio Manfredonia; genere: commedia (Italia, 2019); attori: Antonio Albanese, Nicola Rignanese, Caterina Shulha, Gianfelice Imparato, Davide Giordano.

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Quelle canzoni di successo svilite dalla pubblicità

Alcune nascono fuori dal tempo, destinate all'eternità. Anche troppo, perché un bel giorno ti ritrovi a odiarle, t'ingenerano nausea e quasi disprezzo.

Ci sono canzoni che nascono fuori dal tempo, destinate all’eternità. Magari non lo sanno, o non lo sanno i loro autori o forse sì, le hanno fatte proprio con quell’obiettivo lì, sta di fatto che diventano modi di dire, di essere, di sentire, patrimonio dell’umanità. Anche troppo patrimonio, perché un bel giorno ti ritrovi a odiarle, t’ingenerano nausea e quasi disprezzo: sono diventate tormentoni pubblicitari, jingle, sigle di trasmissioni becere, sonerie, musichette maledette di attesa infinita al call center. Canzoni spot che vivranno per sempre da rinnegate. Nessuno si salva, né vivi né trapassati: è il post capitalismo, bellezza, ovvero è sempre una faccenda di soldi (il resto è conversazione, parola di Gordon Gekko). E, siccome è una faccenda di soldi, qualcuno che dà il permesso, dietro pingue compenso, ci sarà pure: di solito gli inconsolabili eredi, così pronti, anche a mezzo fondazione, a preservare la purezza antimercantile del caro estinto, in tanti sensi.

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I SUCCESSI CANNIBALIZZATI

Abbiamo visto imbastardire così Sergio Endrigo (Io che amo solo te), Rino Gaetano (Il cielo è sempre più blu), gente intransigente, che in vita mai si sarebbe sognata (forse) di finire a reclamizzare istituti di credito, merendine, cibo per cani, carte igieniche. Abbiamo visto, e vediamo, ribelli organici come Vasco Rossi, che, «eh, oh, capito», molla le sue creazioni alle compagnie dei cellulari, «eeeh già». Abbiamo visto inni anticapitalisti degli Anni 60 finire come colonne sonore di auto di lusso, gioielli, abiti griffati, i feticci del capitalismo hard. Abbiamo visto, sentito momenti epocali come She’s a rainbow dei Rolling Stones usata come sigla di una compagnia telefonica, per fortuna non di una marca di assorbenti, visto che di quello poi parla (e speriamo che a qualche genio, leggendoci, non s’accenda la lampadina). Abbiamo trovato una ammiccante, allusiva Guarda come dondolo di Edoardo Vianello relegata a réclame dei reggiseni

DIRITTI ASTRONOMICI A CUI È DIFFICILE RESISTERE

Eh, già, le compagnie della comunicazione: sono cannibalesche, macinano hit con voracità da squali, a decine, a centinaia: come resistere a sirene così spietate? Edoardo Bennato è tra quelli che resistono meno, anzi per niente, dei suoi brani un tempo sarcastici, intransigenti, finiti negli spot dei telefoni si è perso il conto. Anche Sting, l’ambientalista dell’Amazzonia, concede praticamente di tutto, è stato calcolato che coi soli diritti pubblicitari guadagna cifre astronomiche, la sola Every breath you take gli fa cascare in bocca all’incirca un milioncino d’euro l’anno, nella solenne incazzatura degli ex compagni, cui il principe dei solidali egualitari e perequativi non scuce un ghello. Ma si concede anche con Puff Daddy, insomma c’è da sospettare che da un bel pezzo lui le canzoni le faccia per tutt’altri motivi. 

IL CEDIMENTO DI BOB DYLAN

E Bob Dylan, il bardo, che nel 2009 autorizzò la epocale Blowin’ in the wind per una multicorporation britannica (la Co-operative Group) che, tra le altre cose, provvedeva, pensate un po’, ai servizi funebri? Praticamente l’inno della cremazione. Nel 2015 lo scontroso menestrello si è ripetuto prestando la faccia a uno spot della Ibm. E, per rimanere nel settore, ancora i Rolling Stones diedero, per un compenso clamoroso, la loro Start Me Up a Bill Gates in occasione del lancio del sistema operativo Windows 95 (che s’impallò proprio alla solenne presentazione, rimasta memorabile).

David Bowie, imprendibile in esistenza come in spirito, ha sponsorizzato di tutto, automobili, profumi, acque minerali. La sola Heroes ha rivestito il carisma di così tanti prodotti, oltre a trasmissioni di tutto il mondo e alle Olimpiadi di Londra 2012, da disperdere completamente il senso del significato originario.

DAL CAROSELLO ALLE HIT

Segno dei tempi che stanno cambiando, aveva ragione Bob, cambiano, cambiano sempre, non aspettano nessuno (come diceva Mick) e chi non si adegua è fuori. Ma si adeguano. Le aziende hanno capito che non sanno più concepire i motivetti di Carosello, che s’inchiodavano al cervello, preferiscono risparmiarsi la fatica e pescare nel mare magno dei successi.

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Così «il gusto pieno della vita» di un celebre amaro lascia il posto agli Aerosmith di I don’t wanna miss a thing. Altro che perdersi qualcosa, qui c’è tutto da guadagnarci. Tranne la faccia, qualche volte.

CANZONI CONSUMATE DA PROGRAMMI SCONFORTANTI

Ci sono programmi sconfortanti che consumano canzoni, L’Anno che verrà di Lucio Dalla è snaturato in un eterno Capodanno, I migliori anni della nostra vita di Renato Zero servono a condire qualsiasi scempiaggine televisiva, Ti amo di Umberto Tozzi ci esce dalle orecchie, e così Zucchero, Ligabue, De Gregori («La storia siamo noi, bella ciao» è finita a reclamizzare il Monte dei Paschi di Siena).

Enrico Ruggeri ha fatto di meglio, ha ricantato la sigla dei salumi Negroni, «le stelle sono tante, milioni di milioni…». Ma perfino Il pescatore, scelta per presentare il recente, e deludente, ritratto di De Andrè, è stata svilita a una assurda sigletta da tivù dei ragazzi. Perché in Rai debbono sempre sputtanare tutto così? Qualche volta, l’effetto vira sul grottesco. C’è un programma insulso, uno dei tanti, della mattina. A un certo punto scatta l’aria di «Buona Domenica, con quegli idioti che ti guardano e che continuano a giocare». E gli «idioti», senza il minimo imbarazzo, zompettano, ammiccano, fanno le facce, insomma: giocano.


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Il bilancio delle vittime nel naufragio di Lampedusa

Sono cinque, tutte donne. Ci sarebbero ancora 20 dispersi. Di Maio: «Dobbiamo lavorare per fare in modo che le imbarcazioni non partano più dalle coste libiche, tunisine e del Nordafrica».

Sono cinque, e non sette come era stato comunicato in un primo momento, i cadaveri recuperati fino ad ora dalla Guardia Costiera e dalla Guardia di Finanza dopo il naufragio avvenuto il 23 novembre a un miglio dall’isola dei Conigli di Lampedusa . Le vittime sono tutte donne: i corpi privi di vita di tre di loro sono stati recuperati in mare dalla motovedetta della Guardia Costiera CP 324, mentre quelli di altre due migranti sono stati ritrovati a terra da personale della Guardia di Finanza.

APERTA UN’INCHIESTA

La Procura di Agrigento ha aperto un fascicolo d’inchiesta per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, naufragio e omicidio colposo plurimo. Già dalla sera di sabato il procuratore aggiunto Salvatore Vella sta seguendo sistematicamente l’evolversi del caso e ha gestito prima la complessa macchina dei soccorsi dei naufraghi e oggi quella del recupero delle salme che fino ad ora sono cinque. I dispersi sarebbero venti, mente 149 persone si sono salvate.

DI MAIO: «FERMIAMO LE PARTENZE DAL NORDALFRICA»

Il ministro degli Esteri Luigi di Maio ha commentato così la tragedia: «Ieri sera ho sentito il ministro Lamorgese, in queste ore stiamo seguendo con molta apprensione quello che sta succedendo. Una cosa è certa, noi dobbiamo lavorare per fare in modo che le imbarcazioni non partano più dalle coste libiche, tunisine e del Nordafrica. Ci stiamo lavorando con tutte le nostre forze».

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Non fidatevi di Johnson né di chi lo dà sicuro vincitore

Il premier britannico, noto per la sua inaffidabilità fin da quando era giornalista, non è così amato come alcuni sondaggi potrebbero far pensare. E i risultati potrebbero vedersi in un voto anticipato che s'annuncia sul filo.

La Brexit non è soltanto un programma politico monotematico che ha fatto ormai dei conservatori un Brexit party. Le elezioni politiche anticipate che si stanno avvicinando (12 dicembre) sono sia un secondo referendum sia una persona, una fisionomia umana non sgradevole, un po’ sovrappeso e tozza, uno stile spesso efficace ma non sempre ispiratore di vera fiducia, ricco di promesse di un futuro radioso ma vago. Tutto questo si chiama Boris Johnson.

È un ruolo al quale l’ex sindaco di Londra, piuttosto popolare, ed ex inefficace ministro degli Esteri , deputato dal 2015, si prepara da 30 anni. Ha incominciato a farlo come corrispondente per cinque anni da Bruxelles del Daily Telegraph, quotidiano ufficioso e quasi ufficiale del nazionalismo conservatore britannico. Boris arrivava a Bruxelles nel 1989 pochi mesi prima che vi arrivasse, per un quotidiano italiano, anche l’autore di queste note. Gli uffici erano vicini, Boris sempre favorevole a una pausa dal computer e a una birra, pronto alla battuta, e fonte inesauribile di pettegolezzi comunitari. Della cui attendibilità tuttavia, facevano presto capire i suoi colleghi britannici, non c’era garanzia. Maliziosamente qualcuno ricordava che aveva incominciato poco più di un anno prima il suo percorso nel giornalismo al Times, abituale trampolino dei rampolli della storica élite del Paese – Johnson ovviamente ha fatto Eton, e poi Oxford – , ma era stato licenziato dopo un’intervista in parte inventata. Bruxelles era una destinazione per lui naturale, perché lì era cresciuto, figlio di uno dei primi eurodeputati britannici, poi funzionario Cee.

BORIS, UN CABARETTISTA CON BRUXELLES NEL MIRINO

L’attuale premier era nella Bruxelles dei corrispondenti il perno di alcune serate cabarettistiche che soprattutto i britannici, come noto appassionati del palcoscenico, organizzavano per la comunità dei giornalisti, e affini, e dedicate ovviamente a smitizzare e ridicolizzare la burocrazia europea, che offriva ampi spunti. Cavalcò alla grande all’inizio della sua corrispondenza la storia della standardizzazione europea non solo dei preservativi, ma anche, di conseguenza sosteneva lui, delle dimensioni di ciò che lo strumento profilattico doveva preservare. Era ovviamente una pochade, nata da una mossa comunitaria per garantire standard sanitari minimi al suddetto prodotto gommoso, capaci di assicurare protezione contro l’epidemia di Aids allora agli inizi. Non c’entravano “misure” o cose simili, ma Johnson usò il tutto per ridicolizzare Bruxelles. Era una delle sue tattiche preferite.

I suoi interventi più che porre precise domande ai portavoce erano mirati a far ridere la platea, citando stranezze comunitarie che poi gli articoli sul Telegraph riportavano, enfatizzavano, travisavano

Boris, quando voleva, era la star dell’ampia sala stampa al quotidiano briefing di mezzogiorno nel palazzo Berlaymont e, dal 2001, nel vicino palazzo Breydel, dove il tutto si trasferiva per disinfestare il Berlaymont dalle oltre 1.000 tonnellate di amianto nascoste nelle strutture, e rifarlo ex novo. I suoi interventi più che porre precise domande ai portavoce erano mirati a far ridere la platea, citando stranezze comunitarie che poi gli articoli sul Telegraph riportavano, enfatizzavano, travisavano. Con buon successo fra molti lettori euroscettici e conservatori. Per capire il binomio Boris-Europa occorre ricordare che nel novembre di quell’anno cadeva il Muro di Berlino, e rapidamente tutto il mondo europeo cambiava paradigma, accelerava, e andava oltre quel modello di mercato comune. Occorre anche ricordare qualcosa di quando e come era avvenuto l’ingresso britannico nella Cee.

IL PERCORSO EUROPEO DI LONDRA, DA CHURCHILL A THATCHER

Winston Churchill aveva tracciato nel primo Dopoguerra, anticipando gli inviti continentali a unirsi ai tentativi europeisti, una linea chiara, che però ancora oggi una parte dei suoi connazionali si rifiuta di accettare: se riusciamo a salvare una quota sufficiente dell’Impero stiamo per conto nostro, diceva Churchill che pure sollecitava i continentali a unirsi fra loro; se lo perdiamo ci uniamo agli altri, ma in modo convinto e cercando di essere fra i leader. Dopo vari no all’Europa del governo di Clement Attlee, nazional-laburista e timoroso che i democristian-centristi continentali limitassero l’esperimento socialista britannico, furono i conservatori con due collaboratori e allievi di Churchill, Harold Macmillan ed Edward Heath, a iniziare a fine Anni 50 la lunga marcia che, anche per i ripetuti veti francesi, si concluderà solo nel 1973. Il motivo della conversione era lampante: il mercato comune funzionava, la Gran Bretagna nel 1951-1973 aveva avuto con il 2,7% per anno la crescita media più bassa fra tutti i Paesi Ocse; Germania, Francia e Italia si erano attestate sul 5% annuo o sopra.

LA CONTRADDIZIONE MAI RISOLTA TRA COMMERCIO E POLITICA

Già allora era chiaro però che se c’era una netta maggioranza a favore del mercato comune, con Margaret Thatcher assolutamente in prima fila per trasformarlo 10 anni dopo o poco più nel mercato Unico, c’erano forti resistenze alla cessione di sovranità politica che inevitabilmente lo stesso mercato, comune e poi unico, alla fine implicava. In un discorso emozionale del 1962, ricco di riferimenti al Commonwealth e alla comunità mondiale anglofona, il leader laburista Hugh Geistkell aveva ricordato che il progetto europeo era «la fine di 1.000 anni di indipendenza» per le isole britanniche e invitato a riflettere. Nel 1975 il referendum sulla Ue voluto dal nuovo governo laburista di Harold Wilson passava con una maggioranza del 67%. Ma il Regno Unito, e gli inglesi in particolare, non hanno mai risolto la contraddizione tra il desiderio commerciale di stare nel grande mercato europeo e il desiderio politico di restare pienamente indipendenti. Non a caso una buona quota di funzionari britannici dell’Ue ha sempre remato contro qualsiasi cosa potesse limitare l’autonomia di scelta del Parlamento e dell’amministrazione britannica.

Margaret Thatcher ed Edward Heath in una foto del 1975: la leader conservatrice tiene in mano una pubblicazione intitolata ‘Britain In Europe, The Benefits Of Membership’.

Non appena fu chiaro, e fu chiaro subito nel 1989, che la fine del sistema sovietico implicava non solo l’allargamento, che da Londra ampi settori politici favorivano sperando si trasformasse in una diluizione della Ue, ma anche l’approfondimento di strutture e obiettivi sul piano politico, scattò la reazione. E incominciò a organizzarsi l’armata anti-Ue che conta ora il 12 dicembre di vincere lo scontro decisivo. Thatcher doveva cedere nel 90 la premiership, messa in minoranza nel partito proprio dai filo-europei. Ma avrebbe da allora, e in crescendo, coltivato un lascito fortemente anti-Bruxelles («nel corso della mia vita tutti i guai sono venuti dal Continente», dichiarava nel 1999) di cui Johnson è oggi esponente e bandiera.

TUTTO RIDOTTO A UNA QUESTIONE DI ORGOGLIO NAZIONALE

Esponente autorevole? Non tutti i suoi articoli da Bruxelles erano propaganda e falsità. Se prendiamo ad esempio uno (Delors plan to rule Europe) scritto del maggio 1992 sul piano Delors di riforma della Commissione e del Consiglio, con evidente estensione dei poteri, Johnson ammette che si stava cercando di affrontare «un problema reale» anche se per Londra, aggiungeva, «in modo inaccettabile». E il suo articolo di addio a Bruxelles, marzo 1994, era un elenco di casi nei quali Londra aveva subìto scelte collettive e si concludeva con la previsione che i britannici avrebbero tollerato sempre meno decisioni prese «in a foreign city». Il tutto era ridotto a orgoglio nazionale, senza mai negare che l’interesse economico fosse invece sul lato dell’appartenenza alla Ue. Amato e scelto come premier con un voto da quasi i due terzi dei 160 mila iscritti al partito, considerato dal gruppo parlamentare il più attrezzato a realizzare dopo oltre tre anni inutili l’attesa Brexit, Johnson non gode nel suo Paese di profonda stima.

BOJO VISTO DAL SUO EX DIRETTORE AL TELEGRAPH

«Non è un uomo in cui si possa credere, che ispiri fiducia o rispetto, salvo che come superlativo esibizionista», scriveva nel 2012 il suo ex direttore del Telegraph, Max Hastings, uno dei più noti e autorevoli giornalisti britannici. «La sua elevazione alla premiership», aggiungeva nel giugno 2019, «vorrà dire la fine di ogni pretesa britannica di essere un Paese serio». I sondaggi di opinione danno Boris e i conservatori ampiamente vincenti. La media delle scommesse, sondaggio forse più attendibile, dice che c’è al 60% la vittoria conservatrice e al 30% un hung parliament, un risultato senza vincitori, da cui emergerebbe un governo di coalizione con il leader laburista Jeremy Corbyn, persona onesta dicono a Londra ma troppo complicato (vuole anche lui un nuovo socialismo britannico), per parlare chiaro al Paese. Corbyn ha dopo il voto potenziali alleati, anche se adesso giurano che mai lo aiuteranno. Johnson no.

IL PALLOTTOLIERE CONSERVATORE E QUEI NUMERI SUL FILO

Se i pronostici spesso danno Boris vincitore, e anche con ampio margine, i numeri parlamentari invitano alla prudenza. A Westminster la maggioranza è di 326 deputati, ne servono almeno 330 per un minimo di margine; i conservatori uscenti erano 298, e tra Scozia e area londinese più Southwest England i Tory potrebbero perdere ancora circa 25 seggi. Devono quindi portarne via nelle Midland e nel Nord inglese circa 50, ai laburisti essenzialmente. Forse sarà semplice. E forse non sarà una passeggiata.

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La situazione del maltempo in Piemonte e Liguria

Ad Alessandria una donna risulta dispersa. Murazzi allagati a Torino. Situazione critica anche nel Savonese, dove l'allerta è rossa. Mille persone sfollate in Valle d'Aosta.

Il maltempo non dà tregua all’Italia. Domenica 24 novembre la situazione più critica tocca il Piemonte, dove l’allerta è rossa e in mattinata la piena del Po ha superato la soglia di guardia. A Torino i Murazzi e il Borgo Medievale sono allagati. Sotto osservazione le aree del Meisino e del Fioccardo per possibili allagamenti nelle prossime ore. La Protezione civile del Comune è presente sul posto per controllare e informare la cittadinanza. Sono 267 le segnalazioni ricevute dall’inizio dell’emergenza maltempo alla Sala operativa della Protezione civile della Regione Piemonte. I volontari attivati sono finora 1.832.

UNA DONNA DISPERSA AD ALESSANDRIA

Un’auto con a bordo tre persone è finita nel fiume Bormida, in provincia di Alessandria, a causa dell’ondata di maltempo che sta interessando la zona. I vigili del fuoco hanno già recuperato due dei tre occupanti, che sono stati trasferiti in ospedale, mentre una terza persona risulta dispersa, una donna. L’incidente è avvenuto sulla strada provinciale 186 in prossimità del comune di Sezzadio.

IL SINDACO DI ASTI INVITA A LIMITARE GLI SPOSTAMENTI

La piena del fiume Tanaro, ad Asti, sta transitando dentro i margini previsti. A dirlo il sindaco di Asti, Maurizio Rasero, spiegando che stanno proseguendo i monitoraggi durati tutta la notte. «Abbiamo effettuato verifiche nelle aree soggette a criticità» e «con l’Aipo si è agito su alcuni manufatti di difesa spondale». «Il picco di piena è previsto non superi i cinque metri di altezza dalla colonnina di rilevamento cittadina» spiega il presidente della Provincia Paolo Lanfranco, «risultando confinato entro le arginature maestre urbane e sono tutt’ora in corso i monitoraggi delle aree golenali» aggiunge Rasero. Il primo cittadino rinnova l’invito alla popolazione a limitare gli spostamenti e non occupare impropriamente ponti, cavalcavia ed argini. Stesso monito dal presidente della Provincia. «La situazione sulle strade è insidiosa per allagamenti, frane e buche». .

ALLERTA ROSSA ANCHE NEL SAVONESE

Situazione drammatica anche in Liguria, dove le perturbazioni che hanno interessato la regione da ottobre ad oggi hanno stabilito un record: a Mele, Comune del Savonese, sono caduti 1.724 millimetri di pioggia. La media storica annuale è tra 1.700-1.800. «È passata la seconda nottata di allerta rossa in Liguria: ancora piogge con allagamenti e disagi diffusi, soprattutto su Savona e la Val Bormida. Evacuate dalle loro abitazioni altre 23 persone, 14 nella zona da Altare a Mallare (Savona) e 9 a Sant’Olcese (Genova) a causa di due frane». Così il presidente della Regione Liguria Giovanni Toti stamani via Fb conferma che è il Savonese l’area più colpita dal maltempo in Liguria nelle ultime ore. «Restiamo in allerta rossa su Genova fino alle 12 e sul ponente ligure fino alle 15 di oggi: non abbassiamo la guardia».

MILLE PERSONE ISOLATE IN VALLE D’AOTA

Sono circa mille le persone isolate in Valle d’Aosta a causa delle valanghe che hanno portato alla chiusura di alcune strade regionali. Le situazioni più critiche sono quelle nella valle del Lys, dove Gressoney-La-Trinité è isolata a causa delle slavine che incombono sulla regionale. Interrotta anche la strada che porta a Champorcher a causa di una valanga finita sulla carreggiata. Chiuso anche il tratto finale della strada della Val Savarenche. In tutta la Regione, l’allerta meteo è arancione. É stato convocato d’urgenza il comitato viabilità.

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Francesca Cavallo spiega perché disobbedire è necessario

Da Greta ai ragazzi di Hong Kong fino alle Sardine, si respira nelle nuove generazioni la voglia di modificare il sistema. E di mettere in discussione il pregiudizio. Una chiacchierata con la co-autrice di Bambine ribelli ora in libreria con Elfi al quinto piano.

Nel 2017 era salita agli onori delle cronache per aver scritto insieme a Elena Favilli Storie della buonanotte per bambine ribelli, un libro per ragazzi da 470 mila copie, una vera rarità in tempi in cui un italiano su quattro afferma di non leggere.

Lei è Francesca Cavallo, nata in Italia, a Taranto, ma da anni residente negli Stati Uniti, con una vita dedicata alla scrittura. Oggi in libreria arriva il suo nuovo libro, Elfi al quinto piano, per i tipi Feltrinelli.

«A gennaio», racconta Francesca a Lettera43.it, «si è conclusa la mia avventura con le Bambine ribelli e così ho deciso di passare un periodo in Italia. Ho dovuto capire cosa volessi da me stessa».

La scrittrice Francesca Cavallo.

DOMANDA. Come è nato Elfi al quinto piano?
RISPOSTA. Un po’ per caso, a Roma, durante la scorsa primavera. Dopo aver fatto ritorno in Italia, ho deciso di prendere in affitto un appartamento a Trastevere e si trattava effettivamente di una casa al quinto piano, senza ascensore, in cima a 104 gradini. A dire il vero non avevo in mente di scrivere questa storia e menchemeno di scriverne una di finzione o di argomento natalizio. Ma la primavera non ne voleva proprio sapere di arrivare, anzi, era maggio ma era grigio e freddo. E così mi sono ritrovata in questa mansarda e sono stata ‘visitata’ da questa storia.

Un racconto natalizio un po’ atipico però…
Sì. Mi sono voluta confrontare con un genere classico, inserendo molti dei miei temi dentro un genere letterario decisamente tradizionale: protagonisti della storia sono i componenti di una famiglia omosessuale e birazziale. Ma il motore della storia non è questo…

Qual è?
La leadership morale dei bambini. In quest’ultimo periodo sta infatti accadendo un qualcosa di impensabile fino a pochissimo tempo fa: dei ragazzini riescono a far sentire la propria voce influenzando l’agenda dei governi. Penso per esempio a Greta Thunberg.

A parte Greta, che a 16 anni ha parlato addirittura alle Nazioni Unite, in questo momento si respira un certo fermento tra giovani e giovanissimi. Cosa sta accadendo?
C’è una enorme pressione a livello globale legata alla profonda insoddisfazione nei confronti delle risposte del sistema in cui viviamo: il capitalismo patriarcale. Credo che sia Greta sia i vari movimenti, dai Gilet gialli alle Sardine nate in questi giorni, al movimento di Hong-Kong premano per la ricerca e l’identificazione di una alternativa, per mettere sul campo un modo diverso di pensare il sistema in cui viviamo.

Nel suo libro si assiste a una ribellione da parte dei bambini. Cosa significa ribellarsi, disobbidire?
Disobbidienza è non dare per scontate le lezioni che ci vengono passate dai genitori, dai media, dal sistema in generale: problematizzarle, essere svegli, essere attivi e non ricettori passivi. Riflettere su quello che ascoltiamo. Problematizzare, non avere paura di fare domande. Questo significa essere disobbedienti.

Eppure Greta è stata aspramente criticata – se non sminuita – per il suo impegno. Diversi politici, giornalisti e analisti hanno contestato il presunto business di immagine nato attorno a lei.
Se non generassero questo desiderio compulsivo di riportarle alla regola, la disobbidienza e la protesta – quella profonda – non avrebbero il valore dirompente che hanno. Quando mette in crisi lo status quo la disobbidienza stimola una serie di riflessi che il sistema mette in campo per difendersi. Se una rivoluzione non incontra alcuna risposta è una rivoluzione inutile.

L’ultimo libro di Francesca Cavallo, già co-autrice di “Storie della buonanotte per bambine ribelli”.

Come disobbidiscono e come si ribellano i bambini di Elfi al quinto piano?
La storia è ambientata in una città immaginaria dove convivono famiglie di ogni tipo e dove, per tutelare la dimensione ottimale di un quieto vivere, gli abitanti si impegnano perché non succeda mai niente: hanno smesso di parlare agli estranei, le persone stanno per conto loro e questa è la ricetta per la pace sociale. In questa città si trasferisce la famiglia di Isabella e Dominic, tre giorni prima di Natale. Scelgono questa città ma quando arrivano sono stranieri, nessuno rivolge loro la parola. Eppure proprio qui incontrano una bambina disobbidiente, Olivia, una piccola inventrice che fa loro capire come sia in atto una vera e propria ribellione da parte dei bambini nei confronti del sistema. Dato che nessuno tra gli adulti comunica con il prossimo, loro aprono una radio clandestina con la quale si parlano.

Sembra una metafora dei tempi che stiamo vivendo.
Spero che il libro venga accolto non come una provocazione ma come un tentativo di raccontare a bambini e nuove generazioni una storia come un’altra che ha come protagonista una famiglia birazziale e omosessuale. Credo sia fondamentale che i più piccoli inizino a essere esposti a storie con protagonisti il più diversi possibile, anche per contrastare un domani quella retorica intrisa di odio che oggi porta molte persone in piazza. 

Insomma di strada ne resta molta da fare…
Oggi si ha paura dell’omosessualità perché è qualcosa che non si conosce: spesso le persone non essendo state esposte a storie e a vicende di questo tipo, creano e vedono nel prossimo mostri senza alcuna correlazione con la realtà.

Lei è nata a Taranto che in questo periodo è tornata sotto i riflettori per il caso Ilva. Come vede il futuro della sua città?
Taranto sarà il centro del mio tour, farò diverse presentazioni in città. È un simbolo a livello nazionale ed europeo di un modo di pensare allo sviluppo che deve essere definitvamente archiviato: qualsiasi forma di sviluppo fondato sullo sfruttamento deve essere relegata nel passato. E purtroppo nel dibattito attuale non vedo soluzioni capaci di cambiare questo stato di cose. Al centro c’è ancora il ricatto: la salute o il lavoro. Taranto è uno scandalo a livello europeo. 


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Francesca Cavallo spiega perché disobbedire è necessario

Da Greta ai ragazzi di Hong Kong fino alle Sardine, si respira nelle nuove generazioni la voglia di modificare il sistema. E di mettere in discussione il pregiudizio. Una chiacchierata con la co-autrice di Bambine ribelli ora in libreria con Elfi al quinto piano.

Nel 2017 era salita agli onori delle cronache per aver scritto insieme a Elena Favilli Storie della buonanotte per bambine ribelli, un libro per ragazzi da 470 mila copie, una vera rarità in tempi in cui un italiano su quattro afferma di non leggere.

Lei è Francesca Cavallo, nata in Italia, a Taranto, ma da anni residente negli Stati Uniti, con una vita dedicata alla scrittura. Oggi in libreria arriva il suo nuovo libro, Elfi al quinto piano, per i tipi Feltrinelli.

«A gennaio», racconta Francesca a Lettera43.it, «si è conclusa la mia avventura con le Bambine ribelli e così ho deciso di passare un periodo in Italia. Ho dovuto capire cosa volessi da me stessa».

La scrittrice Francesca Cavallo.

DOMANDA. Come è nato Elfi al quinto piano?
RISPOSTA. Un po’ per caso, a Roma, durante la scorsa primavera. Dopo aver fatto ritorno in Italia, ho deciso di prendere in affitto un appartamento a Trastevere e si trattava effettivamente di una casa al quinto piano, senza ascensore, in cima a 104 gradini. A dire il vero non avevo in mente di scrivere questa storia e menchemeno di scriverne una di finzione o di argomento natalizio. Ma la primavera non ne voleva proprio sapere di arrivare, anzi, era maggio ma era grigio e freddo. E così mi sono ritrovata in questa mansarda e sono stata ‘visitata’ da questa storia.

Un racconto natalizio un po’ atipico però…
Sì. Mi sono voluta confrontare con un genere classico, inserendo molti dei miei temi dentro un genere letterario decisamente tradizionale: protagonisti della storia sono i componenti di una famiglia omosessuale e birazziale. Ma il motore della storia non è questo…

Qual è?
La leadership morale dei bambini. In quest’ultimo periodo sta infatti accadendo un qualcosa di impensabile fino a pochissimo tempo fa: dei ragazzini riescono a far sentire la propria voce influenzando l’agenda dei governi. Penso per esempio a Greta Thunberg.

A parte Greta, che a 16 anni ha parlato addirittura alle Nazioni Unite, in questo momento si respira un certo fermento tra giovani e giovanissimi. Cosa sta accadendo?
C’è una enorme pressione a livello globale legata alla profonda insoddisfazione nei confronti delle risposte del sistema in cui viviamo: il capitalismo patriarcale. Credo che sia Greta sia i vari movimenti, dai Gilet gialli alle Sardine nate in questi giorni, al movimento di Hong-Kong premano per la ricerca e l’identificazione di una alternativa, per mettere sul campo un modo diverso di pensare il sistema in cui viviamo.

Nel suo libro si assiste a una ribellione da parte dei bambini. Cosa significa ribellarsi, disobbidire?
Disobbidienza è non dare per scontate le lezioni che ci vengono passate dai genitori, dai media, dal sistema in generale: problematizzarle, essere svegli, essere attivi e non ricettori passivi. Riflettere su quello che ascoltiamo. Problematizzare, non avere paura di fare domande. Questo significa essere disobbedienti.

Eppure Greta è stata aspramente criticata – se non sminuita – per il suo impegno. Diversi politici, giornalisti e analisti hanno contestato il presunto business di immagine nato attorno a lei.
Se non generassero questo desiderio compulsivo di riportarle alla regola, la disobbidienza e la protesta – quella profonda – non avrebbero il valore dirompente che hanno. Quando mette in crisi lo status quo la disobbidienza stimola una serie di riflessi che il sistema mette in campo per difendersi. Se una rivoluzione non incontra alcuna risposta è una rivoluzione inutile.

L’ultimo libro di Francesca Cavallo, già co-autrice di “Storie della buonanotte per bambine ribelli”.

Come disobbidiscono e come si ribellano i bambini di Elfi al quinto piano?
La storia è ambientata in una città immaginaria dove convivono famiglie di ogni tipo e dove, per tutelare la dimensione ottimale di un quieto vivere, gli abitanti si impegnano perché non succeda mai niente: hanno smesso di parlare agli estranei, le persone stanno per conto loro e questa è la ricetta per la pace sociale. In questa città si trasferisce la famiglia di Isabella e Dominic, tre giorni prima di Natale. Scelgono questa città ma quando arrivano sono stranieri, nessuno rivolge loro la parola. Eppure proprio qui incontrano una bambina disobbidiente, Olivia, una piccola inventrice che fa loro capire come sia in atto una vera e propria ribellione da parte dei bambini nei confronti del sistema. Dato che nessuno tra gli adulti comunica con il prossimo, loro aprono una radio clandestina con la quale si parlano.

Sembra una metafora dei tempi che stiamo vivendo.
Spero che il libro venga accolto non come una provocazione ma come un tentativo di raccontare a bambini e nuove generazioni una storia come un’altra che ha come protagonista una famiglia birazziale e omosessuale. Credo sia fondamentale che i più piccoli inizino a essere esposti a storie con protagonisti il più diversi possibile, anche per contrastare un domani quella retorica intrisa di odio che oggi porta molte persone in piazza. 

Insomma di strada ne resta molta da fare…
Oggi si ha paura dell’omosessualità perché è qualcosa che non si conosce: spesso le persone non essendo state esposte a storie e a vicende di questo tipo, creano e vedono nel prossimo mostri senza alcuna correlazione con la realtà.

Lei è nata a Taranto che in questo periodo è tornata sotto i riflettori per il caso Ilva. Come vede il futuro della sua città?
Taranto sarà il centro del mio tour, farò diverse presentazioni in città. È un simbolo a livello nazionale ed europeo di un modo di pensare allo sviluppo che deve essere definitvamente archiviato: qualsiasi forma di sviluppo fondato sullo sfruttamento deve essere relegata nel passato. E purtroppo nel dibattito attuale non vedo soluzioni capaci di cambiare questo stato di cose. Al centro c’è ancora il ricatto: la salute o il lavoro. Taranto è uno scandalo a livello europeo. 


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