Per un consigliere leghista mente il 90% delle donne che denuncia violenze

L'assurda sparata su Facebook di Umberto La Morgia, in carica nel Comune bolognese di Casalecchio di Reno. Insorge il Pd: «Parole inaccettabili, è una follia».

«Il 90% delle denunce di violenza di uomini su donne è falso e viene archiviato, intasando procure e tribunali. Ma questo non fa notizia». A scriverlo, in un post su Facebook è Umberto La Morgia, consigliere comunale della Lega a Casalecchio di Reno, paese alle porte di Bologna.

IL PD: «PAROLE INACCETTABILI UNA FOLLIA»

La frase ha immediatamente causato le proteste del Partito democratico: «Parole inaccettabili, una follia», secondo la segretaria cittadina dei dem, Alice Morotti. La Morgia, che solo pochi giorni fa si era fatto immortalare in piazza Maggiore travestito da pinguino mangia-sardine, ha scritto il suo messaggio in occasione della giornata mondiale contro la violenza sulle donne.

PER LA MORGIA «ESISTE ANCHE LA VIOLENZA DELLE DONNE SUGLI UOMINI»

«La violenza non ha sesso» e «se vogliamo veramente parlare di pari opportunità, vorrei far presente che esiste anche la violenza delle donne sugli uomini, purtroppo ancora poco riconosciuta, poco condannata e poco dibattuta». Violenza, prosegue il post, «non solo fisica, ma che si manifesta anche attraverso l’alienazione parentale (la distruzione del rapporto padre-figlio da parte della madre) e le migliaia di false denunce che le donne usano per avvantaggiarsi sull’uomo in sede di separazione civile, il quale spesso viene ridotto al lastrico».

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Piano paesaggistico, Rosa: “Stiamo spingendo per migliorarlo”

“In linea con gli impegni politici assunti in tema di Piano paesaggistico regionale, nell’incontro di oggi abbiamo inserito nel documento programmatico importanti integrazioni riguardanti la rete dei paesaggi letterari e artistici, le attività estrattive e gli impianti idroelettrici”.
Lo fa sapere l’assessore all’Ambiente ed energia, Gianni Rosa, a margine della riunione del Comitato tecnico paritetico, istituito per elaborare il Piano paesaggistico regionale, che si è svolta questa mattina nella sala Bramea del dipartimento. Presenti all’appuntamento i rappresentanti del Ministero per i Beni e le attività culturali, del Ministero dell’Ambiente, il direttore generale del dipartimento Michele Busciolano.
“La Basilicata, regione cerniera dove storicamente si sono stratificati valori, luoghi e testimonianze, che si riflettono nei parchi letterari, ma anche in centri quali musei e archivi, deve proteggere e valorizzare la propria rete paesaggistica e culturale, consegnando il più possibile intatte alle future generazioni le tracce di Pitagora, Orazio, Federico II, Isabella Morra, Francesco Lomonaco, Mario Pagano e Ferdinando Petrucelli della Gattina, senza dimenticare i contemporanei Carlo Levi, Leonardo Sinisgalli, Albino Pierro e Rocco Scotellaro.
Nella parte dedicata alle attività estrattive petrolifere e gassose, in considerazione del fatto che il ciclo produttivo andrà a esaurirsi entro i prossimi cinquant’anni, il Piano – prosegue Rosa – dovrebbe evidenziare le aree sottoposte a grandi insediamenti industriali, prospettando il loro futuro utilizzo e l’eventuale riconversione, tenendo conto degli effetti sui siti specifici e sul territorio limitrofo.
Discorso analogo sulla costruzione di impianti idroelettrici ad acqua fluente sui principali fiumi della Basilicata, che dovranno essere inseriti in batteria su tratti di fiume sistemati dal punto di vista idraulico e paesaggistico a spese del concessionario che ne garantirà il decoro. L’obiettivo – sottolinea Rosa – è quello di creare veri e propri parchi fluviali a disposizione dei cittadini per iniziative ricreative e culturali.
Nella giornata di oggi, al fine di preservare e valorizzare maggiormente i beni culturali lucani, abbiamo previsto – conclude – ulteriori integrazioni al repertorio relativo a edifici, complessi e alberi monumentali, disponendo inoltre iniziative di ricognizione e delimitazione per le zone di interesse archeologico e il Parco della Murgia materana”.

  

Tredici soldati francesi sono morti in un incidente in Mali

Hanno perso la vita in uno schianto tra due elicotteri. In totale, sono 38 i militari transalpini morti nel Paese africano dall'inizio delle operazioni (2013).

Tredici soldati francesi sono morti in Mali nello schianto accidentale tra due elicotteri avvenuto la sera del 25 novembre durante un’operazione di contrasto ai miliziani jihadisti. Lo ha annunciato l’Eliseo. Il presidente francese Emmanuel Macron ha scritto su Twitter: «Erano impegnati in un’operazione di combattimento contro dei terroristi. Questi tredici eroi avevano un solo obiettivo: proteggerci. Mi inchino dinanzi al dolore dei loro cari e dei loro compagni».

I MESSAGGI DI CORDOGLIO DELLA POLITICA

Dopo il presidente Macron, anche il premier Edouard Philippe ha reso omaggio agli «eroi caduti per il Paese». Cordoglio anche da parte del presidente dell’Assemblea Nazionale, Richard Ferrand: «Tredici nostri connazionali in lotta contro il terrorismo, per la nostra sicurezza, le nostre libertà, hanno trovato la morte in Mali durante i combattimenti. A nome della rappresentanza nazionale, voglio salutare il loro coraggio. I miei pensieri vanno, nel dolore, alle loro famiglie e ai loro cari». Messaggi di solidarietà e cordoglio anche da altre personalità francesi come gli ex presidenti Francois Hollande e Nicolas Sarkozy e la leader del Rassemblement National Marine Le Pen.

APERTA UNA INCHIESTA PER CHIARIRE LE CAUSE DELL’INCIDENTE

Con l’incidente del 25 novembre sera, l’esercito francese paga il peggiore tributo di sangue degli ultimi 36 anni. In totale, sono 38 i soldati francesi morti in Mali dall’inizio delle operazioni (Serval e poi Barkhane) nel 2013 su un totale di circa 4.500 militari impegnati nella regione. La ministra della Difesa, Florence Parly, è attesa sul posto mentre un’inchiesta è stata aperta per chiarire le circostanze del dramma. Intanto, l’Eliseo lavora all’organizzazione di una cerimonia nazionale in omaggio ai 13 militari morti.

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Salta l’emendamento per ripristinare lo scudo penale per l’Ilva

La proposta di modifica era stata depositata dalla Lega. Intano, Patuanelli apre a Invitalia come possibile strumento per l'intervento pubblico.

È saltato l’emendamento della Lega alla manovra per ripristinare lo scudo penale per l’ex Ilva: la commissione Bilancio del Senato ha giudicato inammissibile la proposta a prima firma Matteo Salvini.

PATUANELLI: «INVITALIA POSSIBILE VIA PER L’INTERVENTO PUBBLICO»

Intanto, il ministro dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli, ha spiegato che Invitalia rappresenta «una delle possibilità sul campo» per l’eventuale intervento pubblico: «Stiamo valutando diverse ipotesi, Cdp è difficile per lo statuto. «Questo», ha aggiunto Patuanelli, «è un lavoro che sta facendo il ministro Gualtieri e il Mef. È da quell’analisi che nascerà poi la proposta di un eventuale ingresso dello Stato».

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Come Dazn ha raggiunto gli 8 milioni di abbonati nel mondo

Sottoscrittori raddoppiati rispetto a sei mesi prima. E il 90% di loro è fuori dagli Stati Uniti. La piattaforma che trasmette eventi sportivi in streaming è presente in 30 diversi Paesi. Dai problemi iniziali all'accordo con Sky, la crescita.

Dazn ha fatto boom. Raddoppiando il suo pubblico. La piattaforma digitale che trasmette eventi sportivi in streaming ha infatti raggiunto gli 8 milioni di abbonati nel mondo. La notizia è contenuta in un servizio trasmesso dalla Nbc, che ha citato fonti vicine all’azienda.

FORBES AVEVA CERTIFICATO 4 MILIONI DI ABBONATI

Il 90% di questi abbonati sono fuori dagli Stati Uniti, ha precisato la tivù americana, sottolineando che il dato rappresenta una moltiplicazione per due dei 4 milioni di abbonati mondiali citati da Forbes soltanto sei mesi prima.

IN ITALIA TRE PARTITE DI A OLTRE A B, LIGA E LIGUE 1

Dazn è presente sul mercato in 30 Stati tra i quali Germania, Austria, Svizzera, Giappone, Italia, Canada, Usa, Spagna e Brasile. Nel nostro Paese la piattaforma, che ha il “volto” della presentatrice e pluri-testimonial di diversi brand Diletta Leotta, ha acquisito i diritti di trasmissione di tre gare a giornata del campionato di Serie A fino al 2021 e di tutta la Serie B, oltre che di una parte del calcio internazionale, come per esempio la Liga spagnola e la Ligue 1 francese, e di diversi altri sport.

Diletta Leotta allo stadio San Paolo di Napoli.

DALLE DIFFICOLTÀ INIZIALI AL CANALE SU SKY

Dazn a fine agosto 2019 ha trovato un accordo con Sky per trasmettere la Serie A sul satellite, dando vita a Dazn1, sul canale 209. L’Executive vice president Southern Europe di Dazn, Veronica Diquattro, aveva commentato così: «Dazn continua a investire per far crescere la piattaforma e ampliare l’offerta di contenuti in streaming». Dazn sta vivendo dunque un momento di miglioramento in seguito alle difficoltà iniziali, tra disservizi e il faro acceso dell’Antitrust. Ma dopo l’esordio contraddistinto da ritardi e problemi di segnale ora è arrivata la crescita.

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La giunta di Forlì blocca i progetti contro omofobia e transfobia

La decisione del centrodestra stoppa un'iniziativa finanziata dalla Regione e già approvata dall'amministrazione precedente. Con l'assurda spiegazione della tutela della famiglia tradizionale.

La giunta di centrodestra che amministra la città di Forlì ha bloccato i fondi provenienti dalla Regione per un progetto di formazione psicologica e giuridica, rivolta agli operatori del Comune e alle associazioni interessate, che riguardava «prevenzione e contrasto alle violazioni dei diritti umani e alle diverse forme di prevaricazione legate al genere e all’orientamento sessuale». In poche parole, progetti contro l’omofobia e la transfobia. Fondi che erano già stati destinati a questo scopo dalla precedente amministrazione (di centrosinistra) e mai sbloccati da quella attuale, che ha comunicato il suo diniego nei giorni scorsi.

«PRIMA LA FAMIGLIA TRADIZIONALE»

Il no ai fondi è stato motivato, secondo quanto riferito dalle associazioni, perché la giunta «aderisce, in coerenza con il programma elettorale, a un modello di famiglia tradizionale». «Ci chiediamo in che modo contrastare le discriminazioni possa turbare un modello familiare», è stata la protesta delle associazioni. «Ci chiediamo inoltre come una delibera comunale possa essere disattesa senza un atto di eguale valore, trattando decisioni che meritano una motivazione nei confronti della cittadinanza». A replicare è stato l’assessore comunale alle Pari opportunità, la leghista Andrea Cintorino: «Noi abbiamo aderito a tutte le iniziative contro la violenza sulle donne. Ma in questo caso si parlava anche dei gay. Noi rispettiamo le posizioni altrui, ma non adottiamo politiche Lgbt».

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Caso Caruana Galizia, si dimette il capo di gabinetto del premier maltese

Keith Schembri ha accettato la richiesta di Muscat. Sarà sentito dalla polizia come persona informata dei fatti.

L’arresto di Yorgen Fenech, presunto mandante dell’omicidio della giornalista maltese Daphne Caruana Galizia, sta scuotendo il governo de La Valletta. Martedì 26 novembre ha dato le dimissioni, dopo due anni di pressioni da parte dell’opposizione e della famiglia della vittima, Keith Schembri, il capo di gabinetto del primo ministro maltese interrogato dalla polizia come persona informata dei fatti. Il primo ministro Joseph Muscat, dando la notizia delle dimissioni, ha ringraziato Schembri sottolineando il suo «ruolo cruciale» nell’azione di governo e annunciando il suo sostituto: Mark Farrugia.

LEGGI ANCHE: Gli intrecci tra l’omicidio di Daphne Galizia e il presunto mandante Fenech

Muscat ha anche sottolineato di aver preso la decisione di chiedere le dimissioni del suo braccio destro dopo consultazioni con diversi esponenti del partito laburista e con lo stesso Schembri. «Continuerò a prendere decisioni per il bene del Paese», ha assicurato Muscat, secondo quanto riportato dal sito di One Tv, il canale del partito laburista.

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Rieti, una donna ha ucciso il marito dandogli fuoco

È successo la sera del 25 novembre dopo una violenta lite. Inutili i soccorsi.

Lo ha cosparso di benzina dopo una violenta lite, forse l’ennesima, e così lo ha ucciso. È questa la dinamica ricostruita dagli inquirenti che indagano sull’esplosione avvenuta la sera del 25 novembre, poco prima delle 22.30, in una palazzina del quartiere di Campomoro, a Rieti. La vittima è un 44enne del luogo e a causare la sua morte è stata sua moglie, ora ricoverata in stato di fermo al Sant’Eugenio di Roma con gravi ustioni su tutto il corpo.

DUE FIGLI RIMASTI ILLESI

Secondo la ricostruzione degli investigatori della Polizia, intorno alle 22 l’uomo aveva chiamato il 113 segnalando che sua moglie, di origini brasiliane, si era allontanata portando via i loro due figli (rimasti illesi). La donna, in realtà, si stava procurando delle taniche di benzina che, una volta tornata in casa, ha utilizzato contro il marito. Le urla hanno poi richiamato l’attenzione dei vicini ma al momento dell’arrivo dei Vigili del fuoco e del 118 per il 44enne era ormai troppo tardi.

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Rieti, una donna ha ucciso il marito dandogli fuoco

È successo la sera del 25 novembre dopo una violenta lite. Inutili i soccorsi.

Lo ha cosparso di benzina dopo una violenta lite, forse l’ennesima, e così lo ha ucciso. È questa la dinamica ricostruita dagli inquirenti che indagano sull’esplosione avvenuta la sera del 25 novembre, poco prima delle 22.30, in una palazzina del quartiere di Campomoro, a Rieti. La vittima è un 44enne del luogo e a causare la sua morte è stata sua moglie, ora ricoverata in stato di fermo al Sant’Eugenio di Roma con gravi ustioni su tutto il corpo.

DUE FIGLI RIMASTI ILLESI

Secondo la ricostruzione degli investigatori della Polizia, intorno alle 22 l’uomo aveva chiamato il 113 segnalando che sua moglie, di origini brasiliane, si era allontanata portando via i loro due figli (rimasti illesi). La donna, in realtà, si stava procurando delle taniche di benzina che, una volta tornata in casa, ha utilizzato contro il marito. Le urla hanno poi richiamato l’attenzione dei vicini ma al momento dell’arrivo dei Vigili del fuoco e del 118 per il 44enne era ormai troppo tardi.

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Perquisizioni della guardia di finanza sulla fondazione renziana Open

Tra i reati ipotizzati riciclaggio e traffico di influenze. La "cassaforte" politica era nata per sostenere le iniziative dell'ex premier.

Una creatura renziana nel mirino delle Fiamme gialle. La mattina del 26 novembre la guardia di finanza ha fatto partire perquisizioni a Firenze e in altre città italiane nell’ambito di sviluppi delle indagini relative all’inchiesta della procura fiorentina sulla fondazione Open, costituita per sostenere le iniziative politiche dell’ex premier Matteo Renzi. Secondo quanto si è appreso, la procura, tra i reati contestati nell’inchiesta a vario titolo, considera riciclaggio, traffico di influenze, autoriciclaggio.

SEQUESTRATI BILANCI E LISTA DEI FINANZIATORI

Tra le città dove i finanzieri hanno eseguito le perquisizioni ci sono anche Milano, Modena, Torino, Bari, Alessandria, Pistoia, Roma, Napoli, Palermo. L’inchiesta sulla fondazione Open – da cui sarebbero scaturite queste perquisizioni – è emersa nel settembre 2019 quando a Firenze venne perquisito lo studio dell’avvocato Alberto Bianchi, ex presidente della Open, indagato per traffico di influenze illecite. Tra i documenti che gli furono sequestrati ci sarebbero i bilanci della Open e la lista dei finanziatori della fondazione. Open aveva sostenuto, tra l’altro, la Leopolda di Renzi.

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Perquisizioni della guardia di finanza sulla fondazione renziana Open

Tra i reati ipotizzati riciclaggio e traffico di influenze. La "cassaforte" politica era nata per sostenere le iniziative dell'ex premier.

Una creatura renziana nel mirino delle Fiamme gialle. La mattina del 26 novembre la guardia di finanza ha fatto partire perquisizioni a Firenze e in altre città italiane nell’ambito di sviluppi delle indagini relative all’inchiesta della procura fiorentina sulla fondazione Open, costituita per sostenere le iniziative politiche dell’ex premier Matteo Renzi. Secondo quanto si è appreso, la procura, tra i reati contestati nell’inchiesta a vario titolo, considera riciclaggio, traffico di influenze, autoriciclaggio.

SEQUESTRATI BILANCI E LISTA DEI FINANZIATORI

Tra le città dove i finanzieri hanno eseguito le perquisizioni ci sono anche Milano, Modena, Torino, Bari, Alessandria, Pistoia, Roma, Napoli, Palermo. L’inchiesta sulla fondazione Open – da cui sarebbero scaturite queste perquisizioni – è emersa nel settembre 2019 quando a Firenze venne perquisito lo studio dell’avvocato Alberto Bianchi, ex presidente della Open, indagato per traffico di influenze illecite. Tra i documenti che gli furono sequestrati ci sarebbero i bilanci della Open e la lista dei finanziatori della fondazione. Open aveva sostenuto, tra l’altro, la Leopolda di Renzi.

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Auto travolge operai nel Leccese: quattro morti

Il gruppo era impegnato in un lavoro di potatura degli alberi lungo la circonvallazione di Galatone. Una quinta persona è stata ricoverata in gravi condizioni.

Tragedia nel Leccese, dove un gruppo di operai impegnati in lavori di potatura degli alberi lungo la circonvallazione di Galatone è stato investito da un camion in transito. Secondo le prime informazioni ci sarebbero almeno quattro vittime e un ferito, ricoverato in gravi condizioni in ospedale. Tre delle vittime e il ferito sono operai della ditta Eco.Man Salento impegnati in lavori di potatura lungo la strada. La quarta vittima è il conducente di una Golf che ha perso il controllo dell’auto durante un sorpasso. La vettura ha travolto il camion della Eco.Man fermo sul ciglio della strada che ha a sua volta travolto gli operai. Sul posto stanno operando vigili del fuoco e carabinieri.

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I 5 stelle e il controllo sociale modello Cina

L'emendamento alla manovra di Bottici e Fenu, poi bocciato dalla Ragioneria generale, puntava a far gestire allo Stato l’identità digitale degli italiani. Copiando il sistema di sorveglianza della Repubblica popolare. Chissà se Grillo ne ha parlato con l'ambasciatore di Pechino a Roma.

Quando si dice ispirarsi a modelli democratici e liberali. Se per la nazionalizzazione dell’acqua pubblica (proposta di legge Daga), il modello del Movimento 5 stelle è stato il Venezuela di Maduro, per la gestione dell’identità digitale il modello è quello della Cina

IL TENTATIVO DI NAZIONALIZZARE IL SISTEMA SPID

Due senatori grillini, Laura Bottici, diplomata analista contabile all’Istituto professionale per il Commercio di Carrara, e Emiliano Fenu, commercialista nuorese, hanno infatti presentato un emendamento alla legge di Bilancio che punta a far gestire allo Stato l’identità digitale degli italiani. Nel piano ordito dai pentastellati, la nazionalizzazione di Spid, lo strumento ora privato che serve a questo scopo, dovrebbe avvenire attraverso PagoPa, struttura nata per centralizzare i pagamenti a favore della Pubblica amministrazione. La piattaforma è un caso unico in Europa, dove le amministrazioni hanno semplicemente optato per rapporti di concessione aperti con i circuiti di pagamento. 

LEGGI ANCHE: In Cina non c’è repressione: parola del Blog di Grillo

I COSTI A CARICO DELLO STATO

In Italia, invece, come se la burocrazia non fosse già mortifera, si vuole creare un ulteriore passaggio gestionale pubblico che non offre alcun vantaggio al cittadino ma che invece comporta un costo a carico dello Stato pari a 5 milioni all’anno. A tale costo, l’emendamento sulla nazionalizzazione di Spid prevedeva di aggiungerne ulteriori 65 milioni in tre anni (sempre a favore di PagoPA). 

UN SISTEMA DI SORVEGLIANZA COPIATO DA PECHINO

L’emendamento, però, è stato bocciato dalla Ragioneria generale. Non solo per le coperture fittizie, ma anche perché un sistema come quello che avevano in mente era copiato di sana pianta dal sistema di sorveglianza sociale cinese, dove il regime controlla ogni suddito. Più o meno quel che i due senatori grillini volevano introdurre anche in Italia. E chissà se l’argomento è stato affrontato durante i colloqui che Beppe Grillo ha avuto nei suoi incontri calorosi con l’ambasciatore di Pechino a Roma. Dall’acqua in salsa venezuelana al controllo sociale cinese. Guarda caso, Alessandro Di Battista è in partenza per l’Iran. Chissà con quale nuova idea tornerà. Lo scopriremo dai prossimi emendamenti. Si salvi chi può.

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

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Per salvare l’Italia serve unità nazionale ma non ne siete capaci

Il Paese sta crollando. Eppure nessuno ha la voglia, la forza morale e il coraggio di sporcarsi le mani e raccogliere l'appello che arriva dalle Sardine mettendo da parte i miserabili affari di partito.

Mi auguro che le Sardine riempiano tutte le piazze d’Italia e continuino a nuotare nelle acque limacciose di questo Paese.

Me lo auguro perché per la prima volta siamo di fronte a un movimento apartitico ma anche apolitico, nel senso che adopera parole d’ordine e fa riferimento a principi morali e sociali che solo la cattiva coscienza della destra individua come ostili a sé. 

L’ITALIA STA ANDANDO A PEZZI

Riflettiamo per un momento. L’Italia sta andando dolorosamente a pezzi. Una grande città come Genova è isolata e il presidente della Liguria lo scopre oggi fra una dichiarazione pro-Salvini, una lite finta con Mara Carfagna e quattro sciocchezze dette in tivù. Piogge previste stanno colpendo Nord e Sud e crollano Nord e Sud. Il Paese è stato unificato dal malgoverno e dal malaffare. Ci sono sindaci che resistono, politici nei territori che meritano il nostro plauso, ma generalmente siamo circondati da chiacchieroni afflitti da “convegnite”, il grande male italiano.

LE SARDINE CI INVITANO AD AVERE CURA DI NOI

Di fronte a questo spettacolo, a questa tragedia, le Sardine dicono che dobbiamo avere cura di noi, che vanno bandite le parole che preparano la guerra civile. Frasi troppo ardite e minacciose per le orecchie di Vittorio Feltri, Franco Bechis, Mario Giordano e comprimari. Ci sono anche alcuni politici, ieri sera l’ha fatto Antonio Bassolino nella trasmissione di Barbara Palombelli (ma che ci sei andato a fare Antonio? Questa tivù la vedono in pochi), che chiamano a uno sforzo nazionale comune.

UNA CLASSE DIRIGENTE ALLA DERIVA

Nessuno però sembra avere voglia né la forza morale per raccogliere questo appello. Sembra quasi che tutti si augurino che vada peggio perché il peggio affossa l’avversario e fa crescere i voi dell’oppositore di turno. Non era questa l’Italia nostra. Eravamo un Paese con una classe politica di livello che sapeva combattersi ma anche unirsi. E se non ci riusciva, o non voleva, c’era Sandro Pertini a dare frustate ed Enrico Berlinguer a organizzare l’esercito dei buoni. Oggi non è più possibile e nessuno ci prova. Figuriamoci se Matteo Salvini mette da parte i suoi veleni sugli immigrati per proporre al governo cosa concrete da fare assieme. Figuriamoci se chi è al governo ha voglia di sporcarsi le mani facendo una proposta a Salvini. Per l’Italia repubblicana scoprire di essere governata da una banda di cialtroni egoisti è una tragica scoperta.

COSÌ SI IGNORANO LE VERE PRIORITÀ

Ancora più tragica perché sforzando la memoria e compulsando interviste e programmi, quasi tutte le forze politiche hanno indicato in un piano eccezionale di lavori pubblici per mettere in salvezza il Paese, una delle chiavi per combattere la disgregazione e il degrado e per dare buona occupazione. Lo dicono quasi tutti. È del tutto evidente che questa dovrebbe essere la vera priorità, garantita da un sistema non burocratico di controllo per impedire che si infiltrino imprese mafiose. Invece no, chi è al governo annaspa, chi è all’opposizione fa tweet contro le Sardine.

Il problema-Italia è gigantesco e richiede una classe dirigente dalle spalle forti e dotata di una cultura di governo. Non siete voi

Questo spettacolo sta avvenendo sotto gli occhi di tutti. Le Sardine nascono da questo ignobile spettacolo e nascono come movimento di persone beneducate. Quando la situazione diverrà veramente insopportabile, verranno i movimenti degli “squaletti”, giovani beneducati anch’essi che si mangeranno i politici attuali, quasi tutti, e rinnoveranno l’Italia. L’illusione scema della destra è che se vincerà le prossime elezioni, avrà risolto i suoi problemi. È un dato di fatto che il problema-Italia è gigantesco e richiede una classe dirigente dalle spalle forti e dotata di una cultura di governo. Non siete voi. Non lo sono neppure quegli altri che vi si opporranno. A meno che… a meno che non abbiate alle spalle uno o due anni in cui, trascurati i miserabili affari di partito, troviate un modus vivendi per salvare l’Italia. Ma non sarete capaci di farlo. 

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Genova scongiura l’isolamento con la riapertura dell’A26

Il parziale ripristino della circolazione previsto entro le ore 12. Con la chiusra dell'A6 il governatore della Liguria Toti aveva lanciato l'allarme: «È come essere in guerra».

Sembra essere scongiurato l’isolamento nel quale rischiava di trovarsi Genova in seguito all’emergenza maltempo. Entro le ore 12 è infatti prevista la parziale riapertura dell’autostrada A26, tra l’allacciamento con la A10 e lo svincolo di Masone.

TRANSITO SU UNA CORSIA PER OGNI SENSO DI MARCIA

Il tutto avverrà grazie a uno scambio di carreggiata che consentirà il transito su una corsia per ogni senso di marcia. Ciò permette comunque di svolgere le verifiche tecniche sui viadotti Fado e Pecetti ritenuti ammalorati e non sicuri. Il capoluogo ligure era a forte rischio isolamento, anche in considerazione della chiusura dell’A6.

L’ALLARME LANCIATO DA TOTI

Dopo l’iniziale chiusura dell’A26, Il governatore della Liguria Giovanni Toti aveva lanciato l’allarme: «È come se fossimo in tempo di guerra, siamo a Stalingrado, non possiamo reggere la situazione oltre una settimana, non la può reggere il Paese. Deve intervenire il genio militare». «È quasi come il Ponte Morandi», aveva aggiunto, «ma la sicurezza dei cittadini viene prima di tutto. Bene le verifiche, ma è un danno incalcolabile per l’economia della Regione, del Nord-ovest e del Paese, a ridosso del Natale, quando i traffici per il primo sistema portuale d’Italia sono al massimo».

BUCCI DISPONE IL TRASPORTO PUBBLICO GRATUITO

Intanto, il sindaco di Genova Marco Bucci ha disposto l’utilizzo gratuito dell’intera rete urbana di trasporto pubblico Amt (metropolitana, autobus, ascensori e funicolari, navebus, con la sola eccezione del servizio commerciale volabus) fino alla cessazione dell’emergenza per la chiusura dell’A26. La frequenza dei mezzi pubblici sarà intensificata in tutta la città per scongiurare il rischio di una paralisi del traffico.

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Hong Kong, Carrie Lam tira dritto dopo le elezioni distrettuali

La governatrice fa mea culpa, ma senza concessioni ai manifestanti. Mentre si alza la tensione tra Cina e Usa sul testo approvato dal Congresso statunitense.

Un mea culpa a metà. Il 27 novembre la governatrice di Hong Kong Carrie Lam ha preso atto dell’insoddisfazione emersa domenica 24 novembre dal voto locale distrettuale che ha visto il campo pro-democrazia vincere quasi il 90% dei seggi e il tracollo dei candidati pro-Pechino, ma non ha fatto concessioni. L’esito, ha affermato in conferenza stampa, riversa i timori sulle «carenze del governo, inclusa l’insoddisfazione per il tempo preso per occuparsi dell’attuale situazione instabile e, naturalmente, per far finire le violenze». Il governo «rifletterà seriamente» sull’esito del voto «migliorando la governance». Nessun passo, però, verso i manifestanti.

LA CINA CONVOCA L’AMBASCIATORE STATUNITENSE

Nel frattempo, prosegue lo scontro diplomatico tra Stati Uniti e Cina sul testo a favore del movimento pro-democrazia dell’ex colonia che, approvato dal Congresso, attende la firma del presidente Donald Trump per l’efficacia. Il viceministro degli Esteri cinese Zheng Zeguang ha convocato l’ambasciatore Usa a Pechino, Terry Branstad, chiedendo il ritiro dell’Hong Kong Human Rights and Democracy Act of 2019. Zheng ha sollecitato la correzione «immediata degli errori» e la fine delle interferenze negli affari interni della Cina. Altrimenti, Washington dovrà «farsi carico di ogni conseguenza».

Qualsiasi tentativo di spingere Hong Kong nel caos e di distruggere la sua stabilità e prosperità è destinato a fallire

Zheng Zeguang, viceministro degli Esteri cinese

Zheng ha accusato il Congresso Usa di tralasciare i fatti e la verità, e di essere connivente e di supportare i violenti crimini e l’azione degli agitatori. «È una grave violazione delle leggi internazionali e delle norme di base che governano le relazioni internazionali. La Cina esprime forte condanna e vi si oppone», ha detto il viceministro. «Qualsiasi tentativo di spingere Hong Kong nel caos e di distruggere la sua stabilità e prosperità è destinato a fallire».

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Violenta scossa di terremoto nel Nord dell’Albania

Il sisma di magnitudo 6.5 ha avuto epicentro vicino a Durazzo ed è stato avvertito anche in Puglia e Basilicata. Case e palazzi crollati. Persone sotto le macerie. Il bilancio provvisorio è di nove morti e 300 feriti. Roma invia gli aiuti.

Un violento terremoto ha colpito la costa settentrionale dell’Albania nella notte del 26 novembre. La scossa, di magnitudo 6.5, ha avuto come epicentro la zona tra Shijak e Durazzo. Secondo i dati dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv) italiano e del servizio geologico statunitense Usgs, il sisma ha avuto ipocentro a circa 10 km di profondità.

Nella capitale, Tirana, la gente è scesa in strada in preda al panico, a Durazzo e Thunama sono crollati case e palazzi. Il bilancio per il momento è di nove morti. Due donne sono state trovate morte sotto le macerie di tre palazzine crollate a Thumana, una località a circa 40 chilometri a nord di Tirana. A Durazzo, sono stati trovati in un albergo crollato nella zona della spiaggia quattro corpi. A Kurbin un uomo è morto dopo essersi gettato dal balcone per tentare di mettersi in salvo. I feriti sono almeno 300 feriti e ci sono persone sotto le macerie.

ESERCITO E PROTEZIONE CIVILE AL LAVORO TRA LE MACERIE

Unità dell’esercito e della protezione civile sono al lavoro tra le macerie di un palazzo a Durazzo e di altri tre a Thumana, dove sono stati tratti in salvo per ora due bambini. Il premier albanese Edi Rama ha parlato su Facebook di «momenti drammatici, in cui bisogna mantenere la calma e stare vicini l’uno all’altro per affrontare questo colpo», sottolineando che «tutte le strutture dello Stato sono operative per salvare ogni possibile vita» e che Italia, Grecia, Francia e Turchia si sono mobilitate per fornire assistenza. La scossa è stata avvertita anche nel Centro e Sud Italia, dalla Puglia alla Basilicata (soprattutto a Matera), passando per l’Abruzzo, dove sono state registrate molte chiamate ai Vigili del fuoco, ma non sono stati riportati danni.

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Il tesoretto mai speso per infrastrutture e contro il dissesto idrogeologico

Con il crollo dell'ennesimo viadotto si torna a parlare di investimenti in opere pubbliche. Ma dove prendere i miliardi? In realtà ci sono, ma non si usano. O sono stati investiti in altre "emergenze". Senza parlare dei fondi europei e dei cantieri congelati. Il punto.

Il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia in un’intervista a Repubblica chiede al governo di stanziare 60 miliardi per le infrastrutture.

Italia viva rilancia e chiede di ripristinare l’unità di missione contro il dissesto idrogeologico “liberando” 120 miliardi di euro di opere bloccate.

Il giorno dopo l’ennesimo viadotto autostradale sfarinato, tornano a rincorrersi le dichiarazioni eclatanti.

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Non a caso, l’ultima volta che venne annunciato un piano Marshall per riaprire i cantieri fu nelle ore immediatamente successive al crollo del ponte Morandi, quando l’allora ministro alle Infrastrutture Danilo Toninelli dichiarò: «Serve un piano straordinario. Avvieremo una mappatura per valutare quali siano le infrastrutture potenzialmente a rischio e poi faremo prevenzione».

QUEL TESORETTO DA 150 MILIARDI MAI UTILIZZATO

A pochi giorni dalla tragedia del viadotto sul Polcevera, durante la presentazione del Contratto standard di partenariato pubblico-privato per la realizzazione di opere pubbliche, Giovanni Tria lanciò un allarme caduto nel vuoto: i soldi ci sono, ma non sono mai stati spesi. Secondo l’allora titolare del ministero dell’Economia, i vari governi avevano accantonato 150 miliardi in 15 anni, già defalcati dal deficit.

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Di questi, per Tria 118 miliardi erano «considerabili immediatamente attivabili», ma bloccati da procedure complesse e da una insufficiente capacità progettuale. Con il risultato che, per la messa in pratica di opere di impatto minimo, dal valore di 100 mila euro, ci vorrebbero almeno due anni, che diventano 15 per le grandi opere (sopra i 100 milioni).

NEL 2018 NON SONO STATI SPESI 6 MILIARDI

Il risultato? Gran parte degli annunci più roboanti fatti dai politici negli ultimi tempi riguardavano somme già stanziate ma mai utilizzate. Tesoretti solo su carta, successivamente destinati ad altre finalità a seconda dell’emergenza del momento, magari per coprire regalie dal sapore elettorale. Per fare un esempio, secondo l’ultimo Consuntivo finale del bilancio dello Stato, nel 2018 circa 6 miliardi di euro per le infrastrutture (per la precisione, 5,7 miliardi) non sono stati spesi dall’apposito dicastero, col risultato di venire cancellati dal bilancio

IL NODO DEI FONDI EUROPEI

Un male tutto italiano che riguarda anche i fondi europei. In più occasioni, infatti, i politici italiani hanno dichiarato che sarebbero i vincoli imposti da Bruxelles a frenare la spesa pubblica, non ultimo Matteo Salvini, proprio nel giorno del crollo del ponte Morandi («Se ci sono vincoli europei che ci impediscono di spendere soldi per mettere in sicurezza le scuole dove vanno i nostri figli o le autostrade su cui viaggiano i nostri lavoratori, metteremo davanti a tutto e a tutti la sicurezza degli italiani»).

Ma non è affatto così. Spulciando i documenti europei, è possibile constatare non solo che «l’Italia è uno dei maggiori beneficiari dei fondi strutturali e di investimento europei» (fondi Sie) ma anche che il nostro Paese non li utilizza. «Alla fine del 2018», si legge nell’ultimo report, «l’Italia era in ritardo nell’attuazione dei fondi Sie rispetto alla media dell’Ue. In termini di tasso di selezione (% della dotazione totale selezionata per l’attuazione di progetti specifici), il livello registrato per l’Italia è del 56% rispetto al 63% per l‘Unione europea nel suo complesso. Analogamente, sebbene abbia reso possibile il conseguimento degli obiettivi di fine anno per il 2018, il tasso dei pagamenti per l’Italia (20%) rimane al di sotto della media dell’Ue (27%)».

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Nel solo settore delle infrastrutture, 2,45 miliardi di euro di fondi comunitari sono stati assegnati agli investimenti nelle reti viarie, 1,4 miliardi alle infrastrutture per i trasporti urbani sostenibili. A bloccare i cantieri non solo dimenticanze perché, come aveva sottolineato l’Ufficio Valutazione Impatto del Senato, il 90% dei progetti che il nostro Paese aveva presentato a Bruxelles per il finanziamento aveva un’insufficiente analisi costi-benefici, il 70% problemi sulla valutazione del mercato interno o nell’impianto progettuale, il 50% lacune nella valutazione ambientale.

L’84% DELLE OPERE CONGELATO PRIMA DELL’APERTURA DEI CANTIERI

A questo male endemico consegue l’elenco sterminato di cantieri bloccati per i più disperati motivi. L’Ance (Associazione nazionale costruttori edili) ha persino pubblicato un sito (Sbloccacantieri.it) per monitorare costantemente la situazione in tutto il Paese. Secondo i dati dell’osservatorio, l’84% delle opere viene congelato persino prima dell’apertura dei cantieri. Le cause sono le più disparate e vanno da motivi amministrativi (43% dei casi), finanziari (36%) o legati a decisioni politiche  (19%). E molto spesso si accavallano, trasformando il dialogo che i privati dovrebbero riuscire a stabilire con la pubblica amministrazione in un percorso a ostacoli estenuante, fatto di carte bollate, ricorsi e avvocati.

DISSESTO IDROGEOLOGICO: USATO IL 20% DELLE RISORSE

Le cifre fin qui riportate riguardano il sistema delle infrastrutture nel suo complesso, quindi l’insieme delle risorse destinate sia alla costruzione di nuove opere sia allo sviluppo del sistema Paese. Con riferimento invece ai soli fondi destinati al dissesto idrogeologico, c’è un report redatto dalla Corte dei Conti che dimostra analoghe dimenticanze. Nella relazione “Fondo per la progettazione degli interventi contro il dissesto idrogeologico (2016-2018)” del 31 ottobre scorso, i magistrati contabili hanno preso in esame le modalità di funzionamento e di gestione del fondo, la governance, le responsabilità dei soggetti attuatori e l’efficacia delle misure emanate. È emerso uno «scarso utilizzo delle risorse stanziate per il fondo progettazione contro il dissesto idrogeologico e inefficacia delle misure sinora adottate, di natura prevalentemente emergenziale e non strutturale». Le risorse effettivamente erogate alle Regioni, a partire dal 2017, rappresentano, negli anni oggetto dell’indagine, solo il 19,9% del totale complessivo (100 milioni di euro). In particolare, i magistrati hanno evidenziato criticità su più livelli: «L’inadeguatezza delle procedure e la debolezza delle strutture attuative; l’assenza di adeguati controlli e monitoraggi; la mancata interoperabilità informativa tra Stato e Regioni; la necessità di revisione dei progetti approvati e/o delle procedure di gara ancora non espletate; la frammentazione e disomogeneità delle fonti dei dati sul dissesto».

L’ANSFISA SOFFOCATA DALLA BUROCRAZIA

Nello stesso documento la Corte suggeriva «l’adozione di un sistema unitario di banca dati di gestione del fondo, assicurando in tempi rapidi la revisione dell’attuale sistema, la semplificazione delle procedure di utilizzo delle risorse nonché il potenziamento del monitoraggio e del controllo sugli interventi». Non solo né il governo né il legislatore sono riusciti a fare niente di tutto ciò, ma si sono perse persino le tracce dell’Agenzia nazionale per la sicurezza delle ferrovie e delle infrastrutture stradali e autostradali (Ansfisa) che Toninelli annunciò subito dopo il crollo del Morandi per essere poi istituita con il decreto Genova. L’ultimo avvistamento lo scorso 17 luglio, 11 mesi dopo la tragedia che aveva colpito il capoluogo ligure, quando il Mit comunicò la trasmissione al Consiglio di Stato degli schemi di Regolamento e Statuto. Da allora non se ne è saputo più nulla. Per il pentastellato Nicola Morra, l’Ansfisa «non può iniziare i lavori sulle infrastrutture causa tempi della burocrazia», con il paradosso che l’Authority stessa sarebbe dunque paralizzata. L’ennesimo cantiere rimasto in sospeso, anche se nella serata del 25 novembre l’ingegnere Fabio Croccolo, dirigente del ministero dei Trasporti, è stato nominato direttore dell’Agenzia.

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Le quotazioni di Borsa e lo spread del 26 novembre 2019

Piazza Affari si prepara all'apertura dopo una giornata in rialzo. Il differenziale Btp Bund a 151 punti. I mercati in diretta.

La Borsa italiana si prepara all’apertura della sessione del 26 novembre dopo che Piazza Affari ha chiuso in rialzo (+0,8%) in linea con gli altri listini europei. Nel Vecchio continente c’è ottimismo sulle trattative UsaCina sul commercio internazionale.

Si guarda in modo positivo anche all’andamento dell’economia tedesca, dopo il dato sulla fiducia delle imprese. Resta l’attesa per le prossime mosse delle banche centrali.

LO SPREAD A 151 PUNTI BASE

In lieve calo lo spread tra Btp e Bund a 151 punti, con il rendimento del decennale italiano all’1,16%. A Piazza Affari soffrono tutte le concessionarie autostradali. In particolare Astm (-2,6%), dopo il crollo di un viadotto sulla A6 Torino-Savona, e Sias (-1,6%). In rosso anche Atlantia (-1,3%) e Autostrade Meridionali (-0,94%). Debole Leonardo (-0,7%) e Generali (-0,6%) mentre è piatta Tim. Rally per Prysmian (+4,9%), che ha completato l’intervento sull’elettrodotto Western Link. Bene anche Unicredit (+2,9%), che ha confermato di lavorare al dossier Yapi Kredi (-2,8%) in Turchia. In positivo anche Moncler (+2,4%) e Fineco (+2,3%).

I MERCATI IN DIRETTA

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Di Maio prova a ripartire dalla riforma della giustizia

Il leader del M5s incalza il Pd sulla prescrizione: «Possiamo fare questo passo insieme». Ma la trattativa non è ancora finita. All'orizzonte ci sono le Regionali: in Calabria potrebbe tornare in campo Callipo, in Emilia-Romagna liste in alto mare.

Luigi Di Maio prova a riscrivere la sua agenda di capo politico del M5s dopo il faccia a faccia con Beppe Grillo. Il garante pentastellato ha chiesto un forte rilancio della maggioranza sull’azione del governo. E così Di Maio, in piena crisi di leadership, mentre da una parte fa partire il difficile confronto sul territorio per le elezioni regionali in Emilia-Romagna e Calabria, dall’altra mette sul tavolo i desiderata del Movimento per l’esecutivo.

In cima alla lista c’è il cavallo di battaglia per eccellenza del M5s, la riforma della giustizia, a partire dalla prescrizione. Le modifiche su quest’ultimo punto sono già state approvate con la legge che ha inasprito le pene per i reati di corruzione, la cosiddetta spazzacorrotti. Previsto il blocco dei tempi dopo il primo grado di giudizio, con entrata in vigore dal primo gennaio 2020. Il Pd, tuttavia, finora si è opposto, chiedendo prima che la riforma del processo penale velocizzi la durata dei procedimenti. La trattativa tra dem, renziani e il ministro Alfonso Bonafede non è ancora finita.

«Questo governo può davvero cambiare le cose. Ma le parole non bastano, servono i fatti», ha scritto Di Maio su Facebook, lanciando un monito proprio al Pd. Ai partner di governo viene chiesto di «andare avanti, non indietro». E di non comportarsi come Matteo Salvini, visto che a battersi contro quella che viene definita una norma «di assoluto buon senso» in prima fila ci sono Lega e Forza Italia.

LEGGETE E CONDIVIDETE! SULLA PRESCRIZIONE E SU UN PAESE CHE DEVE ANDARE AVANTI (E NON INDIETRO)Vittime di disastri,…

Posted by Luigi Di Maio on Monday, November 25, 2019

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Di Maio incassa la sponda del premier Giuseppe Conte, che ha sottolineato come la riforma della giustizia non solo figuri nei punti programmatici della maggioranza, ma sia anche «fortemente voluta dal presidente del Consiglio». Ovvero da lui stesso. Il Pd, per il momento, non ha replicato ufficialmente. Ma fonti dem vicine al dossier tendono a considerare l’uscita di Conte come un segnale della volontà del premier di farsi carico di una mediazione.

IL PD STORCE IL NASO

Il Pd, com’è noto, chiede l’introduzione di limiti alla durata dei processi, una sorta di prescrizione processuale. E interpreta il post di Di Maio come una provocazione demagogica, che semplifica eccessivamente la questione mentre le parti stanno cercando di raggiungere una sintesi. Di Maio ha rilanciato anche sulla revoca delle concessioni ad Autostrade per l’Italia («Bisogna muoversi») e sul carcere per i grandi evasori. Ma all’orizzonte ci sono le Regionali del 26 gennaio 2020.

IL REBUS DELLE REGIONALI IN EMILIA-ROMAGNA E CALABRIA

Mentre in Calabria si vocifera di un possibile ritorno in campo dell’imprenditore del tonno Pippo Callipo, in Emilia-Romagna la partita si fa sempre più complicata. Il capo politico del M5s ha incontrato a Bologna gli eletti e gli attivisti, per cercare di trovare una soluzione all’impasse che si è aperta dopo il voto su Rousseau che ha sconfessato Di Maio e ha detto sì alla presentazione delle liste. Ma sia in Calabria, sia in Emilia-Romagna i pentastellati sono divisi. Il deputato “ortodosso” Giuseppe Brescia ha chiesto, assieme all’ex deputata Roberta Lombardi, di rimettere ai voti dei soli iscritti emiliani e calabresi la scelta di come andare al voto: «Non escluderei di tornare su Rousseau per chiedere agli attivisti se preferiscono vederci correre da soli oppure alleati con il Pd», ha detto Brescia.

TEMPO FINO AL 4 DICEMBRE PER LE CANDIDATURE

La vicepresidente della Camera, Maria Elena Spadoni, non concorda: «Penso che sia ormai troppo tardi per aprire a qualsiasi tipo di alleanza, oltretutto non prevista dal nostro statuto», alludendo evidentemente anche alla possibilità di optare per il voto disgiunto, al M5s e al candidato governatore del Pd. Con una presa d’atto finale: «In Emilia i nostri attivisti e consiglieri comunali da anni fanno battaglie contro il Pd. Nessuno dal territorio ha mai aperto ad alleanze». Nell’attesa, il Movimento ha comunque avviato la ricerca dei candidati governatori attraverso le cosiddette “regionarie”: chi intende proporsi avrà tempo fino al 4 dicembre. Sapendo che, come previsto dallo statuto, «il capo politico, sentito il garante», avrà la facoltà di esprimere un eventuale parere vincolante negativo.

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