Continua lo scontro tra governo e opposizioni sul referendum sulla giustizia. Ad accendere le polemiche sono ora le parole del deputato di Fratelli d’Italia Aldo Mattia che, durante un evento in Basilicata, ha invitato il pubblico a usare il «solito sistema clientelare» per convincere i conoscenti a votare Sì. Queste le sue parole: «Avete gli argomenti per poter discutere, ma se non dovesse servire, utilizzate anche il solito sistema clientelare. Non ci credi, beh fammi questo favore. Perché tu sei mio cugino, perché io ti ho fatto questo favore. Aiutami per quest’altra questione perché io te ne ho fatti già tanti. Utilizziamo anche questi mezzi. Perché dobbiamo vincere questa battaglia». Dichiarazioni che hanno subito scatenato l’ira di Pd e M5s.
Pd: «Parole gravissime e preoccupanti»
Daniele Manca, senatore e commissario regionale del Pd Basilicata, ha parlato di «parole gravissime che stanno suscitando forte preoccupazione sul piano politico e istituzionale». «Richiamano un modo di concepire la politica che pensavamo appartenesse al passato peggiore del nostro Paese», ha evidenziato. «È ancora più grave che queste parole arrivino da un parlamentare della Repubblica che ha giurato sulla Costituzione. Quel giuramento richiama ogni rappresentante delle istituzioni al rispetto della libertà del voto e dei principi democratici».
M5s: «Meloni prenda le distanze»
Sul piede di guerra anche il M5s. con il capogruppo al Senato Luca Pirondini che ha così commentato le dichiarazioni di Mattia: «Non è una frase sfuggita per caso, ma una vera e propria call to action. Quelle del deputato Mattia sono parole gravissime, ma ancora peggio è stato l’applauso della platea presente all’evento targato Fratelli d’Italia. Nessuno si è alzato per dire a Mattia “Ma cosa stai dicendo? Ma sei impazzito?”. Ci sarà qualcuno dentro Fratelli d’Italia che lo farà oggi? Giorgia Meloni condivide questo metodo oppure prende le distanze in modo netto e pubblico dal suo deputato e dall’applauso vergognoso che ha fatto da cornice al suo intervento? Comunque se queste sono le argomentazioni di chi chiede il Sì, allora c’è un motivo in più per reagire. Andare a votare in massa e dimostrare che il voto dei cittadini non si compra e non si indirizza con i favori come predica qualcuno dentro FdI».
In una nota, il comitato di redazione del Giornale Radio Rai ha puntato il dito contro Annalisa Chirico e Ping pong, il suo programma su Radio Uno, «diventato lo specchio delle ipocrisie» a cui il servizio pubblico «sottopone i suoi dipendenti». Alla base del comunicato il tempo concesso alla giornalista, troppo schierata per il Sì al referendum sulla separazione delle carriere, che si terrà il 22 e 23 marzo.
Annalisa Chirico (Imagoeconomica).
Il comunicato del cdr di Giornale Radio Rai contro Annalisa Chirico
«Monitoraggio ossessivo dei tempi per il Sì e per il No. Attenzione all’equidistanza che tutti i colleghi applicano nei propri programmi, che si tratti di politica, cronaca o esteri. Tutti, tranne Annalisa Chirico. A lei è concesso dire in onda che voterà Sì al referendum, andare ospite in programmi d’informazione a difendere il fronte del Sì», si legge nella nota. A Chirico, sottolinea il cdr, «è concesso, più in generale, essere una militante più che una giornalista che collabora con la testata radiofonica del servizio pubblico. Prendere posizione, sbilanciarsi a favore dell’uno o dell’altro, non rispettare la completezza dell’informazione». Venerdì 13 marzo, ad esempio, «la puntata sul caso della famiglia del bosco è diventato un florilegio di qualunquismo e opinionismo da quattro soldi».
I dem della Commissione Vigilanza: «Ennesimo grave episodio»
Sulla questione sono intervenuti i membri del Partito democratico della Commissione parlamentare di Vigilanza sulla Rai, parlando di «preoccupante» ed «ennesimo grave episodio» per un’emittente che «sta diventando una sorta di radio del regime di TeleMeloni». Quanto a Chirico, la giornalista è stata definita una «rappresentante della destra di governo», anziché «conduttrice radiofonica imparziale e democratica». La replica dei componenti di Fratelli d’Italia è arrivata subito. I meloniani hanno parlato di «ennesima polemica strumentale e campata in aria della sinistra, che conferma di essere allergica al pluralismo e alla libertà di opinione» e del «solito doppiopesismo» dell’opposizione, quando «peraltro non risulta a carico della trasmissione condotta dalla stessa Chirico alcun rilievo dell’Agcom, a conferma della correttezza e del rispetto delle regole».
In politica, si sa, tradizionalmente è il centrosinistra a dividersi. Dal Pd al M5s, da Iv a Avs ormai si discute su ogni tema o quasi, per non parlare del fiorire di correnti e correntine interne ai partiti. Al contrario, il centrodestra, nonostante le frizioni e le antipatie, riesce a mostrarsi monolitico, riuscendo nella maggior parte dei casi a ricucire in casa. Nel mondo culturale, invece, avviene l’esatto contrario. Diciamo che se fossimo in Stranger Things, la Cultura rappresenterebbe il Sottosopra della destra. La maggioranza infatti in questa bulimia di poltrone (e nella foga di arricchire il proprio Pantheon scippando numi di sinistra, da Gramsci a Pasolini) non trova pace, mentre la gauche nella difesa della propria egemonia è unita e compatta.
Alessandro Giuli (Imagoeconomica).
Il duello Giuli-Buttafuoco
La cronaca degli ultimi giorni lo conferma. Iniziamo con lo scontro tra il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, e il presidente della Biennale di Venezia, Pietrangelo Buttafuoco, reo di aver aperto le porte della prossima Biennale d’Arte alla Russia. «Buttafuoco non ci ha detto nulla quando invece lui già sapeva del ritorno della Russia, ha messo in difficoltà il governo e isolato la Biennale agli occhi del mondo», ha sbottato Giuli arrivando a chiedere le dimissioni di Tamara Gregoretti, rappresentante del suo stesso ministero nel consiglio di amministrazione della Biennale.
Pietrangelo Buttafuoco (Imagoeconomica).
Buttafuoco da parte sua non ha replicato, ma in sua difesa si sono schierati due intellettuali di destra del calibro di Marcello Veneziani e Franco Cardini. «Va bene una Biennale inclusiva verso immigrati, gay e mondo queer ma non verso i popoli e le civiltà del mondo», ha scritto Veneziani sulla Verità. «È sempre più difficile assumere un ruolo pubblico senza diventare servi zelanti in livrea abbaiando a comando, mentre chi disturba viene abbandonato, sconfessato, boicottato», ha aggiunto. «Noi abbiamo preferito sottrarci dal rispondere quando un ministro ci attaccò in modo volgare». Veneziani fa riferimento a un altro duello che lo ha visto protagonista contro il ministro della Cultura.
Franco Cardini (Imagoeconomica).
Quando Veneziani criticò il governo Meloni
L’episodio risale a fine 2025, quando il giornalista e scrittore sempre sul quotidiano diretto da Maurizio Belpietro vergò un editoriale al vetriolo contro il governo Meloni. «Nulla è cambiato nella nostra vita di italiani, cittadini, contribuenti, patrioti e uomini di destra, tutto è rimasto come prima, nel bene e nel male, nella mediocrità generale e particolare». La replica di Giuli fu durissima e personale, parlando di «bile nera» e «animo ricolmo di cieco rimpianto». Come a voler dire: ti sarebbe piaciuto essere al mio posto, ma non ci sei. Del resto all’epoca della formazione del governo, e prima di nominare Gennaro Sangiuliano, Giorgia Meloni sondò informalmente proprio Veneziani, che, secondo qualche retroscena, gentilmente declinò.
Alessandro Giuli, Gennaro Sangiuliano e Pietrangelo Buttafuoco (Imagoeconomica).
Ma nella querelle sulla Biennale a difesa di Buttafuoco è intervenuto anche lo storico Cardini. «Non vedo i presupposti giuridici e procedurali sulla base dei quali il ministro può intervenire. Giuli ha compiuto un passo inopportuno e inadeguato» ha commentato lo storico in un’intervista alla Stampa. E poi è andato oltre: «Credo che Giuli si senta molto insicuro perché sente tutte le critiche che gli vengono mosse per la sua inadeguatezza (…) Giuli è un personaggio della cultura militante che non è convincente né dal punto di vista scientifico, né da altri punti di vista».
L’allergia storica della destra per gli intellettuali
Insomma, colpi di clava. Che si inseriscono perfettamente nella tradizione degli scontri che hanno sempre contraddistinto il mondo culturale della destra italiana. Giuseppe Bottai contro Giovanni Gentile, Curzio Malaparte contro Giuseppe Prezzolini, Indro Montanelli contro lo stesso Malaparte – due toscanacci l’un contro l’altro armati – Leo Longanesi contro tutti, giusto per citare qualche esempio del passato.
Leo Longanesi (Ansa).
«Tutto mi sembra l’eco di un vecchio pregiudizio che alligna da sempre nei partiti della Fiamma, i cui esponenti hanno sempre visto con fastidio gli intellettuali, considerandoli come dei piantagrane buoni solo a criticare e a imbastire polemiche contro quella che dovrebbero considerare la loro casa-madre. Un tempo Giuli fustigava questo atteggiamento, ora l’ha fatto suo», spiegava qualche tempo fa sul Fatto quotidiano il politologo di destra Marco Tarchi. «Anche la storia del marxismo, con le sue infinite scuole, conventicole e diatribe dimostra che non si tratta un’esclusiva della destra. In quest’area, però, appare ancora più pronunciata per quel tarlo dell’individualismo che l’ha sempre contraddistinta, e che è una sorta di indesiderato sottoprodotto della visione antiegualitaria che le è propria», aggiungeva Tarchi. Qui poi andrebbe fatto un inciso: basta fare il giornalista ad alto livello e aver scritto qualche libro, come Sangiuliano e Giuli, per essere considerato un intellettuale?
Marco Tarchi (Imagoeconomica).
Quel maledetto predominio culturale della sinistra
Altra figura rilevantissima della cultura destrorsa è Giordano Bruno Guerri che, forse per la sua totale indipendenza al confine con un certo anarchismo, viene spesso tenuto ai margini, ma è lui, da presidente del Vittoriale, ad aver ridato lustro e vita alla dimora di Gabriele D’Annunzio. Ecco cosa sosteneva in un’intervista alla Stampa lo scorso luglio: «Gli intellettuali di destra sono di meno e pure poco valorizzati, questo forse perché storicamente questa parte politica si è sempre interessata poco alla cultura, come ai tempi del Msi, che non era un partito ‘colto’… Ora invece mi pare ci sia una volontà di darsi da fare, magari anche sbagliando, che ho visto prima con Sangiuliano e ora con Giuli…».
Giordano Bruno Guerri (Imagoeconomica).
Del resto, per Guerri il predominio della sinistra sul mondo culturale è innegabile e così pare pensarla lo stesso Veneziani. Insomma, la destra al governo è stata costretta ad arrancare in un mondo in cui le cariche più prestigiose (istituti culturali, musei, fondazioni, teatri) le sono sempre state negate. Con gli incarichi culturali il governo Meloni si trova a maneggiare una materia nuova e sconosciuta. Dove però spesso nelle scelte si intersecano fedeltà all’esecutivo, autonomia culturale, una certa dose di individualismo e forse una rosa di candidati abbastanza scarsa. E allora ecco le liti, gli scontri, le invettive. Insomma, il campo largo della cultura a destra è diviso e litigioso almeno quanto il campo largo politico a sinistra.
Per sostenere il Sì in vista del referendum sulla riforma della giustizia del 22 e 23 marzo, Antonio Tajani ha diffuso un video sui social – girato all’esterno di casa sua – in cui il segretario di Forza Italia, ministro degli Esteri e vicepremier ha detto che il sistema italiano è da cambiare in quanto tipico di una dittatura.
Vi prego di ascoltare e diffondere questo mio messaggio. Entriamo nel merito della riforma della giustizia. Diciamo basta a bugie e mistificazioni. Diciamo SÌ ad una magistratura finalmente libera, indipendente e imparziale.
«L’Italia è un’eccezione tra le democrazie, un sistema come il nostro esiste solo in Russia, in Cina e in altre dittature, del resto è stato introdotto da Benito Mussolini e dal fascismo», dice Tajani nel video diffuso sui social, introdotto dal post: «Entriamo nel merito della riforma della giustizia. Diciamo basta a bugie e mistificazioni. Diciamo SÌ ad una magistratura finalmente libera, indipendente e imparziale».
Tajani: «Chi di voi guarderebbe una partita con un arbitro che indossa la maglia di una delle squadre?»
Nel video, Tajani dichiara anche: «In qualsiasi disputa la persona chiamata a giudicare chi ha ragione e chi ha torto non deve essere amica di nessuna delle due parti in causa». Sue la domanda retorica: «Chi di voi andrebbe a vedere una partita con un arbitro che indossa la maglia di una delle due squadre?». E poi: «Questo concetto è la materia del referendum per il quale si voterà il 22 e 23 marzo. Parliamo del processo penale, con il quale si decide la vita delle persone. Non vi sembra ovvio che chi decide non debba essere amico o collega con nessuna delle due parti?».
«Dopo aver lavorato tanto a Mediaset, guarda caso Ficarra e Picone si sono schierati per il no al referendum…», sussurra velenosamente un vecchio esperto dei corridoi di Cologno Monzese. In effetti il duo comico ha lasciato la conduzione di Striscia la notizia nel 2020, dopo 15 anni di collaborazione, tra voci di malumori, nonostante le smentite di rito. Di certo sarà un piccolo dispiacere per il loro ex amministratore delegato Pier Silvio e soprattutto per Marina Berlusconi (che è intervenuta sul Corriere della sera e poi addirittura in prima pagina su la Repubblica spingendo per il sì), sapere che Ficarra e Picone hanno deciso di partecipare attivamente alla campagna referendaria: venerdì 20 marzo i due interverranno all’incontro romano di chiusura al Palazzo dei Congressi con il leader del Movimento 5 stelleGiuseppe Conte. Saranno presenti anche Enzo Iacchetti, Neri Marcorè, Elio Germano, Pif, Stefano Sarcinelli e Francesco Paoloantoni. Non solo personaggi dello spettacolo, però: attesi Gustavo Zagrebelsky, Enrico Grosso, Marco Travaglio, Andrea Scanzi, Gianrico Carofiglio, Roberto Scarpinato, Federico Cafiero de Raho e Giuseppe Antoci.
Ficarra e Picone (foto Ansa).
Il no di Monti quasi quasi convince a votare sì
«Chissà perché Mario Monti ha voluto dire la sua sul referendum, annunciando il suo no», spiffera un suo vecchio amico. Già: sulle “colonne amiche” del Corriere della Sera il senatore a vita, e già presidente del Consiglio, ha tenuto a sottolineare, con tanto di richiamo in prima pagina, la sua intenzione di voto sul quesito referendario: «Lo faccio a tutela dello Stato di diritto. E non per punire il governo. Più poteri all’esecutivo mi preoccupano. Con la riforma si sposta l’equilibrio dei poteri. Pare uno smottamento, può diventare una frana». Eppure tutti sanno, specie da Milano in giù, che ogni dichiarazione di Monti non suscita grande empatia, per usare un eufemismo: il quasi 83enne Monti, maître à penser del potere meneghino, che indica il no come la scelta giusta, potrebbe far scattare la voglia di votare sì a qualcuno che non appartiene al suo côté…
Giorgia Meloni con Mario Monti nel 2022 (foto Ansa).
Fermi tutti, c’è Delmastro al Quirinale
Pomeriggio di fuoco, lunedì 16 marzo, al Quirinale: è atteso il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove. Niente paura, nell’agenda del presidente della Repubblica Sergio Mattarella è in programma l’incontro con il capo del Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria e una rappresentanza della stessa polizia penitenziaria in occasione dell’anniversario numero 209 della costituzione del corpo. Con assoluto divieto di parlare dell’imminente referendum sulla giustizia…
Andrea Delmastro (Imagoeconomica).
Il Tg2 si becca la benedizione di Tajani e del papa
Grande celebrazione a Roma, al Maxxi, per il mezzo secolo di vita del Tg2. Una domenica spesa allegramente, tra il direttore del telegiornale Antonio Preziosi (in quota Forza Italia) e l’amministratore delegato della Rai Giampaolo Rossi. Immancabile la presenza alla cerimonia del ministro degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale nonché leader degli azzurri Antonio Tajani, anche perché in questi giorni deve presidiare la Farnesina, che si trova sull’altra sponda del Tevere, a pochi minuti di distanza: «Il Tg2 svolge un ruolo prezioso. Non soltanto con il suo telegiornale, ma anche con le sue rubriche. Mi viene in mente quella sull’Europa che mi sta molto a cuore», è stata la sua fondamentale dichiarazione. Ha anche voluto continuare: «La mattina seguo sempre tutti i telegiornali, in particolare il Tg2. Ha avuto direttori autorevolissimi, da Clemente Mimun a Enrico Mentana (ma qui Tajani si sbaglia, perché “Chicco mitraglia” ha fatto solo il vicedirettore, prima di passare a Mediaset, ndr). Ricordo con affetto anche il grande Giovanni Masotti che ci ha lasciati poco tempo fa. Eravamo compagni di università». Tajani è nato nel 1953, Masotti era del 1951. E quest’ultimo da pensionato aveva scelto Viterbo anche per dare vita alla testata online La Mia Città News, come editore e direttore. Intanto, nella mattinata di lunedì, a mezzogiorno nell’agenda di papa Leone ecco proprio i festeggiamenti in Vaticano per il Tg2. Sì, in effetti Preziosi ha proprio bisogno di una benedizione…
Leggo festeggia i 25 anni: chi c’era (e chi no)
Un quarto di secolo: i festeggiamenti del quotidiano Leggo, caro ad Azzurra Caltagirone (il giornale è edito dal gruppo caltagironesco), sono stati celebrati nella serata di domenica 15 marzo a Roma, nel Teatro Brancaccio. È l’ultimo esemplare di free press sopravvissuto con copie stampate e distribuite: una prova di resistenza che è stata salutata con affetto dal sindaco di Roma Roberto Gualtieri e da messaggi presidenziali, dal Quirinale con Sergio Mattarella e da Palazzo Chigi con Giorgia Meloni. Banca del Fucino era visibilissima all’evento, con il presidente Mauro Masi. Si notava l’assenza di un ex direttore, ossia Davide Desario, per impegni a Londra. Ma i vip c’erano in sala, anche perché «a un invito della manager Diamara Parodi Delfino non si può dire di no», sibila qualcuno. Presente, naturalmente, l’ex top manager Rai Giancarlo Leone, il marito di Diamara: i due nel 2017 hanno fondato assieme Q10 Media, agenzia di consulenza e comunicazione.
Carlo Calenda in un post su X ha saltato a piè pari il voto del 22 e 23 marzo, passando già all’analisi dellavittoria del No – dunque alla sconfitta del Sì sostenuto da Azione -, descrivendo l’Italia come il Paese «più conservatore d’Europa», in quanto contrario «al cambiamento in qualsiasi settore». In Italia, ha scritto Calenda, «troviamo sempre una ragione per non cambiare: la giustizia, la scuola, il regionalismo o per non fare investimenti infrastrutturali ed energetici». Il referendum sulla riforma della giustizia è stato politicizzato, con Pd (almeno la maggior parte del partito), M5s e Avs nel fronte del No. Ma, sostiene Calenda, «questo conservatorismo è trasversale alla destra e alla sinistra che sono normalmente immobili in attesa che l’altra parte faccia “l’errore” di proporre qualcosa». E poi: «Da questo stallo dobbiamo uscire se vogliamo sopravvivere e diventare qualcosa di più di una meta turistica».
Ho l’impressione che l’Italia sia fondamentalmente per il #No. Ma non solo su questo referendum. Siamo per il No al cambiamento in qualsiasi settore. Da questo punto di vista siamo il paese più conservatore d’Europa. Troviamo sempre una ragione per non cambiare: la giustizia,…
Il viceministro degli Esteri Edmondo Cirielli replica alle indiscrezioni del Corriere della sera su un suo incontro con l’ambasciatore russo in Italia di cui il governo non sarebbe stato a conoscenza e che avrebbe irritato la premier Meloni. Ritenendo le ricostruzioni del giornale «destituite di ogni fondamento», ha spiegato che «l’incontro era noto alla Farnesina e risale a diversi mesi fa». «Non si tratta di un’anomalia, è prassi che i viceministri incontrino ambasciatori regolarmente accreditati di Paesi con cui i rapporti sono complessi, anche per non esporre direttamente il ministro», ha evidenziato.
Le ricostruzioni del Corriere
Il Corriere aveva parlato di un faccia a faccia non concordato tra Cirielli e l’ambasciatore Aleksej Vladimirovič Paramonov alla Farnesina, sostenendo che la reazione della premier «non è stata delle migliori». Il viceministro, sempre secondo il Corsera, avrebbe fornito spiegazioni alla presidente del Consiglio, che per giorni non le avrebbe risposto al telefono. Indiscrezioni che ora sono state smentite dal diretto interessato.
Divisi sulla politica estera. Separati ‘in casa’ in vista del referendum sulla giustizia. Mentre gli equilibri mondiali sono sconvolti per l’operazione statunitense e israeliana in Iran, maggioranza e opposizione in Italia si fanno notare per i distinguo.
Frizioni nel centrodestra sul gas russo
Sul fronte della politica estera, il centrodestra ha inizialmente fatto mostra di coesione sull’attacco a Teheran, presentando una risoluzione unica sulle comunicazioni di Giorgia Meloni in Parlamento, che, in vista del consiglio europeo del 19 e 20 marzo, erano estese anche alla situazione dell’Ucraina, argomento delicato per le sensibilità dei leghisti. E infatti, passate poche ore, queste ultime si sono fatte urgenti, con Matteo Salvini che ha tenuto a ufficializzare la posizione del suo partito a favore dello sblocco dell’embargo al gas russo. Tanto più dopo il via libera temporaneo (30 giorni) deciso da Donald Trump. Una posizione che non incontra il favore degli alleati della maggioranza, da Fratelli d’Italia a Forza Italia fino a Noi moderati di Maurizio Lupi.
Matteo Salvini (Imagoeconomica).
Opposizioni in ordine sparso sull’intervento di Meloni
Il centrosinistra, unito nella condanna dell’attacco all’Iran definito fuori dal diritto internazionale», non è invece riuscito a presentare una risoluzione unitaria all’intervento di Meloni, dividendosi su Iran e Ucraina, e presentando quattro testi (uno del Pd, uno del M5s, uno di Avs; e uno dei centristi, ovvero Iv, Azione e Più Europa). Il risultato è che, davanti all’offerta della premier di coesione e di dar vita a un tavolo aperto a tutte le forze parlamentari, le opposizioni sono andate in ordine sparso. Il Pd di Elly Schlein ha respinto l’offerta della premier definendola «tardiva» e chiedendo che vi fosse una condanna dell’azione di Trump e Benjamin Netanyahu.
La segretaria del Pd Elly Schlein (Ansa).
Il Movimento 5 stelle di Giuseppe Conte ha respinto ogni dialogo, dicendo «no alle passerelle». Avs ha sottolineato come su questi temi non può esistere un dialogo con la maggioranza perché non c’è accordo su alcunché. Iv di Matteo Renzi, pur lasciando uno spiraglio a Meloni, si è poi allineato alla posizione del Pd. Infine, Azione di Carlo Calenda è l’unica forza di opposizione ad aver detto un ‘sì’ chiaro e netto al tavolo con Meloni.
Carlo Calenda (Imagoeconomica).
Le divisioni nel centrosinistra sul referendum
Insomma, è bastata una telefonata della premier ai cinque capi delle opposizioni per far emergere tutte le divisioni. Divisioni che appaiono ancora più macroscopiche in vista del referendum sulla separazione delle carriere tra pm e giudici. Mentre la maggioranza appare compatta per il ‘sì’, anche se con accuse reciproche di non impegnarsi abbastanza nella campagna, le minoranze hanno posizioni diverse. Pd, M5s e Avs sono mobilitati per il ‘no’; Più Europa e Azione per il ‘sì’, mentre Renzi ha detto che lascerà libertà di scelta (ma l’orientamento prevalente in Iv è per il ‘sì’).
Matteo Renzi (Ansa).
Il rush finale del Sì e del No da “separati in casa”
E mentre si apre l’ultima settimana di campagna, il rush finale è da ‘separati in casa’ per entrambe le coalizioni. Dopo la partecipazione alla kermesse di FdI al Teatro Parenti di Milano, Meloni interverrà con video social e interviste in tv. Lunedì sarà a Quarta Repubblica su Rete4, il 20 a Porta a porta.
Giorgia Meloni durante l’evento organizzato per il Sì al al Teatro Parenti il 12 marzo (Ansa).
Martedì alla Camera dei deputati si terrà la maratona oratoria Comizio d’amore per il Sì, iniziativa promossa dall’intergruppo dei parlamentari a sostegno della riforma. Mercoledì Salvini parteciperà a un convegno del partito a Milano Iovoto Sì – La riforma che fa giustizia, mentre giovedì a Roma, si terrà una nuova iniziativa di Fratelli d’Italia, con il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, e il capo segreteria del partito, Arianna Meloni.
Il capo della segreteria politica di Fdi Arianna Meloni (Ansa).
Soltanto i comitati – da ‘Sì riforma’ a ‘Sì separa’, da quello delle Camere penali a quelli del mondo delle professioni – dovrebbero chiudere con una kermesse unitaria il 20 marzo. Per quanto riguarda il fronte del ‘no’, Conte ha annunciato un evento per venerdì a Roma, all’Eur, al Palazzo dei Congressi.
Giuseppe Conte (Imagoeconomica).
Sempre venerdì chiuderà – a Milano (ci sarà anche il sindaco Giuseppe Sala), in piazza Sant’Agostino – il Pd con Elly Schlein che domenica era a Bologna.
Matteo Salvini ha un tweet fissato sul suo account. È del 7 marzo e serve a ricordare che il 18 aprile a Milano in piazza Duomo ci sarà il «grande evento dei @PatriotsEU». «Per difendere i valori dell’Occidente, la nostra cultura, le nostre tradizioni, i nostri confini. SENZA PAURA. In Europa, padroni a casa nostra!».
PADRONI A CASA NOSTRA!
Sabato 18 aprile alle 15, tutti in Piazza Duomo a Milano per il grande evento dei @PatriotsEU, con i nostri alleati e tanti leader da tutta Europa.
Per difendere i valori dell’Occidente, la nostra cultura, le nostre tradizioni, i nostri confini.
Le distrazioni social di Salvini: dal referendum all’Iran
Curiosamente, non è un tweet sul referendum costituzionale del 22 e 23 marzo, anche se per il fine settimana sono annunciati 1.200 gazebo leghisti in tutta Italia per il Sì. Curiosamente, non è un tweet sull’Iran. Né per sostenere la popolazione iraniana né per dire che Donald Trump, stavolta, poteva risparmiarsela. Non un tweet sulle bollette o sulle accise, visto che ad aumentarle sul diesel è stato il governo di cui il segretario della Lega è vicepresidente del Consiglio nonché ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture. Sarà che in casi del genere dovrebbe ammettere che il presidente degli Stati Uniti non è un sincero pacifista come la Lega pensa di essere quando c’è di mezzo la madre Russia, che certe felpe e certi cappellini sono da riporre accuratamente nell’armadio. Sarà che la Difesa e gli Esteri sono problemi di Fratelli d’Italia e Forza Italia, e la Lega può continuare a occuparsi di far arrivare i treni in ritardo.
Matteo Salvini (Imagoeconomica).
Per il Sì quasi esclusivamente dichiarazioni di rimbalzo
Salvini si è politicamente volatilizzato in queste settimane, proprio lui che è così abile nell’occupare il centro della scena con i social. Quando vuole, come sappiamo, Salvini può diventare assai pressante. Come quando era ministro dell’Interno e c’era un’emergenza migranti al giorno su tutti i telegiornali. Ora invece le dichiarazioni sono di rimbalzo, di risposta a cose dette da altri, sono quasi garbate. Quasi. L’Ansa riporta una dichiarazione di giovedì a Dritto e rovescio: «Ci sono procuratori capo che dicono che per il Sì voteranno i mafiosi. Io dico sciacquatevi la bocca. Migliaia di italiani ogni giorno si confrontano con la lentezza della giustizia, votare Sì significa togliere le incrostazioni delle correnti e della politica dai tribunali». Altro lancio, 2 marzo: «Avrei piacere che i sostenitori del No – che vedo molto nervosi, molto arroganti, molto violenti – parlassero del merito delle cose». Altro lancio, 28 febbraio, video collegamento alla direzione regionale della Lega Puglia: è «fondamentale» l’appuntamento con il referendum del 22 e 23 marzo, da «vincere con il Sì, perché anche i giudici, come tutti gli altri lavoratori, se sbagliano devono essere sanzionati. Perché se metti in galera la persona sbagliata, e anche in Puglia è successo a tante famiglie normali, non puoi rimanere impunito o essere promosso».
Matteo Salvini a un gazebo per il Sì con Silvia Sardone e Samuele Piscina (Imagoeconomica).
Il vecchio Capitano tornerà, ma solo dopo il 23 marzo
E vabbè, Salvini, tutto qua? C’è Meloni che duella con i giudici, tu pensi alla famiglia nel bosco. Non che Meloni non ci pensi, beninteso, ma quantomeno sembra avere una curiosità variegata; un giorno si occupa di Sal Da Vinci, un altro giorno di Crosetto in vacanza a Dubai. La Lega stessa, a dire il vero, è fuori dal dibattito pubblico dopo averlo occupato per settimane con la fiammata di Roberto Vannacci, sovranista identitario col botto eletto all’Europarlamento con i voti leghisti e poi passato al bosco con libro e moschetto, insieme a un paio di pasdaran o giù di lì, per dichiarare fallita l’Europa, fallita la destra troppo moscia (lui è per il celodurismo parà) e fallita la sua esperienza nel partito di Salvini. Luca Zaia e soci non lo rimpiangono, ma pure loro sanno che i problemi della Lega non finiscono con l’addio di Vannacci. Ma forse persino tutto questo dire, non dire, di Salvini, descrive l’attesa della liberazione; dopo il referendum, la Lega potrà tornare a essere sé stessa, soprattutto il leader leghista avrà meno condizionamenti politici, quantomeno nessuno gli potrà più dire di darsi una regolata per non far perdere il referendum al fronte del Sì. Il vecchio Salvini tornerà, insomma, ma solo dopo il 23 marzo, quando si potrà ricominciare a chiedere il posto di Matteo Piantedosi.
Matteo Salvini e Matteo Piantedosi (Imagoeconomica).
Si è svolto a Palazzo Chigi un vertice dell’esecutivo per analizzare la situazione della Arctic Metagaz, la petroliera russa alla deriva nel Canale di Sicilia con a bordo circa 900 tonnellate tra gasolio e gas liquido. La nave, che era stata colpita da droni navali ucraini (partiti forse dalla Libia), si trova in acque Sar maltesi e, quindi, la prima mossa spetta a La Valletta. Il governo italiano ha tuttavia assicurato a quello maltese «la condivisione del monitoraggio, avviato fin dal primo momento». L’Italia, inoltre, «ha confermato la propria disponibilità a svolgere attività di supporto, in attesa delle determinazioni delle autorità maltesi, con le quali rimane in costante contatto».
La Arctic Metagaz era soggetta dal 2024 a sanzioni statunitensi e britanniche
La Arctic Metagaz, varata nel 2003, era soggetta dal 2024 a sanzioni da parte di Stati Uniti e Regno Unito. Secondo i dati di tracciamento delle navi sulla piattaforma MarineTraffic, la nave era salpata il 24 febbraio dal porto russo di Murmansk, dopo aver caricato merci presso un’unità di stoccaggio galleggiante, ed era diretta verso il Canale di Suez. Poi era transitata attorno al Regno Unito e poi alla Spagna, prima di entrare nel Mediterraneo, segnalando la sua posizione al largo delle coste di Malta il 2 marzo. Due giorni dopo l’attacco: i 30 membri dell’equipaggio erano stati tratti in salvo.
Il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Matteo Salvini convocherà le compagnie petrolifere per un incontro mercoledì 18 marzo 2026 a Milano. L’ha comunicato il ministero dopo che il vicepremier «si è confrontato a lungo con i tecnici e ha posto l’accento sulla speculazione in atto a danno di cittadini e trasportatori, derivante da aumenti ingiustificati del prezzo dei carburanti». Le quotazioni internazionali dei prodotti raffinati si sono attestate, alla chiusura del 12 marzo rispetto al 27 febbraio, su livelli superiori di 19,3 centesimi al litro per la benzina e di 33,7 centesimi al litro per il gasolio. Per quanto riguarda i prezzi alla pompa di venerdì 13 marzo, i valori medi nazionali in modalità self per benzina (1,82 euro al litro) e gasolio (2,05 euro al litro) risultano più elevati, rispetto a venerdì 27 febbraio 2026, rispettivamente di 15,3 centesimi e 32,2 centesimi al litro.
Il Codacons: «Basta chiacchiere, serve tagliare le accise»
«Sui carburanti basta chiacchiere e basta convocazioni, serve tagliare le accise e serve farlo in fretta per evitare una escalation inflazionistica con conseguenze enormi sulla nostra economia», ha affermato il Codacons commentando la decisione del Mit di incontrare le compagnie petrolifere. L’associazione ha inoltre annunciato di essere al lavoro per un esposto a tutte le procure italiane per chiedere di indagare su possibili speculazioni sui prezzi al dettaglio.
Finora non si era esposto pubblicamente, poi alla fine ha “ceduto”: Giuliano Pisapia, ex sindaco di Milano (non un ex qualunque visto che nel 2011 riuscì nell’impresa di strappare la città al centrodestra), voterà Sì al referendum sulla giustizia. Un coming out che però non stupisce. Anzi, all’ombra del Duomo a qualcuno è tornato in mente il padre dell’ex primo cittadino, quel Giandomenico Pisapia, giurista e docente universitario, alla guida della commissione ministeriale che nel 1988 elaborò il Codice di Procedura penale (entrato in vigore l’anno successivo) nel quale si introduceva il cosiddetto ‘modello accusatorio’, del quale per molti militanti del fronte del Sì, la separazione delle carriere prevista dalla riforma Nordio è diretta conseguenza.
Giandomenico Pisapia (Imagoeconomica).
Non solo. Giuliano Pisapia, prima di entrare a Palazzo Marino e poi all’Europarlamento nelle file del Pd, fu anche per due legislature deputato di Rifondazione Comunista e nel 2001 con Giovanni Russo Spena presentò una proposta di legge per modificare l’articolo 190 dell’ordinamento giudiziario «in tema di distinzione delle funzioni requirenti e giudicanti e di passaggio da una funzione all’altra». Infine con Carlo Nordio, nel 2010 scrisse il libro In attesa di Giustizia edito da Guerini e Associati in cui si toccavano i temi della separazione delle carriere, del sorteggio, e dell’Alta corte disciplinare. Insomma, negli anni è rimasto coerente. L’attuale sindaco e suo successore Beppe Sala, che invece voterà No, ha commentato con ambrosiano fairplay. «Non ne abbiamo mai parlato. Anche il mio amico Mazzali (Mirko, consigliere comunale di Sel ai tempi dell’amministrazione Pisapia, ndr.) si è espresso per il Sì. Rispetto totalmente ogni opinione. Io voterò no e parteciperò con Schlein all’evento a Milano settimana prossima. Ma non deve essere una questione ideologica».
Giuliano Pisapia e Beppe Sala (Ansa).
Quel Pignolo di Cerno
L’Associazione del Pignolo del Friuli Venezia Giulia, fondata nel 2023 dall’irlandese Ben Little e presieduta da Fabio d’Attimis ManiagoMarchiò, il 20 marzo promuove il World Pignolo Day, allo Spazio industriale rigenerato Villalta, ex Birrificio Dormisch di Udine.
Tra gli ospiti, la giornalista Giovanna Botteri e Tommaso Cerno direttore de Il Giornale e conduttore di Due di picche su Rai2. Il il Pignolo è un raro vino rosso, in una terra “bianchista” per eccellenza come il Friuli Venezia Giulia: la sua presenza è documentata dal XIV secolo nei registri monastici dell’Abbazia di Rosazzo, dove veniva definito uno dei vitigni più pregiati. Dagli Anni 70 è stato recuperato grazie alla propagazione di vecchie viti sopravvissute nei chiostri dell’abbazia.
Tommaso Cerno (foto Ansa).
L’ex vendoliano Stefàno da Assoenologi
Riccardo Cotarella, presidente Assoenologi, è il protagonista del forum “Vino e Giovani: un incontro tra cultura e responsabilità” organizzato dall’associazione a Palazzo Medici Riccardi a Firenze. Sul palco anche Dario Nardella, ex sindaco di Firenze, eurodeputato dem e componente della Commissione agricoltura e sviluppo rurale.
Il dibattito è moderato dal giornalista di La7 Andrea Pancani. Immancabile Dario Stefàno, presidente del Centro Studi Enoturismo Università Lumsa di Roma, già parlamentare, nato politicamente “vendoliano” in Puglia e poi passato al Pd fino a quando restituì la tessera del partito a Enrico Letta.
Riccardo Cotarella e Francesco Lollobrigida (foto Imagoeconomica).
Bollicine per Pino Strabioli
A Milano, al Teatro Gerolamo, celebrazioni per i “Cento anni di Valdo. Quando il Prosecco diventa cultura. Un racconto corale tra storia d’Italia, costume e visione d’impresa”, con Pierluigi Bolla presidente Valdo Spumanti, la chef “green” Chiara Pavan, e Giulio Somma, moderati dall’attore e conduttore tv Pino Strabioli.
Pino Strabioli (Imagoeconomica).
Josi al Festival Franciacorta
Il 14 e il 15 marzo si tiene il Festival Franciacorta di Primavera per scoprire le 50 cantine della zona. Inaugurazione ufficiale a Brescia nel Teatro Grande, con “Il Futuro dei Luoghi. Identità, visione e responsabilità culturale”, un dialogo pubblico dedicato al valore dei territori come spazi culturali vivi, moderato dal giornalista del Tg5 Dario Maltese, e con gli interventi di Luca Josi, nei panni di manager culturale e creativo, Daniele Cipriani, direttore del Festival dei Due Mondi di Spoleto, e di Melania Rizzoli, medico e membro del cda del Teatro alla Scala nonché ex vicepresidente azzurra di Regione Lombardia.
Si è riunito venerdì 13 marzo 2026, al Palazzo del Quirinale, il Consiglio supremo di difesa presieduto dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Durante la riunione, a cui hanno partecipato tra gli altri la premier Meloni, il ministro degli Esteri Tajani, degli Interni Piantedosi e della Difesa Crosetto, è stato analizzato lo scenario di crisi in Medio Oriente, «manifestando grande preoccupazione per i gravi effetti destabilizzanti che questa crisi sta producendo nell’intera regione e nell’area del Mediterraneo», come si legge nel documento finale.
«Italia impegnata a sostenere sforzi per via negoziale e diplomatica»
Il Consiglio ha constatato con preoccupazione che la crisi dell’ordine internazionale, incentrato sull’Onu, con la moltiplicazione delle iniziative unilaterali indebolisce il sistema multilaterale anche di fronte a sfide comuni come le effettive ragioni di sicurezza legate al rischio di realizzazione di armi nucleari da parte dell’Iran, quelle relative alla sicurezza di Israele e dei suoi cittadini, alla condanna del regime di Teheran e delle sue disumane repressioni. Nell’attuale contesto di instabilità, continua la nota, «l’indebolimento delle istituzioni multilaterali e le numerose violazioni del diritto internazionale, l’Italia è impegnata a ricercare e sostenere ogni sforzo che riporti in primo piano la via negoziale e diplomatica». Il Consiglio ha poi sottolineato come l’estensione del conflitto ad opera dell’Iran rischia anche di aprire spazi a forme di guerra ibrida e a gravissime iniziative di organizzazioni terroristiche. Per l’insieme di queste ragioni «l’Italia non partecipa e non prenderà parte alla guerra, come ha ribadito la premier in Parlamento».
«Chiediamo a Israele di astenersi da reazioni spropositate in Libano»
Evidenziata infine l’importanza dell’iniziativa assunta dal governo di operare insieme ai principali alleati europei, in particolare Francia, Germania e Regno Unito, per coordinare le iniziative sul piano della difesa degli interessi comuni e su quello più generale della sicurezza. Ciò anche in considerazione dell’allarme per i missili lanciati verso Cipro – territorio dell’Unione Europea – e verso la Turchia – territorio dell’Alleanza Atlantica – e intercettati dalle difese Nato nel Mediterraneo orientale, nonché dei rischi che il conflitto in Iran sta producendo sul piano della sicurezza economica ed energetica, sia a livello nazionale che internazionale. Il Consiglio ha preso in esame anche la situazione in Libano, chiedendo a Israele di «astenersi da reazioni spropositate alle comunque inaccettabili azioni di Hezbollah che hanno trascinato il Paese in un nuovo drammatico conflitto».
Poi non dite che la politica, accecata dagli opposti estremismi, non è più in grado di convergere su decisioni bipartisan. Il pallone appiana le divergenze tra destra e sinistra e riunisce sotto la stessa fede calcistica addirittura Fratelli d’Italia e Partito democratico. Che insieme hanno partorito una controversa decisione, più assurda della famigerata espulsione del giocatore juventino Pierre Kalulu per doppia ammonizione contro l’Inter. E cioè candidare il calciatore che l’aveva provocata con una riprovevole simulazione, il nerazzurro Alessandro Bastoni, al premio “Rosa Camuna“, «per il valore sportivo dimostrato nel corso della sua carriera, per il ruolo simbolico che ricopre nel calcio lombardo e per la capacità dimostrata di affrontare con serietà e correttezza anche i momenti più difficili».
Alessandro Bastoni contro Pierre Kalulu durante Inter-Juve del 14 febbraio 2026 (foto Ansa).
O si tratta di un caso di curiosa omonimia, o è lo stesso Bastoni che da un mese viene fischiato dai tifosi avversari in ogni stadio in cui gioca in trasferta, dopo che qualcuno, compreso l’ex premier Enrico Letta (milanista), ha proposto persino di escluderlo dalla Nazionale.
Gli altri club rivali hanno definito la mossa «vergognosa»
Il tifo nerazzurro forse fa perdere la bussola. Chiedere a Bussolati Pietro, consigliere regionale del Pd, che ha sottoscritto la candidatura assieme al presidente del Consiglio regionale della Lombardia, il meloniano Federico Romani. Bussolati, non a caso, è presidente dell’Inter Club di Palazzo Pirelli. Insomma, una decisione che ha motivazioni soltanto calcistiche, non certo politiche. Tanto che gli altri club rivali hanno definito la mossa «vergognosa». Con in testa ovviamente quello bianconero, lo Juventus club “Amici del Pirellone” Gianluca Vialli, che tra gli iscritti vede Franco Lucente di Fratelli d’Italia, assessore ai Trasporti e alla Mobilità sostenibile.
Pietro Bussolati (foto Imagoeconomica).
Tutti i tentacoli della lobby interista, da La Russa in giù
La lobby interista d’altronde ha dimostrato di riuscire a infilarsi ovunque, pure ai piani alti delle istituzioni. A partire dalla seconda carica dello Stato, quell’Ignazio La Russa che, commentando l’episodio di Bastoni, disse che «rubare a chi ruba non è grave». Fino al sindaco di Milano Beppe Sala, che aveva lasciato tutti a bocca aperta prendendosela con un esempio di fair play come l’ex bandiera e capitano della Juve Alessandro Del Piero: «Adesso vedo commentatori come Del Piero, che hanno fatto simulazioni incredibili nella loro carriera, ci sono i video in giro a dimostrarlo, che parlano e fanno i censori». In attesa di vedere quei video che probabilmente esistono solo negli archivi del primo cittadino meneghino, registriamo anche qui un’altra larga intesa FdI-Pd nel nome del Biscione.
Ignazio La Russa e Beppe Sala (foto Imagoeconomica).
Bastoni, classe 1999, è nato a Casalmaggiore, in provincia di Cremona. E secondo Romani e Bussolati «la sua candidatura trova ragione nel fatto che rappresenta oggi uno dei volti più autorevoli e riconoscibili del calcio lombardo, italiano ed europeo. Con la maglia dell’Inter e della Nazionale ha dimostrato negli anni qualità tecniche, personalità e senso di responsabilità che lo rendono un punto di riferimento dentro e fuori dal campo». Ma forse Romani e Bussolati guardano le partite senza audio, e non si sono accorti dei fischi.
Il presidente del Consiglio regionale della Lombardia, Federico Romani di FdI (foto Imagoeconomica).
Bastoni, aggiungono i due, «ha saputo distinguersi anche per la maturità dimostrata nel riconoscere pubblicamente un proprio errore, assumendosi la responsabilità di un gesto avvenuto in campo. Un atteggiamento non scontato e non comune e che testimonia il rispetto per il gioco, per gli avversari e per i tifosi».
Alessandro Bastoni nella conferenza stampa delle scuse (foto Ansa).
Quella conferenza stampa di scuse forzate
Per entrambi, episodi come quello avvenuto in Inter-Juventus «si verificano con frequenza sui campi di calcio senza suscitare la stessa eco e lo stesso accanimento: in questo senso, la reazione di Bastoni ha rappresentato un esempio positivo di come si possa trasformare un errore in un’occasione di responsabilità e crescita». Bastoni, tre giorni dopo il fattaccio, in conferenza stampa si era sforzato di esprimere delle scuse talmente sentite che aveva precisato di voler comunque stigmatizzare «tanta falsità, tanta ipocrisia e tanto finto perbenismo».
Il premio Rosa Camuna (foto Imagoeconomica).
La Rosa Camuna, tra l’altro, è la massima onorificenza della Lombardia. Istituita nel 1996, riconosce pubblicamente «l’impegno, l’operosità, la creatività e l’ingegno di coloro che si siano particolarmente distinti nel contribuire allo sviluppo economico, sociale, culturale e sportivo della Lombardia» (nel 2025, tra gli altri, erano stati premiati Maria De Filippi e X Factor). A questo punto qualcuno candidi Pierre Kalulu, unica vera vittima dell’ingiustizia di questa storia, al premio Nobel per la Pace.
Continuano le polemiche sulle affermazioni del procuratore di Napoli Nicola Gratteri rivolte al Foglio – «dopo il referendum con voi faremo i conti, nel senso che tireremo una rete», ha detto il magistrato a una giornalista del quotidiano. Sul caso è intervenuto anche il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano che, in un’intervista a SkyTg24, non ha usato mezzi termini per definire le dichiarazioni di Gratteri: «Sono espressioni che certamente, quando vengono adoperate da un procuratore della Repubblica, non sono semplici opinioni, soprattutto quando hanno un velo neanche tanto sottile di minaccia nei confronti di un giornalista».
Secondo lui c’è un «ostracismo verso i magistrati che sono per il Sì»
Entrando più nello specifico in tema referendum, Mantovano ha lamentato un’avversione nei confronti dei magistrati che si sono espressi per il Sì alla riforma Nordio: «Lo strappo più significativo che oggi si sta realizzando è interno alla magistratura, perché sono centinaia i magistrati che si stanno esprimendo per il Sì, decine e decine anche pubblicamente e nei loro confronti è nato un ostracismo, una marginalizzazione all’interno del corpo della magistratura».
Alfredo Mantovano (Imagoeconomica).
L’ipotesi di una «resa dei conti a sinistra» dopo il voto
A chi ipotizza ripercussioni sul governo in caso di vittoria del No, il sottosegretario ricorda che «c’è una fascia significativa e autorevole della sinistra italiana che è favorevole a questa riforma» perché va nella direzione della loro storia. «Temo molto che, tra le varie rese dei conti annunciate che si realizzeranno dopo il voto referendario, una riguarderà proprio l’area della sinistra. Perché quando si violenta la propria storia, quando si rinnega una parte importante del proprio passato, poi qualcosa succede sempre. Sto parlando ovviamente in termini ideali, non cruenti, siamo in un ordinamento democratico grazie a Dio. Però ho l’impressione che qualcosa accadrà e che il quadro da quelle parti non rimarrà così stabile», ha sottolineato. Un ribaltamento della prospettiva, dunque: non è il centrodestra che dovrà fare i conti ma l’opposizione.
Instancabile. Irrefrenabile. Hoara Borselli, volto di punta di quell’esercito di suffragette di destra che attanaglia la scena politica italiana dall’avvento del melonismo, non conosce sosta: le sue giornate romane sono fitte di appuntamenti pubblici, dove conduce convegni e presenta libri. Prendiamo il pomeriggio di mercoledì 11 marzo: la scatenata Borselli era a Palazzo Giustiniani, uno degli edifici del Senato della Repubblica guidato da Ignazio La Russa, per presentare nella sala Zuccari il libro di Giancarla Rondinelli, autrice televisiva e già giornalista del quotidiano Il Tempo, intitolato L’impronta. La lezione di Garlasco e la fiducia dei cittadini nella giustizia. Ma il vero impegno politico è arrivato subito dopo, su un tema caldissimo come la giustizia: via di corsa in piazza Cavour, di fronte al “Palazzaccio” dove ha sede la Corte Suprema di Cassazione: qui, nel cinema Adriano, Borselli ha dialogato con il Guardasigilli Carlo Nordio davanti a una folla di giovani, in un incontro intitolato “La generazione che dice sì. Gli studenti a confronto con il referendum”. Esilarante la scena di Nordio che le parlava coprendosi la bocca, mentre Borselli rispondeva senza nascondere nulla della conversazione…
Il “no” si proietta al cinema, al Pigneto
Il fronte del no di certo non sta a guardare. Giovedì 12 marzo al Pigneto, storica zona romana “de sinistra”, gli oppositori della riforma della giustizia si trovano al cinema L’Aquila, in un incontro organizzato da Magistratura Democratica. L’evento si intitola “Preferirei di no” e vede la partecipazione di Giovanni Battista Bachelet, Pier Luigi Bersani, Attilio Bolzoni, Rosy Bindi, Paola Caridi, Luciana Castellina, don Luigi Ciotti, gli scrittori Maurizio De Giovanni ed Erri De Luca, Ida Dominijanni, Andrea Fabozzi, Patrizio Gonnella, Franco Grillini, Maria Concetta Guerra, Fabio Ingrassia, Franco Ippolito, Michele Laforgia, Riccardo Mancuso, Emiliano Manfredonia, Livio Pepino, Armando Punzo, Dario Salvetti, Guido Saraceni, Donatella Stasio, Sergio Vesperitno, Claudio Volpe. E un “contributo” di Dacia Maraini.
Il Messaggero, il Martino ha l’oro in bocca
Grandi rivoluzioni in vista a Roma, nel quotidiano Il Messaggero. Il direttore Roberto Napoletano è impegnato a dare una scossa al quotidiano caltagironesco, e dovrà cominciare con l’attesissima nomina di un nuovo vicedirettore. Da mesi si parla di un upgrade per Ernesto Menicucci, una storica colonna della cronaca, che ha lavorato anche al Corriere della Sera. Ma negli ultimi giorni le preferenze sembrano destinate a chi lavora nella redazione economia, quella che ha sempre un posto di primo piano nel cuore dell’editore (e non solo) Francesco Gaetano Caltagirone, visti gli impegni sul fronte finanziario. Il prescelto, a sentire i bookmaker, risponderebbe al nome di Christian Martino. «Anche perché», spifferano nella sede del giornale, in via del Tritone, «qualche giorno di vacanza se le dovrà prendere pure Napoletano, e delegare a un vice con competenze nel settore dell’economia per lui rappresenterebbe un grande sollievo». Non resta che attendere…
Il Monda non si è fermato mai un momento
Come ti giri, c’è un Monda che presenta un libro. Mercoledì 11 marzo ecco Andrea Monda, scrittore e saggista, direttore de L’Osservatore Romano, il quotidiano della Santa Sede, in quel di Viterbo: nella Biblioteca Consorziale è stato chiamato per condurre l’incontro “Toglietemi tutto tranne il superfluo, tranne la poesia”, dedicato alla presentazione del libro di papa Francesco intitolato Viva la poesia! curato dal gesuita padre Antonio Spadaro.
Andrea Monda (foto Imagoeconomica).
Ma in famiglia c’è anche Antonio Monda, quello che vive a New York, dove insegna alla New York University, collabora con il quotidiano Il Foglio ed è titolare della rubrica “Central Park West” per RaiNews24 ed è il direttore artistico del festival letterario “Le Conversazioni”. Antonio, quando si trova a Roma, presenta i libri, i suoi: come giovedì 12 marzo, di sera, al Maxxi, dove parlerà della sua fatica editoriale Una mattina gloriosa, con gli amici Eraldo Affinati e Melania Mazzucco. Ci sarà anche la presidente della Fondazione Maxxi, Maria Emanuela Bruni: che poi si è sempre sentito dire che quella poltrona, dopo l’uscita di Alessandro Giuli che è andato a fare il ministro della Cultura, la voleva proprio lui, Antonio Monda…
Antonio Monda (foto Imagoeconomica).
Tutti al Tar
È al centro di tutte le disfide imprenditoriali, e non solo, per tutti coloro che hanno rapporti con lo Stato e gli appalti pubblici: il Tar del Lazio ha un’importanza fondamentale. E infatti nella giornata di giovedì 12 marzo, in via Flaminia, nel palazzone che una volta ospitava la Sip e poi la Telecom, va in scena la cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario della Giustizia amministrativa. In programma, la relazione del presidente Roberto Politi sull’attività svolta dal tribunale nel corso del 2025, più gli interventi del presidente del Consiglio di Stato Luigi Maruotti, dell’avvocata generale dello Stato Gabriella Palmieri Sandulli, della componente del Consiglio di presidenza della Giustizia amministrativa Eva Sonia Sala e del presidente del Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Roma Alessandro Graziani. Di più non si può…
Nuovo scontro tra la premier Giorgia Meloni e la segretaria dem Elly Schlein. Dopo aver auspicato confronto e unità sulla politica internazionale durante le sue comunicazioni in Parlamento sulla crisi in Medio Oriente, la presidente del Consiglio ha scritto una nota attaccando le opposizioni per i toni usati: «Il mio è stato un appello al dialogo sincero e pubblico, a fronte del quale l’opposizione ha risposto con accuse, ironie e perfino insulti personali. “Serva”, “ridicola”, “imbarazzante”, “pericolo per l’umanità”, “persona che striscia per non inciampare” e molti altri. Questi sono stati i toni utilizzati da esponenti dell’opposizione, che mi sembrano ben lontani da un clima di confronto costruttivo. Altri, invece, sempre nell’opposizione, hanno cominciato ad accampare condizioni surreali per sedersi al tavolo, chiarendo come non vi fosse alcuna disponibilità ad avviare questo confronto». E ancora: «Se non vi è disponibilità da parte dell’opposizione a un coordinamento sulla crisi lo rispetto, ma non se ne dia la responsabilità a me. A dimostrazione di quello che dico, confermo che il mio invito resta valido».
La replica di Schlein: «Sta facendo tutto da sola, noi ci siamo ma posi la clava»
A stretto giro è arrivata la replica di Schlein. «Meloni sta facendo tutto da sola. Noi ci siamo come ci siamo sempre stati. A giugno io per prima chiamai la presidente del Consiglio. Ora deve posare la clava. Gli italiani non meritano questo spettacolo», ha detto in un’intervista a SkyTg24. «Lei il mio numero ce l’ha. L’appello all’unità è durato giusto un paio d’ore ed è giunto con 12 giorni di ritardo. Io ho dovuto iniziare il mio intervento invitandola a poggiare la clava. Speravamo di poter parlare, ma l’appello è durato poco. Io sono in costante contatto con il governo, con Crosetto e anche, nelle settimane scorse, con Tajani. Noi ci siamo. Certo, l’appello è arrivato in ritardo e poi solo dopo due ore ha cambiato orientamento, sennò non sarebbe arrivata alla Camera attaccando così l’opposizione».
Qual è il vero obiettivo della riforma della Giustizia? Alla fine della fiera, una risposta univoca e semplice non è ancora stata data. Si parla di eliminazione delle correnti, di sorteggi, di meritocrazia, di moltiplicazione dei Csm. Ma in soldoni, per il semplice cittadino cosa cambia? Certo, viene modificata la Costituzione, e non è cosa di poco conto. Però da qui a definirla una riforma voluta dal popolo ce ne passa. A spiegare le intenzioni del governo ci ha provato anche Giorgia Melonicon un lungo video sui social, anche se immaginiamo avrebbe preferito delegare la campagna ai suoi. La premier ha promesso una giustizia più moderna, più libera, più vicina all’Europa. C’è però una cosa che gli italiani chiedono, e non da oggi: una giustizia più efficiente e più rapida. Sia nel campo penale sia in quello civile. E allora forse bisognerebbe chiedersi, al di là della bontà delle motivazioni che animano il fronte del Sì e quello del No, cosa il ministro Carlo Nordio abbia fatto in questi tre anni e mezzo al governo per rispondere a questa esigenza.
Confusione, scivoloni e passi indietro
Iniziamo con le dichiarazioni di intenti. Nel centrodestra hanno provato a dipingere la riforma come «un’occasione storica per avere una giustizia più efficiente e più giusta», come assicuravala stessa Meloni il 30 ottobre 2025, illustrando i punti chiave del provvedimento. Peccato che il Guardasigilli, sebbene a singhiozzo, abbia smentito questo obiettivo a più riprese. Qualche mese prima, a marzo, in occasione di un convegno alla Camera, senza giri di parole Nordio aveva messo le mani avanti: «Nessuno ha mai preteso che influisca sull’efficienza della giustizia. Quando mai abbiamo detto che la separazione delle carriere rende i processi più veloci?».
Bartolozzi contro la magistratura «plotone di esecuzione»
Poi, come sempre, aveva cercato di ammorbidire il colpo. Il 23 gennaio 2026, in una intervista a Milano Finanza, chiariva che «la maggiore efficienza, e quindi la rapidità» dei processi sarà ottenuta grazie al PNRR, il Piano nazionale di ripresa e resilienza, precisando che «vi inciderà» anche la riforma. Secondo il ministro, «oggi il magistrato inetto o pigro, che dimentica i fascicoli o deposita le sentenze a distanza di anni, viene punito, se proprio gli va male, con sanzioni platoniche perché è soggetto a quella giurisdizione domestica del Consiglio superiore della magistratura dove le correnti proteggono i rispettivi iscritti». Invece «con la riforma i magistrati saranno più attenti, i migliori saranno premiati anche se non hanno padrini, e i tempi saranno ridotti». La senatrice salviniana Giulia Bongiorno, presidente della 2° commissione Giustizia, parlando a Palazzo Madama il 22 gennaio 2025 aveva invece usato meno sofismi: «Scusate ma chi è che ha detto che questa riforma deve incidere sui tempi e sull’efficienza della giustizia? Solo un ignorante può pensare una cosa del genere».
Più recentemente è stata la capa di gabinetto di Nordio, Giusi Bartolozzi, a tagliare la testa al toro: «Votate Sì e ci togliamo di mezzo la magistratura, che sono plotoni di esecuzione», ha sbottato in un intervento all’emittente siciliana Telecolor, sabato 7 marzo.
Giusi Bartolozzi, capo di gabinetto del ministero della giustizia: "Votate sì al referendum, così ci togliamo di mezzo la magistratura, che sono plotoni di esecuzione" pic.twitter.com/wxabYoh2Wp
Si torna così al punto di partenza. Al netto della propaganda che purtroppo inquina la campagna referendaria – tra meme, fake news, «banditi» per il Sì (cit. Tomaso Montanari), uscite improvvide sul sistema «para-mafioso» del Csm e interventi creduti a microfoni spenti e invece aperti alla stampa (vedi il caso della deputata leghista Simonetta Matone) – sarebbe il caso di sgomberare definitivamente il campo da ogni equivoco: la riforma della Giustizia non ha come obiettivo migliorare l’efficienza del sistema.
Carlo Nordio (Imagoeconomica).
Se così fosse stato, in oltre tre anni Nordio avrebbe potuto fare qualcosa di più, anche senza mettere mano alla Costituzione. C’era solo l’imbarazzo della scelta. La giustizia italiana soffre di molti mali: lunghezza dei processi, si diceva. Ma anche carenza di organico, tribunali fatiscenti e da mettere in sicurezza, soprattutto al Sud. Digitalizzazione ancora insufficiente. Una diagnosi impietosa, a cui si è risposto con l’abolizione dell’abuso di ufficio, l’ammorbidimento del traffico di influenze, il tentativo di limitare la pubblicazione delle intercettazioni, e la moltiplicazione dei reati a suon di decreti sicurezza. Senza dimenticare la drammatica situazione del sistema penitenziario.
La lunghezza dei processi e le condizioni per accedere ai fondi del PNRR
Ma sfogliamola questa cartella clinica. Partendo dal civile. Come scrive l’Osservatorio sui conti pubblici italiani dell’Università Cattolica, la durata dei processi arrivati al terzo grado di giudizio è passata dagli otto anni di una decina di anni fa ai cinque anni del 2025. Un passo avanti, anche se l’obiettivo del PNRR – ridurre la durata del 40 per cento rispetto al 2019 entro giugno 2026 – è ancora lontano (siamo al -28 per cento). In campo penale la situazione è decisamente migliore: la durata ora è di due anni e quattro mesi e il target del PNRR (riduzione della durata del 25 per cento rispetto al 2019) sarà probabilmente centrato. L’Italia resta comunque lontana dalla media Ue che è poco più di due anni nel civile e un anno e tre mesi nel penale.
La carenza di magistrati, di personale amministrativo e la mole delle udienze
La lungaggine dei processi dipende anche dalla carenza di organico. In primo luogo di magistrati. Nel 2023 in Italia operavano 12 giudici e quattro pubblici ministeri ogni 100 mila abitanti, contro una media Ue rispettivamente di 22 e 11. Stando ai piani previsti dal ministero della Giustizia, mancavano all’appello 1.250 giudici tra tribunali ordinari, corti d’appello e di Cassazione. Numeri che corrispondono, virgola più virgola meno, a quelli denunciati da Cesare Parodi, presidente dell’Associazione nazionale magistrati (Anm). Non solo. Ogni pm in Italia gestisce mediamente 1.192 casi, contro una media europea di 204. La stessa carenza di organico si registra anche tra il personale amministrativo che assiste i giudici, fissa udienze e redige verbali. Sempre nel 2023 si contavano 60 dipendenti ogni 100 mila abitanti, mentre la media Ue era di 87. Meno personale, più lavoro e meno qualità, sostengono dall’Anm.
Cesare Parodi (Imagoeconomica).
I tagli all’edilizia giudiziaria e alla messa in sicurezza dei tribunali al Sud
Ma la mancanza di personale non è l’unica spina nel fianco del sistema giustizia. In tre anni abbondanti, il ministro Nordio avrebbe per esempio potuto mettere mano all’edilizia dei tribunali o alla ristrutturazione e messa in sicurezza degli uffici giudiziari, soprattutto al Sud. Oppure potenziare il fondo cybersicurezza e le infrastrutture informatiche. Invece così non è stato. Come si evince dal rapporto dell’ufficio studi di Camera e Senato sugli effetti della manovra sui diversi ministeri, i dati sul dicastero di Via Arenula evidenzino «una serie di definanziamenti su comparti essenziali, per un totale di 127,8 milioni, con il decremento maggiore nel programma giustizia civile e penale per 93,8 milioni». I fondi per l’edilizia giudiziaria sono scesi di oltre 68 milioni e le spese per la ristrutturazione e messa in sicurezza delle strutture giudiziarie in regioni del Sud di oltre 25 milioni. È stata ridotta anche la spesa destinata giustizia minorile, mentre – sottolinea sempre l’Anm, «la transizione digitale cala di 6,4 milioni». Se da una parte si lima, dall’altra si rimpolpa. È il caso dell’aumento di 1,7 milioni di euro per posti da assegnare a collaboratori diretti del ministero.
Giorgia Meloni e Carlo Nordio (Imagoecopnomica).
L’aumento dei reati e il sovraffollamento carcerario
Da quando è in carica (ottobre 2022), il governo ha invece aumentato i reati (+14 in tre anni), lievitati a suon di decreti sicurezza, senza trovare una soluzione anche palliativa al sovraffollamento carcerario, a cui si pensa di rimediare non con indulti o misure alternative, ma costruendo nuovi penitenziari. Perché per Nordio «se aumenta il numero dei carcerati non è colpa del governo, ma di chi commette i reati e dei magistrati che li mettono in prigione». Lo disse in un Question time al Senato il 10 aprile 2025. Anche in questo caso il governo dovrebbe fare pace con se stesso. Visto che, per la vulgata social, se un delinquente non va in galera la colpa è dei giudici. Non certo delle leggi. Per fortuna c’è la riforma.
A meno di due settimane dal referendum, la tivù pubblica «sta sbandando vistosamente negli spazi giornalistici al di fuori dei tg». Lo ha affermato Roberto Natale, consigliere di amministrazione della Rai, evidenziando «tre evidenti segni di squilibrio informativo» nella sola giornata di martedì 10 marzo.
Natale: «Cerno ha sbeffeggiato i rappresentanti del No»
Innanzitutto, spiega Natale, su Rai 2 Tommaso Cerno, nel suo Due di picche, «sbeffeggia i rappresentanti del No», circostanza che, «naturalmente, non giustifica in alcun modo gli squallidi attacchi omofobi che ha ricevuto nelle ore successive, per i quali merita ogni solidarietà». Il riferimento è agli insulti arrivati sui social dopo la sua apparizione a Bellamà, in cui ospite di Pierluigi Diaco ha cantato alla chitarra Per sempre sì di Sal Da Vinci.
Lo spazio concesso da Sottile a una magistrata per il Sì
Poi, su Rai 3, Salvo Sottile in FarWest «assegna alla magistrata chiamata a rappresentare il Sì la possibilità di intervenire non solo sul tema referendum, ma anche su sicurezza/immigrazione e sulla ‘famiglia nel bosco’, ovviamente in modo critico verso l’operato dei giudici», ha dichiarato Natale.
Salvo Sottile (Imagoeconomica).
Vespa «non ha nemmeno provato a essere imparziale»
Infine Bruno Vespa su Rai 1: «Prima in Cinque Minuti e poi a Porta a Porta ad essere arbitro imparziale nemmeno ci prova: riserva le sue obiezioni soltanto al rappresentante del No; richiama l’attenzione sulle “tante storie di cattiva giustizia che stanno venendo fuori in questi giorni” e sulle “tante persone alla quali la vita è stata distrutta”; rilancia a più riprese le fake news secondo le quali “nessuno dei giudici che sbagliano viene mai punito”, ma “tutto questo la riforma proverebbe a smantellarlo”; afferma che “la cosa che fa impazzire l’Anm è il sorteggio, cioè la perdita di potere”».
Bruno Vespa con due ospiti a Porta a Porta (Imagoeconomica).
Poi la chiosa: «Tocca ricordare che la delibera della Commissione parlamentare di Vigilanza impegna ‘il cda e l’ad, nell’ambito delle rispettive competenze”, ad assicurare che la Rai rispetti il necessario equilibrio. Non va messa a rischio la credibilità del servizio pubblico, bene da preservare anche oltre il 23 marzo».
Dopo le comunicazioni della premier Meloni sul conflitto in Medio Oriente, i senatori del M5s hanno protestato in Aula contro la guerra, mostrando dei cappellini rossi come quelli utilizzati da Trump ma con la scritta “No alla guerra” al posto di Make America Great Again (Maga).
“No alla guerra”, protesta M5s al Senato con cappellini in stile “Maga” come Donald Trump pic.twitter.com/DdSfGj49u9
Il capogruppo Pirondini: «Meloni ha sempre fatto gli interessi degli Usa»
«Ogni volta che ha incontrato il presidente Trump», ha detto il capogruppo M5s Luca Pirondini rivolgendosi a Meloni, «idealmente si è messa il cappellino Maga e ha fatto sempre gli interessi degli Usa. Oggi le facciamo un regalo, un bel cappello Maga ma con scritto “No alla guerra». E ancora: «Dica a Trump che gli italiani non sono più disponibili a essere complici di Trump e Netanyahu, hanno la schiena dritta, che l’articolo 11 della Costituzione italiana dice che l’Italia ripudia la guerra. Non mettiamo in discussione l’alleanza con gli Usa ma la postura. Lei dovrebbe dire ogni tanto qualche no a Trump. Ha detto sì quando ha chiesto di acquistare le armi americane, il gas americano. E non sarà in grado di dire no a Trump quando le chiederà le basi militari. È vero ci sono accordi con gli Usa ma valgono solo nel rispetto del diritto internazionale, diversamente deve dire che le basi in Italia non le concede».
La protesta del M5s con i cappellini rossi in stile Maga (Ansa).