Il nuovo brano di Bruce Springsteen contro le violenze dell’Ice

Bruce Springsteen ha scelto i social per pubblicare a sorpresa un nuovo brano, Streets of Minneapolis, nato come reazione agli eventi legati all’operato dell’Ice nella città americana. Il Boss ha spiegato il contesto della canzone con parole dirette: «Sabato ho scritto questa canzone, ieri l’ho registrata e oggi l’ho pubblicata in risposta al terrore di Stato nella città di Minneapolis. È dedicato alla gente di Minneapolis, ai nostri innocenti vicini di casa immigrati e in memoria di Alex Pretti e Renee Good. Stay free, rimani libero».

Il pezzo, costruito in parte su un impianto acustico, richiama atmosfere e intenzioni di Streets of Philadelphia, la celebre canzone scritta da Springsteen per il film Philadelphia. Questa volta però il bersaglio è esplicito: nel brano si alza il coro «Ice out now» e Minneapolis viene raccontata come «una città in fiamme» stretta tra «fuoco e ghiaccio» sotto «gli stivali di un occupante, l’esercito privato di Re Trump», «venuti a Minneapolis per far rispettare la legge».

Crans-Montana, indagato l’ex responsabile della sicurezza del Comune

La Procura del Vallese ha compiuto un primo passo significativo nelle indagini sul rogo del bar Constellation a Crans-Montana, che ha provocato la morte di 40 persone, iscrivendo nel registro degli indagati uno degli ex responsabili della sicurezza del Comune. Secondo la tv svizzera RTS, l’uomo, incaricato di effettuare diversi controlli antincendio nel locale, sarà ascoltato il 9 febbraio. Fino a oggi, le indagini avevano riguardato esclusivamente i proprietari del bar, Jacques e Jessica Moretti, già iscritti tra gli indagati.

Che cosa ha detto Robert Fico su Donald Trump

Secondo Politico.eu, citando cinque funzionari europei, il primo ministro slovacco Robert Fico sarebbe rientrato dal suo incontro Donald Trump alla tenuta di Mar‑a‑Lago in Florida il 17 gennaio con forti preoccupazioni sulle condizioni psicologiche del presidente usa, dichiarandosi «allarmato» e in apprensione per lo stato mentale del leader statunitense durante colloqui informali a margine di un vertice Ue. Una versione dei fatti che il premier di Bratislava ha negato tramite un lungo post su X, respingendo ciò che ha definito «bugie per destabilizzare i rapporti» e affermando che «nessuno ha sentito nulla, nessuno ha visto nulla, non ci sono testimoni» e sottolineando di non aver parlato né formalmente né informalmente con altri leader al vertice sugli esiti del suo viaggio negli Stati Uniti.

Ucraina, l’ombra dell’estrema destra nazionalista sul futuro postbellico

Le trattative per la pacificazione in Ucraina stanno andando avanti in maniera silenziosa. Dopo il primo round di colloqui trilaterali ad Abu Dhabi, i negoziati proseguono lontano dai riflettori, segnale che si sta cercando di trovare la quadra, soprattutto sulle questioni territoriali e sulle garanzie di sicurezza postbelliche. Intanto a Kyiv, tra realismo e speranza, l’attenzione è già proiettata su quello che potrà succedere nel caso di un accordo che per l’Ucraina significherebbe la ripartenza politica con le elezioni parlamentari e presidenziali che dovranno definire i nuovi equilibri nazionali, oltre a quelli con l’Unione Europea e gli Stati Uniti.

Ucraina, l’ombra dell’estrema destra nazionalista sul futuro postbellico
Volodymyr Zelensky (Ansa).

Lo scenario è però ancora pieno di incognite, visto che i due principali attori, il presidente Volodymyr Zelensky e il generale Valery Zaluzhny, ora ambasciatore a Londra, non hanno ancora reso noti i loro piani, ossia se il primo tenterà il bis alla Bankova e se il secondo scenderà davvero in politica e con che ruolo. Negli scorsi giorni i due si sono incontrati a Kyiv, dando il via a una serie di speculazioni. Certo è che i tempi si stanno stringendo.

Ucraina, l’ombra dell’estrema destra nazionalista sul futuro postbellico
Volodymyr Zelensky con Valery Zaluzhny (Getty Images).

Tra i competitor spunta Biletksy, comandante dell’Azov

Da mesi, i cosiddetti poteri forti stanno riposizionandosi come dimostrano anche i sondaggi che testano le potenzialità dei possibili candidati e dei partiti, vecchi e nuovi, in corsa. Il duello presidenziale pare essere ristretto a Zelensky e Zaluzhny, ma dietro di loro, accanto ai soliti noti come Petro Poroshenko e Yulia Tymoshenko, sono spuntati Kyrylo Budanov, ex capo del servizio segreto militare passato da poco al vertice dell’amministrazione presidenziale, e Andrei Biletksy, fondatore nel 2008 del movimento Assemblea Social-nazionale e a capo del battaglione Azov, oggi Terza Brigata d’assalto, considerato uno dei possibili successori del generale Olexandr Syrsky, comandante delle Forze armate e fedelissimo dell’attuale capo di Stato.

Ucraina, l’ombra dell’estrema destra nazionalista sul futuro postbellico
Andrei Biletsky nel 2017 (Ansa).

La riscossa dei militari in politica

Non è certo un caso che militari come Zaluzhny, Budanov e Biletsky siano considerati potenziali successori di Zelensky. L’elettorato ucraino, che nel 2019 aveva scelto proprio la star della tv per la sua immagine da outsider e le promesse di combattere la corruzione, oggi vuole affidarsi invece a chi è stato in prima fila durante il conflitto. I tre “moschettieri” potrebbero raccogliere circa un terzo dei voti ed entrare massicciamente nella Rada, il parlamento di Kyiv. Gli anni di conflitto peseranno quindi anche sul Dopoguerra ucraino.

Ucraina, l’ombra dell’estrema destra nazionalista sul futuro postbellico
Volodymyr Zelensky e Kyrylo Budanov (Ansa).

L’estrema destra nazionalista rappresenta una minaccia

Non solo: l’emergere di figure come Biletsky, estremista nazionalista, forte del sostegno di parte delle forze armate e anche tra l’elettorato (il cosiddetto Partito Azov è dato al 6,6 per cento, sopra la soglia di sbarramento del 5), dovrebbe mettere in guardia sul rischio di destabilizzazione. Mentre il favorito Zaluzhny (con un gradimento intorno al 72 per cento) e Budanov (al 70) hanno un consenso elevato e trasversale, maggiore di quello di Zelensky (che veleggia intorno al 62 per cento), secondo i dati dell’Istituto di sociologia di Kyiv, Biletsky gode della fiducia del 45 per cento degli ucraini, dato che sintetizza bene il potenziale dell’estrema destra. In caso il conflitto si concludesse con un’intesa sfavorevole per Kyiv, costretta a concedere territori e ad accettare le garanzie imposte dall’asse Washington-Mosca, è probabile che lo scontento nelle forze armate e nell’elettorato infiammi le frange nazionaliste e condizioni i processi politici nel Paese, minando la stabilità necessaria per la ricostruzione. 

Bovino silenziato sui social e criticato da Trump

Dopo l’uccisione di Alex Pretti a Minneapolis e le successive critiche all’Amministrazione Trump, il Dipartimento della Sicurezza Interna degli Stati Uniti non solo ha rispedito il comandante Gregory Bovino in California, ma lo ha anche messo a tacere sui social: il suo account su X (@CMDROpAtLargeCA) risulta infatti inattivo da lunedì 26 gennaio. Come spiega il New York Times citando un funzionario del ministero, la decisione di impedire a Bovino l’accesso alla piattaforma non è stata presa dalla Casa Bianca, ma dai suoi superiori presso la la U.S. Customs and Border Protection, ossia la polizia di frontiera (da non confondere con l’Ice). Un altro funzionario ha riferito al Nyt che Bovino riavrà accesso al suo account una volta tornato al suo precedente incarico in California, dove supervisiona una parte del confine col Messico. Parlando su Fox News dell’ormai ex volto della Border Patrol in Minnesota, Donald Trump ha definito Bovino «molto bravo», ma anche «piuttosto eccentrico», aggiungendo: «In alcuni casi è un bene, forse qui non lo è stato».

Paesi Bassi, accordo a tre per un governo di minoranza

I Paesi Bassi vanno verso la formazione di un governo di minoranza. I progressisti del D66 capitanati da Rob Jetten, i liberali di destra del Pvv di Dilan Yesilgoze i cristiano-democratici del Cda guidati da Henri Bontenbal hanno infatti formalizzato l’intesa, dopo l’accordo di principio annunciato il 9 gennaio. Il nuovo esecutivo potrà contare su 66 seggi alla Tweede Kamer, nove in meno di quelli necessari per la maggioranza assoluta.

Il nuovo premier sarà il 38enne Jetten

Il nuovo primo ministro sarà il 38enne Jetten, europeista e paladino dei diritti civili, vincitore a sorpresa delle elezioni di ottobre. Si tratterà del premier più giovane nella storia dei Paesi Bassi, oltre che il primo apertamente omosessuale.

Trump, nuova minaccia di attacco all’Iran senza un accordo su nucleare

Torna ad alzarsi la tensione tra Washington e Iran. Rispondendo al ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi secondo cui «condurre la diplomazia attraverso la minaccia militare non può essere efficace o utile», Donald Trump ha fatto esattamente il contrario di quanto “consigliato”. Il presidente americano ha infatti avvertito la Repubblica Islamica che il tempo per impedire un intervento militare Usa sta per scadere.

Le minacce di Trump all’Iran

«Speriamo che l’Iran si sieda rapidamente al tavolo delle trattative e negozi un accordo giusto ed equo – NIENTE ARMI NUCLEARI – che sia vantaggioso per tutte le parti. Il tempo stringe, è davvero essenziale!», ha scritto Trump su Truth. Poi, riferendosi all’operazione Midnight Hammer di giugno 2025 contro obiettivi nucleari iraniani, ha avvertito che «il prossimo attacco sarà molto peggiore». A tal proposito, il tycoon ha evidenziato che un gruppo d’attacco navale statunitense, «un’enorme armata» guidata dalla portaerei USS Abraham Lincoln, «si sta muovendo rapidamente, con grande potenza, entusiasmo e determinazione», pronta a intervenire contro l’Iran.

La replica della missione iraniana all’Onu

«L’ultima volta che gli Stati Uniti si sono lanciati in guerre in Afghanistan e Iraq hanno sperperato oltre 7 mila miliardi di dollari e perso più di 7 mila vite americane». Lo ha scritto su X la missione iraniana alle Nazioni Unite, aggiungendo che la Repubblica Islamica «è pronta a un dialogo basato sul rispetto e sugli interessi reciproci», ma che, «se venisse costretta, si difenderà e reagirà come mai prima d’ora».

Spagna, lo studio sul tumore al pancreas testato sui topi

Il gruppo di Oncologia sperimentale del Centro nazionale spagnolo per la ricerca sul cancro guidato da Mariano Barbacid, ha reso noti i risultati di uno studio condotto su topi che mostrano l’eliminazione delle cellule tumorali nel cancro al pancreas. La ricerca, presentata in conferenza stampa da Barbacid insieme alla coautrice principale Carmen Guerra e ai primi autori Vasiliki Liaki e Sara Barrambana, evidenzia anche una marcata riduzione degli effetti collaterali e una durata della risposta mai registrata prima. «Per la prima volta abbiamo ottenuto una risposta completa, duratura e a bassa tossicità contro il cancro al pancreas in modelli sperimentali. Questi risultati indicano che la strategia di terapie combinate può cambiare il decorso di questo tumore».

Su che cosa si basa il protocollo sperimentale

Il protocollo sperimentale si basa su una combinazione di tre farmaci che colpiscono i meccanismi chiave della crescita tumorale: due diretti contro le proteine Egfr e Stat3 e uno mirato all’oncogene Kras, considerato il principale motore del cancro al pancreas. Barbacid chiarito che «è importante comprendere che, sebbene risultati sperimentali come quelli descritti qui non siano mai stati ottenuti prima, non siamo ancora in grado di condurre studi clinici con la tripla terapia». I ricercatori ricordano inoltre che «i primi farmaci mirati a bersagli molecolari nel cancro al pancreas sono stati approvati nel 2021, dopo mezzo secolo senza miglioramenti rispetto alla chemioterapia convenzionale».

Mosca annuncia la data dei nuovi colloqui Russia-Ucraina-Usa

Dopo il primo round (a porte chiuse) del 23-24 gennaio negli Emirati Arabi, delegati di Russia, Ucraina e Stati Uniti terranno nuovi colloqui trilaterali – sempre ad Abu Dhabi – il primo febbraio. Lo ha annunciato il Cremlino. «È positivo che i contatti diretti siano iniziati. Sono trattative molto difficili, iniziate a livello di esperti», ha detto Dmitry Peskov, portavoce di Vladimir Putin.

Roman Abramovich, chi è e dove vive oggi l’oligarca russo

Da quando la Russia ha invaso l’Ucraina nel febbraio 2022, la vita di Roman Abramovich ha subito un cambiamento radicale. L’ex proprietario del Chelsea, uno degli oligarchi più noti al mondo e vicini a Vladimir Putin, si è ritirato dalla vita pubblica. Ha dovuto riorganizzare la sua vita a causa delle sanzioni imposte dall’Unione europea e dal Regno Unito, che hanno congelato gran parte dei suoi beni e limitato i suoi spostamenti internazionali.

Abramovich oggi vive in Turchia

Abramovich si è stabilito in Turchia, dove continua a vivere in lusso ma in modo molto più riservato. Qui si trovano anche alcuni dei suoi super yacht più costosi, tra cui l’Eclipse e il Solaris, ormeggiati lungo la costa sud-occidentale del Paese. Le imbarcazioni, dotate di tecnologie avanzate e sistemi di sicurezza, restano ferme e sorvegliate, impedendo all’oligarca di utilizzarle liberamente per viaggi internazionali. Nonostante ciò, il patrimonio personale di Abramovich rimane notevole: Forbes stima che i suoi beni si aggirino intorno ai 10 miliardi di euro, anche se inferiori rispetto ai livelli precedenti alla guerra. La vendita del Chelsea nel 2022 non ha alleviato le restrizioni: i 2,9 miliardi di euro ricavati restano congelati nel Regno Unito.

Roman Abramovich, chi è e dove vive oggi l’oligarca russo
Sciarpe del Chelsea (Ansa).

Il caso dei fondi ricavati dalla vendita del Chelsea

A fine dicembre il governo britannico ha dato a Roman Abramovich 90 giorni per trasferire 2,5 miliardi di sterline (2,9 miliardi di euro) ricavati dalla vendita del Chelsea a un ente umanitario a favore dell’Ucraina, altrimenti farà causa. Abramovich vendette la squadra nel 2022, sotto pressione delle sanzioni. L’accordo con il governo prevedeva che il denaro non gli beneficiasse personalmente ma fosse destinato a cause umanitarie in Ucraina tramite una fondazione apposita, ancora non creata. Il ricavato è fermo in un conto congelato controllato da una società di Abramovich. La ministra delle Finanze Rachel Reeves ha definito «inaccettabile» il ritardo, mentre il primo ministro Keir Starmer ha avvertito che «il tempo stringe». Abramovich sostiene che i fondi dovrebbero aiutare tutte le vittime della guerra, incluse quelle russe.

Deutsche Bank, perquisizioni all’interno delle sedi

Su disposizione della procura, nella mattinata del 28 gennaio agenti dell’Ufficio federale di polizia criminale tedesca hanno eseguito perquisizioni nella sede centrale di Deutsche Bank a Francoforte sul Meno e in una filiale di Berlino. Secondo quanto riferito da Der Spiegel, poco dopo le 10 una trentina di investigatori in abiti civili è entrata negli uffici della banca nel centro di Francoforte. L’operazione si inserisce in un’indagine che, come confermato dagli inquirenti, riguarda presunte irregolarità finanziarie. Secondo fonti citate dai media tedeschi, l’indagine sarebbe collegata a una possibile carenza nei controlli antiriciclaggio legata a un ex cliente di rilievo, il miliardario russo Roman Abramovich, sanzionato dall’Unione europea dal marzo 2022, per il quale l’istituto non avrebbe segnalato tempestivamente operazioni considerate sospette.

I sospetti di riciclaggio sulla Deutsche Bank

La Procura di Francoforte ha precisato di aver avviato un procedimento «contro responsabili e dipendenti al momento non identificati della Deutsche Bank» con l’ipotesi di riciclaggio di denaro, spiegando che in passato l’istituto avrebbe avuto rapporti d’affari con società straniere sospettate di essere state «utilizzate a fini di riciclaggio». Al momento, hanno aggiunto gli investigatori, non è possibile fornire ulteriori elementi sull’inchiesta. Contattata da Der Spiegel, la banca ha confermato che «è attualmente in corso un intervento della Procura di Francoforte nei propri locali», assicurando la piena collaborazione con le autorità ma senza rilasciare altri commenti.

Ilhan Omar, chi è la deputata dem americana aggredita a Minneapolis

Martedì sera, durante un incontro pubblico in una sede del comune di Minneapolis, un uomo ha aggredito la deputata democratica Ilhan Omar mentre parlava in modo critico delle operazioni dell’ICE. L’aggressore le ha spruzzato addosso una sostanza liquida utilizzando una siringa ed è stato bloccato immediatamente dagli agenti presenti. Omar non è rimasta ferita e ha ripreso il suo intervento dopo pochi minuti. La polizia ha arrestato Anthony J. Kazmierczak, 55 anni, ora detenuto nel carcere della contea di Hennepin. Mentre Donald Trump ha commentato l’episodio dichiarando all’Abc che «probabilmente ha organizzato lei l’aggressione», per il Council on American-Islamic Relations «non è avvenuta nel vuoto». Omar è infatti «frequentemente presa di mira da retorica anti-musulmana, anti-immigrati e anti-somala».

È la prima donna rifugiata africana a essere stata eletta al Congresso

Ilhan Omar è una delle figure più note dell’ala più a sinistra del Partito democratico. Deputata dal 2019, rappresenta il 5° distretto del Minnesota alla Camera dei Rappresentanti, che comprende Minneapolis e l’area circostante. Quarantatré anni, nata in Somalia, Omar è arrivata negli Stati Uniti da rifugiata dopo essere fuggita con la famiglia dalla guerra civile e aver trascorso quattro anni in un campo profughi in Kenya. Si è stabilita a Minneapolis nel 1997 e lì ha iniziato il suo percorso politico, lavorando anche per l’Università del Minnesota e per il Consiglio comunale della città. Con il giuramento al Congresso è entrata nella storia come la prima rifugiata africana eletta, la prima donna di colore a rappresentare il Minnesota e una delle prime due donne musulmane americane al Congresso.

Ilhan Omar, chi è la deputata dem americana aggredita a Minneapolis
Ilhan Omar e Alexandria Ocasio-Cortez (Ansa).

Le posizioni politiche di Ilhan Omar

Le sue battaglie politiche riguardano il diritto all’istruzione, il salario equo, una riforma dell’immigrazione, la tutela dei lavoratori e la lotta al cambiamento climatico. Fa parte del gruppo di giovani deputate progressiste noto come “The Squad”, di cui fa parte anche Alexandria Ocasio-Cortez. Omar è anche una delle parlamentari più bersagliate da Donald Trump, che da anni la prende di mira con attacchi personali e politici, spesso estendendo le critiche alla comunità somala del Minnesota. Sul piano politico, ha suscitato polemiche anche tra i Democratici per alcune dichiarazioni su Israele, tra cui un post in cui accusava gli alleati politici dello Stato ebraico di essere motivati dal denaro. Nel 2023, con il ritorno della maggioranza repubblicana, lo speaker Kevin McCarthy l’ha rimossa dalla commissione Esteri per quelli che ha definito «ripetuti commenti antisemiti e antiamericani».

I Ceo di Apple e OpenAI contro l’Ice: «Sta andando troppo oltre»

I giganti della Silicon Valley criticano l’Ice. I Ceo delle grandi aziende hi-tech americane, da Apple a OpenAI fino ad Anthropic, hanno contestato le operazioni anti-immigrazione messe in atto dagli agenti dell’Immigration and Customs Enforcements nella città di Minneapolis e in altre zone del Paese. Con personali comunicazioni ai dipendenti, Sam Altman, Tim Cook e Dario Amodei hanno unito le loro voci a quelle di 60 amministratori delegati del Minnesota, che solamente poche ore prima avevano firmato una lettera aperta chiedendo una de-escalation dopo settimane di tensioni. La presa di posizione arriva dopo un lungo silenzio da parte dei leader delle aziende tech, da tempo schieratesi a sostegno dell’amministrazione Trump.

La Silicon Valley critica l’Ice: le parole di Altman e Cook

Tra i grandi della tecnologia a esprimersi c’è Sam Altman. «Quello che sta succedendo con l’Ice sta andando troppo oltre», ha scritto il Ceo di OpenAI in un messaggio Slack ai dipendenti riportato da Reuters che ha citato fonti vicine all’azienda. «C’è una grande differenza tra l’espulsione dei criminali violenti e quello che sta accadendo per le strade, dobbiamo fare una distinzione corretta. Amo gli Stati Uniti e i suoi valori di democrazia e sosterrò il Paese in ogni modo possibile: lo farà anche OpenAI. Parte dell’amore è tuttavia il dovere americano di contrastare gli eccessi». Discorso simile anche da parte di Tim Cook, ad di Apple. Intervenuto sugli incidenti di Minneapolis, secondo quanto riporta Bloomberg il Ceo di Cupertino ha dichiarato di essere «addolorato» per le tensioni in città e di aver chiesto una rapida de-escalation parlando direttamente con il presidente Trump.

I Ceo di Apple e OpenAI contro l’Ice: «Sta andando troppo oltre»
Il Ceo di OpenAI Sam Altman (Ansa).

Preoccupato anche Dario Amodei, fondatore e Ceo di Anthropic, azienda leader nel mercato dell’IA. Parlando con Nbc News, ha espresso i suoi timori «per quello cui abbiamo assistito negli ultimi giorni a Minneapolis» e ha chiesto di armare la democrazia per «difendere i valori della patria americana». Immediato il ringraziamento da parte di alcuni esponenti di Iceout.tech, organizzazione composta da professionisti del settore tecnologico che condanna l’operato di Ice e Border Patrol. «Siamo lieti di sentire i Ceo di OpenAI e Anthropic condannare gli omicidi dell’Ice», hanno detto a TechCrunch. «Ora attendiamo quelli di Google, Microsoft e Meta, che sono rimasti tutti in silenzio nonostante le richieste provenienti da tutto il settore».

Oltre 60 Ceo del Minnesota hanno chiesto una de-escalation

In precedenza, più di 60 Ceo di aziende con sede in Minnesota avevano firmato una lettera aperta per chiedere una «de-escalation immediata delle tensioni» a seguito della morte di Alex Pretti a Minneapolis. I manager hanno invitato «i funzionari statali, locali e federali a collaborare per trovare soluzioni concrete» sperando di arginare «diffusi disagi e tragiche perdite di vite umane». A sostegno della lettera, pubblicata dalla Camera di Commercio del Minnesota, vi sono, tra gli altri, i vertici di 3M, William Bronw, di Target, Michael Fiddelke, e di UnitedHealth Group, Stephen J. Hemsley. «In questo momento difficile per la comunità, chiediamo pace e una cooperazione mirata per una soluzione rapida e duratura che consenta alle famiglie, alle aziende, ai nostri dipendenti e alle comunità di tutto il Minnesota di riprendere il lavoro per costruire un futuro luminoso e prospero», si legge nella lettera.

Uccisione di Alex Pretti a Minneapolis: sono due gli agenti ad aver sparato

Sono due gli agenti della Border Patrol che a Minneapolis hanno sparato ad Alex Pretti, uccidendolo. Lo rivela un rapporto preliminare al Congresso del Dipartimento della Sicurezza Interna (DHS), esaminato dalla Cnn, proveniente dall’indagine condotta sulla sparatoria dalla U.S. Customs and Border Protection, in cui sono state analizzate anche le riprese delle bodycam. In base al rapporto, il personale della polizia di frontiera «ha tentato di arrestare Pretti, che ha opposto resistenza, e ne è seguita una colluttazione». Un agente a quel punto ha urlato più volte che Pretti era in possesso di una pistola: «Circa cinque secondi dopo, un agente ha sparato con la sua Glock 19 e un agente ha sparato con la sua Glock 47». In nessun punto del rapporto il DHS afferma che Pretti abbia tentato di prendere la sua arma. Il dossier non specifica inoltre se i proiettili sparati da entrambi gli agenti delle forze dell’ordine abbiano colpito o meno Pretti. Nel rapporto si legge inoltre: «Dopo la sparatoria, un agente ha riferito di essere in possesso dell’arma da fuoco di Pretti», senza alcuna indicazione del momento preciso del recupero della pistola. Diversi video, girati da civili, mostrano che Pretti è stato disarmato da un agente delle forze dell’ordine poco prima che venisse sparato il primo colpo.

LEGGI ANCHE: Stati Uniti nel caos: il rischio di guerra civile e la “strategia” di Trump

Corea del Sud, 20 mesi di carcere per l’ex first lady Kim Keon-he

La Corte centrale distrettuale di Seul ha condannato l’ex first lady Kim Keon-hee a 20 mesi di carcere per corruzione, al termine del processo che la vedeva sul banco degli imputati per l’accettazione di beni di lusso dall’Unification Church, una delle sette religiose più influenti del Paese asiatico. Kim è stata invece scagionata dalle accuse di uno schema di aggiotaggio e di violazione delle leggi sui finanziamenti alla politica. L’accusa aveva chiesto una punizione esemplare di 15 anni per la moglie dell’ex presidente Yoon Suk-yeol, coinvolta – come il marito – in vari procedimenti penali.

Minneapolis, la deputata dem Omar aggredita con un liquido sconosciuto

Martedì sera, durante un incontro pubblico in una sede del comune di Minneapolis, un uomo ha aggredito la deputata democratica Ilhan Omar mentre stava parlando davanti a circa cento persone. L’uomo si è avvicinato al palco e le ha spruzzato addosso una sostanza liquida usando una siringa. Gli agenti presenti lo hanno immediatamente bloccato. Omar non è rimasta ferita e, dopo pochi minuti, ha ripreso il suo intervento. La polizia ha identificato l’aggressore come Anthony J. Kazmierczak, 55 anni, arrestato e trasferito nel carcere della contea di Hennepin. Sul posto sono stati effettuati rilievi per identificare il liquido, descritto da testimoni come rosato e dall’odore molto forte. «Penso che sia un’impostora e probabilmente ha organizzato lei l’aggressione». Questo il commento del presidente Donald Trump all’Abc. E alla domanda se avesse visto il video, ha risposto: «No, non ci penso nemmeno».

Il governatore Walz: «Il nostro Stato è segnato dalla violenza politica»

L’incontro era dedicato alle operazioni dell’ICE, l’agenzia federale per l’immigrazione, e alle recenti uccisioni avvenute nella città di Minneapolis. Dopo l’aggressione, Omar ha scritto sui social: «Sto bene. Non sono intimidita da questo piccolo agitatore. Non lascio che i bulli vincano». La condanna è arrivata anche dalle istituzioni statali e cittadine. Il governatore del Minnesota Tim Walz ha scritto sui social: «Sono sollevato che la deputata Omar sia al sicuro. Il nostro Stato è stato segnato dalla violenza politica nell’ultimo anno. La retorica crudele, incendiaria e disumanizzante dei leader nazionali deve fermarsi subito». Il sindaco di Minneapolis Jacob Frey ha scritto: «Inaccettabile. Violenza e intimidazioni non hanno posto a Minneapolis. Possiamo essere in disaccordo senza mettere le persone in pericolo».

L’associazione CAIR: «L’aggressione non è avvenuta nel vuoto»

Per l’associazione Council on American-Islamic Relations l’aggressione «non è avvenuta nel vuoto». L’associazione ha ricordato che Omar è «frequentemente presa di mira da retorica anti-musulmana, anti-immigrati e anti-somala». «Quando un membro del Congresso viene disumanizzato senza sosta, la violenza diventa un esito prevedibile», ha affermato Jaylani Hussein, chiedendo un rafforzamento immediato della sicurezza attorno alla deputata.

La Spagna regolarizzerà 500 mila migranti e richiedenti asilo

Il governo spagnolo ha approvato un decreto che prevede la regolarizzazione di circa 500 mila migranti senza documenti e richiedenti asilo, scegliendo una strada opposta rispetto alla retorica e alle politiche anti-immigrazione oggi prevalenti in gran parte d’Europa. Il provvedimento entrerà in vigore ad aprile e sarà adottato tramite decreto reale, senza passaggio parlamentare.

Cosa prevede il decreto

La misura riguarda persone che si trovavano già in Spagna prima del 31 dicembre 2025 e che potranno accedere al permesso di soggiorno dimostrando l’assenza di precedenti penali e una permanenza continuativa di almeno cinque mesi, oppure l’avvio di una richiesta di protezione internazionale. La ministra dell’Inclusione, della Sicurezza sociale e delle Migrazioni Elma Saiz ha definito la decisione «un giorno storico», spiegando che l’obiettivo è superare ostacoli burocratici stratificati nel tempo e garantire diritti e certezza giuridica a una realtà sociale già esistente.

Cosa ha spinto la Spagna a voler regolarizzare 500 mila migranti

Il decreto arriva dopo le pressioni esercitate da Podemos, ex alleato del Partito socialista, e si inserisce in una linea politica che il premier Pedro Sánchez rivendica da tempo. Nell’ottobre 2024, intervenendo in parlamento, Sánchez aveva sostenuto che la Spagna si trova a un bivio demografico e che l’immigrazione è necessaria per sostenere crescita economica e welfare, mettendo in guardia contro xenofobia e odio. Organizzazioni come Picum e il movimento Regularisation Now! hanno accolto positivamente il provvedimento, sottolineando come arrivi in un contesto internazionale segnato da chiusure e inasprimenti. Di segno opposto le reazioni del Partito popolare e dell’estrema destra di Vox, che hanno accusato il governo di favorire l’immigrazione irregolare. La scelta dell’esecutivo si accompagna a un quadro economico in miglioramento: la disoccupazione è scesa sotto il 10 per cento per la prima volta dal 2008 e la crescita resta tra le più alte dell’Unione europea. Un contesto che Madrid indica come prova che integrazione e sviluppo possono procedere insieme.

Trump sorride, Merz no: la Germania nella trappola del gas americano

A inizio 2026 il cancelliere Friedrich Merz ha indirizzato una lettera ai parlamentari della CDU/CSU e della SPD, invitando la Große Koalition a cambiare marcia per traghettare la Germania fuori dalla stagnazione in cui è impantanata ormai da tre anni. Merz ha ricordato come, nonostante gli investimenti federali fatti, la competitività non sia aumentata a sufficienza e la produttività arranchi a causa dei costi del lavoro, di quelli energetici e degli oneri fiscali eccessivi. Secondo il cancelliere, il Paese può risolvere da solo la maggior parte di questi problemi accrescendo la coesione sociale e, con essa, la fiducia nella politica. Questa è la teoria, che deve vedersela con sondaggi preoccupanti per la Groko, bocciata da quasi il 70 per cento dei tedeschi.

Trump sorride, Merz no: la Germania nella trappola del gas americano
Friedrich Merz (Ansa).

Dalla dipendenza dalla Russia a quella dagli Usa

Poi c’è la realtà. L’economia non gira e l’ottimismo che soffia dal Kanzleramt trova poco riscontro nei fatti. A fine 2025, il Consiglio degli esperti economici, nel rapporto consegnato al governo, ha previsto una crescita di circa lo 0,9 per cento nel 2026, a patto però che la produttività aumenti facendo leva su innovazione e investimenti. Inoltre, occorre una riforma dei contributi previdenziali, che riduca la burocrazia e fornisca incentivi mirati all’ammortamento degli investimenti. Ma la priorità è ridurre i costi energetici: già con la crisi pandemica e poi con la guerra in Ucraina sono diventati un peso non solo per l’industria pesante ma anche per le piccole e medie imprese. Il problema della Germania, e di Merz, è che il quadro non promette nulla di buono visto che la dipendenza dal gas russo si sta trasformando in dipendenza dal gas statunitense.

Nel 2025 la Germania ha pagato 3,2 miliardi di dollari per il gnl americano

La questione riguarda soprattutto il gas naturale liquefatto (gnl), la cui dipendenza dagli Stati Uniti nel 2025 è aumentata di oltre il 60 per cento rispetto all’anno precedente. Secondo i dati ufficiali sulle esportazioni statunitensi analizzati dall’Associazione tedesca per l’aiuto all’ambiente (DUH), circa il 96 per cento di tutte le importazioni tedesche di gnl proviene dagli Stati Uniti. I tedeschi hanno pagato circa 3,2 miliardi di dollari per il gas americano, rispetto agli 1,9 miliardi del 2024. Se a Washington Donald Trump sorride, a Berlino Merz dovrebbe invece riflettere sui rilievi del DUH secondo cui le importazioni di gnl non servono più a gestire una crisi a breve termine. In altre parole, la Casa Bianca sta deliberatamente utilizzando il gas per spingere la Germania, e l’Europa, verso una dipendenza fatale dai combustibili fossili. Il governo tedesco, è l’invito, dovrebbe concentrarsi sull’efficienza energetica e sull’espansione delle energie rinnovabili.

Trump sorride, Merz no: la Germania nella trappola del gas americano
Friedrich Merz e Donald Trump (Ansa).

A rischio Green Deal e REPowerUe

L’intera Unione Europea, dato lo spostamento generale dell’import dagli Usa, mette così a repentaglio il Green Deal e buona parte dell’indipendenza energetica: il piano REPowerEU, che mirava a porre fine alla dipendenza dai combustibili fossili russi attraverso la diversificazione, la riduzione della domanda e l’energia a prezzi accessibili, è messo in crisi dalla subordinazione a stelle e strisce. Il rischio sia a Bruxelles sia a Berlino è noto, eppure nella prassi viene ignorato, come dimostra l’acquisizione di Tanquid, il più grande operatore tedesco di stoccaggio di petrolio, da parte di Sunoco LP, società controllata dal miliardario Kelcy Warren, uno dei principali finanziatori delle campagne elettorali di Trump. L’operazione è stata approvata dal governo tedesco, poiché l’acquisizione conferisce all’azienda con sede a Filadelfia circa un quinto della capacità di stoccaggio di petrolio della Germania e oltre mille chilometri di condotte. Merz dal canto suo non ha avuto nulla da ridire, forse mettendo in conto di finire dalla padella russa alla brace americana. Come hanno evidenziato gli analisti della Stiftung Wissenschaft und Politik, think tank che collabora con il governo di Berlino, la vendita di Tanquid a Sunoco è delicata anche dal punto di vista militare. La società tedesca deteneva infatti anche una quota in FBG, società che gestisce gli oleodotti della Nato in Europa. In caso di tensioni tra Usa e Alleanza Atlantica, il sistema ne risentirebbe. Insomma, alla luce dello scollamento fra Stati Uniti ed Europa, la Germania non pare aver imboccato la via del compromesso per ritrovare l’equilibrio interno e prepararsi al rilancio visto che il cancelliere prosegue su un doppio binario caratterizzato da buoni propositi e cattive decisioni.

Le politiche migratorie costano ancora consensi a Trump: il sondaggio

Secondo un nuovo sondaggio Reuters/Ipsos, il consenso degli elettori statunitensi per la politica sull’immigrazione del presidente Donald Trump è sceso al livello più basso dal suo ritorno alla Casa Bianca. L’indagine, condotta prima e dopo l’uccisione di Alex Pretti a Minneapolis, evidenzia che solo il 39 per cento degli americani approva il lavoro svolto dall’Amministrazione Trump in materia di immigrazione, in calo rispetto al 41 per cento di inizio gennaio. Il 53 invece ha detto di disapprovarlo. La tolleranza zero nei confronti dei migranti irregolari è stato uno dei pilastri della campagna elettorale di Trump e un punto di forza per la sua popolarità nelle settimane successive al suo insediamento a inizio 2025. Ma la situazione in Minnesota gli è sfuggita di mano.

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Il giudizio sull’operato dell’Immigration and Customs Enforcement

Circa il 58 per cento degli intervistati ha affermato che gli agenti dell’Immigration and Customs Enforcement degli Stati Uniti si sono spinti «troppo oltre». Il 12 per cento ritiene che invece non abbiano fatto abbastanza. Il 26 per cento ha affermato poi che le azioni degli agenti dell’Ice sono «più o meno giuste». Circa nove democratici su 10 hanno detto di ritenere che gli agenti si siano spinti troppo oltre, rispetto a due repubblicani su 10 e sei indipendenti su 10.

Le politiche migratorie costano ancora consensi a Trump: il sondaggio
Protesta contro l’Ice a Minneapolis (Ansa).

Trump è al livello più basso di gradimento dell’attuale mandato

L’ultimo sondaggio Reuters/Ipsos mostra inoltre che il tasso di approvazione complessivo di Trump è sceso al 38 per cento: si tratta del livello più basso dell’attuale mandato, dopo il 41 per cento rilevato tra il 12 e il 13 gennaio. Nonostante il calo degli indici di gradimento, Trump continua a ottenere risultati considerevolmente migliori in materia di immigrazione rispetto al suo predecessore Joe Biden. Gli americani continuano infatti ad avere maggiore fiducia nel Partito repubblicano sulla questione (37 per cento), piuttosto che in quello Democratico (32 per cento). Abbondante la quota degli indecisi (31 per cento).

L’Iran ha richiamato l’ambasciatrice italiana a Teheran

L’Iran ha convocato l’ambasciatrice italiana a Teheran, Paola Amadei, in risposta a quelle che le autorità iraniane hanno definito «dichiarazioni irresponsabili del ministro degli Esteri italiano» sulle Guardie Rivoluzionarie. Secondo quanto riferito dai media di Teheran, ripresi da Iran International, Amadei è stata ricevuta da Ali Reza Yousefi, direttore generale per l’Europa occidentale. La mossa segue l’annuncio del ministro Antonio Tajani, che ha reso noto l’intenzione di proporre al Consiglio Affari Esteri dell’Ue, insieme ai partner, l’inserimento dei Pasdaran nella lista delle organizzazioni terroristiche, allineando così l’Italia alle posizioni di Germania e Stati Uniti.

Teheran: «L’Italia riveda il suo atteggiamento avventato»

Dal canto suo, Yousefi ha ribadito che i Guardiani della Rivoluzione sono «parte delle forze armate ufficiali della Repubblica Islamica dell’Iran» e ha avvertito che «qualsiasi sanzione avrà conseguenze dannose», sollecitando dunque l’Italia a «rivedere il suo atteggiamento avventato». Gli Stati Uniti, sotto l’amministrazione Trump, avevano già designato i Pasdaran come gruppo terroristico nel 2019, seguiti da Australia e Canada.