Iran, perché Reza Pahlavi non convince né in patria né all’estero
L’Iran è in fiamme (Teheran brucia, si potrebbe sintetizzare, parafrasando il titolo del famoso libro di Larry Collins e Dominique Lapierre e poi dell’omonimo film di successo Parigi brucia), e mentre ancora la Repubblica islamica è in preda a caos e violenze, nella totale impossibilità di prevedere l’evoluzione della situazione, Reza Pahlavi jr, il 65enne figlio dello scià deposto nel 1979 dalla rivoluzione di Khomeini, dal suo esilio dorato statunitense, si candida (sperando nell’appoggio di Trump e di Israele) alla guida di un eventuale – l’aggettivo è d’obbligo – nuovo corso politico (democratico? Il punto di domanda è d’obbligo) iraniano. «Sono pronto a tornare», dice lui, assicurando di non puntare al trono, ma di voler gestire una transizione pacifica, magari con un referendum popolare.
La road map di Pahlavi jr
Pahlavi, 65 anni e unico erede maschio della dinastia, negli ultimi decenni ha cercato di ritagliarsi un ruolo. Nel 1980, alla morte del padre, con un’incoronazione farlocca al Cairo, poi fondando nel 2013 la coalizione del Consiglio nazionale per elezioni libere. Progetti finiti nel nulla. Il suo nome torna in occasione di ogni protesta di piazza, come nel 2022 con l’esplosione del movimento Donna, Vita, Libertà. E naturalmente oggi. Non stupisce dunque che abbia già in tasca una road map. «Abbiamo già un piano, non ci sarà il vuoto. Ci siamo preparati anni per questo momento», ha spiegato in un’intervista al Corriere della Sera. «Il nostro Iran Prosperity Project ha linee dettagliate. La prima fase che affronteremo è quella dell’emergenza, per garantire nei primi 180 giorni la continuità dei servizi e della sicurezza. Poi arriverà la fase della stabilizzazione: far funzionare il Paese, assicurare i servizi essenziali, ripristinare la fiducia economica e mantenere una governance di base. Seguirà un processo costituzionale ed elezioni nazionali». Con una garanzia: «Lo ripeto: il mio ruolo non sarà quello di far pendere la bilancia a favore della monarchia o della repubblica, sarò imparziale nel processo: voglio che gli iraniani abbiano finalmente il diritto di scegliere liberamente».

Un aspirante leader sostenuto solo da Israele
Il vero problema è che all’aspirante nuovo leader dell’Iran non è riconosciuta alcuna leadership. Questo a parere di tutti gli osservatori e conoscitori delle cose geopolitiche. «La sua capacità di influenzare gli eventi è limitata», ha per esempio di recente osservato Danny Citrinowicz, membro dell’Atlantic Council, un passato nell’intelligence militare israeliana e a capo della sua divisione iraniana. «Israele prova a spingerlo, ma mi pare una causa persa». E altrettanto chiaramente si è espresso Vali Nasr, già consigliere di Barack Obama, professore di relazioni internazionali e studi mediorientali alla Johns Hopkins University lo ha detto «Pahlavi è un simbolo senza alcuna rete politica».

La percezione all’estero e in patria
Ma non è solo un problema di leadership: la stragrande maggioranza degli iraniani, pure in rivolta contro il regime teo(auto)cratico degli ayatollah, pare non voglia sentir parlare di lui. Anche se negli ultimi giorni alcuni manifestanti hanno invocato il suo ritorno. Non solo la maggioranza della popolazione lo considera inadatto a governare, ma lo ritiene né più né meno che un dittatore in pectore, nonché una minaccia per le minoranze etniche. A pesare è soprattutto il ricordo dell’ultimo scià, suo padre. Perché se, soprattutto nell’ambito delle comunità degli esuli sparsi nel mondo (specie nel Regno Unito), l’epopea di Mohammad Reza Pahlavi, proprio in reazione alla rabbia popolare nei confronti della Repubblica islamica, suscita qualche benevola nostalgia, in patria le cose stanno diversamente.
Repressione e modernizzazione forzata: le colpe dello scià
Se per i più tradizionalisti (filo monarchici compresi), il “vecchio” scià è sinonimo di modernizzazione e occidentalizzazioni forzate, in spregio appunto a ogni tradizione, per gli altri è il peggiore simbolo di una dittatura che non ha risparmiato censure e violente repressioni degli oppositori e delle minoranze. Non a caso si deve a lui la nascita della Savak, la famigerata polizia segreta protagonista di continui soprusi e violenze per soffocare qualunque dissenso. Insomma, i quasi 40 anni di regno di Reza Pahlavi senior (era salito al trono nel 1941, dopo che gli anglo-sovietici avevano occupato il Paese spedendo il padre, e fondatore della dinastia, Reza Shah Pahlavi in esilio, con l’accusa di filo-nazismo) non hanno di certo lasciato un bel ricordo. Peraltro, seppure colpa indiretta, gli iraniani attribuiscono proprio al suo scellerato stravolgimento di ogni ordine tradizionale l’aver alimentato, nel 1979, la rivoluzione-restaurazione degli ayatollah guidati da Ruhollah Khomeini e la proclamazione della Repubblica Islamica.

L’Iran svenduto all’Occidente
Lo scià dimostrò sempre un saldo filo occidentalismo (soprattutto britannico) e, anche in piena Guerra Fredda, accentuò ancor più, se possibile, il suo ruolo di paladino degli “interessi occidentali” attraverso l’Anglo Iranian Oil Company, e gli accordi stretti sia con le cosiddette Sette sorelle sia l’Eni di Mattei. Pahlavi attuò in sostanza una laicizzazione e una modernizzazione forzate con l’obiettivo di minare alle basi il carisma degli ayatollah. Per attuare questo disegno usò il pugno di ferro, dando vita a un regime fortemente autoritario, senza peraltro mitigare le ingiustizie sociali.
Così il regime di Pahlavi gettò le basi per la rivoluzione khomeinista
Se da un lato promosse riforme che agli occhi degli occidentali sembrarono di tutto rilievo, dal suffragio femminile al diritto al divorzio all’alfabetizzazione e a una sorta di corporativismo petrolifero (con parte degli utili distribuiti alle figure apicali delle varie società), dall’altro non si fece scrupolo a reprimere con qualsiasi mezzo ogni dissidenza. In buona sostanza, l’occidentalizzazione imposta dallo scià comportò la necessità di un regime fortemente repressivo e poliziesco, un regime che, di fatto, cancellò l’identità di un popolo, di una nazione, e che per i suoi obiettivi di potere non esitò a vendere, o a svendere, il Paese alle multinazionali occidentali. Tra l’altro con un buon ritorno personale si direbbe, visto che il suo patrimonio personale, ovviamente al sicuro all’estero, fu stimato in almeno 10 miliardi dollari (nemmeno uno investito in Iran). Fu da questo clima di frustrazione, secondo molti studiosi e osservatori, che nacque la vittoria fondamentalista di Khomeini, come logica risposta a scelte che stravolsero, in maniera del tutto unilaterale, ogni tradizione e ogni identità. Memori di quanto accaduto, è dunque comprensibile che gli iraniani vedano come una minaccia il ritorno di un Pahlavi in patria. Vorrebbero, se possibile, evitare di cadere, un’altra volta, dalla padella alla brace.










