Il Sanremo dell’Oltretomba, tra reliquie viventi ed esorcismi

Alle Olimpiadi invernali l’inno nazionale è risuonato così tante volte, grazie alle vittorie dei nostri atleti, che non ne abbiamo sentito la mancanza all’inaugurazione della kermesse patriottico-canora per eccellenza, il Festival di Sanremo. Anche perché quando è stato eseguito l’ultima volta sul palco dell’Ariston, dalla banda dell’Arma dei Carabinieri, l’8 febbraio 2020, non è che abbia portato tanta fortuna: un mese dopo l’Italia, anziché destarsi, si chiudeva in casa per il lockdown. Un altro inno, però, ci sarebbe stato bene: quello di Garibaldi, «si scopron le tombe, si levano i morti». L’Eroe di Caprera non gode di tanta popolarità nell’Italia meloniana di cui questo Festival è espressione – Peppino era troppo cosmopolita, troppo rivoluzionario, oggi un bel fermo preventivo non glielo toglierebbe nessuno – ma Carlo Conti sembra aver preso alla lettera almeno il suo inno: fin dalle battute iniziali, il suo Sanremo si presenta all’insegna della riesumazione, a cominciare dal defunto Pippo Baudo, evocato in voce ad aprire la prima seduta spiritica, pardon, la prima serata.

Il Sanremo dell’Oltretomba, tra reliquie viventi ed esorcismi
Il ricordo di Pippo Baudo e Peppe Vessicchio a Sanremo (Ansa).

Il Sanremo di Conti è il Festival dei Due mondi, l’al di qua e l’aldilà

Sono seguite le evocazioni del maestro Peppe Vessicchio e l’ostensione di alcune reliquie viventi: la 105enne che votò per la prima volta nel referendum del 1946 e si è dichiarata apertamente «di sinistra» con l’impunità che oggi è concessa solo a una centenaria; il vetusto ma arzillo Kabir Bedi, il primo (e, per quanto mi riguarda, unico) Sandokan televisivo; Patty Pravo. Altre commemorazioni si attendono da qui alla finale. Insomma, il Festival dei Due mondi non è più a Spoleto, ma a Sanremo. Solo che i due mondi non sono l’Europa e le Americhe, come per Garibaldi, ma questo mondo e quello di là. Vista l’atmosfera da camera ardente, non stupisce che i look all’Ariston avessero tutti una nota sepolcrale: bianco-ectoplasma, rosa-corona funebre, marrone-cassa di noce, e un gettonatissimo nero, colore che sfina il Vip non ancora sgonfiato dall’Ozempic ed evoca cromaticamente sia la famiglia Addams che la famiglia politica oggi al potere, sintesi perfettamente rappresentata da Laura “Morticia” Pausini nella prima parte della serata.

Il Sanremo dell’Oltretomba, tra reliquie viventi ed esorcismi
Il Sanremo dell’Oltretomba, tra reliquie viventi ed esorcismi
Il Sanremo dell’Oltretomba, tra reliquie viventi ed esorcismi
Il Sanremo dell’Oltretomba, tra reliquie viventi ed esorcismi

Fedez-Masini, l’esorcismo perfetto per la coppia Mahmood e Blanco

Ma il nero totale più significativo era quello indossato da Fedez, che si è esibito in coppia con Masini, anche lui in tenuta da necroforo sbarazzino. Chi era il morto? Il passato di Fedez, probabilmente. Solo tre anni fa era l’uomo che la destra amava odiare, e che amava farsi odiare dalla destra, il mister Ferragnez audace e scostumato che a Sanremo provocava Salvini e baciava sulla bocca Rosa Chemical. Nell’ultimo anno l’abbiamo visto sfarfallare fra gli eventi dei giovani di Forza Italia, dove ha criticato Beppe Sala e Marco Travaglio, e lo yacht dei Santanchè, al fianco di Ignazio La Russa. L’inversione a U ora l’ha riportato sul palco dell’Ariston al fianco di Marco Masini, accreditato fra gli “artisti di destra” e che presumibilmente deve fungere da garante della nigredo politica dell’ex rapper.

Il Sanremo dell’Oltretomba, tra reliquie viventi ed esorcismi
Fedez e Marco Masini (Ansa).

La loro presenza sul palco – due maschi vestiti indubitabilmente da maschi, che cantavano un testo cupo e vittimista – sembrava una specie di esorcismo per scacciare da Sanremo il ricordo di una coppia di tutt’altro genere, Mahmood e Blanco, così luminosamente belli, desiderabilmente fluidi e sfacciatamente stilosi, che nel 2022 con Brividi raccontavano il tormento e la malìa di un amore fra uomini, fra umani. Il punto più avanzato raggiunto dalla canzone italiana, prima del ritorno all’ordine. Oltretombale.

Il Sanremo dell’Oltretomba, tra reliquie viventi ed esorcismi
Blanco e Mahmood sul palco dell’Ariston nel 2022 (Ansa).

Il 13enne di La Spezia, mio figlio e la disforia di genere in un mondo di adulti impauriti

Per molto tempo ho avuto tre figlie e un figlio. Da qualche anno ho due figlie e due figli, e ormai non ricordo quasi più com’era, prima. Ci sono le vecchie foto, che inteneriscono me, ma che lui, il figlio maschio che alla nascita non lo era, non ama guardare: un ex prigioniero preferisce non rivedere le immagini della sua detenzione, anche se confortevole. Perché l’infanzia e la pubertà possono diventare una prigione, se li vivi in un corpo e con un aspetto che non corrispondono a come ti senti, e più cresci, meno il dentro assomiglia al fuori. La storia del ragazzino della Spezia, che a 13 anni ha completato l’iter giudiziario per la transizione di genere, suscitando nella pubblica opinione reazioni e commenti che vanno dalla simpatia alla perplessità alla pura malvagità, mi ha fatto ripercorrere la mia esperienza di madre di un ragazzo transgender, cui non sarò mai abbastanza (vigliaccamente) grata per avere intrapreso il suo percorso di transizione a 18 anni, assumendosene così l’intera responsabilità.

Cosa significa vivere nell’anima e nella carne la disforia di genere

Se lo avesse deciso quando era più piccolo, non sono sicura che sarei stata in grado di accompagnarlo nel modo giusto. Forse, impreparata com’ero, gli avrei trasmesso le mie paure e le mie incertezze, condizionata dalla mia ignoranza sulla disforia di genere: sapere cos’è, per aver letto articoli o libri, non significa sapere com’è davvero, cosa significa viverla nell’anima e nella carne, vederla succedere a un essere umano che hai messo al mondo e che ami. Oppure, non vederla, com’è accaduto a me, concentrata su altre emergenze familiari in un periodo complicato.

Il 13enne di La Spezia, mio figlio e la disforia di genere in un mondo di adulti impauriti
“L’amore non ha genere” (foto Unsplash).

Come nel caso del ragazzo spezzino, i primi a capire cosa succedeva a mio figlio sono stati il fratello e le sorelle, che avevano intuito e accettato serenamente una verità che sfuggiva a noi genitori, che per quanto culturalmente elastici e informati, siamo nati e cresciuti nella società cui i tradizionalisti vorrebbero tornare, dove si parlava solo di sesso e non di genere, e i sessi erano due, maschio e femmina, non una semplice differenza anatomica, ma un’opposizione concettuale irriducibile, come pari e dispari, bianco e nero, freddo e caldo.

Come è difficile uscire dalla polarità maschi/femmine

A noi novecenteschi risulta difficile uscire da una polarità antica come le montagne, comoda perché semplificante, ma che corrisponde alla realtà più o meno quanto i pupazzetti sulle porte dei bagni corrispondono agli esseri umani in carne e ossa, e servono più o meno alla stessa cosa: separare i due generi per incanalarli in percorsi ben distinti, senza che si facciano domande (non a caso una delle battaglie dei conservatori transfobici si consuma proprio intorno alla separazione delle toilette).

Il 13enne di La Spezia, mio figlio e la disforia di genere in un mondo di adulti impauriti
I conservatori transfobici trattano le identità di genere come se fossero pupazzetti sulle porte dei bagni (foto Unsplash).

Millennial e zillennial sono così diversi da noi anche per questo: l’antitesi alla base della civiltà umana, maschio/femmina, due generi cui al massimo si è riconosciuta la “complementarità”, ma mai una vera uguaglianza, non ha mai scricchiolato tanto come nell’ultimo paio di decenni. Il “secondo natura” per i giovani si declina più nel rispetto dell’ambiente che nella vita affettiva e sessuale, accettano sempre meno passivamente di essere determinati dal loro genere e rivendicano l’adolescenza e la giovinezza come terreno di sperimentazione della propria identità. Hanno ripreso un percorso che era già iniziato fra i ragazzi e le ragazze degli Anni 70, poi soffocato dal “ritorno all’ordine” omofobo dell’era dell’Aids.

Adolescenti con intorno un mondo di adulti mal cresciuti e impauriti

Sfortunatamente, hanno intorno un mondo di adulti mal cresciuti e impauriti, non sempre in grado di capirli, anche quando hanno le migliori intenzioni. Ammiro il coraggio dei genitori del ragazzo di La Spezia e dei giudici che hanno riconosciuto il suo diritto a essere come si sentiva. Io, se mio figlio avesse fatto coming out a 13 anni, forse avrei aggiunto le mie paure alle sue, invece di proteggerlo e sostenerlo. Attendendo, lui ha facilitato la vita ai suoi genitori, ma l’ha resa meno facile a se stesso: la sua adolescenza è stata durissima.

È tutto più complicato, delicato e umano di quel che arriva sui media

Ne è uscito più forte, ma se non ce l’avesse fatta? E mi domando se una transizione a 13, 14 anni, gli avrebbe comunque risparmiato anni di sofferenza, solitudine e negazione. Non sono un’attivista, solo una che c’è passata in mezzo e sa che è tutto molto, molto più complicato, delicato e umano di quel che arriva sui media. Auguri al ragazzo ligure, a mio figlio e a tutti i ragazzi e le ragazze ancora impegnati a definire la propria identità, in un mondo sempre più dominato da chi ha in testa solo i pupazzetti sulle porte di un bagno.

Medicina, il maledetto semestre filtro e il ritorno dei virologi star

Meglio avere un sufficiente numero di medici domani, o togliersi oggi la soddisfazione di vessare dei 19enni, facendogli perdere tempo, denaro e speranze, e per di più insultandoli pubblicamente? L’establishment di destra, rappresentato da Anna Maria Bernini, ministra dell’Università e della Ricerca, non ha dubbi: meglio la seconda opzione. Lo si è visto qualche giorno fa ad Atreju, con l’imbarazzante scenata di Bernini contro gli studenti di Medicina della Sapienza venuti a contestarla per quella specie di Hunger Games che sono stati i test del cosiddetto semestre filtro. A quanto pare, la stessa ministra, a pochi giorni dalla sclerata, ha praticamente dato ragione ai «poveri comunisti», e ha annunciato che rimetterà mano alla procedura d’accesso alla facoltà di Medicina, che si è rivelata ancora più impraticabile dei famigerati test d’ingresso introdotti a inizio secolo.

Il guilty pleasure del governo è prendere a ceffoni i giovani

Addio, quindi, al semestre filtro, dove la prima parola è ingannevole (i sei mesi per preparare fisica, biologia e chimica erano in realtà solo due), la seconda rivelatrice: per definizione, un filtro serve a trattenere impurità solide in un fluido. Nella mente di chi ha introdotto il “semestre”, gli aspiranti medici erano dunque un fluido da purificare, e il “semestre” il sistema per renderlo puro catturando i corpi estranei per poi espellerli. Forse da questo atteggiamento deriva l’acido disprezzo mostrato da Bernini dall’alto del palco di Atreju: i giovani che non avevano superato i test-filtro erano scarti che non meritavano alcuna comprensione, e potevano essere impunemente bollati con gli epiteti con cui Silvio Berlusconi schiacciava quelli che non la pensavano come lui: «poveri» e «comunisti». Vabbè, non si poteva pretendere che una donna che ha speso gran parte della sua vita a difendere un anziano riccone, dall’oggi al domani si mettesse a difendere gli interessi di ragazzini senza tanti soldi in tasca. Tanto più se la donna oggi fa parte di un governo il cui guilty pleasure è prendere a ceffoni i giovani, prima i dissenzienti (pro-Pal, militanti ambientalisti, liceali che occupano, attivisti Lgbtq+), e ora anche quelli la cui unica colpa è voler studiare Medicina pur non essendo genietti delle Stem con una memoria di ferro.

Medicina, il maledetto semestre filtro e il ritorno dei virologi star
Anna Maria Bernini (Imagoeconomica).

Il ritorno dei virologi-star sul semestre filtro

Va detto che, almeno, Bernini si è ricreduta, anche se non ha spettacolarizzato la sua retromarcia tanto quanto il cazziatone contro i contestatori ad Atreju. Ma si sarà ricreduto anche il professor Roberto Burioni, che in un post all’indomani dei test-massacro ha puntato il dito contro gli studenti «impreparati»? «Io (i test, ndr) li avrei superati insieme a tutti i miei compagni di classe. Bisogna lamentarsi di meno e studiare molto di più», ha rincarato la dose sui social. «Se il liceo vi ha illuso (e ha illuso anche i vostri genitori che vi ritengono geni incompresi) promuovendo alla maturità il 99,98 per cento di voi e dando in alcune regioni al 20 per cento degli studenti il massimo dei voti è un’ottima occasione per riprendere contatto con la (dura) realtà». Siccome Burioni non è di destra, in una successiva intervista ha parzialmente scagionato i ragazzi e incolpato la scarsa qualità dell’insegnamento delle materie scientifiche alle superiori.

Medicina, il maledetto semestre filtro e il ritorno dei virologi star
Roberto Burioni (Imagoeconomica).

Al coro si è aggiunto anche il direttore di Malattie infettive al San Martino di Genova, Matteo Bassetti. «Questo è un semestre aperto, se i ragazzi sono andati a fare l’esame del primo semestre e non l’hanno passato, evidentemente vuol dire che non erano preparati adeguatamente, che non avevano studiato abbastanza, che non avevano fatto un percorso adeguato come scuole», ha commentato il professore. «Non è che si può decidere di fare il medico perché si guardano le serie tv o perché si vuole andare a fare il chirurgo estetico o perché si vogliono guadagnare dei soldi».

Medicina, il maledetto semestre filtro e il ritorno dei virologi star
Matteo Bassetti (Ansa).

Scivolando ancora un po’ verso la sinistra infettivologica che abbiamo imparato a conoscere ai tempi del Covid, troviamo un altro esperto, il presidente della fondazione Gimbe Nino Cartabellotta, che concede ai ragazzi l’ulteriore beneficio del dubbio, e se la prende con chi ha elaborato i test, macchinosi e basati su aspettative irreali.

Medicina, il maledetto semestre filtro e il ritorno dei virologi star
Nino Cartabellotta (Imagoeconomica).

Ancora più magnanima Antonella Viola, docente di Patologia generale a Padova, che su Instagram ha addirittura chiesto scusa a studenti e famiglie per «una farsa lesiva sul piano emotivo ed economico» e ha spiegato che «oggi la memoria è esternalizzata, questo non rende le persone più stupide, ma diverse».

Chi oggi si iscrive a Medicina dovrebbe essere accolto dalla banda musicale

Per inciso: Bernini, Burioni, Cartabellotta e Viola appartengono a una generazione che è entrata all’università senza bisogno di test d’ingresso, e così pure praticamente tutti i medici cui tutti i giorni affidiamo la nostra salute. Fra 20 o 30 anni forse potremo fare a meno della figura dell’infettivologo-star, ma non dei medici. Anzi, ce ne sarà sempre più bisogno, visto che incombe la terza età di boomer e generazione X, milioni di anzianolescenti che assommeranno le patologie del benessere goduto da giovani a quelle dell’impoverimento vissuto dalla mezza età in poi. Ma i dottori cominciano già a scarseggiare ora, perché i più anziani vanno in pensione, e i pochi neo-medici temprati da una formazione lunga, faticosa e costosa non ci stanno a farsi sfruttare nella sanità pubblica, e si impiegano nel privato o vanno all’estero. Altro che semestre filtro, le facoltà di Medicina dovrebbero accogliere con banda musicale e pioggia di fiori tutti i ragazzi e le ragazze che desiderano ancora imparare a curare i mali dei loro simili, anziché fare i content creator su OnlyFans. Dove per ora non sono previsti test d’ingresso, ma visto l’affollamento, presto potrebbero introdurli anche lì.

Oggi è Giulia Cecchettin, ieri Giulia Tramontano: con le solite ricette e le promesse non si cambia

Ormai è diventato una specie di sacrificio rituale collettivo: ogni tot mesi la nazione tutta condivide trepidazione, commozione e sdegno per l’uccisione efferata di una giovane donna da parte di un uomo, in genere il compagno, mentre un assortimento di ierofanti da tastiera e da talk show recita formule sempre uguali («ci vuole una cultura del rispetto», «donne, dovete cogliere i segnali», «è colpa delle mamme», «è colpa dei padri», eccetera). Poi, stanchi ma infelici ma anche, in certo modo, saziati di lutto virtuale, ce ne torniamo alla nostra vita, finché la cronaca non ci propone un’altra vittima degna di mobilitare di nuovo tutto l’apparato. Che non si dispiega per tutti i femminicidi: non per quelli – tantissimi – di donne mature o anziane, madri o nonne uccise da mariti o ex mariti, e nemmeno per quelle troppo derelitte, o per le single ammazzate dall’ex partner di una storia breve.

La commozione popolare si pasce dell’uccisione di vittime giovanissime e fiduciose per mano di esecutori piacioni o figli modello

In Italia la commozione popolare, come nei melodrammi di Verdi e Puccini, si pasce della mala morte di donne giovanissime, graziose, fiduciose come Giulia Tramontano, tradita e incinta, o Giulia Cecchettin, un tesoro di ragazza a due passi dalla laurea. Del resto i sacrifici di esseri viventi, umani o animali, richiedono vittime perfette e senza macchia, perché soltanto ciò che di più bello possiede la comunità è degno di essere sacrificato agli dei per esserne certi di ottenerne il favore o placarne l’ira. Solo che in questi casi a uccidere non è un apposito esecutore-sacerdote, ma un altro ragazzo, anche lui apparentemente perfetto e senza difetti, come il piacione Alessandro Impagnatiello o il “figlio modello” Filippo Turetta, uno con un buon lavoro in un ambiente figo, l’altro alle ultime battute di una laurea in ingegneria, il presunto magico talismano contro la disoccupazione. Bravi ragazzi che, messi alle strette, ammazzano brave ragazze, seguiti spasmodicamente dal pubblico dell’arena mediatica, come i tributi degli Hunger Games.

Oggi è Giulia Cecchettin, ieri Giulia Tramontano: con le solite ricette e le promesse non si cambia
Giulia Cecchettin (Ansa).

Ogni volta si ripetono le inutili ricette: dalle pene più severe alla promessa di prevenzione nelle scuole

Tanto è sinistro e inafferrabile il compiaciuto teatro dell’orrore che mettiamo su per questo tipo e solo per questo tipo di femminicidi, quanto sono ridicoli, nella loro inutilità e ripetitività, i tentativi di contrastare la violenza di genere con le solite ricette: le immancabili pene più severe e la promessa di prevenzione fin dalle scuole con corsi di educazione all’affettività. In un Paese governato da una signora che si è tenuta per anni un partner sessista e molestatore, e che all’opposizione vede un’altra signora che si è fidanzata con una donna (combinazione meno pericolosa per l’incolumità fisica), adulti infelici, poco pagati e spesso alle prese loro stessi con problemi relazionali, pretenderanno di insegnare agli adolescenti come costruire una relazione eterosessuale rispettosa. Platonica, naturalmente, visto che sono più di 40 anni che si chiede invano di fare educazione sessuale nelle scuole. Quarant’anni fa la ministra Roccella era ancora femminista e abortista e Pillon al collo portava solo il fiocco del grembiule, quindi non è proprio il caso di dare la colpa a loro.

Nemmeno la parità di genere riesce a contrastare la violenza sulle donne

Ma anche se l’educazione sessuale venisse finalmente introdotta nelle scuole, se i corsi di affettività non fossero una barzelletta, se (esageriamo) tutta la società italiana facesse passi da gigante sul piano delle pari opportunità, del pay-gap, dell’accesso delle donne a posizioni apicali, insomma, se l’Italia diventasse come la Finlandia, patria del modello scolastico ammirato in tutto il mondo, stroncheremmo la violenza contro le donne? I numeri dell’European Institute for Gender Equality dicono di no. L’uguaglianza di genere non contrasta la violenza di genere, o almeno non abbastanza. In Finlandia il 61 per cento degli omicidi con vittime donne sono perpetrati da partner o familiari, e il 47 per cento delle finlandesi afferma di avere subito molestie e violenze. La legge finlandese non contempla neppure il femminicidio o la violenza di genere come crimini specifici. Il luogo più pericoloso per le donne in Europa è l’Irlanda del Nord, che ha un tasso di violenza domestica triplo rispetto a Inghilterra e Galles. La sessista Italia è quartultima nella classifica europea dei femminicidi, dominata da Lituania e Lettonia, cui seguono Germania, Francia e Paesi Bassi. Che la civilissima Svezia sia penultima sorprende meno del fatto che il Paese europeo con meno femminicidi sia la Grecia, anche se negli ultimi anni si è registrato un clamoroso aumento. Non parliamo degli Stati Uniti, la terra del #MeToo e del politically correct, che marcia al ritmo di tre femminicidi al giorno, il triplo della Turchia di Erdogan.

Oggi è Giulia Cecchettin, ieri Giulia Tramontano: con le solite ricette e le promesse non si cambia
Scarpe rosse, simbolo della lotta alla violenza contro le donne, in Francia (Getty Images).

In Iran la violenza si fa scudo della religione, in Occidente dell’amore passionale: la stessa fetida minestra chiamata patriarcato

L’Occidente cristiano è pieno di cripto-ayatollah in versione domestica che se la loro partner rivendica libertà di uscire, di laurearsi, di viaggiare, e di vestirsi come le pare, o anche di lasciarli, le fanno quello che la polizia morale iraniana ha fatto a Mahsa Amini o ad Armita Geravand. In Iran la violenza di genere si fa scudo della religione, da noi dell’amore passionale, ma è la stessa fetida minestra secolare chiamata patriarcato. Allevati e allevate da millenni con questa minestra, ora dobbiamo inventarcene una nuova e abituarci tutti, e non è cosa né facile né breve. Nel frattempo l’unica soluzione ragionevole per limitare la strage di donne, più che insegnare l’affettività ai maschi (chi ha visto le reazioni degli adolescenti medi durante gli incontri scolastici sulla violenza di genere sa che la partita è difficile, se non persa in partenza) sembrerebbe insegnare l’anaffettività alle femmine.

Bossi poeta e l’involuzione della Lega

Se è vero che nulla avviene per caso, dev’esserci un senso se la sorprendente riscoperta delle poesie di Umberto Bossi, fondatore della Lega Lombarda, poi Lega Nord, avviene proprio in questo momento. Quello più immediato e ovvio è evidenziare quanto è caduta in basso la leadership del Carroccio in due sole generazioni: dal profeta-poeta-visionario al tiktoker compulsivo specializzato in liste. Ma in questo inatteso ripescaggio si può leggere un monito apparentemente controintuitivo: la poesia, anche non eccelsa, è meno effimera della fortuna politica. Bossi è ancora vivo, ma politicamente defunto a causa dell’età e delle malattie. La sua eredità è stata in parte snaturata dall’ambizione e dalla pochezza dei suoi successori, che a malapena citano il suo nome, se non nella kermesse annuale di Pontida (da lui inventata, peraltro). Eppure a rinverdire la sua figura oggi non sono le sue gesta da leader di partito o da ministro, ma, a sorpresa, la misconosciuta opera giovanile di poeta e chansonnier, che gli avversari gli avevano sempre rinfacciato con disprezzo. Ed è internet, cui Bossi fu sempre estraneo, per ragioni anagrafiche e caratteriali, a ripescare un piccolo corpus bossiano di carmi composti fra gli Anni 60 e 70 (l’era della riscoperta del folk, da sinistra, area in cui all’epoca militava l’imberbe Umberto) e raccolti qualche anno fa nel blog della giornalista Nicoletta Maggi.

Bossi poeta e l'involuzione della Lega
Bossi nel 1992 (Imagoeconomica).

Bossi poeta, ribellismo ma con il coeur in man

Com’è il Bossi poeta? Con un po’ di cattiveria si potrebbe dire che è un ragazzo della via Gluck che non ha superato lo shock e continua a domandarsi «perché continuano a costruire case e non lasciano l’erba», però in dialetto lombardo.  I suoi temi sono il ripudio dell’industrializzazione e del consumismo, il rimpianto per la semplicità della vita agreste, l’invettiva contro i «padròn», la tenerezza verso i deboli, lasciati sul ciglio della strada dall’irresistibile avanzata del progresso. Ribellismo, ma con il coeur in man, insomma. La scelta del dialetto, in quegli anni, non aveva connotazioni campanilistiche o etniche, ma sociopolitiche: esprimeva il rifiuto per dell’omologazione imposta dallo sviluppo prepotente e dall’onnipotenza delle fabbriche che divoravano terre, acque e persone, così come l’italiano della televisione, della pubblicità e della scuola (istituzione con cui il giovane Bossi non era mai andato molto d’accordo) soppiantava le parlate locali, che per le classi popolari erano ancora la lingua madre, quella con cui si era imparato a parlare e a ragionare in un’Italia ancora prevalentemente contadina. È il dialetto a dare alle poesie del futuro Senatùr un’efficacia che non ti aspetti: il lombardo stacca le parole dalla carta, dà loro uno spessore che in italiano si perde, non solo perché è in lombardo che sono state scritte, ma anche perché obbligano il lettore non lombardòfono a cambiare il proprio punto di vista (o di udito), a fare più attenzione a quei termini un po’ stranieri e un po’ no. E la poesia è sempre l’incontro di due attenzioni, quella del poeta e quella del fruitore.

Bossi poeta e l'involuzione della Lega
Il Senatùr a una manifestazione della Lega (Imagoeconomica).

Dall’urlo ginsberghiano al celodurismo in canottiera

Ecco, in traduzione, l’urlo ginsberghiano dell’angry young Bossi: «Ho visto gli intestini della mia terra/seccarsi al sole/come cent’anni di pane raffermo,/ di ciotoline che hanno picchiato per niente./Io canto il muggire della carne in scatola/canto il fetore della cultura/Canto il domani/come un calcio nella pancia». Ehi, ma è lo stesso tizio che 10 anni dopo fonderà la Lega che «ce l’ha duro», sdoganerà le canottiere a vista, evocherà i «100 mila bergamaschi armati» e darà del «terrone» a due presidenti della Repubblica? Eh, sì. Proprio lui. E leggendo una poesia come Dü Fioeu (Due ragazzi), «von di nostra e un teron, butej den na bozza coi tulitt di tumatis voeuj» («uno dei nostri e un terrone, buttateli in un buca, con i barattoli dei pomodori vuoti», entrambi vittime di padroni che li abbattono come giovani pioppi) viene da chiedersi che cosa è andato storto. O che cosa si è raddrizzato, a seconda di come la si pensi, visto che invece di finire fra i matti o fra i clochard, destino abbastanza frequente fra gli artisti scioperati e incompresi, l’Umberto è approdato prima in parlamento e poi al governo.

Bossi poeta e l'involuzione della Lega
Umberto Bossi al Senato (Imagoeconomica).

Quel verso inconsapevolmente profetico: «Perché d’un rivoluzionari/n’han fai un lecapè?»

Il paragone con il pittore mancato che divenne Führer è inevitabile, e ci vorrebbero critici più esperti di me per valutare se il successo letterario di Bossi avrebbe danneggiato la poesia tanto quanto la fortuna di Adolf Hitler come pittore di paesaggi avrebbe degradato le arti figurative. Quel che è certo è che sarebbe stato meglio per tutti se qualcuno avesse incoraggiato entrambi a inseguire i loro sogni giovanili invece che trasformare la personale frustrazione in carburante per carriere di arruffapopoli (nel caso di Hitler, anche distruggipopoli). Oggi i dipinti dell’uomo di Braunau rimangono invenduti alle aste, non solo perché sono croste imbarazzanti o perché è imbarazzante alzare la mano in pubblico per fare un’offerta, ma perché girano un sacco di falsi praticamente indistinguibili da quelli veri (dipingere un paesaggio alpino alla Hitler è impresa alla portata di qualunque imbrattatele). Ed è difficile che le poesie di Umberto da Giussano, ancorché dignitose, finiscano nelle antologie. A storcere il naso non sarebbe il ministro dell’Istruzione Valditara, affezionato fin da ragazzo alle poesie milanesi di Carlo Porta, cui dedicò il suo tema di maturità, ma lo stato maggiore del Carroccio. Un verso bossiano inconsapevolmente profetico, «perché d’un rivoluzionari/n’han fai un lecapè?» (perché di un rivoluzionario ne han fatto un leccapiedi?) costringerebbe ogni dirigente leghista a un doloroso esame di coscienza.

Così Berlusconi ha dimostrato l’inutilità politica della satira

«Cos’ha fatto di buono Berlusconi?». Se lo chiedevano, mi pare, Adriano Celentano e Roberto Benigni in un varietà Rai di qualche decennio fa, realizzato presumibilmente durante un governo Prodi. Al termine di un bilancio tra il serio e il faceto, i due showmen salvavano un solo provvedimento del collega che dal 1994 si divideva fra la professione di barzellettiere e quella di premier: la patente a punti, introdotta nel 2003 dal gabinetto Berlusconi II. La patente a punti è rimasta l’unica, solitaria benemerenza riconosciuta al Cavaliere fino a ieri, giorno della sua morte, quando il sito Escort Advisor lo ha omaggiato ricordando un altro risultato indiscutibilmente lodevole dell’era Berlu: lo sdoganamento del termine ‘escort’ come sinonimo di prostituta. «Una parola meno offensiva e più dignitosa per le operatrici del sesso,» spiega un comunicato del sito dedicato alle recensioni delle sex-worker, sottolineando che, attraverso la rilevanza mediatica dei processi legati al bunga-bunga, Berlusconi «ha contribuito a normalizzare, anche se a modo suo, un settore ancora oggi controverso».

Così berlusconi ha dimostrato l'inutilità della satira l
L’omaggio del sito Escort advisor a Berlusconi.

Nessuno come Berlusconi è stato ridicolizzato dalla satira e nessuno l’ha ridicolizzata quanto lui

La patente a punti e la promozione lessicale della prostituzione: anch’io potrei fermarmi qui, come elogio funebre. Sono fuori tempo massimo sia per il servo encomio che per il codardo oltraggio e non appartengo alla generazione allevata da Sua Emittenza con Bim Bum Bam e Paperissima. Per onestà intellettuale, però, devo riconoscere che per noi autori di satira politica nessun personaggio dell’ultimo scorcio di ‘900 ci ha ispirato e reso reattivi e produttivi più di Silvio Berlusconi. I risultati non erano sempre di qualità eccelsa, spesso era satira involgarita da un body-shaming allora entusiasticamente praticato anche da penne e matite eccellenti. Ma c’era anche parecchia roba forte e buona, che dava ai suoi autori un brivido di grandezza: ecco la vignetta definitiva, ecco la risata che lo seppellirà. Ma col passar del tempo ci sentivamo come scultori che si ritrovano a dover scalpellare una montagna anziché il solito blocco di pietra: anche se si è geni dallo scalpello mirabolante e si sgobba giorno e notte per anni e anni e anni, la montagna rimane lì, uguale. Dài delle martellate clamorose, ti sembra di staccare grossi pezzi di roccia, senti il presagio di una frana, e magari qualche cascata di ciottoli arriva davvero, dài e dài credi di avere modificato il profilo del monte, e invece no: il monte è più o meno uguale a se stesso e sempre al suo posto. Quelli cambiati siamo noi: stanchi, invecchiati, con gli scalpelli fuori uso, che guardiamo impotenti le comitive di gitanti che fotografano la montagna e la trovano carina e pittoresca, senza apprezzare né notare le scalfitture che ci sono costate anni di fatiche: le decine di soprannomi, le centinaia di caricature, le campagne al vetriolo sui suoi processi, il caparbio tiro a segno sulle sue sfrenatezze, gli sfottò ai suoi reggicoda, anche loro tutti al loro posto, avanzati in carriera o beneficati, ma sempre grati e adoranti.

Ormai da un quindicennio la satira politica italiana si è ridotta a comfort-food per mature anime belle: vignette comprensibili solo dai 40 anni in su, meme da condividere nella propria bolla, parodie così acute e raffinate da consacrare il parodiato anziché irriderlo. L’obiettivo non è più infastidire il potere, men che mai seppellirlo, ma finire nella top ten di Propaganda Live

Insomma, è vero nessuno come il Cav è stato ridicolizzato dalla satira, ma è altrettanto vero che nessuno l’ha ridicolizzata quanto lui, dimostrandone l’inutilità politica e dissipando l’illusione, di cui la sinistra si pasceva dai tempi di Dario Fo e del Male, che il ghigno e lo sberleffo possano davvero far paura al potere e aprire gli occhi al popolo. Quando qualcuno grida che il re è nudo e il re, anziché correre a nascondersi, sculetta e si mette in posa, il popolo ride ma alla fine passa dalla sua parte. E chi deve andare a nascondersi è quello che lo ha smascherato. Fatto sta che ormai da un quindicennio la satira politica italiana si è ridotta a comfort-food per mature anime belle: vignette comprensibili solo dai 40 anni in su, meme da condividere nella propria bolla, parodie così acute e raffinate da consacrare il parodiato anziché irriderlo. L’obiettivo non è più infastidire il potere, men che mai seppellirlo, ma finire nella top ten di Propaganda Live, a mezzanotte passata, l’ora dei vampiri.

Via Silvia, spianata dall’uomo di Arcore, è ora trafficatissima

Lo sguardo più lucido e preveggente sulla fine del Caimano non è venuto dalla satira, ma dalla canzone. Precisamente da Caparezza, che nel 2011, nella strepitosa Legalize the Premier, descriveva con largo anticipo gli ultimi giorni del patriarca del centrodestra: «E se capita che un giorno starai male, male/vedrai leccaculo al tuo capezzale/darai una buona parola per farli entrare/nel tuo paradiso fiscale». Il rapper di Molfetta chiariva che il pezzo non era dedicato solo a Berlusconi, ma anche a tutti i suoi successori, cui il Cavaliere ha mostrato che una volta arrivati al potere si possono modificare le leggi a proprio uso e consumo, «perché una volta che hai asfaltato una strada ci possono passare tutti». Una strada che, all’uso dell’antica Roma, potremmo chiamare via Silvia. Aperta e spianata dall’uomo di Arcore, e ora trafficatissima.

La Romagna, l’acqua che dà e toglie e la secolare arte di reinventarsi

«Eravate pesci!». Questo diceva ai padani della redazione di Cuore Roberto Perini, meraviglioso e indimenticabile vignettista e illustratore, autore, fra le altre cose, delle più belle copertine dei libri di Stefano Benni per Feltrinelli. Romano con lontane radici romagnole, Perini voleva rimarcare scherzosamente la superiorità di chi veniva dai Sette Colli rispetto a noi, oriundi di quello che in origine era un lembo di Adriatico, progressivamente riempito decine di migliaia di anni di fa dai sedimenti trascinati dai fiumi che vi sfociavano e dai detriti morenici portati a valle dalle masse d’acqua prodotte dal disgelo dei ghiacciai. Quanto mi aveva fatto ridere, l’iperbolica provocazione di Perini.

La Romagna, l'acqua che dà e toglie e la secolare arte di reinventarsi
Sala di Cesenatico (da un video su Fb).

L’acqua che ci ha regalato, un’era dopo l’altra, la terra su cui camminiamo può portarcela via in una notte

Trent’anni dopo, mentre vedo la mia terra e i paesi dei miei antenati (Cesena, Sarsina, Mercato Saraceno) sommersi o assediati dall’acqua, rido un po’ meno. Mi suona sinistramente come «ricordati che pesce sei e pesce ritornerai»: l’acqua che ti ha regalato, un’era dopo l’altra, la terra su cui cammini e su cui sorgono le tue case, può portartela via in una notte. Perché non è più l’acqua lenta e costante del disgelo post Würm. Anche lei, come gli esseri umani contemporanei, è diventata più iraconda, aggressiva, esagerata. Vuole dare spettacolo, come se sapesse che finirà su TikTok e su Instagram e le sue gesta diventeranno virali su Internet. In un’ora trasforma un rigagnolo in un mostro torbido e possente e un borgo in Atlantide. Ma non ci darà il tempo di farci ritrovare pinne e branchie, anche se i tempi dell’evoluzione sono sicuramente più rapidi di quelli necessari a cacciarci nella zucca l’importanza della prevenzione, della manutenzione, della cura degli argini. Già è molto se ci farà sentire più vicini ai bengalesi e agli indiani, alle prese con monsoni incattiviti dai cambiamenti climatici.

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Soccorsi a Massa Lombarda (Getty Images).

La Romagna oggi come l’Assam un anno fa, ma un’alluvione in Asia è una non-notizia

Le immagini che ci arrivano dalla Romagna – tetti che spuntano dall’acqua, campi trasformati in lagune, visi sbigottiti – somigliano molto a quelle che arrivavano un anno esatto fa dall’Assam e dalla regione di Sylhet e che guardavamo distrattamente quando passavano sui canali all-news (per i tiggì generalisti un’alluvione in Asia è una non-notizia). Le alluvioni eurasiatiche in genere sono catastrofi meno glamour degli uragani e dei cicloni americani, costruiti e gestiti come cattivi dell’universo Marvel: hanno un nome, una data e un luogo di nascita, si avvicinano alle città in un crescendo di suspence e di terrore scandita dalle raccomandazioni e dagli allarmi pressanti di tivù e radio. Quando la calamità si tinge di epopea, sopravvivere non è una fortuna, è una vittoria, anche se non hai più una casa e il ciclone non ti ha portato nel magico regno di Oz, ma su una brandina di fortuna in uno stadio con una dozzina di bagni per migliaia di senzatetto. Essere scampato alla furia di Katrina ti rende speciale, attiva la tua resilienza, crea legami con chi ha vissuto la tua esperienza, anche in luoghi e tempi diversi. Si erigono memoriali, si organizzano convention per ricordare ed elaborare, come fanno i veterani di guerra.

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Lugo, in provincia di Ravenna (Getty Images).

Risorgere dopo una guerra devastante come dieci alluvioni ci ha obbligato a tirare fuori le nostre risorse migliori 

Forse anche nel Vecchio continente dovremmo imparare a chiamare per nome gli eventi meteorologici estremi cui bisognerà fare l’abitudine, e a fronteggiarli, almeno psicologicamente, all’americana. E se c’è qualcuno che può provarci sono i romagnoli. E non solo perché la nostra riviera è stata ribattezzata “la Florida d’Italia“. La gente di qui ha qualcosa che sa di America. Si è reinventata, proprio come fanno gli emigranti, ma restando nella propria terra. Da razza misera e violenta di briganti con il grilletto facile e il pugnale in tasca anche quando diventavano presidenti del Consiglio (no, non mi riferisco a Mussolini, ma al ravennate Luigi Carlo Farini, che nel 1863, capo del governo, puntò un coltello alla gola di re Vittorio Emanuele per costringerlo a schierarsi con gli insorti polacchi contro la Russia), siamo riusciti a costruirci un’immagine completamente diversa e a diventare simpatici e apprezzati da tutti, in Italia e all’estero. Risorgere dopo una guerra devastante come dieci alluvioni ci ha obbligato a tirare fuori le nostre risorse migliori e a fare un oculato restyling di quelle peggiori. E così il nostro accento, che un secolo fa metteva in allarme i carabinieri, oggi mette di buonumore, evoca solo buon cibo, ospitalità e divertimento.

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Perfino i deprecati bagnini anti-Bolkenstein si riscattano mentre sgobbano h24 per ripulire l’arenile

Avere investito tanto sul fare star bene gli altri, anche solo per qualche settimana all’anno, in queste ore si sta traducendo in un’incredibile corrente di simpatia, solidarietà e affetto, anche da parte di chi non può esimersi dal ricordare il rovescio della medaglia del “modello romagnolo“, lo sfruttamento insensato del territorio e le manchevolezze dei politici locali. Non c’è articolo o servizio televisivo in cui non si sottolinei il carattere unico dei romagnoli. Twitter, una volta tanto, gronda di belle parole, di calore e di partecipazione. Perfino i deprecati bagnini anti-Bolkenstein si riscattano davanti all’opinione pubblica, mentre da Cesenatico a Cattolica sgobbano h24 per ripulire l’arenile dagli ammassi di legname accumulati dalle mareggiate e sistemare lettini dispersi e cabine allagate. Entro il weekend tutto sarà come prima, assicurano. Ehi, non commuovetevi troppo, io li conosco: nel caso peggiore erano pronti a trasformare la spiaggia in un parco acquatico a tema Spongebob. Anche quando diventeranno pesci si nutriranno di turismo.