La diplomazia del mattone: Trump, Gaza e il business della pace

Se pensavate di aver visto tutto con la diplomazia affidata ai tweet, preparatevi: siamo entrati ufficialmente nell’era della diplomazia del real estate. Quello che sta accadendo sotto i nostri occhi con il cosiddetto Board of Peace voluto da Donald Trump è la distopia finale del neoliberismo applicata a un campo di macerie. È un incubo geopolitico dove la sovranità si compra, la pace si appalta a fondi di private equity e i diritti umani vengono “tokenizzati” su una blockchain.

L’adesione ridotta a un sistema pay-to-play

Dimenticate le Nazioni Unite. Il Board of Peace è stato disegnato per renderle obsolete, sostituendo il diritto internazionale con le logiche di un club esclusivo a pagamento. La struttura è verticistica e padronale: Donald Trump ne è il presidente a vita, con potere di veto assoluto. Ma il vero scandalo è il meccanismo di adesione: un sistema “pay-to-play” spudorato. Vuoi un seggio permanente per decidere il destino del Medio Oriente? Il prezzo del biglietto è di 1 miliardo di dollari. In contanti. Dal multilateralismo siamo passati alle aste. Stati come l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, abituati a comprare influenza, si sono già messi in fila, mentre democrazie come il Canada esitano di fronte a un esborso che trasforma la diplomazia in una transazione commerciale. È la mercificazione definitiva della politica estera: chi paga comanda, chi non paga osserva. E chi sta sotto le bombe? Di quelli ce ne fottiamo. Non hanno voce. Troppo poveri e troppo palestinesi. 

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Donald Trump a Davos presenta il “Board of Peace” (Ansa).

Witkoff, il genero Kushner, Blair e gli altri

Scorrendo la lista dei membri del board, la sensazione di grottesco diventa fisica. Non ci sono pacificatori, storici o esperti di diritti umani. Ci sono immobiliaristi e finanzieri. Al centro di tutto c’è Jared Kushner, il genero-consigliere che, senza vergogna, ha definito il lungomare di Gaza una «proprietà immobiliare di grande valore» (waterfront property). Mentre la gente moriva di fame, lui guardava le mappe sognando resort di lusso. Il suo fondo, Affinity Partners, è finanziato proprio da quei Paesi arabi che siedono nel board, creando un conflitto di interessi grande quanto la Striscia stessa. Accanto a lui troviamo Steve Witkoff, un magnate del mattone di New York senza alcuna esperienza diplomatica, nominato Inviato Speciale. Un uomo che tratta la pace tra popoli come la chiusura di un deal per un grattacielo a Manhattan. E poi Sir Tony Blair, resuscitato nonostante la sua eredità tossica legata all’Iraq, per dare una patina di rispettabilità a questa operazione predatoria e il segretario di Stato Marco Rubio. Nel comitato esecutivo per Gaza, tra gli altri figurano Marc Rowan, CEO del fondo avvoltoio Apollo Global Management, e Yakir Gabay, miliardario israeliano del settore immobiliare. Personaggio che incarnano la finanziarizzazione della ricostruzione.

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Tony Blair (Ansa).

Il progetto Gaza Riviera e la “deportazione” dei palestinesi

Il cuore pulsante del progetto folle è il piano “Gaza Riviera“. A Davos, Kushner ha presentato slide generate dall’Intelligenza artificiale che mostrano la Striscia trasformata in una Dubai del Mediterraneo: grattacieli scintillanti, marine per yacht e “smart cities”. Ma dietro i rendering patinati si nasconde l’orrore. Il piano prevede la rimozione delle macerie (e con esse della memoria storica) per fare spazio a zone franche per data center e turismo d’élite. E la popolazione? Qui il cinismo raggiunge vette inesplorate. Si parla di «ricollocamento volontario» in zone sicure o Paesi terzi, una perifrasi elegante per la deportazione di massa vietata dalla IV Convenzione di Ginevra. Per chi possiede terre, la proposta è la “tokenizzazione”: cedere i diritti di proprietà reali in cambio di “token digitali” e un pugno di dollari (5.000 e sussidi), trasformando titoli fondiari storici in crypto-asset volatili. È un esproprio 2.0, una pulizia etnica digitale venduta come innovazione finanziaria. Esperti legali e organizzazioni come CAIR e Trial International hanno già definito questo schema un potenziale crimine di guerra e un saccheggio legalizzato.

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Un frame tratto dalla diretta video della Casa Bianca mostra una delle slide mostrate da Jared Kushner, nel suo intervento a Davos (Ansa).

Se a garantire la ricostruzione è un club di autocrati

E chi sono i garanti di questo piano? Un “Club degli Autocrati” a cui venerdì ha aperto anche Giorgia Meloni. E dire che il board finora ha attratto regimi che figurano agli ultimi posti di ogni indice di democrazia. Dall’Arabia Saudita all’Egitto, dagli Emirati Arabi Uniti all’Azerbaigian di Aliyev (fresco di pulizia etnica in Nagorno-Karabakh), fino all’Ungheria di Orbàn e alla Bielorussia di Lukashenko. Mentre le democrazie europee come Francia e Norvegia si sfilano disgustate, il Board of Peace diventa una lavanderia reputazionale per dittatori o aspiranti tali, felici di pagare il biglietto d’ingresso per sedere al tavolo di Trump. La legittimità democratica è assente; la rappresentanza palestinese è affidata a un comitato tecnocratico (NCAG) guidato da Ali Sha’ath, privo di mandato popolare e visto da molti come un mero esecutore testamentario della sovranità palestinese. Come se l’orrore legale e umano non bastasse, c’è l’aspetto estetico e morale che scivola nel grottesco puro. Trump quasi un anno fa aveva rilanciato un video generato dall’IA che mostrava una “Gaza del futuro” surreale: statue d’oro giganti, Elon Musk sotto una pioggia di banconote e, in un tocco di delirio kitsch, uomini barbuti che ballano in bikini. Nato forse come satira, nelle mani del Presidente è diventato propaganda ufficiale. È la banalizzazione suprema della tragedia: mentre a Gaza si muore di fame e freddo tra le tende, il mondo osserva Trump e Netanyahu che sorseggiano cocktail a bordo piscina. È la gamification del genocidio.

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Una slide sulla nuova Rafah che avrebbe in mente Jared Kushner (Ansa).

Ogni crisi umanitaria rischia di diventare un affare

Il Board of Peace nei fatti è un piano di liquidazione. Tratta un popolo come un inquilino moroso da sfrattare per ristrutturare l’immobile e aumentarne il valore di mercato. Ignora sistematicamente il diritto all’autodeterminazione, la sovranità e le leggi di guerra, sostituendole con contratti smart e accordi privati. Se questo modello dovesse passare, creerà un precedente devastante: ogni crisi umanitaria diventerà un’opportunità di investimento, ogni territorio devastato una asset class da tokenizzare. Non siamo di fronte solo a una cattiva politica estera, sarebbe troppo facile. Qui siamo di fronte alla cancellazione della politica stessa in favore del profitto più brutale. E il silenzio, o la complicità, di chi dovrebbe opporsi è forse l’aspetto più spaventoso di tutti.

Infortuni, malattie professionali, morti sul lavoro: un altro anno di occasioni mancate

Tra gennaio e ottobre 2025 le denunce di infortunio sul lavoro sono arrivate a 497.341: 5.902 casi in più rispetto allo stesso periodo del 2024, pari a un aumento dell’1,2 per cento. Le morti accertate sono cresciute da 890 a 896. Le denunce di malattia professionale hanno fatto un salto più netto: da 73.922 a 81.494, con un incremento del 10,2 per cento. La media è rimasta invariata: tre lavoratori morti al giorno. Il 2025 si è chiuso così, senza scarti, senza inversioni, senza alibi. Il manifesto della distanza tra i buoni propositi e i fatti.

La retorica della fatalità perde consistenza

L’Associazione nazionale fra lavoratori mutilati e invalidi del lavoro (Anmil) ha parlato di «anno delle stragi» e di occasione mancata. I numeri non raccontano un’emergenza improvvisa, ma una continuità. Quando crescono insieme infortuni, morti e malattie professionali, la retorica della fatalità perde consistenza. Qui il tema è l’organizzazione del lavoro, il modo in cui si produce, si appalta, si risparmia.

Infortuni, malattie professionali, morti sul lavoro: un altro anno di occasioni mancate
Una manifestazione contro le morti sul lavoro davanti al ministero del Lavoro (foto Ansa).

La misura simbolo del 2025 doveva essere la patente a crediti. Il bilancio reale è minimo: tre ritiri effettivi in un anno. Tre. Un deterrente che resta sulla carta, mentre la sua applicazione si trasforma in burocrazia. Le risorse utilizzate arrivano dall’Inail, quindi dai contributi dei lavoratori. La sicurezza viene finanziata da chi subisce il rischio, non da chi lo genera.

Corsi sulla sicurezza in video: un paradosso operativo

Nel frattempo la formazione sulla sicurezza viene spinta verso modalità a distanza, anche per attività ad alto rischio. Un paradosso operativo: corsi seguiti in video mentre si lavora. La tutela diventa un adempimento, perde fisicità, perde efficacia. Nello stesso pacchetto restano esclusioni che segnano un arretramento dei diritti, come quella delle coppie di fatto dalle tutele previste in caso di morte sul lavoro.

Infortuni, malattie professionali, morti sul lavoro: un altro anno di occasioni mancate
Un vecchio flash mob “Basta morti sul lavoro” organizzato dai sindacati in piazza Montecitorio (foto Ansa).

Il decreto sicurezza e la legge di bilancio non intervengono sul nodo centrale. Il modello produttivo resta quello che ha già mostrato i suoi effetti: precarietà strutturale, subappalti a cascata, compressione dei costi, contratti collettivi aggirati. Lo stop ai subappalti multipli nei cantieri resta fuori dall’agenda. La procura nazionale del lavoro resta una proposta. Il reato di omicidio sul lavoro continua a non esistere. Le famiglie delle vittime restano senza patrocinio automatico. Tutto rimane com’era.

Gli irregolari che non entrano nelle statistiche

Il numero ufficiale delle 896 vittime racconta solo una parte della storia. L’aggettivo “accertate” segnala un confine. Oltre ci sono i morti che non entrano nelle statistiche: lavoratori irregolari, sfruttati, spesso vittime di caporalato, che muoiono nel silenzio o vengono cancellati. È una strage che procede senza nemmeno il riconoscimento pubblico, senza nome, senza conteggio. Qui il problema diventa anche linguaggio: ciò che non viene contato tende a non esistere.

Infortuni, malattie professionali, morti sul lavoro: un altro anno di occasioni mancate
Corteo contro le morti sul lavoro (foto Ansa).

La distribuzione delle vittime ha un profilo netto. Si muore nei cantieri, nei capannoni, nei magazzini, nei campi agricoli, sulle strade percorse per lavorare. Dentro questa mappa rientrano anche i lavoratori (come i rider) gestiti dalle piattaforme digitali, formalmente autonomi, sostanzialmente esposti agli stessi rischi. Chi muore appartiene sempre allo stesso perimetro sociale: chi non può permettersi di rifiutare una mansione pericolosa, chi non può dire no.

L’allungamento della vita lavorativa e le mansioni pensate per corpi giovani

Nel 2025 pesa anche l’età. Un morto su tre ha più di 60 anni. Nel 2024 erano 315 su 1.090. Nel 2025 il rapporto resta simile: 323 vittime over 60 su 962 (sono le vittime totali, fino a dicembre), con una presenza significativa di lavoratori oltre i 70 anni. L’allungamento della vita lavorativa incontra mansioni pensate per corpi giovani. Il rischio cresce, l’organizzazione del lavoro resta ferma.

Infortuni, malattie professionali, morti sul lavoro: un altro anno di occasioni mancate
Circa 200 bare, di cartone, posizionate in piazza della Signoria a Firenze, di fronte a Palazzo Vecchio, per commemorare le vittime sul lavoro in Toscana (foto Ansa).

Si muore in agricoltura, edilizia, autotrasporto, industria, taglio della legna. Si muore anche nei servizi, nel commercio, nel giardinaggio, fino agli infortuni domestici legati ad attività lavorative. Il rischio aumenta con l’età, ma non viene compensato da tutele aggiuntive. Si continua a lavorare come prima, più a lungo.

A morire sono sempre gli stessi, non certo gli amministratori delegati

Il bilancio del 2025 è tutto qui. Più infortuni, più malattie, più morti. In mezzo, decreti che non toccano il cuore del problema e un sistema produttivo che resta identico. A morire sono sempre gli stessi. Gli amministratori delegati restano fuori dalla conta. I nomi dei luoghi si accumulano: Calenzano, Brandizzo, Firenze, Suviana, Casteldaccia, Bologna. Cambiano le città, resta la stessa responsabilità rimossa.

La mossa dell’Ue sull’aborto sicuro e la distanza politica con l’arretratezza italiana

Il parlamento europeo ha approvato una risoluzione che sostiene l’iniziativa dei cittadini “My Voice, My Choice”, chiedendo alla Commissione di costruire un meccanismo di solidarietà per garantire l’accesso all’interruzione volontaria di gravidanza nei Paesi dove viene ostacolato o del tutto negato. A Strasburgo il dibattito si è mosso sul terreno dei diritti fondamentali, della salute pubblica, dell’eguaglianza sostanziale. Da Roma lo sguardo appare più corto, ripiegato su una gestione difensiva, quando non apertamente ideologica, della legge 194. Un solco.

Oltre 20 milioni di donne nell’Ue senza aborto sicuro

La risoluzione europea nasce da un dato di realtà: secondo la stessa documentazione della Commissione, oltre 20 milioni di donne nell’Unione europea vivono in Paesi dove l’accesso all’aborto sicuro è vietato o fortemente limitato da barriere legali e pratiche. L’Europa, pur priva di competenze dirette in materia sanitaria, sceglie una via indiretta ma politica: usare fondi comuni e cooperazione transfrontaliera per ridurre le disuguaglianze. È una modernità imperfetta, ma dichiarata. La salute riproduttiva viene trattata come prerequisito di cittadinanza, non come concessione morale.

Il 63,4 per cento dei ginecologi italiani è obiettore di coscienza

Il confronto con l’Italia è impietoso. Formalmente, il diritto esiste dal 1978. Nella pratica, la sua applicazione è diventata una corsa a ostacoli. L’ultima relazione ufficiale del ministero della Salute sull’attuazione della legge 194, basata sui dati 2022 e presentata con due anni di ritardo, certifica che il 63,4 per cento dei ginecologi italiani è obiettore di coscienza. In alcune regioni la percentuale supera l’80 per cento, con punte che arrivano oltre il 90. In Molise l’accesso all’IVG è garantito da un solo medico non obiettore sull’intero territorio regionale. In Sicilia e Abruzzo intere province risultano prive di un servizio continuativo. Il risultato è una geografia organica del diniego che costringe alla mobilità sanitaria o, nei casi peggiori, alla rinuncia.

Spalancata la porta ad associazioni apertamente anti-scelta

L’Europa, nella sua risoluzione, indica esplicitamente queste barriere come problemi da rimuovere: abuso dell’obiezione di coscienza, ritardi procedurali, ostacoli amministrativi privi di giustificazione clinica. In Italia, la risposta politica segue una traiettoria opposta. L’emendamento al decreto Pnrr approvato nel 2024 consente alle Regioni di coinvolgere soggetti del Terzo settore nei consultori pubblici, spalancando la porta ad associazioni apertamente anti-scelta. La misura non rafforza i servizi, non prevede nuove assunzioni, non riduce le liste d’attesa. Sposta il baricentro culturale dei consultori, nati come presidi laici di prevenzione e informazione, verso una funzione di dissuasione morale.

La polemica sulla “stanza dell’ascolto” dentro l’ospedale Sant’Anna di Torino

Il Piemonte è diventato un caso emblematico. La “stanza dell’ascolto” affidata al Movimento per la vita dentro l’ospedale Sant’Anna di Torino, il più grande presidio ostetrico d’Europa, è stata dichiarata illegittima dal Tar nel luglio 2025. I giudici hanno rilevato l’incompatibilità tra le finalità statutarie dell’associazione e la funzione di un servizio pubblico sanitario, oltre all’assenza di garanzie professionali per le persone coinvolte. La politica regionale ha minimizzato, parlando di stop temporaneo e di riscrittura della convenzione. Il segnale resta chiaro: l’intervento giudiziario argina, ma non corregge l’impostazione.

La mossa dell’Ue sull’aborto sicuro e la distanza politica con l’arretratezza italiana
Sottoscrizione dell’apertura di una stanza ascolto al Sant’Anna di Torino per chi pensa all’aborto (Ansa).

Ritardi e scarsa trasparenza nelle relazioni annuali sull’attuazione della 194

C’è poi la questione strutturale della trasparenza. Le relazioni annuali sull’attuazione della 194 arrivano sistematicamente in ritardo e senza dati disaggregati per singola struttura sanitaria. Questo rende impossibile sapere in anticipo dove il servizio è realmente disponibile. L’associazione Luca Coscioni ha definito questa opacità una forma di ostacolo amministrativo strutturale. Anche qui la distanza con il dibattito europeo è evidente: a Bruxelles la trasparenza è parte integrante della garanzia dei diritti, in Italia resta un elemento marginale.

L’Italia non segue le raccomandazioni dell’Oms

Sul fronte dell’aborto farmacologico il quadro non migliora. Le linee di indirizzo del ministero della Salute del 2020 consentono l’uso della pillola RU486 fino alla nona settimana e in regime ambulatoriale. Eppure diverse Regioni continuano a imporre ricoveri ordinari di tre giorni o limitazioni temporali più restrittive, in contrasto con le indicazioni cliniche e con le raccomandazioni dell’Organizzazione mondiale della sanità. Una procedura semplice viene così trasformata in un percorso medicalizzato e scoraggiante. Nello stesso periodo, il parlamento europeo discute di telemedicina e accesso diffuso ai servizi di salute riproduttiva.

La mossa dell’Ue sull’aborto sicuro e la distanza politica con l’arretratezza italiana
Manifestazione per il diritto all’aborto (Ansa).

Siamo tra i Paesi che rallentano l’evoluzione dei diritti riproduttivi

Il voto di Strasburgo ha messo in scena anche l’imbarazzo della delegazione italiana, tra errori, rettifiche e spaccature nella maggioranza. Ma il dato politico va oltre la cronaca parlamentare. L’Italia si colloca sempre più spesso sul fronte dei Paesi che rallentano l’evoluzione dei diritti riproduttivi, mentre Francia, Spagna e Germania spingono per un riconoscimento pieno e strutturale, arrivando a iscrivere l’accesso all’aborto nel perimetro delle garanzie fondamentali.

L’Unione indica una direzione: meno retorica, più accesso reale

Vista dall’Europa, l’Italia appare piccola perché difende una formalità svuotata invece di misurarsi con l’effettività dei diritti. La legge 194 resta in piedi, ma circondata da barriere amministrative, culturali e organizzative che ne riducono la portata. L’Unione, con tutti i suoi limiti, indica una direzione chiara: meno retorica, più accesso reale. Potrebbe sembrare una distanza tecnica. È una distanza profondamente politica. È piccola, piccolissima, l’Italia vista da qui.

Dal Mes al Piano Mattei, un governo di indecisionisti che bluffano

Gli indecisionisti. Del Mes, per esempio, si sono perse le tracce. Come ha fatto notare il sito Pagella politica, il dibattito in Italia è precox. Negli ultimi mesi abbiamo assistito a discussioni spente nel giro di qualche ora come sul missile francese della strage di Ustica dopo un’intervista a Giuliano Amato: stupore, furore, opinionismo inviperito e poi alla sera tutti a letto a dormire. Del finanziamento tedesco alle Ong nel Mediterraneo si è scritto come se dovesse essere la fine di qualsiasi relazione diplomatica tra Italia e Germania. A leggere il giornali sembrava la fine dell’Europa come l’abbiamo sempre pensata, con dirigenti di partito che apparivano pronti alla crocifissione. Passata la buriana sono ricominciati i baci, gli abbracci e le scatole di cioccolatini in regalo.

Gentiloni nemico del giorno e il caos sullo spot Esselunga

Paolo Gentiloni accusato di «giocare con un’altra maglia a Bruxelles» è stato l’episodio breve della serie “un nemico al giorno” tanto cara al governo. Si è chiusa talmente presto e bene che si può saltare senza la paura di perdere il filo. Imbarazzante a dir poco è stato il duello sulla pesca dell’Esselunga che ha visto in prima fila anche la presidente del Consiglio, sempre parca nelle dichiarazioni di intenzioni politiche ma sorprendentemente prodiga di opinioni sulla frutta tradizionale. Chissà cosa avranno pensato all’estero di una nazione che si accapigliava su uno spot pubblicitario.

Apostolico era il male della Patria, poi tutti appresso a Giambruno

La giudice di Catania Iolanda Apostolico è stata presentata come nemica della Patria, possibile elemento di rovesciamento della pace sociale italiana. La giustizia italiana non ha ancora deciso se la sua decisione di non convalidare il trattenimento di quattro migranti tunisini, ma la politica ha già emesso la sua sentenza della sua Cassazione: disinteressato silenzio. Della separazione di Giorgia Meloni e Andrea Giambruno si è scritto talmente tanto e tumultuosamente che a ripensarci oggi provoca quasi imbarazzo. I litigi tra Marina Berlusconi e la presidente del Consiglio promettono di essere pillole che torneranno a giorni alterni.

Tante scenate sul Mes, però alla fine il governo dovrà cedere

Poi c’è il Mes. Il Mes che è diavolo e acqua santa, salvifico e poi subito drammatico, indispensabile e poi truffa. Ma sul Mes gli indecisionisti non potranno bluffare a lungo. Per questo il caso fa specie. Come degli immaturi di fronte ai problemi dalle parti del governo decidono di non parlarne, chiedono di non farne parlare. Però l’Europa bussa e non si potrà fingere che in casa non ci sia nessuno ancora per molto. «Alla fine dovremo cedere, ma almeno speriamo di chiedere qualcosa in cambio», mi disse qualche settimana fa a microfono spento un alto dirigente della Lega.

Dal Mes al Piano Mattei, un governo di indecisionisti che bluffano
Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

Ma quale pugno duro, Meloni si è inginocchiata davanti ai balneari

È ormai un genere letterario invece il tira e molla sui balneari con Bruxelles che ormai ha aperto una linea diretta per le infrazioni rivolte al governo italiano. Chissà come racconteremo tra vent’anni che il governo che vorrebbe essere del “pugno duro” non riesca a non inginocchiarsi di fronte a un chiosco sulla piaggia. Decidere di non decidere. Anche l’assegno unico universale resta sotto infrazione a livello europeo. Bruxelles ha formalizzato, con l’invio di un parere motivato all’Italia, la contestazione mossa contro la principale misura di sostegno per le famiglie, entrata in vigore a marzo 2022. Il governo aveva spedito delle valutazioni che non sono state ritenute soddisfacenti.

Piano Mattei pubblicato in Gazzetta eppure è tutto rinviato

Decidere di non decidere. Sulla Gazzetta ufficiale la pubblicazione del “Piano Mattei” è un’imperdibile scena di nonsense: dalla rivoluzionaria strategia sull’immigrazione della presidente del Consiglio sparisce l’articolo che ci dice quando dovrebbe partire. Tutto rinviato: un proposito pubblicato in Gazzetta è un capolavoro di propaganda. Gli indecisionisti sono squali panpenalisti quando si tratta di punire (di più i poveracci), ma si incagliano su tutto il resto. Doveva essere il governo della “donna forte” circondata da “uomini forti”, invece è un bullo che balbetta. Ma quanto può funzionare? Questo è il tarlo che consuma ogni indecisionista.

La realtà dell’evasione fiscale e la narrazione sui furbetti impuniti

Nei primi mesi di governo si è parlato molto di evasione fiscale, ma non per il motivo che si potrebbe immaginare. È nota la dichiarazione della presidente del Consiglio Giorgia Meloni durante il suo comizio a Catania in cui paragonò le tasse a «un pizzo di Stato». In quell’occasione Meloni disse che sono «le banche e le big company» a evadere. Non deve aver letto la relazione annuale del ministero dell’Economia che spiega come sui circa 90 miliardi di euro di evasione fiscale, che salgono a quasi 100 miliardi contando anche l’evasione dei contributi previdenziali, oltre 32 miliardi di euro provengono dall’evasione dell’Irpef dei lavoratori autonomi e delle piccole imprese. Sono loro a non pagare in media il 69 per cento delle imposte sul reddito che dovrebbero pagare allo Stato ogni anno.

La realtà dell'evasione fiscale e la narrazione sui furbetti impuniti
Guardia di finanza (Imagoeconomica).

La diatriba sul contante e le falsità sbugiardate

Poi abbiamo ascoltato la presidente del Consiglio dirci che negli ultimi anni «l’evasione non è calata». Falso anche questo. Nel 2019 l’evasione delle imposte tributarie e dei contributi era calata di circa 7 miliardi di euro rispetto al 2015. In cinque anni il tax gap è passato dal 5 per cento in rapporto al Pil al 4,1 per cento. C’è stata la diatriba sull’uso del contante che non avrebbe correlazione con l’evasione fiscale. In quel caso Meloni è stata smentita dalla Corte dei conti e dalla Banca d’Italia. Ma non è difficile riuscire a capire che i pagamenti elettronici – quindi tracciati – rendendo più complicata l’evasione. Matteo Salvini (Lega) e Antonio Tajani (Forza Italia) spiegarono che era l’Europa a chiedere l’innalzamento del contante. Falso anche questo.

Le favolette sui turisti stranieri e l’uscita discutibile di Nordio

Quindi Tajani ha rilanciato dicendo che il limite del contante disincentiva la spesa di turisti stranieri. Non sapeva che in Italia esiste già una deroga che permette a quei turisti di spendere fino a 15 mila euro in contanti. Qualche giorno fa il ministro alla Giustizia Carlo Nordio ha detto ai suoi cittadini che pagare le tasse è «un’impresa»: «Questo fisco vessa anche i contribuenti per bene». Per poi chiarire: «Sembra un paradosso, ma anche agli imprenditori onesti è impossibile non trovare violazioni». Tutti ladri quindi nessuno è ladro. Di lotta all’evasione invece manco a parlarne.

La realtà dell'evasione fiscale e la narrazione sui furbetti impuniti
Giorgia Meloni e il comandante generale della Guardia di finanza Andrea De Gennaro (Imagoeconomica).

Solo in Lombardia patrimoni sequestrati per 777 milioni

Poiché prima o poi la realtà irrompe e sgretola la narrazione, il 22 giugno sono arrivati i dati della Guardia di finanza in occasione dei suoi 249 anni in Lombardia, la regione “regina” delle lamentele contro «il pizzo di Stato». Solo negli ultimi quattro anni sono stati recuperati 3,5 miliardi di euro. Fra gennaio 2022 e maggio 2023 sono stati scoperti 2.471 reati fiscali a carico di 3.568 soggetti denunciati e 167 arrestati. I patrimoni sequestrati ammontano a 777 milioni di euro, mentre le proposte di sequestro avanzate alle procure della Repubblica della Lombardia ammontano a oltre 2,5 miliardi di euro. Poi ci sono 2.530 casi di frodi Iva organizzate e basate su fatture false, società fantasma e di comodo, con un’Iva evasa complessiva per 2,1 miliardi di euro.

Illeciti sulla manodopera e sfruttamento dei lavoratori

Il comandante provinciale della Guardia di Finanza di Milano, generale di Brigata Francesco Mazzotta, ha spiegato anche che quello della «somministrazione illecita di manodopera attraverso la costituzione di società cooperative e società filtro che consentono ai beneficiari della frode di poter versare un’imposta inferiore a quanto dovrebbero e in particolare di compensare i propri debiti d’imposta con crediti inesistenti» è un «fenomeno diffuso» in Lombardia che «potrebbe accompagnarsi a fenomeni di sfruttamento dei lavoratori». Parliamo solo di Lombardia, tanto per avere un ordine di grandezza. In Emilia-Romagna sono stati individuati 542 evasori totali, ossia esercenti attività d’impresa o di lavoro autonomo completamente sconosciuti al fisco, nonché oltre 8 mila lavoratori in “nero” o irregolari.

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La Guardia di finanza ha presentato l’annuale report sull’evasione fiscale (Imagoeconomica).

Il trucco delle residenze fiscali fittizie all’estero

Scoperti inoltre, 72 casi di evasione fiscale internazionale, principalmente riconducibili a stabili organizzazioni occulte, a manipolazioni dei prezzi di trasferimento, a residenze fiscali fittizie e all’illecita detenzione di capitali oltreconfine. I denunciati per reati tributari sono 1.663 di cui 31 tratti in arresto. Il valore dei beni sequestrati quale profitto dell’evasione e delle frodi fiscali è di circa 264 milioni. In Sardegna sono stati accertati danni erariali per 47,5 milioni di euro. In provincia di Imperia hanno scovato un’azienda “estero-vestita” che operava in un paese dell’Unione europea ma che, di fatto, aveva il centro decisionale e amministrativo in provincia di Imperia, e per questo avrebbe dovuto pagare le tasse in Italia: è stata scoperta dalla Guardia di finanza che ha segnalato una presunta evasione per circa 12 milioni di euro, da sottoporre a tassazione.

Un’assoluzione culturale che dura ormai da decenni

Potremmo continuare per ore. L’Italia è quel Paese in cui la lotta all’evasione fiscale non merita nemmeno una narrazione. La giornata del 22 giugno ne è stata la fotografia: un movimento culturale di condono morale agli evasori stroncati (che dura da decenni) e numeri che passano tra l’indifferenza generale. Guardando i comandanti della Guardia di finanza che in alta uniforme presentavano alla stampa i risultati della loro attività, avresti potuto immaginare che qualcuno di loro – anche solo uno – chiedesse al Paese di dismettere una narrazione che in fin dei conti svilisce anche loro. Non è successo. Ora basterà aspettare qualche giorno che si posi il dibattito immediato alla cronaca e si potrà continuare con questo continuo elogio alla furbizia di chi ottiene l’impunità.

TheBorderline, YouTube e la monetizzazione delle tragedie

La mattina di Ferragosto del 1962 Bruno Cortona, 36enne vigoroso ed esuberante, amante della guida sportiva e delle belle donne, schizzava per le vie di Roma con la sua Lancia Aurelia B24 convertibile. Dopo un sorpasso azzardato, per evitare l’impatto con un camion che arrivava dalla parte opposta, sterzò violentemente. Lui venne sbalzato fuori dall’auto che finì in una scarpata. Il suo passeggero, un giovane di nome Roberto e di cui Cortona non sapeva nemmeno il cognome morì. L’inno alla spericolatezza sta dentro un film di Dino Risi, Il sorpasso. Il mito della velocità associata al rischio e del sorpasso azzardato come termometro di virilità fu uno dei capisaldi del boom economico.  Si può facilmente immaginare che qualche incidente sia accaduto per emulazione. Nessuno si sognò mai di mettere sotto accusa il cinema italiano, di chiederne la chiusura per la veicolazione di messaggi che rischiavano di essere diseducativi. Così come nessuno si sognerebbe di chiedere la chiusura della letteratura per libri splatter (per di più brutti, a differenza del capolavoro di Risi) che hanno il culto della violenza come unica matrice letteraria. Così come nessuno chiederebbe di chiudere le gelaterie se un gelataio venisse condannato per pedofilia.

TheBorderline, YouTube e la monetizzazione delle tragedie
Una scena de Il sorpasso di Dino Risi.

YouTube e i social sono luoghi: criminalizzarli tout court è un errore

Non commettere l’errore di criminalizzare un mezzo. Si potrebbe partire da qui per tirare le fila della vicenda in cui ha perso la vita Manuel Proietti, 5 anni, mentre tornava a casa con la madre, travolto da una Lamborghini guidata da Matteo Di Pietro, 20 anni, impegnato in una “challenge” che non è altro che una di quelle sfide sceme in cui si mette a rischio la propria vita e quella degli altri per diventare “popolari” tra gli amici. Solo che Matteo Di Pietro è anche uno dei membri del gruppo di youtuber TheBorderline, gli amici con cui vantarsi di fare lo scemo sono migliaia e le sue bravate gli fanno guadagnare soldi – molti soldi – oltre alle pacche sulle spalle degli amici. C’entra YouTube? C’entrano i social? Sì e no. YouTube è un luogo. Su YouTube gli scemi possono godersi gli incidenti, le risse e le imprese degli altri scemi senza bisogno di uscire di casa e senza creare ingorghi in autostrada. Accade, come sui social, che lo scemo del villaggio possa acquisire una popolarità ben oltre il baretto sotto casa. La violenza, la stupidità, perfino i poco rispetto per le altre vite umane esercita da sempre una sinistra fascinazione. Per ricevere lettere adoranti di fan scatenate Pietro Maso dovette uccidere i genitori, finire sui giornali e in televisione. Oggi gli sarebbe bastato un video su TikTok in cui avrebbe annunciato di ritenere il denaro e la bella vita una priorità ben più importante degli affetti familiari. Con quella faccia, con il suo foulard, avrebbe avuto un gran successo, sicuro.

Non esiste una “generazione” che usa male i social e una “generazione” che li nobilita. Esistono – questo sì – irresponsabili che diventano un modello. Mica solo su YouTube. Matteo Messina Denaro viene mitizzato su TikTok da persone che ne onorano il mito anche in casa e per strada

Il rischio dell’ennesima guerra generazionale

Secondo errore da non commettere. Non dare l’idea di usare un presunto omicidio stradale (si può essere garantisti anche quando non si tratta di ministri, presidenti del Consiglio e sottosegretari, provateci) per accendere una guerra generazionale. Uno dei miei figli, l’altro ieri, con un moto di rabbia ha preso le difese di quei fessi sulla Lamborghini. Son rimasto stranito. Parlandoci ho colto che il punto era un altro: un eccesso di difesa (sbagliata nei modi) contro la criminalizzazione della sua generazione. Quello “youtuber” usato come clava è una disinformazione. Su YouTube e sui social girano contenuti belli e importanti. Oggi verrà rilanciato anche questo articolo. Non esiste una “generazione” che usa male i social e una “generazione” che li nobilita. Esistono – questo sì – irresponsabili che diventano un modello. Mica solo su YouTube. Matteo Messina Denaro viene mitizzato su TikTok da persone che ne onorano il mito anche in casa e per strada. Il film Il Padrino viene usato come favoreggiamento culturale da persone che adorano il crimine anche nella vita reale.

TheBorderline, YouTube e la monetizzazione delle tragedie
Una delle challenge dei TheBorderline (dal loro canale YouYube).

Chi ha guadagnato e continua a guadagnare dalle tragedie

Quindi cosa fa schifo in tutta questa storia? L’avidità criminale. Se è vero che le dinamiche dell’incidente sono indagate dalla Procura è altresì vero che i comportamenti dei TheBorderline sono sotto gli occhi di tutti. I ragazzotti, ancora sporchi di lamiere, hanno avuto l’indole di monetizzare perfino la tragedia. Qualche testimone racconta che abbiano continuato a filmare anche dopo lo schianto. Lo appureranno le indagini. Di sicuro hanno goduto di un’impennata di visualizzazioni e di follower sul loro canale che ha continuato a monetizzare. Così per difendersi dall’accusa di lucrare sul rischio (e in questo caso perfino su morto) hanno pubblicato un video di lutto sgangherato che ha rafforzato il branding. «Quel video non era monetizzato», li difende qualcuno. Ci mancherebbe. Ma per attingere al loro lutto hanno invitato tutti nel loro negozio degli orrori. Dopo la tragedia di Casalpalocco 30 mila visualizzazioni hanno rimpinguato le casse dei TheBorderline e di Google. Negli Usa, a quanto risulta a Lettera43, hanno fatto orecchie da mercante. Nessuno aveva intenzione di chiudere la monetizzazione sul canale, anzi. Solo l’insistenza del team italiano ha fatto sì che ciò accadesse. E così ieri YouTube ci ha messo una pezza. «Siamo profondamente addolorati per la tragedia. Abbiamo rimosso gli annunci dal canale The Borderline in conformità con le nostre norme sulla responsabilità dei creator a seguito di comportamenti dannosi per la community di YouTube. Ogni creator di YouTube dovrebbe rimanere responsabile sia all’interno che all’esterno della piattaforma. Di conseguenza questo canale non può più guadagnare dalla pubblicità», ha spiegato un portavoce. Con un certo ritardo si è intervenuti su un sistema mostruoso che dovrebbe cogliere l’occasione per interrogarsi. Anche in questo caso senza cadere nell’errore della settorizzazione. Pensateci: quanto hanno guadagnato i media trafugando gli aspetti più intimi nell’omicidio di Giulia Tramontano? Pensateci. Il problema qui non è solo YouTube.