Dalla Calabria alla Border Patrol: chi è Greg Bovino, a capo delle operazioni anti-immigrati negli Usa
Origini calabresi, cappotto verde militare e taglio di capelli rasato. Gregory “Greg” Bovino, 55enne capo della Border Patrol (polizia di frontiera) è divenuto recentemente il volto delle operazioni anti-immigrati in diverse città degli Stati Uniti, da Los Angeles a Minneapolis. Proprio dal Minnesota sono divenute virali alcune sue foto con indosso un cappotto verde militare con bottoni dorati che il New York Times ha associato ai nazisti. Per la testata, il suo doppiopetto «per via dei suoi precedenti storici è impossibile da ignorare» e, accompagnato dai capelli rasati ai lati e alti al centro, viene paragonato all’abbigliamento della Gestapo. Impossibile non vedere poi una forte somiglianza con il colonnello Steven Lockjaw, interpretato magistralmente in Una battaglia dopo l’altra da Sean Penn, candidato agli Oscar 2026.

Greg Bovino, chi è l’agente italoamericano simbolo della lotta Usa agli immigrati
Nato a Blowing Jock, una piccola cittadina di montagna della Carolina del Nord occidentale nel cuore della Bible Belt conservatrice, Greg Bovino ha chiare origini italiane. Suo bisnonno Michele arrivò in Pennsylvania da Aprigliano, in Calabria, nel 1909 per diventare minatore in America. Solamente 15 anni dopo, nel 1924, avviò le pratiche per ottenere la cittadinanza e portare tutta la famiglia oltreoceano. Tra di loro il 12enne Vincenzo, nonno di Greg Bovino. Da piccolo, a scuola si avvicinò al wrestling senza mai eccellere, salvo tuttavia imparandovi i dettami della disciplina, del rispetto delle gerarchie e della determinazione. Segnato profondamente in adolescenza da un incidente d’auto del padre, che ubriaco investì e uccise una giovane donna, ha sempre citato l’avvenimento e altri casi simili come giustificazione morale per le deportazioni. Nel 1982, appena un anno dopo, fu folgorato da Jack Nicholson nei panni di Charlie Smith, agente per l’immigrazione, nel film The Border (in italiano Frontiera) tanto da volerne seguire le orme.
Si arruolò nel 1996, studiando conservazione delle risorse naturali e amministrazione pubblica prima di entrare nella Border Patrol. Una carriera sviluppata lungo il confine sud-occidentale in California che lo ha portato a diventare il capo del settore El Centro, tra le aree più delicate. Anni in cui riuscì a dimostrare un carattere particolare: Greg Bovino voleva la popolarità e la visibilità, rilasciando varie interviste e curando la propria immagine sui media. Il Chicago Sun Times raccontò di un’occasione in cui avrebbe invitato i giornalisti a seguirlo nell’impresa di attraversare a nuoto un canale di irrigazione nell’Imperial Valley, avvertendo i migranti della forza delle correnti. Già prima del ritorno di Trump alla Casa Bianca, fu al centro dell’operazione Return to the sender, in cui guidò una retata contro presunti immigrati nella contea californiana del Kern arrestando quasi 80 persone.
Il cappotto da guerra e le sue operazioni nelle città americane
A contraddistinguere l’immagine di Greg Bovino è l’immancabile cappotto verde oliva. «Metterselo per affrontare la folla con sostenitori armati, insieme ai capelli rasati e ai vestiti neri o scuri sotto, dà un’inconfondibile aura da dittatore Anni 30», ha scritto il New York Times. «Non è soltanto un segno di militarizzazione, ma anche di tirannia». Il capo della Border Patrol lo sfoggia da tempo durante le sue operazioni, contraddistinte in molti casi da nomi altisonanti. A giugno 2025 ci fu l’Operazione Cavallo di Troia a Los Angeles, seguita dopo qualche mese dall’Operazione Blitz di Mezzanotte a Chicago. Senza dimenticare Charlotte’s Web (la tela di Carlotta dal titolo del libro di E.B. White) dopo l’assassinio di una rifugiata ucraina da parte di un pregiudicato afroamericano a Charlotte. E ancora, a ottobre ha condotto a New Orleans l’Operazione Swamp Sweep (ripulire la palude) prima di arrivare a Minneapolis per la Metro Surge (valanga metropolitana).



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