Non illudiamoci, con Primavera di Michieletto la classica resta ai margini
Nonostante il titolo alluda al più celebre Concerto per violino e archi di Antonio Vivaldi, in Primavera, il primo film di fiction della stella internazionale della regia operistica Damiano Michieletto, la musica del “prete rosso” è secondaria. Anzi, minimale. D’altra parte, contrariamente a quanto si è spesso lasciato intendere in una vasta campagna promozionale sui giornali, il musicista veneziano (cui Michele Riondino dà volto e asciutta ma efficace caratterizzazione) non è il personaggio principale di una storia che pure ha un epicentro vivaldiano, il celebre Ospedale della Pietà, una delle quattro istituzioni assistenziali in cui per secoli la Serenissima Repubblica si assumeva la protezione, la cura e per vari aspetti l’educazione, specialmente musicale, delle fanciulle abbandonate, le cosiddette “putte”.
Cecilia, “putta” ribelle che afferma la sua libertà
La protagonista è Cecilia (una magnifica Tecla Insolia): non solo una musicista brillante, una potenziale virtuosa del violino stimolata nelle sue capacità dal discusso maestro – Vivaldi, appunto – che viene assegnato a lei come a tutte le sue consorelle, ma soprattutto uno spirito libero e tormentato. Di notte scrive lunghe e amare lettere alla madre che non ha mai conosciuto e che l’ha abbandonata, di giorno afferma il suo talento musicale. In nome di questo, è disposta a rinunciare a una vita “normale”, come sposa del sordido nobile veneziano che l’ha prescelta. L’unico modo di affermare la sua libertà è rinunciare all’illibatezza, il solo “patrimonio” suo e delle sue compagne di orfanotrofio, condizione necessaria – dietro certificazione del “cerusico” – per poter uscire dall’Ospedale della Pietà ed entrare attraverso nozze combinate nella buona società veneziana. Una rinuncia lucida e freddamente perseguita, della quale il garzone del verduraio è protagonista inconsapevole e subito dopo “cancellato”. Reso impossibile il matrimonio, diventata impossibile la carriera come violinista per la spietata vendetta del possibile sposo respinto (uno Stefano Accorsi di convincente odiosità), che crudelmente le spezza il polso sinistro. Cecilia sceglie comunque di andarsene, padrona della sua vita e libera nelle sue scelte. La spinge una concezione della condizione femminile di condivisibile modernità, ma molto lontana da quella reale nella Venezia del 1716 (è l’anno in cui si svolge la vicenda, liberamente tratta da Stabat Mater, il romanzo di Tiziano Scarpa vincitore del Premio Strega 2009). Allora, una “putta” fuggita dalla Pietà non avrebbe avuto alcuna prospettiva. E una sua “primavera” esistenziale sarebbe rimasta una speranza.
Si riconosce la cifra registica di Michieletto
Emerge in questo taglio interpretativo una delle cifre fondamentali delle regie di Michieletto, noto per le sue controverse attualizzazioni di qualsiasi titolo operistico spesso in effetti di notevole efficacia (c’è già curiosità fra i melomani per il verdiano Otello, che firmerà alla Scala il prossimo 7 dicembre). In questo caso, l’idea che ci parla anche oggi passa – come negli allestimenti operistici di questo regista non accade praticamente mai – attraverso una ricostruzione d’epoca piuttosto accurata negli scenari, nei costumi, in una Venezia monumentale e popolare insieme, brulicante di gente quando serve, spesso miracolosamente e fascinosamente deserta nelle sue vie d’acqua.

Disinvolture storiche e imprecisioni di lessico musicale
Il tutto si dipana con una certa disinvoltura rispetto al rigore storico per quanto riguarda la cronologia vivaldiana. Non mancano imprecisioni di lessico musicale (Vivaldi parla di una sua nuova Sonata – pochi strumenti – ma l’esecuzione fa capire che ha scritto un Concerto – orchestra d’archi e violino solista), così come emerge qualche soluzione narrativa che certamente giova al cine-racconto ma appartiene interamente alla fiction. Ad esempio, pare che non risulti dai documenti che le “putte” – sia pure mascherate – siano mai andate a suonare fuori dalla chiesa della Pietà, la loro sala da concerto famosa in tutta Europa, un luogo che permetteva loro di esibirsi senza possibilità alcuna di riconoscimento. Nel film ciò avviene in un’occasione di rappresentanza, la visita, peraltro postdatata di circa un decennio rispetto al suo effettivo svolgimento, del re di Danimarca (che letteralmente smaschera Cecilia per scoprire chi suoni così bene il violino) e durante una sorta di gita fuori Venezia, forse in qualche isola della Laguna. Sempre sotto lo sguardo benevolo e non disinteressato dell’imparruccatissimo Governatore dell’Ospedale, uno stereotipato e caricaturale Andrea Pennacchi, altrove – in scena e sul piccolo schermo – ben altrimenti persuasivo. Infine, singolare la totale rinuncia ad almeno qualche parola in veneziano, dentro a un film che a rigore avrebbe potuto essere recitato quasi interamente nella lingua ufficiale della Serenissima, che di lì a poco Carlo Goldoni avrebbe portato ad altezza letteraria. Forse la prestigiosa e potente produzione/distribuzione internazionale (Warner Bros.) ha sconsigliato la soluzione filologica anche se localistica, che peraltro avrebbe richiesto ampio uso di sottotitolazione.

La musica di Vivaldi è appena accennata
Quanto alla musica, la frammentaria e assai ridotta presenza di composizioni vivaldiane certifica la sostanziale subalternità del compositore nel film. Solo il luminoso e timbricamente ricchissimo attacco del Sacrum Militare Oratorium Juditha Triumphans (la cui prima esecuzione alla Pietà viene brevemente ma fastosamente ricostruita) ha una funzione nella narrazione, sottolineando la svolta esistenziale di Cecilia; il frammento del primo movimento della Primavera, con il suo tema celeberrimo, sembra quasi un contentino, sia pure simbolico, un attimo prima dei titoli di coda.
Altre briciole stuzzicano l’appetito musicale ma sono ben lontane dal soddisfarlo. Per il resto, predomina la colonna sonora firmata dal 41enne compositore umbro Fabio Massimo Capogrosso, già collaboratore di Marco Bellocchio nella serie Esterno notte sul caso Moro. Le sue composizioni delineano un’allusività di impronta minimalista, nella quale il linguaggio del “prete rosso” è evocato più che citato, sottoposto a metamorfosi motiviche e timbriche in un gioco piuttosto distaccato, spesso algido rispetto all’energia coinvolgente e alla poesia di Vivaldi.
Insomma, inutile illudersi. Difficilmente Primavera, pur accolto favorevolmente durante le feste (fra il quinto e l’ottavo posto in un botteghino dominato da Zalone, un milione e mezzo di euro l’incasso, oltre 200 mila gli spettatori), avrà qualche ruolo nella soluzione del problema che attanaglia la musica classica, la sua progressiva riduzione alla marginalità in quel che resta del discorso culturale.










































