Come la remigrazione da teoria complottista è diventata proposta politica
Di fronte a un Occidente sempre più a rischio di invasione da parte dei migranti, anzi, di un Occidente nel mirino di un piano per sostituire i bianchi con individui di altre etnie al fine di consentire a un non meglio identificato Deep State di dare vita a un Nuovo Ordine Mondiale (attualizzazione di teorie risalenti agli Anni 40 del secolo scorso, quelle della cosiddetta Great Replacement Theory, o Grande Sostituzione, rilanciate periodicamente dalle varie galassie cospirazioniste di mezzo mondo e di indubbio retaggio razzista e suprematista), la destra radicale ripesca oggi, dal suo bagaglio non solo teorico, l’arma della remigrazione.
Dalla sociologia alla propaganda razzista
Il termine può suonare piattamente tecnico. Lo si usava, e si usa, nelle scienze sociali per indicare il ritorno volontario di un migrante nel suo Paese di origine. Ma da qualche tempo ha assunto un significato molto meno neutro, ovvero chiusura dei confini, respingimento degli indesiderati e, soprattutto, «espulsione forzata, deportazione di massa di persone con una storia di migrazione» (parola dell’Accademia della Crusca), anche degli immigrati che, pur avendo tutti i documenti in regola, non siano assimilabili alle varie culture nazionali occidentali.
La «recessione democratica» di Trump
Il tema della remigrazione – rimasto in sordina per qualche decennio, e appannaggio esclusivo dei vari circoli e movimenti di estrema destra europea e di quelli razzisti e suprematisti statunitensi – è tornato prepotentemente alla ribalta con Donald Trump, che ne ha fatto uno dei capisaldi del suo programma presidenziale. Anche per questo l’ultimo rapporto di Human Rights Watch ha additato il presidente americano come principale attore di una vera e propria «recessione democratica». Una regressione che ha riportato indietro le lancette dei diritti umani di almeno 40 anni. «Evocando il rischio di una ‘cancellazione della civiltà’ in Europa e ricorrendo a stereotipi razzisti per dipingere intere popolazioni come indesiderate negli Usa», ha spiegato il direttore esecutivo dell’ONG Philippe Bolopion, «Trump ha adottato politiche e una retorica in linea con l’ideologia nazionalista bianca». Inutile dire, quindi, che le posizioni di The Donald sono musica per le orecchie delle destre radicali di tutto il mondo, ringalluzzite da questa sorta di legittimazione.

La miccia francese
Ma quando si è cominciato a parlare diffusamente di remigrazione? Bisogna tornare agli Anni 90, in Francia, negli ambienti dell’estrema destra, soprattutto nelle banlieue parigine, diventate negli anni teatri di caccia all’immigrato e scontri continui (sfociati nella grande rivolta del 2005). Il Front National approfittò della situazione per pescare voti proprio nel proletariato delle periferie. Resta agli annali lo slogan utilizzato alle elezioni regionali del 1992: «Quando arriveremo noi, se ne andranno loro!». Nel 2014 lo stesso partito di Marine Le Pen – oggi Rassemblement National – rilanciò il tema proponendo la creazione di Mouvement pour la remigration. Sempre Oltralpe poi nel 2002 nacque il Bloc Identitaire, poi solo Les Identitaires, diventato partito nel 2009. Una forza politica dichiaratamente contro l’immigrazione di massa e anti-Islam. Intorno al 2017 il movimento giovanile del partito, Generazione Identitaria – sciolta nel 2021 dall’allora ministro degli Interni Gérald Dermanin – col progetto Defend Europe arrivò ad acquistare e noleggiare imbarcazioni per monitorare e talvolta ostacolare l’attività di soccorso in mare delle Ong.

Martin Sellner, star nera della remigrazione
Nel 2023, la remigrazione acquisì una visibilità addirittura internazionale con Martin Sellner, attivista di estrema destra austriaco che, nel novembre di quell’anno, organizzò in un hotel non lontano da Potsdam un convegno a porte chiuse con alcuni membri dell’AfD e pure qualche esponente vicino alla Cdu, per illustrare le sue teorie sulla remigrazione, compreso un piano per deportare dalla Germania due milioni di immigrati. A dare visibilità a Sellner è stata soprattutto la sistematizzazione delle sue teorie in un libro che, in breve tempo, è stato tradotto e diffuso in vari Paesi, compresa l’Italia, col titolo Remigrazione. Una proposta. Curato da Francesco Borgonovo, il volume è stato pubblicato nel 2025 da Passaggio al Bosco, la casa editrice al centro delle polemiche che hanno infuocato la manifestazione romana di Più libri, più liberi. E in Germania da Verlag Antalios, la stessa casa editrice di Verdrehte Welt, la traduzione tedesca de Il mondo al contrario di Roberto Vannacci. E il cerchio si chiude. Inutile dire che il libro di Sellner (che per le sue posizioni è stato dichiarato persona sgradita in diversi Paesi come la Germania e la Svizzera, e si è visto negare l’ingresso per esempio negli Stati Uniti e in Gran Bretagna) ha conosciuto un grande successo nella galassia estremista internazionale, divenendo una sorta di Bibbia della remigrazione. E fonte di ispirazione per i programmi elettorali della AfD e della Fpö austriaca. L’onda non ha risparmiato la Gran Bretagna. Dopo mesi di blitz contro hotel che ospitavano rifugiati e richiedenti asilo, lo scorso settembre al grido di «Remigration» è andata in scena a Londra una grande manifestazione contro l’immigrazione organizzata da Tommy Robinson, leader del gruppo di estrema destra English defence league.

Lo sbarco nel dibattito pubblico italiano
E l’Italia? Nel nostro Paese alcuni soggetti politici (su tutti la Lega, oltre naturalmente alle varie formazioni dell’estrema destra) sono ovviamente affascinati dalla remigrazione. Al di fuori dei ristretti circoli neri, il termine è entrato nel dibattito pubblico nei primissimi giorni del 2025, dopo le presunte violenze ai danni di alcune ragazze da parte di extracomunitari durante il Capodanno in Piazza Duomo a Milano (inchiesta che si è poi arenata per l’impossibilità di identificare gli aggressori). Il capogruppo della Lega in Regione Lombardia, Alessandro Corbetta, colse la palla al balzo: «Anche in Italia dobbiamo parlare di remigrazione, ovvero rimpatriare non solo clandestini e criminali, ma anche stranieri che scelgono di non volersi integrare». Concetto ribadito in Parlamento da Rossano Sasso, leghista appena passato in Futuro Nazionale, al grido di «Remigrazione unica soluzione».

Il Remigration Summit di Gallarate
Da quel momento è stato un crescendo: mentre a marzo CasaPound tappezzava un centinaio di città italiane di manifesti abusivi inneggianti alla remigrazione e con un blitz srotolava dal Colosseo uno striscione a caratteri cubitali, si pensò bene di ospitare in Italia un Remigration Summit, caldeggiato da Sellner per riunire da tutta Europa attivisti, politici anti-immigrazione. Inizialmente programmato a Milano per il 17 maggio, il Summit, dopo le proteste di decine e decine di associazioni, Ong, partiti e l’intervento pubblico del sindaco Beppe Sala, è stato spostato a Gallarate, nel Varesotto, e benedetto dal solito Vannacci, questa volta in videocollegamento. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, commentando la richiesta delle opposizioni di vietare l’incontro, aveva definito invece il Summit «un legittimo contributo alla discussione», considerato che «in democrazia c’è bisogno di tutti i contributi e di tutte le componenti rispetto a fenomeni così complessi».

La proposta di legge benedetta da Vannacci
Meno di un anno dopo, la remigrazione ha fatto, o almeno ha tentato di fare, il suo ingresso ufficiale a Palazzo. A fine gennaio la proposta di legge di iniziativa popolare “Remigrazione e Riconquista” ha superato sul sito del ministero della Giustizia le 50 mila firme necessarie per poter essere presentata in Parlamento. Ma la conferenza stampa di presentazione organizzata a Montecitorio dal leghista Domenico Furgiuele è saltata grazie alla protesta delle opposizioni, decise a vietare l’ingresso di fascisti e neofascisti alla Camera. Sarebbero dovuti intervenire quattro rappresentanti del comitato promotore: il portavoce di CasaPound Luca Marsella, Ivan Sogari di Veneto Fronte Skinheads, l’ex esponente di Forza Nuova Jacopo Massetti e Salvatore Ferrara della Rete dei Patrioti. Un indignato Vannacci ha gridato alla «morte della democrazia». Intanto ora che si è fatto il suo partito, di remigrazione ahimè sentiremo ancora parlare.

