Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella si è recato in visita a Niscemi, il comune siciliano in provincia di Caltanissetta colpito dal ciclone Harry. Il capo dello Stato ha voluto toccare con mano la situazione che la popolazione sta vivendo dal 25 gennaio, quando una parte dell’abitato è stata inghiottita da una frana e un centinaio di famiglie hanno perso per sempre le loro case. Dopo aver sorvolato l’area in elicottero, Mattarella è stato accolto dal sindaco Massimiliano Valentino Conti e ha fatto un giro nelle strade del centro storico. Si è recato anche alla scuola Mario Gori sgomberata dopo la frana. «È difficile in queste condizioni, lo capisco. Nelle case c’erano gli affetti, c’era la vostra vita. Lo capisco bene. Per questo sono venuto qui per far vedere che il sostegno si mantiene alto. Ci siamo e stiamo lavorando per Niscemi», ha detto. La sua visita segue quella della premier Giorgia Meloni, che aveva annunciato lo stanziamento di 150 milioni di euro per la messa in sicurezza del territorio.
Rispondendo a una domanda su Carmelo Conturrino, ovvero il poliziotto arrestato per omicidio volontario dello spacciatore Abderrahim Mansouri ucciso a Rogoredo, pur ribadendo di avere «rispetto e stima e fiducia nelle forze dell’ordine» Matteo Salvini ha affermato che, «se qualcuno invece usa la divisa per fare affari o per regolamenti di conto personali, non è degno di quella divisa».
Salvini aveva difeso Cinturrino «senza se e senza ma»
Eppure, come sottolineato da più parti, la sera dell’uccisione di Mansouri – avvenuta il 26 gennaio – a Salvini erano bastati 37 minuti per affermare sui social: «Sono dalla parte del poliziotto, senza se e senza ma».
37 minuti.
È il tempo trascorso tra la prima notizia dell’uccisione di Abderrahim Mansouri a Rogoredo e il post con cui Matteo Salvini dichiarava: "Sono dalla parte del poliziotto, senza se e senza ma".
Oggi, mentre emergono particolari inquietanti sulla vicenda, sulla…
Il 29 gennaio, Salvini aveva definito «ingeneroso» indagare per omicidio volontario un agente che ha difeso se stesso la sua vita e i suoi colleghi da un pregiudicato», puntando il dito contro la sinistra che stava «facendo politica sulla pelle di un poliziotto».
Salvini, Bignami di Fratelli d’Italia (che è pure avvocato) e L’immancabile Cruciani sono un fulgido esempio di come invocare lo scudo penale per le forze dell’ordine e ritenere superflui approfondimenti perché “sto con i poliziotti/carabinieri” deve essere un dogma, è una… pic.twitter.com/e9hE7AxpaO
Il 30 gennaio, Salvini aveva poi scritto sui social: «Io sto col poliziotto. La Lega lancia una nuova campagna di raccolta firme per sostenere chi ogni giorno difende la nostra sicurezza». E poi: «Solidarietà all’agente di Polizia indagato che, durante un controllo antidroga a Milano, ha fatto il proprio dovere difendendosi. Giù le mani dalle Forze dell’Ordine!».
IO STO COL POLIZIOTTO. La Lega lancia una nuova campagna di raccolta firme per sostenere chi ogni giorno difende la nostra sicurezza.
Solidarietà all’agente di Polizia indagato che, durante un controllo antidroga a Milano, ha fatto il proprio dovere difendendosi. Giù le… pic.twitter.com/lSQx66euqI
Lo sparo e la messinscena: perché l’agente è stato arrestato
Secondo quanto emerso dalle indagini – scattate come «atto dovuto» – Cinturrino avrebbe colpito Mansouri e poi, dopo aver ordinato a un collega di andare al commissariato a prendere uno zaino, avrebbe lasciato accanto al corpo dello spacciatore la replica giocattolo di una pistola Beretta 92 che teneva in ufficio, organizzando la messinscena dell’arma puntata contro di lui e, dunque, della legittima difesa. In tutto questo, mentre la vittima era a terra agonizzante, Cinturrino non avrebbe chiamato subito i soccorsi, ritardando la telefonata di oltre 20 minuti.
Chi ha detto che il cosiddetto campo largo è morto e sepolto? Con la sua infinita pazienza, Goffredo Bettini, la «mente storica della sinistra italiana», quello che viene definito anche come «l’ultimo ideologo del vecchio Pci», mette un’altra volta insieme, a un tavolo, la segretaria del Partito democratico Elly Schlein e il leader del Movimento 5 stelle Giuseppe Conte, per parlare di politica. L’occasione è unica: nella serata di lunedì 23 febbraio, a Roma, viene organizzato un aperitivo per la nuova Rinascita, la storica rivista fondata da Palmiro Togliatti e che ha ora per dominus lo stesso Bettini e il sostanziale aiuto di Andrea Orlando, ex ministro del Lavoro. Tutto andrà in scena a Testaccio, in un locale di via Libetta: ci sarà molto lavoro per i vigili urbani, che saranno impegnati fino a tarda sera per evitare l’ingorgo di auto blu. Nel comitato scientifico della rivista ci sono Mario Turco, il tarantino fedelissimo di Conte e che dei pentastellati è vicepresidente, l’ex direttore del quotidiano AvvenireMarco Tarquinio, in compagnia di Enzo Amendola, Miguel Gotor, Pietro Bartolo, Rosa Calipari, Giacomo Marramao, gli ex ambasciatori Giorgio Starace e Michelangelo Pipan, Tosca (sì, la cantante). Nel comitato di direzione della rivista ecco Enrico Rossi, Enrico Gasbarra, Roberto Morassut, Michele Meta, Daniele Marantelli, Livia Turco, Massimiliano Smeriglio e Massimo Zedda. Inevitabilmente si discuterà di Ucraina, con Bettini pronto a parlare di pace immediata e fine delle ostilità, trovando sul tema un alleato di ferro come Conte, con il classico “no alla guerra”: ma non ditelo a Carlo Calenda…
Lucio non Presta l’altra guancia
Forse è l’unico che può rompere le uova al Festival di Sanremo: Lucio Presta, uno dei protagonisti del mercato delle star televisive, con il suo libro L’uragano soffia sul fuoco. E il Corriere della Sera offre molto spazio all’agente che se la prende con Paolo Bonolis e Sonia Bruganelli, Amadeus, Maria De Filippi, la Rai. L’unico che viene graziato è Urbano Cairo, che oltre a essere editore del Corsera è proprietario di La7, e guarda caso tutte le stelle del piccolo schermo che vengono citate lavorano con le reti concorrenti. A proposito, dagli uffici romani della televisione di Urbanetto ricordano che è ancora vacante il posto di amministratore delegato, lasciato vuoto con la prematura morte di Marco Ghigliani. E qualcuno vaticina un futuro manageriale per Presta, alla guida di una tivù privata…
Lucio Presta (Imagoeconomica).
Belloni sulla neve, al Cimone, e una villa…
Ora si parla di appalti, su Domani, ma sì, qualche giorno fa quella signora sugli sci era proprio Elisabetta Belloni, la (ex) candidata grillina alla presidenza della Repubblica, l’ex dirigente dei Servizi segreti, al vertice del Dis, l’ex consigliera personale di Ursula von der Leyen all’Unione europea. È andata sul monte Cimone, «in quanto la mamma Lea era sestolese doc, che sposò l’ingegner Giorgio Belloni e si trasferì nella Capitale», hanno sottolineato le gazzette locali. Una giornata sulla neve, spinta da Luciano Magnani, presidente del Consorzio Cimone. Con Magnani pronto a dire a Il Resto del Carlino che la presenza belloniana è «un onore e un incentivo a proseguire il nostro impegno nel migliorarci continuamente nell’impiantistica e nelle iniziative promozionali», con un “autogossip” della stessa Belloni, con la decisione di restaurare la villa di Sestola lasciata dalla madre a lei e alla sorella, oltre che per un valore affettivo anche per l’aumentata attrattività turistica della zona. E Domani parla proprio di 331 mila euro per i lavori di sicurezza di una villa…
Elisabetta Belloni (Imagoeconomica).
Le case popolari occupate? Ai poliziotti
Per qualcuno è un incentivo, per altri si tratta comunque di una motivazione per impegnare i poliziotti negli sgomberi, fatto sta che l’iniziativa non cadrà nel vuoto: le unità immobiliari dell’Ater di Roma, ossia le case popolari, se liberate dall’occupazione abusiva e ancora in attesa di un’assegnazione saranno destinate alle forze dell’ordine. L’accordo è ufficiale, scritto nero su bianco, tra il ministero dell’Interno e la Regione Lazio. L’intesa tra il ministro Matteo Piantedosi e il governatore regionale Francesco Rocca dovrebbe anche riuscire a risolvere la cronica assenza di appartamenti a Roma per le forze dell’ordine. Però ad alcuni giuristi tutto questo non piace, dato che «è come arrestare gli autori di un furto e poi, se nessuno reclama il denaro o i gioielli ritrovati, autorizzare la divisione del bottino tra coloro che hanno compiuto l’arresto». Per ora nel governo qualcuno si limita a commentare che «sarà grande festa quest’anno per la liberazione. Sì, delle case occupate».
Matteo Piantedosi e Francesco Rocca (foto Imagoeconomica).
Giuseppe Conte ha individuato i componenti della squadra di vicepresidenti – ben sei – che guiderà il Movimento 5 stelle, comunicandoli poi tramite social. Confermata con funzione vicaria Paola Taverna, insieme con Michele Gubitosa e Mario Turco: tutti e tre ricoprivano già tale incarico da ottobre 2021. A loro, «con deleghe specifiche, si aggiungeranno Vittoria Baldino, Ettore Licheri e Stefano Patuanelli», ha spiegato Conte. Fino a pochi mesi fa facevano parte dell’ufficio di presidenza uscente anche i deputati Chiara Appendino e Riccardo Ricciardi.
«Ora tocca a voi votare e decidere se siete d’accordo su questa squadra di vicepresidenti. Si voterà venerdì 27 febbraio, tutta la giornata», ha scritto poi Conte rivolgendosi agli iscritti pentastellati. Infine le proposte per la squadra dei coordinatori dei Comitati: Gianluca Perilli (Comitato nazionale progetti), Pasquale Tridico (Comitato per la formazione e l’aggiornamento), Laura Ferrara (Comitato per i rapporti europei e internazionali), Mariassunta “Susy” Matrisciano (Comitato per i rapporti territoriali).
Qui si va oltre il dramma politico. Con la figura di Alessandro Rapinese, sindaco di Como, si entra ufficialmente nella stand up comedy. Con lui che piomba in scena, comincia e finisce quando gli pare, massacra tutti gli schemi possibili e, come direbbero quelli del mestiere, «rompe la quarta parete». Ma magari anche le successive, dovesse capitare.
Un sindaco situazionista, un po’ «Lider Maximo» e un po’ «pezza da piedi»
Ha uno stile tutto suo, irripetibile. Puro situazionismo, declinato in una modalità che trasforma il primo cittadino in un primattore. Stile proto-grillino, come è stato detto da qualcuno. E davanti a certe performance, come si può rispondere? Indignarsi? Invitare i cittadini al risveglio delle coscienze? Rispondiamo subito: tempo perso. E per capire il motivo di questa affermazione basta fare una cosa semplice: scaricare una copia del curriculum vitae del sindaco, presente nel sito del comune di Como. Sul web ne esiste una vecchia versione del 2003, rimasta sostanzialmente intatta nella versione presente in rete civica. È una raffica di nonsense come quello associato alla voce “Principali mansioni e responsabilità”: «Lider Maximo e pezza da piedi». Per quanto riguarda le competenze e capacità relazionali, viene rivendicato di aver fondato l’Associazione Polenta Uncia alle superiori e «l’Associazione Avv.Oltoio all’università». Competenze artistiche? Presto detto: «Nessuna. Alla recita di fine elementari mi hanno fatto suonare il triangolo. L’ho fatto male». Riguardo alle altre capacità e competenze, viene menzionato quanto segue: «Capace di convivere da 17 anni con Sara; Capace di farmi sopportare da Olivia da 15 anni». Conclusione coi botti, alla voce “Ulteriori Informazioni”: «Ex fumatore; Estimatore del Prosecco; Ciclista della domenica (non tutte); Amo la scherma ma Lei non contraccambia».
Date le premesse, è facile capire che qui siamo oltre anche rispetto alle figure di sindaco più eccentriche, dal vecchio Gentilini al fresco Bandecchi passando per Cateno De Luca. Con quest’uomo che oscilla fra il Lider Maximo e la pezza da piedi si apre la strada per una nuova antropologia politica: quella dell’outsider totale. L’uomo che è fuori non soltanto dal sistema dei partiti e dalla politica politicante, ma fuori proprio del tutto. Talmente fuori da rendere difficile anche l’applicazione dell’etichetta da candidato civico. Teorico della politica-trap, Rapinese è lo Sfera Ebbasta dell’ANCI. Con un ricorso all’insulto e al turpiloquio che viene normalizzato e rivendicato come una diversa forma di libertà d’espressione. Soprattutto, c’è che per lui il set deve essere sempre attivo e illuminato. Sicché, in condizioni del genere, è inevitabile che s’ingrassi l’aneddotica. Dal 2022, anno in cui questo agente immobiliare classe 1976 è stato eletto battendo al ballottaggio la candidata del centrosinistra Barbara Minghetti, la lista degli episodi è tale da costruire un’aneddotica sterminata. C’è l’imbarazzo della scelta. Fra le ultime prodezze si trova la lunga diretta video condotta, prima delle feste di fine anno, assieme alla vicesindaca nonché assessora ai servizi sociali, Nicoletta Roperto. Che durante quella diretta è stata decorativa e nulla più. A parte pronunciare gli auguri per le feste, Roperto non ha praticamente aperto bocca. Travolta dall’incontinenza verbale del suo sindaco, si è vista parlare sopra anche quando l’intervistatore ha provato a farla intervenire. Niente, il sindaco ha deciso che doveva continuare a parlare lui anche in vece di lei. Parevano Fabio e Mingo.
Uno stile trap tra commenti inappropriati e battibecchi
La scena muta dell’assessora è soltanto uno fra i motivi di polemica con cui il sindaco comasco si è misurato. Il più delle volte gli è successo a causa del linguaggio esplicito (eufemismo) che usa come se – appunto – fosse un trapper. Tanto per fare un esempio: se si parla di due scuole che a suo giudizio andrebbero chiuse, queste vengono bollate come “cessi”. Epiteto che Rapinese utilizza in molte altre circostanze, ritenendo che non si tratti nemmeno di termine offensivo. Come ha specificato nella diretta successiva a quella con vicesindaca muta, quel termine è soltanto il nome di uso manufatto bianco presente in ogni casa. Quell’esternazione sulle due scuole è stata parte di un’esibizione in Consiglio comunale che ha visto il sindaco esprimere commenti del tutto inappropriati – eufemismo – sulle classi speciali per alunni disabili, e manifestare disprezzo quasi antropologico nei confronti delle opposizioni. Non un’esibizione isolata, come si può constatare facendo un giro per il web a caccia di video sulle esternazioni di Rapinese. Comunque sia, questo modo di esprimersi ha provocato un’iniziativa da parte di un esponente politico locale, Luigi Bottone, che ha inviato via PEC un esposto alla Prefettura di Como per segnalare la situazione e fare moral suasion sul debordante primo cittadino. Quanto a lui, la cosa non lo sfiora. E da sindaco continua a imperversare nell’arena mediatica. Battibecca in tv con Alessandro Cecchi Paone, irride gli avversari politici definendoli frustrati che contro di lui non toccano palla, zittisce un prete del luogo impegnato nel sociale (don Giusto Della Valle) invitandolo a farsi eleggere anziché stare a criticare. Un flusso irrefrenabile dell’uomo ch’è sempre più Lider Maximo e perciò sente d’essere autorizzato a trattare chiunque come pezze da piedi.
Alessandro Rapinese (da Fb).
Il dossier stadio e le mire dei fratelli Hartono
Tutto ciò avviene mentre Como è al centro di una vasta manovra di sviluppo territoriale condotta dall’esterno tramite l’uso del club calcistico. I ricchissimi proprietari indonesiani del club lariano, i fratelli Hartono, hanno riportato la squadra dalla Lega Pro alla Serie A e proseguono nel progetto di ascesa calcistica. Non lo fanno certo per amore della città e dei tifosi. Piuttosto, agiscono come se dovessero trasformare Como in un loro parco a tema, una meta per ricchissimi e famosi. E la comunità locale? Se ne farà una ragione, sempre che per essa resti spazio sul territorio.
Di questo tema si è occupato a inizio anno un vasto reportage del quotidiano francese Le Monde. Un articolo nel quale, fra le altre cose, si mette in evidenza il progetto di privatizzazionedello stadio Giuseppe Sinigaglia. Che, situato in riva al lago, è un gioiello paesaggistico definito da Gianni Brera «lo stadio più bello del mondo». Sull’impatto del progetto di rifacimento si sono già mobilitati i comitati locali, esprimendo posizioni nettamente contrarie. E invece il sindaco Rapinese, manco a dirlo, è favorevole. E per difendere il progetto ha messo mano al suo miglior frasario, invitando gli oppositori a «mettere il cappellino da muratori o lasciare perdere». L’uomo giusto al posto giusto, per la città che s’appresta a diventare provincia di Giacarta.
«Con quella bocca può dire ciò che vuole». È un claim pubblicitario d’annata. Di un dentifricio che non c’è più, come la sua testimonial (Virna Lisi). Però è perfetto per sintetizzare lo stato deplorevole in cui versa la politica attuale. Nel mondo e in Italia allo stesso modo. Tale che si stenta a distinguere se per esempio al tavolo del Board of Peace si siedano uomini di governo o piazzisti.
Donald Trump è un caposcuola inarrivabile. In Europa non c’è nessun leader o capo di governo, per quanto sgangherato, che gli stia alla pari. Per nostra fortuna. Anche se la situazione è in rapido peggioramento. Come segnala la campagna referendaria in corso. Argomentare, dialogare, confrontarsi sono l’abc della democrazia. Ma ormai da anni la polarizzazione ha reso impossibili le pratiche colloquiali. Mentre il rarefarsi della partecipazione alla vita di partito ha consegnato le forze politiche nelle mani di pochi. Uomini solo al comando, leader narcisisti che possono dire, disdire, contraddirsi. Perfino smentirsi. Con la libertà che fino a ieri era concessa solo alla pubblicità.
Anche i nomi dei partiti sembrano claim pubblicitari
Per capire la politica attuale e i politici che la interpretano bisogna entrare nel mondo dell’Omino Bianco. Riferirsi non ai classici della scienza politica o alle storie esemplari dei grandi statisti, bensì alle campagne, agli spot e ai claim più riusciti. Pensiamo per esempio ai nomi delle formazioni politiche attuali, che hanno come progenitore e iniziatore di un genere Forza Italia, il primo partito azienda che però ha abolito la parola “partito”. È rimasto solo il Pd a richiamarlo. La Lega ha, “sovranamente” cancellato il Nord dal nome. Di contro alla comparsa di acronimi (Avs, cioè Alleanza Verdi e Sinistra, assonante con Aws, sigla dei servizi web di Amazon) che potrebbero anche qualificare compagnie alberghiere o di viaggio (cinque stelle). Più Europa è detersivo e Azione potrebbe essere il nome di una multiutility. Ma ci vuole niente a confondere Noi moderati con «Gli esperti siete voi» (Expert), Italia viva con Viva la mamma (Beretta).
Ora ci si può chiedere: è la pubblicità che si è mangiata la politica o viceversa? Entrambe le cose: il processo è osmotico, simbiotico. Certo è che la pubblicità è oggi quanto di più invasivo e intrusivo possa entrare nelle nostre vite. Nel 2007 si stimava un’esposizione personale attorno ai 5 mila messaggi pubblicitari al giorno. Nel 2025 il numero è salito fra i 6 e i 10 mila. Ma lo studio recente “Beyond Visual Attention” (Omnicom Media Group, Ainem, Ipsos, Nielsen) stima che siamo esposti a una potenziale “tempesta” di oltre 33 mila stimoli pubblicitari al giorno. Questa cifra comprende ogni stimolo, anche quelli non consciamente elaborati dal cervello.
Un linguaggio iperbolico che cancella qualsiasi idea di normalità
Insomma, viviamo in un ambiente sonoro e visivo del quale la pubblicità è l’elemento più caratterizzante. Una sorta di seconda natura che quotidianamente ci spinge a consumare, nel contempo che ci sintonizza con una realtà fantastica dove «tutto è possibile» (Volkswagen) e «impossible is nothing» (Adidas) e se basta pensare una cosa per averla («Immagina. Puoi», Fastweb), si può fare tutto senza fare niente («Pulito sì, fatica no», Svelto). Ma questa trasfigurazione di realtà, nella quale parlano e cantano anche le pentole e gli stracci per la polvere, normalizza anche un linguaggio iperbolico che cancella qualsiasi idea di normalità. Il superlativo è ormai incorporato al brand (Intimissimi, Illyssimo) e poco sfugge all’imperativo lessicale del mega, ultra, unlimited.
Tutto iniziò con Berlusconi e la promessa di un «nuovo miracolo italiano»
Per sintetizzare sono 40 e più anni, da quando la televisione commerciale è diventata il medium dominante, che la socializzazione passa attraverso i consigli per gli acquisti, che nel frattempo hanno trovato nel web un potente terreno di proliferazione. Tutto cominciò con la discesa in campo di Silvio Berlusconi e la promessa di un «nuovo miracolo italiano». Che, come le pensioni minime a 1.000 euro, è ancora in attesa. Ma è proseguito con gli annunci social di Beppe Grillo & company, in bilico fra supermarket («apriremo il parlamento come una scatola di tonno») e il mondo del Mulino Bianco dove si può con un annuncio abolire la povertà per decreto.
Le promesse cancellazioni di accise sui carburanti e pedaggi autostradali appartengono invece alle politiche di marketing e comunicazione degli attuali premier e vicepremier, Giorgia Meloni e Matteo Salvini. Che però non sono molto raffinate, perché in linea con i dettami classici della propaganda, che impongono di reiterare, come fosse un rosario, un concetto o un’idea. Battere e ribattere il chiodo come fosse sempre la prima volta. Anche se lo spot è sempre lo stesso, come usano fare i prodotti e le marche di largo consumo. È la ripetizione che favorisce il ricordo.
Canali social usati come megafoni che non prevedono contraddittorio
La deriva pubblicitaria della politica si avvale dell’abolizione delle tribune elettorali, dei dibattiti e delle conferenze stampa aperte e si manifesta al massimo grado sui canali social, usati come megafoni e strumenti che non prevedono dialogo o contraddittorio. È la politica del me la canto, me la dico e me la suono, senza che debba rispettare criteri di verità. Allo stesso modo dell’autoproclamata «cucina più amata dagli italiani» (Scavolini). Importante e unica cosa che conta è che la battuta o il monologo funzioni. E per far sì che avvenga il messaggio deve essere semplificato. Chiaro e comprensibile anche a persone di cultura modesta.
Google effect è il termine che riassume il processo e le dinamiche che fanno sì che le cose apprese online si dimentichino più in fretta. Una digital amnesia, questa, che va di pari passo con l’illusione di realtà (illusory truth effect), che ci induce a credere a qualsiasi cosa dopo averla sentita/vista ripetere più volte. A maggiore ragione se sono eclatanti o bizzarre (bizarreness e humor effect), perciò capaci di catturare più facilmente l’attenzione.
Simbiosi narcisistica che lega un leader ai suoi seguaci
In ossequio al dilagante sensazionalismo che in Rete si nutre anche di mostri (quelli di Bibbiano restano memorabili) e che fa leva sul ricordo emotivo: quello che scatena subito il pandemonio, ma che in breve tempo è già dimenticato. Ciò spiega perché promesse mancate, frasi infelici o comportamenti cretini non si traducano in perdita di consensi, fiducia e stima da parte dei sostenitori. A riprova dell’esistenza d’una «simbiosi narcisistica» che lega un leader ai suoi seguaci.
Cittadini e militanti informati si trasformano in utenti e consumatori
La conseguenza pratica dell’uniformarsi e diffondersi della politica Swiffer e dei leader Findus è la trasformazione di cittadini e militanti informati in utenti e consumatori. In elettori follower. Da cui discende anche il processo, che è in corso accelerato, di restringimento della sfera dei diritti personali, civili e sociali. Che tanto meno vengono riconosciuti come tali e tanto più vengono identificati come bisogni che, sia pure fondamentali, possono essere soddisfatti solo se si hanno le risorse economiche necessarie. È così che la passione e la motivazione a partecipare attivamente alla politica hanno ceduto il passo all’opportunismo e alla convenienza. Al comportamento che teniamo quando spingiamo il carrello della spesa. Inconsapevoli e dimentichi che, come ha scritto Platone e come stiamo peraltro verificando da parecchi anni, «la punizione per chi rifiuta la politica è essere governati da persone peggiori di lui».
Il ministero dell’Interno è stato condannato a risarcire oltre 21 milioni di euro per il mancato sgombero di Spin Time, palazzo di 10 piani e 21 mila metri quadrati nel rione Esquilino di Roma, occupato nel 2013 dal movimento per il diritto all’abitare Action. Lo riporta Adnkronos. A stabilire il risarcimento è stata la seconda sezione civile del Tribunale di Roma, dopo la causa intentata da InvestiRE Sgr.
L’edificio occupato un tempo era la sede dell’Inpdap
L’edificio occupato, che si trova in via Santa Croce in Gerusalemme (non lontano dalla stazione Termini), in passato è stato sede dell’Istituto nazionale di previdenza e assistenza dei dipendenti dell’amministrazione pubblica (Inpdap), poi confluito nell’Inps. La chiusura degli uffici dell’ente iniziò nel 2003 e il definitivo abbandono del palazzo era arrivato nel 2010. Successivamente era stato venduto al fondo di investimenti immobiliari Investire SGR. Poi l’occupazione da parte di Action, a seguito della quale hanno trovato casa nell’immobile oltre 150 famiglie, per un totale di circa 400 persone.
Secondo quanto riporta Adnkronos, la sentenza (di 25 pagine) è stata emessa il 18 dicembre ed è stata appena notificata al Viminale. «È vero che l’occupazione illecita, e quindi il reato è stato posto in essere da soggetti terzi, ma il danno conseguente a tale occupazione può e deve essere imputato al ministero dell’Interno», si legge nella sentenza. Questo perché il Viminale «a fronte della emissione da parte dell’Autorità giudiziaria di un provvedimento di sequestro preventivo, aveva uno specifico obbligo di impedire la prosecuzione dell’illecito, essendo obbligato a dare esecuzione al decreto di sequestro». Su richiesta del pm del 27 febbraio 2020, il gip di Roma aveva ordinato il sequestro preventivo dell’immobile il 31 marzo 2020. Ma l’ordine non è stato mai eseguito. Matteo Piantedosi, attuale ministro dell’Interno, ha inserito Spin Time Labs nel piano sgomberi della prefettura di Roma.
Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha annunciato che il governo intende impugnare la sentenza del tribunale di Palermo sul caso Sea Watch, che ha disposto un risarcimento di 76 mila euro in favore della ong. «Noi fino adesso, e continueremo a farlo, abbiamo praticato il confronto con questo tipo di sentenze impugnandole, quindi valorizzando il sistema giudiziario che prevede tre gradi di giudizio e quando è stato possibile l’abbiamo impugnato, quindi anche in questo caso faremo così», ha dichiarato a margine dell’inaugurazione dell’ufficio PolMetro della Questura di Roma alla Stazione Termini.
Piantedosi: «I numeri danno ragione al governo»
Sempre a proposito di immigrazione, ha dichiarato: «Quello che voi chiamate blocco navale è un’ipotesi normativa che adesso farà il suo giro nelle aule parlamentari e quindi è una cosa completamente diversa. Io segnalo solo che con le politiche di questo governo c’è una progressiva riduzione degli arrivi irregolari. Guardate i numeri che riguardano anche quest’anno il calo degli sbarchi, vuol dire che il complesso delle iniziative che stiamo mettendo in campo, anche a prescindere dalle iniziative giudiziarie, sta dando ragione alle politiche del governo».
Salvini: «Con me al Viminale Rackele non avrebbe vita facile»
Sul caso del risarcimento alla Sea Watch è intervenuto anche Matteo Salvini, che all’epoca dei fatti a cui si riferisce la sentenza era ministro dell’Interno: «Votare per cambiare o no la giustizia incide con la nostra vita quotidiana. Se tornerò ministro dell’Interno con me Rackete (ndr la comandante della nave) non avrebbe vita facile. Ma se la politica costruisce delle leggi sulla sicurezza, possono piacere o non piacere, e poi i giudici però decidono il contrario, è complicato».
Non può non scendere in campo per il referendum, Giorgia Meloni. È la sua riforma, è il suo governo, è la sua consultazione. Il No cresce anche perché la presidente del Consiglio – la cui popolarità è intatta nonostante gli assist di Carlo Nordio all’opposizione – non ha fin qui fatto campagna elettorale per il Sì. Anche se giovedì sera ha concesso un’intervista a SkyTg24 che pareva il trailer di un marzo impegnativo dal punto di vista pubblico. Da Sergio Mattarella sono arrivate «parole giuste e doverose», ha detto Meloni, perché «è molto importante che questa campagna referendaria rimanga sul merito». Il 22 e il 23 marzo «si vota sulla giustizia, non sul governo», ha ricordato, precisando che le elezioni politiche saranno fra un anno, sarà quello il momento per eventualmente mandarla a casa. «Vedo un tentativo di trascinare la campagna referendaria in una sorta di lotta nel fango, mi pare che sia più un tentativo di quelli che hanno difficoltà ad attaccare una riforma che in passato, in vario modo, hanno sostenuto e proposto».
In un'intervista esclusiva al direttore di Sky tg24 Fabio Vitale (@vitale_f), la premier affronta a 360° i temi dell'attualità italiana e internazionale, dalla riforma della Giustizia alla polemica con Macron sulla morte dell'attivista di estrema destra Quentin Deranque pic.twitter.com/bQySiPZ4Cq
Lo spettro di Matteo Renzi del 2016 aleggia un po’ per tutti, si sa, quando c’è da cambiare la Costituzione o anche quando c’è da rischiare l’osso del collo per un provvedimento giudicato epocale, fondamentale, esiziale. Renzi, c’è da dire, 10 anni fa si giocò la faccia e la poltrona; fu lui il primo a personalizzare il referendum costituzionale che gli costò le dimissioni.
Matteo Renzi (Imagoeconomica).
Meloni, memore di quel che hanno fatto i suoi predecessori, si è tenuta bene alla larga da promettere che andrebbe a casa in caso di sconfitta. C’è chi glielo ha già preventivamente chiesto, come lo stesso Renzi. Non Elly Schlein, che giovedì sera a Dritto e rovescio su Rete4 ha spiegato perché secondo lei Meloni non si dovrebbe dimettere: «Ha i numeri per arrivare alle prossime elezioni e noi li batteremo alle prossime elezioni. Noi stiamo costruendo una coalizione non contro Meloni, ma su quello che vogliamo fare insieme». Sarà.
Elly Schlein (Imagoeconomica).
I riformisti per il Sì sperano in Giorgia
Fra i sostenitori del Sì, anche fra quelli di centrosinistra, c’è chi spera che ora la presidente del Consiglio – sulla quale pende tuttavia il severo giudizio del Capo dello Stato, dopo la sortita nordiana – si faccia sentire, spenda la propria popolarità per fermare la crescita del No, che sta dando molte speranze ai vari Gratteri, teorici e pratici della propaganda televisiva, convinti che i confronti pubblici vadano evitati ma non le intemerate catodiche. C’è poco da fare: i riformisti per il Sì hanno bisogno della leader di Fratelli d’Italia per bloccare l’avanzata.
Carlo Nordio e, sullo schermo, Nicola Gratteri (Imagoeconomica).
Dopo Salvini, ora la premier deve frenare Nordio
Al referendum manca poco più di un mese; il No ha dimostrato di saper mobilitare l’elettorato in una campagna elettorale in cui ormai il merito della riforma s’è perduto. Un po’ per responsabilità di tutti, ma anche per via di quei magistrati che hanno trasformato la contesa in una lotta per la democrazia, che verrebbe stravolta – dicono – dalla torsione costituzionale imposta da Meloni. Certo, Nordio con quelle parole improvvide sul metodo «para-mafioso» delle correnti del Csm ha regalato aiuto all’opposizione che può tornare a gridare un po’ dappertutto che questa riforma nasce per punire magistrati e avversari.
Carlo Nordio (Imagoeconomica).
Fin qui la leader di Fratelli d’Italia si è dovuta preoccupare delle intemerate di un altro ministro, Matteo Salvini, la cui nemesi ciarliera, G.i.p Vannacci, lo sta mettendo nei guai. Ora però c’è da disattivare Nordio, anche lui loquace, fin troppo, ma poco efficace nella mobilitazione dell’elettorato. A meno che non sia quello degli avversari, beninteso, galvanizzato dalla possibilità di battere il duo Meloni-Nordio, Melordio, alle urne.
Dopo l’addio alla Lega e la fondazione di Futuro Nazionale, Roberto Vannacci è in procinto di entrare nel gruppo dell’Europa delle Nazioni Sovrane (Esn). Secondo quanto filtra da Strasburgo, l’annuncio ufficiale arriverà il 24 febbraio, nel corso di una conferenza stampa a cui dovrebbero partecipare anche il tedesco René Aust (presidente del gruppo) e il polacco Stanislaw Tyszka.
Aust lo aveva definito «un ottimo politico»
Proprio Aust il 4 febbraio aveva definito Vannacci «un ottimo politico», rispondendo a una domanda riguardo il possibile ingresso dell’ex generale nella sua famiglia politica dopo l’esclusione dai Patrioti, di cui peraltro aveva già perso la vicepresidenza per volontà dei francesi del Rassemblement National a causa delle tesi esposte ne Il mondo al contrario.
Con Vannacci salgono a 28 gli eurodeputati sovranisti
Il gruppo dell’Europa delle nazioni sovrane, di estrema destra nazionalista, si è formato al Parlamento Ue il 10 luglio 2024, a seguito delle elezioni europee di giugno dello stesso anno. Conta 27 eurodeputati, la maggior parte dei quali (15) appartengono al partito tedesco Alternative für Deutschland. Ne fanno inoltre parte (tra gli altri) i francesi di Reconquête, i polacchi di Nowa Nadzieja, gli slovacchi di Repubblica e i bulgari di Rinascita. Con Vannacci i deputati di Esn diventeranno dunque 28.
Nella Lega post Vannacci ormai è guerra totale. Nei corridoi dei palazzi romani a incrociare le armi non sarebbero più solo le varie fazioni: salviniani del Sud contro nordisti, lombardi fedeli al segretario contro dirigenti vicini al ‘partito dei governatori’, pasionarie anti-Islam contro ex vannacciani, veneti zaiani contro veneti del nuovo corso. Dai gruppi parlamentari la balcanizzazione pare essersi trasferita anche sui collaboratori. Ed è così che l’ufficio stampa della Lega, dal Mit al gruppo alla Camera e al Senato, è da tempo uno dei luoghi più infuocati della Roma leghista. L’arrivo dell’ex direttore del Tempo di Antonio Angelucci, Davide Vecchi, avrebbe aumentato le tensioni.
Le accuse della vecchia guardia all’ex direttore del Tempo
Ritenuto vicino alla fidanzata di Matteo Salvini, Francesca Verdini, Vecchi sarebbe accusato dalla vecchia guardia dell’ufficio stampa di aizzare i parlamentari l’uno contro l’altro, favorire i pasdaran come Domenico Furgiuele e Claudio Borghi e cercare di danneggiare i capigruppo di Camera a Senato, Riccardo Molinari e Massimiliano Romeo. Le accuse sarebbero pesanti e il clima incandescente, tanto che si parla di minacce di rese dei conti ‘fisiche’ tra una fazione e l’altra dell’ufficio stampa. A Montecitorio si attendono il redde rationem per la prossima settimana, quando finalmente il capo tornerà da Milano-Cortina e trascorrerà qualche giorno a Roma prima di tornare fisso sulle piste fino alla conclusione delle Paralimpiadi.
Il ministro dell’interno Matteo Piantedosi ha informato il Consiglio dei ministri di aver individuato le date per lo svolgimento delle elezioni comunali 2026. Si voterà il 25 e il 26 maggio per il rinnovo del sindaco e del consiglio comunale di 626 comuni delle regioni a statuto ordinario. Tra questi ci sono 15 capoluoghi di provincia, ovvero Venezia, Reggio Calabria, Lecco, Mantova, Arezzo, Pistoia, Prato, Fermo, Macerata, Chieti, Avellino, Andria, Trani, Crotone, Salerno. Il successivo eventuale turno di ballottaggio avrà luogo il 7 e l’8 giugno.
Una viaggiatrice polacca dell’Internet, Karosolotravel, ha scatenato il putiferio a Bologna dicendo che la città semplicemente fa schifo: «C’è puzza di urina dappertutto e sembra che non venga pulita da anni. Perché le autorità cittadine non puliscono le strade e i palazzi, che da arancioni sono diventati neri? Perché la gente su TikTok consiglia Bologna? È disgustosa».
Sotto le torri si respira già clima pre-elettorale
Boom. Il post sui social è diventato virale, rilanciato dagli sfidanti del sindaco Matteo Lepore, Pd, alle prossime Amministrative del 2027: Alberto Forchielli (sì, lui), Giovanni Favia (sì, sì, proprio lui) e Alberto Zanni (il presidente di Confabitare) sono candidati civici alle elezioni bolognesi dell’anno prossimo. La città è già in clima pre elettorale, c’è una vibrante tensione, basta poco per scatenare le teorie del complotto, come quella del sindaco Lepore, secondo cui «la destra ha scelto dei finti candidati civici, finanziandoli, per correre alle prossime elezioni e per attaccare e insultare il sindaco, parlare male di Bologna e diffondere false notizie tutti i giorni, senza alcun timore». Ri-boom. I tre civici non l’hanno presa bene. «Il sindaco di Bologna Matteo Lepore sta dando segni evidenti di nervosismo», ha commentato Zanni, candidato della lista Una Nuova Bologna. «Definire i candidati civici “non veri” e “pagati dal centro-destra” significa non voler discutere nel merito. È un modo per accendere la tifoseria invece di affrontare i problemi»
La battaglia sul Cpr tra De Pascale e Lepore (appoggiato dal Nazareno)
E i problemi in Emilia-Romagna, Bologna compresa, non mancano. Uno riguarda la vicenda del Cpr, di cui ci siamo già occupati. Nelle ultime ore, negli ultimi giorni, sta andando in scena un duello fra il presidente della Regione Emilia-Romagna, Michele De Pascale, e il Pd bolognese. Il presidente, che già si è esposto, ha rilanciato il dialogo con il governo sulla sicurezza: «Sul tema dell’espulsione dei soggetti socialmente pericolosi», ha detto intervenendo in Assemblea legislativa, «le istituzioni si devono parlare e l’Emilia-Romagna, al tavolo col governo, si deve sedere e portarci tutti gli elementi e le proposte di miglioria e critica». Perché se i Cpr oggi «hanno un problema di umanità e di efficacia», ha continuato il successore di Stefano Bonaccini, si può «entrare nel merito» per modificarli, a patto però «che la volontà non sia quella di fare propaganda politica». De Pascale poi rilancia: sulla falsariga degli stati generali dem sulla sanità che si terranno a Milano, propone un momento di confronto anche sulla sicurezza, perché «ci sono tante voci da ascoltare, a partire dai sindacati di polizia, sono certo che il Pd lo farà».
Michele De Pascale (Imagoeconomica).
Lepore dal canto suo ribadisce il suo no: finché il sindaco è lui, non si faranno centri a Bologna. A dargli manforte è arrivato anche lo stop del Nazareno: «Non riteniamo necessaria la costruzione di nuovi Cpr», ha tagliato corto Igor Taruffi, responsabile organizzazione e braccio destro di Elly Schlein. «Il Pd nazionale in queste settimane è impegnato in un importante e prezioso percorso di ascolto del Paese incentrato su vari temi. La sicurezza è uno di questi», ha spiegato. Un tema complesso che «mal si presta a semplificazioni e a spot propagandistici».
Elly Schlein e Igor Taruffi (Imagoeconomica).
Il destra-centro approfitterà delle spaccature?
Con a Palazzo d’Accursio il vulcanico Forchielli le cose, dice lui, sarebbero diverse: «L’aggressore dell’ultimo accoltellamento, irregolare con precedenti, è stato portato in un Cpr. Ma quale? In Emilia-Romagna non ce n’è nemmeno uno, perché l’Amministrazione locale si è sempre opposta alla loro realizzazione. Si chiede fermezza, ma si negano gli strumenti per applicarla», ha scritto qualche giorno fa su Facebook. Quella di Bologna sarà inevitabilmente una campagna elettorale sulla sicurezza. I dati peraltro sembrano dare ragione a chi dice che quantomeno un problema c’è e non va sottovalutato. Secondo l’ultimo reportsulla qualità della vita del Sole24 Ore, per quanto riguarda la voce “Giustizia e sicurezza”, la provincia di Bologna è al 102° posto su 107, mentre nell’indice di criminalità è al quarto. Al che viene da chiedersi se il Pd possa davvero rischiare qualcosa nel capoluogo di un’altra (ex) Regione rossa. «Fino a che Unipol e Coop sostengono il centrosinistra non succederà niente», ci dicono da Bologna, dove comunque c’è un’aria frizzante ancorché un po’ acida. Il destra-centro potrebbe approfittare della situazione, del caos, ma Galeazzo Bignami e Marco Lisei, due campioni della destra meloniana bolognese, mica hanno voglia di rischiare di fare una figuraccia.
Il futuro di Luca Zaia quasi sicuramente non sarà a Ca’ Farsetti. L’ipotesi di una sua candidatura a sindaco di Venezia per quanto suggestiva pare essere tramontata. Con buona probabilità il centrodestra deciderà di puntare sulla continuità con Simone Venturini, ex Udc e assessore al Turismo della Giunta Brugnaro. Mentre è già noto lo sfidante: il segretario regionale del Pd Andrea Martella. Un rischio per la maggioranza di governo visto che nella Serenissima alle ultime Regionali – unico caso in Veneto – il candidato di centrosinistra Giovanni Manildo aveva battuto seppur di poco Alberto Stefani.
Simone Venturini (Imagoeconomica).
La domanda è cosa farà allora l’ex Doge. L’opzione più plausibile resta al momento una candidatura alle Politiche del 2027 con l’obiettivo di occupare una poltrona di peso come la presidenza di una Camera o perché no un ministero. Molto però dipende dalla tenuta della Lega, visto che negli ultimi sondaggi di Swg per La7 danno il partito in caduta al 6,4 per cento (mentre Futuro Nazionale di Roberto Vannacci cresce di qualche punto percentuale portandosi al 3,6).
Luca Zaia con Matteo Salvini (Ansa).
Donzelli: «Zaia è una risorsa del centrodestra nazionale»
Il dossier Venezia per l’ex presidente dunque può essere archiviato. Lo ha lasciato intendere anche il meloniano Giovanni Donzelli. «Zaia, come è stata una grande risorsa, importantissima come presidente del Veneto, è una grande risorsa per l’Italia intera”, ha detto martedì il responsabile organizzazione di FdI, «quindi ci confronteremo serenamente con lui, ma è sicuramente un patrimonio di tutto il centrodestranazionale. Quindi comunque ha un valore che esula dalle questioni strettamente venete».
Altro che «sistema para-mafioso del Csm», come detto dal ministro della Giustizia Carlo Nordio, che non si è nemmeno preso la responsabilità della dichiarazione, scaricando il barile su una citazione passata del magistrato antimafia Nino Di Matteo. Per il Quirinale era arrivato il momento di fissare un punto, dopo che l’asticella delle sparate sul referendum si stava spostando sempre più in là. E così è sceso in campo il Sergio Mattarella, fisicamente, aprendo il plenum del Consiglio superiore della magistratura, quello che verrebbe “splittato” in due in caso di vittoria dei Sì. «Sono consapevole che non è consueta la presenza del presidente della Repubblica per i lavori ordinari del Consiglio. Per quanto mi riguarda non si è mai verificata in 11 anni. Mi hanno indotto a questa decisione la necessità e il desiderio di sottolineare, ancora una volta, il valore del ruolo di rilievo costituzionale del Csm». Una stilettata per il Guardasigilli e tutto il governo Meloni, impegnati sempre di più nell’opera di delegittimazione dei giudici in vista dell’appuntamento referendario del 22-23 marzo.
Sergio Mattarella presiede l’assemblea del Csm (foto Imagoeconomica).
In una breve dichiarazione, Mattarella ha espresso «la necessità e l’intendimento di ribadire il rispetto che occorre nutrire e manifestare, particolarmente da parte delle altre istituzioni, nei confronti di questa istituzione». Quindi ha aggiunto: «Il Csm non è esente, nel suo funzionamento, da difetti, lacune, errori e nei cui confronti non sono, ovviamente, precluse critiche. Come, del resto, si registrano difetti, lacune, errori e sono possibili critiche riguardo all’attività di altre istituzioni della Repubblica, siano esse parte del potere legislativo, di quello esecutivo, di quello giudiziario». Il Csm dovrebbe rimanere fuori dallo scontro: «In questa sede, che rimane e deve rimanere rigorosamente istituzionale ed estranea a temi o controversie di natura politica, più che nella funzione di presidente di questo Consiglio come presidente della Repubblica, avverto la necessità di rinnovare con fermezza l’esortazione al rispetto vicendevole. In qualsiasi momento, in qualsiasi circostanza. Nell’interesse della Repubblica». Formalmente la presidenza del Csm spetta al capo dello Stato secondo l’articolo 104 della Costituzione, ma di solito non viene esercitata per rispettare la separazione dei poteri. Questa volta Mattarella ha voluto far sentire la sua presenza. Nordio avrà recepito il messaggio?
C’è il pienone dal numero uno della Fabi
“Homo Fabi”. “Un uomo solo al comando”. “Il sinbancalista”. Sono solo tre dei numerosi soprannomi che vengono affibbiati a Lando Maria Sileoni, il numero uno di Fabi, il sindacato dei bancari. Sileoni ci sa fare: dal 3 al 5 marzo, a Milano, negli East End Studios, mette in scena l’evento “Next generation bank. Come eravamo, come siamo, come saremo”, una gigantesca kermesse che servirà a far capire, ancora una volta, quanto conta il suo sindacato. È il consiglio nazionale numero 130, per Fabi: l’elenco dei giornalisti chiamati a moderare tavole rotonde è lunghissimo e copre (quasi) ogni parte del mondo dell’editoria tradizionale, tra tivù e giornali (manca giusto Il Fatto Quotidiano). Per il mondo del credito e dell’economia, ecco Antonio Patuelli, presidente dell’Abi, Matteo Spanò, vicepresidente di Federcasse, le testimonianze di Corrado Passera, Alessandro Profumo, Piero Luigi Montani e Fabrizio Viola per ripercorrere «la banca di ieri, fondata su sportelli, territorio e relazioni personali, per metterla a confronto con la banca di oggi e con quella che verrà». Attesi Ilaria Dalla Riva, Roberto Cascella (Intesa Sanpaolo), Fiorella Ferri (Mps), Roberto Speziotto (Banco Bpm), Andrea Merenda (Bper), Geraldine Conti (Bnl Bnp Paribas) e Matteo Bianchi (Crédit Agricole Italia), insieme con l’ex presidente del Casl, Francesco Micheli, e Donato Masciandaro che analizzerà gli scenari della politica economica internazionale, Alberto Brambilla che «si soffermerà sull’importanza del welfare e delle tutele sociali in una fase di profondi cambiamenti economici e demografici». E poi, pranzi, cene, gadget…
Lando Maria Sileoni della Fabi (foto Imagoeconomica).
Scholz alla Link (e c’è pure Boccia)
Il 19 febbraio l’Università degli Studi Link di Roma conferirà il premio “Economia, Salute e Società” a Bernhard Scholz, presidente della Fondazione Meeting per l’amicizia fra i popoli Ets, che svolgerà una lectio magistralis dal titolo “La libertà è il bene”. La lezione sarà preceduta dagli interventi del magnifico rettore della Link, Carlo Alberto Giusti, del presidente del Consiglio di Stato, Luigi Maruotti, e Incoronata Boccia, capa dell’ufficio stampa Rai data tra i nomi papabili per la direzione del Tg1, nonostante (o forse proprio per quello) vecchie sparate su aborto e Gaza. In occasione della prima edizione, il premio è stato assegnato ad Antonio Patuelli, presidente dell’Associazione bancaria italiana. A Scholz sono stati riconosciuti «grandi meriti nelle attività per il sociale svolte nei diversi contesti in cui ha operato, in particolare alla guida della Scuola di Impresa Sociale della Fondazione per la Sussidiarietà, della Compagnia delle Opere e della Fondazione Meeting per l’amicizia fra i popoli».
Bernhard Scholz (foto Imagoeconomica).
Napoli a fuoco, le canzoni alla Camera
Il teatro Sannazaro è andato a fuoco, e mercoledì il ministro della Cultura Alessandro Giuli effettua un sopralluogo per constatare i danni. Per una singolare coincidenza, nello stesso momento, la Commissione Cultura della Camera svolge le «audizioni nell’ambito della discussione della risoluzione sulla valorizzazione della canzone napoletana classica».
Il capo dello Stato Sergio Mattarella ha presieduto il plenum del Consiglio superiore della magistratura per la prima volta in 11 anni. Una decisione che arriva dopo giorni di polemiche sul Csm, inclusa quella innescata dal ministro della giustizia Carlo Nordio che ha parlato delle correnti al suo interno come di un «sistema para-mafioso». «Sono consapevole che non è consueta la presenza del presidente della Repubblica per i lavori ordinari del Consiglio», ha detto il capo dello Stato aprendo la seduta. «Mi hanno indotto a questa decisione la necessità e il desiderio di sottolineare, ancora una volta, il valore del ruolo di rilievo costituzionale del Csm e il rispetto che occorre nutrire e manifestare particolarmente da parte di altre istituzioni nei confronti di questa istituzione», ha aggiunto. Dopo il voto all’unanimità della pratica della nona commissione relativa al progetto finanziato dalla UeJudialogue, Mattarella ha sospeso la seduta e ha lasciato la sede del Csm.
«Come ho commentato le parole di Gratteri, commento anche quelle di Nordio. Evitiamo aggettivi, attacchi e insulti e parliamo del merito» della riforma della giustizia. L’appello alla moderazione arriva da Matteo Salvini dopo l’ennesima uscita del Guardasigilli Carlo Nordio che aveva definito il Csm un «sistema para mafioso». «Vedo molto nervosismo a sinistra e in certi ambienti della magistratura», ha continuato il vicepremier leghista al termine della visita al Villaggio olimpico (del resto il Capitano tra apparizioni sulle piste, karaoke e selfie con atleti è diventato la terza mascotte dei Giochi). Gli italiani «non voteranno pro o contro Salvini, Nordio, Gratteri, il governo, la Schlein. Conto che tutti abbiano toni più tranquilli».
Matteo Salvini alla mostra Dal sogno alla realtà (Imagoeconomica).
Sui social evapora il tono istituzionale
Se però dai microfoni dei cronisti si passa ai social la musica cambia. Il tono istituzionale evapora e di “merito” non v’è più traccia. Più o meno nelle stesse ore in cui Salvini invitava alla moderazione, sulla sua bacheca attaccava i giudici. «Rapine, minacce, furto aggravato e resistenza a pubblico ufficiale. Era conosciuto per le sue spacconate sui social: ora in carcere. E speriamo che nessun giudice lo faccia uscire prima…».
Commentando invece la nuova imputazione di omicidio stradale per «eccesso colposo nell’adempimento del dovere» per il carabiniere alla guida dell’auto coinvolta nello schianto che a Corvetto costò la vita a Ramy Elgaml, tuona: «Giù le mani dalle nostre Forze dell’Ordine! Questa non è “giustizia”, questa è una vergogna. Motivo in più per votare SÌ al Referendum del 22 e 23 marzo» (non è ben chiaro quale sia il nesso).
C’è poi il vecchio adagio del «clandestino da risarcire, il giudice ci impone di dargli 700 euro». Et voilà l’appello del Capitano: «La Giustizia ha bisogno di cambiare in meglio. Per questo voteremo SÌ al referendum del 22-23 marzo». Il referendum della Giustizia si trasforma così in un referendum contro la magistratura o contro alcune sue sentenze.
Poteva mancare la famiglia nel bosco? Qui la comunicazione è più sottile. Basta scrivere giustizia tra virgolette e il gioco è fatto.
Un Doge per Venezia? L’ipotesi di una candidatura di Luca Zaia a sindaco alle elezioni della prossima primavera è suggestiva, ma sempre meno realistica. Vero, l’ex governatore non ha mai chiuso del tutto la porta. E considerando le 7 mila preferenze raccolte in città alle Regionali 2025, la sua corsa sarebbe in discesa. Non solo: Fratelli d’Italia a livello nazionale ha già garantito al leghista «il massimo appoggio», segno del rapporto stretto da Zaia con Giorgia Meloni (e anche a Matteo Salvini non dispiacerebbe sistemarlo a Venezia togliendosi così un potenziale disturbatore). Il fatto è che l’ex governatore pare avere obiettivi diversi. Nel 2027 sono in programma le Politiche e potrebbe aprirsi per lui la possibilità di tornare al governo da ministro o essere eletto presidente della Camera, poltrona su cui ora siede il collega leghista Lorenzo Fontana. Oppure l’ex governatore potrebbe ambire a un ruolo di primo piano nella Lega. Difficile che Salvini lo nomini vicesegretario (una poltrona che a Zaia comunque andrebbe stretta), ma, visto il ciclone Vannacci, potrebbe riprendere piede il progetto di Lega del Nord sul modello Cdu-Csu, finora scartato dal leader. Su ogni piano aleggia poi l’incognita referendum. Il fronte del no tallona quello del sì e un eventuale sorpasso rischia di avere effetti anche sui voti locali. Pure a Venezia. Meglio dunque non rischiare. Resta il fatto che, a pochi mesi dall’appuntamento con le urne, il centrodestra non ha ancora un candidato ufficiale per la città, a differenza del fronte progressista che ha schierato per tempo Andrea Martella, segretario regionale dem. La coalizione potrebbe allora puntare su Simone Venturini, attuale assessore al Turismo. Un segno di continuità con Luigi Brugnaro e la giunta uscente.
Luca Zaia, Giorgia Meloni e Matteo Salvini (foto Imagoeconomica).
Il party per i 50 anni della top manager
Serata molto allegra per festeggiare il compleanno di Rosalba Benedetto (siciliana, 50 anni dichiarati anche sulla torta), vicepresidente di Banca Ifis. Ad accogliere gli ospiti nella Residenza Vignale, location di charme nel centro di Milano, un carrettino siciliano con limoni e arance, come siciliana è stata tutta la cena, composta da arancini, sarde a beccafico e grande torta di cassata. Tra gli ospiti Francesco Specchia, portavoce e capo ufficio stampa del ministro della Giustizia Carlo Nordio, Osvaldo De Paolini, condirettore del Giornale, il giornalista Claudio Antonelli, Patrizia Rutigliano, Gianluca Comin, Fabiana Giacomotti, Giovanni Bernabei, Monica Provini, Elena Di Giovanni, l’amministratore delegato di Prelios Luigi Aiello, Marco Forlani e Roberto Papetti, direttore de Il Gazzettino. E naturalmente Ernesto Fürstenberg Fassio, proprietario di Ifis, assieme al team della banca. Prezzario dei regali, visto il parterre, in sintonia con le lussuose tasche.
La longevità di Daniele Franco
«Mai come oggi il tema della longevità ha occupato il dibattito pubblico e suscitato tanto interesse. La consapevolezza odierna che non solo singoli individui ma intere società stanno invecchiando e che la durata e la qualità della vita degli anziani stanno via via migliorando, assieme all’incertezza su quale sia il limite ultimo alla durata della vita, inducono a riflettere sulle implicazioni di questo processo. È un tema che va affrontato da molteplici prospettive scientifiche, economiche e politiche; ma anche filosofiche e culturali e quindi artistiche, storiche, spirituali»: lo ha detto Daniele Franco, classe 1953, ex ragioniere generale dello Stato dal 2013 al 2019, quindi direttore generale della Banca d’Italia e poi nominato ministro dell’Economia e delle Finanze nel governo di Mario Draghi, ora direttore scientifico della Fondazione Giorgio Cini, a Venezia. E proprio “l’aspirazione umana alla longevità” è il cantiere tematico della fondazione per il 2026, con workshop, conferenze, giornate di studio e un simposio internazionale. Tutto, dopo una lunga serie di iniziative che hanno avuto al centro dell’attenzione Giacomo Casanova e la sua vita. Chissà cosa combinerà durante il martedì grasso, a Venezia.
Prosegue lo scontro attorno al referendum del 22 e 23 marzo. Il ministero della Giustizia, tramite un documento firmato dal capo di Gabinetto Giusi Bartolozzi e inviato al presidente Cesare Parodi, ha chiesto all’Associazione nazionale magistrati «di rendere noto alla collettività, nell’ottica di piena trasparenza gli eventuali finanziamenti ricevuti dal Comitato ‘Giusto dire No’ da parte di privati cittadini», evidenziando «un potenziale conflitto» tra togati «in servizio iscritti all’Anm e privati sostenitori che finirebbero per praticare una forma di finanziamento indiretto» all’organismo.
Cesare Parodi (Imagoeconomica).
Pd: «Atto che sa tanto di liste di proscrizione»
«Un atto molto grave che sa tanto di liste di proscrizione», ha denunciato immediatamente il Pd tramite la deputata Debora Serracchiani. Peppe De Cristofaro, capogruppo di Avs al Senato, ha invece parlato di «intimidazione». La maggioranza, ovviamente, si difende. Il deputato Enrico Costa di FdI ha parlato di «semplice richiesta di chiarezza», per evitare potenziali conflitti di interessi. Così Maurizio Gasparri, presidente dei senatori di FI: «Per i partiti ci sono regole precise. Vadano ad esempio sul sito del nostro partito e troveranno, come la legge prevede, nomi e cognomi di quanti danno dei contributi ai sensi di legge. Perché l’Anm dovrebbe avere dei finanziatori occulti e non trasparenti?».
La sede del Ministero della Giustizia (Ansa).
La replica di Di Matteo a Nordio sul Csm
Oggi, dopo essere stato tirato in ballo dal ministro della Giustizia Carlo Nordio in merito alle correnti del Csm, il magistrato Nino Di Matteo ha replicato al Guardasigilli, accusandolo di aver strumentalizzato le sue parole del 2019, quanto presentando la sua candidatura al Csm aveva parlato di «degenerazione del correntismo», e di accentuare «il rischio di un sempre più stringente controllo politico sul Csm e sull’intera magistratura, con grave rischio per la tutela delle garanzie e dei diritti di ogni cittadino». Nell’intervista al Mattino che ha causato polemiche tra le opposizioni e la stessa magistratura, Nordio – che si è anche scontrato con Nicola Gratteri– aveva definito le correnti del Csm come parte di un «meccanismo para-mafioso», parlando di «verminaio correntizio» e «mercato delle vacche». Il batti e ribatti è nato Nel 2019 il pm antimafia Di Matteo, presentando la sua candidatura al Csm, aveva parlato di «degenerazione del correntismo».
Il Veneto continua ad agitare la Lega e con essa pure il centrodestra. Perché questa volta a infiammare gli animi sono le candidature alle Suppletive per sostituire Massimo Bitonci e Alberto Stefani che hanno lasciato il Parlamento per traslocare a Palazzo Balbi.
Bizzotto al Mimit e Tosato alla commissione per il federalismo
I frontrunner della coalizione per i collegi uninominali di Padova e Rovigo, come anticipato da Lettera43, sono Giulio Centenaro e il tesoriere del partito Alberto Di Rubba, bergamasco e dunque lombardo, ma questo è solo uno dei problemi.
Giulio Centenaro con Alberto Stefani (dal profilo Fb di Centenaro).
Il vero punto infatti è il criterio con cui sono stati scelti. Secondo la versione ufficiale, la decisione sarebbe stata presa dal direttivo della Liga Veneta, come confermato dai vicesegretari della Liga, il capodelegazione al Parlamento Ue Paolo Borchia e Riccardo Barbisan. Il pacchetto comprendeva anche le nomine della bassanese Mara Bizzotto a sottosegretaria al Mimit (al posto sempre di Bitonci) e di Paolo Tosato alla presidenza della commissione bicamerale per l’attuazione del federalismo (al posto di Stefani). Due contentini che però non hanno indorato a sufficienza la pillola.
Mara Bizzotto con Claudio Durigon (Imagoeconomica).
I malumori per Centenaro, ex fan di Vannacci
Nel direttivo della Liga non tutti però hanno confermato questa versione, anzi. Le candidature non sarebbero infatti state discusse, a eccezione di un accenno a Di Rubba. Tra l’altro anche Centenaro genera qualche malumore visto che è stato tra i primi veneti a essere folgorato da Roberto Vannacci. I vertici di via Bellerio per ora tacciono, ma il malcontento che sta montando nelle chat potrebbe sfociare in ricorsi una volta depositate le liste. Tra i più neri, nel Padovano, ci sono Daniele Canella, sindaco di San Giorgio delle Pertiche ed escluso dalle liste delle Regionali, e Giuseppe Pan, già capogruppo in Regione e sindaco di Cittadella, prima eletto e poi escluso dal Consiglio regionale. a Palazzo che ha mancato l’ingresso a Palazzo Ferro-Fini. Ma è nel Rovigotto che si registrano le reazioni più dure. Nel Polesine infatti era data per scontata la candidatura di Laura Cestari rimasta fuori dal Consiglio regionale. Anche qui già si minacciano boicottaggi alle urne.
Laura Cestari (dal profilo Fb).
L’affondo di Erik Pretto: «Liga umiliata»
La tensione è ben riassunta dallo sfogo del deputato vicentino e consigliere federale Erik Pretto:«La scelta di designare un candidato non veneto per le elezioni suppletive solleva forti perplessità, sia nel metodo che nel merito», ha tuonato. «Quanto al metodo, non risulta nessuna deliberazione degli organi preposti né in sede regionale né in sede federale. Quanto al merito, in un periodo delicato nel quale dobbiamo fare i conti con uno strutturale calo dei consensi, sarebbe stato molto più utile scegliere una persona del territorio, che lo conosca profondamente e che ne comprenda le specifiche istanze, per poter poi rappresentarlo appieno, dialogando con le comunità che lo abitano. Politicamente, un seggio parlamentare non può essere gestito alla stregua di un consiglio d’amministrazione o di un collegio sindacale». Poi l’affondo: «La verità è che la Liga Veneta subisce con umiliazione questa scelta. Senza orgoglio, senza difesa della nostra identità, come si potranno motivare adeguatamente i nostri operosi militanti?».