Trump e l’equilibrismo impossibile dell’amica Meloni

Essere amici di Donald Trump è assai difficile. Ne sanno qualcosa i vari Giuseppi che, pur vantando solide relazioni presidenziali con il padrone della Casa Bianca, sono stati costretti a venire a patti con la Realpolitik americana. Il Giuseppi del 2026 si chiama, come noto, Giorgia Meloni. È lei ad aver definito «legittima» la cattura di Nicolás Maduro perché trattasi, ha detto la presidente del Consiglio, di un intervento di «natura difensiva».

Trump e l’equilibrismo impossibile dell’amica Meloni
Donald Trump con Giorgia Meloni, in occasione della firma dell’accordo di pace su Gaza, al vertice di Sharm el-Sheikh (Ansa).

E se Trump attaccasse la Groenlandia?

Il problema per gli amici di Trump di casa nostra è che dopo il Venezuela potrebbe arrivare la conquista della Groenlandia, ancora non è chiaro se via intervento militare o tramite regolare acquisto con fattura, come potrebbe voler fare invece il presidente americano, abituato a trattare tutto come se fosse la compravendita di un palazzo di New York (Marco Rubio, segretario di Stato, l’ha già comunicato ai parlamentari americani: pin e tasto verde). Il problema, dunque, sempre per gli amici di Trump, è che uno si trova invischiato in cose di cui forse vorrebbe fare a meno. La destituzione di un dittatore è, invero, sempre una buona notizia, ma Trump non si sa fin dove potrebbe spingersi. E se davvero attaccasse la Groenlandia, che fa parte della Danimarca, la quale a sua volta fa parte della Nato? Stephen Miller, vice capo dello staff alla Casa Bianca e mastino trumpiano, dice che gli «Stati Uniti dovrebbero avere la Groenlandia come parte degli Stati Uniti» e che nessuno vorrà mai avere militarmente a che fare con gli Stati Uniti. Che dirà Meloni nel caso in cui Trump non riuscisse a comprare, giocando al Monopoli internazionale, la Groenlandia? Che cosa farà Antonio Tajani, ministro degli Esteri?

Trump e l’equilibrismo impossibile dell’amica Meloni
Giorgia Meloni e Antonio Tajani (Ansa).

Con The Donald ogni equilibrismo diventa impossibile

Il problema di essere amici di Trump è che il mondo in cui vive il presidente degli Stati Uniti non consente sfumature. È un mondo polarizzato come la stessa società americana, dove il ricorso alla violenza politica è strategico e sovrastrutturale. O si è con Trump o si è contro Trump. O si è con l’Ice, la polizia anti-immigrazione, o si è contro l’Ice, e ci si becca una pallottola in testa, come la 37enne Renee Nicole Good. E questa polarizzazione imposta a chiunque, amico, nemico, passante della storia, rende impossibile il mestiere in cui Meloni eccelle: quello di equilibrista. La presidente del Consiglio è il collante di cui il governo ha bisogno, non quello che si merita, ma l’equilibrio vale entro certi limiti. E soprattutto Trump fa perdere l’equilibrio a tutti. Persino Matteo Salvini si è risentito per l’operazione venezuelana (sarà che l’amico Vladimir Putin, un altro che ti mette in brutte situazioni, si è accigliato) e si è ritrovato a citare il Papa. Ha detto che «nessuno avrà nostalgia di Maduro, responsabile di aver affamato e oppresso per anni il suo popolo», ma «per la Lega la strada maestra per risolvere le controversie internazionali e chiudere i conflitti in corso deve tornare a essere la diplomazia, rispettando il diritto dei popoli a decidere del proprio futuro». Sicché, ha detto ancora Salvini, «illuminanti al proposito le parole del Papa, che chiede di garantire la sovranità nazionale del Venezuela e assicurare lo stato di diritto». Il Papa notoriamente viene citato dai politici solo quando fa comodo; anche se fosse una volta ogni 10 prese di posizione che prende. Illuminante dunque, sì, ma soprattutto sui tic di alcuni leader di partito che fanno cherry picking tra le molte dichiarazioni papesche per darsi cristianamente un tono. 

Trump e l’equilibrismo impossibile dell’amica Meloni
Matteo Salvini (Imagoeconomica).

Il filo-atlantismo italiano rischia di diventare una gabbia

Trump è in carica da un anno e più passa il tempo e più mena fendenti sui capisaldi liberaldemocratici. L’Italia non può rinunciare certamente a posizioni filo-atlantiste, lo dice la sua storia, che poi è una storia di co-dipendenza sentimentale ma anche culturale, non solo italiana ma in fondo europea; così però facendo rischia di accettare senza battere un sopracciglio qualsiasi decisione di Trump, pronto come in una canzone di Calcutta a fare una svastica a Bologna solo per litigare. Pronto a conquistare la Groenlandia solo per litigare. 

Guido De Sanctis nuovo Ambasciatore d’Italia in Uzbekistan

Guido De Sanctis ha assunto l’incarico di ambasciatore d’Italia in Uzbekistan, con accreditamento anche in Tagikistan. «Opererò per rafforzare dialogo politico, cooperazione economica, scientifica e culturale, gli scambi tra istituzioni e opportunità per imprese e cittadini, anche nel contesto dell’iniziativa Italia+5 in Asia Centrale», ha dichiarato il diplomatico.

La carriera diplomatica di Guido De Sanctis

Laureato in Scienze Politiche presso l’Università Luiss di Roma, De Sanctis ha intrapreso la carriera diplomatica nel 1991. Il suo primo incarico all’estero è stato a Kyiv, dove è arrivato a ricoprire il ruolo di primo segretario commerciale. Dopo un periodo a Berna, nel 2000 è rientrato a Roma alla Direzione Generale Paesi Europa. Consigliere commerciale a Tripoli nel 2002, nel 2006 è stato nominato consigliere a Mosca. Nel 2011 l’incarico alla Farnesina come capo Ufficio VI della Direzione Generale Italiani all’Estero e Politiche Migratorie. Nello stesso anno è stato scelto come console generale a Bengasi, in Libia. Nel 2012 è stato nominato ambasciatore a Doha, in Qatar. Nel 2017 è stato a capo dell’Unità per la Federazione Russa, l’Europa orientale, il Caucaso e l’Asia centrale della Direzione Generale Affari Politici e Sicurezza. Nel 2018 è stato a Mosca, con l’incarico di ministro consigliere e poi con funzioni di ministro. Nel 2022 ha prestato servizio fuori ruolo presso l’Osce con l’incarico di capo della missione in Albania. Dal 2023 è di nuovo fuori ruolo presso il ministero della Difesa quale consigliere diplomatico del ministro, incarico ricoperto fino alla nomina di ambasciatore a Tashkent.

Nicola Lener nuovo Ambasciatore d’Italia in Australia

Nicola Lener ha assunto l’incarico di ambasciatore d’Italia a Canberra. Lo rende noto la Farnesina. Nato il 18 agosto 1968 a Cagliari, dove si è laureato in Giurisprudenza, Lener ha avviato la carriera diplomatica nel 1993. Prima di assumere le funzioni di ambasciatore in Australia, ha svolto al ministero degli Esteri le funzioni di Coordinatore per le attività di diplomazia giuridica multilaterale e prestato servizio anche alla Direzione generale per la promozione del sistema Paese (2014-2019). All’estero è stato ambasciatore ad Abu Dhabi (2019-2022), ministro consigliere a Ottawa (2010-2014), console generale a Casablanca (2006-2010) e responsabile della sezione economico-commerciale delle Ambasciate a Lima (1997-2001) e Amman (2001-2004).

Elezioni 2026 in Italia, tutti gli appuntamenti dal referendum alle comunali

Anche se non sono in programma nuove Regionali, il 2026 sarà comunque un anno con diversi appuntamenti elettorali di rilievo in Italia, in attesa delle Politiche che – in caso di arrivo alla scadenza naturale della legislatura – si terranno nel 2027. Dal referendum sulla riforma della giustizia alle Amministrative, ecco le principali votazioni del 2026 e quando si svolgeranno.

I capoluoghi interessati dalle Amministrative

Elezioni 2026 in Italia, tutti gli appuntamenti dal referendum alle comunali
Timbro su una tessera elettorale (Imagoeconomica).

Nella primavera del 2026 si terranno le elezioni amministrative nei Comuni che nel 2020 erano andati al voto in autunno, ovvero in ritardo a causa della prima ondata di Covid. La principale città interessata è Venezia: l’attuale sindaco Luigi Brugnaro, al secondo mandato, non potrà essere rieletto. Tra gli altri grandi Comuni interessati dalle elezioni della primavera c’è Reggio Calabria. Altri capoluoghi di provincia interessati dal voto sono Lecco, Mantova, Arezzo, Pistoia, Macerata, Fermo, Chieti, Andria, Trani, Crotone, Enna e Agrigento. Altre importanti centri dove si voterà sono Imola, Viareggio, Vigevano, Marsala e Quartu Sant’Elena. Non c’è ancora una data ufficiale per le elezioni: i cittadini saranno chiamati alle urne tra il 15 aprile e il 15 giugno.

Il referendum sulla riforma della giustizia

Elezioni 2026 in Italia, tutti gli appuntamenti dal referendum alle comunali
Un seggio elettorale (Imagoeconomica).

Nel 2026 si terrà anche il referendum confermativo riguardante la riforma costituzionale della giustizia che, promossa dalla maggioranza, prevede la separazione delle carriere dei magistrati e ridisegna gli organi di governo autonomo e disciplinari. Si sa che il voto sarà spalmato su due giorni, ma anche in questo caso non ci sono le date: il governo spinge per l’ipotesi delle urne aperte il 22 e 23 marzo

Le suppletive in Veneto per due seggi a Montecitorio

Altro appuntamento elettorale saranno le suppletive in Veneto per seggi parlamentari rimasti vacanti: entro il 9 marzo verranno scelti gli “eredi” del governatore Alberto Stefani (collegio uninominale 1 “Rovigo”) e di Massimo Bitonci (collegio uninominale 2 “Selvazzano Dentro”).

Riforma giustizia, il Nobel Giorgio Parisi: «Voterò no al referendum»

Il premio Nobel per la Fisica Giorgio Parisi ha spiegato le motivazioni della sua adesione al comitato “Società civile per il No” al referendum sulla riforma della giustizia in un’intervista a Repubblica. Al centro della sua posizione c’è la difesa dell’autonomia della magistratura: «Prima di essere uno scienziato sono un cittadino. E come cittadino questa battaglia mi interessa moltissimo perché penso che il punto fondamentale sia essenzialmente difendere l’indipendenza della magistratura», ha dichiarato. Secondo Parisi, la riforma in discussione ha una finalità precisa: «ha lo scopo di indebolire la magistratura». Da qui la scelta di schierarsi per il no «in difesa della sua indipendenza affinché i magistrati possano continuare a indagare anche i politici, che non devono ritornare a essere una casta di intoccabili».

Parisi: «Il referendum ha lo scopo di indebolire la magistratura»

Nel merito delle modifiche previste, Parisi ha espresso forti critiche sull’assetto del Consiglio superiore della magistratura: «Diviso a pezzi è infinitamente più debole di un singolo consiglio più grande e anche più facilmente scalabile». Per il fisico, anche il ricorso al sorteggio risponde alla stessa logica: «Si cerca di evitare che nel Consiglio superiore della magistratura ci siano persone di prestigio. Al contrario persone scelte a caso sono più facilmente influenzabili. Questo sarà l’unico caso in Italia in cui i rappresentanti di un gruppo vengono sorteggiati». Parisi ha infine ridimensionato l’impatto della consultazione sull’esecutivo, affermando che «il governo sopravviverà benissimo a questo referendum, qualsiasi sia l’esito», ribadendo però che «il referendum ha uno scopo ben preciso: indebolire la magistratura».

La normalizzazione dell’anomalia: il declino (inesorabile?) della politica

Normale. Già la parola è alquanto in disuso. Ma se associamo Paese, ovvero un Paese normale, dobbiamo fare un salto indietro di 30 anni, quando Massimo D’Alema ufficializzò in un saggio la sua passione, quasi un copyright, per quell’espressione che tenne banco politico per qualche anno. Giusto il tempo (1998-2000) dell’ascesa a Palazzo Chigi di un comunista (vero), per la prima volta nella storia della Repubblica italiana. Ma soprattutto del ritorno del berlusconismo, dopo la parentesi prodiana, che dimostrò con solare evidenza che l’Italia non era e non poteva essere un «Paese normale». Men che mai diventarlo.

La normalizzazione dell’anomalia: il declino (inesorabile?) della politica
Massimo D’Alema. Alle sue spalle, sullo schermo,Silvio Berlusconi (Imagoeconomica).

Da 30 anni in Italia tiene banco l’eccezionalità

Se scorriamo velocemente l’album della politica italiana vediamo infatti come a tenere banco dagli Anni 90 sia stata quasi sempre l’eccezionalità e non la normalità. Un’eccezionalità fatta da macchiette piuttosto che da composti uomini di Stato. Non c’è quasi più memoria dello scalcinato partito di Antonio Di Pietro, Italia dei Valori (IDV), con la pattuglia dei senatori Antonio Razzi, Domenico Scilipoti, e Sergio De Gregorio, “comprato” dal Cavaliere per fare saltare il governo Prodi. Ma anche l’abolizione per decreto della povertà, nella famosa apparizione del vicepremier M5s Luigi Di Maio dal balcone di Palazzo Chigi nel 2018, è un bel reperto di Paese andato a male.

Per non parlare dell’altro vicepremier, Matteo Salvini, in costume e mojito in mano mentre si improvvisa dj al Papeete di Milano Marittima.

La normalizzazione dell’anomalia: il declino (inesorabile?) della politica
Matteo Salvini al Papeete Beach di Milano Marittima (Ansa).

Le lacrime di Elsa Fornero riassumono l’ultimo ventennio politico

L’immagine di sintesi più appropriata dell’ultimo ventennio di politica nazionale è la ministra del governo Monti, Elsa Fornero, che annuncia la sua legge sulle pensioni piangendo. D’altra parte continua a essere da pianto, cioè disperata, la ricerca o anche solo l’evocazione di un «Paese normale». Perché come nel Gioco dell’oca si va, si fa, si gira ma alla fine si ritorna sempre al punto di partenza. Del resto i mali italiani (bassa crescita, giustizia lenta, debito pubblico elevato come l’evasione fiscale) sono sempre gli stessi da 30 anni e sul simbolo di Forza Italia figura ancora la scritta ‘Berlusconi Presidente’: forse il primo e unico caso in cui un leader, anche da morto, continua a essere un attore politico attivo.

La normalizzazione dell’anomalia: il declino (inesorabile?) della politica
Elsa Fornero in lacrime (Ansa).

La normalizzazione globale dell’estremismo di destra

Credo che il tragico e il ridicolo, perché diversamente sulla scena politica si vedrebbero altre persone e si farebbero altri discorsi, siano un dato di realtà, peraltro non esclusivo dell’Italia. Personaggi pittoreschi come Nigel Farage, capace però di fare grandi danni come la Brexit, o addirittura anti-sistema come Donald Trump sono accomunati ad autocrati vecchi e narcisi come Vladimir Putin e Recep Tayyp Erdogan e sovranisti di nuova generazione che ormai non si vergognano più di essere definiti neo-nazisti. Accade in Olanda e in Danimarca, ma soprattutto in Germania dove un’idea che si riteneva giustamente morta per sempre sembra risorgere. Lo denunciano i media tedeschi. Una sintesi è offerta dalla piattaforma di terza missione universitaria Stroncature e c’è una recente e ampia inchiesta di European Correspondent che illumina una realtà molto preoccupante, per chi crede nella democrazia e nella società aperta. The extreme is normal now è il titolo di un resoconto che mostra, con fatti e dati, come nel 2025 l’estremismo di destra abbia permeato la vita quotidiana in una misura mai vista dai tempi del nazismo.

La normalizzazione dell’anomalia: il declino (inesorabile?) della politica
Donald Trump e Vladimir Putin (Ansa).

Lo spettro del nazismo torna a inquietare la Germania

Questo veloce sommario ne offre un’efficace quadro: febbraio, Dresda. Una settimana prima delle elezioni federali circa 2.500 neonazisti , quasi il triplo rispetto l’anno precedente, marciano per celebrare l’80esimo anniversario del bombardamento della città da parte degli Alleati durante la Seconda Guerra Mondiale. Maggio, Gelsenkirchen: la città annulla il Pride per problemi di sicurezza, in un clima più ampio di ostilità dell’estrema destra verso gli eventi LGBTQ+. Novembre, Halle: Seitenwechsel, la prima fiera del libro di estrema destra, richiama migliaia di visitatori. Nel 2025, l’estremismo di destra è entrato a far parte della politica tedesca. Alternative für Deutschland è il secondo partito più grande del parlamento tedesco. Ma anche al di là della politica, la retorica e il simbolismo dell’estremismo di destra continuano a invadere strade, scuole e vita pubblica. Quest’anno il Bundesverband Mobile Beratung (BMB), un’organizzazione di team di consulenza contro l’estremismo di destra e la discriminazione, ha registrato un numero record di richieste. La maggior parte proviene dal settore dell’istruzione. Le scuole hanno segnalato bambini che cantano canzoni dell’era nazista, fanno il saluto nazista e disegnano svastiche. Ma il dato ben più preoccupante è che altri partiti hanno abbandonato il “firewall”, termine usato per riferirsi al principio informale di non cooperazione con l’estrema destra in Germania. Il BMB osserva come la Große Koalition guidata dalla Cdu del cancelliere Friedrich Merz e della quale fanno parte i socialdemocratici, stia normalizzando le narrazioni dell’estrema destra, trattando sempre più l’AfD «come qualsiasi altro partito di opposizione». 

La normalizzazione dell’anomalia: il declino (inesorabile?) della politica
I leader dell’AfD, Alice Weidel e Tino Chrupalla (Ansa).

Segnalare il rischio che la storia si ripeta serve a scongiurarlo

Disgraziatamente anche in Italia la normalizzazione dell’anormale è all’ordine del giorno. Uno strisciante neo fascismo assume nuove connotazioni che concorrono a mimetizzarlo e a renderlo meno spaventoso e quasi protettivo (sovranismo, anti-globalismo, no-vax) e si fa strada in un’opinione pubblica moralmente infiacchita e impaurita. In un simile contesto, il riflesso autoritario e d’ordine è già scattato da tempo. Ora segnalare che la situazione attuale è molto simile a quella che fra le due guerre mondiali nel secolo scorso portò in Europa l’ascesa dei regimi totalitari non equivale a sostenere che la storia sia destinata a ripetersi tale e quale. Ma considerarlo un rischio molto reale e incombente è l’unico modo per scongiurarlo. È urgente tuttavia che la politica e i politici rientrino in una normalità di comportamenti che da 30 anni è da tutti evocata ma quasi da nessuno praticata. Il Paese normale invocato da D’Alema continua a essere un espediente retorico. Un fantasma. È infatti Un Paese anormale – altro titolo di un saggio d’annata (1999) di Maurizio Costanzo – quello che ha continuato a crescere e svilupparsi, incurante d’ogni denuncia e d’ogni annunciata riforma. La sola cosa che è cambiata sensibilmente e in peggio è il clima politico, insieme con la qualità etica, le competenza e la credibilità dei vari leader e leaderini. Di sinistra ma soprattutto di destra.

La normalizzazione dell’anomalia: il declino (inesorabile?) della politica
Giorgia Meloni (foto Ansa).

Non ci resta che rimpiangere la destra liberale che fu

La speranza è l’ultima a morire. Ma visto che The extreme is normal now è molto difficile pensare che vi siano a breve realistiche alternative alla semplificazione del discorso pubblico, dominato dalla logica dell’intrattenimento e dalla polarizzazione. Un Paese normale, dove la scomparsa dei leader-social s’accompagni a quella dei cittadini-follower sembra sempre più lontano. Forse Non ci resta che piangere per evocare un altro reperto d’annata (il film di Roberto Benigni e Massimo Troisi del 1984). E rimpiangere la destra italiana degli Anni 70: padronale e classista, però saldamente antifascista e liberale. Aveva il volto quasi arcigno di Giovanni Malagodi e Ugo La Malfa rispettivamente segretari del Pli e Pri. Due leader politici che non ridevano nemmeno davanti al fotografo. Altri tempi si dirà: vero. Però come si può non rimpiangerli?

Autonomia e questione settentrionale: Zaia torna all’attacco

Non è chiaro se si tratti di un messaggio ai colleghi di partito (e della coalizione), di uno sfogo o solo di un modo furbo per riprendersi il palcoscenico mediatico. Sta di fatto che il leoncino alato è tornato a ruggire. Luca Zaia infatti non sembra aver intenzione di starsene tranquillo e serenissimo alla presidenza del Consiglio regionale del Veneto: ha interrotto il suo personale conto alla rovescia per le Olimpiadi invernali di Milano Cortina e ha preso carta e penna e vergare sul Foglio un intervento che somiglia molto, moltissimo, a un manifesto politico. A partire dal titolo: Appello per una svolta a destra.

I cinque punti cardine del centrodestra secondo Zaia

L’ex governatore leghista snocciola cinque punti «cardine» per il centrodestra che oggi, scrive, sente «una responsabilità storica: dimostrare di essere una forza di governo capace di leggere il presente per cantierare il futuro. Per i ragazzi di oggi, adulti di domani». Il primo punto, nemmeno a dirlo, è l’autonomia, «non è una concessione né un capriccio identitario». «Il centralismo ha prodotto due Italie», continua. «Credo che l’autonomia sia, prima di tutto, assunzione di responsabilità. Non posso non sottolineare come esista una questione meridionale inaccettabile moralmente e intollerabile. Ma esiste anche una questione settentrionale: poche regioni in larga parte del Nord producono il residuo fiscale che tiene in piedi servizi essenziali in tutta l’Italia». Segue la politica estera. «Non siamo una potenza militare, ma possiamo essere una superpotenza di diplomazia ed equilibrio, grazie anche all’ottimo lavoro di relazioni internazionali della presidente Meloni, che non si vedeva da molti anni e ha ridato posizione e standing al Paese», sottolinea Zaia, che non nasconde la profonda sintonia con la premier. «La stabilità politica restituisce credibilità», aggiunge. «L’Italia può essere ponte tra Ue e Usa».

Autonomia e questione settentrionale: Zaia torna all’attacco
La premier Giorgia Meloni con Luca Zaia (foto Ansa).

Il terzo punto riguarda Sicurezza e l’ordine pubblico perché «il rispetto delle regole non è né di destra né di sinistra, il popolo ce lo ricorda tutti i giorni, sono il fondamento della convivenza civile. I dati sulla popolazione carceraria raccontano un fallimento che non può essere ignorato. Sicurezza non significa militarizzazione, ma presenza». Nel manifesto-appello dell’ex Doge non possono mancare i giovani, «la vera infrastruttura nazionale» (ma non era il Ponte sullo Stretto?). Per questo l’Italia deve diventare un Paese «youth friendly, a misura di giovani». Infine l’ultimo punto è dedicato a Destra e Libertà. E qui devono essere fischiate parecchio le orecchie in via Bellerio. «La destra vincente», sottolinea Zaia, «è quella liberale. Lo dico con chiarezza: i temi etici, civili, del fine vita, non possono essere tabù ideologici. La destra di oggi non è quella di 50 anni fa. Le questioni legate ai diritti civili e la fine vita non possono essere liquidate con un sì o un no pregiudiziale. Una destra matura non impone visioni».

Autonomia e questione settentrionale: Zaia torna all’attacco
Luca Zaia e Matteo Salvini (Imagoeconomica).

L’entusiasmo di Grimoldi e del Patto per il Nord

Zaia avrà anche archiviato (o congelato) il progetto di una Lega del Nord sul modello della Csu-Cdu tedesche, e le ambizioni di federatore del Nord ma il suo programma suona come un avvertimento – gentile – nei confronti di Matteo Salvini ora occupato nel riposizionamento della Lega sul caso venezuelano. Non a caso, tra i primi a salutare l’uscita dell’ex Doge è stato l’ex leghista Paolo Grimoldi, ora segretario federale del Patto per il Nord, «forza politica liberale, moderna e federalista che vuole creare le condizioni per i giovani del Nord di restare, alle industrie di tornare ad essere competitive a livello globale, ai cittadini di vivere in luoghi sicuri e produttivi», sottolinea sui social. «Siamo certi che questa sia anche la posizione di Zaia. Ciò che invece non possiamo sapere è se l’ex governatore del Veneto abbia voluto mandare un messaggio interno al suo partito, per un dibattito però che non c’è e forse mai ci sarà dal momento che è dominante la linea nazionalista, sovranista e statalista di Salvini e Vannacci, oppure se abbia espresso una posizione personale legata più al suo futuro che non a quello della Lega». Si vedrà.

Autonomia e questione settentrionale: Zaia torna all’attacco
Il post di Paolo Grimoldi su Fb.

Nomine delle partecipate, aria di grandi cambiamenti sulle presidenze

In vista delle nomine di aprile delle grandi partecipate pubbliche, la giostra dei nomi ha già iniziato a girare. Il governo Meloni, almeno stando ai desiderata che si raccolgono nei corridoi di Palazzo Chigi, punta alla riconferma dei capi azienda nominati tre anni fa, ma lascia intendere grandi cambiamenti sulle presidenze.

Agnes a Terna per uscire dallo stallo Rai

Per quella di Terna, il colosso delle reti elettriche, circola il nome di Simona Agnes, pronta a lasciare in anticipo il consiglio di amministrazione della Rai, in scadenza nel 2027. Un passaggio strategico che risolverebbe un altro annoso problema: lo stallo in viale Mazzini, dove Agnes non ha mai trovato i numeri in Commissione Vigilanza per farsi eleggere presidente, nonostante la robusta sponsorizzazione di Forza Italia e il tacito consenso di Fratelli d’Italia. Agnes si siederebbe dunque nella poltrona attualmente occupata in quota Lega da Igor De Biasio: quasi una sliding door, visto che per sei anni è stato consigliere d’amministrazione proprio della tivù di Stato.

Nomine delle partecipate, aria di grandi cambiamenti sulle presidenze
Nomine delle partecipate, aria di grandi cambiamenti sulle presidenze

Chi alla presidenza di Leonardo dopo l’ambasciatore Pontecorvo?

Due i nomi in ballo per Leonardo, leader nel settore della difesa: una posizione, visto il contesto internazionale, particolarmente delicata. In sostituzione dell’ambasciatore Stefano Pontecorvo i papabili sono Andrea De Gennaro, in scadenza a maggio dall’incarico di comandante generale della Guardia di Finanza, e l’onnipresente Elisabetta Belloni, data in corsa anche per la presidenza di Eni al posto di Giuseppe Zafarana. Su di lei pesa però il fatto che i rapporti con Palazzo Chigi si sono raffreddati dopo il suo addio anticipato al Dis, il Dipartimento delle informazioni per la sicurezza: nell’orbita di chi ruota intorno al potere nulla gela più del mancato allineamento con la premier.

Nomine delle partecipate, aria di grandi cambiamenti sulle presidenze
Nomine delle partecipate, aria di grandi cambiamenti sulle presidenze
Nomine delle partecipate, aria di grandi cambiamenti sulle presidenze
Nomine delle partecipate, aria di grandi cambiamenti sulle presidenze

Enel, avanza Maione di Montepaschi

Capitolo Enel. Data per certa l’uscita di Paolo Scaroni, la candidatura più accreditata per sostituire il manager, su cui si impuntò Silvio Berlusconi nella precedente tornata di nomine, è quella di Nicola Maione, attuale presidente di Montepaschi, uomo di fiducia della Lega.

Nomine delle partecipate, aria di grandi cambiamenti sulle presidenze
Nomine delle partecipate, aria di grandi cambiamenti sulle presidenze

A proposito della banca senese, le possibilità di riconferma dell’attuale amministratore delegato Luigi Lovaglio si stanno molto assottigliando, tenuto anche conto che il banchiere è sotto indagine della procura di Milano per la vicenda della vendita di azioni della banca senese detenute dal Tesoro a Francesco Gaetano Caltagirone, Delfin e Anima.

Nomine delle partecipate, aria di grandi cambiamenti sulle presidenze
Luigi Lovaglio, ceo Mps (Imagoeconomica).

Palermo è un’opzione: ma preferirebbe non lasciare Acea

Come alternativa, c’è chi scommette su Fabrizio Palermo, nome molto gradito a Caltagirone che lo ha voluto nel cda di Generali. Ma il manager al momento non sembra entusiasta all’idea di lasciare Acea, la municipalizzata di Roma alla cui guida si è insediato nel settembre del 2022.

Nomine delle partecipate, aria di grandi cambiamenti sulle presidenze
Fabrizio Palermo (Imagoeconomica).

Descalzi e Cingolani hanno la fiducia del governo

Nessuna sorpresa invece dovrebbe arrivare dal fronte degli amministratori delegati, che sembrano incastonati nel marmo delle loro poltrone. In Eni, Claudio Descalzi gode della granitica stima della premier. In Leonardo, Roberto Cingolani non solo ha anch’egli la sua fiducia, ma ha rinsaldato il legame con il ministro della Difesa Guido Crosetto, riorganizzando l’azienda come una sorta di ministero parallelo, ma con più efficienza e meno carte bollate. E creando una squadra di comando che vede in Filippo Maria Grasso, Carlo Gualdaroni, Antonio Liotti e Simone Ungaro gli uomini chiave dell’organigramma, come ricordato dallo stesso Cingolani durante il tradizionale brindisi di Natale del gruppo alla presenza di autorità istituzionali e vertici delle Forze armate.

Nomine delle partecipate, aria di grandi cambiamenti sulle presidenze
Nomine delle partecipate, aria di grandi cambiamenti sulle presidenze
Nomine delle partecipate, aria di grandi cambiamenti sulle presidenze
Nomine delle partecipate, aria di grandi cambiamenti sulle presidenze
Nomine delle partecipate, aria di grandi cambiamenti sulle presidenze
Nomine delle partecipate, aria di grandi cambiamenti sulle presidenze

Perché per questo campo largo Giorgia Meloni è imbattibile

Se c’è un punto di riferimento fortissimo a Palazzo Chigi, beh, quello è la presidente del Consiglio Giorgia Meloni. È lei l’adulta nella stanza, il collante di una maggioranza di governo che sarebbe altrimenti andata in frantumi da tempo, fra incomprensioni sugli aiuti a Kyiv, gli “extra profitti” delle banche da tassare e tanti altri controversi dossier che agitano e hanno agitato il destra-centro.

Perché per questo campo largo Giorgia Meloni è imbattibile
Giorgia Meloni, Antonio Tajani e Matteo Salvini (Ansa).

La ricetta renziana per archiviare Giorgialand

Meloni è tutto ciò che manca all’opposizione: al contempo è leader riconosciuta, fonte di stabilizzazione e garanzia che i fisiologici elementi di frizione possano essere riassorbiti da chi è a capo di un’organizzazione complessa in virtù del proprio carisma o charisma, per dirla in termini weberiani. «Vi è soltanto questa scelta: o una democrazia subordinata a un capo e organizzata mediante la ‘macchina’, oppure una democrazia senza capi, vale a dire il potere dei ‘politici di professione’ senza vocazione, senza le intime qualità carismatiche che per l’appunto fanno un capo», scrive Max Weber ne La politica come professione. Questa è la differenza fra destra-centro e campo largo, oggi: da una parte c’è un capo, dall’altra una democrazia senza capi.

Se n’è accorto anche Matteo Renzi, uno che ha fiuto per queste cose. E infatti, di recente, sul Foglio, ha ricordato che i due punti per costruire un programma credibile sono quelli «su cui Meloni ha perso totalmente il contatto con la realtà: le tasse e la sicurezza». Insomma per vincere è necessario «costringere Meloni a stare su questo terreno anziché scivolare nella lotta nel fango dell’ideologismo senza limitismo: perché quando Meloni scappa dalla realtà, vince. Ma se la inchiodi sulla concretezza perde. E soprattutto si perde». Perché a «Giorgialand nessuno ha il coraggio di dire una semplice verità: l’economia è il tasto dolente del melonismo. Ed è sull’economia – non sulla giustizia, non sulla politica estera, non sull’ideologia – che l’opposizione dovrà incalzarla per mandarlo a casa».

Perché per questo campo largo Giorgia Meloni è imbattibile
Matteo Renzi (Imagoeconomica).

Nel campo largo si gioca in difesa

Nel centrosinistra, o campo largo che dir si voglia, invece è tutto un giocare in difesa. Lo si è visto recentemente con le accuse di simpatizzare con i presunti “fiancheggiatori” di Hamas in Italia. Oppure ci si diletta nei soliti teatrini morettiani – «Mi si nota di più…» – come quelli andati in scena ad Atreju, con Elly Schlein che ha declinato l’invito a un confronto con Meloni e Giuseppe Conte. La mossa italofraterna è stata politicamente efficace: alla fine il duello non c’è stato e Meloni si è confrontata soltanto con sé stessa, mentre Conte ha partecipato a un panel per fatti propri nel corso del quale ha ribadito un concetto già fatto proprio da tempo: «Noi non siamo alleati con nessuno». A questo si aggiunge la carica di federatore-to-be, da Gaetano Manfredi a Silvia Salis, fino al solito Ernesto Maria Ruffini. Su questo la destra è nettamente avanti. Può permettersi di portare avanti le sue battaglie e i suoi programmi senza preoccuparsi troppo degli assetti politici o delle ambizioni personali. Anche perché, tutto sommato, l’incertezza più consistente da quelle parti è stabilire chi arriverà secondo fra Forza Italia e Lega.

Perché per questo campo largo Giorgia Meloni è imbattibile
Elly Schlein (Imagoeconomica).

Le baruffe tra Lega e Forza Italia

Non che a destra i protagonismi manchino. Anzi. Si pensi soltanto al duello costante fra Lega e Forza Italia e ai problemi al loro interno. Dopo anni, anche l’ultimo partito leninista rimasto ha mostrato qualche crepa. Prima con la sollevazione contro l’ex generale vicesegretario Roberto Vannacci, poi con il protagonismo indiscusso e indiscutibile di Luca Zaia. Sussulti e malumori che Matteo Salvini è riuscito ancora una volta a neutralizzare. Un po’ come ha fatto Antonio Tajani. Nonostante l’ennesima punzecchiatura da parte degli eredi del Cav – questa volta è toccato a Pier Silvio ribadire la necessità di facce nuove – il ministro degli Esteri resiste. Anche la corrente Occhiuto non rappresenta per lui una vera insidia. La vera partita si giocherà ai prossimi congressi. E finora all’orizzonte non si vedono alternative credibili alla leadership azzurra. Anche se la spinta della «forza tranquilla», dopo il sorpasso della Lega, pare essersi esaurita.

Perché per questo campo largo Giorgia Meloni è imbattibile
Paolo Barelli e Antonio Tajani (Imagoeconomica).

La sindrome di accerchiamento e l’arma del complotto

Anche Fratelli d’Italia ha i suoi stati d’agitazione. Ma le battaglie – a partire da quella sull’asse Roma-Milano – restano sotterranee. Nessuno osa contestare la leadership di Giorgia Meloni, nemmeno off the record. È per questo che quando un intellettuale di destra come Marcello Veneziani si smarca, diventa subito notizia. Alla presidente del Consiglio tuttavia non mancano i problemi. Meloni soffre di sindrome di accerchiamento. Vede (o vuole vedere) complotti e nemici ovunque. Addirittura tra i corridoi del Quirinale. E così FdI, nonostante negli ultimi tre anni si sia fagocitato il fagocitabile (compresi Gramsci e Pasolini) con la scusa di scippare alla sinistra l’egemonia culturale, continua a comportarsi come un partitino al 4 per cento (sindrome opposta a quella di Renzi e Carlo Calenda). «L’ossessione del complotto ha trovato sempre un terreno favorevole nella subcultura di massa e nella oggettiva complessità dei fenomeni economici, sociali e politici, che sfuggono all’immediata comprensione degli individui», scrive Zeffiro Ciuffoletti in Retorica del complotto. «La politica, il potere, sono stati sempre percepiti con un senso di estraneità e persino con ostilità dal popolo. Ed è relativamente facile, con i mezzi di comunicazione attuali, scagliare la ‘piazza’ contro il ‘palazzo’, agitando l’idea di trame oscure, di intrecci, di misteri». Anche quando in quel Palazzo si è comodamente seduti.

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Le reazioni della politica italiana all’attacco Usa contro il Venezuela

L’attacco sferrato dagli Stati Uniti contro il Venezuela, che ha portato all’arresto del presidente Nicolas Maduro, ha provocato immediate reazioni a livello di politica internazionale. E per quanto riguarda l’Italia? Da parte della maggioranza quanto espresso equivale a un “no comment”. Antonio Tajani, ministro degli Esteri, ha fatto sapere che la Farnesina «segue con attenzione la situazione» e lo stesso sta facendo Giorgia Meloni, che è molto vicina a Donald Trump. Dure condanne sono invece arrivate dall’opposizione, con prese di posizione ufficiali di Partito democratico e Movimento 5 stelle.

Conte: «L’aggressione Usa non ha basi giuridiche»

Giuseppe Conte, presidente del M5s, da buon avvocato ha sottolineato che «l’aggressione americana al Venezuela non ha nessuna base giuridica», esortando il governo Meloni a condannare i raid: «Per noi il diritto internazionale non vale fino a un certo punto».

Pd: «Chiediamo al governo di pronunciare parole chiare»

Chiediamo al governo di pronunciare parole chiare e di lavorare con urgenza in tutte le sedi multilaterali e internazionali per il pieno ripristino e rispetto del diritto internazionale e per il primato della diplomazia», ha dichiarato in una nota Giuseppe Provenzano, responsabile Esteri nella segreteria nazionale del Pd. Pina Picierno, esponente dem e vicepresidente del Parlamento europeo, ha scritto su X: «Il regime sanguinario di Maduro deve cessare di esistere, ma ogni bomba americana che cade sul Venezuela ne prolunga la vita sul piano simbolico, rafforzando la retorica antioccidentale e preparando nuove risposte autoritarie. L’operazione venezuelana porta alla luce una evidenza che tendiamo a dimenticare: Trump, Putin e XI si stanno spartendo il mondo in sfere di influenza».

Le parole di Calenda, Bonelli, Fratoianni e Magi

Carlo Calenda, leader di Azione, applaude alla rimozione di Maduro, ma non alle modalità con cui è avvenuta: «Buona notizia per il popolo venezuelano afflitto da una feroce dittatura. Il modo in cui è stato fatto desta però molta preoccupazione». Sulla stessa lunghezza d’onda Riccardo Magi, segretario di +Europa: «Maduro è un dittatore che tiene ostaggio il Venezuela da oltre un decennio, impoverendo il Paese, arrestando gli oppositori, favorendo la corruzione. Ma l’attacco con le forze armate nel cuore di Caracas rischia di scardinare ulteriormente i già fragili equilibri internazionali». Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli, leader di Alleanza Verdi e Sinistra, hanno invocato la condanna da parte del governo italiano dell’attacco Usa, definito «inaccettabile», chiedendo anche la convocazione immediata delle commissioni Esteri.

La provocazione del senatore leghista Borghi

il senatore leghista Claudio Borghi ha rilanciato sui social un suo post in cui affermava: «Ma se per caso gli Usa attaccassero il Venezuela che facciamo? Mandiamo 12 pacchetti di armi a Maduro?», spiegando: «Questo post era ovviamente una provocazione. Il mio intento era smascherare le ipocrisie della morale con cui molti dei sostenitori dell’invio di armi in Ucraina ammantavano il sostegno militare (che è una scelta politica legittima, non è IL BENE)».

Avs e Amnesty contro il governo per il volo di Netanyahu sull’Italia

Amnesty International ha attaccato l’Italia e il governo Meloni per non aver adottato nessuna misura contro l’aereo che ha attraverso il Paese e con a bordo Benjamin Netanyahu. Il premier israeliano ha raggiunto gli Stati Uniti e poi è tornato in Israele. In entrambi i casi il suo aereo è passato attraverso lo spazio aereo italiano, secondo quanto denunciato da Amnesty e dalla campagna Last Day of Gaza. Da qui l’attacco di Amnesty. L’associazione ha spiegato come l’Italia, in virtù dello Statuto di Roma, avrebbe dovuto cooperare con la Corte penale internazionale. «La giustizia internazionale non è selettiva e non può dipendere da valutazioni politiche», è stato il commento.

Avs: «Italia complice di Netanyahu»

Così anche Last Day of Gaza: «Mentre vengono bloccati gli aiuti e colpita la popolazione civile un leader sotto accusa per crimini internazionali sorvola indisturbato l’Europa». Il tracciamento del velivolo, denominato Wing of Zion, rappresenta «un simbolo dell’inazione degli Stati che si proclamano difensori del diritto internazionale». Poi un monito: «Se le regole valgono solo per alcuni allora il sistema di giustizia internazionale perde credibilità. Proprio nel momento in cui sarebbe più necessario».

E mentre il governo non ha commentato né spiegato il perché dell’autorizzazione, è arrivato anche l’attacco di Avs. Sinistra italiana, infatti, ha criticato la premier: «Meloni e il governo italiano violano la legge internazionale e permettono a questo criminale di violare e attraversare lo spazio aereo italiano. Rendendo il nostro paese ancora più complice dei crimini indicibili di cui si sta macchiando il governo israeliano».

Dl Milleproroghe, salta il bonus giovani e donne

Nel decreto Milleproroghe pubblicato in Gazzetta Ufficiale non c’è la proroga dei bonus per l’occupazione giovanile e femminile. Nel testo definitivo è infatti scomparso lo slittamento di un anno che figurava in una versione precedente del provvedimento e che avrebbe consentito di estendere gli incentivi anche oltre le scadenze già fissate. Restano quindi esclusi dal rinnovo il bonus giovani under 35 e il bonus donne, due strumenti pensati per favorire l’ingresso stabile nel mercato del lavoro di categorie considerate più fragili. Con la stessa scelta decadono anche altri interventi: la proroga del bonus per lo sviluppo occupazionale nelle Zes del Mezzogiorno e gli incentivi all’autoimpiego nei settori legati alle nuove tecnologie e alla transizione digitale ed ecologica.

Cos’era il bonus giovani

Il bonus giovani, introdotto con il decreto Coesione del 2024, prevedeva per i datori di lavoro un esonero totale dai contributi previdenziali per un massimo di 24 mesi, entro un limite di 500 euro al mese, in caso di assunzione o trasformazione a tempo indeterminato di under 35 mai occupati stabilmente. Una misura analoga era prevista per il bonus donne, riservato alle assunzioni a tempo indeterminato di lavoratrici svantaggiate. Con l’assenza della proroga nel Milleproroghe, gli incentivi restano applicabili solo alle assunzioni effettuate entro il 31 dicembre 2025. Oltre quella data, salvo nuovi interventi normativi, i benefici non saranno più disponibili.

Campania, Fico nomina la giunta regionale

La nuova giunta regionale della Campania guidata da Roberto Fico è stata ufficializzata nel primo pomeriggio del 31 dicembre, al termine di una fase di confronti con le forze della maggioranza che ha richiesto più passaggi rispetto alle previsioni iniziali. Alla vicepresidenza, secondo le attese, è stato nominato l’esponente del Pd Mario Casillo, che seguirà le deleghe a Trasporti, Mobilità e Mare. Confermata anche la presenza di Fulvio Bonavitacola, per un decennio vice del presidente uscente Vincenzo De Luca e volto della lista “A Testa Alta”. La squadra comprende quattro donne e vede lo stesso Fico mantenere per sé competenze centrali come Sanità, Bilancio e gestione dei fondi nazionali ed europei.

Da chi è composta la giunta

Tra le novità annunciate dal neo governatore figura il ritorno di un assessorato dedicato alla Cultura, affidato a Onofrio Ninni Cutaia, a lui vanno anche le deleghe a Eventi e Personale. Completano la Giunta Vincenzo Cuomo, sindaco Pd di Portici, con competenze su Governo del territorio e Patrimonio, Andrea Morniroli, cui spettano Scuola e Politiche sociali, Claudia Pecoraro alle Politiche abitative e Pari opportunità, Angelica Saggese al Lavoro e Formazione, Vincenzo Maraio per Turismo, Promozione del territorio e Transizione digitale. Infine figurano Fiorella Zabatta con pacchetto che include Politiche giovanili, Protezione civile, Sport, Biodiversità, Riforestazione, Pesca, Acquacoltura e Tutela degli animali e Maria Carmela Serluca con delega all’Agricoltura.

Gualtieri e i botti vietati a Roma, il futuro di Emiliano e altre pillole

L’ordinanza ha un che di assurdo: a Roma il sindaco Roberto Gualtieri ha firmato il divieto dei botti di fine anno dalle 00.01 del 31 dicembre alle ore 24 del 6 gennaio. Anche Beppe Sala a Milano ha previsto una serie di limitazioni, ma solo nelle aree più affollate della città, in particolare in piazza Duomo. Nella Capitale, invece, ci sarà (in teoria…) un’intera settimana di astinenza dai fuochi. Gli obiettivi del primo cittadino? Salvaguardare «il patrimonio storico e archeologico di Roma», combattere «gli agenti inquinanti nell’aria, come biossido di azoto e il Pm10, per i quali si assiste ancora a situazioni di criticità» nella città, vietando «fuochi artificiali, petardi, botti, razzi e simili artifici pirotecnici», e poi «tubi di lancio e candele romane». Ammessi solo petardini da ballo, fontane pirotecniche, bengala, bottigliette a strappo lancia coriandoli, fontane per torte, bacchette scintillanti, ossia quelle conosciute dai più piccoli come “stelline”, trottole, girandole e palline luminose. Sanzioni amministrative previste: da 25 a 500 euro, senza contare il sequestro del materiale esplodente. E qui viene il bello: come si fanno i controlli? Quanti vigili andranno in giro per le strade della Capitale a controllare la situazione dei “botti”, cercando di identificare gli autori dei lanci di petardi? Con quale equipaggiamento dovranno vagare per la città? Non sarà un compito troppo pericoloso per l’incolumità dei lavoratori? Anche perché nel corpo della polizia municipale di Roma Capitale non esiste un reparto artificieri

Gualtieri e i botti vietati a Roma, il futuro di Emiliano e altre pillole
Botti sequestrati a Roma a fine 2024 (foto Ansa).

Per Emiliano un posto da assessore in Puglia

Quale sarà il futuro di Michele Emiliano? A Bari tutti sono sicuri che l’ex governatore della Regione Puglia alla fine farà l’assessore nella giunta di Antonio Decaro, nonostante le promesse e i giuramenti di quest’ultimo che non avrebbe mai dato un posto a Emiliano e a Nichi Vendola. «Il ritorno in magistratura di Emiliano sta creando problemi al Consiglio superiore della magistratura», afferma un vecchio giurista, dato che sono vent’anni che non esercita funzioni, e l’ex presidente aveva lasciato la toga «con la quarta valutazione di professionalità (un controllo periodico quadriennale, gestito dal Csm, ndr), mentre punta a tornare con la settima» che gli garantirebbe un raddoppio dello stipendio. Ma come si fa a saltare le valutazioni senza incorrere nelle ire dei colleghi, che a questo punto potrebbero protestare con la segretaria del Partito democratico Elly Schlein, proprio adesso che c’è in ballo il referendum sulla giustizia? Nell’attesa, che rischia di essere lunghissima, meglio trovargli un posto nella giunta pugliese fino al raggiungimento della pensione. Emiliano ora ha 66 anni (nel 2025 è pure diventato padre per la quarta volta) e lui stesso ha detto che il traguardo dovrebbe scattare a 67 anni, anche se in qualità di magistrato il limite di età per il collocamento a riposo d’ufficio è fissato a 70 anni. Insomma, dato che la giunta regionale dura cinque anni, il timing per risolvere il “problema Emiliano” appare perfetto…

Gualtieri e i botti vietati a Roma, il futuro di Emiliano e altre pillole
Michele Emiliano (foto Imagoeconomica).

Pure Lvmh acquista giornali, non solo Lmdv

Lotta tra sigle quasi simili per conquistare il mondo dell’editoria. La francese Lvmh (Louis Vuitton Moët Hennessy), il più grande conglomerato del lusso al mondo, ha acquistato il 100 per cento delle azioni della casa editrice francese Les Editions Croque Futur, che vanta tre testate come Challenges, Sciences & Avenir e La Recherche, con l’impegno di fornire «un’informazione di alta qualità» per rendere la cultura scientifica «accessibile a un pubblico più ampio». E pensare che il quasi omonimo Lmdv, ossia Leonardo Maria Del Vecchio, dopo lo shopping (si è comprato una parte de il Giornale e ha fondato Lmdv Media proprio per investire nel settore) ha puntato in Ciociaria su una società attiva nel settore delle costruzioni, Impredo, che era stata fondata dall’imprenditore Daniele D’Orazio, di Monte San Giovanni Campano. Impredo ha firmato la realizzazione del Twiga e delle milanesi Terme De Montel. Cioè quelle che fanno riferimento a Massimo Caputi, uno dei fedelissimi, da sempre, di Francesco Gaetano Caltagirone

Gualtieri e i botti vietati a Roma, il futuro di Emiliano e altre pillole
Bernard Arnault, fondatore, chairman e ceo di Lvmh (foto Ansa).

Brunetta fa scuola, i mega stipendi piacciono a tutti…

«Fece il passo più lungo della gamba, Renato Brunetta, da presidente del Cnel, aumentandosi lo stipendio da 250 mila a 310 mila euro annui», dicono a una cena alcuni suoi ex colleghi di Forza Italia. Dopo una forte polemica politica e l’irritazione del governo, e in particolare di Giorgia Meloni, Brunetta revocò l’infausta decisione, annullando l’aumento. «Ora che è passata la buriana sul maxi stipendio, molti potrebbero seguire il suo esempio, anche perché l’Italia è un Paese che dimentica velocemente, come dimostra il caso del Garante della Privacy: sono rimasti inchiodati alla poltrona, a piazza Venezia, nonostante le richieste di dimissioni per Pasquale Stanzione e tutti gli altri», commentano i forzisti. Quindi che succederà adesso? I rumors indicano una schiera di altissimi dirigenti di società, enti e casse previdenziali in fila per cercare di approdare all’Inps, l’istituto che – dopo la sentenza della Corte costituzionale che a luglio del 2025 ha cancellato il tetto di 240 mila euro per gli stipendi pubblici (Brunetta ne prendeva 250 mila dopo l’adeguamento Istat del tetto) – garantirebbe ai super dirigenti compensi a quota 310 mila euro. Certo, un’eventuale manovra del genere, quando lo saprà Meloni, rischia di finire affossata nel peggiore dei modi…

Gualtieri e i botti vietati a Roma, il futuro di Emiliano e altre pillole
Renato Brunetta (foto Imagoeconomica).

E pure il Corriere si dedica all’oroscopo

«Leone, Sagittario e Ariete i favoriti del 2026», si legge a tutta pagina sul Corriere della Sera. Sono i pronostici sull’oroscopo del prossimo anno firmati da Paolo Fox, che grazie a Candida Morvillo allieta l’ultimo giorno dell’anno con i segni zodiacali. E pensare che una volta dalle parti di via Solferino parlare di astrologia era vietatissimo. Ma chi è del Leone? Giuseppe Conte, il leader M5s, è nato l’8 agosto, e dello stesso segno sono Barack Obama e Federica Pellegrini. Del Sagittario è Pier Ferdinando Casini, in compagnia di Antonella Clerici e Maria De Filippi. E dell’Ariete è Massimo D’Alema, senza dimenticare Flavio Briatore e Lilli Gruber. Sarà il loro anno…

Flop, equilibri e delusioni: un anno di Rai targata Meloni

La decisione del governo di ridurre di 10 milioni di euro il budget per la Rai nel 2026 è l’ultima mazzata di un anno che per la tv pubblica è trascorso nel grigiore più totale e all’insegna della mediocrità. Tanto che, secondo i boatos che dal Parlamento rimbalzano a Palazzo Chigi fino a Via Asiago, Giorgia Meloni ormai la considera una partita persa. Tutte le beghe sono state delegate al sottosegretario Giovanbattista Fazzolari che le fa da filtro e parafulmine.

Flop, equilibri e delusioni: un anno di Rai targata Meloni
Giovanbattista Fazzolari, sottosegretario di Stato alla presidenza del Consiglio (Imagoeconomica).

Certo, la definizione di TeleMeloni ripetuta come un mantra dai giornali non allineati la infastidisce parecchio, anche perché non la considera veritiera. La premier sembra però aver rinunciato alla partita. Pure Matteo Renzi, con la sua riforma e la nomina ad ad di Antonio Campo Dall’Orto, aveva provato a disegnare una nuova Rai. Meloni forse si illudeva di poterlo fare, mettendo alla guida Giampaolo Rossi, il “guru”. Ma così non è stato. Tanto che ora la presidente del Consiglio sembra aver perso le speranze: si accontenta, raccontano, di avere dalla sua parte i principali tg, a cominciare dal Tg1 di Gian Marco Chiocci, e i due programmi di Bruno Vespa. Tutto il resto è contorno.

Flop, equilibri e delusioni: un anno di Rai targata Meloni
Gian Marco Chiocci (foto Ansa).

Giampaolo Rossi tra dubbi e flop

Per Meloni Rossi rappresenta una grande delusione, tanto che qualche mese fa ha tentato di sostituirlo proprio con Chiocci, il “suo” direttore del Tg1, che però ha rifiutato perché quello dell’amministratore delegato «non è il mio ruolo». Meloni si è anche guardata intorno tra i manager pubblici di area, ma non ne ha trovato nessuno disponibile a trasferirsi in Rai, anche per via del tetto ai compensi di 240 mila euro, che resiste solo nella tv pubblica. Arrivato con grandi aspettative, Rossi non ha lasciato traccia e sembra incarnare perfettamente la descrizione del governo che Marcello Veneziani ha vergato sulle pagine della Verità, che tanto trambusto ha generato nel dibattito politico. L’unico segno del passaggio di Rossi è stato lo smembramento di Rai3, la cui identità di rete progressista e sociale non esiste (quasi) più. L’ex Telekabul ora è un gran guazzabuglio, tenuta in piedi da programmi già esistenti: Report, Presa Diretta, Chi l’ha visto, Splendida Cornice. E Rossi, insieme al direttore dell’approfondimento Paolo Corsini, non è finora riuscito a dare una scossa all’informazione, il terreno più caldo della tv pubblica. Le uniche novità della sua gestione sono i flop dell’ex Iena Antonino Monteleone, partito in prima serata e finito su RaiPlay, e Far West di Salvo Sottile, che si barcamena con ascolti mediocri. L’unico vero successo, per Rossi e Corsini, è stato il ritorno di Massimo Giletti, che il lunedì sera, dopo un inizio in salita, si è conquistato il suo pubblico. Ora un nuovo programma d’informazione è all’orizzonte: sarà un talk, nella prima serata del mercoledì, per la cui conduzione sono in pole position Claudio Brachino e Hoara Borselli. Ma non si esclude nemmeno un ticket con entrambi: la decisione verrà presa a inizio gennaio. Vedremo.

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Giampaolo Rossi, ad Rai (Imagoeconomica).

Le mosse di Marano e Sergio

Per un Rossi che piange, c’è un Antonio Marano che ride. Il consigliere più anziano del Cda, a causa dell’impasse sulla nomina di Simona Agnes alla presidenza, da due anni è presidente facente funzione e questo gli permette di fare il bello e cattivo tempo. Per esempio, a lui si deve la nomina di Williams Di Liberatore nella casella della direzione prime time, in quota Lega. Insomma, Matteo Salvini o il suo uomo-tv Alessandro Morelli alzano il telefono e Marano esegue senza colpo ferire. E siccome l’ex direttore di Rai2 e di Rai Pubblicità l’azienda la conosce come le sue tasche, si muove come un topo nel formaggio. Di recente, però, ha dovuto ingoiare due bei bocconi amari. Innanzitutto è stato beccato con le mani nella marmellata per l’assunzione a Rai Pubblicità del compagno della figlia, Alessandro Valadè: lui nega di aver avuto un ruolo nella vicenda, ma i fatti rivelati da Repubblica paiono smentirlo. Insomma, pure Marano “tiene famiglia”. Poi c’è il caos alla Rai di Milano, da sempre il suo orticello personale, perché quel gran volpone del direttore generale Roberto Sergio, che ha la delega sugli asset immobiliari, ha deciso di accelerare la vendita del palazzo di corso Sempione ben prima del trasloco al MiCo, in Fiera, previsto nel 2030. Così i dipendenti milanesi saranno costretti a un trasferimento intermedio di almeno un paio d’anni in un’altra sede in zona Mecenate. Davanti a Sempione si è già tenuta una manifestazione di protesta, i sindacati sono sul piede di guerra e Marano, che sulla vicenda non ha toccato palla, è su tutte le furie. A Roma, invece, tra mille mugugni e malumori, è terminato il trasloco nella sede di Via Alessandro Severo, ma i lavori per la bonifica dell’amianto in Viale Mazzini non sono ancora nemmeno cominciati. Ed è difficile prevedere quando i dipendenti potranno tornarci (una decina d’anni?). 

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Antonio Marano (foto Imagoeconomica).

Show e fiction: alti e bassi tra De Martino e Sandokan

Nonostante il bilancio sostanzialmente positivo del 2025 – «le reti generaliste del Servizio pubblico», recita una nota dell’azienda, «confermano la propria leadership nell’intera giornata sfiorando il 30 per cento di share con Rai1 che cresce di 0,6 punti percentuali rispetto al 2024, con uno share medio del 18,6 per cento» – i problemi non sono mancati. Anche corazzate come Ballando con le stelle sono state tallonate e superate da Mediaset. Per non parlare del caso De Martino-Scotti. Se c’era un programma che andava alla grande, oltretutto nella fascia più ricca per introiti pubblicitari, era Affari Tuoi che macinava ascolti su ascolti. Poi il programma in estate è andato in letargo. Gli altri però non dormivano: Canale5 nei mesi estivi è tornato alla carica sull’access con La ruota della fortuna, condotta da Gerry Scotti. Risultato: a settembre De Martino è tornato ma Scotti è rimasto in testa e la Rai ha perso il primato nella fascia del preserale. Tanto che molti ormai danno in partenza il direttore del Day Time Angelo Mellone, sempre più distratto dai suoi spettacoli teatrali e dalle manifestazioni di libri. E pure a lui non dispiacerebbe spostarsi, poiché da anni ambisce a prendere il posto di Paolo Del Brocco alla direzione di Rai Cinema. Il quale, forse unico caso in Europa, guida quella struttura da una quindicina d’anni, facendo il bello e cattivo tempo sui finanziamenti pubblici alle pellicole nostrane e alle case di produzione. Sarà difficile spostarlo, ma il suo mandato scade in aprile e Mellone ci spera.

Flop, equilibri e delusioni: un anno di Rai targata Meloni
Angelo Mellone, direttore Intrattenimento Day Time Rai (foto Imagoeconomica).

Sembra salda, invece, la posizione della direttrice di Rai Fiction, Maria Pia Ammirati, che, senza eccellere, ha portato a casa il successo de Il conte di Montecristo e di Sandokan che, se ha fatto storcere il naso a pubblico colto e critica per i paragoni col Sandokan di Sollima, i suoi numeri li ha fatti. Sembra per ora azzeccato, invece, lo spostamento di Paolo Petrecca da Rainews a Raisport. «Almeno lì non fa danni», si sussurra in Via Asiago, dopo le diverse figuracce collezionate da Petrecca alla guida del canale all-news, quello sì diventato nelle sue mani TeleMeloni. Per quanto riguarda i tg, da registrare il crollo del Tg2 di Antonio Preziosi, mentre tengono Tg3 di Pierluca Terzulli e Tg1 di Chiocci, che però in più occasioni è stato superato dal Tg5.

Flop, equilibri e delusioni: un anno di Rai targata Meloni
Paolo Petrecca (Imagoeconomica).

Media Freedom Act questo sconosciuto

Infine, c’è la grande incognita del Media Freedom Act, il regolamento dell’Unione europea che impone alcuni parametri alle tv pubbliche degli Stati membri, tra i quali una certa indipendenza dal potere politico e dal governo di turno, la tutela della libertà di stampa e del lavoro giornalistico, la verifica delle notizie, eccetera eccetera. L’Mfa (entrato in vigore il 5 agosto scorso) impone dunque all’Italia una riforma del sistema televisivo pubblico che però ancora non si vede. La maggioranza di centrodestra ha depositato un testo base che non fa altro che togliere potere all’esecutivo per consegnarlo al Parlamento, con il vertice Rai eletto a maggioranza semplice da Camera e Senato. Troppo poco. Ma da lì non ci si è più mossi poiché, dopo una lunga serie di audizioni, la legge di bilancio si è presa tutto lo spazio. Se ne riparlerà a gennaio, anche se le posizioni di maggioranza e opposizione sembrano inconciliabili. E pure tra gli stessi partiti di minoranza non c’è una proposta comune sulla Rai. La procedura d’infrazione per il mancato recepimento del Mfa da Bruxelles non è ancora partita, ma senza una riforma tra qualche mese l’Italia potrebbe essere sanzionata.  

Sul decreto Ucraina c’è un caso Vannacci: è scontro con Giorgetti

Il decreto Ucraina approvato in Cdm il 29 dicembre e con cui il governo ha prorogato l’invio di aiuti militari a Kyiv per il 2026 rischia di spaccare la Lega. Tutto è partito dalle parole di Roberto Vannacci. L’ex generale e oggi eurodeputato ha affermato sui social: «Ancora armi e ancora soldi. Ma soprattutto, ancora la stessa strategia. Una strategia che in anni di guerra ha prodotto morte, distruzione, instabilità, caro energia e declino economico europeo, senza fermare l’avanzata russa. A forza di acrobazie lessicali si continua a sostenere una guerra che non si vince, invece di puntare con decisione sulla negoziazione. Nel frattempo risorse fondamentali vengono sottratte a sanità, sicurezza, lavoro, pensioni, infrastrutture, scuola e ricerca. No a nuove armi. No a truppe italiane in Ucraina. No a fondi pubblici bruciati mentre i problemi reali restano irrisolti. Ora la parola passa al Parlamento. Mi auguro che non approvi».

Giorgetti risponde a Vannacci

A rispondergli è stato il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti: «Premesso che il segretario si chiama Salvini, io farò quello che dirà il mio segretario, non quello che dice il vicesegretario». Come riportato da Repubblica, il leader della Lega e ministro dei Trasporti, però, non è stato presente in Cdm perché a New York per motivi familiari. Giorgetti sulla vicenda ha risposto: «Ma non credo che sia motivata da polemica politica, non ho colto questo aspetto. Ieri c’è stato un Cdm che è stato molto veloce senza nessun tipo di attrito né dibattito».

Il Pd: «Divisioni sulla pelle degli ucraini»

Ma la divisione interna nel Carroccio non è passata inosservata. Il senatore del Pd Filippo Sensi su X ha scritto: «Non bastavano le vergognose divisioni sulla pelle degli ucraini tra Fratelli e Lega, ora anche all’interno della Lega. E non di un passante, ma del vicesegretario che sconfessa Salvini e il povero Borghi che stanno sulla linea 5Stelle. Al Cremlino stappano vodka».

L’Italia ha ricevuto dalla Commissione europea il pagamento dell’ottava rata del PNRR

«A seguito della valutazione positiva del primo dicembre sul raggiungimento di 32 obiettivi, di cui 16 target e 16 milestone», l’Italia ha ricevuto dalla Commissione europea il pagamento dell’ottava rata del PNRR, pari a 12,8 miliardi di euro. È quanto si legge in una nota di Palazzo Chigi. Il governo ha inoltre trasmesso all’esecutivo comunitario anche la richiesta di pagamento della nona e penultima rata del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, anch’essa pari a 12,8 miliardi.

«Con la richiesta di pagamento della nona rata, l’Italia si conferma capofila in Europa nell’attuazione del PNRR, sia per numero di obiettivi raggiunti sia per importo ricevuto, che con l’ottava rata sale a 153,2 miliardi di euro, pari al 79 per cento della dotazione totale, a fronte della media europea del 60 per cento», ha scritto Giorgia Meloni sui social, aggiungendo che «nel 2026 il Governo, insieme alle istituzioni competenti, continuerà a lavorare con determinazione per completare gli obiettivi della decima e ultima rata».

Fitto: «Risultato che conferma il solido ritmo di attuazione del PNRR»

Parlando di «risultato che conferma il solido ritmo di attuazione del Piano e la qualità delle riforme e degli investimenti realizzati», il vicepresidente della Commissione Ue Raffaele Fitto ha scritto sui social che questa nuova tranche è destinata a sostenere «interventi strategici in settori chiave come pubblica amministrazione, appalti pubblici, economia circolare, gestione dell’acqua, digitalizzazione, energie rinnovabili, contrasto alla povertà energetica, turismo, istruzione, ricerca, innovazione».

La riforma della giustizia spacca anche i riformisti dem

“La sinistra che vota sì” si ritroverà a Firenze il prossimo 12 gennaio, alla Palazzina Reale Firenze di Santa Maria Novella. Il sì ovviamente è alla riforma della giustizia che separa le carriere dei magistrati e introduce due Csm. A organizzare l’incontro è LibertàEguale, storica associazione di cultura riformista presieduta da Enrico Morando e Stefano Ceccanti. Al convegno sarà presente un pezzo del riformismo italiano favorevole alla modifica costituzionale: Anna Bucciarelli, Anna Paola Concia, Benedetto Della Vedova, Carlo Fusaro, Claudia Mancina, Giovanni Pellegrino, Claudio Petruccioli, Cesare Salvi. Presenti anche Enrico Costa, deputato di Forza Italia, e Francesco Petrelli, presidente delle Camere Penali.

La riforma della giustizia spacca anche i riformisti dem
La locandina del convegno di LibertàEguale a Firenze.

La lettera di dissenso di Parrini e Verini

Non tutti però sono convinti, tra i riformisti, che il sì sia giusto. Come i senatori del Pd, Dario Parrini e Walter Verini, che nelle scorse settimane hanno inviato una lettera di dissenso ai vertici di LibertàEuguale: «Dissenso serio, per il merito delle posizioni e anche per l’attivismo, con il quale si promuovono iniziative per il sì, quasi surclassando per impegno e determinazione quelle del ministro Nordio e della destra. Se vincessero i sì, non sarebbe una vittoria del ‘sì di sinistra’, ma di questa destra». Ma non è questo il punto principale del dissenso, hanno messo in chiaro Parrini e Verini: «Nel merito noi pensiamo alcune cose che necessariamente ricordiamo per titoli. Una moderna cultura della giurisdizione può trarre giovamento dalla circolazione di funzioni e ruoli dei magistrati. Un magistrato che ha svolto funzioni requirenti svolgerà meglio quelle giudicanti e viceversa. Con maggiore equilibrio e consapevolezza di interpretazione. Sono posizioni, queste, sostenute anche da componenti autorevoli e consapevoli dell’Avvocatura». Un corpo separato di pm – con un suo autoreferenziale Csm – «sarà vocato solo all’accusa», continuano i due dem, «alla esclusiva ricerca di prove a carico (oggi compito di un procuratore è quello di cercare tutti gli elementi – a carico e a discarico – in grado di portare ad una richiesta di rinvio a giudizio – se c’è previsione più che ragionevole di condanna – o alla archiviazione. Chi, oggi, denuncia lo ‘strapotere dei pubblici ministeri’, con questa riforma lo genererà davvero. A indebolirsi, così, rischiano di essere diritti e garanzie di indagati e imputati. Altro che ‘garantismo’».

La riforma della giustizia spacca anche i riformisti dem
Walter Verini (Imagoeconomica).

LibertèEguale difende la separazione delle carriere

Non si è fatta attendere la replica dei vertici dell’associazione, che hanno accusato i due colleghi riformisti di usare «argomenti pregiudiziali contro qualsiasi separazione delle carriere, ma su quelli vale la nostra elaborazione di 25 anni che ha sempre ritenuto infondate le costruzioni ideologiche della comune cultura della giurisdizione che sono incompatibili col modello accusatorio. A noi non riesce che essere coerenti con noi stessi». Ci sono poi argomenti puntuali contro la separazione, tra cui i maggiori poteri ai pubblici ministeri. Un argomento «che stupisce alquanto avendo visto nelle Aule vari parlamentari delle opposizioni con cartelli contro lo strapotere che verrebbe ad avere il governo, critica di segno opposto. Visti i dati relativi alle indagini preliminari, con più del 95 per cento di richieste dei pm accolte dai gip, ci sembra che francamente accumulare più poteri, anche volendo, risulti sostanzialmente impossibile. I dati rilevanti sono nella fase preliminare, dove il processo mediatico sostituisce quello reale e il cittadino spesso non può poi sentirsi vendicato, ove accusato ingiustamente, dalle fasi ulteriori, che spesso non fanno notizia. Né l’appello né la Cassazione possono riparare a quanto avviene prima in termini di lesa dignità di tanti cittadini».

La riforma della giustizia spacca anche i riformisti dem
Dario Parrini (Imagoeconomica).

Anche lo schleiniano Bettini per il sì

La giustizia insomma divide il centrosinistra e nello specifico spacca anche i riformisti, che di recente si erano già spaccati sull’ingresso nella maggioranza di Elly Schlein, con il contestato sbarco di Stefano Bonaccini fra i sostenitori della segretaria del Pd. Ora c’è il nuovo fronte sulla giustizia, destinato ad agitare più il centrosinistra – dove non mancano i favorevoli alla modifica costituzionale, anche tra gli amici di Schlein – che il centrodestra. D’altronde persino Goffredo Bettini, certamente un sostenitore di Schlein, al Congresso delle Camere Penali a Catania qualche settimana si è detto favorevole alla separazione: «Se la separazione delle carriere è un segnale verso la terzietà del giudizio per me ben venga. Se c’è l’imputato e due giudici è meglio che i giudici non si sommino ma, al contrario, si distinguano. Non due contro uno. Ma uno e uno. E se c’è un modo per evitare che qualche tipo di sentenza sia al riparo di reciproche convenienze, di scambio di favori, di un clima politicamente intossicato ben venga il superamento delle correnti di potere nella magistratura, affidandosi a altre vie per la costituzione del Csm. Ed evitando che i Pm rispondessero al potere politico che in quel momento comandava». La giustizia, come la politica estera, si conferma una bella grana per dem e affini.

Manovra, sì della Camera alla fiducia

La Camera ha confermato la fiducia al governo sulla manovra con 219 voti favorevoli e 125 contrari. Dopo il voto, i lavori in Aula sono stati sospesi e riprenderanno per proseguire con le votazioni sullo stato di previsione e l’esame di oltre 200 ordini del giorno. La conclusione della discussione e il voto finale sulla legge di bilancio sono programmati per il 30 dicembre all’ora di pranzo. Intanto sul tema dell’età pensionabile, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, arrivando a Montecitorio, ha commentato l’iniziativa della Lega: «Noi siamo intervenuti per ridurre l’aumento perché automaticamente aumentava di tre mesi dal 2027: l’abbiamo ridotto e abbiamo dovuto coprirlo con più di un miliardo. La Lega chiede di ridurlo ulteriormente? Vedremo durante il 2026».

Fine vita, la decisione della Consulta sulla legge toscana

La Corte costituzionale ha stabilito che la legge della Toscana sul fine vita non è illegittima nel suo impianto generale, ma presenta singole disposizioni che oltrepassano le competenze riservate allo Stato. Secondo i giudici, la normativa regionale rientra complessivamente nell’ambito della potestà legislativa concorrente in materia di tutela della salute e mira a «dettare norme a carattere meramente organizzativo e procedurale, al fine di disciplinare in modo uniforme l’assistenza da parte del servizio sanitario regionale alle persone che chiedano di essere aiutate a morire». Tuttavia, la Consulta ha rilevato che alcune parti del testo invadono ambiti attribuiti in via esclusiva alla legislazione statale.

Che cosa è stato dichiarato incostituzionale dalla Consulta

In particolare è stato dichiarato incostituzionale l’articolo 2, che definisce direttamente i requisiti per l’accesso al suicidio medicalmente assistito. Per la Corte, su questi profili la legislazione regionale non può intervenire, poiché si tratta di «delicati bilanciamenti, che attengono essenzialmente alla materia dell’ordinamento civile e penale», rispetto ai quali le Regioni non possono agire «in via suppletiva della legislazione statale, per così dire “impossessandosi” dei principi ordinamentali individuati da questa Corte». Sono stati inoltre bocciati gli articoli 5 e 6 nelle parti in cui fissano termini rigidi per la verifica dei requisiti e per le modalità di attuazione, giudicati «lesivi dell’esigenza di uniformità sul territorio nazionale. Incostituzionale anche l’articolo 7, comma 1, che obbliga le aziende sanitarie locali a garantire supporto tecnico, farmacologico e assistenza per l’autosomministrazione del farmaco.

Fine vita, la decisione della Consulta sulla legge toscana
Eugenio Giani (Imagoeconomica).

Soddisfazione è stata espressa dal presidente della Regione Toscana Eugenio Giani, che ha dichiarato: «Esprimo soddisfazione per la pronuncia della Corte Costituzionale che, nella caratteristiche di generalità rispetto al potere legislativo espresso dalla Regione Toscana, ci riconosce la legittimità e i contenuti sulla materia» del fine vita, tema «su cui si è registrata l’assoluta assenza dello Stato quando con sentenza 242/2019 la stessa Corte aveva invitato, a provvedere, il legislatore statale». Giani ha aggiunto che ora «c’è un diritto delle Regioni a legiferare» sul suicidio medicalmente assistito, sottolineando che la «Toscana è stata la prima» e che «il Governo chiedeva d’abrogare la nostra legge».