Iran, la guerra che ridisegna il Medio Oriente e scopre la marginalità dell’Italia

L’attacco statunitense e israeliano all’Iran ha portato all’uccisione dei vertici del regime di Teheran, dalla guida suprema Ali Khamenei all’ex presidente Mahmoud Ahmadinejad. Sono seguiti attacchi in tutto il Medio Oriente, da Tel Aviv a Dubai e Doha, 5 mila voli cancellati, la più grande interruzione mondiale del trasporto aereo. Gli equilibri geopolitici mondiali sono stati stravolti, così come la politica Usa nel mondo.

Meloni tra riunioni a Palazzo Chigi e i contatti con i leader internazionali

E a Roma? Nella capitale, Giorgia Meloni ha subito convocato una prima riunione in videoconferenza con i vicepremier Antonio Tajani e Matteo Salvini, il ministro della Difesa Guido Crosetto (bloccato con la famiglia a Dubai e poi rientrato con un volo militare via Oman) i sottosegretari Alfredo Mantovano e Giovanbattista Fazzolari e i vertici dell’intelligence. E poi, sempre sabato, ha tenuto una seconda riunione a Palazzo Chigi, con gli stessi protagonisti. La premier ha avuto contatti telefonici con alcuni leader europei e attori della regione, Ursula von der Leyen, il cancelliere Friedrich Merz e il britannico Keir Starmer, il re del Bahrein, gli emiri del Kuwait e del Qatar, il presidente degli Emirati Arabi Uniti, il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, il sultano dell’Oman e il re di Giordania.

Iran, la guerra che ridisegna il Medio Oriente e scopre la marginalità dell’Italia
Giorgia Meloni in riunione a Palazzo Chigi (Ansa).

L’attivismo dal sapore hollywoodiano di Tajani

Al termine delle riunioni, Palazzo Chigi si è limitato a diffondere due comunicati concisi in cui si è sottolineato come Meloni avesse espresso ai leader dei Paesi del Golfo la «vicinanza del governo italiano e la condanna degli ingiustificabili attacchi subiti», oltre a ribadire l’impegno per una «soluzione a favore della stabilità della regione» e rinnovare la «vicinanza alla popolazione civile iraniana che, con coraggio, nelle scorse settimane ha richiesto il rispetto dei suoi diritti civili e politici, subendo una repressione violenta e ingiustificabile». Per il resto, la premier ha lasciato la ‘scena’ politica al vice Tajani, che è apparso tutta la mattinata in tv a fare previsioni sulla durata dell’operazione Usa-Idf («Sarà lunga») e ad aggiornare sulla situazione degli italiani presenti nella regione, a tutela dei quali ha dato vita a una ‘Task force Golfo’ dentro l’Unità di crisi della Farnesina. Sempre il ministro degli Esteri è il delegato a riferire alle commissioni Esteri e Difesa di Camera e Senato della situazione sul campo e di questo attivismo a sostegno degli italiani (da lui raggruppato in iniziative dalla denominazione hollywoodiana).

Iran, la guerra che ridisegna il Medio Oriente e scopre la marginalità dell’Italia
Antonio Tajani durante la conferenza stampa in Farnesina, Roma, 1 marzo 2026 (Ansa).

La crisi iraniana dimostra la marginalità italiana

In un momento di grande sconvolgimento mondiale non si può dire che l’azione del governo italiano si sia distinta in questa fase. Francia, Germania e Gran Bretagna hanno fatto un comunicato congiunto. L’Italia neanche quello, non essendo, malgrado gli sforzi, riuscita a entrare nel gruppo E3, nato nel 2003 per gestire le trattative sul programma nucleare iraniano. Non possiamo prevederlo con certezza ma non sarebbe forse stato molto diverso con un governo di altro colore, ovvero di centrosinistra. E la marginalità attuale italiana, nonostante la lunga storia di rapporti nella regione e l’impegno in Libano con Unifil, è in qualche modo ‘sorella’ della marginalità delle istituzioni europee e dell’attivismo imprevedibile di Donald Trump. Ma tutto questo stride con la narrazione governativa di una Italia ritornata centrale in Europa e nel mondo, grazie ai rapporti personali di Meloni e all’affidabilità che le viene riconosciuta dai leader internazionali, in primo luogo da Trump.

Iran, la guerra che ridisegna il Medio Oriente e scopre la marginalità dell’Italia
Donald Trump (Ansa).

I rischi della special relationship tra Giorgia e The Donald

Ecco, dal rapporto personale con il capo della Casa Bianca, la leader di FdI sembra finora aver ottenuto alcuni grandi vantaggi, come l’aiuto per la liberazione di Cecilia Sala e la limitazione dei dazi ai Paesi Ue al 15 per cento. Ma la ‘special relationship’ con il presidente Usa rischia di costare a Meloni imbarazzo e difficoltà. Soprattutto in tema di Medio Oriente. Dopo il massacro a Gaza perpetrato dall’esercito israeliano, e l’adesione dell’Italia come Paese osservatore al Board of Peace trumpiano, la maggioranza di centrodestra non vuole pagare in termini di consensi il peso di un’altra guerra così impopolare per gli attacchi nei confronti dei civili che ogni operazione militare come questa inevitabilmente comporta. E infatti in entrambe le note di Palazzo Chigi si insiste sul sostegno alla popolazione iraniana «coraggiosa». È quindi naturale che Meloni cerchi di tenere lontano la sua immagine da questo conflitto, soprattutto con l’avvicinarsi di scadenze elettoral: dal referendum sulla riforma della giustizia alle Politiche di primavera 2027.

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Giorgia Meloni e sullo schermo Donald Trump e Benjiamin Netanyahu (Imagoeconomica).

Crosetto tenta di parare la figuraccia mondiale

Per un aneddoto si è, invece, distinta l’Italia in questa vicenda: ovvero la presenza del ministro Crosetto a Dubai. Il titolare della Difesa, andato per recuperare i familiari, è rimasto bloccato negli Emirati perché non avvertito in tempo dell’attacco all’Iran. Crosetto è stato costretto a partecipare alle riunioni sulla guerra in Iran videocollegato con Chigi dagli Emirati. Il ministro è riuscito a trasferirsi in Oman via terra e a rientrare grazie a un velivolo militare che pagherà con bonifico maggiorato al 31mo stormo dell’aeronautica militare. Insomma, un tentativo un po’ goffo di ‘parare’ la figuraccia mondiale, che le opposizioni, dal M5s a Elly Schlein, non si sono tenute dal cavalcare.

Iran, la guerra che ridisegna il Medio Oriente e scopre la marginalità dell’Italia
Il ministro alla Difesa Guido Crosetto (Imagoeconomica).

Opposizioni che davanti alla nuova guerra si muovono in ordine sparso, tra chi condanna con nettezza l’attacco Usa, come Pd, Avs e M5s, e chi è più blando, come Iv, Azione e PiùEuropa. Certo, la figuraccia di Crosetto non sarà indolore e forse ne minerà il futuro (alcuni già lo vedevano successore di Sergio Mattarella). Nei meme sui social è seconda solo al ballo di Sal Da Vinci per Per sempre sì, una hit già ritwittata dai politici di centrodestra come un inno al voto al referendum. Ma tra Da Vinci-gelataio con capelli e sopracciglia colorate che trionfa a Sanremo, e Andrea Bocelli col cavallo Caudillo (diarroico) sul tappeto rosso dell’Ariston, il ‘povero’ Crosetto bloccato a Dubai, come un normale cittadino, ha quasi dell’ordinario.

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Attacco all’Iran, Crosetto bloccato a Dubai: è scontro politico

L’assenza del ministro della Difesa Guido Crosetto, bloccato con la famiglia a Dubai, dai tavoli in cui si seguiva l’evoluzione della crisi in Medio Oriente dopo l’attacco di Israele e Stati Uniti all’Iran è diventata un caso politico. A quanto pare, nessuno al governo, e nemmeno l’Aise, i servizi esteri, sarebbero stato a conoscenza del viaggio del ministro negli Emirati «per motivi personali». Crosetto come ricostruito da Repubblica, era partito venerdì con un volo di linea per raggiungere e mettere in sicurezza la famiglia che si trovava proprio a Dubai. Vista l’accelerazione militare, lo spazio aereo però è stato chiuso e il ministro si è trovato bloccato insieme con molti connazionali. Crosetto come riportato da Palazzo Chigi avrebbe partecipato da remoto ai tavoli sulla crisi. La domanda però resta: come questo sia potuto accadere, visto che un attacco degli Stati Uniti alla Repubblica Islamica era nell’aria da giorni come confermavano report delle intelligence di mezzo mondo, condivisi evidentemente anche con quelle italiane.

Attacco all’Iran, Crosetto bloccato a Dubai: è scontro politico
Guido Crosetto (Imagoeconomica).

Il governo Meloni avvisato dagli Usa solo ad attacco iniziato

Il caso aumenta l’imbarazzo internazionale del governo Meloni. Nonostante la premier sia considerata una delle più strette alleate europee di Donald Trump, gli Usa avrebbero avvisato Roma di primo mattino, solo a blitz iniziato.

Attacco all’Iran, Crosetto bloccato a Dubai: è scontro politico
LA PRESIDENTE DEL CONSIGLIO GIORGIA MELONI, DONALD TRUMP PRESIDENTE USA

M5s all’attacco: il ministro si dimetta

Il M5s è così partito all’attacco chiedendo le dimissioni del ministro. «Alla luce dell’attacco in corso in Iran e dell’escalation militare che sta infiammando il Medio Oriente, abbiamo appreso ieri che il ministro della Difesa italiano si trova attualmente bloccato a Dubai a causa della chiusura degli spazi aerei», ha dichiarato in una nota il vicepresidente M5s Stefano Patuanelli. «È un fatto oggettivo che colpisce e che impone una riflessione seria. In una delle fasi più delicate per la sicurezza internazionale degli ultimi anni, il titolare del Dicastero della Difesa non è fisicamente nel Paese e non può rientrare tempestivamente sul territorio nazionale».

Attacco all’Iran, Crosetto bloccato a Dubai: è scontro politico
Stefano Patuanelli (Imagoeconomica).

Patuanelli sottolinea che non si tratta di una «questione personale, ma istituzionale». «È legittimo chiedersi quale sia stato il livello di informazione preventiva del Governo rispetto agli sviluppi militari in corso, quale coordinamento vi sia con gli alleati e come si stia garantendo la piena operatività della catena di comando in una fase tanto critica». Quindi l’affondo: «Da tempo riteniamo questo governo politicamente inadeguato. Ma mai come in questo caso la posta in gioco riguarda direttamente la sicurezza nazionale. Quando sono in discussione la stabilità internazionale, i nostri militari all’estero e la tutela degli interessi strategici del Paese, l’improvvisazione non è ammessa. Per queste ragioni, riteniamo che il Ministro della Difesa dovrebbe trarne le conseguenze e rassegnare le dimissioni. Non per una polemica politica, ma per rispetto delle istituzioni e per il bene del Paese». La risposta di Fratelli d’Italia non si è fatta attendere. Il deputato Mauro Malaguti ha accusato i cinquestelle di «approfittare» della situazione invece di auspicare «il veloce rientro in Italia in sicurezza dei Crosetto», parlando di polemiche costruite «in perfetto stile 5 stelle».

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Rebus Pd alle Amministrative in Toscana: nel campo largo regna il solito caos

Non di solo referendum costituzionale vive l’elettore. A maggio 2026 sono in programma anche le elezioni amministrative, eh già. Vanno al voto alcuni importanti capoluoghi di provincia, come Venezia, Reggio Calabria, Salerno, ma per il centrosinistra la partita più divertente sarà in Toscana, soprattutto con Arezzo, Pistoia e Prato, senza dimenticare però Sesto Fiorentino, che non fa capoluogo ed è autorevolmente conosciuta come Sestograd per via della sua storia politica di Comune socialista.

Giani e Funaro non si sono mai piaciuti troppo

In queste città regna sovrano il caos nel campo largo. Finito il dopo-sbornia per la (prevedibile) vittoria di Eugenio Giani alla Regione Toscana, ormai ampiamente superato dall’inerzia di governo, il Partito democratico toscano ha deciso di mettersi nei guai da solo. Anzitutto, extra voto amministrativo, c’è un sontuoso scazzo fra Giani e la sindaca di Firenze, Sara Funaro, che fin qui è stata abbastanza impalpabile, non fosse per quella sortita di qualche mese fa contro Francesca Albanese per bloccarne la cittadinanza onoraria.

Rebus Pd alle Amministrative in Toscana: nel campo largo regna il solito caos
Eugenio Giani e Sara Funaro (foto Imagoeconomica).

Le grane sul rifacimento dello stadio di Firenze

Giani e Funaro non si sono mai piaciuti troppo, ora però l’idiosincrasia si è palesata. Una rarità per il narcotizzato Pd fiorentino e toscano, almeno dai mitologici tempi delle Primarie a sindaco vinte da Matteo Renzi, allora versione rottamatore. C’è la questione dello stadio Franchi, il cui rifacimento non affronta momenti facili: dopo la ben nota questione dei quattrini del Pnrr, si è verificato un problema tecnico, visto che la seconda trave in acciaio della struttura che sorreggerà i gradoni della nuova curva Fiesole non entra nelle strutture in calcestruzzo armato per via di un’imprecisione; e il problema non è nella trave.

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Lo stadio Franchi di Firenze (foto Ansa).

La discussione attorno al famigerato “cubo nero”

Poi non è mancato il caso del “cubo nero” di cui si parla – se non straparla – da mesi in città: c’è un’inchiesta in corso per via di una ormai famigerata struttura, il cubo nero, per l’appunto, realizzata a seguito della ristrutturazione del Teatro Comunale di Firenze, al centro di duelli e polemiche e interventi pubblici. Si è scatenato persino un manipolo di agguerriti nobili del centro storico: il punto chiave è il suo impatto sul paesaggio urbano fiorentino. «È figlio di padre incerto, rigenerazione infelice», ha detto Giani facendo accigliare la sindaca Funaro.

Rebus Pd alle Amministrative in Toscana: nel campo largo regna il solito caos
Il “cubo nero” di Firenze (foto Ansa).

Urge scegliere il candidato sindaco a Prato

Emiliano Fossi, segretario regionale del Pd che sente il fiato sul collo del commissario ombra Marco Furfaro, responsabile iniziative politiche del Pd nazionale, deve mediare. Ma non solo lì. C’è da mediare un po’ dappertutto, in Toscana. Per esempio urge scegliere il candidato sindaco a Prato dopo le dimissioni dell’anno scorso della sindaca Ilaria Bugetti. Furfaro ha unilateralmente indicato Matteo Biffoni, mister 22 mila preferenze, che ci sta pensando. Per lui si è sempre parlato di un ruolo presidenziale, nel senso di presidente della Regione Toscana, fin qui c’era però Giani e la situazione era inamovibile; al prossimo turno, chissà.

Rebus Pd alle Amministrative in Toscana: nel campo largo regna il solito caos
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Rebus Pd alle Amministrative in Toscana: nel campo largo regna il solito caos
Rebus Pd alle Amministrative in Toscana: nel campo largo regna il solito caos

Intanto però è appena arrivato il commissario del Pd a Prato, il deputato Christian Di Sanzo. Ha preso il posto del dimissionario Marco Biagioni, ex segretario SOC (Schleiniano di origine controllata), travolto anche lui dalla caduta della sindaca Bugetti. Si vota a maggio eh, 24 e 25 per la precisione, non fra un anno, e ancora le idee non sono proprio chiarissime.

Rebus Pd alle Amministrative in Toscana: nel campo largo regna il solito caos
Rebus Pd alle Amministrative in Toscana: nel campo largo regna il solito caos

A Pistoia Primarie di coalizione o corsa in autonomia?

Poi c’è Pistoia, dove sembrava fatta e invece no: il Pd regionale aveva dato indicazione di convergere sul civico Giovanni Capecchi, docente di Letteratura italiana all’università per Stranieri di Perugia, vicino ad Alleanza Verdi e Sinistra, ma il Pd pistoiese ha indicato come candidata sindaco Stefania Nesi, consigliera comunale, presidente della commissione consiliare urbanistica, docente di Diritto ed Economia politica. Ancora non è chiaro che cosa accadrà: Primarie di coalizione o corsa in autonomia?

Rebus Pd alle Amministrative in Toscana: nel campo largo regna il solito caos
Rebus Pd alle Amministrative in Toscana: nel campo largo regna il solito caos

Sesto Fiorentino: continuiamo così, facciamoci del male

Infine c’è il caos o caso Sesto. Sesto Fiorentino detta Sestograd. Lorenzo Falchi, esponente di punta di Sinistra Italiana, si è candidato in Regione ed è stato eletto, dunque è decaduto ed è entrata in carica come sindaca facente funzione la sua vice Claudia Pecchioli, Pd. C’è da scegliere anche in questo caso il candidato sindaco della coalizione: a chi tocca? La candidatura naturale sarebbe quella di Pecchioli, sostenuta dal 40 per cento degli iscritti del Pd, ma la segreteria locale, capeggiata da Sara Bosi, l’ha stoppata. Il tempo scarseggia e il Pd vive sempre in un film di Nanni Moretti: continuiamo così, facciamoci del male.

Rebus Pd alle Amministrative in Toscana: nel campo largo regna il solito caos
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Rebus Pd alle Amministrative in Toscana: nel campo largo regna il solito caos

Cosa ha detto Meloni sul ruolo del governo in Mps

Intervistata da Bloomberg, Giorgia Meloni ha spiegato che «il ruolo del governo» nel Monte dei Paschi di Siena «è terminato». La quota residua del 4,9 per cento «chiaramente non dà la possibilità di esercitare un’influenza significativa sulla governance» e pertanto l’esecutivo «non parteciperà alla nomina dei nuovi organi amministrativi e di vigilanza» di Mps. La premier, descrivendo il salvataggio e la ristrutturazione della banca senese come «molto ambiziosi», ha rivendicato l’ottima gestione del dossier, uno dei più complessi ereditati dal suo governo. Mps ora è «un’istituzione solida», ha aggiunto la premier. Il cda del Monte dei Paschi di Siena ha appena approvato il Piano Industriale 2026–2030: utile a 3,7 miliardi, 16 miliardi di dividendi agli azionisti e 700 milioni di sinergie a regime dalla piena integrazione con Mediobanca.

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I 90 anni di Occhetto, l’apparizione di Cragnotti e altre pillole

Ci sarà anche Elly Schlein a festeggiare i 90 anni di Achille Occhetto. A Roma la prossima settimana l’ultimo segretario del Partito comunista italiano sarà al centro di un seminario il 3 marzo, giorno del suo compleanno, ideato da Ugo Sposetti con l’associazione Enrico Berlinguer, supportato dai gruppi parlamentari del Partito democratico. Nella sala della Camera di Commercio a piazza di Pietra sono attesi Corrado Augias, Pier Ferdinando Casini, Luciana Castellina, Gad Lerner, Claudio Martelli, Francesco Rutelli e tanti altri…

I 90 anni di Occhetto, l’apparizione di Cragnotti e altre pillole
I 90 anni di Occhetto, l’apparizione di Cragnotti e altre pillole
I 90 anni di Occhetto, l’apparizione di Cragnotti e altre pillole
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I 90 anni di Occhetto, l’apparizione di Cragnotti e altre pillole

Rossi non ha Fifa di portare sfortuna…

Sarà perché quest’anno il Festival di Sanremo non sembra piacere particolarmente al pubblico, fatto sta che il vertice della Rai è corso ai ripari aggiudicandosi i diritti per il Mondiale di calcio 2026. Si tratta di 35 partite da trasmettere in chiaro, comprese semifinali e finale. La previsione è di mandare in onda 32 incontri su Rai1, con highlights diffusi in ogni notiziario e contenitore sportivo, compresi i canali social ufficiali. L’amministratore delegato Giampaolo Rossi ha fatto la sua dichiarazione: «Quando il grande sport chiama, Rai risponde. E lo fa senza compromessi, offrendo ai telespettatori una copertura eccezionale dell’evento. Parliamo della Coppa del Mondo Fifa 2026 che è un evento acquisito dalla Rai in esclusiva in chiaro per 35 incontri che comprendono la partita di apertura». Ma poi Rossi ha detto una frase che, per i superstiziosi, è stata terrificante, annunciando che verranno trasmesse «tutte le partite della Nazionale italiana alla quale auguriamo di qualificarsi». Ma come? Ci sono ancora i playoff da giocare, e per scaramanzia non si dice…

I 90 anni di Occhetto, l’apparizione di Cragnotti e altre pillole
Il ct della Nazionale Gennaro Gattuso (Ansa).

Donnarumma fa festa (i pendolari un po’ meno)

A Roma gran finale per la mostra dedicata alle Ferrovie dello Stato, al Vittoriano e a Palazzo Venezia. Il numero uno del gruppo ferroviario Stefano Antonio Donnarumma ha organizzato un “finissage” riservatissimo solo per vip, con tanto di conclusione a cena, a casa sua. Poi i treni non arrivano in orario (e c’è pure uno sciopero di 24 ore tra venerdì 27 e sabato 28 febbraio!), ma quella è sempre una colpa da addossare al ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Matteo Salvini.

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L’ad di Ferrovie Stefano Donnarumma (foto Imagoeconomica).

L’Inps contro l’intelligenza artificiale che licenzia

Sta facendo molto rumore la sentenza del tribunale di Roma, sezione lavoro, che ha dichiarato sostituibile il lavoro umano con l’intelligenza artificiale. C’è un legittimo licenziamento, quindi, se al posto di un essere umano si “assume” l’IA. L’Inps sta correndo ai ripari, con un gruppo dedicato al tema della sostituzione uomo-robot. Ma cosa si può fare concretamente per evitare danni enormi alle casse dell’istituto? Un’idea che sta girando è quella di far pagare comunque dei contributi previdenziali figurativi all’azienda che caccia un lavoratore rimpiazzandolo con l’IA. La destinazione di queste somme andrebbe a un fondo sociale per sostenere chi viene licenziato. Il tema dovrà interessare anche la ministra del Lavoro Marina Elvira Calderone.

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Elivira Calderone (Imagoeconomica).

Sergio Cragnotti al bar dello sport

Proprio quando la contestazione all’attuale presidente della Lazio Claudio Lotito è arrivata al punto più alto (persino da Palazzo Chigi), tanto che nella Capitale sono apparsi i manifesti dei tifosi che invitano a non votare più Forza Italia fino a quando Lotito sarà in parlamento a rappresentare il partito fondato da Silvio Berlusconi, ecco che a Roma si rivede un ex presidente biancoceleste, amatissimo dalla Curva Nord: Sergio Cragnotti, classe 1940. Per la tifoseria rappresenta il presidente più vincente della storia della Lazio, grazie a un palmares davvero memorabile, avendo conquistato uno scudetto, per due volte la Coppa Italia, e poi due Supercoppe italiane, una Coppa delle Coppe e una Supercoppa europea. Amatissimo, tanto da far dimenticare ai laziali tutte le volte che il finanziere ha avuto disavventure e problemi. Cragnotti era seduto a un bar, già ribattezzato “dello sport”, della romana piazza Barberini: sempre a telefonare, con un cellulare che deve essere bollente come quello di Lotito…

I 90 anni di Occhetto, l’apparizione di Cragnotti e altre pillole
I 90 anni di Occhetto, l’apparizione di Cragnotti e altre pillole
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Legge elettorale, voto anticipato e non solo: il piano pigliatutto di Meloni

All-in. Il piano politico della destra è (provare a) prendersi tutto. E capitalizzare in questo 2026 l’attuale consenso politico (occhio però, perché in realtà i sondaggi registrano qualche segnale di rallentamento). Nell’ingordo progetto di Giorgia Meloni finirebbero così il referendum sulla giustizia, la legge elettorale, le elezioni anticipate, la Rai e pure le nomine delle partecipate. Senza lasciare nemmeno le briciole alle opposizioni. Ma andiamo con ordine.

La legge elettorale: Stabilicum o nuovo Porcellum?

La maggioranza ha trovato l’accordo sulla riforma del sistema di voto e vorrebbe chiudere prima del 22-23 marzo, quando gli italiani sono chiamati a esprimersi sulla separazione delle carriere dei magistrati. Il testo è già stato depositato in parlamento: prevede un sistema proporzionale con premio di maggioranza di 70 seggi alla Camera e 35 al Senato per la coalizione che raggiunga almeno il 40 per cento dei consensi. Via i collegi uninominali, niente preferenze (almeno per ora). Del Rosatellum resta la soglia di sbarramento del 3 per cento. A destra lo chiamano Stabilicum, per la sinistra è solo il nuovo Porcellum, un’altra «legge truffa» fatta apposta per mettere il bastone fra le ruote al campo largo.

Voto a ottobre 2026, soprattutto se il referendum…

Perché aggiungere proprio ora così tanta carne al fuoco? Dietro questa mossa si nasconderebbe la volontà di Meloni di andare a elezioni in fretta, a ottobre 2026, anticipando quindi di un anno la naturale scadenza della legislatura. La strategia nella testa della premier è chiara: capitalizzare la vittoria in caso di trionfo dei al referendum sulla giustizia, oppure evitare di essere logorati dalle polemiche se dovesse prevalere il fronte del No, dato in risalita.

Legge elettorale, voto anticipato e non solo: il piano pigliatutto di Meloni
Cartellone per il “no” al referendum (Imagoeconomica).

Occhio all’influenza negativa delle elezioni di metà mandato negli Usa

C’è anche un ragionamento che vola Oltreoceano e si aggancia ai destini delle midterm americane di novembre: visto che i sondaggi di oggi dicono che Donald Trump potrebbe uscire fortemente indebolito, con il rischio di perdere la maggioranza alla Camera e forse anche al Senato, la preoccupazione dei meloniani è di restare a loro volta impaludati. Uno stallo istituzionale negli Stati Uniti potrebbe avere riverberi pure in Italia, mettendo in difficoltà i filo-trumpiani.

Legge elettorale, voto anticipato e non solo: il piano pigliatutto di Meloni
Giorgia Meloni e Donald Trump (Imagoeconomica).

Le mani sulla Rai con la scusa dell’European Media Freedom Act

Ecco perché le elezioni a ottobre sarebbero la soluzione migliore per l’attuale maggioranza, che nel frattempo, ad aprile, andrebbe a blindare le nomine delle partecipate. Poi entro luglio, con la scusa dell’European Media Freedom Act, il governo punta a stringere ancora di più la presa sulla Rai, facendo insediare un nuovo consiglio di amministrazione che durerebbe fino al 2031, in un risiko che prevede il passo indietro dell’attuale amministratore delegato Giampaolo Rossi per premiare, chissà, il direttore del Tg1 Gian Marco Chiocci. Così anche il controllo sulla tivù di Stato sarebbe rinforzato.

Legge elettorale, voto anticipato e non solo: il piano pigliatutto di Meloni
Giampaolo Rossi (Imagoeconomica).

Guardia di Finanza, si punta a un uomo di fiducia

Cosa resta? A maggio scadono i vertici della Guardia di Finanza, e pure qui l’obiettivo è nominare un “uomo di fiducia” al posto dell’attuale numero uno Andrea De Gennaro. L’intesa sul nome giusto non è ancora stata raggiunta, anche se si parla del generale Bruno Buratti e dei comandanti Umberto Sirico e Francesco Greco. Ma occhio agli outsider.

Intesa nella maggioranza sulla legge elettorale: cosa prevede

È stata raggiunta nella notte l’intesa nella maggioranza sulla nuova legge elettorale. Il testo, già ribattezzato “stabilicum” perché punta a garantire stabilità disinnescando le minacce del Rosatellum – soprattutto nei collegi uninominali del Sud – sarà ora oggetto di alcune limature tecniche e di un ultimo passaggio coi leader dei partiti della coalizione al governo. Poi verrà depositato, forse già oggi 26 febbraio.

Cosa prevede la nuova legge elettorale

L’impianto della legge sarà proporzionale con un premio di maggioranza, che scatterebbe a favore della coalizione capace di raggiungere il 40 per cento dei voti. Il premio non farebbe ottenere automaticamente il 55 per cento dei seggi, ma garantirebbe ai vincitori 70 seggi alla Camera e 35 al Senato. La nuova legge elettorale non prevede le preferenze e introdurrà l’obbligo di indicare il leader della coalizione, non sulla scheda elettorale, ma nel programma presentato agli elettori. Per quanto riguarda le soglie di sbarramento, dovrebbero restare quelle attuali: 3 per cento per le liste singole, 10 per cento per chi è in coalizione.

Referendum, Conte contro Nordio: «Disegno criminale»

Non si placa lo scontro sul referendum sulla giustizia. Dopo i vari botta e risposta tra il ministro Carlo Nordio e il procuratore Nicola Gratteri e l’uscita del sottosegretario Giovanbattista Fazzolari, ad alzare i torni è Giuseppe Conte. A Palermo, dov’è andato in scena un confronto con il Guardasigilli, il primo tra un esponente del governo e un leader delle opposizioni sulla riforma della giustizia, il leader del M5s ha accusato l’esecutivo di star realizzando «un disegno di politica criminale». Nordio non ci sta e contrattacca: «Non avete argomenti costituzionali e giuridici».

L’attacco del leader del M5s: «Avete mortificato il Parlamento»

Il Guardasigilli ha ribadito di non aver «mai avuto intenzione di umiliare la magistratura» e che il giorno dopo la vittoria al referendum il governo aprirà «un tavolo di confronto» con le toghe sulle leggi di attuazione. Di qui la risposta di Conte: «Allora perché non l’avete fatto in Parlamento? Perché avete blindato la riforma e non ci avete fatto discutere? Avete mortificato il Parlamento e ci volete far credere che vi confronterete con le opposizioni». E ancora, citando l’ultima opera di Nordio in cui si dice che la riforma serve a far recuperare il primato della politica: «Fatemi capire, voi non rimuovete nemmeno il sottosegretario Delmastro, condannato in primo grado, o la ministra Santanché (rinviata a giudizio per falso in bilancio, ndr), che avete scudato in Parlamento sollevando conflitto di attribuzione per aspettare la prescrizione. È questo il vostro primato della politica?».

Rossi, Chiocci e il piano segreto della destra per stringere la presa sulla Rai

C’è un piano che si aggira tra le stanze di Via Asiago, fin su agli studi di Saxa Rubra per arrivare alla nuova sede di via Alessandro Severo, ma che in questi giorni arriva addirittura a Sanremo, dove è iniziato un soporifero Festival (che ha già fallito alla prova degli ascolti). Alcuni sussurri raccontano di un amministratore delegato, Giampaolo Rossi, che si sarebbe stufato di guidare la Rai, un’azienda praticamente irriformabile, completamente bloccata da un sindacato fortissimo che mette bocca su tutto e sempre sotto l’occhio vigile della politica, che non perde occasione per occuparsi di televisione. Un’azienda dove qualsiasi polemica, anche piccola, diventa un affare di Stato. E così Rossi, che qualcuno chiama “il guru” e qualcun altro “il profeta”, si sarebbe stancato. Ne avrebbe addirittura parlato con Giorgia Meloni, che l’ha ascoltato annuendo in silenzio, perché la premier, come tradizione della vecchia destra, non ama chi si sfila dalla lotta. E soprattutto ama chi le risolve i problemi, non chi gliene porta di nuovi.

Rossi, Chiocci e il piano segreto della destra per stringere la presa sulla Rai
Rossi, Chiocci e il piano segreto della destra per stringere la presa sulla Rai
Rossi, Chiocci e il piano segreto della destra per stringere la presa sulla Rai
Rossi, Chiocci e il piano segreto della destra per stringere la presa sulla Rai
Rossi, Chiocci e il piano segreto della destra per stringere la presa sulla Rai
Rossi, Chiocci e il piano segreto della destra per stringere la presa sulla Rai
Rossi, Chiocci e il piano segreto della destra per stringere la presa sulla Rai

Comunque, il piano di cui si narra è il seguente. Dopo mesi di stallo, in parlamento si è notata un’accelerazione di Fratelli d’Italia sulla legge di riforma della Rai, con il testo base adottato dalla maggioranza che arriverà nell’aula del Senato tra il 3 e il 5 marzo e dove sono anche pronti gli emendamenti presentati dall’opposizione. Radio Transatlantico spiega che questo improvviso sprint, dopo mesi di melina, è dovuto alla volontà di approvare la riforma della tivù pubblica – così come chiesto dall’Europa tramite il Media Freedom Act – entro l’estate.

Con una nuova legge per la governance, il cda dovrebbe dimettersi

Per quale motivo? Non certo per fare un piacere a Bruxelles o ai partiti di opposizione, che da mesi denunciano il pericolo che possa scattare un meccanismo d’infrazione dell’Unione europea verso l’Italia. Ma perché, con la riforma approvata, a quel punto l’attuale vertice sarebbe in pratica esautorato: non c’è nessun obbligo alle dimissioni, ma di fatto all’intero consiglio di amministrazione, di fronte a una nuova legge per la governance, si chiederebbe il beau geste del passo indietro.

Il timone della Rai in mano alla destra durante importanti tornate elettorali

A quel punto, magari in autunno, il parlamento eleggerebbe con la nuova norma un altro vertice Rai che, nonostante i paletti imposti dai regolamenti europei, sarebbe comunque espressione della maggioranza, quindi del centrodestra. Un vertice Rai che durerebbe cinque anni e non gli attuali tre, e quindi sarebbe alla guida della televisione pubblica sia durante le elezioni politiche del 2027 sia quando ci sarà da eleggere il nuovo capo dello Stato nel 2029, per non parlare di tutte le altre tornate amministrative, tra cui l’importante voto per Milano.

Fazzolari, Filini e la mossa del cavallo nelle stanze di Via della Scrofa

Insomma, il governo Meloni farebbe un passo indietro, facendo dimettere Rossi e il cda un anno prima della scadenza, per farne cinque in avanti, visto che poi la nuova governance durerà fino al 2031. Mica male. Una vera mossa del cavallo, partorita nelle stanze di Via della Scrofa, di cui sono stati informati Giovanbattista Fazzolari e il suo fedelissimo con delega alla tivù, Francesco Filini.

Rossi, Chiocci e il piano segreto della destra per stringere la presa sulla Rai
Rossi, Chiocci e il piano segreto della destra per stringere la presa sulla Rai
Rossi, Chiocci e il piano segreto della destra per stringere la presa sulla Rai
Rossi, Chiocci e il piano segreto della destra per stringere la presa sulla Rai

Il bivio di Chiocci: Palazzo Chigi o il vertice della tivù pubblica

Addirittura si vocifera che il nome a cui i Fratelli puntano come futuro ad sia quello di Gian Marco Chiocci, attuale direttore del Tg1 e fedelissimo di Giorgia. «Ma non doveva lasciare il Tg1 per andare a rinforzare la comunicazione di Palazzo Chigi?», è la domanda che sorge spontanea. Sì, ma non è detto. Per lui si sta aprendo anche questa seconda possibilità. Dunque, se Chiocci va a Chigi, per lui si spalancherebbe la strada di una futura candidatura in parlamento. Se invece resta al Tg1, sarà in pole position per guidare l’azienda con il nuovo vertice.

Rossi, Chiocci e il piano segreto della destra per stringere la presa sulla Rai
Gian Marco Chiocci (foto Imagoeconomica).

Da risolvere l’impasse sulla commissione di Vigilanza Rai

In più, seguendo questo percorso, si risolverebbero un paio di importanti questioni. Da un lato si verrebbe incontro alla stanchezza di Rossi e al suo desiderio di andare altrove; dall’altra si risolverebbe l’impasse sulla presidenza, sbloccando di conseguenza la paralisi che attanaglia da un anno la commissione di Vigilanza Rai. Chiaramente poi tutto dipenderà dalla nuova legge che uscirà dal parlamento, ma la maggioranza non farà più l’errore di voler imporre un nome alle opposizioni, che è il motivo per cui la Vigilanza è in stallo sul profilo di Simona Agnes.

Rossi, Chiocci e il piano segreto della destra per stringere la presa sulla Rai
Simona Agnes e Giampaolo Rossi (Imagoeconomica).

L’exit strategy di Rossi: andare a Rai Cinema al posto di Del Brocco

Alcuni parlamentari negano questo scenario, smentendo il fatto che Rossi voglia lasciare. «Non è vero, lui vuole andare fino in fondo, gli piace assai quello che fa», assicurano. Altri però confermano: anzi spiegano che addirittura l’ad abbia in mente una precisa exit strategy per lasciare il timone ma non l’azienda, che consisterebbe nel prendere le redini di una casella che gli sta molto a cuore, cioè Rai Cinema, dove ad aprile scade l’ennesimo mandato di Paolo Del Brocco. Il quale punta alla riconferma, ma che invece FdI vuole far sloggiare.

Rossi, Chiocci e il piano segreto della destra per stringere la presa sulla Rai
Paolo Del Brocco, ad di Rai Cinema (foto Imagoeconomica).

Da tempo per quel posto si scalda l’attuale direttore del Day Time, Angelo Mellone, che però in Via della Scrofa considerano inadatto al ruolo. «Lì ci vuole qualcuno con capacità manageriali», ripetono in coro i meloniani che seguono da vicino le vicende di mamma Rai. E quello di Rossi potrebbe corrispondere al giusto identikit.

Rossi, Chiocci e il piano segreto della destra per stringere la presa sulla Rai
Angelo Mellone (foto Imagoeconomica).

Se i meloniani andranno in pressing, allora sarà una prova…

Nelle prossime settimane ne sapremo di più, soprattutto tenendo d’occhio il cammino della riforma in parlamento. Se da Fratelli d’Italia, come sembra, si spingerà per una rapida approvazione, anche aprendo alle richieste dell’opposizione, allora tutte le caselle del mosaico potrebbero andare al loro posto, all’interno dello scenario di cui sopra. Se invece non succederà, si continuerà con l’attuale vertice fino alla scadenza del mandato, nell’ottobre 2027. A quel punto, però, il nuovo management sarà poi eletto dalla prossima maggioranza di governo. Un rischio che in Via della Scrofa si preferirebbe evitare.

Referendum, il caso dell’incontro per il “no” cancellato dall’Università di Genova

È diventato un caso politico l’annullamento di un incontro sul “no” al referendum sulla giustizia, organizzato dagli studenti di Sinistra universitaria nella sede del Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Genova e poi, appunto, cancellato dall’ateneo. Valentina Ghio e Alberto Pandolfo, deputati liguri del Pd, hanno annunciato un’interrogazione alla ministra dell’Università e della ricerca Anna Maria Bernini, parlando di «un atto che rischia di comprimere la libertà di discussione dentro l’ateneo» e di «regole devono valere per tutti». Stefano Balleari, presidente del consiglio regionale ed esponente di Fratelli d’Italia, ha invece applaudito la scelta del rettore Federico Delfino: «L’università è un luogo di confronto, non di propaganda»

Sinistra universitaria: «Grave violazione del diritto degli studenti a esprimersi»

L’incontro si sarebbe dovuto tenere il 2 marzo in via Balbi 5, sede del Dipartimento di Giurisprudenza e del rettorato. Ma è stato annullato perché non avrebbe rispettato il regolamento dell’ateneo, che esclude le iniziative di tipo politico dall’università, e in quanto «non rispettava il contraddittorio», rappresentando la sola posizione del “no”. Da parte sua, Sinistra universitaria – evocando altre iniziative promosse dalla maggioranza – ha denunciato sui social che il dietrofront rappresenta «una grave violazione del diritto di studentesse e studenti a esprimersi».

Referendum, il caso dell’incontro per il “no” cancellato dall’Università di Genova
Federico Delfino (Ansa).

Il nodo della presenza dell’ex ministro Orlando, esponente del Partito democratico

Tra i relatori, oltre a professori dell’Università di Genova e magistrati, ci sarebbe stato anche l’ex ministro della Giustizia, Andrea Orlando, che ora è consigliere regionale Pd in Liguria. «Ci hanno chiesto spazi per organizzare un dibattito monotematico sul “no”, alla presenza di un esponente politico. I nostri regolamenti ci invitano a tenere un atteggiamento neutro. Quindi ho chiesto agli studenti di Sinistra universitaria di organizzare lo stesso dibattito con gli stessi relatori, ma dando voce anche alle ragioni del “sì”, in modo tale da mantenere questa neutralità», ha spiegato il rettore Delfino. L’organizzazione studentesca ha precisato di aver invitato Orlando non in qualità di esponente del Pd, ma di ex ministro della Giustizia, dunque come tecnico.

Referendum, il caso dell’incontro per il “no” cancellato dall’Università di Genova
Andrea Orlando (Imagoeconomica).

Giustizia, nuovo scontro tra Gratteri e Nordio sugli organici

Nuovo botta e risposta tra il magistrato Nicola Gratteri e il ministro della Giustizia Carlo Nordio. Dopo lo scontro sulle correnti del Csm, questa volta la querelle riguarda gli organici. «Bisognerebbe coprire tutti i buchi, tutte le scoperture che ci sono e poi rivedere la geografia giudiziaria. Anziché riaprire i tribunali come ha fatto adesso il ministro, riaprendo Bassano del Grappa, bisognerebbe chiudere i piccoli tribunali perché non funzionano bene», ha detto il procuratore di Napoli a margine dell’inaugurazione dell’anno formativo della Scuola superiore della magistratura a chi gli chiedeva quali fossero gli interventi necessari per migliorare l’amministrazione della giustizia. «Bisogna fare sinergia perché ogni volta che si apre un ufficio giudiziario c’è sempre un procuratore della repubblica con tutta la struttura amministrativa che ne consegue. Bisognerebbe accorpare e fare sinergia, altrimenti saranno sempre più in difficoltà. Se pensa alla proposta di Nordio che ha detto che nella riforma del codice di procedura penale si prevede che un’ordinanza di custodia cautelare venga firmata da tre giudici, voi capite il livello di incompatibilità che si creerà nei piccoli tribunali. Il presidente del tribunale dovrà chiedere altri magistrati, dovrà chiedere al presidente della corte d’appello l’applicazione di un magistrato dal tribunale più vicino. Il tribunale più vicino sarà nelle stesse difficoltà, con gli stessi problemi e quindi sarà come il cane che si morde la coda».

Giustizia, nuovo scontro tra Gratteri e Nordio sugli organici
Nicola Gratteri (Ansa).

La replica di Nordio: «Smentito dai numeri»

A stretto giro è arrivata la replica del Guardasigilli: «Prendo atto delle dichiarazioni odierne del procuratore Gratteri alla Scuola superiore di magistratura in merito alla copertura degli organici. Rilevo che, per la prima volta da mezzo secolo, stiamo colmando gli organici della magistratura attraverso ben sei concorsi, alcuni dei quali già definiti. Di conseguenza dalla fine di quest’anno avremmo in servizio 10.853 magistrati che contribuiranno ad accelerare la definizione dei processi. I nostri numeri lo smentiscono ancora una volta». E ancora: «Siamo rammaricati per questa ennesima sterile polemica che non asseconda quel clima di pacatezza e razionalità giustamente invocato dal presidente della Repubblica. Oltre alla copertura della piante organiche della magistratura, abbiamo provveduto al potenziamento delle strutture amministrative attraverso la stabilizzazione di circa 10 mila addetti all’Ufficio del processo, a suo tempo assunti a tempo determinato. Abbiamo finalmente regolarizzato la posizione dei giudici onorari, che erano privi di garanzie salariali e previdenziali. Abbiamo inoltre assunto dall’ottobre 2022 ad oggi circa 20 mila addetti alle funzioni amministrative».

Fermi tutti: dopo la maratona olimpica Salvini posta dal Mit

Fermi tutti. Ormai lo davamo per disperso sulle piste di Cortina, Livigno e Bormio, quasi una terza mascotte olimpica. O impegnato a esprimere sui social solidarietà alle forze dell’ordine dopo la giravolta carpiata effettuata su Carmelo Cinturrino, poliziotto che, è notizia recente, resterà in carcere. Invece il 24 febbraio Matteo Salvini si trovava esattamente dove doveva essere e cioè al ministero delle Infrastrutture e Trasporti. Martedì infatti il vicepremier leghista ha postato sui social uno scatto in occasione dell’incontro con il ministro dell’Interno di Cipro. Magari, visto che è in sede, Salvini si sarà occupato anche della grana informatica che sta bloccando il sistema di protocollazione del dicastero di Porta Pia. Chissà…

Ok definitivo del Senato al decreto Ucraina con la fiducia: la protesta delle opposizioni

L’aula del Senato ha confermato la fiducia posta dal governo sul decreto Ucraina, approvando il testo per la conversione definitiva in legge. A favore si sono espressi 106 senatori. Sono stati 57 quelli contrari, due gli astenuti. Visto che a Palazzo Madama il voto con la fiducia è unico, l’opposizione ha votato ‘no’ in blocco nonostante il sostegno – anche militare – da sempre accordato all’Ucraina da Pd, Italia Viva e Azione: «Siamo stati costretti dalla fiducia. La maggioranza ha blindato il testo per coprire le loro differenze e difficoltà», ha detto il senatore dem Alessandro Alfieri.

Referendum sulla giustizia: la propaganda di FdI sbarca a Sanremo

Giorgia Meloni era stata chiara: «Penso che sia molto importante che questa campagna referendaria rimanga sul merito e sul contenuto di ciò di cui stiamo parlando, senza cercare di trasformarla in altro», aveva detto nell’ultima intervista rilasciata a SkyTg24. «Una polarizzazione o un referendum sul governo interessa chi non può stare nel merito, non noi perché la conferma della riforma può solo fare il bene dell’Italia», aveva insistito la premier costretta a mettere la faccia a difesa della Riforma della Giustizia per arginare l’avanzata del No.

Referendum sulla giustizia: la propaganda di FdI sbarca a Sanremo
Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

E dopo la sbornia olimpica ecco il Festival da cavalcare

Il messaggio però non deve essere arrivato altrettanto chiaro allo staff social di Fratelli d’Italia che scopiazzando Taffo, Ryanair o Ceres, continuano a buttarla in caciara, declinando il sì al referendum sulla Giustizia sul tema del momento. Chiusa la maratona olimpica, non rimane che Sanremo, una manna per la Fiamma creativa. Dopo aver utilizzato a proprio vantaggio lo scivolone dem del meme con gli azzurri del curling, riproponendolo con Meloni protagonista (ma questa era farina del sacco della frizzante Atreju), ecco arrivare sul profilo ufficiale del partito il Festival Ingiustizia 2026, con ovviamente le card dei campioni del fronte del No.

I campioni del No in gara: da Gratteri a Travaglio

Un lavoro mica da poco visto che lo staff è arrivato a storpiare i titoli di hit del passato: Maledetta cronologia di Nicola Gratteri (il riferimento dei creativi è alla finta intervista di Giovanni Falcone per il no alla separazione delle carriere citata dal procuratore di Napoli).Ho cambiato idea, ma quale idea di Debora Serracchiani; Vuoto di memoria di Marco Travaglio; Voterei ma non posso eseguita da Nichi Vendola; I migliori scivoloni della nostra vita cantata da Rocco Maruotti, segretario generale dell’Anm, Non voglio mica riformare del presidente sempre dell’Anm Cesare Parodi. Insomma, a Sanremo la premier non è andata (Palazzo Chigi ha smentito la sua partecipazione alla prima serata bollandola come fake news, ma i ‘suoi’ Fratelli si sono dati da fare).

Forse però gli arditi social media manager hanno commesso un errore (o forse è solo l’ennesimo tentativo destrorso di scippare icone alla sinistra dopo Gramsci e Pasolini). Già perché il carosello su Instagram si chiude con un: A riformare comincia tu. Chissà se Raffaella Carrà sarebbe stata d’accordo…

Referendum sulla giustizia: la propaganda di FdI sbarca a Sanremo
dal post di FdI.

Polemiche per l’uscita di Fazzolari: «Al referendum Putin voterebbe no»

Continua lo scontro senza esclusione di colpi sul referendum della giustizia. A infiammare il dibattito è una dichiarazione del sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari che, durante un convegno organizzato da Fdi in Senato sui quattro anni di guerra tra Russia e Ucraina, a chi gli ha chiesto cosa voterebbe Putin ha risposto che «in Russia non c’è la separazione delle carriere, quindi probabilmente voterebbe no». «Una battuta in una chiacchierata informale con i cronisti», ha precisato poco dopo, ma ciò non è bastato a fermare le polemiche.

Schlein: «Appello di Mattarella inascoltato»

«Spiace che l’autorevole appello di Mattarella sia stato così poco ascoltato. Hanno detto che avrebbero abbassato i toni. Ma non ho avuto questa impressione, soprattutto oggi che abbiamo un altro esponente di governo, Fazzolari, che arriva a dire che Putin voterebbe no alla riforma. Alla faccia della non politicizzazione del referendum e dell’abbassamento dei toni. Tra l’altro proprio oggi che ricorre l’anniversario della criminale invasione dell’Ucraina», ha detto la segretaria del Partito democratico Elly Schlein in un’iniziativa a Latina. Gli ha fatto eco Francesco Boccia, presidente del gruppo dem al Senato: «Stigmatizziamo con forza le dichiarazioni vergognose che il sottosegretario Fazzolari, immaginiamo a nome del governo, ha appena fatto nella giornata del quarto anniversario dell’aggressione della Russia all’Ucraina, paragonando tutti coloro che votano no a Putin».

La precisazione di Fazzolari

«Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari non ha mai paragonato a Putin tutti coloro che votano no al referendum, come erroneamente sostenuto da alcuni esponenti dell’opposizione. Durante una chiacchierata informale a margine di un’iniziativa sui quattro anni di resistenza ucraina, gli è stato chiesto se Putin voterebbe no al referendum. A una domanda evidentemente bizzarra, il sottosegretario ha risposto con una battuta: “In Russia non c’è separazione delle carriere, quindi probabilmente voterebbe no”». È quanto si legge in una nota dell’ufficio stampa del sottosegretario.

Salvini nel 2021 aveva difeso l’ex assessore regionale leghista condannato per omicidio

Massimo Adriatici, ex assessore leghista di Voghera (Pavia) che nel 2021 uccise il senzatetto Youns El Boussettaoui, è stato condannato in primo grado a 12 anni di carcere per omicidio volontario. Potrà contare sullo sconto di pena di un terzo per aver scelto il rito abbreviato, ma dovrà anche versare 380 mila euro totali di risarcimenti alla famiglia della vittima. Ebbene, così come Matteo Salvini si era affrettato a difendere «senza se e senza ma» Carmelo Cinturrino, ovvero il poliziotto che ha ucciso il pusher Abderrahim Mansouri – poi arrestato – allo stesso modo cinque anni fa il segretario della Lega si era subito schierato dalla parte di Adriatici.

Il video pubblicato da Salvini dopo l’omicidio di Voghera

«Altro che far west a Voghera», affermava Salvini in un video pubblicato nel 2021 sui social, nel quale spiegava che Adriatici era stato «vittima di un’aggressione» e che «accidentalmente» aveva fatto partire un colpo, fatale per «un cittadino straniero già noto in città e alle forze dell’ordine per violenze, aggressioni e atti osceni in luogo pubblico». Salvini, invocando pazienza «prima di condannare una persona perbene» che si sarebbe solo difesa, chiosava: «A fronte di un’aggressione, come extrema ratio la difesa è sempre legittima. E se fosse vero che il soggetto, che purtroppo è morte, fosse già arcinoto alla polizia evidentemente non si è trattato di un regolamento di conti».

Lombardia, l’ex assessore Mazzali lascia Fdi

La consigliera regionale lombarda Barbara Mazzali ha lasciato Fratelli d’Italia per aderire a Forza Italia. Ad annunciarlo è stato Alessandro Sorte, deputato azzurro e segretario regionale della Lombardia: «Il nostro gruppo sale così a 11 consiglieri regionali. Alle elezioni del 2023 erano stati eletti sei consiglieri e quello di Barbara Mazzali è il quinto ingresso nel gruppo, a conferma di un percorso di crescita politica e istituzionale costante. Siamo felici della sua scelta, si tratta di una figura di riconosciuto consenso, che in più tornate elettorali ha dimostrato competenza, credibilità e un forte radicamento sul territorio lombardo. Il suo contributo rappresenta un valore aggiunto per l’azione del gruppo e per il progetto politico di Forza Italia in Regione. Il partito continua a crescere e rafforzarsi sul territorio lombardo e a ogni tornata elettorale. Nelle prossime settimane ci saranno altri ingressi». Mazzali, che pare stesse dialogando anche con il partito di Vannacci, Futuro Nazionale, ha dunque scelto di proseguire l’esperienza con Fi anche in vista di una candidatura per le prossime regionali. Nei primi due anni e mezzo di legislatura ha svolto il ruolo di assessore regionale al Turismo prima di essere sostituita in corsa da Debora Massari.

Vannacci entra ufficialmente nell’Ens, gruppo fondato dall’Afd

Roberto Vannacci entra ufficialmente nel gruppo Ens (Europa delle nazioni sovrane), la famiglia sovranista fondata dall’Afd, dopo essere uscito dai Patrioti per l’Europa in conseguenza del suo addio alla Lega. Lo ha annunciato il capogruppo Rene Aust in conferenza stampa a Bruxelles. «È un onore, mi riconosco totalmente nei principi e ideali di questo gruppo», ha dichiarato l’ex generale. «Sono convinto che assieme lavoreremo benissimo. Seguendo il principio di difendere la sovranità nazionale contro il federalismo europeo, rimuovendo la più grande truffa dell’Ue che è il Green Deal. Ancora, puntiamo a proteggere le tradizioni greco romane che hanno sempre caratterizzando l’Europa e abbiamo una posizione molto chiara in materia di immigrazione, che non è solo importazione di forza lavoro ma anche di cultura e civiltà completamente diverse dalle nostre», ha aggiunto. «Io al momento non faccio parte di nessuna coalizione, il mio partito non fa parte di nessuna coalizione. Il partito è appena nato e sostanzialmente sta per prendere piede. Oggi Futuro Nazionale cammina sulle sue gambe e da solo», ha concluso riguardo al suo posizionamento nel Parlamento italiano.

Aust: «Puntiamo su un’eccellente collaborazione»

«Per noi è un grande onore poterti accogliere nel nostro gruppo e puntiamo su un’eccellente collaborazione», ha detto Aust. «Avremmo accolto solo deputati fedeli ai loro principi, non c’è dubbio in questo caso. Nelle prossime settimane e mesi questa resterà la situazione per fare un lavoro importante al Parlamento europeo e in patria. Abbiamo discusso su punti comuni e differenze e il risultato è che abbiamo pochissime differenze ma possiamo trovare un denominatore comune per la politica economica e migratoria».

Le foto del presidente Mattarella in visita a Niscemi

Le foto del presidente Mattarella in visita a Niscemi
Le foto del presidente Mattarella in visita a Niscemi
Le foto del presidente Mattarella in visita a Niscemi
Le foto del presidente Mattarella in visita a Niscemi
Le foto del presidente Mattarella in visita a Niscemi

Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella si è recato in visita a Niscemi, il comune siciliano in provincia di Caltanissetta colpito dal ciclone Harry. Il capo dello Stato ha voluto toccare con mano la situazione che la popolazione sta vivendo dal 25 gennaio, quando una parte dell’abitato è stata inghiottita da una frana e un centinaio di famiglie hanno perso per sempre le loro case. Dopo aver sorvolato l’area in elicottero, Mattarella è stato accolto dal sindaco Massimiliano Valentino Conti e ha fatto un giro nelle strade del centro storico. Si è recato anche alla scuola Mario Gori sgomberata dopo la frana. «È difficile in queste condizioni, lo capisco. Nelle case c’erano gli affetti, c’era la vostra vita. Lo capisco bene. Per questo sono venuto qui per far vedere che il sostegno si mantiene alto. Ci siamo e stiamo lavorando per Niscemi», ha detto. La sua visita segue quella della premier Giorgia Meloni, che aveva annunciato lo stanziamento di 150 milioni di euro per la messa in sicurezza del territorio.

La giravolta di Salvini sul caso del pusher ucciso a Rogoredo

Rispondendo a una domanda su Carmelo Conturrino, ovvero il poliziotto arrestato per omicidio volontario dello spacciatore Abderrahim Mansouri ucciso a Rogoredo, pur ribadendo di avere «rispetto e stima e fiducia nelle forze dell’ordine» Matteo Salvini ha affermato che, «se qualcuno invece usa la divisa per fare affari o per regolamenti di conto personali, non è degno di quella divisa».

Salvini aveva difeso Cinturrino «senza se e senza ma»

Eppure, come sottolineato da più parti, la sera dell’uccisione di Mansouri – avvenuta il 26 gennaio – a Salvini erano bastati 37 minuti per affermare sui social: «Sono dalla parte del poliziotto, senza se e senza ma».

Il 29 gennaio, Salvini aveva definito «ingeneroso» indagare per omicidio volontario un agente che ha difeso se stesso la sua vita e i suoi colleghi da un pregiudicato», puntando il dito contro la sinistra che stava «facendo politica sulla pelle di un poliziotto».

Il 30 gennaio, Salvini aveva poi scritto sui social: «Io sto col poliziotto. La Lega lancia una nuova campagna di raccolta firme per sostenere chi ogni giorno difende la nostra sicurezza». E poi: «Solidarietà all’agente di Polizia indagato che, durante un controllo antidroga a Milano, ha fatto il proprio dovere difendendosi. Giù le mani dalle Forze dell’Ordine!».

Lo sparo e la messinscena: perché l’agente è stato arrestato

Secondo quanto emerso dalle indagini – scattate come «atto dovuto» – Cinturrino avrebbe colpito Mansouri e poi, dopo aver ordinato a un collega di andare al commissariato a prendere uno zaino, avrebbe lasciato accanto al corpo dello spacciatore la replica giocattolo di una pistola Beretta 92 che teneva in ufficio, organizzando la messinscena dell’arma puntata contro di lui e, dunque, della legittima difesa. In tutto questo, mentre la vittima era a terra agonizzante, Cinturrino non avrebbe chiamato subito i soccorsi, ritardando la telefonata di oltre 20 minuti.