Antonella Cavallari nuova Ambasciatrice d’Italia a Cipro

Antonella Cavallari è stata nominata Ambasciatrice d’Italia a Cipro, nazione che ha appena assunto la presidenza semestrale del Consiglio dell’Unione europea. Romana classe 1961, Cavallari ha una lunga esperienza diplomatica alle spalle, iniziata nel 1987 con un primo incarico alla Direzione generale Affari Economici della Farnesina. Nel 1991 la prima sede all’estero: Il Cairo, dove arriva a ricoprire il ruolo di Primo segretario commerciale. Nel 1996 il trasferimento a Tokyo, con lo stesso incarico. Dopo un periodo a Roma tra la DG Italiani all’estero e Politiche Migratorie e la Segreteria particolare del Vice Ministro – Sottosegretario di Stato, dal 2013 al 2016 è stata ambasciatrice in Paraguay. Poi è tornata a Roma come Vice Direttore Generale per la Mondializzazione e le Questioni globali/Direttore Centrale per i Paesi dell’America Latina alla Farnesina. L’ultimo incarico prima di Nicosia è stato quello di segretaria generale dell’Istituto Italo-Latino Americano.

Il momento d’oro di Giuseppe Conte, Commander in Pochette del campo largo

Giuseppe Conte, va detto, è in splendida forma. Ci sono sondaggi che lo presentano competitivo nei confronti di Giorgia Meloni, probabilmente il più competitivo del campo largo. Al che verrebbe pure da pensare che il Commander in Pochette del M5s sarebbe pronto, prontissimo, per le primarie del centrosinistra, e chissà se mai si faranno. Ha tutto quello che desidera, l’ex presidente del Consiglio: un’opposizione interna che garantisce un minimo di democrazia (Chiara Appendino, ex sindaca di Torino, è il corrispettivo dei riformisti per il Pd); una pattuglia parlamentare che risponde a lui, che parla come lui, che è a sua immagine e somiglianza, basta ascoltare gli interventi del deputato Marco Pellegrini, ingegnere di Foggia nonché cosplayer di Conte («Avete portato avanti soltanto l’opzione bellicista, quindi invio di armi sempre più letali», si è lanciato giovedì in Aula, durante le comunicazioni del ministro della Difesa Guido Crosetto. «Sempre più armi, sempre più sostegno e null’altro: questo avete deciso di fare. Era una strategia sbagliata, lo dimostrano i fatti, lo dimostra, purtroppo, l’andamento della guerra, lo dimostrano le centinaia di migliaia di morti ucraini»). E degli alleati che fondamentalmente lo adorano e che forse non vedrebbero l’ora di diventare come lui, così amato dai catto-comunisti.

Il momento d’oro di Giuseppe Conte, Commander in Pochette del campo largo
Giuseppe Conte (Ansa).

La battaglia continua contro il «furore bellicista»

E dire che lui e il suo M5s ne combinano parecchie, specie sulla politica estera. Questa settimana è stato il trionfo della denuncia del «furore bellicista», anche quando di bellicismo impenitente ce n’è poco: l’Ucraina ha bisogno di aiuti, militari e non solo, per difendersi, c’è poco da fare. La popolazione iraniana avrebbe bisogno di una mano esterna, ché da sola contro gli ayatollah può riempire le piazze ma finisce imprigionata, torturata, uccisa, repressa. I cinquestelle dopo essersi astenuti in Senato su una risoluzione unitaria alla camomilla, in cui c’era lo spazio per tutta l’azione diplomatica e multilaterale del globo, giovedì hanno portato in commissione Esteri della Camera un’altra risoluzione – firmata anche da Nicola Fratoianni di Avs – in cui si impegna il governo a «scongiurare azioni militari unilaterali fuori dal quadro del diritto internazionale, promuovendo tutte le necessarie iniziative diplomatiche e di carattere sanzionatorio da parte della comunità internazionale e degli organismi internazionali». L’obiettivo polemico sottinteso è, va da sé, l’America di Donald Trump che potrebbe avere voglia di fare il bis dopo il Venezuela con l’Iran.

Il momento d’oro di Giuseppe Conte, Commander in Pochette del campo largo
Giuseppe Conte e Nicola Fratoianni (Imagoeconomica).

Il Pd è costretto a inseguire il M5s

Il Pd, come al solito, è costretto a inseguire, perché Conte sorpassa tutti a destra, a sinistra, al centro. Dipende da quello che gli conviene. Un Conte tendenza Marx (Groucho): «Questi sono i miei principi. Se non ti piacciono ne ho degli altri». Sulla sicurezza, per dire, sembra tornato quello del governo Conte con Matteo Salvini (e pure sulla politica estera, visto che la «corsa al riarmo» è uno strumento di propaganda caro anche al leghismo che però si ferma un attimo prima del voto sugli aiuti all’Ucraina). Ripete che quando si parla con lui non si sta parlando con la sinistra, dice che la patrimoniale è un’idea da rifiutare, dice che le città sono insicure e servirebbe la mano più ferma. Dice che l’alleanza non è scontata, quella del campo largo si intende, che per la coalizione di centrosinistra adda passà ‘a nuttata. Insomma, poi si vedrà. Sempre quando conviene, beninteso. 

Il momento d’oro di Giuseppe Conte, Commander in Pochette del campo largo
Elly Schlein con Giuseppe Conte (Ansa).

L’alleanza non sarà strutturale, ma le poltrone sì

Nel frattempo però, è qui sta la magia del Mago Conte, il M5s anche laddove elettoralmente vale poco, conquista posti nelle Regioni in virtù dell’alleanza con il Pd, generoso come pochi altri al mondo. Nella nascente Giunta Decaro il M5s si siede con il 7,22 per cento: Cristian Casili è stato indicato da Conte come rappresentante del M5s nella nuova squadra di governo pugliese; nella Giunta Giani il M5s si è installato forte del suo 4,34 per cento, ottenendo nientemeno che l’assessorato all’Ambiente con David Barontini. Questo perché l’alleanza non sarà pure strutturale, a sentire Beppe Conte, ma le famigerate poltrone eccome se lo sono.  

Il momento d’oro di Giuseppe Conte, Commander in Pochette del campo largo
Giuseppe Conte (Imagoeconomica).

Puglia, Emiliano non sarà nella giunta regionale

Non sarà nella giunta regionale pugliese Michele Emiliano, ma assumerà invece il ruolo di consigliere del presidente. La decisione è maturata nel pomeriggio del 15 gennaio, al termine di un confronto con Antonio Decaro, riporta il Corriere della Sera. A questo punto verrà avviata la procedura per la richiesta di aspettativa dalla magistratura: Decaro predisporrà il decreto di nomina, che Emiliano trasmetterà al Consiglio superiore della magistratura, dal quale è attesa una decisione.

Puglia, Emiliano non sarà nella giunta regionale
Michele Emiliano e Antonio Decaro (Imagoeconomica).

Emiliano avrà «piena autonomia e ampio margine di manovra»

Secondo quanto riferito dal Corriere della Sera, Emiliano potrà contare su «un piena autonomia e ampio margine di manovra». La recente riorganizzazione del modello Maia, varata con un decreto firmato da Decaro e che ha ridotto da 21 a 9 il numero dei consiglieri del presidente, ha inoltre creato le condizioni per un compenso annuo di circa 130 mila euro, a fronte dei 150 mila complessivi percepiti dai direttori di dipartimento. Resta però il forte risentimento dell’ex governatore, che dopo il passo indietro sulla candidatura al Consiglio regionale si è visto costretto a rinunciare anche all’ingresso in giunta.

Crans-Montana, Mantovano: «Chiesto alla Commissione europea di costituirsi parte civile»

Al termine dell’incontro a Palazzo Chigi con i familiari delle vittime italiane della strage di Crans-Montana, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano ha spiegato che l’Italia ha chiesto alla Commissione europea di costituirsi parte civile. «L’Italia chiede che la Commissione europea si costituisca parte civile nel procedimento in Svizzera. Esistono numerosi precedenti, se l’Europa ha senso anche in termini di cooperazione giudiziaria, qui ci sono interessi economici e qualcosa di più importante e significativo che non può non trovare rappresentatività da parte della Commissione europea», ha dichiarato nel corso della conferenza stampa.

Mantovano: «Stesso livello di attenzione anche per i feriti»

Mantovano ha inoltre illustrato l’intenzione dell’esecutivo di avviare un’iniziativa comune con altri Paesi dell’Unione che hanno avuto cittadini coinvolti nella vicenda, sia come vittime sia come feriti. L’obiettivo, ha spiegato, è quello di creare un coordinamento tra Stati per sostenere l’azione delle autorità svizzere nel rispetto dell’ordinamento elvetico e delle prerogative delle persone danneggiate. In questo quadro, ha precisato che il coordinamento servirà «per affiancare l’autorità giudiziaria elvetica e quindi si utilizzeranno tutti gli strumenti disponibili a cominciare da Eurojust». In apertura dell’incontro, lo stesso Mantovano ha voluto chiarire: «Tengo a precisare che abbiamo ricevuto in questa occasione i familiari delle vittime decedute, il che non significa una mancanza di considerazione nei confronti dei feriti, per i quali esattamente lo stesso livello di attenzione sarà ovviamente manifestato e ribadito da subito in tutte le sedi».

Crans-Montana, Mantovano: «Chiesto alla Commissione europea di costituirsi parte civile»
Il ministro della Giustizia Carlo Nordio (foto Ansa).

L’avvocatura dello Stato: «Noi siamo con le famiglie»

Durante la conferenza è intervenuto anche Carlo Nordio, che ha richiamato gli strumenti previsti dall’ordinamento italiano. «L’articolo 10 del codice penale prevede anche la richiesta del ministro della Giustizia italiano per procedere eventualmente contro queste persone. Richiesta che noi siamo intenzionati a fare appena si creeranno i presupposti. Noi abbiamo assicurato ai parenti e ai loro avvocati tutta la nostra vicinanza e collaborazione. Anche nelle attività come il coinvolgimento degli organi sovranazionali», ha aggiunto. A ribadire il valore della presenza dello Stato nel procedimento è stata l’avvocato generale dello Stato Gabriella Palmieri Sandulli. Rivolgendosi alle famiglie, ha evidenziato che «La nostra presenza» costituendoci parte civile «non è solo formale ma sostanziale». Un messaggio che, ha spiegato, ha lo scopo di far sentire i familiari accompagnati dalle istituzioni: «Così le famiglie sanno di non essere sole: questo è il senso della nostra presenza. Il segnale deve arrivare chiaro e forte: noi siamo con le famiglie. Come ha fatto Francia».

Scuola, de Pascale sul commissariamento: «Provvedimento iniquo»

Il presidente dell’Emilia-Romagna Michele de Pascale intervistato da Repubblica ribadisce il no della Regione al dimensionamento scolastico richiesto dal governo, spiegando le ragioni che hanno portato al rifiuto dell’accorpamento di 17 scuole su 532 e al successivo commissariamento dell’Emilia-Romagna, insieme a Toscana, Umbria e Sardegna, deciso dopo il confronto con l’esecutivo e con il ministero dell’Istruzione guidato da Giuseppe Valditara: «In generale reputo sbagliata la scelta di tagliare il numero di autonomie scolastiche», ha detto de Pascale, «ma come presidente di Regione, nell’ottica di una corretta collaborazione istituzionale, tutti i giorni do attuazione a scelte politiche che non condivido. Io come Regione sono chiamato a contenere i danni. Ma qui non condividevo il principio e nemmeno l’attuazione».

Scuola, de Pascale sul commissariamento: «Provvedimento iniquo»
Giuseppe Valditara (foto Imagoeconomica).

De Pascale ricorda che la misura, introdotta dal governo Draghi e confermata dall’esecutivo Meloni, rischia di svuotare la partecipazione nella scuola: «Disinvestire sulle autonomie scolastiche, arrivare ad avere scuole da 2 mila alunni è per me iniquo. Ma Valditara ha avvallato il provvedimento. Io sono stato in consiglio di istituto e se il numero degli studenti è troppo elevato si frena la partecipazione di famiglie, del collegio dei docenti, delle relazioni sindacali: ne soffre la vita democratica della scuola, che è un luogo di partecipazione. L’autonomia scolastica è stata una grande conquista».

De Pascale: «Siamo i più virtuosi e i più penalizzati»

Sul piano tecnico la Regione contesta l’assenza di motivazioni e i criteri applicati. «Ci siamo rifiutati di dare seguito al dimensionamento scolastico perché è stata una scelta univoca non motivata. Sono sei mesi che pretendiamo chiarimenti». De Pascale sottolinea che le scuole emiliano-romagnole superano la soglia ministeriale di 938 alunni per autonomia, con una media di 998, e che in base al meccanismo premiale spetterebbero più istituti e non tagli. «Siamo i più virtuosi e siamo i più penalizzati». La Regione aveva proposto di ridurre solo sei scuole, ma la scelta è stata tra l’accorpamento di 17 istituti o il commissariamento. Sulle pressioni europee replica: «Bisognava rinegoziare con l’Europa», definendo «una follia» la possibilità di ampliare nuovamente le scuole dopo il 2026. Conclude sul commissario ad acta: «Ognuno si assume le sue responsabilità. Si tratta di un provvedimento iniquo del centrodestra, le famiglie sapranno chi lo ha firmato. Io difendo la scuola pubblica e il dimensionamento è uno svilimento dell’autonomia scolastica, che porterà con sé tagli. Abbiamo avuto garanzie sull’occupazione, ma gli organici saranno comunque ridotti».

È morta Valeria Fedeli, sindacalista ed ex ministra dell’Istruzione

È morta mercoledì mattina a Roma, all’età di 76 anni, Valeria Fedeli, sindacalista, ex senatrice del Partito democratico e ministra dell’Istruzione nel governo guidato da Paolo Gentiloni. Ne danno notizia i suoi famigliari.

La carriera politica di Valeria Fedeli

Nata a Treviglio nel 1949, aveva iniziato il suo percorso nel sindacato, diventando una figura di rilievo della Cgil. Ha ricoperto incarichi di vertice fino a essere segretaria generale della Filtea-Cgil, la federazione dei lavoratori del tessile e dell’abbigliamento. Nel 2012 era stata anche vicepresidente di Federconsumatori. Nello stesso anno aveva lasciato il sindacato per dedicarsi all’impegno politico. Candidata con il Pd alle elezioni politiche del 2013, era stata eletta senatrice e successivamente vicepresidente del Senato. Tra gennaio e febbraio 2015 aveva presieduto temporaneamente l’aula del Senato, subentrando a Pietro Grasso. Nel 2016 la nomina a ministra dell’Istruzione, incarico mantenuto fino al 2018. Rieletta senatrice nello stesso anno, non era stata ricandidata alle politiche del 2022. Fedeli è stata anche tra le fondatrici del comitato femminista «Se non ora, quando?». Era sposata con Achille Passoni, sindacalista ed ex esponente del Pd.

È morta Valeria Fedeli, sindacalista ed ex ministra dell’Istruzione
Valeria Fedeli (Imagoeconomica).

Il ricordo dei colleghi

«Un male inesorabile e feroce ci ha portato via Valeria Fedeli», ha scritto Piero Fassino, ricordandola come una «donna coraggiosa, sempre in prima linea in ogni battaglia per l’affermazione dei diritti dei lavoratori, delle donne, dei giovani, dei cittadini, credeva in una sinistra riformista capace di esprimere una cultura di governo». «Una donna intelligente, sensibile e molto lucida», dice citato dall’Adnkronos Matteo Renzi, che con un ricordo personale parla «dell’affetto con cui mi ha accompagnato sia negli anni del governo, quando era vicepresidente del Senato, sia negli ultimi anni. Era facile volerle bene ed era bello farlo».

Cosa ha detto Crosetto sull’operazione Strade sicure

In un post su X, Guido Crosetto ha parlato di «inutili polemiche inventate», in merito all’operazione Strade sicure, che sta creando scintille nella maggioranza. Il ministro della Difesa, smentendo di voler cancellare il progetto, ha infatti sottolineando di aver «chiesto il rifinanziamento nell’attuale configurazione» e un implemento del numero dei Carabinieri. Crosetto ha poi illustrato il suo ‘piano’ per Strade sicure, operazione nata nel 2008: «Per spiegarlo in modo che sia comprensibile a tutti, la mia idea era ed è: 1) aumentare il numero delle persone che fisicamente presidiano i luoghi più pericolosi e complessi in Italia. 2) utilizzare i militari di Esercito, Marina ed Aeronautica senza toglierne anche solo uno, almeno finché non ci sarà un numero superiore di Carabinieri, neoassunti e formati proprio per questo impiego, pronti a sostituirli».

Massimo Sessa commissario per gli stadi: sì al doppio ruolo

Manca soltanto l’ufficialità, poi Massimo Sessa sarà il nuovo commissario straordinario per gli stadi in vista di Euro 2032, campionato europeo che sarà ospitato dall’Italia (insieme alla Turchia). Ci sono voluti mesi prima di trovare l’accordo tra il ministero dei Trasporti e delle Infrastrutture e quello dell’Economia con cui si darà il via libera alla nomina. Secondo quanto annunciato dal Fatto Quotidiano e precedentemente anticipato da Calcio e Finanza, la maggioranza avrebbe raggiunto l’intesa per permettere a Sessa di avere un doppio ruolo. L’ingegnere, infatti, è innanzitutto il presidente del Consiglio superiore dei Lavori Pubblici. Ora dovrà coniugare la sua attività con quella di commissario. Sono stati in primis la premier Giorgia Meloni e il ministro Matteo Salvini a schierarsi contro la nomina, perché considerata incompatibile al suo ruolo principale. La questione ha quasi rischiato di spaccare il governo.

Sessa, sì al doppio ruolo grazie al decreto Infrastrutture

L’accordo è stato raggiunto grazie a una modifica normativa inserita nel decreto Infrastrutture che gli permetterebbe di sommare i due incarichi. E questo perché in una relazione tecnica si parla della «difficoltà di reperire candidati qualificati, disponibili ad assumere l’incarico previo collocamento fuori ruolo o in aspettativa». Ora Sessa dovrà gestire circa 650 milioni di euro in contributi pubblici oltre a investimenti che si aggirano intorno ai 5 miliardi. Tra gli interventi sugli stadi, anche il nuovo San Siro e l’impianto di Roma. Il commissario dovrà lavorare anche in vista della scelta delle cinque sedi che l’Italia dovrà comunicare alla UEFA entro il prossimo ottobre. Una scelta che, viste le condizioni degli stadi italiani, non è affatto facile. Lo stesso presidente della UEFA, Aleksander Ceferin, ha più volte criticato l’Italia definendo le infrastrutture «terribili».

Feltri dai Radicali per il Sì, il ritorno di Bertinotti e le altre pillole del giorno

Il Comitato per il Sì “Pannella Sciascia Tortora” organizza una conferenza pubblica sul referendum costituzionale in materia di separazione delle carriere dei magistrati e sorteggio del Csm, in programma giovedì mattina a Roma nella sede del Partito Radicale, in via di Torre Argentina. Attesi gli interventi di Giorgio Spangher, Nicola Buccico, Valerio Spigarelli e Vittorio Feltri.

Feltri dai Radicali per il Sì, il ritorno di Bertinotti e le altre pillole del giorno
Vittorio Feltri (foto Imagoeconomica).

Tajani da Trentini a Roccella

La lunga giornata di Antonio Tajani, in qualità di ministro degli Affari Esteri: prima all’aeroporto di Ciampino per recuperare gli italiani in arrivo dal Venezuela, a cominciare da Alberto Trentini, poi al Senato a mezzogiorno e al pomeriggio alla Camera dei deputati. Quindi appuntamento a Palazzo Borromeo con la ministra per la Famiglia, la natalità e le pari opportunità, Eugenia Roccella, per parlare di maternità surrogata. E nel pomeriggio di giovedì 16 gennaio nella sala Aldo Moro del ministero degli Esteri, altro incontro con la “collega” Roccella per la presentazione della “Guida alle adozioni internazionali”, realizzata dalla Farnesina in collaborazione con la Commissione adozioni internazionali. Una vitaccia…

Feltri dai Radicali per il Sì, il ritorno di Bertinotti e le altre pillole del giorno
Eugenia Roccella con Antonio Tajani (foto Imagoeconomica).

Il Messaggero, Napoletano alla prova del cdr

Pomeriggio, certo non di fuoco, martedì al quotidiano Il Messaggero. Nella sede romana di via del Tritone è in programma la riunione del comitato di redazione per votare la fiducia al nuovo direttore Roberto Napoletano. L’esito è scontato…

Feltri dai Radicali per il Sì, il ritorno di Bertinotti e le altre pillole del giorno
Roberto Napoletano (Imagoeconomica).

Rai Cinema scopre il banchiere Giannini

Giuseppe Tornatore, regista premio Oscar che ha prestato la sua arte al servizio di un film per Brunello Cucinelli, ora con Rai Cinema e Kavac Film sta lavorando alla scrittura della sceneggiatura di The first dollar – Il primo dollaro, per una pellicola dedicata alla figura di Amadeo Peter Giannini, fondatore della Bank of Italy, poi divenuta Bank of America. Il film sarà girato interamente in inglese, con un cast di attori italiani e internazionali. Giannini, figlio di emigrati liguri, nato in California nel 1870, «seppe rivoluzionare il sistema bancario mettendo il credito al servizio delle persone comuni: immigrati, lavoratori, donne, famiglie fino a quel momento escluse. Amava ripetere che non si può diventare mai così grandi da dimenticarsi della gente comune, un principio che ha guidato ogni sua scelta», evidenziano da Rai Cinema presentando il contenuto del film. Fu di Giannini «il sostegno decisivo alla nascita della grande industria cinematografica, finanziando opere di Charlie Chaplin, Walt Disney e Frank Capra; la costruzione del Golden Gate. Finanziò inoltre sia il New Deal sia il piano Marshall e contribuì alla ricostruzione dell’Europa e dell’Italia nel secondo Dopoguerra». Roba da far paura ai ministri Alessandro Giuli e Matteo Salvini, che si occupano, rispettivamente, di Cultura e di Infrastrutture. E Paolo Del Brocco, amministratore delegato di Rai Cinema, per parlare del film si imbarca in una lezione di politica bancaria, affermando che verrà sottolineata «la coerenza morale di un uomo che ha dimostrato come il successo economico possa andare di pari passo con la responsabilità sociale». Il presidente dell’Abi, Antonio Patuelli, sarà senz’altro in prima fila alla proiezione dedicata ai vip.

Feltri dai Radicali per il Sì, il ritorno di Bertinotti e le altre pillole del giorno
Amadeo Peter Giannini, il figlio di emigrati italiani negli Usa e diventato uno dei più grandi banchieri americani, ricordato nel 2020 con un francobollo (foto Ansa).

Chi si rivede: l’85enne Bertinotti

Fausto Bertinotti non ha smesso di combattere. E di cercare la piazza. L’ex leader di Rifondazione Comunista, già presidente della Camera dei deputati, classe 1940, il pomeriggio di martedì 20 gennaio sarà a Roma nell’Accademia di San Luca per presentare un libro intitolato L’aula e la piazza. Dialogo sull’architettura, l’università e la società, di Alessandro Armando e Carlo Olmo. Un testo che sembra cercare un nuovo moto di rivolta nelle università che, secondo gli autori, «sono diventate luoghi di riproduzione piuttosto che di elaborazione del sapere. Il docente, sempre più incapsulato in un sistema di valutazione impersonale, si trova a destreggiarsi tra l’obbligo di costruire curriculum e pubblicazioni scientifiche e il vuoto di una comunità che non riesce più a dialogare al suo interno. L’internazionalizzazione, che avrebbe dovuto ampliare gli orizzonti della disciplina, è spesso ridotta a un meccanismo che promuove la globalizzazione dei saperi senza favorire una vera comprensione tra le diversità». Per questo, sottolineano, «non si tratta solo di riflettere su come restituire valore e orizzonti alle pratiche universitarie e professionali, ma di ritrovare spazi per un dialogo che vada oltre il semplice scambio accademico. Il confronto tra saperi, idee e tradizioni deve essere il cuore di un’architettura che non voglia ridursi a mera prestazione di servizio e riscopra la propria forza politica ed etica». Parole che sembrano ideate proprio per scatenare un esponente del sindacato, e poi della politica, come Bertinotti…

Feltri dai Radicali per il Sì, il ritorno di Bertinotti e le altre pillole del giorno
Fausto Bertinotti (foto Imagoeconomica).

Bonus caregiver 2026, arriva il sussidio di 400 euro al mese

Il Consiglio dei ministri del governo Meloni, nella giornata del 12 gennaio 2026, ha approvato il disegno di legge che dà il via libera al nuovo bonus caregiver, il nuovo sostegno economico a favore di chi si prende cura di familiari con gravi disabilità, e a tutta una serie di misure di supporto. Il provvedimento ha accolto la proposta della ministra per le disabilità Alessandra Locatelli al fine di istituire un quadro normativo che riconosca finalmente il valore sociale di queste figure. La platea interessata è ampia: secondo alcune stime, il Ddl interessa circa sette milioni di italiani impegnati quotidianamente nell’assistenza domestica a titolo gratuito. Durante la riunione a Palazzo Chigi, alla quale ha partecipato il sottosegretario alla presidenza Alfredo Mantovano, è stato definito un percorso che prevede sia tutele giuridiche, sia aiuti monetari. La riforma mira a ridurre il rischio di isolamento delle famiglie fragili, garantendo dignità a un ruolo fondamentale per la coesione sociale. Il testo stabilisce criteri precisi per l’identificazione dei beneficiari, includendo coniugi, conviventi e parenti entro il secondo grado dei soggetti fragili.

Bonus caregiver 2026, che cos’è e a chi spetta

Bonus caregiver 2026, arriva il sussidio di 400 euro al mese
La ministra della disabilità, Alessandra Locatelli (Imagoeconomica).

Il disegno di legge approvato dal Consiglio dei ministri definisce il ruolo del caregiver familiare come colui che assiste un congiunto non autosufficiente in modo prevalente e continuativo. Per accedere al bonus caregiver 2026, il richiedente deve essere formalmente riconosciuto tramite una procedura gestita dall’Inps, che verificherà la sussistenza dei requisiti di convivenza. La legge prevede quattro profili di tutela differenziati, basati sull’intensità dell’impegno richiesto. Il beneficio economico principale è riservato a chi presta assistenza per almeno 91 ore settimanali, garantendo una presenza costante di 13 ore al giorno. Le figure che possono ottenere il riconoscimento sono, pertanto:

  • il coniuge o la parte dell’unione civile;
  • i conviventi di fatto ai sensi della legge vigente;
  • i parenti entro il secondo grado;
  • gli affini entro il terzo grado in casi specifici.

Il riconoscimento formale avverrà attraverso una piattaforma digitale dell’Inps, operativa entro il mese di settembre 2026, necessaria per monitorare la spesa e assicurare uniformità di trattamento in ogni regione.

Quanto deve essere l’Isee per il bonus caregiver 2026?

L’erogazione del sussidio mensile è vincolata a parametri economici definiti per garantire l’aiuto ai nuclei familiari in condizioni di maggiore necessità. Il bonus caregiver 2026 prevede un importo massimo di 400 euro mensili, erogati ogni tre mesi dall’Inps e totalmente esenti da tassazione. La somma è destinata ai caregiver con un Isee familiare non superiore a 15 mila euro. Tuttavia, il disegno di legge stabilisce una corsia preferenziale per le situazioni di povertà estrema.

Le risorse stanziate ammontano a 257 milioni di euro annui per il triennio 2026-2028. È importante specificare che, sebbene le domande partano nel 2026, i pagamenti effettivi saranno distribuiti a decorrere dal 2027, una volta completata la mappatura della platea dei beneficiari.

Locatelli: «Finalmente si riconosce al caregiver una dignità»

`Il pacchetto di aiuti inserito nel sussidio ai caregiver non si limita al solo trasferimento monetario, ma integra diverse agevolazioni per migliorare la qualità della vita dei nuclei familiari. Innanzitutto, chi assiste persone con disabilità gravissima potrà contare su servizi di sollievo e assistenza domiciliare integrata. La ministra Alessandra Locatelli ha sottolineato: «Ringrazio tutto il Consiglio dei ministri per l’approvazione di questo importantissimo intervento normativo che riconosce, finalmente, al caregiver familiare, una dignità. Partiamo, sicuramente, dal caregiver familiare, convivente, colui che ama, che cura, che non vuole essere sostituito e che si dedica 24 ore su 24 alla persona che assiste. È una maratona continua e quotidiana – prosegue Locatelli – Ma garantiamo misure di sostegno e tutele a tutti i caregiver familiari, anche di diversa intensità. Questa è la prima volta che una legge, con risorse certe, raggiunge l’approvazione in Consiglio dei ministri e inizia l’iter parlamentare».

Quali bonus ci sono nel 2026 per le famiglie?

Bonus caregiver 2026, arriva il sussidio di 400 euro al mese
La pagina del portale Inps dedicata ai sussidi (Ansafoto).

Tra le misure principali figurano il supporto psicologico e l’accesso prioritario alle prestazioni sanitarie per il caregiver. Per le famiglie con studenti impegnati nella cura, sono previsti esoneri dalle tasse universitarie e il riconoscimento di crediti formativi. Inoltre, il provvedimento assicura il raccordo tra le tutele statali e quelle territoriali, evitando sovrapposizioni e garantendo che il «progetto di vita» della persona assistita includa formalmente il nominativo del caregiver. Questo meccanismo permette di attivare tutele previdenziali e agevolazioni lavorative, come lo smart working o la modifica dell’orario di lavoro, per chi deve conciliare l’impiego con l’attività di cura domestica.

Sulla politica estera Pd e campo largo sono davvero al punto di rottura?

È diventata un caso l’ennesima intervista di Goffredo Bettini – signore al quale viene spesso concesso un abnorme spazio mediatico – al Fatto Quotidiano. Le chiacchiere dell’ex europarlamentare del Pd come al solito sono molte, sempre impreziosite da una autocandidatura a intellettuale massimo della sinistra, ma una riga è sufficiente a capire l’impostazione bettiniana: «La Rus­sia intende pro­teg­gere i suoi enormi con­fini, improv­vi­da­mente avvi­ci­nati dalla Nato, con qual­siasi mezzo». Siamo insomma in zona Orsini o Putin (d’altronde la propaganda sulla Nato brutta, sporca e cattiva è quella).

Sulla politica estera Pd e campo largo sono davvero al punto di rottura?
Goffredo Bettini (Imagoeconomica).

La rivolta dei riformisti contro l’appiattimento sul M5s

Ma qui il punto non è prendersela con Bettini, che è e rimane un problema del Pd. Quanto effettivamente notare che sulla politica estera il maggior partito di opposizione riesce, ancora una volta, a spaccarsi in maniera esiziale. È sempre la politica estera la linea di frattura maggiore dentro il campo largo. Lo si è già visto sul Venezuela (Matteo Renzi dice una cosa, Giuseppe Conte ne dice un’altra) e, di nuovo, lo si vede sulla Russia. L’intervista ha fatto accigliare, non poco, i riformisti del Pd, come Giorgio Gori («Totale sovrapposizione coi 5 stelle ed epurazione di chi non ci sta. Non vedo l’ora che inizi, questo confronto “rispettoso, schietto”… ma risolutivo») e Filippo Sensi («Un importante dirigente del mio partito oggi teorizza – a parte cacciare quelli come me, ma poco importa – di trasformare il Pd sul tema Ucraina nella Lega o nei cinque stelle»).

Sulla politica estera Pd e campo largo sono davvero al punto di rottura?
Giorgio Gori (Imagoeconomica).

Il 2026 pre-elettorale sarà ostaggio della propaganda

Il 2026 è un anno pre-elettorale, e paradossalmente di politica si parlerà poco, perché tutto sarà ostaggio della propaganda di partito o di governo. Giorgia Meloni si radicalizzerà, come gli altri leader del suo esecutivo, e lo stesso accadrà per il centrosinistra, le cui pulsioni elettorali sono già attive. L’assenza di un leader riconosciuto non farà altro che peggiorare la situazione (problema, come spiegato altre volte, che invece non ha il destra-centro). Oltretutto, i sondaggi – l’ultimo di YouTrend è sufficientemente chiaro: Conte è l’unico in grado di insidiare la leadership di Meloni – restituiscono l’immagine di un campo largo in preda all’irenismo. Mentre la rivolta in Iran contro gli ayatollah infiamma il Paese, tra Conte e Schlein è tutto un parlare di diplomazia e dialogo. Come se fosse possibile abbattere un regime con il tè delle cinque. L’offerta politica di Conte si riduce alla critica unilaterale del «furore bellicista», nel quale ci finisce anche la legittima resistenza contro invasori e dittatori. Verosimilmente, Schlein non potrà lasciare in mano a Conte l’opzione ultra pacifista e quindi schiaccerà il Pd sulle posizioni bettiniane, per la gioia di tutti quelli che pensano che le guerre si combattano con la solidarietà internazionale limitata alle storie su Instagram.

Sulla politica estera Pd e campo largo sono davvero al punto di rottura?
Elly Schlein (Imagoeconomica).

I sostenitori del pensiero bettiniano

C’è però un punto sostanziale: il Pd con le scissioni ha già dato, tra Pier Luigi Bersani e Renzi; qualcuno peraltro è rientrato, qualcun altro no. Ma la politica estera potrebbe essere davvero il punto di rottura. Oltretutto, a sinistra, il pensiero bettiniano è condiviso. Basti andare a rileggersi che cosa disse tre anni fa Rosy Bindi, oggi in prima fila per il No al referendum sulla giustizia, dopo l’elezione di Elly Schlein: «L’altra questione riguarda la guerra, argomento sul quale mi ha già delusa quando nella prima intervista da segretaria ha ribadito che l’invio di armi è l’unico modo per aiutare l’Ucraina. Dalla sua biografia, di donna con un cognome straniero e un background culturale internazionale, mi aspetto un’attenzione meno conformista non solo sulla guerra ma soprattutto in politica estera. La guerra si sta combattendo in Europa ma le sue conseguenze non sono affatto territoriali bensì globali. Si sta delineando un nuovo ordine mondiale che noi non dovremmo subire ma anzi orientare. Anche se nella campagna congressuale non le ho mai sentito spendere una parola su questa questione cruciale, adesso vorrei sentire un linguaggio nuovo, perché se vogliamo ricostruire l’identità di un Pd di sinistra, in questo momento bisogna ripartire dalla politica estera». La campagna elettorale per le elezioni politiche potrebbe rendere più felice anche lei, Rosy.

Sulla politica estera Pd e campo largo sono davvero al punto di rottura?
Rosy Bindi (Imagoeconomica).

Scuola, commissariate quattro regioni: «Mancano piani di dimensionamento»

Il Consiglio dei ministri ha deciso di avviare il commissariamento di Toscana, Emilia-Romagna, Umbria e Sardegna, regioni che non hanno ancora adottato i piani di dimensionamento scolastico per il prossimo anno. La misura, spiegano da Palazzo Chigi, è legata agli impegni assunti dall’Italia con l’Unione europea nell’ambito del Pnrr e alla necessità di garantire l’avvio regolare dell’anno scolastico. L’obiettivo dell’intervento è l’adeguamento della rete scolastica all’andamento della popolazione studentesca, poiché «il mancato rispetto di questo adempimento mette a rischio le risorse già erogate». Il ministro dell’Istruzione Valditara ha ricordato che alle quattro regioni «erano già state concesse due proroghe per l’adozione dei piani: una fino al 30 novembre e una seconda fino al 18 dicembre. Nonostante ciò, non sono state compiute le necessarie formalizzazioni, rendendo inevitabile il commissariamento deliberato oggi dal consiglio dei ministri», precisando che la decisione riguarda solo l’organizzazione amministrativa e non prevede la chiusura di plessi scolastici.

Le critiche del Pd: «Manovra inaccettabile»

Critiche dal Partito democratico, secondo cui «la convocazione degli assessori all’istruzione di quattro regioni amministrate dal centrosinistra, con l’intento di imporre dall’alto scelte che riguardano direttamente il futuro delle scuole, è una manovra inaccettabile». Per i parlamentari dem «le scelte di dimensionamento scolastico non sono un semplice problema di numeri, sono una questione di equità, di accessibilità, e di qualità educativa», e la nomina di un commissario ad acta «sembra voler ridurre ogni questione a un semplice calcolo matematico, ignorando le peculiarità geografiche, sociali e culturali che ogni regione porta con sé».

Fissata la data per il referendum sulla giustizia

Il Consiglio dei ministri ha deciso di indicare domenica 22 e lunedì 23 marzo come date del referendum sulla riforma costituzionale della giustizia, che prevede la separazione delle carriere dei magistrati. Il governo ha dunque forzato la mano, senza attendere per l’apertura dei seggi i tre mesi dalla pubblicazione della legge in Gazzetta ufficiale e ignorando le oltre 350 mila firme già raccolte dall’iniziativa popolare per il referendum, che si concluderà il 30 gennaio. Si tratta comunque di un compromesso tra l’1-2 marzo, giorni che non sarebbero dispiaciute alla maggioranza, e il mese di aprile, auspicato dall’opposizione. Nelle stesse date si voterà in Veneto anche per le elezioni suppletive per i collegi lasciati vacanti dagli ex deputati Alberto Stefani (diventato governatore) e Massimo Bitonci (ora assessore regionale).

Scintille FdI-Lega sul nuovo decreto sicurezza: le proposte del Carroccio

La maggioranza ha confermato l’intenzione di procedere con un nuovo decreto sicurezza, sostenuto dall’intero governo. Ma continuano le scintille tra Fratelli d’Italia e Lega attorno all’operazione Strade sicure: il Carroccio invoca la necessità di utilizzare l’esercito nelle città, mentre i meloniani – come ha esplicitato il capogruppo al Senato Lucio Malan – ritengono che «i soldati devono fare i soldati», puntando invece su un rafforzamento del sistema di sicurezza gestito dalle forze dell’ordine. Un testo ancora non c’è, ma in un’intervista a Repubblica Nicola Molteni, sottosegretario al ministero dell’Interno, ha illustrato le proposte della Lega: «Questo governo ha fatto tanto e bene, le assunzioni sono il doppio del passato, 4 mila case sgomberate in tre anni, +20 per cento di rimpatri. Ma si può fare di più». Ecco i vari punti.

La Lega chiede l’aumento dei militari dell’operazione ‘Strade sicure’

Molteni ha detto inoltre che, nonostante la contrarietà del ministro della Difesa Guido Crosetto, «bisogna aumentare le forze di polizia e militari nelle città e nelle stazioni», spiegando: «Questa è una misura voluta nel 2008 da Berlusconi, La Russa e Maroni. È un provvedimento di destra e va difeso: la Lega non accetterà mai un ridimensionamento, il nostro elettorato non lo capirebbe». La discussione in Commissione Difesa alla Camera dei deputati della risoluzione della Lega per chiedere di aumentare il numero dei militari del contingente di Strade sicure inizierà il 15 gennaio. Il Carroccio punta ad ampliare il contingente di 6.800 militari attualmente impiegato con almeno altri uomini e donne dell’Esercito.

Scintille FdI-Lega sul nuovo decreto sicurezza: le proposte del Carroccio
Militari impegnati nell’operazione Strade sicure (Ansa).

Scudo penale per gli agenti e maglie allargate per la legittima difesa

I reati sono in diminuzione. Ma, ha osservato Molteni, «gli ultimi fatti sono gravissimi» e pertanto «si deve alzare la soglia di attenzione». Da qui la richiesta di avere nel nuovo decreto «la tutela processuale per gli agenti, vale a dire il superamento dell’iscrizione nel registro degli indagati come atto dovuto per chi usa la forza nell’esercizio delle sue funzioni». Questo automatismo, ha aggiunto, «deve saltare anche per il privato cittadino che agisce per legittima difesa».

Emergenza baby gang: sanzioni per i genitori che non vigilano

Affrontando il tema delle baby gang, il sottosegretario Molteni ha poi commentato quando detto da Giorgia Meloni in conferenza stampa: «Ho apprezzato. Bisogna affrontare le baby gang, vietare i coltelli per i minori, con sanzioni per i genitori che non vigilano e misure accessorie per i minorenni, come la revoca o lo stop alla richiesta di patente». Il Carroccio punta poi su nuove disposizioni sui furti aggravati e i borseggi, con un eventuale aumento delle pene.

Sgombero entro 24 ore esteso a tutte le case

Tra i vari punti illustrati da Molteni, che ha anche definito Matteo Salvini «il miglior ministro degli ultimi 20 anni», ci sono pure gli sfratti: «Nel primo decreto sicurezza abbiamo introdotto lo sgombero entro 24 ore per la prima casa. Oggi chiediamo che venga estesa a tutte le case».

In arrivo una proposta di legge sulla remigrazione

Molteni ha poi preannunciato che ci sarà una proposta di legge per la remigrazione: «Va fatto tutto quello che serve per allontanare chi è pericoloso e non ha titolo per stare qui. La remigrazione è una declinazione di questa strategia». Non solo: «Bisogna stringere le maglie sui ricongiungimenti familiari e anche sui minori non accompagnati, puntando sui rimpatri se i genitori sono all’estero in zone sicure».

Bettini il guastatore e la sintesi impossibile tra i due Pd

Ognuno ha il suo destino. Quello di Goffredo Bettini (come definirlo? Insigne esponente del Pd la cui vita è divisa tra Roma e la Thailandia) è di provocare sconquassi. Questa volta il fiammifero lo ha acceso con un’intervista a Il Fatto Quotidiano, che nelle intenzioni voleva essere un contributo alla discussione, ma che è stata letta come un plateale cedimento alle ragioni del nemico Vladimir Putin con cui, dice Bettini, è ora di cominciare a parlare. Ma si sa che, in tempi come questi, anche le migliori intenzioni (ammesso che ci fossero) vengono prese come dichiarazioni di guerra. Come se non bastasse, l’ideologo della sinistra romana ne ha anche per l’Europa, la cui governance targata von der Leyen non starebbe più in piedi. 

Bettini il guastatore e la sintesi impossibile tra i due Pd
Goffredo Bettini (Imagoeconomica).

I riformisti insorgono, la sinistra dem mette la testa sotto la sabbia

Nel Pd questo e altri passaggi a supporto della sua tesi hanno fatto da detonatore riacutizzando contrapposizioni interne la cui sintesi diventa sempre più ardua. I riformisti, incarnati dalla triade Sensi, Picierno e Gori (un consiglio all’ex sindaco di Bergamo è di non farsi coinvolgere dalla comunicazione social della moglie) sono insorti come se Bettini avesse messo in discussione l’appartenenza all’Occidente, più che la necessità di ravvivare la diplomazia. La sinistra del partito, invece, ha fatto quello che fa sempre in questi casi: testa sotto la sabbia, sperando di troncare e sopire la polemica sul nascere, magari appellandosi al fatto che la realtà è molto più scomoda e complicata di un’intervista che ambisce velleitariamente a padroneggiarla. 

Bettini il guastatore e la sintesi impossibile tra i due Pd
Filippo Sensi (Imagoeconomica).

Su Israele la frattura tra i due Pd è antropologica

Ma Putin è solo un lato del problema. Il secondo, forse più tossico e gravido di conseguenze, si chiama Israele. Qui la frattura tra i due Pd non è solo politica, è antropologica. Da una parte c’è chi considera la sua difesa un riflesso automatico, identitario, non negoziabile. Dall’altra chi insiste sul diritto internazionale, sulle responsabilità, sulla sproporzione della reazione a Gaza, e finisce immediatamente nel recinto degli ambigui, quando non dei sospetti. Se l’Ucraina divide sulle parole, Israele divide sulle emozioni, che in politica purtroppo sono sempre più potenti delle analisi. Nel Pd convivono due lessici che non comunicano. Uno parla di sicurezza: alleanze, deterrenza, lealtà al contesto atlantico. L’altro di diritti: le vittime, le asimmetrie di forza, il diritto internazionale come metro morale prima che giuridico. Il risultato è che ogni presa di posizione sembra un tradimento per qualcuno, mai una scelta condivisa.

Bettini il guastatore e la sintesi impossibile tra i due Pd
Giorgio Gori e Pina Picierno (Imagoeconomica).

Elly Schlein costretta a un equilibrismo permanente

In mezzo, con l’aria di chi cerca una sintesi in un puzzle a cui mancano sempre dei pezzi, c’è Elly Schlein. Alla segretaria si chiede di tenere insieme un partito che ormai non discute più per trovare una linea, ma per certificare le distanze interne. Sulla guerra in Ucraina deve evitare l’accusa di tiepidezza con l’aggressore. Su Israele deve schivare quella, ancora più infamante, di mancata chiarezza morale. Una segreteria trasformata in esercizio di equilibrio permanente

Bettini il guastatore e la sintesi impossibile tra i due Pd
Elly Schlein (Imagoeconomica).

Torna lo spettro di una scissione

Così non si va avanti, o meglio, la sola cosa che avanza è lo spettro di una clamorosa scissione. Il paradosso è che nel Pd tutti giurano di volerla evitare. Ma nella realtà dei fatti si comportano come se fosse già avvenuta. I riformisti parlano a un elettorato che immaginano solido, occidentale, rassicurato dalla continuità. La sinistra si rivolge a una base che chiede di non tradire l’ideologia fondativa e il suo ancoraggio internazionalista che identifica nel capitale, ancorché declinato nelle sue formule innovative, il nemico da battere. E nessuno dei due mondi sembra davvero interessato a farsi capire dall’altro. La politica italiana, del resto, ha una lunga tradizione di separazioni presentate come atti di maturità. Ogni scissione viene raccontata come una scelta inevitabile, mai come il fallimento di una convivenza. Se il Pd arriverà all’ennesima rottura, la formula sarà sempre la stessa: non c’erano più le condizioni per continuare insieme. Un modo elegante per dire che nessuno ha voluto pagare il prezzo dell’ambiguità finché era ancora gestibile. 

Bettini il guastatore e la sintesi impossibile tra i due Pd
Bandiere del Pd (Imagoeconomica).

La replica dell’Anm a Meloni: «Delegittimazione pericolosa»

La frattura tra Giorgia Meloni e magistratura si acuisce con la replica dell’Associazione Nazionale Magistrati alle parole della premier espresse in conferenza stampa. L’Anm contesta una «delegittimazione pericolosa per la stessa tenuta dello stato di diritto» e ribadisce che «i magistrati italiani svolgono il compito previsto dalla Costituzione, quello di applicare la legge e tutelare i diritti. Lo hanno fatto costantemente in maniera equilibrata nonostante i pesanti attacchi ricevuti da più parti. La costante delegittimazione dei magistrati, del loro lavoro e delle decisioni prese solo ed esclusivamente in base alla legge è pericolosa». L’associazione invita il governo a chiarire sui tagli in bilancio, i precari, l’informatica e l’edilizia giudiziaria: «Per far funzionare in maniera più efficace la macchina della giustizia sarebbe auspicabile che il governo desse risposte sui tagli in legge di Bilancio, sui precari e sui problemi dell’informatica e dell’edilizia giudiziaria. Chiediamo da tempo risposte su questi temi per garantire un miglior servizio agli italiani».

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Le accuse di Meloni: dall’imam di Torino al caso Almasri

Nel contesto della campagna referendaria per la riforma della giustizia del 22-23 marzo, Meloni ha criticato i magistrati per alcuni casi recenti, come quello dell’imam di Torino, dove «la polizia dimostra la sua pericolosità, il ministro ne dispone l’espulsione e l’espulsione viene bloccata», auspicando unità con forze dell’ordine e Parlamento: «occorre lavorare tutti nella stessa direzione, governo, forze di polizia e magistratura». Ricorda precedenti come il «danno alla nazione» dell’inchiesta su Almasri da parte di «un pezzetto di magistratura» che voleva «governare», e i blocchi ai trasferimenti in Albania. Sul referendum e la separazione delle carriere, accusa l’Anm di auto-delegittimarsi con la campagna nelle stazioni: «Se chi ha nel suo dna la ricerca della verità scrive una menzogna per difendere la sua campagna, questo delegittima»; un no non implicherà sue dimissioni. Il Comitato Giusto Dire no risponde: «Rifiutiamo la campagna di delegittimazione che è in corso nei nostri confronti: ciò che è stato scritto sui nostri manifesti è frutto di ciò che stato affermato dal ministro della Giustizia».

Assunzioni gennaio 2026: il mercato del lavoro apre l’anno con 527 mila contratti

Nel mese di gennaio 2026 le imprese italiane hanno programmato assunzioni per 527 mila lavoratori, un dato che conferma la tenuta della domanda occupazionale nel sistema produttivo nazionale. Le immissioni di inizio anno riflettono una strategia di investimento sul capitale umano concentrata soprattutto nei servizi e nell’industria, con una particolare attenzione alla ricerca di competenze specializzate e di profili tecnici. È questo il quadro che emerge dal Sistema Informativo Excelsior, il progetto promosso da Unioncamere in collaborazione con il ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e con l’Unione Europea. Gli esperti del settore osservano come la pianificazione trimestrale – che prevede complessivamente 1 milione 300 mila inserimenti tra gennaio e marzo 2026 – sia influenzata dalla necessità di gestire la transizione digitale ed ecologica, nonostante persistano difficoltà nel reperimento di personale qualificato in segmenti cruciali per l’economia del Paese.

Assunzioni gennaio 2026: quali sono i profili ricercati?

Assunzioni gennaio 2026: il mercato del lavoro apre l’anno con 527 mila contratti
Colloquio di lavoro (Imagoeconomica).

L’analisi dei dati sulle assunzioni di gennaio 2026 evidenzia una concentrazione della domanda nel comparto dei servizi, che ha previsto 352 mila ingressi, mentre l’industria ha pianificato 175 mila contratti. Si rileva, inoltre, una priorità per le figure legate al turismo e alla ristorazione, seguite dal commercio. I settori che si confermano tra i più attivi sono i seguenti:

  • servizi alle persone, 70 mila contratti;
  • commercio, 68 mila ingressi;
  • costruzioni, 51 mila unità;
  • servizi operativi di supporto a imprese e persone, 46 mila assunzioni.

Le imprese hanno espresso una forte necessità di operai specializzati e conduttori di impianti, categorie che rappresentano una quota rilevante della domanda industriale, specialmente nel settore metallurgico e meccatronico.

Difficoltà di reperimento e competenze

Il mercato del lavoro mostra una criticità strutturale: il 49 per cento delle entrate programmate risulta difficile da reperire. Il fenomeno è da attribuire sia alla mancanza di candidati sia alla preparazione inadeguata degli stessi rispetto alle esigenze aziendali. Innanzitutto, le imprese cercano figure con elevate competenze digitali e attitudine al green. Per quanto riguarda i titoli di studio, la ripartizione ha previsto:

  • laureati, 78 mila ingressi;
  • diplomati, 153 mila unità;
  • qualificati professionali, 104 mila contratti.

Inoltre, la quota di contratti a tempo indeterminato degli annunci di lavoro di gennaio 2026 è del 19 per cento, mentre il tempo determinato rappresenta il 53 per cento delle attivazioni previste.

Mercato del lavoro, dove ci sono più offerte?

Assunzioni gennaio 2026: il mercato del lavoro apre l’anno con 527 mila contratti
Industria manifatturiera (Imaegonomica).

Le opportunità occupazionali sono distribuite in modo disomogeneo sul territorio nazionale, con una prevalenza del Nord Ovest e del Nord Est. Tuttavia, pure il Centro e il Sud mantengono volumi significativi, trainati dalla filiera turistica e dai servizi pubblici. In termini di dimensioni aziendali, le piccole e medie imprese continuano a sostenere la maggior parte del flusso occupazionale. La domanda di lavoratori immigrati è rilevante, a copertura del 20 per cento delle assunzioni totali di questo mese, con punte elevate nei settori della logistica e delle costruzioni. Le imprese indicano, infine, che l’esperienza pregressa nel settore è considerata un requisito fondamentale per circa 350 mila inserimenti, a conferma della preferenza per i profili già operativi.

Acca Larentia, Rampelli querela Scanzi: cos’è successo

Fabio Rampelli annuncia una querela contro Andrea Scanzi per un post pubblicato dal giornalista sui social dopo la commemorazione di Acca Larentia. Il vicepresidente della Camera accusa Scanzi di aver diffuso una ricostruzione falsa della sua presenza alla cerimonia del 7 gennaio e sostiene di non aver partecipato al raduno serale durante il quale si sono svolti saluti romani e il rito del “Presente”. Il post contestato è quello in cui Scanzi attacca direttamente l’esponente di Fratelli d’Italia: «In questa foto, il vicepresidente della Camera (non è una battuta) Rampelli, mentre partecipa bello (?) tronfio alla commemorazione di Acca Larentia, tra saluti romani, croci celtiche e “Presenti!” urlati alla ca**o come se fossimo ancora nel ventennio. Daje Itaglia!». Il riferimento è alla commemorazione per l’uccisione, nel 1978, dei militanti del Fronte della Gioventù Franco Bigonzetti e Francesco Ciavatta.

Rampelli: «Non ho partecipato al raduno serale»

La replica di Rampelli è arrivata a stretto giro ed è accompagnata dall’annuncio dell’azione legale: «Non ho partecipato al raduno serale di Acca Larentia, con buona pace del compagno Scanzi, che querelerò perché deve essere posto un limite alla diffamazione e alla menzogna». Rampelli rivendica di aver preso parte solo alla commemorazione istituzionale del mattino e respinge l’accusa di nostalgie fasciste: «Non faccio saluti romani perché sto bene nel mio tempo e ho sempre guardato con incredulità e tenerezza chi alza mani aperte, ma anche pugni chiusi». Ricostruisce poi le modalità della cerimonia mattutina: «Da almeno 30 anni ci rechiamo in delegazione la mattina», spiegando che la delegazione depone fiori, osserva il silenzio e porta la mano sul cuore.

La controreplica di Scanzi

Il giornalista del Fatto Quotidiano ha controreplicato: «Acciderbolina! Quando mai avrei scritto che era presente di sera?», scrive in un nuovo post. Il giornalista chiarisce di sapere che Rampelli non fosse al raduno serale, ma insiste che questo «nulla cambia eticamente, moralmente e politicamente». E conclude: «II Rampelli ha partecipato alla giornata di Acca Larenzia intruppandosi con altri simili sulla croce celtica… È questo l’elemento intollerabile e inaccettabile per un rappresentante delle istituzioni».

Meloni in conferenza, lo sgambetto di Sorrentino, l’armocromista: le pillole di L43

Mattinata del venerdì dominata politicamente dalla conferenza stampa “di inizio anno” della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che ha ribattezzato Carlo Bartoli, il numero uno dell’Ordine dei giornalisti, come «il presidente De Bortoli», correggendosi subito dopo dicendo «ma sì, tanto sempre di giornalisti si tratta». E così ha sistemato pure Ferruccio (che tra l’altro commentava le parole meloniane su SkyTg24), oltre a depotenziare Bartoli sbagliandone il cognome (della serie, per stare in zona Garbatella, “ma a te chi te conosce”). Nel mondo dello spettacolo però, che non ama particolarmente la premier, proprio mentre è in corso la conferenza stampa ecco la presentazione in pompa magna del film La grazia diretto da Paolo Sorrentino, con la proiezione a Testaccio, in via del Commercio. E non c’è solo Sorrentino nell’elenco dei “reprobi”, o – come ha detto qualcuno – «dei disfattisti», perché pure la Rai di Giampaolo Rossi si è messa di fatto contro Meloni, con la fiction Zvanì, il romanzo famigliare di Giovanni Pascoli presentata alla stampa nella stessa mattinata. Che poi tra i colleghi, parlando di Pascoli, alcuni hanno scherzato dicendo che «questa fiction, con il titolo che ha, forse non è stata scelta a caso, visto che la nuova sede della Rai, via Alessandro Severo, sembra davvero posta in mezzo alla campagna».

Meloni, Il Messaggero conduce insieme alla Rai

Non solo è stata la prima a poter fare una domanda al presidente del Consiglio Giorgia Meloni, grazie al sorteggio effettuato tra i 40 giornalisti ammessi alla conferenza stampa nella nuova aula dei gruppi parlamentari a Campo Marzio: Ileana Sciarra, “di casa” a Palazzo Chigi, in forze al quotidiano Il Messaggero, ha anche co-condotto per la Rai la presentazione dell’incontro. C’è da dire che Meloni, maligna un vecchio cronista parlamentare, «ha anche dato una notizia, annunciando che è stato siglata una convenzione con l’agenzia Dire, da tempo in crisi, per la gioia di Nicola Perrone, il direttore presente nella sala e autore anche di una domanda relativa alla situazione in Medio Oriente con un “che fa il governo italiano per la popolazione stremata di Gaza?”. E da Meloni non sono mancate alcune dichiarazioni relative all’equo compenso. E ha fatto perfino il nome di Francesco Cancellato, il direttore di Fanpage».

Pure Giorgia ha l’armocromista?

«E pure Giorgia ha l’armocromista», ha bofonchiato un giornalista parlamentare vedendo la scenografia della conferenza stampa e soprattutto lo stile della presidente del Consiglio. Armocromista: per Wikipedia, «professionista della consulenza d’immagine che analizza i colori naturali di una persona (pelle, occhi, capelli) per determinare la sua palette cromatica ideale, consigliando i colori». Era stato uno dei punti di debolezza di Elly Schlein, quando la segretaria del Partito democratico confessò di dotarsi di queste consulenze, anche se nessuno si è mai reso conto dell’effetto di questo lavoro sull’immagine della leader del Nazareno. Fatto sta che Meloni, a sentire i professionisti della televisione, «con lo sfondo azzurro e un vestito chiaro, per nulla istituzionale ma da scampagnata primaverile che sembra dare meno importanza del dovuto all’appuntamento con la stampa», ha «fatto risaltare il colore degli occhi e con un tocco giovanile, tanto da sembrare uscita da una settimana in una farm di Chenot o Mességué».

Meloni in conferenza, lo sgambetto di Sorrentino, l’armocromista: le pillole di L43
Meloni in conferenza, lo sgambetto di Sorrentino, l’armocromista: le pillole di L43
Meloni in conferenza, lo sgambetto di Sorrentino, l’armocromista: le pillole di L43
Meloni in conferenza, lo sgambetto di Sorrentino, l’armocromista: le pillole di L43
Meloni in conferenza, lo sgambetto di Sorrentino, l’armocromista: le pillole di L43
Meloni in conferenza, lo sgambetto di Sorrentino, l’armocromista: le pillole di L43

Nel pomeriggio la messa per le vittime italiane di Crans-Montana

Giornata di venerdì davvero micidiale, per i parlamentari: ci sono da onorare le vittime italiane di Crans-Montana, e nel pomeriggio nella basilica dei Santi Ambrogio e Carlo in via del Corso verrà celebrata una messa con la presidente del Consiglio Meloni, i ministri e tutti i rappresentanti dei partiti, della maggioranza e dell’opposizione. Chi, tra gli onorevoli e i senatori, voleva tornare a casa giovedì pomeriggio ha dovuto rinviare la partenza da Roma.

Ranucci, dalla Rai a teatro

La Sardegna ospiterà lo spettacolo teatrale di Sigfrido Ranucci sabato 7 febbraio, a Cagliari, all’Auditorium del Conservatorio. Due appuntamenti, alle 18 e alle 21, con il conduttore della trasmissione Rai Report pronto a portare in scena un racconto che intreccia le sue esperienze di giornalista d’inchiesta con riflessioni intime, aneddoti sconosciuti, incontri sorprendenti e scelte difficili che hanno segnato la sua vita personale e professionale. Non a caso il titolo è Diario di un trapezista, accompagnato dalle musiche originali di Enrico Melozzi e dalla voce narrante di Stella Gasparri. Al termine Ranucci incontrerà il pubblico per un momento di dialogo e per il firmacopie del suo libro.

La conferenza stampa di inizio anno di Giorgia Meloni

Venerdì mattina è in corso alla Camera la conferenza stampa della premier Giorgia Meloni, organizzata dal Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti in collaborazione con l’Associazione della stampa parlamentare. Al centro dell’incontro i principali dossier di politica estera e interna, dal Venezuela all’Ucraina, fino ai rapporti con gli Stati Uniti.

Meloni sulla Groenlandia: «Non credo che Trump userà la forza militare»

Tra i temi affrontati, la premier è tornata sulle dichiarazioni e sulle ultime mosse dell’amministrazione Trump, soffermandosi in particolare sulla Groenlandia. «lo non credo nell’ipotesi che gli Usa avviino un’azione militare sulla Groenlandia, che non condividerei» e «che non converrebbe a nessuno», ha detto. Meloni ha quindi chiarito che «l’ipotesi di un intervento per assumere il controllo della Groenlandia è stato escluso da Rubio e dallo stesso Donald Trump», spiegando che «l’amministrazione Trump con i suoi metodi molto assertivi stia ponendo l’attenzione sulla importanza strategica della Groenlandia per suoi interessi e per la sua sicurezza». Secondo la presidente del Consiglio, si tratta di «un’area in cui agiscono molti attori stranieri» e il messaggio degli Stati Uniti è che «non accetteranno ingerenze eccessive di attori straniere».

La conferenza stampa di inizio anno di Giorgia Meloni
Donald Trump e Giorgia Meloni (foto Ansa).

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La sorte di Alberto Trentini e la liberazione degli italiani in Venezuela

Un passaggio rilevante è stato dedicato anche alla sorte di Alberto Trentini, dopo che il governo venezuelano ha annunciato il rilascio di diversi prigionieri politici. «Il governo italiano si occupa della vicenda Trentini quotidianamente da 400 giorni, e come sappiamo non è l’unico», ha affermato Meloni. «Lo abbiamo fatto e lo continuiamo a fare mobilitando tutti i canali, politici, diplomatici e di intelligence e non smetteremo fino a quando la signora Armanda non potrà riabbracciare suo figlio». La premier ha aggiunto: «È molto doloroso non potere riuscire a dare risposte nei tempi che vorrei». Parlando del Venezuela, Meloni ha infine commentato la recente liberazione di altri cittadini italiani, Biagio Pilieri e Luigi Gasperin: «Saluto con gioia la liberazione degli altri italiani, io sono fiduciosa». Un segnale che, secondo la presidente del Consiglio, «è nel senso della pacificazione» e che «penso anche che possa rappresentare un elemento molto importante nella relazione tra l’Italia e il Venezuela».

La conferenza stampa di inizio anno di Giorgia Meloni
Alberto Trentini (Ansa).

Il ‘no’ all’invio di truppe in Ucraina con i Volenterosi

Sull’Ucraina, la premier ha respinto la ricostruzione secondo cui sarebbe stata la Lega a porre un veto sull’invio di militari, nell’ambito della creazione di una forza multinazionale come garanzia per il cessate il fuoco. «Il dibattito all’interno della maggioranza è come difendere al meglio l’interesse nazionale. C’è una fetta maggioritaria a livello nazionale che ritiene che si possano fare passi indietro» nell’impegno a Kyiv, «io penso che occorre essere al fianco dell’Ucraina, per me l’unico modo di garantire la pace è la deterrenza». «Non c’è l’ipotesi di un intervento con l’ombrello dell’Onu, si sta parlando dell’istituzione di una forza multinazionale per rafforzare la difesa ucraina come strumento di garanzia. Io non ritengo necessario l’invio di truppe perché il principale strumento è quello di ispirarsi al sistema dell’articolo 5 della Nato, è quella la principale garanzia per Kyiv».

Meloni attacca i giudici: «Spesse rendono vano il lavoro di forze dell’ordine e parlamento»

I risultati sulla sicurezza «per me non sono sufficienti», dunque «questo è l’anno in cui si cambia passo e si fa ancora di più». «Se vogliamo garantire sicurezza occorre lavorare tutti nella stessa direzione: governo, forze di polizia e magistratura, che è fondamentale in questo disegno» ha detto la premier, sottolineando che «spesso le toghe rendono vano il lavoro delle forze dell’ordine e del parlamento». In merito al referendum sulla giustizia, «il 22 e 23 marzo è la data più probabile e mi sentirei di confermarla».

Il rinnovo del contratto nazionale dei giornalisti e la vendita di Gedi

Giorgia Meloni è intervenuta sul rinnovo del contratto nazionale dei giornalisti dopo la contestazione della segretaria generale della Fnsi Alessandra Costante, che ha mostrato uno striscione contro lo stallo contrattuale. La presidente del Consiglio ha ricordato che «c’è un tavolo aperto» e che il governo «ha a cuore il tema del rinnovo dei contratti», ma «la responsabilità non è del governo». Secondo Meloni il ruolo dell’esecutivo può essere solo di «moral suasion». La premier è poi tornata sulla situazione della vendita del gruppo Gedi, spiegando che «il governo si è mosso tempestivamente» e ha avviato interlocuzioni con l’editore coinvolto nella trattativa. L’obiettivo, ha sottolineato, è «assicurare il trattamento occupazione», pur chiarendo che al momento «non c’è nulla di deciso».