Il caso della partecipazione della Russia alla Biennale è arrivato fino al Parlamento Ue

La partecipazione della Russia alla 61esima Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia non ha solo innescato lo scontro tra il presidente della Fondazione Biennale Pietrangelo Buttafuoco e il ministro della Cultura Alessandro Giuli. Ha infatti travalicato i confini italiani ed è diventata un caso di respiro internazionale: 26 eurodeputati hanno infatti firmato una lettera indirizzata a Buttafuoco e al cda della Biennale, chiedendo la revoca della «inaccettabile» partecipazione della Federazione Russa.

Il caso della partecipazione della Russia alla Biennale è arrivato fino al Parlamento Ue
Pina Picierno (Ansa).

Cosa hanno scritto gli eurodeputati nella lettera

Tra i firmatari della lettera, di vari schieramenti politici, c’è anche l’italiana Pina Picierno del Pd, vicepresidente del Parlamento europeo. La riammissione della Russia, si legge nella documento, «rischia di danneggiare la reputazione e la statura morale della Biennale stessa», che «rappresenta da sempre un luogo simbolico di libertà artistica e cooperazione internazionale». Permettere la presenza ufficiale della Federazione Russa, spiegano gli europarlamentari, porterebbe «inevitabilmente con sé un significato simbolico e di legittimazione». Tutto questo dopo quattro anni di «bombardamenti, distruzione di infrastrutture e attacchi sistematici al patrimonio culturale ucraino».

Lotito contro i tifosi hacker, Marino non vuole lo stadio: le pillole del giorno

Nuova puntata dell’infinita telenovela laziale, con il presidente della società, Claudio Lotito, che ha accusato l’intelligenza artificiale di produrre telefonate fake, dove si ascoltano «parole che vengono diffuse con la mia voce». Insomma, roba da tifosi hacker, gente che sarebbe capace di produrre audio imitando alla perfezione anche i funamboleschi concetti, oltre al modo di parlare, di Lotito. Intanto la tifoseria continua a protestare, e anche al prossimo turno il raduno è fissato a Ponte Milvio, senza entrare nello stadio Olimpico. Lotito ha commentato così: «Lo sciopero del tifo? Che problema c’è? Mica vi ho chiesto i soldi, se voglio faccio un aumento di capitale e chiudo la pratica». C’è però l’allenatore Maurizio Sarri che sbuffa, dicendo che i giocatori da far scendere in campo li sceglie lui. Così il presidente ha ricominciato a parlare: «La società c’ha un nome e un cognome: Claudio Lotito. Non è di Sarri, se la vuole Sarri se la compra. L’allenatore deve prendere i giocatori che c’ha a disposizione e farli giocare, se è un buon allenatore. Se no di che parliamo? Castellanos non lo faceva giocare: 30 milioni. Guendouzi se n’è voluto andare. Noslin è un buon giocatore? Mi hanno offerto 20 milioni, ma mi hanno bloccato perché mi hanno detto che non bisognava venderlo. Sarri lo fa giocare? No. Belahyane, 14 milioni: hai visto la partita? Ha giocato bene, mica male. Eppure non lo fa giocare».

Nessuno sa quanto potrà ancora durare questo clima, visto che in mezzo c’è pure il referendum sulla giustizia, dove la destra vota per il “sì” e i tifosi promettono che alle urne voteranno “no”, pur di fare un dispetto a Lotito, eletto con Forza Italia al Senato nel collegio del Molise.

Lotito contro i tifosi hacker, Marino non vuole lo stadio: le pillole del giorno
Ignazio Marino (foto Ansa).

Ma pure l’altra squadra, in città, ha problemi, e qui la grana è tutta interna alla sinistra: per l’ex sindaco Ignazio Marino, «il progetto di un nuovo stadio a Pietralata sembra strumentale solo agli interessi economici della Roma, e non agli interessi urbanistici dei cittadini e dei tifosi». E «l’impatto ambientale sarà notevolissimo: 29 mila metri quadrati di verde in meno, viabilità e trasporti inadeguati per gestire flussi di oltre 60 mila spettatori. E il governo della città che fa? I partiti come reagiscono? Nessuna risposta puntuale e chiarificatrice, ma solo propaganda. Tutti dovrebbero ricordare che l’obbligo per gli amministratori pubblici è difendere sempre l’interesse pubblico». Il 13 marzo la delibera dedicata alla Roma approda all’assemblea capitolina: il sindaco Roberto Gualtieri, che cerca la riconferma in Campidoglio, punta tantissimo sull’effetto positivo di un nuovo stadio per portare alle urne elettorali i tifosi giallorossi. Se anche una parte del Partito democratico dovesse mettersi di traverso, la situazione romana diventerà incandescente su tutti i fronti calcistici.

Referendum, lunedì di fuoco con Landini

Referendum, scende in campo la Cgil. Lunedì 9 marzo, nel pomeriggio, appuntamento a Roma al Teatro Palladium per un’iniziativa organizzata dai comitati di Roma e del Lazio per il “no” in vista del referendum del 22 e 23 marzo «a difesa della Costituzione», a cui parteciperà il segretario generale della Cgil Maurizio Landini. Interverranno Silvia Albano, giudice di Magistratura democratica, Roberto Gualtieri, sindaco di Roma, Francesca Rispoli, presidente di Libera, e la scrittrice e conduttrice radiofonica Benedetta Tobagi. A moderare Luca Telese. Nel Pd romano non tutti hanno gradito la partecipazione di Gualtieri, dato che nel partito non mancano i favorevoli al “sì”.

Lotito contro i tifosi hacker, Marino non vuole lo stadio: le pillole del giorno
Maurizio Landini e Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

Nextalia toglie Raffaello a Leonardo, che ha Michelangelo

Strana sfida nel nome dei geni del Rinascimento italiano (o delle Tartarughe ninja). Leonardo, il colosso della difesa, ossia l’ex Finmeccanica che nel 2017 cambiò nome per volontà dell’allora amministratore delegato Mauro Moretti, ha inventato lo scudo anti-missili chiamandolo Michelangelo. All’appello mancava solo Raffaello, per realizzare il trittico perfetto, però Nextalia ha voluto denominare proprio con il nome del Sanzio il suo nuovo fondo, l’ottavo, specializzato in crediti deteriorati. E nei salotti della finanza si sente dire, con una battuta, che «Francesco Canzonieri batte Roberto Cingolani uno a zero». Il vantaggio è che non ci sono diritti da pagare: a meno che un giorno il ministero della Cultura non richieda il suo parere obbligatorio, con pagamento di diritti, a tutti coloro che vogliono utilizzare il nome di un gigante dell’arte italiana del passato per utilizzarne il nome a fini commerciali…

Rai in stallo tra riforma bloccata e caos in Vigilanza sull’audizione di Rossi

Rai sempre più paralizzata. Non solo la commissione di Vigilanza bloccata da un anno e mezzo, ora ci si mette pure il Mef a stoppare la riforma della tv pubblica. Dunque, accade che questa settimana il testo base della maggioranza sulla riforma della Rai elaborato nell’VIII commissione di Palazzo Madama doveva arrivare in Aula dove sarebbe cominciato il suo iter legislativo. Testo assai criticato dalle opposizioni, che hanno presentato parecchi emendamenti, ma che almeno formalmente rispetta i criteri chiesti dall’Europa con l’European Media Freedom Act (Emfa), che, tra le altre cose, impone che i vertici delle tv pubbliche non siano nominati dall’esecutivo.

Lo stop del Mef al testo

Detto fatto: il nuovo cda immaginato prevede sei membri nominati dal Parlamento (tre dalla Camera e tre dal Senato) più uno in rappresentanza dei dipendenti e tra questi dovranno poi essere scelti l’amministratore delegato e il presidente. Giancarlo Giorgetti però sembra essersi accorto solo ora che questo nuovo sistema esautora totalmente il Mef, che oggi indica i vertici. «Ma come, noi siamo azionisti della Rai al 99,56 per cento e veniamo totalmente tagliati fuori dal meccanismo di nomina della governance? Non se ne parla…», è il ragionamento che i tecnici dell’Economia hanno rivolto al ministro, che infatti ha bloccato tutto. Per arrivare in Aula, infatti, il testo avrebbe dovuto avere il via libera del Mef tramite la commissione Bilancio, relazione che non è mai arrivata.

Rai in stallo tra riforma bloccata e caos in Vigilanza sull’audizione di Rossi
Giancarlo Giorgetti (Imagoeconomica).

Il cortocircuito sull’abbassamento del canone

Ma c’è un altro punto su cui Giorgetti è contrario. La riforma prevede un abbassamento del canone del 5 per cento ogni anno, per almeno cinque anni, e poi si vedrà. Novità tra l’altro chiesta proprio dalla Lega, che della lotta al canone Rai ha fatto una bandiera. Ebbene, si sono chiesti al Mef, se il canone diminuisce, poi va a finire che i soldi nella Rai per non farla andare a catafascio dobbiamo metterli noi, magari togliendoli ad altri comparti. E no! Così è andato in scena un surreale cortocircuito all’interno della maggioranza, con il Mef, cioè il governo, che blocca un testo proposto dai parlamentari del centrodestra. Tanto che nei giorni scorsi è intervenuto pure Maurizio Gasparri per difendere il testo della maggioranza, auspicando che il governo non si mettesse di traverso.

Rai in stallo tra riforma bloccata e caos in Vigilanza sull’audizione di Rossi
Maurizio Gasparri (Imagoeconomica).

Pure la presidente della Vigilanza, Barbara Floridia, a La Notizia ha ricordato che occorre «applicare al più presto il Media Freedom Act per rompere il legame tra nomine e governo». Per ora, dunque, la riforma si ferma, col rischio sempre più concreto che alla fine da Bruxelles parta una procedura d’infrazione verso l’Italia per mancato rispetto dell’Emfa.

Rai in stallo tra riforma bloccata e caos in Vigilanza sull’audizione di Rossi
Barbara Floridia (Imagoeconomica).

Il balletto sulla convocazione di Rossi in Vigilanza

L’altra impasse riguarda ancora la Vigilanza. Nelle ultime due settimane si era finalmente giunti a una convocazione straordinaria di Giampaolo Rossi, mai audito in commissione da quando guida la Rai. Convocazione appunto “straordinaria” che è consentita dal regolamento se a farne richiesta è tutta l’opposizione. Anche Ignazio La Russa si era detto favorevole. Quindi l’audizione è stata fissata per mercoledì 11 marzo. Il centrodestra, però, questa cosa l’ha subìta e, se all’inizio ha fatto buon viso a cattivo gioco per non andare contro il presidente del Senato, nell’ultimo ufficio di presidenza ha posto una condizione: ci stiamo solo se la richiesta parte da noi. A quel punto l’opposizione ha risposto: se parte da voi, allora la seduta non è più “straordinaria” ma diventa “ordinaria” e questo significa che da parte vostra ci deve essere un impegno a continuare con l’attività della Vigilanza anche dopo, sbloccando l’impasse. No, hanno ribattuto dalla maggioranza: chiediamo la convocazione di Rossi, ma dopo l’audizione da parte nostra non cambia nulla e se non accettate di votare Simona Agnes tutto torna come prima. Insomma, un caos. Per ora l’audizione di Rossi resta in agenda, ma a questo punto non è affatto detto che avvenga davvero e per farla saltare il centrodestra ha già un asso nella manica: mercoledì sarà il gran giorno di Giorgia Meloni in Parlamento a riferire sulla crisi in Medio Oriente e quindi la scusa per far saltare l’audizione è già bella e pronta.

Rai in stallo tra riforma bloccata e caos in Vigilanza sull’audizione di Rossi
Giampaolo Rossi (Imagoeconomica).

Intanto parte la nuova striscia di Cerno su Rai2

Sembra una commedia degli errori, o degli orrori, che dir si voglia, e invece è il magico universo parallelo di mamma Rai. Dove intanto giovedì è stata presentata la nuova striscia quotidiana di Tommaso Cerno. Si chiamerà Due di Picche: cinque minuti da lunedì 9 marzo alle 14 su Rai2. Nel progetto iniziale sarebbe dovuta andare in onda prima del Tg2 delle 13, ma poi la rivolta dei giornalisti contro un programma condotto da un “esterno” prima del telegiornale ha portato al cambio di orario.

Rai in stallo tra riforma bloccata e caos in Vigilanza sull’audizione di Rossi
Tommaso Cerno (Imagoeconomomica).

Giuli-Buttafuoco, scontro a destra sulla Russia alla Biennale: cosa è successo

«In merito alle dichiarazioni rilasciate dal Presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco, si precisa che la partecipazione della Federazione Russa alla 61esima Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia è stata decisa in totale autonomia dalla Fondazione Biennale, nonostante l’orientamento contrario del Governo italiano». È quanto si legge in un comunicato stampa del Ministero della Cultura, in cui viene anche evidenziato («come ribadito più volte dal ministro Alessandro Giuli») che l’Italia «sta dedicando grande attenzione alla tutela del patrimonio artistico ucraino, colpito dai bombardamenti russi che si protraggono ormai da oltre quattro anni, a partire dall’impegno per la ricostruzione di uno degli edifici simbolo dalla storia culturale dell’Ucraina, la grande Cattedrale ortodossa della Trasfigurazione di Odessa, gravemente danneggiata dal conflitto». Insomma, c’è uno scontro in atto a destra tra Giuli e Buttafuoco: ecco le tappe che hanno portato alla nota del MiC.

L’intervista di Buttafuoco: «Confronto continuo con Giuli»

Intervistato da Repubblica, Buttafuoco aveva spiegato di aver dato incarico ai suoi collaboratori «di accompagnare le giornate della mostra con inviti a personalità provenienti da tutte le zone di guerra», per raccontare «l’altro punto di vista». Da qui il ritorno della Russia, proprietaria di un padiglione ai Giardini dal 1914 e assente dal 2022 (nel 2024 aveva concesso lo spazio alla Bolivia): «Noi ragioniamo sui fatti. Basta con appelli, firme, schemi da Anni 70. Ci muoviamo con l’arte, e l’arte si misura con i fatti. La Biennale è uno spazio di convivenza per tutto il pianeta, sia con le vecchie sia con le nuove geografie». Una scelta, aveva fatto intendere Buttafuoco, avallata da Giuli («Con il ministro abbiamo un confronto continuo») e in generale dal governo, che «rispetta l’autonomia della Biennale», Peccato sia poi arrivato il comunicato del MiC.

Il ritorno della Russia era però noto già dal 3 marzo

La nota è stata diffusa solo dopo l’intervista di Buttafuoco, pubblicata ieri. Ma – come ricostruisce Repubblica – la presenza della Russia alla Biennale era già stata comunicata martedì 3 marzo da Mosca e ufficializzata il giorno successivo. Non solo: nella giornata del 5 marzo, Giuli ha persino incontrato Buttafuoco a Venezia, dove era arrivato per inaugurare a Palazzo Ducale la mostra ‘Etruschi e Veneti’. Insomma, il ministro ha aspettato ben 48 ore per prendere le distanze dalla presenza in Laguna della Russia. E lo ha fatto solo dopo aver visto di persona il presidente della Biennale. Secondo Repubblica, è possibile che Giuli «si sia consultato con il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari e con elementi del governo che quella autonomia non condividono». Parlando di questa prossima Biennale senza boicottaggi e veti (saranno presenti anche Iran, Israele, Ucraina e Bielorussia), Buttafuoco in pratica l’aveva presentata come una sorta di “tregua” in mezzo ai vari conflitti. Peccato abbia fatto scattare lo scontro con Giuli.

Meloni stretta tra Iran e referendum sulla giustizia: chi l’ha vista?

Per Giorgia Meloni è arrivato il momento delle decisioni più o meno irrevocabili: esserci. L’attacco di Israele e Stati Uniti all’Iran è il battito d’ali che scatena un tornado politico anche in Italia. La presidente del Consiglio ha accuratamente evitato di presentarsi in Parlamento e giovedì ha mandato in Aula i due ministri titolari di Esteri e Difesa a spiegare quello che abbiamo capito bene da prima che ce lo dicessero Crosetto&Tajani: Donald Trump fa quello che vuole senza condividere informazioni e obiettivi con nessuno (sempre che l’obiettivo effettivamente ci sia, il che non è detto).

Meloni stretta tra Iran e referendum sulla giustizia: chi l’ha vista?
Guido Crosetto e Antonio Tajani in Parlamento (Imagoeconomica).

Non si fida soprattutto degli europei, anche se poi ha bisogno delle basi militari che sono sparse per il continente. Se muove guerra all’Iran, prima lo fa e poi lo twitta, lasciando ai Paesi alleati il compito di raccogliere i cocci e spiegare alle rispettive popolazioni che cosa sta succedendo. Il ragionamento ha una sua pragmatica forza e si fonda su un assunto granitico e strategico: nessuno si mette a discutere per davvero, in Europa, con gli Stati Uniti. È la dottrina di Stephen Miller, feroce vice capo dello staff di Trump. 

Meloni stretta tra Iran e referendum sulla giustizia: chi l’ha vista?
Il capo dello staff di Trump, Stephen Miller (Ansa).

Meloni alla fine parlerà alle Camere prima del Consiglio europeo

Sulla cordialità atlantica Meloni ha scommesso parte della sua politica estera, andando ben oltre le evidenti necessità di un Paese come l’Italia che, insieme al resto d’Europa, mantiene un rapporto di interdipendenza con l’America, «impero irresistibile» per dirla con Victoria de Grazia. Giovedì in Parlamento le opposizioni hanno avuto gioco facile nel chiedere insistentemente a Meloni di intervenire alla Camera e al Senato e il risultato è che mercoledì prossimo, l’11 marzo, la leader di Fratelli d’Italia parlerà, anticipando le comunicazioni in programma il 18 marzo in vista del Consiglio europeo, allargandole anche alla situazione in Medio Oriente.

Meloni stretta tra Iran e referendum sulla giustizia: chi l’ha vista?
Giorgia Meloni (Ansa).

Pesa l’assenza della premier su Iran e campagna per il Sì

Si inizia a sentire la mancanza della presidente del Consiglio nei momenti topici; i comitati del Sì, persino quelli in cui c’è un po’ di sinistra, sperano in un’accelerazione meloniana sul referendum sulla giustizia. Speranza forse vana, perché Meloni, a parte qualche polemica chissà quanto produttiva con i magistrati sul post-Sea Watch, si guarda bene dal fare la figura di Matteo Renzi, che offrì la sua testa al grande pubblico che non vide l’ora di punirlo ormai 10 anni fa. Il referendum costituzionale del 2016 è la pietra di paragone fortissima per tutti i leader di governo che non vogliono fare una brutta fine. Questa settimana si è sentita la sua mancanza parlamentare anche sulla questione iraniana, proprio nella settimana in cui Guido Crosetto ha sentito il bisogno di mettersi nei guai con qualche sorprendente dichiarazione di troppo («Da tre anni non viaggio mai con la scorta quando sono con la famiglia, mai», è entrata nella top ten delle cose da NON dire).

Meloni stretta tra Iran e referendum sulla giustizia: chi l’ha vista?
Guido Crosetto (Ansa).

Meloni paga l’amicizia con Trump e la polarizzazione sul referendum

Il problema è che da un lato – fronte esterno/estero – Meloni paga il suo rapporto con Trump e dall’altro – fronte interno – paga la polarizzazione dello scontro sul referendum gestita e organizzata da altri. A furia di avere paura di fare come Renzi, Meloni rischia di perdere come Renzi senza aver fatto Renzi. La leader di Fratelli d’Italia è l’unica a poter spostare voti sul sì al referendum, ma fin qui ha prevalso la cautela (chiamiamola così). Una cautela che rischia di ritorcersi contro le intenzioni di chi ha promosso la separazione delle carriere: l’Iran rischia di oscurare la già non particolarmente nutrita possibile partecipazione elettorale.

Meloni stretta tra Iran e referendum sulla giustizia: chi l’ha vista?
Donald Trump e Giorgia Meloni alla Casa Bianca (Imagoeconomica).

La guerra potrebbe oscurare pure la vittoria del Sì, ma meglio non farci affidamento

Le guerre d’altronde non fanno bene agli affari, creano speculazione montante (come si vede già alle pompe di benzina) e distraggono un elettorato già abbastanza pigro da non volersi alzare dal divano, come ha spiegato Nando Pagnoncelli sul Corriere, nemmeno quando favorevole alla riforma. Quasi che desse per scontato il risultato, quando invece il fronte del No ha trovato la chiave giusta per interpretare questa campagna elettorale, come dimostrano le sortite populiste di Nicola Gratteri e Tomaso Montanari contro i sostenitori del Sì.

È anche per questo che potrebbe vincere chi vuole affossare la riforma. Certo, la guerra in Iran, che potrebbe non essere breve, così come oscura il referendum potrebbe oscurarne anche il risultato eventualmente negativo, ma se fossimo in Giorgia Meloni non ci faremmo troppo affidamento, diciamo. 

Lo scontro politico su Sal Da Vinci, Tajani tra Medio Oriente e Ciociaria: le pillole di L43

Tocca Napoli e poi muori. Mediaticamente, si intende. Lo sa bene Aldo Cazzullo che ha osato criticare Sal Da Vinci, fresco vincitore di Sanremo con Per sempre sì. Ormai diventata tormentone su TikTok et similia. Il vicedirettore del Corriere della sera, proprio perché ama «Napoli e i napoletani», ha bocciato Sal. Perché, a suo dire, rappresenta «la Napoli che pensano e che vorrebbero coloro che la detestano». Nella sua difesa della tradizione partenopea degli Eduardo, dei Troisi e dei Totò, dei Senese dei Pino Daniele e via dicendo, Cazzullo però è andato oltre, definendo Per sempre sì una canzone «adatta a un matrimonio della camorra».

Lo scontro politico su Sal Da Vinci, Tajani tra Medio Oriente e Ciociaria: le pillole di L43
Aldo Cazzullo (Imagoeconomica).

Parole che non sono andate giù al sindaco di Napoli Gaetano Manfredi: «Devo dire che per come erano state formulate le parole di Cazzullo erano chiaramente inopportune, perché sebbene ogni valutazione artistica sia assolutamente personale e accettabile, l’associazione fatta a stereotipi della città non può essere valutata positivamente», ha detto il primo cittadino, cercando però di spegnere la futile polemica: «Mi affido alle parole di Cazzullo che ha detto che la sua era semplicemente una provocazione alla Checco Zalone e la prendiamo per quella che era».

Lo scontro politico su Sal Da Vinci, Tajani tra Medio Oriente e Ciociaria: le pillole di L43
Gaetano Manfredi (Ansa).

Finita qui? Proprio per nulla. Perché a rincarare la dose ci ha pensato l’ex sindaco partenopeo Luigi De Magistris che ha liquidato il commento di Cazzullo come «un giudizio fondato su un pregiudizio, sull’assenza di conoscenza della città di Napoli». E ancora: «Valutare in modo così negativo e inaccettabile una canzone, come quella dei “matrimoni della camorra”, mi pare davvero fuori luogo».

Lo scontro politico su Sal Da Vinci, Tajani tra Medio Oriente e Ciociaria: le pillole di L43
Luigi De Magistris (foto Imagoeconomica).

Insomma l’ex pm dice basta «a questa canea che ogni volta viene lanciata contro Napoli e i napoletani anche a Sanremo. È capitato con Geolier, ora con Sal Da Vinci che ha vinto il Festival. Vorrei che una volta per tutte si interpretasse in maniera autentica una frase del capolavoro Napul’è di Pino Daniele, ossia il passaggio ”Napule è tutto nu suonno E a’ sape tutto o’ munno, Ma nun sanno a’ verità”, cioè questo fatto di pretendere di giudicare una città-mondo, senza confini, che è stata capitale, che ha un sentimento popolare fatto di sensibilità diverse con un giudizio così tranchant non mi pare giusto». Insomma, «nessun napoletano cerca un’immagine patinata di Napoli, che è un teatro vero, in cui c’è il Sal Da Vinci del musical Scugnizzi, come quello di Sanremo». Parafrasando il maestro Bennato, son solo polemichette. Battuta zaloniana o meno, associare automaticamente la napoletanità forse un po’ kitsch, neomelodica e dalle tinte Grecian 2000 che non incontra i gusti sabaudi alla criminalità organizzata è qualcosa che Napoli non merita. E non merita nemmeno Sal Da Vinci.

Lo scontro politico su Sal Da Vinci, Tajani tra Medio Oriente e Ciociaria: le pillole di L43
Lo scontro politico su Sal Da Vinci, Tajani tra Medio Oriente e Ciociaria: le pillole di L43
Lo scontro politico su Sal Da Vinci, Tajani tra Medio Oriente e Ciociaria: le pillole di L43
Lo scontro politico su Sal Da Vinci, Tajani tra Medio Oriente e Ciociaria: le pillole di L43
Lo scontro politico su Sal Da Vinci, Tajani tra Medio Oriente e Ciociaria: le pillole di L43
Lo scontro politico su Sal Da Vinci, Tajani tra Medio Oriente e Ciociaria: le pillole di L43
Lo scontro politico su Sal Da Vinci, Tajani tra Medio Oriente e Ciociaria: le pillole di L43
Lo scontro politico su Sal Da Vinci, Tajani tra Medio Oriente e Ciociaria: le pillole di L43
Lo scontro politico su Sal Da Vinci, Tajani tra Medio Oriente e Ciociaria: le pillole di L43
Lo scontro politico su Sal Da Vinci, Tajani tra Medio Oriente e Ciociaria: le pillole di L43

Stampa Estera, tour nella Ciociaria cara a Tajani

Stampa Estera, tutti in tour nella Ciociaria cara ad Antonio Tajani. Il 15 dicembre era stata presentata a Roma, a Palazzo Grazioli, nella sede dei corrispondenti stranieri, la candidatura della Ciociaria a Capitale italiana della Cultura 2028. Il progetto, denominato “Hernica Saxa“, punta a valorizzare il patrimonio storico e culturale delle città fortificate della provincia di Frosinone. Ora è scattato il viaggio premio, ossia il press tour, alla scoperta delle delizie archeologiche, artistiche, ambientali e soprattutto gastronomiche nei comuni di Anagni, Ferentino, Alatri e Veroli. Giornate piene di eventi, che terranno lontano da Roma molti associati e alla fine, chissà, a stringere le mani dei giornalisti si materializzerà anche un collega, il vicepresidente del Consiglio nonché ministro degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale: sì, proprio lui, il ciociaro per eccellenza, Tajani, sempre che trovi tempo tra una dichiarazione imbarazzata sul collega di governo Guido Crosetto e qualche uscita che ha suscitato ironia sui rimedi anti-droni e sui consigli agli italiani a Dubai che devono prendere il pullman. Meglio dimenticare tutto davanti al piatto tipico di Anagni, il timballo di Bonifacio VIII, con fettuccine all’uovo e animelle…

Lo scontro politico su Sal Da Vinci, Tajani tra Medio Oriente e Ciociaria: le pillole di L43
Antonio Tajani e, sullo sfondo, una foto di Donald Trump (foto Imagoeconomica).

Valli di lacrime per Pinault

Allarme rosso per François-Henri Pinault: una delle sue maison, Giambattista Valli, è in crisi. Tanto da annullare la sfilata in calendario il 6 marzo, dove era attesa la collezione autunno-inverno del prossimo anno. La situazione appare pessima, per il brand della moda nato a Roma e ora inserito nel portafogli della holding Artémis della famiglia Pinault.

Lo scontro politico su Sal Da Vinci, Tajani tra Medio Oriente e Ciociaria: le pillole di L43
François-Henri Pinault con il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso (foto Imagoeconomica).

Mattarella alla festa del Corriere

Venerdì milanese per i vip: il Corriere della Sera viene celebrato al Teatro alla Scala di Milano con l’evento “Corriere 150 anni. La libertà delle idee”, con la partecipazione del presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Pezzi storici delle firme letti da Cristiana Capotondi e Serena Rossi, testimonianze personali legate al quotidiano con lettori d’eccezione e il presidente di Fondazione Corriere della Sera, Ferruccio De Bortoli. Aprono l’evento il sindaco di Milano Giuseppe Sala, il sovrintendente del Teatro alla Scala Fortunato Ortombina, il direttore del giornale Luciano Fontana e ovviamente il patron, ossia il presidente di Rcs MediaGroup Urbano Cairo. Interventi e testimonianze si alterneranno alle esecuzioni dell’orchestra del Teatro alla Scala diretta da Alexander Soddy, dell’Inno d’Italia e di opere tratte da Norma di Vincenzo Bellini e da Götterdämmerung di Richard Wagner. Programma impegnativo…

Lo scontro politico su Sal Da Vinci, Tajani tra Medio Oriente e Ciociaria: le pillole di L43
Sergio Mattarella (foto Imagoeconomica).

Lazio: Sarri rammaricato, Lotito imbufalito

Dopo il 2-2 della semifinale d’andata di Coppa Italia tra Lazio e Atalanta, l’allenatore biancoceleste Maurizio Sarri ha dichiarato su Italia 1: «Siamo rammaricati per il risultato. La squadra purtroppo si sta addirittura abituando a questo tipo di situazione nello stadio. Brutto a dirsi perché è veramente triste e anche stasera rimane la sensazione che se fossero stati 45 mila si poteva portare a casa la partita. Quest’anno ci siamo trovati spesso in difficoltà numerica in certi ruoli. È una rosa di giocatori da riequilibrare secondo me». Parole che ovviamente non sono piaciute a Claudio Lotito, che ormai viene definito «imbufalito» (e proprio giovedì 5 marzo viene “audito” in commissione Antimafia).

Lo scontro politico su Sal Da Vinci, Tajani tra Medio Oriente e Ciociaria: le pillole di L43
Una delle proteste dei tifosi della Lazio contro il presidente Claudio Lotito (foto Ansa).

Niederkofler, chef in the Sky

Sta lanciando nuove iniziative, lo chef pluristellato Norbert Niederkofler: non a caso, nella serata di giovedì sarà su Sky, a MasterChef, in qualità di ospite della serata finale. I giudici Bruno Barbieri, Antonino Cannavacciuolo e Giorgio Locatelli decreteranno chi, tra loro, sarà il cuoco amatoriale che diventerà il 15esimo MasterChef italiano. Niederkofler ha bisogno di pubblicità; ora arriva a Venezia e, con lui, Nobu Matsuhisa, Jean-Georges Vongerichten e il debuttante in Italia Cédric Grolet, per quello che viene definito «un poker d’assi eccezionale»: apre Airelles Palladio, una destinazione super lusso attesa per aprile 2026 alla Giudecca, con tre ristoranti e una pasticceria.

Lo scontro politico su Sal Da Vinci, Tajani tra Medio Oriente e Ciociaria: le pillole di L43
Lo chef Norbert Niederkofler in una foto d’archivio del 2015 (Ansa).

«Meloni va in radio ma non in Parlamento», la polemica delle opposizioni

È polemica da parte delle opposizioni per la mancata presenza in Parlamento della premier Giorgia Meloni per riferire sulla guerra in Medio Oriente. La leader di Fdi, poco prima, aveva rilasciato un’intervista a Rtl 102.5 con focus sulla posizione e le prossime mosse dell’Italia, ma alla Camera e al Senato ha lasciato parlare i ministri degli Esteri Antonio Tajani e della Difesa Guido Crosetto, senza essere presente. Un fatto che ha causato l’irritazione del campo largo, che le recrimina l’assenza in un momento tanto delicato.

Il M5s: «Più comodo fare interviste senza contraddittorio che metterci la faccia in Aula»

«Stamattina Giorgia Meloni ha trovato il tempo per intervenire in radio con una bella intervista senza contraddittorio, l’ennesima. Non ha trovato però il tempo per il Parlamento, cioè il luogo dove un presidente del Consiglio dovrebbe presentarsi quando c’è da parlare davvero al Paese», hanno scritto in una nota i capigruppo M5S di Camera e Senato Riccardo Ricciardi e Luca Pirondini. «In aula oggi non ci sarà lei ma le controfigure Crosetto e Tajani. Alla radio ha annunciato che vuole tassare chi specula sulle bollette, più o meno le stesse promesse fatte sugli extraprofitti delle banche. Poi si è visto com’è finita», hanno continuato. «Nel frattempo la realtà è semplice, le conseguenze economiche della guerra dei suoi amici Trump e Netanyahu finiranno, come sempre, nelle tasche degli italiani. E su ciò che è accaduto nemmeno una mezza parola di condanna per l’attacco unilaterale di Stati Uniti e Israele. Niente. Silenzio totale. Meloni ancora una volta perfettamente allineata a Washington. E, guarda caso, perfettamente lontana dal Parlamento. Perché le interviste senza contraddittorio sono sempre più comode di metterci la faccia in Parlamento davanti agli italiani».

Avs: «Di cosa ha paura e da cosa fugge?»

Non è da meno Angelo Bonelli di Avs: «La presidente Meloni ha rilasciato una lunga intervista a Rtl, fugge dal Parlamento e va in radio. Quando c’è da venire in Aula a riferire al Paese, la presidente del Consiglio non si presenta e manda allo sbaraglio i ministri Crosetto e Tajani. È il Parlamento il luogo dove deve riferire, non uno studio radiofonico. Di cosa ha paura, da cosa fugge?». Critiche anche dal Partito democratico, con la capogruppo alla Camera Chiara Braga che ha accusato la premier di ritenere il Parlamento «meno rilevante di un’emittente radiofonica».

La replica di Tajani: «Meloni non direbbe cose diverse da noi»

Sulla questione è intervenuto il ministro Tajani, spiegando che «non credo che la presidente del Consiglio direbbe cose diverse da quelle che abbiamo detto il ministro Crosetto ed io». «Quindi», ha continuato, «se riterrà opportuno venire prima del dibattito previsto, sarà una sua decisione in base allo sviluppo della situazione. Io credo che si debba continuare a lavorare per impedire che la situazione degeneri, che ci sia un allargamento del conflitto in aree differenti dal Medio Oriente e perché ci possa essere una conclusione nei tempi più rapidi possibili del conflitto».

Iran, cosa prevede la risoluzione del centrodestra

Il centrodestra ha presentato una risoluzione sugli “aiuti” militari ai Paesi del Golfo nell’ambito del conflitto mediorientale che da sabato 28 febbraio ha subito un’escalation. In dettaglio, l’Italia è pronta a fornire supporto, in particolare di difesa antiaerea, anti missilistica e antidrone, agli Stati del Golfo minacciati dagli attacchi dell’Iran. È inoltre disponibile a garantire agli Stati Uniti l’utilizzo delle basi sul nostro territorio, in forza dell’accordo bilaterale del 1954 tra i due Paesi, come ribadito anche dalla premier Meloni. Il testo verrà votato in Parlamento dopo le comunicazioni dei ministri Guido Crosetto e Antonio Tajani.

Aiuti militari al Golfo, sostegno ai Paesi Ue e basi Usa

Secondo quanto si legge nel testo, la risoluzione impegna il governo:

  • a rafforzare tempestivamente le capacità di difesa e protezione delle missioni italiane nei teatri operativi del Medio Oriente, con particolare riferimento al mandato di cui alla scheda 04/2025, prorogata, attraverso il dispiegamento e il rischieramento di sistemi di difesa aerea e antimissilistica e di sorveglianza, nel perimetro di quanto autorizzato nell’area geografica di intervento, a protezione dei cittadini italiani, a supporto dei Paesi partner e per la salvaguardia delle infrastrutture strategiche presenti nell’area, a tutela degli interessi primari nazionali. Quanto sopra, anche in relazione alla necessità di contrastare una crisi energetica per i cittadini e le imprese italiane;
  • a partecipare con assetti nazionali allo sforzo comune in ambito Unione Europea per sostenere, in caso di richiesta, Stati membri Ue nella difesa del proprio territorio da attacchi missilistici o via droni da parte iraniana;
  • a confermare il rispetto, nell’utilizzo delle installazioni militari presenti sul territorio nazionale e concesse alle forze statunitensi, del quadro giuridico definito dagli accordi internazionali vigenti, che include fra l’altro attività addestrativa e di supporto tecnico-logistico.

Meloni: «Sulle basi Usa valgono gli accordi, per altre richieste deciderà il Parlamento»

La premier Giorgia Meloni si è detta preoccupata per le ripercussioni sull’Italia del conflitto mediorientale che, «in particolare con la reazione scomposta dell’Iran, che sta bombardando tutti i Paesi vicini compresi quelli che si erano spesi per un accordo sul nucleare iraniano, comporta un rischio di escalation che può avere conseguenze imprevedibili». Intervenuta al programma radiofonico Non stop news su Rtl 102.5, ha ribadito che «non siamo in guerra e non vogliamo entrarci».

Per l’utilizzo delle basi americane l’Italia si attiene agli accordi bilaterali

Per quanto riguarda l’utilizzo delle basi militari americane, Meloni ha affermato che l’Italia si attiene agli accordi bilaterali. Nel nostro Paese ce ne sono sono tre, concesse agli americani in virtù di accordi del 1954 che sono sempre stati aggiornati. «Ci sono delle autorizzazioni tecniche quando si parla chiaramente di logistica e di cosiddette operazioni non cinetiche, semplificando, operazioni di non bombardamento. Se poi arrivassero richieste uso basi italiane per fare altro, la competenza sarebbe del governo decidere se concedere un nuovo utilizzo più esteso, ma io penso che in quel caso dovremmo decidere noi insieme al Parlamento», ha aggiunto.

L’invio di aiuti ai Paesi del Golfo e l’attenzione sulla minaccia terroristica

«L’Italia, come Regno Unito, Francia, Germania, intende inviare aiuti ai Paesi del Golfo. Parliamo chiaramente di difesa aerea, non solo perché sono nazioni amiche ma perché in quell’area ci sono decine di migliaia di italiani, e circa 2 mila militari che dobbiamo proteggere. E il Golfo è vitale per gli approvvigionamenti», ha continuato la Meloni. Sul terrorismo islamico, infine, «non bisogna mai abbassare la guardia, siamo totalmente mobilitati, sono mobilitati tutti i servizi di sicurezza». «Il ministro Piantedosi ha già convocato il comitato per l’ordine e la sicurezza, il comitato analisi strategica antiterrorismo si riunisce in modo cadenzato, abbiamo delle eccellenze. Non siamo distratti, la guardia è altissima».

Crisi in Medio Oriente, comunicazioni di Crosetto e Tajani al Senato e alla Camera

Domani, giovedì 5 marzo, il governo riferirà sulla crisi in Medio Oriente. Si svolgeranno infatti sia al Senato che alla Camera comunicazioni da parte del ministri deglo Esteri, Antonio Tajani, e della Difesa, Guido Crosetto (appena rientrato da Dubai), «sull’evoluzione del quadro internazionale», con focus ovviamente sull’Iran e sui possibili aiuti ai Paesi minacciati dalla reazione della Repubblica Islamica, dopo agli attacchi di Stati Uniti e Israele.

Le comunicazioni prevedono risoluzioni con voto

Nella serata di martedì 3 marzo, Crosetto – rispondendo su X ai 5 stelle – aveva spiegato che era prevista un’informativa. L’escalation in corso in Medio Oriente avrebbe convinto Palazzo Chigi a virare sulle comunicazioni. Che, a differenza dell’informativa, può prevedere votazioni in Aula su una o più risoluzioni.

L’Italia è pronta a inviare un sistema di difesa Samp-T

Dai Paesi del Golfo, minacciati dai missili e dai droni armati di Teheran, sono partite diverse richieste di aiuto. L’Italia è pronta a inviare un sistema di difesa missilistica Samp-T in Medio Oriente, destinato a finire in Kuwait oppure negli Emirati Arabi Uniti. Sul tavolo c’è anche l’idea di muovere una fregata della Marina militare di fronte alle coste di Cipro, isola finita nel mirino dell’Iran a causa della presenza di una base aerea britannica. Ogni decisione necessiterà dell’approvazione del Parlamento.

Lotito, la ripicca dei tifosi al referendum e le altre pillole del giorno

«Andrà a finire che se vinceranno i no al referendum sulla giustizia sarà colpa dei tifosi della Lazio», dicono dalle parti di Palazzo Chigi, dove non mancano i fan della squadra biancoceleste che per tradizione ha tantissimi sostenitori “con il cuore a destra”: a Roma la situazione calcistica è incandescente, con la curva Nord dello stadio Olimpico che anche nella serata di mercoledì 4 marzo, per la semifinale di Coppa Italia contro l’Atalanta, si riunirà a Ponte Milvio per protestare contro il presidente Claudio Lotito. Striscioni in tutta la città annunciano il voto “no” al referendum per protestare contro la proprietà, con cartelli che invitano alle elezioni a non votare Forza Italia perché Lotito è parlamentare del partito del fu Silvio Berlusconi.

Lotito, la ripicca dei tifosi al referendum e le altre pillole del giorno
Lotito, la ripicca dei tifosi al referendum e le altre pillole del giorno
Lotito, la ripicca dei tifosi al referendum e le altre pillole del giorno
Lotito, la ripicca dei tifosi al referendum e le altre pillole del giorno
Lotito, la ripicca dei tifosi al referendum e le altre pillole del giorno
Lotito, la ripicca dei tifosi al referendum e le altre pillole del giorno
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Lotito, la ripicca dei tifosi al referendum e le altre pillole del giorno
Lotito, la ripicca dei tifosi al referendum e le altre pillole del giorno
Lotito, la ripicca dei tifosi al referendum e le altre pillole del giorno

I gruppi stilano comunicati: «È sotto gli occhi di tutti come il distacco tra società e tifosi sia ormai giunto a livelli insanabili, continuiamo a constatare da parte della dirigenza della Lazio continue provocazioni verso di noi». Nel mirino anche l’atto compiuto dalla società sportiva, che ha voluto «regalare biglietti a destra e a manca con il rischio concreto di far entrare anche tifosi non laziali a tifare Atalanta», e «ciò qualifica il pensiero e la strategia del signor Lotito e dei suoi accoliti». I ticket sono stati offerti alle scolaresche di Roma e Amatrice. E la divisione è anche interna a chi lavora a Formello, nel quartier generale della Lazio, tanto che i tifosi chiedono «a chi ne ha la facoltà di far passare il pullman della squadra a Ponte Milvio dove stazioneremo prima della partita contro i bergamaschi per far sentire ai giocatori il nostro calore, spostandoci poi in corteo sotto la Nord a intonare i nostri cori e farli sentire fin dentro al campo». Uno striscione esposto sotto la sede di Forza Italia, nel centro di Roma, recita: «Il laziale voterebbe sì, ma vota no! Ringraziate Lotito, senatore del vostro partito».

Lotito, la ripicca dei tifosi al referendum e le altre pillole del giorno
La protesta “politica” dei tifosi della Lazio contro Lotito.

Festa per i 90 anni di Occhetto, ma D’Alema non parla

“Nonno” Ugo Sposetti, 79 anni, è riuscito ad allestire una grande festa per Achille Occhetto, fresco 90enne. Nella sala della Camera di Commercio di Roma sono arrivati in tanti, da Pier Luigi Bersani (che però poi doveva presentare un libro di Arturo Scotto in zona Prati) a Walter Veltroni, passando per Massimo D’Alema che però non ha parlato “in onore” di Achille: nella lista dei relatori il suo nome non c’era, così si è messo in prima fila ad ascoltare. Assenza plateale della famiglia Berlinguer. C’erano Elly Schlein, Francesco Rutelli e Pier Ferdinando Casini, che si è ricordato di essere stato eletto grazie al Partito democratico. Enrico Mentana ha evocato il confronto televisivo fra Silvio Berlusconi e Occhetto, il Braccio di ferro in diretta. Veltroni ha tracciato un ritratto curioso: «È stato al tempo stesso capace di salvaguardare un’identità, rigenerando un’identità. Non un oggetto da tenere in salvaguardia antiquariale, ma come strumento nobile capace di adattarsi, rimanendo se stessa dentro il tempo della storia. La svolta della Bolognina fu un momento duro. Noi non sapevamo cosa avrebbe detto Occhetto. Però lo sapevamo perché era obbligatorio, era necessario, e non farlo sarebbe stato come svendere quell’identità e quel patrimonio». Insomma, il trionfo del “ma anche”, come sempre quando c’è “Uolter”. Luciana Castellina è apparsa in forma smagliante, come sempre, indifferente all’anagrafe, lei che è della classe 1929, e scherzava con il fotografo Umberto Pizzi, nato nel 1937, dicendogli «ciao fanciullo». Non c’era Fausto Bertinotti, che però si trovava a poca distanza, al Teatro Argentina, per il Riccardo III con Maria Paiato sulla scena: il subcomandante Fausto si è messo a parlare con Gianni Letta, presenza immancabile alle prime teatrali.

Lotito, la ripicca dei tifosi al referendum e le altre pillole del giorno
Lotito, la ripicca dei tifosi al referendum e le altre pillole del giorno
Lotito, la ripicca dei tifosi al referendum e le altre pillole del giorno
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Lotito, la ripicca dei tifosi al referendum e le altre pillole del giorno

La ribellione contro la tassa di Gualtieri sulle auto elettriche

A Roma si parla molto della tassa da mille euro voluta dal sindaco Roberto Gualtieri per entrare in centro alla guida di un’auto elettrica. La rivolta cresce, grazie anche a Fiorello che a La Pennicanza su Rai Radio 2, imitando il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ha protestato contro la misura decisa dal Campidoglio. In alcuni palazzi del potere ci si chiede: «L’aria è elettrica, toccherà pagare pure per quella, entrando in centro?». E a contare quanti sono i proprietari di auto elettriche si sono messi i dipendenti della Banca d’Italia, a Palazzo Koch: la sede è in via Nazionale, in piena Ztl, e chi lavora dalle parti di Fabio Panetta, anche grazie a stipendi pesanti, è sempre stato in prima linea quando si tratta di comprare vetture tecnologicamente avanzate. La mazzata riguarderebbe molti tra funzionari e dirigenti, almeno tra quelli che non sono dotati di un servizio con autista da parte dell’istituzione. Idem alla Corte costituzionale, che si trova davanti al Quirinale, e anche al Consiglio di Stato e all’Avvocatura di Stato: ognuno dovrà cacciare mille euro per entrare in centro con l’auto elettrica, anche se l’amministrazione dispone di garage dedicati ai dipendenti. E pure alla presidenza della Repubblica se ne parla, non solo con la voce di Fiorello. Anche tra le authority il problema esiste: si salva solo la Consob, che ha una sede al di fuori della Ztl.

Lotito, la ripicca dei tifosi al referendum e le altre pillole del giorno
Il sindaco di Roma Roberto Gualtieri (foto Imagoeconomica).

Crosetto a Dubai: cortocircuito tra Farnesina, Palazzo Chigi e Servizi?

Nei giorni scorsi Lettera43 ha posto una serie di domande sul viaggio negli Emirati Arabi Uniti del ministro della Difesa Guido Crosetto. Le spiegazioni fornite nelle ultime ore hanno chiarito alcuni passaggi, ma ne hanno aperti altri: soprattutto sul piano dei protocolli istituzionali, del coordinamento tra apparati dello Stato e della natura reale della trasferta.

«Come ministro forse avrò sbagliato»: un’ammissione che pesa

La vicenda di Dubai non è una polemica estiva finita male. Non è un errore di comunicazione. Non è nemmeno soltanto un problema di opportunità politica. È un cortocircuito istituzionale che tocca il cuore della catena di comando della Difesa italiana. Guido Crosetto davanti alle Commissioni riunite ha pronunciato una frase che merita di essere presa sul serio: «Come ministro forse avrò sbagliato». È un’ammissione che pesa più di molte polemiche. Perché se l’errore è stato «da ministro», allora il viaggio non era un fatto privato. Le due dimensioni non sono intercambiabili a seconda della convenienza narrativa.

Crosetto a Dubai: cortocircuito tra Farnesina, Palazzo Chigi e Servizi?
Guido Crosetto alla Camera (Imagoeconomica).

Chi ha fatto la valutazione del rischio?

Le versioni che si sono succedute nell’arco di 48 ore raccontano una storia che si fatica a tenere insieme. Prima il viaggio esclusivamente privato per riportare in Italia la famiglia. Poi l’emergere di un incontro istituzionale ad Abu Dhabi. Poi la valutazione del rischio «non fatta da solo». Poi l’attacco «non prevedibile». Ogni passaggio apre un nodo ulteriore. Se era solo un viaggio familiare, perché c’era un incontro ufficiale? Se c’era un incontro ufficiale, perché non attivare una missione istituzionale formale, con i protocolli previsti per un ministro della Difesa in un’area sensibile? Se l’attacco non era prevedibile, perché nei giorni precedenti risultavano NOTAM, avvisi e tensioni che perfino il mercato assicurativo aveva già trasformato in premi maggiorati e procedure di cancellazione? E soprattutto: se la valutazione è stata fatta «non da solo», con chi è stata fatta? Con l’AISE, che raccoglie informazioni all’estero? Con il DIS, che coordina e analizza? Con il sottosegretario Alfredo Mantovano, che ha la delega ai Servizi? In ogni caso, la responsabilità politica resta in capo al ministro. E lasciare intendere che l’eventuale sottovalutazione non fosse sua significa, implicitamente, spostare il peso sugli apparati che non possono replicare pubblicamente.

Crosetto a Dubai: cortocircuito tra Farnesina, Palazzo Chigi e Servizi?
Alfredo Mantovano con Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

L’incontro con Al Mazrouei, ma l’omologo di Crosetto è Al Martoum

C’è poi il capitolo Abu Dhabi. Il ministero della Difesa degli Emirati ha comunicato l’incontro con Mohammed bin Mubarak bin Fadhel Al Mazrouei che ricopre il ruolo di ministro di Stato per gli Affari della Difesa. Negli Emirati Arabi Uniti il ministro della Difesa è una figura distinta e gerarchicamente superiore (dal 2024 è lo sceicco Hamdan bin Mohammed bin Rashid Al Maktoum).

Il ministro di Stato per gli Affari della Difesa è membro del governo con delega specifica, ma non coincide con il titolare pieno del dicastero: si tratta di una figura assimilabile, per ordinamento comparato, a un ministro senza portafoglio con delega settoriale o a un sottosegretario di rango elevato. Non esercita la funzione di vertice politico-militare nel senso proprio del termine. Assimilarlo all’“omologo” del ministro della Difesa italiano non è tecnicamente corretto. Un ministro della Difesa di un Paese G7 e NATO rappresenta il vertice politico-militare. La simmetria istituzionale negli incontri non è un dettaglio.

Crosetto a Dubai: cortocircuito tra Farnesina, Palazzo Chigi e Servizi?
Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, con il suo omologo emiratino, lo sceicco Hamdan bin Mohammed bin Rashid Al Maktoum, a bordo dell’Amerigo Vespucci, ormeggiato al porto di Abu Dhabi, il 30 dicembre 2024 (Ansa).

L’incontro (privato?) con l’ambasciatore Fanara

Anche il fatto che la comunicazione dell’incontro sia arrivata dal lato emiratino, con un certo ritardo e non con una nota tempestiva del ministero italiano, contribuisce ad alimentare interrogativi sul perimetro reale dell’impegno. Il nodo più delicato, però, riguarda l’ambasciatore italiano ad Abu Dhabi, Lorenzo Fanara. È stato riferito che Crosetto avrebbe cenato con lui venerdì sera. Se questo è avvenuto, la questione non è conviviale ma istituzionale. Un ambasciatore non è un amico che si incontra a titolo personale. È il rappresentante dello Stato italiano nel Paese ospitante. Se incontra il ministro della Difesa, quell’incontro non può essere considerato irrilevante. A questo punto le possibilità sono due. O la Farnesina e gli apparati competenti erano informati della presenza del ministro e quindi il viaggio non era affatto «invisibile», oppure non lo erano, e allora occorre chiedersi come sia possibile che un ambasciatore riceva o frequenti il titolare della Difesa senza informare la propria amministrazione e i vertici politici.

Crosetto a Dubai: cortocircuito tra Farnesina, Palazzo Chigi e Servizi?
Lorenzo Fanara (Imagoeconomica).

Una questione di fiducia e di responsabilità politica

Esiste una terza ipotesi, ancora più problematica: che vi sia stata una richiesta di mantenere l’incontro fuori dai circuiti informativi ordinari. In ogni caso, la questione non è secondaria. Perché ad Abu Dhabi è presente anche un rappresentante dell’AISE. Se i Servizi sostengono di non essere stati informati, e l’ambasciatore era a conoscenza della presenza del ministro, si crea una frattura difficilmente spiegabile nella catena istituzionale. Il tema, allora, non è solo Dubai. È il principio di comando. Il ministro della Difesa coordina le Forze armate, interagisce con NATO e alleati, riceve analisi di intelligence, prende decisioni in un quadro internazionale che oggi è tra i più instabili degli ultimi decenni. In questo contesto, evocare “deviazioni” dello Stato, suggerire che le valutazioni non fossero proprie, creare un cortocircuito tra Farnesina, Servizi e Palazzo Chigi è un problema strutturale di fiducia. Se un ministro non si fida degli apparati che deve dirigere, o lascia intendere che quegli apparati abbiano sbagliato senza assumersene la responsabilità politica, si pone una questione di coerenza istituzionale. È una richiesta di chiarezza.

Crosetto a Dubai: cortocircuito tra Farnesina, Palazzo Chigi e Servizi?
GUIDO CROSETTO, MINISTRO DELLA DIFESA

La guida della Difesa nazionale non può poggiare su versioni sovrapposte, gerarchie improprie e responsabilità che si spostano di volta in volta. In un momento di tensione globale, la credibilità del vertice politico-militare è parte integrante della sicurezza del Paese. La responsabilità non si diluisce. Si assume. E se si ammette di aver «forse sbagliato come ministro», allora occorre spiegare fino in fondo dove è stato l’errore, chi ne ha condiviso le valutazioni e quale sia oggi il rapporto di fiducia tra il ministro e gli apparati che coordina. Uno Stato serio non vive di narrazioni. Vive di catene di comando chiare e di responsabilità politiche nette. Quando queste si incrinano, il problema non è mediatico. È istituzionale. Le domande restano quindi sul tavolo. Alcune hanno ricevuto risposte, altre no. Ma soprattutto le spiegazioni finora fornite non hanno chiuso la vicenda: hanno semmai reso più evidente la necessità di chiarire, fino in fondo, la catena delle decisioni e delle responsabilità istituzionali.

Musei fiorentini, la zampata di Giuli e l’attacco delle opposizioni

Sta facendo discutere l’ondata di nomine nei consigli di amministrazione di alcuni importanti musei fiorentini, dove il ministro della Cultura Alessandro Giuli ha piazzato alcuni esponenti di Fratelli d’Italia, scatenando l’ira delle opposizioni. Si tratta in particolare della Galleria dell’Accademia, dei Musei del Bargello e delle ville e residenze monumentali fiorentine, nei cui cda sono state nominate alcune figure politiche non elette alle ultime amministrative. Tra i nomi più discussi quelli di Andrea Fossi, candidato di Fdi alle comunali fiorentine, nominato sia alla Galleria dell’Accademia sia ai Musei del Bargello, e Alessia Galdo, anche lei candidata con Fdi, inserita nel cda delle ville e residenze monumentali insieme a Chiara Mazzei, altra esponente dello stesso partito.

L’attacco del Pd: «Musei non diventino luoghi di occupazione politica»

Scelte che hanno subito scatenato una dura reazione da parte del Partito democratico. I due deputati fiorentini Simona Bonafé e Federico Gianassi hanno diffuso una nota congiunta denunciando «una preoccupante tendenza alla politicizzazione dei consigli di amministrazione dei musei statali», la cui gestione dovrebbe invece basarsi su «competenza, autonomia e comprovata esperienza nel settore culturale». Secondo Bonafé e Gianassi, le nomine rischiano di trasformare luoghi di cultura, studio e conservazione in «spazi di occupazione politica, compromettendone l’autonomia e la credibilità». Per questo hanno annunciato che presenteranno un’interrogazione parlamentare al ministro, chiedendo spiegazioni sui criteri adottati. Sulla stessa linea anche il Movimento 5 stelle, con la senatrice Vincenza Aloisio che ha definito le nomine incomprensibili invitando Giuli a chiarire «i criteri seguiti e l’esistenza di procedure di selezione trasparenti». Anche per lei i musei devono restare «luoghi di studio, conservazione e arricchimento collettivo e non scivoli di certa politica».

Anche a Capri un esponente di Fdi nel cda dei Musei e del Parco archeologico

Anche a Capri è scoppiata la polemica per un caso analogo. Nel cda dei Musei e del Parco archeologico è stata nominata Elena Proietti Trotti, componente dello staff del ministro Giuli nonché consigliera e figura politicamente attiva in Umbria per Fratelli d’Italia. «Una scelta che solleva interrogativi gravi» secondo Piero De Luca, deputato dem e segretario regionale del Pd Campania. «Dalle informazioni disponibili non risultano competenze riconducibili ai requisiti previsti dalla legge, che è chiara nell’individuare i componenti dei consigli di amministrazione dei musei tra figure di chiara fama e comprovata esperienza nella gestione e valorizzazione del patrimonio culturale. Dopo quanto già accaduto alla Reggia di Caserta, dove nel cda è stato nominato il segretario cittadino di Fratelli d’Italia, prosegue quella che appare come una vera e propria occupazione politica delle istituzioni culturali», ha aggiunto De Luca, annunciando anch’egli un’interrogazione parlamentare.

Vannacci: «Mai chiamato Corona per coinvolgerlo in Futuro Nazionale»

Roberto Vannacci ha smentito Fabrizio Corona, che nell’ultima puntata di Falsissimo (ancora dedicata al caso Signorini) ha annunciato la creazione di un suo partito, aggiungendo di essere stato contattato dall’ex generale e di aver rifiutato la sua proposta di un coinvolgimento in Futuro Nazionale. Della possibilità di un contatto politico tra i due aveva già parlato Mario Adinolfi, lui sì molto vicino a Vannacci.

Vannacci: «Mai chiamato Corona per coinvolgerlo in Futuro Nazionale»
Roberto Vannacci (Imagoeconomica).

La smentita di Vannacci

Contattato da Adnkronos, Vannacci ha negato che ci sia mai stata una telefonata recente con l’ex re dei paparazzi: «Mai avvenuta una cosa del genere. Non so se si è sbagliato, magari si è confuso con qualcun altro, io sicuramente in questi giorni non ho chiamato nessuno». Smentita anche la volontà di coinvolgerlo in politica: «L’unico momento in cui ci siamo sentiti con Corona è stato quando è stato fatto un podcast con il suo gruppo che è stato pubblicato, ma parliamo di più di un anno fa». E all’epoca, ha sottolineato Vannacci, «non esisteva alcun partito, né esisteva un’idea di partito». Nel corso della puntata di Falsissimo, Corona ha sostenuto che – secondo fantomatici sondaggi – un suo partito prenderebbe più voti di Futuro Nazionale. Questo il commento dell’europarlamentare: «Io gli auguro grande fortuna. Se fosse così, sarei contento per lui…».

Il ritorno spagnoleggiante di Letta, gli sponsor di Lupi e altre pillole

Enrico Letta torna a Roma, presentandosi come decano “IE School of Politics, Economics & Global Affairs, Madrid”. Archiviata in fretta l’esperienza parigina di Sciences Po, rieccolo stavolta con panni spagnoleggianti per discutere all’Istituto Affari Internazionali presieduto da Michele Valensise, nel pomeriggio di lunedì 2 marzo, di “Savings and Investments Union: a che punto siamo?” con Pier Carlo Padoan, che viene indicato solamente come “vicepresidente Iai” omettendo la ben più vistosa e impegnativa carica di presidente UniCredit, e Simone Bemporad, “Group Chief Communications & Public Affairs Officer, Assicurazioni Generali”.

Il ritorno spagnoleggiante di Letta, gli sponsor di Lupi e altre pillole
Enrico Letta (foto Imagoeconomica).

Quella volpe di Lupi col giubbetto Deloitte

Il moderatissimo Maurizio Lupi una ne pensa e cento ne fa: con l’ultima apparizione nei telegiornali della Rai ha messo in crisi il controllo anti-sponsor (che a Roma viene chiamato “anti-marchette”) sui personaggi che vanno in tivù con loghi sparsi secondo le esigenze, anche se nessuno sa di chi. Facendosi intervistare on the road, da vera volpe Lupi ha esibito un bel giubbetto che però aveva ben visibile la scritta Deloitte. Tutti si sono concentrati sull’abbigliamento, e qualcuno si è messo pure a scherzare dicendo «non abbiamo controllato se al polso aveva un Rolex»…

Il ritorno spagnoleggiante di Letta, gli sponsor di Lupi e altre pillole
Maurizio Lupi (foto Imagoeconomica).

L’umiltà del poeta Rondoni

Ha un incarico sontuoso, il poeta Davide Rondoni: presidente del comitato nazionale per la celebrazione dell’ottavo centenario della morte di San Francesco di Assisi. Prossimamente, sul tema, una grande mostra su Giotto e il poverello di Assisi, in quel di Perugia. E Rondoni si presenta come la guida di un «comitato da me indegnamente presieduto». È più umile del santo patrono d’Italia.

Il ritorno spagnoleggiante di Letta, gli sponsor di Lupi e altre pillole
Davide Rondoni (foto Imagoeconomica).

Guido Crosetto a Dubai per motivi personali: le domande ancora aperte

«Motivi personali». È la formula con cui il ministro della Difesa Guido Crosetto ha inquadrato il viaggio negli Emirati Arabi Uniti che lo ha visto partire da Roma venerdì, restare bloccato a Dubai nel pieno dell’escalation regionale e rientrare poi in Italia su un velivolo militare, lasciando la famiglia negli Emirati. Ma c’è un problema di fondo che precede ogni dettaglio tecnico: un ministro della Difesa non diventa un privato cittadino per auto-dichiarazione. Non in un’area geopoliticamente sensibile. Non in una settimana in cui la tensione regionale era documentata e mentre altri Paesi aggiornavano i propri avvisi di viaggio raccomandando spostamenti solo per motivi di estrema urgenza o necessità. A Palazzo Chigi, nelle ore di giovedì, si era comunque lavorato a scenari di sicurezza interna e protezione di obiettivi sensibili, come accade in ogni escalation regionale. Ma se davvero esistevano elementi così stringenti da far scattare pianificazioni rafforzate già tra giovedì e venerdì, com’è possibile che il ministro della Difesa fosse in volo ‘per motivi personali’ proprio in quelle ore?

Guido Crosetto a Dubai per motivi personali: le domande ancora aperte
Guido Crosetto (Imagoeconomica).

Gli alert e le segnalazioni sulla regione

Nei giorni precedenti alla partenza di Crosetto, risultavano NOTAM (acronimo che sta per Notice to Airmen, termine con cui si indicano gli avvisi utilizzati dai piloti velivoli per essere aggiornati sulla situazione in cui operano) e segnalazioni operative nella regione, tra restrizioni e attività particolari nello spazio aereo. Parallelamente, diverse ambasciate occidentali avevano invitato i propri cittadini a viaggiare nel Golfo solo se strettamente necessario. Di più: nel mercato assicurativo londinese esiste un termometro ufficiale di settore: la lista delle Listed Areas del Joint War Committee (Lloyd’s/London Market), che identifica zone a rischio aumentato per pericoli di guerra, terrorismo e affini. Quando un’area è listed, il rischio non è un dettaglio: diventa clausola, premio e obbligo di notifica agli underwriter. In parallelo, i P&I Club hanno iniziato a emettere notice of cancellation sulle estensioni war risk con preavvisi minimi (tipicamente 72 ore), segnale che per il settore la regione era già entrata in modalità ‘shock operativo’.

Guido Crosetto a Dubai per motivi personali: le domande ancora aperte
Esplosione nella zona di Palm Jumeirah a Dubai (Ansa).

Se i «motivi personali» erano così urgenti, andrebbero resi noti

In questo contesto, quali erano i «motivi personali» così urgenti da giustificare la partenza per di più di un ministro proprio in quel momento? Il termine «personale» è una categoria fumosa. Ma per chi guida la Difesa è anche scivolosa, perché può coprire tutto e il contrario di tutto. Se i motivi non erano così urgenti, la scelta di partire appare imprudente. Se invece lo erano, allora dovrebbero essere resi noti. Se perfino a livello politico-istituzionale emergono ricostruzioni secondo cui la presidente del Consiglio sarebbe rimasta sorpresa dall’assenza del ministro in Italia durante il vertice d’urgenza, la questione smette di essere cronaca di viaggio e diventa un problema di Stato. E se il ministro degli Esteri Antonio Tajani è arrivato a dire: «Io personalmente non lo sapevo» riferendosi alla presenza di Crosetto a Dubai, la gravità raddoppia, perché la catena di coordinamento tra Difesa e Farnesina, in una crisi internazionale, non può funzionare a posteriori. Raggiunto telefonicamente a Dubai da Repubblica, Crosetto dopo aver accennato a un «impegno istituzionale ad Abu Dhabi», ha dichiarato: «Io non sono andato di nascosto, ma essendo una questione familiare non ho voluto scorte, né codazzi e ho usato una compagnia aerea civile. Cosa che faccio da tre anni sempre. Anche quando avevo sulla testa una taglia della Wagner. Nulla di segreto. Secondo me è un esempio semmai virtuoso». Virtuoso o meno, sicuramente inopportuno.

Guido Crosetto a Dubai per motivi personali: le domande ancora aperte
Il ministro della Difesa Guido Crosetto con il ministro degli Affari Esteri Antonio Tajani durante l’audizione sulla situazione in Iran e Golfo Persico davanti alle Commissioni Esteri e Difesa del Senato e della Camera (Ansa).

Un ministro non è mai solo un italiano in vacanza

Va poi sottolineato che Crosetto (come qualsiasi altro ministro o carica dello Stato) non è mai “un italiano in vacanza”. È il titolare della Difesa di uno dei principali Paesi NATO. Anche quando viaggia per ragioni personali, porta con sé un profilo di rischio nazionale: esposizione informativa, vulnerabilità, ricattabilità, necessità di canali protetti, prassi di coordinamento con sedi diplomatiche e servizi. Quindi nemmeno per “per motivi personali”, il viaggio può essere sottratto alle regole implicite ed esplicite della funzione ricoperta. Stando a quanto rivelato dal direttore di Domani, Emiliano Fittipaldi, Crosetto avrebbe mandato la famiglia a Dubai perché secondo l’entourage del ministro è il posto più sicuro al mondo. Visto che il ministro, ha spiegato Fittipaldi a In Onda, aveva ricevuto minacce ha preferito mandare i suoi cari a Dubai piuttosto che in un altro Paese europeo.

Le domande di Lettera43 al ministro Guido Crosetto

L’organizzazione del viaggio e la valutazione dei rischi

Quali erano i “motivi personali” in modo preciso e verificabile? Perché era necessario partire proprio in quella finestra temporale, verso gli Emirati e con un volo di linea? Esisteva un piano? Volo di ritorno, prenotazioni? Prima della partenza è stata fatta una valutazione di rischio? C’è stato un briefing sicurezza sui NOTAM e sugli alert regionali? È stata coinvolta l’intelligence o la Farnesina nella valutazione preventiva? Se le risposte sono dei no, allora c’è un problema. Se invece sono dei sì viene da pensare che il viaggio non fosse una semplice questione privata ma che magari comprendesse anche attività istituzionali. Delle quali, almeno stando alla reazione ufficiale di Meloni, il governo era all’oscuro.

L’acquisto dei biglietti e il costo del viaggio

Il denaro, in questi casi, non è curiosità morbosa: è prevenzione del conflitto d’interessi e del rischio di condizionamento. Chi e come è stato pagato il biglietto aereo del ministro? (Carta personale, carta di servizio, agenzia…). Chi ha pagato l’hotel Jumeirah Marsa al Arab dove risulta aver pernottato (dove il costo di una camera arriva a oltre 1200 euro a notte) e le spese in loco e con quali strumenti? Sono disponibili ricevute e documenti che dimostrino che non ci sono terzi pagatori né facilitazioni?

Ambasciata e Stato ospitante: era stato informato qualcuno?

L’ambasciata italiana negli Emirati ad Abu Dhabi e il consolato a Dubai erano stati informati dell’arrivo e della presenza del ministro?
Sono state comunicate sede di soggiorno, contatti di emergenza ed eventuali misure di protezione? Lo Stato ospitante è stato informato in modo formale della presenza di un ministro della Repubblica italiana (e della Difesa)?

Guido Crosetto a Dubai per motivi personali: le domande ancora aperte
Fumo sullo skyline di Dubai (Ansa).

La conference call d’urgenza: la polemica sul device e la necessità di canali protetti

Il dibattito sul “telefono” (in molti hanno notato che nei videocollegamento con Palazzo Chigi appariva la scritta “iPhone di Guido”) è folclore. La domanda seria è un’altra: dove e come si è comunicato in una fase delicata, dall’estero, in un Paese terzo, mentre la regione viveva una crisi militare? Non è un dettaglio: quando parla la Difesa, non parla un cittadino. Parla lo Stato.

Guido Crosetto a Dubai per motivi personali: le domande ancora aperte
Giorgia Meloni in riunione a Palazzo Chigi con Guido Crosetto in videocollegamento (Ansa).

Da dove si è collegato il ministro? (Hotel, residenza privata, sede diplomatica). Quali canali tecnici sono stati utilizzati? Rete mobile locale, Wi-Fi, VPN istituzionale, sistemi cifrati, satcom. Esistono log e attestazioni tecniche (anche sintetiche senza dettagli operativi) che dimostrino l’uso di canali adeguati? Perché non effettuare il collegamento da una sede protetta (ad esempio il consolato), se la riunione aveva natura d’urgenza?

Il valico omanita: documenti, status, procedura

Il passaggio utilizzato da Crosetto per raggiungere l‘Oman e l’aeroporto di Muscat è il punto che, più di ogni altro, può chiarire se davvero si trattasse di viaggio “privato” o se si sia invece operato con strumenti e corsie ministeriali. Se il viaggio era realmente “personale”, allora il ministro dovrebbe essere entrato negli Emirati Arabi Uniti con passaporto ordinario. Ma se ha utilizzato un passaporto di servizio o diplomatico, allora l’ingresso è avvenuto in qualità titolare di una funzione pubblica, con conseguente attivazione di procedure e status. Non si possono tenere insieme le due cose: non si può dire «ero lì come privato» e allo stesso tempo operare con strumenti e prerogative da carica istituzionale. Dunque: Con quale documento è entrato negli Emirati? Con quale documento è uscito? Con quale documento ha attraversato il valico omanita? È stato accompagnato da personale d’ambasciata o da autorità locali?

Guido Crosetto a Dubai per motivi personali: le domande ancora aperte
Guido Crosetto (Imagoeconomica).

Gli eventuali incontri durante il soggiorno

Il ministro Crosetto durante la sua seppur breve permanenza negli Emirati, ha incontrato rappresentanti di istituzioni finanziarie, banche, private banker, fondi o advisory? Ha incontrato soggetti collegabili, direttamente o indirettamente, al perimetro della Difesa? (Industria, intermediari, consulenti…) Ha svolto incontri anche ad Abu Dhabi e, se sì, con chi e per quale ragione?

La questione “tariffa ospite” e il costo reale dell’operazione

Parlando del volo di rientro in Italia, Crosetto ha sostenuto di aver bonificato «il triplo» della tariffa prevista per gli ospiti dei voli di Stato.   La polemica si è incollata ai numeri (1.500, 5.000 euro) e alla retorica del «pago io».

Ma la domanda che conta davvero è un’altra: qual è il costo reale di mobilitare un jet istituzionale su una missione dedicata? Il 31° Stormo – che gestisce il trasporto di Stato – ha in linea i Gulfstream VC-650A (G650ER). E per circa 13 ore complessive (andata-ritorno su una tratta come Muscat–Italia e rientro del velivolo), il costo operativo reale di un long-range business jet, a valori di mercato, non è né 1.500 né 5.000, na va tra i 95 mila e i 130 mila euro, a seconda di criteri di calcolo (ore di volo, equipaggio, pianificazione, supporto, stand-by, autorizzazioni, sicurezza). Resta un passaggio da spiegare: la tariffa ospite non è il costo della missione. E il bonifico “triplo” può essere un gesto politico, ma non risponde alla domanda sul costo reale dell’operazione.

La polemica serve a poco: occorrono risposte verificabili

Al ministro non si sta chiedendo nulla di straordinario. Si sta chiedendo la chiarezza che dovrebbe valere sempre, a maggior ragione per un ministro della Difesa che si muove in un contesto di crisi: le motivazioni precise del viaggio; la tracciabilità delle spese; l’eventuale coordinamento con l’ambasciata o il consolato, l’uso di canali protetti e verificabili, l’elenco degli incontri, il costo reale dell’operazione. E soprattutto una cosa: se il viaggio era “personale”, allora non può essere coperto da una nebbia di eccezioni, allusioni e risposte “a sentimento”. Perché se era così personale da non essere noto – a sentire alcune dichiarazioni – nemmeno ai vertici del coordinamento politico e diplomatico, allora il problema non è la polemica: è il metodo. Perché in gioco c’è la credibilità delle istituzioni. E la credibilità, in una fase di guerre e crisi, si regge su una cosa sola: risposte verificabili.

Chi è Simone Venturini, candidato sindaco del centrodestra a Venezia

Simone Venturini è stato ufficialmente designato come candidato sindaco di Venezia per il centrodestra alle elezioni comunali in programma il 24 e 25 maggio 2026. La scelta è stata ratificata dal tavolo della coalizione che attualmente esprime la maggioranza nell’amministrazione cittadina. «Nasco in terraferma, sono cresciuto in terraferma e oggi vivo in centro storico, quindi conosco entrambe le anime di una città splendida con cui ho vissuto tutte le stagioni e le difficoltà, come il Covid e l’acqua alta, ma anche tantissimi momenti belli», ha detto Venturini all’Agi confermando l’investitura.

Chi è Simone Venturini, candidato sindaco del centrodestra a Venezia
Simone Venturini (Instagram).

Sciolto il nodo nel centrodestra

Come successo anche alle Regionali del 2025, la candidatura di Venturini è arrivata più tardi rispetto a quella del centrosinistra, che aveva già annunciato Andrea Martella, segretario regionale del Partito Democratico. Questo perché mancava l’intesa tra Fratelli d’Italia, Forza Italia, Lega e Noi Moderati: decisivo l’intervento di Matteo Salvini, che ha smorzato il braccio di ferro tra Sebastiano Costalonga (assessore al Commercio e alle Attività Produttive) e Sergio Vallotto (segretario metropolitano e vicesindaco), spiegando ce la scelta era stata fatta. Proprio Costalonga il primo marzo ha postato su Facebook una foto con Venturini, Michele Zuin (FI), Raffaele Speranzon (FdI) e Andrea Tomaello (Lega), assicurando che «il centrodestra è compatto più che mai».

Chi è Simone Venturini

Classe 1987, Venturini è nato e cresciuto a Marghera. Impegnato da sempre nell’associazionismo cattolico, nello scoutismo e nel volontariato, si è laureato in Giurisprudenza all’Università di Padova, con una tesi sul federalismo demaniale. Nel 2010, stato eletto (più giovane dei sempre nella storia cittadina) consigliere comunale nelle liste dell’Udc. Nel 2015, candidato come capolista nella lista civica dell’attuale sindaco Luigi Brugnaro, Venturini è risultato il consigliere comunale più votato. Scelto come assessore alla Coesione sociale e politiche sociali nel primo mandato, dopo la rielezione nel 2020 ha anche assunto le deleghe al Turismo, alle Politiche della residenza, allo Sviluppo economico e al Lavoro. Nel corso della sua carriera Venturini ha anche ricoperto ruoli di rilievo a livello regionale, come rappresentante del Comune nella Conferenza dei Sindaci dell’ULSS Serenissima e nella Cabina di Regia per l’attuazione del Piano Nazionale Antitratta.

Crosetto risponde dopo le polemiche: «Io a Dubai per motivi familiari, accelerazione inattesa»

Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha chiarito la sua posizione dopo lo scontro politico generatosi sulla sua presenza a Dubai nel bel mezzo del conflitto e sul ritorno in Italia a bordo di un aereo militare. «Sono venuto perché le informazioni disponibili non lasciavano presagire una tale accelerazione», ha spiegato in un’intervista a Repubblica. «Quando ho capito che — a differenza di altre volte — ci sarebbe potuto essere anche un attacco agli Emirati Arabi Uniti, ho deciso di portare a casa la mia famiglia. Dovevamo partire sabato mattina (e quindi saremmo arrivati tranquillamente), ma per un mio impegno istituzionale ad Abu Dhabi abbiamo preso il volo del pomeriggio. Il fatto di trovarsi bloccato non è una cosa su cui fare polemica soprattutto perché la reazione che ha colpito Dubai non era stata ipotizzata da nessuno come conseguenza immediata».

«Opposizione non preoccupata dei miei rischi personali ma solo delle polemiche»

Sul fatto di trovarsi negli Emirati senza scorta e senza che servizi e governo fossero informati, cosa che avrebbe potuto esporlo a rischi, ha risposto: «Io non sono andato di nascosto, ma essendo una questione familiare non ho voluto scorte, né codazzi e ho usato una compagnia aerea civile. Cosa che faccio da tre anni sempre. Anche quando avevo sulla testa una taglia Wagner. Nulla di segreto. Secondo me è un esempio semmai virtuoso. Per il resto non penso che l’opposizione sia preoccupata dei miei rischi personali, ma solo delle polemiche e infatti chiede dimissioni. Per cosa? Perché l’Iran ha attaccato Dubai? Sono preoccupati della mia salute, ma poi fanno polemiche inventate. Non meritano la fatica che ho dedicato al servizio della nazione in questi anni».

Legge elettorale, la Lega ingoia il rospo e Salvini striglia Sardone

Il rapporto con i vice non sembra essere tra i punti forti di Matteo Salvini in questo inizio 2026. Il divorzio da Roberto Vannacci, il 3 febbraio, deve aver stressato troppo i nervi del segretario leghista, oggi poco propenso a «farsi concavo e convesso» (cit. Silvio Berlusconi) davanti alle intemperanze dell’altra neo-numero due, Silvia Sardone.

Legge elettorale, la Lega ingoia il rospo e Salvini striglia Sardone
Silvia Sardone (Imagoeconomica).

Malumori a denti stretti per la legge elettorale

Nella Lega raccontano che il capo sia letteralmente esploso la scorsa settimana dopo un intervento dell’europarlamentare milanese nel corso di una riunione tra dirigenti. L’incontro era a porte chiuse e, convocato dopo l’accordo di maggioranza sulla legge elettorale, è servito a spiegare ai dirigenti il senso del compromesso raggiunto sul nuovo sistema di voto. Nessuno tra i colonnelli che hanno partecipato alla riunione ha avuto realmente il coraggio di esprimere malumore rispetto a una legge che rischia di penalizzare fortemente la Lega (che risulterebbe dimezzata nei consensi in alcune simulazioni pubblicate dai quotidiani). D’altronde, il via libera al nuovo sistema proporzionale – molti fingono di dimenticarlo – fa parte del patto stretto da Salvini con Giorgia Meloni in cambio della candidatura di Alberto Stefani alla presidenza della Regione Veneto. Quindi, denti stretti, nessuno ha fiatato, tutti hanno ascoltato Roberto Calderoli spiegare che il compromesso raggiunto rappresenta il «male minore».

Legge elettorale, la Lega ingoia il rospo e Salvini striglia Sardone
Roberto Calderoli e Matteo Salvini (Imagoeconomica).

«Siamo riusciti a scongiurare le preferenze e la modifica dei collegi, che Meloni voleva, e che avrebbe ulteriormente danneggiato la Lega», avrebbe rivendicato l’autore del Porcellum, che ha condotto la trattativa insieme al senatore Andrea Paganella.

Legge elettorale, la Lega ingoia il rospo e Salvini striglia Sardone
Andrea Paganella (Imagoeconomica).

La vice Sardone contro Calderoli zittita da Salvini

Insomma, tutti in religioso silenzio. Finché non è intervenuta Sardone. La quale si è spinta a contraddire Calderoli facendo un intervento tutto a favore delle preferenze. Salvini non l’ha fatta finire. «Qui stiamo dando di matto, se volete le preferenze, io mi tiro indietro, gestiscano tutte le candidature i segretari provinciali, ci pensino loro, se hanno le risorse», è esploso, tra l’incredulità degli altri dirigenti. Sardone era livida. Per fortuna che Matteo può contare su altri due vice. Alberto Stefani che fa in Veneto tutto quello che Bellerio impone (come candidare il bergamasco Alberto Di Rubba a Rovigo). E, soprattutto, Claudio Durigon, che trasforma in oro tutto quello che tocca. Almeno così appare nella narrazione salviniana.

Legge elettorale, la Lega ingoia il rospo e Salvini striglia Sardone
Claudio Durigon (Imagoeconomica).

Schlein pronta alle primarie di coalizione

A pochi giorni dal deposito della nuova legge elettorale, che ha già sollevato critiche e polemiche da parte delle opposizioni, Elly Schlein si è detta pronta a correre per le primarie di coalizione. «Le modalità (per decidere il candidato premier del campo largo, ndr) le decideremo insieme agli alleati. Si può fare come la destra, indicando chi prende un voto in più, oppure scegliere altre strade, come le primarie di coalizione, a cui ho già dato la mia disponibilità», ha dichiarato al Giornale Radio. La segretaria dem rivendica di aver contribuito a costruire «una coalizione progressista unita, che dopo 20 anni ha messo insieme le forze alternative alla destra» e punta ad allargarla e consolidarla. Tra gli effetti delle nuove regole, infatti, la spinta a presentarsi in coalizione. Per il campo largo la strada dell’alleanza appariva già tracciata (è stato così in tutte le elezioni regionali del 2025) ma il cospicuo premio di maggioranza è un motivo in più per percorrere questa strada.

Franceschini: «Fissare già la data prima di Natale se si opta per le primarie»

Per Dario Franceschini, quello di Schlein è «un gesto di sensibilità politica il fatto che la segretaria del partito più grosso della coalizione non voglia imporsi ma sia pronta a mettersi in gioco alle primarie pur di tenere unita la coalizione». L’ex ministro della Cultura, intervistato da Repubblica, auspica che dopo il referendum della giustizia i leader del centrosinistra si incontrino per decidere un percorso e che, se decideranno per le primarie, fissino anche la data di svolgimento, «meglio se prima di Natale».

Schlein pronta alle primarie di coalizione
Dario Franceschini (Imagoeconomica).

Il leader del M5s Giuseppe Conte non ha ancora commentato l’apertura di Schlein, anche se a gennaio, su Rete 4, aveva detto: «(Le primarie) sono un criterio, ma io non escludo nessun criterio. Si deve valutare a tempo debito in quel momento, con tutti gli elementi che abbiamo, chi è il candidato che può andare a competere per vincere e per costruire, in modo solido, un progetto progressista di governo».