Stati Uniti nel caos: il rischio di guerra civile e la “strategia” di Trump

Dopo la morte di Renee Good per mano dell’Immigration Customs and Enforcement (Ice), Minneapolis brucia per quella di Alex Pretti, freddato dalla Border Patrol durante una manifestazione contro i raid anti-migranti. Le agenzie federali preposte all’applicazione delle leggi sull’immigrazione, ampiamente foraggiate da Donald Trump, hanno superato il limite. La repressione voluta dal presidente, che nel primo anno del suo secondo mandato ha schierato scientificamente agenti federali in città a guida democratica (come a imporre una punizione collettiva), è ormai andata ben oltre gli immigrati clandestini. E gli sta costando consensi. Ma forse fa parte di una precisa strategia. Di sicuro, negli Stati Uniti è a rischio il concetto stesso di democrazia, mentre sullo sfondo continua ad aleggiare lo spettro della guerra civile.

Stati Uniti nel caos: il rischio di guerra civile e la “strategia” di Trump
Donald Trump (Ansa).

Perché Trump ha messo nel mirino il Minnesota

Garrett Graff, giornalista e storico, ha scritto chiaro e tondo che «c’è una città degli Stati Uniti occupata dalla polizia segreta presidenziale fascista», paventando un allargamento di questo scenario a tutto il Paese, destinato a trasformarsi – se le cose non cambieranno – in autocrazia. Trump ha iniziato a lavorare al “progetto” schierando 3 mila agenti dell’ICE e della Customs and Border Protection in Minnesota, Stato per il quale pare nutrire un odio particolare. Qui ha infatti perso le elezioni presidenziali nel 2016, nel 2020 e nel 2024, nonostante la maggior parte degli Stati confinanti avesse votato a suo favore. Di recente, peraltro, ha affermato di avere vinto tutte e tre le volte: falso, l’ultimo repubblicano a esserci riuscito è stato Ronald Reagan nel 1972. Il Minnesota ospita inoltre la più grande comunità somala degli Usa, Stato dunque in cui vivono – citando sempre il tycoon – molte «persone con un basso quoziente intellettivo». Tra cui l’ex rifugiata Ilhan Omar, deputata progressista definita «spazzatura». Inoltre, verso la fine del primo mandato trumpiano, Minneapolis fu teatro dell’omicidio di George Floyd, che scatenò le proteste del movimento Black Lives Matter. Non bisogna poi dimenticare che il governatore è Tim Walz, candidato vicepresidente al fianco di Kamala Harris nel 2024. Trump ha inizialmente legato il massiccio dispiegamento di agenti federali a Minneapolis (in quella che ha ribattezzato “Operation Metro Surge“) alla grande frode sui rimborsi durante la pandemia con al centro il programma Feeding Our Future, avviato dall’Amministrazione Biden per finanziare pasti per bambini di famiglie indigenti. Le indagini hanno raggiunto il culmine tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026: delle 86 persone incriminate, 78 sono di origine somala.

In Minnesota è arrivato anche lo “zar dei confini”

Nel suo accanimento contro il Minnesota, Trump ha pure annunciato l’arrivo dello “zar dei confini” Tom Homan. «Severo ma giusto, riferirà a me», ha assicurato il presidente. Come ha spiegato la Casa Bianca, Homan «gestirà le operazioni dell’Ice sul terreno per continuare ad arrestare i peggiori criminali immigrati irregolari». Il suo arrivo non porterà però – come sembrava – alla rimozione di Greg Bovino dal suo incarico di comandante del Border Patrol come precisato dal Dipartimento per la Sicurezza interna, che però ha confermato riduzione degli agenti Ice nello Stato.

Sembra invece traballare il posto di Kristi Noem alla guida del Dipartimento di Sicurezza interna, a cui fanno capo le due agenzie sulla graticola: l’Ice, che istituita nel 2003 dall’amministrazione di George W. Bush si occupa di applicare le leggi sull’immigrazione e combattere i reati transnazionali, e la Border Patrol (o meglio la U.S. Customs and Border Protection), la maggiore tra le forze dell’ordine per la sicurezza delle frontiere. I due corpi hanno uniformi simili e, ormai è noto, condividono anche i metodi brutali. Per Noem sono arrivate da parte dem richieste di impeachment.

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Kristi Noem (Getty Images).

La versione dei fatti dell’Amministrazione Trump

A fronte di due morti oltre a studenti colpiti da lacrimogeni, automobilisti (anche disabili) trascinati fuori dagli abitacoli, nativi americani fermati e interrogati senza motivo, minacce a troupe televisive, bambini presi in custodia, rastrellamenti violenti e brutali ritenuti da molti esperti violazioni dei diritti umani, l’Amministrazione Trump continua a difendere l’operato degli agenti federali. E il presidente punta il dito contro il Partito democratico a suo dire colpevole di curarsi di più dei «criminali immigrati clandestini che dei cittadini rispettosi della legge e dei contribuenti», creando «circostanze pericolose per tutti i soggetti coinvolti».

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Il Minnesota può rappresentare un momento di svolta

«Quanti altri residenti, quanti altri americani devono morire o farsi male gravemente perché questa operazione finisca?», si è chiesto in conferenza stampa Jacob Frey, sindaco di Minneapolis e nuovo punto di riferimento dei dem. In realtà si sta diffondendo la sensazione che il Minnesota rappresenti un punto di svolta: davanti alle violenze, all’impunità degli agenti e alle fake news anche chi aveva votato The Donald potrebbe voltargli le spalle. Vero, Trump è ritornato alla Casa Bianca anche a causa dell’incapacità dell’ex presidente Joe Biden di proteggere il confine meridionale. Ma gli elettori non lo hanno votato per ritrovarsi con gruppi di agenti armati e mascherati in giro per le città o per subire perquisizioni che violano le tutele del Quarto Emendamento.

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Protesta contro Donald Trump (Ansa).

Anche i repubblicani e la NRA criticano Trump

Critiche alle modalità violente degli agenti per l’immigrazione stanno arrivando non solo dai dem, ma anche da alcuni repubblicani e dalla National Rifle Association. Il governatore repubblicano dell’Oklahoma, Kevin Stitt, ha detto che gli americani «stanno guardando altri americani essere uccisi in televisione». Il senatore Bill Cassidy ha invece espresso dubbi sulla credibilità di ICE e Dipartimento per la Sicurezza Nazionale. La NRA, lobby per il libero possesso delle armi molto vicina a Trump, ha chiesto «un’indagine completa», prendendo le distanze da chi sostiene che avvicinarsi alle forze dell’ordine mentre si porta legalmente un’arma giustifichi automaticamente l’uso della forza letale.

La “chiamata alle armi” dei big democratici

Per quanto riguarda i democratici, Barack e Michelle Obama hanno rilasciato una dichiarazione congiunta definendo l’uccisione di Pretti «una tragedia straziante» e «un campanello d’allarme per tutti gli americani, indipendentemente dal partito». Un altro big dell’Asinello, Bill Clinton, ha scritto su X: «Nel corso di una vita, affrontiamo solo pochi momenti in cui le decisioni che prendiamo plasmano la nostra. Questo è uno di quei momenti. Sta a tutti noi che crediamo nella promessa della democrazia americana alzarci in piedi, parlare e dimostrare che la nostra nazione ci appartiene». Sulla stessa linea Walz, che ha definito quanto accaduto «un punto di svolta per l’America» e ha rinnovato la richiesta a Trump di ritirare gli agenti federali da Minneapolis. La deputata Alexandria Ocasio-Cortez ha su X ha messo in guarda: «Gli americani vengono uccisi per strada dal loro governo. La nostra Costituzione viene fatta a pezzi e i nostri diritti si stanno dissolvendo». Insomma, il preludio di una guerra civile.

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Barack Obama all’insediamento di Donald Trump (Ansa).

La strategia di Trump per evitare l’impeachment

Ospite del programma State of the Union sulla Cnn, il senatore democratico Chris Murphy ha affermato che gli scontri tra cittadini del Minnesota e i funzionari federali non sono solo un effetto collaterale delle politiche di Trump: «Ice e Border Patrol agiscono per causare un conflitto, per creare caos. E non si limiteranno a Minneapolis». Preoccupato che un Congresso controllato dai Democratici possa indagare su di lui, metterlo sotto accusa e ostacolare la sua agenda (lo ha detto lui stesso a un evento repubblicano), Trump starebbe tentando di innalzare il livello dello scontro per creare le condizioni idonee a istituire la legge marziale ed evitare così le elezioni di midterm. Di certo, il tycoon sta già usando altri strumenti per cercare di influenzare le prossime elezioni di metà mandato: ha infatti chiesto agli Stati a maggioranza repubblicana (Ohio, Missouri, Carolina del Nord, Texas e Florida) di ridisegnare le mappe dei collegi per togliere seggi ai democratici. E sta spingendo mettere fine alla possibilità del voto per posta, strumento usato perlopiù dagli elettori di sinistra. Inoltre si sta facendo largo l’ipotesi del dispiegamento di agenti dell’Ice e della Guardia Nazionale per garantire la sicurezza nei seggi elettorali, mossa in realtà studiata per intimidire gli elettori nei collegi a maggioranza democratica. Ma, soprattutto, tramite la procuratrice Pam Bondi – responsabile della Giustizia americana – avrebbe vincolato il ritorno alla normalità in Minnesota al rilascio dei dati personali di milioni di elettori. Una mossa per “blindare” le elezioni di midterm, su cui però il governo statale ha fatto muro. Tutto questo nell’anno in cui gli States celebrano il 250esimo anniversario della Dichiarazione d’Indipendenza.

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Israele, Idf: «Carabinieri fermati da un soldato, non da un colono»

Sarebbe stato un militare dell’esercito israeliano, e non un colono, a bloccare i carabinieri in Cisgiordania, all’interno di una zona militare chiusa dell’area C, sotto controllo israeliano. Almeno questo è quanto sostenuto dall’Idf alla sede Rai di Gerusalemme, ricostruendo quanto accaduto lungo un percorso interdetto al traffico civile nei pressi della comunità di Sde Ephraim. «All’inizio di questa settimana (domenica), un soldato ha individuato un veicolo diretto alla comunità di Sde Ephraim lungo un percorso chiuso al traffico civile in conformità con la valutazione della situazione operativa e designato come zona militare chiusa», ha spiegato l’esercito israeliano.

Idf: «Non appena si sono identificati sono stati rilasciati»

Secondo quanto riferito, dopo il fermo dei carabinieri in borghese «il soldato ha classificato il veicolo come sospetto. Poiché la targa diplomatica non era stata identificata al momento, il militare si è avvicinato al veicolo per fermarlo, puntando l’arma senza aprire il fuoco, e ha ordinato ai passeggeri di uscire dal veicolo e identificarsi». L’Idf ha precisato che «non appena i passeggeri si sono identificati come diplomatici, il soldato li ha immediatamente rilasciati e ha segnalato l’accaduto ai suoi comandanti». In una nota successiva l’esercito ha aggiunto che «un’indagine preliminare indica che il soldato ha agito in conformità con le procedure richieste in caso di incontro con un veicolo sospetto. Tuttavia, non ha agito in conformità con le procedure applicabili ai veicoli diplomatici, poiché il veicolo non è stato identificato come tale», annunciando che il militare «è stato convocato per un incontro di chiarimento e una revisione delle procedure».

Firmato uno storico accordo di libero scambio tra Ue e India: cosa prevede

L’Unione europea e l’India hanno siglato uno storico accordo di libero scambio, il più grande del genere mai concluso da entrambe le parti. L’intesa, che negoziata fin dal 2007 e rilanciata nel 2021 unirà due miliardi di persone e circa il 25 per cento del Pil globale, punta a eliminare fino a 4 miliardi di euro di dazi all’anno sull’export europeo entro il 2032, eliminando o riducendo le tariffe doganali sul valore del 96,6 per cento dei beni provenienti dall’Ue. I negoziati hanno subito un’accelerazione dopo l’introduzione dei dazi imposti dagli Stati Uniti all’India.

Riduzione dei dazi e non solo: cosa prevede l’accordo

Verranno ridotti i costi dell’export per automobili (i dazi passeranno dal 110 al 10 per cento), alcolici (le tariffe caleranno dal 150 per cento al 75 per cento, fino a un progressivo 30-20 per cento), macchinari, prodotti chimici e farmaceutici (i dazi doganali saranno in gran parte eliminati). Giù anche le tariffe per settori dove l’Ue è competitiva: agricoltura, servizi finanziari e di telecomunicazione. I settori agricoli europei sensibili, assicura la Commissione Ue, saranno «pienamente protetti»: tutte le importazioni dall’India «continueranno a essere soggette alle rigorose norme Ue in materia di salute e sicurezza alimentare». L’intesa Ue-India include poi una partnership in sicurezza e difesa, cruciale per Nuova Delhi che intende diversificare la propria dipendenza dagli armamenti russi, attualmente all’80 per cento. In particolare, l’accordo quadro prevede più dialogo e cooperazione su tecnologie anti-drone, protezione di infrastrutture marittime critiche. L’intesa prevede poi cooperazione su intelligenza artificiale, ricerca e mobilità.

La soddisfazione dei leader Ue e del premier indiano Modi

«L’Europa e l’India stanno scrivendo oggi una pagina di storia. Abbiamo concluso l’accordo più importante di sempre. Abbiamo creato una zona di libero scambio che coinvolge due miliardi di persone, con vantaggi per entrambe le parti. Questo è solo l’inizio», ha dichiarato Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea. António Costa, presidente del Consiglio Ue, ha parlato di «momento storico» che «apre un nuovo capitolo nelle nostre relazioni su commercio, sicurezza e legami interpersonali». Il primo ministro indiano Narendra Modi ha detto: «La cooperazione tra India e Unione europea è un partenariato per il bene globale. Estenderemo i nostri progetti di sviluppo trilaterali dall’Indo-Pacifico ai Caraibi. Insieme, creeremo il corridoio Imec come un importante collegamento per il commercio globale e lo sviluppo sostenibile».

Ucraina, media: «Garanzie Usa a Kyiv se cede sul Donbass»

L’amministrazione Trump avrebbe comunicato a Kyiv che eventuali garanzie di sicurezza da parte degli Stati Uniti sarebbero vincolate al raggiungimento preliminare di un’intesa di pace con la Russia, un accordo che, secondo quanto riferito, potrebbe includere la rinuncia al controllo del Donbass. È quanto emerge da un’esclusiva del Financial Times, secondo cui Washington avrebbe anche fatto capire di essere disposta ad assicurare all’Ucraina un rafforzamento delle forniture militari in una fase di pace, qualora il governo ucraino accettasse di ritirare le proprie truppe dalle aree dell’est del Paese attualmente sotto il suo controllo come contropartita per la fine del conflitto con Mosca.

Ucraina, media: «Garanzie Usa a Kyiv se cede sul Donbass»
Volodymyr Zelensky (Ansa).

Il presidente Volodymyr Zelensky punta a firmare entro il mese di gennaio documenti sulle garanzie di sicurezza e un «piano di prosperità» per il dopoguerra con gli Stati Uniti, nella convinzione che ciò possa rafforzare la posizione di Kyiv nei futuri negoziati con la Russia. Sempre secondo le stesse fonti però, Washington starebbe ora chiarendo che qualsiasi impegno sul fronte della sicurezza dipenderebbe da un accordo con Mosca. Gli Stati Uniti, inoltre, non avrebbero ancora concesso il via libera definitivo a nessuno dei due accordi, nonostante Zelensky abbia dichiarato che i testi delle garanzie di sicurezza, discussi con il presidente Donald Trump a Davos, erano «pronti al 100 per cento».

L’accusa di Seul: «La Corea del Nord ha lanciato un missile nel mar del Giappone»

I ministeri della Difesa di Corea del Sud e Giappone hanno reso noto che la Corea del Nord ha effettuato il lancio di un oggetto, ritenuto potenzialmente un missile balistico, diretto verso il mar del Giappone. Il tracciamento del lancio è stato immediato e sono tuttora in corso accertamenti per verificare l’eventuale impatto o possibili conseguenze sul territorio giapponese. Da Seul ricordano che un episodio analogo si era verificato il 4 gennaio 2026, quando Pyongyang aveva lanciato missili balistici nella stessa area alla vigilia della visita del presidente sudcoreano Lee Jae-myung a Pechino, in programma per un incontro con il presidente cinese Xi Jinping.

La Casa Bianca riduce gli agenti dell’ICE a Minneapolis

Dalla Casa Bianca arrivano alcuni segnali che potrebbero rappresentare una marcia indietro sulla gestione degli agenti dell’ICE a Minneapolis, dopo giorni di tensioni, proteste e polemiche seguite all’uccisione di Renee Nicole Good e Alex Pretti. Il primo segnale concreto arriva dall’annuncio del sindaco Jacob Frey: a partire da martedì alcuni agenti federali lasceranno la città, riducendo il dispiegamento legato all’Operazione Metro Surge. Frey ha spiegato di aver parlato direttamente con Donald Trump: «Il presidente ha detto di essere d’accordo sul fatto che l’attuale situazione non può continuare», ha riferito il sindaco, sottolineando che Minneapolis continuerà a collaborare con autorità statali e federali su indagini mirate, ma non su arresti ritenuti arbitrari e incostituzionali. «I criminali violenti devono rispondere dei reati commessi, non della loro provenienza», ha aggiunto.

La Casa Bianca cambia tono sull’omicidio di Alex Pretti

La Casa Bianca riduce gli agenti dell’ICE a Minneapolis
Una protesta a Minneapolis (Ansa).

Il cambio di tono emerge anche dalla Casa Bianca. Dopo le dichiarazioni iniziali di alcuni esponenti dell’amministrazione che avevano definito Pretti un terrorista o un aggressore, la portavoce Karoline Leavitt ha parlato pubblicamente di una «tragedia», evitando di ribadire le accuse più dure e rinviando ogni valutazione alle indagini in corso. Anche Trump, in un’intervista al Wall Street Journal, ha adottato un registro più prudente, affermando che l’amministrazione sta «esaminando e valutando tutto».

Trump invia in Minnesota lo “zar dei confini” Tom Homan

Parallelamente, il presidente ha annunciato l’invio in Minnesota dello “zar dei confini” Tom Homan, che riferirà direttamente a lui e che, secondo la Casa Bianca, gestirà le operazioni sul campo. La mossa viene letta però anche come un ridimensionamento dei vertici finora responsabili dell’operazione, dalla segretaria alla Sicurezza interna Kristi Noem al comandante della Border Patrol Gregory Bovino, entrambi finiti sotto pressione dopo la diffusione di video e testimonianze sulla sparatoria, che hanno smentito le loro narrazioni sull’operato degli agenti. Secondo quanto riportato da The Atlantic, citando un funzionario del Dipartimento per la Sicurezza interna e due persone a conoscenza della retrocessione, Bovino sarebbe stato rimosso dall’incarico di comandante del Border Patrol e dovrebbe tornare al suo precedente ruolo a El Centro, in California. Il Dipartimento per la Sicurezza interna ha però smentito, affermando che Bovino non è stato sollevato dall’incarico.

Newsom attacca TikTok: «Reprime le critiche a Trump»

Gavin Newsom accusa TikTok. Il governatore della California ha infatti puntato il dito contro il social di ByteDance per la presunta repressione di contenuti critici nei confronti del presidente americano Donald Trump. Annunciata anche un’indagine sul trattamento dei dati per individuare una presunta violazione della legge statale. L’annuncio è arrivato a poca distanza da una serie di malfunzionamenti e guasti che hanno colpito TikTok fra le giornate di domenica 25 e lunedì 26 gennaio, che la società ha attribuito a problemi di sistema.

Newsom contro TikTok e la replica della piattaforma

Newsom attacca TikTok: «Reprime le critiche a Trump»
Il governatore della California Gavin Newsom (Imagoeconomica).

«In seguito alla vendita di TikTok a un gruppo imprenditoriale allineato a Trump, il nostro ufficio ha ricevuto segnalazioni e casi confermati in modo indipendente della soppressione di contenuti critici nei confronti del presidente Trump», si legge in un post su X dell’ufficio del governatore. «Newsom sta avviando un’indagine su tale condotta e chiede al Dipartimento di Giustizia della California di stabilire se viola la legge dello Stato». Nella nota, Newsom ha fatto riferimento alla finalizzazione dell’accordo della piattaforma cinese per formare una joint venture a maggioranza statunitense che proteggerà i dati degli utenti Usa ed eviterà il blocco dell’app usata da 200 milioni di persone in tutto il Paese. «Sarebbe inesatto affermare che si tratti di qualcosa di diverso dai problemi tecnici che già abbiamo confermato in modo trasparente», ha replicato un portavoce di TikTok.

Durante il weekend di debutto, infatti, TikTok ha registrato una serie di criticità al sistema che hanno compromesso le funzioni base. Diversi utenti hanno segnalato l’impossibilità di loggarsi al profilo o di caricare video, il cui upload è rimasto in sospeso per diverse ore. L’ipotesi più accreditata tra gli osservatori riguarda le complessità derivanti dalla migrazione delle infrastrutture verso i cloud di Oracle. Il processo di separazione dei dati e la necessaria ricalibrazione degli algoritmi su base locale potrebbero aver innescato un effetto domino sui server globali. «La rete è stata ripristinata, tuttavia l’interruzione ha causato un guasto a cascata dei sistemi che stiamo cercando di risolvere», si legge in una dichiarazione su X antecedente l’attacco di Newsom.

Cisgiordania, colono israeliano fa inginocchiare due carabinieri

La Farnesina ha annunciato che il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha convocato l’ambasciatore israeliano in Italia, Jonathan Peled, per ottenere spiegazioni sull’incidente riguardante due carabinieri assegnati al Consolato generale d’Italia a Gerusalemme. I militari, impegnati in un sopralluogo vicino a Ramallah in vista di una missione di ambasciatori Ue in un villaggio dell’Autorità nazionale palestinese, sono stati fermati da un uomo in abiti civili, verosimilmente un colono israeliano armato di fucile mitragliatore, che li ha costretti a inginocchiarsi. L’ambasciata italiana a Tel Aviv ha già inoltrato una protesta ufficiale al governo israeliano, contattando il ministero degli Affari Esteri, il Cogat, lo Stato maggiore delle Forze di difesa israeliane, la polizia e lo Shin Bet.

La portaerei americana USS Lincoln è arrivata in Medio Oriente

Il gruppo d’attacco della portaerei USS Abraham Lincoln è arrivato in Medio Oriente. Lo ha reso noto il Pentagono: gli Stati Uniti, in un momento di forti tensioni con l’Iran, hanno notevolmente aumentato la potenza di fuoco nell’area. La Lincoln e le navi di accompagnamento «sono attualmente dispiegate in Medio Oriente per promuovere la sicurezza e la stabilità regionale», si legge in un post su X del Comando Centrale degli Stati Uniti.

Il Pentagono aveva annunciato lo spostamento della portaerei USS Lincoln dal Mar Cinese Meridionale verso il Golfo Persico e il Mar Arabico il 15 gennaio.

Usa, Border Patrol e Ice: quali sono le differenze

Si riaccendono le polemiche sulle politiche anti-immigrazione della presidenza Trump negli Stati Uniti d’America. Sotto accusa soprattutto i metodi, sproporzionatamente violenti, con cui gli agenti applicano le leggi e reprimono le manifestazioni in corso in varie città, soprattutto a Minneapolis. La tensione, già accesa il 7 gennaio con la morte della poetessa e madre di tre figli Renee Good, freddata durante un raid nella città del Minnesota, è tornata ad alzarsi con l’uccisione di Alex Jeffrey Pretti, infermiere di terapia intensiva, da parte di un altro agente federale. Secondo la Casa Bianca, gli agenti avrebbero sparato legittimamente, per difendersi. Le immagini dei due omicidi, però, fanno pensare che in entrambi i casi abbiano agito in modo spropositato, senza alcuna reale motivazione. Al centro del dibattito ci sono due corpi di polizia, l’Ice e il Border Patrol: ecco le principali differenze.

Cos’è l’Ice, agenzia federale che applica le leggi sull’immigrazione

Usa, Border Patrol e Ice: quali sono le differenze
Un agente dell’Ice a Minneapolis (Ansa).

Agenzia federale degli Stati Uniti, l’Ice – acronimo di Immigration and Customs Enforcement – si occupa di applicare le leggi sull’immigrazione e combattere i reati transnazionali. Istituita nel 2003 dall’amministrazione di George W. Bush, in risposta agli attentati terroristici dell’11 settembre 2001, dipende direttamente dal Dipartimento di Sicurezza interna, guidato ad oggi da Kristi Noem. Nei suoi primi anni si è focalizzata soprattutto sulle persone irregolari implicate in gravi reati o comunque ritenute pericolose per la sicurezza nazionale (come nel caso delle organizzazioni terroristiche). Stando alle ultime stime disponibili, vanta 22 mila unità, più che raddoppiate in meno di 12 mesi. Si divide in due sezioni, ossia l’Ero (Enforcement and Removal Operations) e l’Hsi (Homeland Security Investigations) con compiti differenti.

Usa, Border Patrol e Ice: quali sono le differenze
Agenti dell’Ice in azione a Minneapolis (Ansa).

L’Ero ne costituisce il braccio operativo: al suo interno vi sono infatti agenti armati che si occupano di individuare, arrestare e successivamente deportare tutti gli immigrati irregolari presenti negli Stati Uniti. Gestisce inoltre i centri di detenzione in cui vengono trattenute le persone dopo gli arresti, in attesa dell’eventuale espulsione. Per quanto riguarda invece l’Hsi, come sottolinea il nome stesso, si tratta del ramo investigativo: tra i suoi compiti, quello di individuare e bloccare il traffico di droga e armi, la tratta di esseri umani, le frodi finanziarie, il terrorismo e i reati doganali. Con il ritorno di Donald Trump, sono aumentate anche le capacità: l’Ice può arrestare senza mandato in casi urgenti e, secondo AP, anche perquisire le case private. Come la polizia di frontiera può anche detenere e arrestare persone per violazioni delle leggi sull’immigrazione.

Cos’è l’United States Border Patrol, la polizia di frontiera

Usa, Border Patrol e Ice: quali sono le differenze
Un agente del Border Patrol a Minneapolis (Ansa).

Con l’Ice condivide simili uniformi, tanto che diventa molto complesso distinguerle. Eppure l’United States Border Patrol (USBP), guidata dal discusso italoamericano Greg Bovino, pur facendo comunque capo al Dipartimento di Sicurezza interna, ha compiti differenti dall’Immigration and Customs Enforcement. Tra i suoi obiettivi principali vi è il presidio delle frontiere: gli agenti federali si occupano, tra le altre cose, di intercettare e arrestare chi tenta di entrare illegalmente nel Paese. Gli agenti tuttavia sono stati autorizzati anche a operare sul territorio americano e a perquisire senza mandato entro 100 miglia, circa 160 chilometri, dal confine.

Gaza, l’Idf ha trovato il corpo dell’ultimo ostaggio israeliano

L’Idf ha annunciato il ritrovamento e la successiva identificazione del corpo di Ran Gvili, l’ultimo ostaggio morto che si trovava ancora nella Striscia di Gaza. Gvili, sergente maggiore di 24 anni, era stato ucciso mentre difendeva il kibbutz Alumim durante l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023. «Un risultato incredibile. Avevo promesso che avremmo riportato tutti a casa e così abbiamo fatto», ha dichiarato il primo ministro Benjamin Netanyahu. «È un momento che sottolinea l’impegno dello Stato di Israele nei confronti dei suoi combattenti e dei suoi cittadini: riportare tutti a casa, come abbiamo promesso alle famiglie e alla popolazione», ha scritto su X Israel Katz, ministro della Difesa israeliano. Il ritrovamento è avvenuto in un cimitero nella parte orientale della città di Gaza, teatro di un’operazione su larga scala dell’Idf. Il corpo del penultimo ostaggio, il bracciante agricolo thailandese Sudthisak Rinthalak, era stato consegnato alla Croce Rossa il 4 dicembre. Dopo il recupero del corpo dell’ultimo ostaggio dalla Striscia, Israele ha confermato la riapertura del valico di Rafah tra Gaza e l’Egitto, ma solo per il passaggio pedonale.

Jacob Frey, chi è il sindaco di Minneapolis 

«Quanti altri cittadini devono morire o essere feriti gravemente perché questa operazione finisca?». È l’appello alla Casa Bianca del sindaco di Minneapolis, Jacob Frey, che in queste settimane è finito al centro di uno scontro politico con l’amministrazione Trump dopo l’uccisione di Renee Nicole Good e Alex Pretti, entrambi freddati a colpi di pistola durante le proteste contro gli agenti dell’Ice nella città del Minnesota. Al suo fianco c’è anche il governatore del Minnesota, Tim Walz, che ha definito quanto accaduto «un punto di svolta per l’America» e ha rinnovato la richiesta al presidente di ritirare gli agenti federali da Minneapolis.

La carriera di Jacob Frey

Jacob Frey, chi è il sindaco di Minneapolis 
Jacob Frey (Ansa).

Classe 1981, avvocato ed esponente del Democratic-Farmer-Labor Party, Frey guida Minneapolis dal 2018 ed è al suo terzo mandato. Nato e cresciuto in Virginia, figlio di due ballerini professionisti, ha studiato legge alla Villanova University dopo una carriera da atleta nel mezzofondo, arrivando anche a correre maratone a livello professionistico. Si è trasferito a Minneapolis all’inizio attorno al 2010, entrando prima nel mondo dell’avvocatura civile e poi in quello politico, fino all’elezione a sindaco.

Nel 2020 ha sostenuto le proteste per l’uccisione di George Floyd

Il suo profilo pubblico si è consolidato a livello nazionale nel 2020, quando ha dovuto gestire le proteste seguite all’uccisione di George Floyd. In quella fase Frey ha mostrato empatia verso i manifestanti e ha sostenuto riforme della polizia, opponendosi però allo smantellamento del dipartimento, scelta che gli ha attirato critiche da una parte della sinistra più radicale. Negli ultimi mesi, la contrapposizione frontale con Trump sulle politiche migratorie e sull’uso degli agenti federali ha riportato Frey al centro del dibattito politico nazionale. Il presidente lo ha citato esplicitamente come simbolo delle amministrazioni democratiche accusate di non collaborare con l’Ice, mentre il sindaco rivendica il carattere progressista di Minneapolis e difende il diritto della città a restare un santuario per i migranti.

Dalla Calabria alla Border Patrol: chi è Greg Bovino, a capo delle operazioni anti-immigrati negli Usa

Origini calabresi, cappotto verde militare e taglio di capelli rasato. Gregory “Greg” Bovino, 55enne capo della Border Patrol (polizia di frontiera) è divenuto recentemente il volto delle operazioni anti-immigrati in diverse città degli Stati Uniti, da Los Angeles a Minneapolis. Proprio dal Minnesota sono divenute virali alcune sue foto con indosso un cappotto verde militare con bottoni dorati che il New York Times ha associato ai nazisti. Per la testata, il suo doppiopetto «per via dei suoi precedenti storici è impossibile da ignorare» e, accompagnato dai capelli rasati ai lati e alti al centro, viene paragonato all’abbigliamento della Gestapo. Impossibile non vedere poi una forte somiglianza con il colonnello Steven Lockjaw, interpretato magistralmente in Una battaglia dopo l’altra da Sean Penn, candidato agli Oscar 2026.

Dalla Calabria alla Border Patrol: chi è Greg Bovino, a capo delle operazioni anti-immigrati negli Usa
Greg Bovino per le strade di Minneapolis (Ansa).

Greg Bovino, chi è l’agente italoamericano simbolo della lotta Usa agli immigrati

Nato a Blowing Jock, una piccola cittadina di montagna della Carolina del Nord occidentale nel cuore della Bible Belt conservatrice, Greg Bovino ha chiare origini italiane. Suo bisnonno Michele arrivò in Pennsylvania da Aprigliano, in Calabria, nel 1909 per diventare minatore in America. Solamente 15 anni dopo, nel 1924, avviò le pratiche per ottenere la cittadinanza e portare tutta la famiglia oltreoceano. Tra di loro il 12enne Vincenzo, nonno di Greg Bovino. Da piccolo, a scuola si avvicinò al wrestling senza mai eccellere, salvo tuttavia imparandovi i dettami della disciplina, del rispetto delle gerarchie e della determinazione. Segnato profondamente in adolescenza da un incidente d’auto del padre, che ubriaco investì e uccise una giovane donna, ha sempre citato l’avvenimento e altri casi simili come giustificazione morale per le deportazioni. Nel 1982, appena un anno dopo, fu folgorato da Jack Nicholson nei panni di Charlie Smith, agente per l’immigrazione, nel film The Border (in italiano Frontiera) tanto da volerne seguire le orme.

Si arruolò nel 1996, studiando conservazione delle risorse naturali e amministrazione pubblica prima di entrare nella Border Patrol. Una carriera sviluppata lungo il confine sud-occidentale in California che lo ha portato a diventare il capo del settore El Centro, tra le aree più delicate. Anni in cui riuscì a dimostrare un carattere particolare: Greg Bovino voleva la popolarità e la visibilità, rilasciando varie interviste e curando la propria immagine sui media. Il Chicago Sun Times raccontò di un’occasione in cui avrebbe invitato i giornalisti a seguirlo nell’impresa di attraversare a nuoto un canale di irrigazione nell’Imperial Valley, avvertendo i migranti della forza delle correnti. Già prima del ritorno di Trump alla Casa Bianca, fu al centro dell’operazione Return to the sender, in cui guidò una retata contro presunti immigrati nella contea californiana del Kern arrestando quasi 80 persone.

Il cappotto da guerra e le sue operazioni nelle città americane

A contraddistinguere l’immagine di Greg Bovino è l’immancabile cappotto verde oliva. «Metterselo per affrontare la folla con sostenitori armati, insieme ai capelli rasati e ai vestiti neri o scuri sotto, dà un’inconfondibile aura da dittatore Anni 30», ha scritto il New York Times. «Non è soltanto un segno di militarizzazione, ma anche di tirannia». Il capo della Border Patrol lo sfoggia da tempo durante le sue operazioni, contraddistinte in molti casi da nomi altisonanti. A giugno 2025 ci fu l’Operazione Cavallo di Troia a Los Angeles, seguita dopo qualche mese dall’Operazione Blitz di Mezzanotte a Chicago. Senza dimenticare Charlotte’s Web (la tela di Carlotta dal titolo del libro di E.B. White) dopo l’assassinio di una rifugiata ucraina da parte di un pregiudicato afroamericano a Charlotte. E ancora, a ottobre ha condotto a New Orleans l’Operazione Swamp Sweep (ripulire la palude) prima di arrivare a Minneapolis per la Metro Surge (valanga metropolitana).

Dalla Calabria alla Border Patrol: chi è Greg Bovino, a capo delle operazioni anti-immigrati negli Usa
Greg Bovino durante un’operazione (Ansa).

Cina, sotto indagine il numero uno dei militari: avrebbe passato segreti nucleari agli Usa

Il generale Zhang Youxia, primo vicepresidente della Commissione militare centrale cinese, membro del Politburo e considerato il più fidato alleato del presidente Xi Jinping nell’esercito, è accusato di aver girato agli Stati Uniti informazioni segrete sul programma nucleare di Pechino. Lo riporta il Wall Street Journal, citando un briefing riservato tenuto da alti ufficiali militari cinesi che ha avuto luogo il 24 gennaio, poco prima dell’annuncio del ministero della Difesa dell’apertura di un’indagine su Zhang – rimosso dall’incarico – per «gravi violazioni della disciplina del Partito e delle leggi dello Stato», senza fornire ulteriori dettagli.

Le altre accuse a Zhang

Le autorità di Pechino, spiega il Wsj, stanno inoltre indagando sulla supervisione di Zhang dell’agenzia responsabile della ricerca, dello sviluppo e dell’approvvigionamento di equipaggiamento militare. Il generale sarebbe sospettato di aver accettato tangenti in cambio di promozioni. Secondo le fonti del Wsj, Zhang è poi indagato anche per aver formato “correnti politiche“, accusa che nel linguaggio del Partito comunista indica la costruzione di reti di potere personali in grado di minare l’unità della leadership. Zhang, infine, sarebbe inoltre sospettato di abuso di potere all’interno della Commissione militare centrale, il massimo organo decisionale delle forze armate della Repubblica Popolare.

Cina, sotto indagine il numero uno dei militari: avrebbe passato segreti nucleari agli Usa
Zhang Youxia (Ansa).

Pechino: «Tolleranza zero»

Parte delle prove contro Zhang, scrive il Wsj, sono state fornite da Gu Jun, ex direttore generale della China National Nuclear Corp., la holding statale che supervisiona l’intero programma nucleare civile e militare della Cina. In una dichiarazione al Wall Street Journal Liu Pengyu, portavoce dell’ambasciata cinese a Washington, ha affermato che la decisione del partito di indagare su Zhang evidenzia «l’approccio a tolleranza zero e onnicomprensivo della leadership del Paese nella lotta alla corruzione». Sotto indagine sarebbe finito anche Liu Zhenli, membro della Commissione militare centrale e capo del Dipartimento di Stato maggiore congiunto.

Gli Obama sulle uccisioni dell’ICE: «È un campanello d’allarme per tutti»

Negli Stati Uniti sono giornate di fortissima tensione sociale e politica dopo un’altra uccisione in Minnesota da parte dell’ICE, gli agenti federali per l’immigrazione. Barack e Michelle Obama hanno rilasciato una dichiarazione congiunta in cui condannano l’uccisione di Alex Pretti, infermiere di terapia intensiva di 37 anni colpito con nove colpi di pistola dopo essere stato immobilizzando mentre aiutava una donna durante una protesta. I due ex inquilini della Casa Bianca definiscono la morte di Pretti «una tragedia straziante» e «un campanello d’allarme per tutti gli americani, indipendentemente dal partito», chiedendo un’indagine completa sull’operato delle forze federali. Nella dichiarazione, gli Obama accusano gli agenti di non agire «in modo legale o responsabile» e denunciano «tattiche pensate per intimidire, molestare, provocare e mettere in pericolo i residenti di una grande città americana». Secondo il Dipartimento per la Sicurezza interna, Pretti si sarebbe avvicinato agli agenti con una pistola semiautomatica con l’intenzione di «massacrare le forze dell’ordine». Il procuratore generale del Minnesota Keith Ellison ha definito questa versione «totalmente folle». Un’analisi dei video, girati da più angolazioni, mostra che Pretti aveva l’arma nella fondina e che un agente l’ha rimossa prima di sparare all’infermiere.

Bill Clinton: «Chi è al comando ci ha mentito»

Poco dopo è intervenuto anche Bill Clinton. L’ex presidente democratico ha condannato l’uccisione di Pretti e di Renee Good parlando di «scene orribili» legate alla stretta sull’immigrazione. «A peggiorare le cose, a ogni passo, chi è al comando ci ha mentito, dicendoci di non credere a ciò che abbiamo visto con i nostri occhi». Dello stesso tono le parole del governatore del Minnesota Tim Walz, che ha definito quanto accaduto «un punto di svolta per l’America» e ha rinnovato la richiesta al presidente di ritirare gli agenti federali da Minneapolis.

Trump sull’ICE: «Hanno fatto un lavoro fenomenale»

Nonostante le proteste che hanno portato centinaia di migliaia di persone in strada in diverse città degli Stati Uniti, la Casa Bianca continua a difendere l’operato degli agenti federali. Intervistato dal Wall Street Journal, Donald Trump non ha risposto direttamente quando gli è stato chiesto per due volte se l’agente che ha sparato ad Alex Pretti avesse agito correttamente. Incalzato ulteriormente, il presidente ha dichiarato: «Stiamo esaminando e valutando tutto e prenderemo una decisione al riguardo». Per quanto riguarda le richieste delle autorità locali di ritirare l’ICE dal Minnesota, ha detto: «A un certo punto ce ne andremo. Abbiamo fatto, hanno fatto un lavoro fenomenale».

Le critiche arrivano anche da repubblicani e lobby per le armi

Le critiche alle modalità violente degli agenti per l’immigrazione stanno arrivando anche da alcuni repubblicani e dalla National Rifle Association, la lobby per il libero possesso delle armi vicina a Trump. Il governatore dell’Oklahoma Kevin Stitt ha detto che gli americani «stanno guardando altri americani essere uccisi in televisione» e che «tattiche federali e responsabilità» sono diventate una preoccupazione centrale. Il senatore Bill Cassidy ha definito la sparatoria «incredibilmente inquietante», aggiungendo che «la credibilità di ICE e del Dipartimento per la Sicurezza interna è in gioco». L’NRA ha chiesto «un’indagine completa», prendendo le distanze da chi sostiene che avvicinarsi alle forze dell’ordine mentre si porta legalmente un’arma giustifichi automaticamente l’uso della forza letale. «Questo sentimento è pericoloso e sbagliato», ha scritto la NRA.

Trump, la clava dei meme e l’IA piegata all’aggressività permanente

Re, Superman, premio Nobel per la pace, addirittura papa. Sono tutte le megalomani versioni di sé che Donald Trump spamma sui suoi account social, Truth in testa. Di contro, ovviamente, oppositori politici e critici vengono ritratti come criminali o ubriaconi. Funziona così la comunicazione ai tempi del controverso presidente ex palazzinaro e, soprattutto, nell’era dell’intelligenza artificiale (usata male). L’IA al servizio dell’ego dell’uomo più potente del mondo genera mostri, realizzando contenuti su “Trump che fa cose”.

Trump, la clava dei meme e l’IA piegata all’aggressività permanente
Trump, la clava dei meme e l’IA piegata all’aggressività permanente
Trump, la clava dei meme e l’IA piegata all’aggressività permanente
Trump, la clava dei meme e l’IA piegata all’aggressività permanente
Trump, la clava dei meme e l’IA piegata all’aggressività permanente
Trump, la clava dei meme e l’IA piegata all’aggressività permanente
Trump, la clava dei meme e l’IA piegata all’aggressività permanente
Trump, la clava dei meme e l’IA piegata all’aggressività permanente
Trump, la clava dei meme e l’IA piegata all’aggressività permanente
Trump, la clava dei meme e l’IA piegata all’aggressività permanente

Le feci contro i cittadini che protestano e l’invasione della Groenlandia

Una volta indossa una corona, un’altra pilota un jet e scarica feci sui cittadini colpevoli di protestare contro la sua leadership. E così via, una spacconata dopo l’altra, fino al post del 20 gennaio in cui, accompagnato dai sodali J.D. Vance e Marco Rubio, si appresta a invadere il terreno della Groenlandia impugnando la bandiera americana.

I tre obiettivi della sua strategia di comunicazione

L’IA è quindi diventata un’arma nelle mani dello staff del presidente per inondare i social di meme e fake news tramite post che per qualcuno risultano persino divertenti, ma in realtà sviliscono il discorso politico, soprattutto se a diffonderli è l’inquilino della Casa Bianca. Da un’analisi condotta sulle “creazioni” che l’account Truth di Trump ha pubblicato nel 2025, il sito di fact-checking PolitiFact ha individuato i tre obiettivi principali di questa strategia di comunicazione: promuovere fino al sensazionalismo l’immagine di Donald e del suo staff, sminuire gli antagonisti e rafforzare il suo messaggio politico. Alcuni contenuti creati dall’intelligenza artificiale finiti sulle pagine di Trump sono semplici repost da altri account, come quello in cui è ritratto dietro a una scrivania con pile di denaro. Altri invece vengono caricati direttamente dai social media manager senza specificarne la paternità.

Immagini che anticipano crociate politiche

Una delle prime immagini pubblicate una volta preso possesso dello Studio Ovale ritrae il presidente Usa ruggente accanto a un leone. Un mesetto dopo invece lo si vede impegnato a dirigere l’orchestra al Kennedy Center, in un’anticipazione della crociata che ha portato all’aggiunta del suo cognome al nome dello storico centro culturale americano di Washington.

Trump, la clava dei meme e l’IA piegata all’aggressività permanente
Trump in versione direttore d’orchestra.

Il video su Gaza è stato il punto più basso?

Poi è arrivato il video che mostrava come sarebbe diventata Gaza se a gestire la ricostruzione, o per meglio dire occupazione, fosse stato Trump. La clip, in cui si vedono soldi che piovono dal cielo, resort di lusso, spiagge sabbiose ed edifici brandizzati col nome del presidente sopra a quella che è stata di fatto una grande fossa comune per così tanti mesi, ha fatto discutere, per usare un eufemismo.

La stessa cosa è successa a luglio col video che mostrava l’ex presidente Barack Obama trascinato e ammanettato dalle forze dell’ordine sotto lo sguardo sorridente di Trump.

È passato invece più sottotraccia il repost di una foto con la scritta «Watch the water» (Guarda l’acqua) chiaro e inquietante riferimento ai cospirazionisti di QAnon.

Tra i contenuti più virali postati fino a oggi c’è il deepfake del 29 settembre. Musica mariachi in sottofondo, il leader della minoranza al Senato Chuck Schumer dice: «A nessuno piacciono i democratici». Accanto a lui il suo omologo alla Camera, Hakeem Jeffries, con baffi a manubrio e un sombrero in testa.

Repostato più di 19 mila volte, il video accusa i dem di aver voluto lo shutdown per dare assistenza sanitaria gratuita a tutti gli immigrati clandestini. Una fake news condivisa anche sugli account della Casa Bianca.

Anche le pagine istituzionali della Casa Bianca ci si mettono

Perché il trend ha contagiato anche le pagine istituzionali della White House, che solo su X conta 2,9 milioni di follower. Lì possiamo trovare, tra gli altri, un Trump decisamente più in forma di quanto non sia nella realtà con addosso la strizzante tutina di Superman accompagnata dalla modestissima didascalia: «Il simbolo della speranza. Verità. Giustizia», alla faccia delle vittime dello squadrismo dell’Ice, l’agenzia federale statunitense che si occupa del controllo delle frontiere e dell’immigrazione, sempre più criticata dopo l’omicidio a sangue freddo di Renée Good.

Nel mirino del profilo della Casa Bianca è finita anche la senatrice democratica del Massachusetts Elizabeth Warren. Rea di aver criticato il sostegno finanziario dell’amministrazione Trump al presidente argentino Javier Milei, è diventata protagonista di un’immagine in cui viene ritratta vestita come Madonna in Evita, il film biografico del 1996 sull’ex first lady del Paese sudamericano Eva Perón.

E poi ancora le vignette sugli arresti e le deportazioni di immigrati, una copertina che ricorda quelle del Time con Trump incoronato (di nuovo!) e il titolo «Lunga vita al re».

Tra uno scatto del presidente vestito da Jedi e uno in cui cammina in una polverosa arena in stile romano, il profilo X della Casa Bianca si è preso anche la briga di difendere questa strategia social fatta di offese e bufale con un paio di post a luglio. «Da nessuna parte nella Costituzione c’è scritto che non possiamo pubblicare meme di successo».

E ancora: «I meme continueranno». È una minaccia?

Time: «Tra l’8 e il 9 gennaio 30 mila morti in Iran»

Solo nell’arco delle due giornate dell’8 e 9 gennaio 2026 «potrebbero essere state uccise nelle strade dell’Iran oltre 30 mila persone». Lo scrive il Time, citando due alti funzionari del ministero della Salute iraniano coperti da anonimato. In quei giorni migliaia di persone erano scese in piazza per manifestare contro il regime. Le autorità avevano bloccato Internet e tutte le altre comunicazioni con il mondo esterno. Testimoni oculari e filmati girati con i cellulari mostrano cecchini appostati sui tetti e camion muniti di mitragliatrici aprire il fuoco sui manifestanti.

Il bilancio è 10 volte superiore a quello fornito dal governo iraniano

Le fonti hanno riferito che in quei due giorni le scorte di sacchi per cadaveri sono andate esaurite e le ambulanze sono state sostituite da autoarticolati a 18 ruote. La stima di 30.304 morti, scrive la rivista, non tiene poi conto dei feriti ricoverati negli ospedali militari deceduti successivamente, o delle vittime in aree dove non sono stati forniti bilanci. Questo bilancio è 10 volte superiore a quello comunicato dal governo iraniano, secondo cui i morti sarebbero 3.117. Il Time ha precisato di non poter verificare in modo indipendente i dati, ma ha segnalato che la stima è coerente con le testimonianze di medici e soccorritori presenti sul campo. La rivista americana ha paragonato la mattanza in Iran a quella compiuta dai nazisti alla periferia di Kyiv, Ucraina, il 29 e 30 settembre 1941, quando vennero trucidati 33 mila ebrei ucraini a Babyn Yar.

Minneapolis, un altro uomo ucciso dagli agenti

Un altro morto sulle strade di Minneapolis, dove un agente della Border Patrol ha ucciso Alex Pretti, un infermiere di 37 anni, sostenendo che fosse armato e si fosse avvicinato con intenzioni ostili. I fatti si sono verificati sabato 24 gennaio 2026 alle nove del mattino. I testimoni e i video sembrano però contraddire la versione ufficiale, secondo cui la vittima avesse in mano una pistola e avesse reagito con violenza al tentativo di disarmarlo, con l’agente che gli avrebbe sparato perché si sentiva in pericolo. Una persona presente sulla scena ha infatti riferito che Pretti stava cercando di aiutare una donna che era stata spinta a terra, quando è stato afferrato da alcuni agenti, e non sembrava opporre resistenza. «Non l’ho visto con una pistola. L’hanno buttato a terra e hanno iniziato a sparargli», ha raccontato.

Un video mostra Alex Pretti con in mano un telefono

C’è anche un filmato analizzato dal New York Times da cui emergerebbe che l’uomo aveva in mano un telefono e si era frapposto tra una donna e un agente che le stava spruzzando spray al peperoncino. Sempre secondo le immagini, la sua arma sarebbe stata trovata solo dopo che era stato immobilizzato sul marciapiede. Intanto nella città sono infiammate le proteste, interrotte solo dall’ondata di gelo che si sta abbattendo sul Nord Est degli Stati Uniti. La temperatura è scesa fino a -23 gradi.

Minneapolis, un altro uomo ucciso dagli agenti
Proteste a Minneapolis (Ansa).

Torneo di Wimbledon, una legge vittoriana contro la cementificazione

I tantissimi tifosi italiani che il 13 luglio 2025 percorrevano Church Road, nel quartiere di Southfields di Londra, per dirigersi al campo centrale di Wimbledon, il tempio mondiale del tennis, erano così presi dall’imminente finale tra Jannik Sinner e Carlos Alcaraz che non avranno certo fatto caso ai manifesti affissi nella zona residenziale della periferia londinese puntellata di villette a schiera. Era la protesta dei residenti che da anni si battono contro una mega operazione immobiliare accusata di devastare l’ambiente.

Il progetto prevede la creazione di 39 nuovi campi e di uno stadio

Mentre fervono i preparativi per il prossimo torneo, oggi il silenzio quasi religioso dei campi in erba è rotto dal rumore delle carte bollate. Si sta combattendo infatti una furiosa battaglia per il futuro della competizione di tennis più prestigiosa al mondo. L’AELTC (All England Lawn Tennis Club), la secolare associazione che organizza Wimbledon, da tempo coltiva un progetto ambizioso quanto devastante: triplicare la superficie della già imponente struttura attuale, che conta otto campi con gradinate. Il piano prevede la costruzione di 39 nuovi campi da tennis e di uno stadio da 8 mila posti, con tanto di tetto retrattile, destinato a diventare il futuro centrale. Il tutto dovrebbe sorgere sull’ex sito del Wimbledon Park Golf Club, un’area naturale che per decenni ha rappresentato uno storico polmone verde per la zona. Per gli organizzatori, l’espansione è necessaria per mantenere il torneo ai vertici mondiali, permettendo finalmente di ospitare le qualificazioni “in casa” anziché nella scomoda Roehampton, nel parco di Richmond. L’accorpamento farebbe lievitare ricavi e introiti per l’AELTC, ma l’espansione monstre comporterebbe anche la cementificazione di un’area incontaminata, la stessa che rende Wimbledon così speciale.

Torneo di Wimbledon, una legge vittoriana contro la cementificazione
L’ingresso dell’AELTC a Wimbledon (Ansa).

Il caso si è trasformato in un intricato rebus politico

La vicenda urbanistica si è trasformata però in un intricato rebus politico. Nel 2023, il Consiglio comunale di Wandsworth, dove ha sede il torneo, aveva alzato il muro del no, bocciando il progetto. Tuttavia, poiché la maggior parte del terreno interessato dal progetto ricade sotto la giurisdizione del vicino Consiglio di Merton, la palla è passata alla Greater London Authority. Nel settembre 2024, il vicesindaco di Londra, Jules Pipe, ha dato il via libera definitivo, scatenando l’ira dei residenti. È nato pure un comitato Save Wimbledon Park (SWP) che accusa gli organizzatori dello storico torneo di prepotenza edilizia mascherata da progresso sportivo.

Torneo di Wimbledon, una legge vittoriana contro la cementificazione
Un manifesto contro L’AELTC a Wimbledon (Ansa).

Una legge vittoriana potrebbe affossare l’espansione

Quella che finora era stata solo una protesta di quartiere che AELTC pensava di liquidare facilmente ora invece rischia di diventare un ostacolo insormontabile. Il comitato ha scovato una vecchissima legge che potrebbe bloccare tutto: il terreno conteso sarebbe infatti soggetto a un trust statutario in base al Public Health Act, una norma datata 1875, ai tempi della Regina Vittoria, che non è mai stata abolita, secondo cui la zona può essere destinata esclusivamente a “passeggiata pubblica” o ad area ricreativa. Ironia della storia: il primo torneo di tennis a Wimbledon nacque proprio lì, nel 1877, perché la legge vittoriana di due anni prima consentiva di fare degli sport all’aria aperta. La medesima legge che fece nascere l’AELTC oggi potrebbe affossarla.

Torneo di Wimbledon, una legge vittoriana contro la cementificazione
La protesta del comitato Save Wimbledon Park alla Royal Court of Justice (da Fb).

Russia-Ucraina, concluso il secondo round di negoziati ad Abu Dhabi: com’è andato

Si è concluso il secondo round di negoziati sull’Ucraina ad Abu Dhabi. «Non si può dire che sia stato infruttuoso, anzi ci sono stati dei risultati», ha detto una fonte all’agenzia di stampa russa Tass. «Il dialogo in formato “troika” potrebbe proseguire nei prossimi giorni», ha aggiunto. Secondo l’Afp, gli inviati di Kiev, Mosca e Washington si vedranno nuovamente la prossima settimana sempre nella capitale emiratina. Zelensky ha riferito che «la nostra delegazione ha presentato un rapporto sugli incontri negli Emirati, si è discusso molto ed è importante che le conversazioni siano state costruttive». «Le parti hanno concordato di riferire nelle capitali», ha aggiunto in un post su X, «e di coordinare le ulteriori fasi con i leader».

Zelensky: «Discussi parametri per la fine della guerra»

«Il tema chiave della discussione sono stati i possibili parametri della fine della guerra», ha scritto sempre Zelensky su Telegram. In particolare, «la parte americana ha sollevato la questione dei possibili formati per l’adozione dei parametri della fine della guerra e delle condizioni di sicurezza necessarie a tal fine». Ai negoziati hanno partecipato:

  • da Kiev il ministro della Difesa Rustem Umerov, il capo dell’ufficio presidenziale Kyrylo Budanov, il comandante delle forze congiunte Andriy Hnatov, il deputato del partito Servo del popolo David Arakhamia, il rappresentante permanente dell’Ucraina presso le Nazioni Unite Serhiy Kyslytsia e il vice capo della direzione regionale militare Vadym Skibitsky;
  • da Washington c’erano Steve Witkoff, Jared Kushner, Dan Driscoll, Alex Grinkevich e Josh Gruenbaum;
  • da Mosca funzionari dell’intelligence militare e dell’esercito guidati dal capo della direzione generale dell’Intelligence dello Stato maggiore russo, Igor Kostyukov.