Williams Davila e Americo De Grazia, chi sono i dissidenti di origine italiana liberati in Venezuela

I dissidenti italo-venezuelani Williams Davila e Americo De Grazia hanno ottenuto la piena libertà grazie alla nuova legge di amnistia, dopo essere stati detenuti dall’agosto 2024 nell’ambito delle proteste seguite alla contestata rielezione di Nicolas Maduro. I due politici, rispettivamente di 74 e 66 anni, hanno confermato il loro rilascio tramite i loro account Instagram e X. Entrambi erano stati sottoposti a misure cautelari tra luglio e agosto 2025 dopo essere stati rinchiusi per svariati mesi nel famigerato carcere El Helicodide di Caracas.
«Ribadisco ancora una volta il mio impegno nei confronti di tutti i venezuelani affinché contribuiscano, attraverso i miei sforzi, al ripristino della democrazia, della libertà e della sovranità», ha scritto De Grazia. Anche Dávila ha assicurato che continuerà a lavorare per la liberazione di tutti i prigionieri politici.

Chi è Williams Davila

Williams Davila è ex governatore dello stato venezuelano di Merida, ex deputato di opposizione e membro del comitato scientifico dell’Istituto Milton Friedman. È stato arrestato ad agosto 2024 poche ore dopo aver rilasciato un’intervista all’Adnkronos nella quale si era appellato alla premier Meloni chiedendo sostegno «affinché la sovranità popolare potesse essere rispettata» in Venezuela.

Chi è Americo De Grazia

Americo De Grazia è stato sindaco di Piar, nello stato di Bolívar, per due mandati, oltre che parlamentare dell’Assemblea nazionale del Venezuela eletto nelle fila del partito dell’Unità Nazionale. Durante la crisi presidenziale del 2019 ha sostenuto Juan Guaidó, vedendosi revocata l’immunità parlamentare in quanto ritenuto oppositore del regime. A seguito di ciò, ha cercato e ottenuto protezione presso l’Ambasciata d’Italia a Caracas e, successivamente, è riuscito a fuggire dal Venezuela. Tornato nel Paese, è stato arrestato ad agosto 2024 quando Maduro represse con la forza le proteste per i brogli alle elezioni presidenziali.

La lettera di 22 Paesi contro la presenza della Russia alla Biennale

La presenza della Russia alla prossima Biennale di Venezia, già motivo di un aspro sconto a distanza tra Alessandro Giuli e Pietrangelo Buttafuoco, ha portato anche alla mobilitazione delle cancellerie europee. I ministri della Cultura e degli Esteri di ben 22 Paesi hanno infatti sottoscritto una lettera per invitare la dirigenza della Biennale a «riconsiderare la partecipazione» della Federazione Russa perché «inaccettabile nelle attuali circostanze». La lettera, sottoscritta da ministri di 20 Paesi Ue più Ucraina e Norvegia, non porta in calce la firma di un membro del governo italiano. Ma Giuli, titolare del MiC, anche il 10 marzo ha ribadito la netta contrarietà dell’esecutivo alla presenza della Russia, decisa in autonomia dal cda della Fondazione Biennale.

La lettera di 22 Paesi contro la presenza della Russia alla Biennale
Alessandro Giuli (Ansa).

La lettera alla dirigenza della Biennale

«Da oltre un secolo la Biennale di Venezia si distingue come una delle più prestigiose espressioni di libertà artistica al mondo. Guidati dal nostro comune impegno nei confronti dei nostri comuni valori europei – libertà artistica e libertà di espressione, e rispetto della dignità umana – i nostri Paesi e i nostri artisti partecipano da tempo alla Biennale in uno spirito di scambio culturale e di rispetto reciproco», si legge nella lettera. La Russia, viene sottolineato, «rimane soggetta a sanzioni europee e internazionali» per l’invasione dell’Ucraina e, pertanto, «concedere una prestigiosa piattaforma culturale internazionale» come la Biennale «invia un segnale profondamente inquietante». E poi: «Esprimiamo profonda preoccupazione per il rischio significativo di una strumentalizzazione da parte della Federazione Russa della sua partecipazione per proiettare un’immagine di legittimità e accettazione internazionale in netto contrasto con la realtà della guerra in corso. Rileviamo inoltre la natura politica del progetto associato al padiglione russo e i suoi sospetti legami con individui strettamente legati all’élite politica russa. Questi collegamenti sollevano seri interrogativi sul rischio che la diplomazia culturale statale venga presentata sotto le mentite spoglie di uno scambio artistico». La lettera stata è firmata dal ministro degli Esteri tedesco, dai ministri della Cultura di Austria, Bulgaria, Croazia, Danimarca, Estonia, Finlandia, Paesi Bassi, Francia, Norvegia, Grecia, Polonia, Portogallo Irlanda, Romania, Lettonia, Spagna, Lituania, Svezia, Lussemburgo e Ucraina, Per il Belgio hanno firmato tre ministri.

La lettera di 22 Paesi contro la presenza della Russia alla Biennale
Pietrangelo Buttafuoco (Ansa).

Si sta muovendo anche l’Unione europea

Anche l’Ue ha condannato la presenza della Russia, dicendosi pronta – tramite la vicepresidente della Commissione europea Henna Virkkunen e del commissario alla Cultura Glenn Micallef – a esaminare «ulteriori azioni, tra cui la sospensione o la cessazione della sovvenzione in corso alla Fondazione Biennale».

L’Iran sta posizionando mine nello Stretto di Hormuz

L’Iran starebbe minando lo Stretto di Hormuz, punto dal quale transita circa un quinto di tutto il greggio globale, con l’obiettivo di bloccarlo completamente. Lo riferiscono alla Cnn fonti vicine all’intelligence Usa. Negli ultimi giorni, sarebbero state posizionate alcune decine di mine ma presto potrebbero diventare centinaia. Lo Stretto ora è di fatto controllato dalle Guardie della Rivoluzione che sono ancora in grado di schierare lungo il passaggio navi cariche di esplosivo, imbarcazioni posamine e batterie missilistiche da terra. Intanto mercoledì mattina è stata colpita una nave cargo che si trovava a 11 miglia nautiche dall’Oman, costringendo l’equipaggio a evacuare. Lo ha reso noto l’Agenzia marittima britannica per le operazioni commerciali (Ukmto).

LEGGI ANCHE: Guerra all’Iran, perché l’Europa paga il prezzo più alto

Trump minaccia conseguenze «mai viste prima»

Su Truth, Donald Trump ha messo in guardia l’Iran: le mine collocate nello Stretto devono essere rimosse immediatamente. Se ciò non accadesse, ha continuato il presidente Usa, l’Iran dovrà affrontare conseguenze «a un livello mai visto prima». Al contrario, se Teheran le rimuovesse, «sarebbe un enorme passo nella giusta direzione».

Il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha poi aggiunto su X che il Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM) «sta eliminando le imbarcazioni posamine inattive nello Stretto di Hormuz distruggendole con precisione implacabile. Non permetteremo ai terroristi di tenere in ostaggio lo Stretto di Hormuz». Sempre martedì l’esercito Usa ha reso noto di aver eliminato alcune navi della Marina iraniana comprese 16 posamine nelle vicinanze dello Stretto.

Netanyahu gioca a freccette con le facce dei leader nemici uccisi

Yahya Sinwar, leader di Hamas a Gaza. Hassan Nasrallah, segretario generale di Hezbollah. Ali Khamenei, Guida Suprema dell’Iran. Sono i tre bersagli centrati con una serie di freccette da Benjamin Netanyahu in un video postato su X dal suo consigliere Topaz Luk. In cui non si può notare un particolare: le freccette sono contrassegnate da due bandiere, quelle statunitense e britannica. Se per gli Usa di Donald Trump la guerra è un videogioco, per il primo ministro di Israele a quanto pare è una partita a freccette.

Riarmo europeo, boom dell’industria bellica in Germania

L’Europa ha aumentato le sue importazioni di armi del 210 per cento tra il 2021 e il 2025, diventando il maggiore compratore mondiale. Il legame con la guerra in Ucraina è evidente, visto che è proprio Kyiv il maggiore acquirente su scala internazionale, mentre gli Stati Uniti, che fino all’avvento di Donald Trump erano stati i più generosi supporter dell’ex repubblica sovietica nel conflitto con la Russia, hanno consolidato la loro posizione di principale esportatore. Questi sono i risultati principali del rapporto annuale del Sipri (Stockholm International Peace Research Institute), che ha evidenziato come i trasferimenti globali di armamenti siano aumentati del 9,2 per cento tra il 2021 e il 2025 rispetto allo stesso periodo dal 2016 al 2020. Una delle novità più importanti riguarda la Germania, diventata il quarto esportatore al mondo, superando la Cina e dietro Francia e Russia. L’industria bellica tedesca ha saputo reagire in maniera rapida alla guerra in Ucraina grazie alla flessibilità di colossi come Rheinmetall, accompagnando la tendenza al riarmo nelle capitali europee voluta con fermezza dalle élite politiche continentali.

Riarmo europeo, boom dell’industria bellica in Germania
Il logo Rheinmetall (Ansa).

La guerra in Medio Oriente darà nuovo impulso ai produttori

Secondo il Sipri il conflitto fra Kyiv e Mosca ha provocato la reazione dei Paesi europei, che stanno acquistando ancora più armi di quanto avessero già pianificato prima del 2022. E a questo si aggiunge la preoccupazione per gli sviluppi in altre parti del mondo, con l’incertezza sulla misura in cui gli Usa difenderebbero i loro partner della Nato in caso di crisi allargata. Complessivamente, il 32 per cento di tutte le forniture di armi è andato agli Stati europei e, secondo gli analisti svedesi, è improbabile che la situazione cambi, visto che comunque l’acquisto di armi a stelle e strisce contribuisce a rafforzare le relazioni transatlantiche a lungo termine. Le crescenti tensioni internazionali e l’attuale guerra in Medio Oriente aumenteranno ulteriormente la domanda di armi, con nuovo slancio per i produttori.

Le quotazioni in Borsa a Francoforte: da Gabler a Vincorion

La Germania, con il cancelliere Friedrich Merz che ha più volte ripetuto di voler allestire entro il 2030 il più forte esercito convenzionale in Europa, Rheinmetall rappresenta solo la punta di un iceberg la cui base si sta facendo sempre più larga. E Armin Pappenberg, il ceo del gigante di Düsseldorf che ha già pronosticato in maniera interessata che la guerra in Ucraina non finirà quest’anno, sta facendo scuola. All’inizio di questa settimana il Gruppo Gabler, fornitore di equipaggiamenti per sottomarini, è entrato in Borsa a Francoforte, settima azienda del settore della difesa a essere quotata, dopo Rheinmetall, Hensoldt, Renk, Airbus, Knds e Thyssenkrupp Marine Systems. Si tratta in realtà di una piccola società, attualmente valutata circa 266 milioni di euro, le cui azioni emesse a 44 euro sono salite del 10 per cento al primo giorno di contrattazioni. Secondo la società di consulenza Ey si prevedono altre entrate sulla piazza di Francoforte nei prossimi mesi, tra cui quella di Vincorion, azienda che fornisce soluzioni per i sistemi di alimentazione di carri armati e aerei. L’offerta pubblica iniziale (Ipo) è prevista prima di Pasqua e secondo fonti interne è valutata oltre 1 miliardo di euro.

Riarmo europeo, boom dell’industria bellica in Germania
Armin Papperger (foto Ansa).

Merz si è allineato con Trump e Netanyahu

Berlino continua inoltre a esportare armi verso Israele, dopo lo stop parziale dello scorso anno che era durato un paio di mesi; la ripresa delle forniture era stata già criticata da Amnesty International, che aveva evidenziato come il traffico continuasse a violare il diritto internazionale, dato che secondo l’organizzazione umanitaria la comunità mondiale, e quindi anche il governo di Merz, ha l’obbligo legale di impedire il genocidio nella Striscia di Gaza e deve adottare misure per porvi fine. Il cancelliere tedesco però pare essere sordo agli appelli di Amnesty e con l’avvio della nuova guerra in Medio Oriente, come ha dimostrato la sua ultima visita alla Casa Bianca, si è messo in linea con Donald Trump e Benjamin Netanyahu, dando poco peso alle questioni del diritto internazionale e la precedenza invece alla legge del più forte. Facendo così l’ennesimo favore a Papperger e ai piccoli Lords of War che in Germania si stanno moltiplicando.  

Riarmo europeo, boom dell’industria bellica in Germania
Friedrich Merz stinge la mano a Donald Trump (foto Ansa).

L’Iran minaccia gli Stati Uniti: «Attenti a non essere eliminati»

«Il popolo iraniano non teme le vostre minacce vuote. Nemmeno il più grande tra voi è riuscito a cancellarlo. Fate attenzione a non essere voi a scomparire». Lo ha scritto su X Ali Larijani, capo del Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale iraniano, condividendo un post pubblicato da Donald Trump su Truth, in cui il presidente Usa ha minacciato l’Iran di attacchi più duri in caso di blocco del flusso di petrolio dallo Stretto di Hormuz.

Cosa aveva scritto Trump su Truth

«Se l’Iran facesse qualcosa per fermare il flusso di petrolio nello Stretto di Hormuz, verrebbe colpito dagli Stati Uniti d’America VENTI VOLTE PIÙ FORTE di quanto non sia stato colpito finora. Inoltre, elimineremmo obiettivi facilmente distruggibili, così da rendere virtualmente impossibile per l’Iran ricostruirsi, come nazione, di nuovo: morte, fuoco e furia regnerebbero su di loro. Ma spero, e prego, che ciò non accada!», ha scritto Trump su Truth: «Questo è un regalo degli Stati Uniti alla Cina e a tutte quelle nazioni che sfruttano intensamente lo Stretto di Hormuz. Spero che il gesto sarà molto apprezzato».

L’Iran ha “invitato” le calciatrici della Nazionale a rientrare in patria

La Procura generale iraniana ha invitato le giocatrici della Nazionale femminile di calcio che hanno disputato la Coppa d’Asia in Australia a tornare in patria. «Alcune componenti di questa squadra, involontariamente ed emotivamente eccitate dalla cospirazione e dalle malefatte del nemico, si sono comportate in un modo che ha provocato la gioia delirante dei leader criminali della guerra imposta dagli americani e dai sionisti», si legge in una nota. Sono cinque le calciatrici che hanno chiesto e ottenuto asilo dalle autorità di Canberra: temevano di subire persecuzioni in patria per non aver cantato l’inno nazionale prima della partita d’esordio nel torneo.

Cosa era successo

Prima dell’esordio contro la Corea del Sud, le giocatrici erano rimaste in silenzio durante l’inno nazionale iraniano: il gesto era stato interpretato come solidarietà alle proteste scoppiate in Iran e alle vittime della repressione del regime. E, di conseguenza, come un implicito appoggio all’operazione Epic Fury. Poi, contro le padrone di casa dell’Australia, ci avevano “ripensato”, cantando l’inno con tanto di saluto militare. Stessa cosa prima del match contro le Filippine, ultimo per l’Iran (eliminato) in Coppa d’Asia. Più che un ripensamento, un obbligo: le calciatrici avevano infatti ricevuto minacce dal regime, tanto da chiedere aiuto dal pullman in partenza dallo stadio. Poi la fuga dall’hotel e la richiesta d’asilo. Sulla questione è persino intervenuto Donald Trump: il presidente Usa prima ha scritto su Truth che l’Australia avrebbe commesso «un terribile errore umanitario», se non avesse concesso asilo alle calciatrici iraniane, aggiungendo che in tal caso lo avrebbero fatto gli Stati Uniti. Poi si è complimentato col premier australiano Anthony Albanese per aver affrontato nel modo giusto la situazione.

Perché la guerra di Trump all’Iran rischia di essere un assist per Kim

L’espansione della guerra in Medio Oriente – e la minaccia esistenziale al regime di Teheran – stanno probabilmente rafforzando la decisione di Kim Jong-un di dotare la Corea del Nord di un arsenale nucleare, considerato dal leader supremo l’unica via per la deterrenza e, dunque, per la sopravvivenza stessa del regime di Pyongyang. È quanto si legge in un’analisi del Guardian, in viene anche evidenziato che stanno aumentando le speculazioni su un possibile incontro tra Kim e Donald Trump entro fine mese.

Perché la guerra di Trump all’Iran rischia di essere un assist per Kim
Donald Trump e Kim Jong-un (Imagoeconomica).

La Corea del Nord prosegue i test dei suoi missili

«Kim deve aver pensato che l’Iran sia stato attaccato in quel modo perché non aveva armi nucleari», ha affermato Song Seong-jong, professore all’Università di Daejeon ed ex funzionario del ministero della Difesa della Corea del Sud, dopo lo scoppio del conflitto in Medio Oriente. Di sicuro, la decisione di dare enorme importanza alla deterrenza nucleare (e di stringere un’alleanza con Russia e Cina) finora ha garantito a Kim di evitare la sorte degli ex leader di Iraq, Libia, Venezuela e appunto Iran. La scorsa settimana, dopo il lancio di un missile dal cacciatorpediniere Choe Hyon – la più grande nave da guerra della flotta nordcoreana – Kim ha affermato che l’armamento con ordigni nucleari «sta facendo progressi soddisfacenti».

Le stime sull’arsenale nucleare di Pyongyang

Pyongyang è impegnata da decenni anni in un programma nucleare (il primo test risale al 2006) e sta continuando a sviluppare tecnologia balistica avanzata nonostante le sanzioni internazionali: a settembre del 2024 la KCNA, ossia l’agenzia di stampa nazionale, ha pubblicato per la prima volta foto di Kim in visita ad un sito di arricchimento dell’uranio. Secondo un rapporto pubblicato nel 2025 dallo Stockholm International Peace Research Institute, la Corea del Nord ha assemblato circa 50 testate e possiede abbastanza materiale fissile per produrne fino a 40 in più. Restano dubbi sulle effettive dimensioni dell’arsenale di Pyongyang e sulla sua capacità di combinare una testata nucleare miniaturizzata con un missile a lungo raggio teoricamente in grado di colpire gli Stati Uniti. Ma Washington non dorme sonni tranquilli.

Perché la guerra di Trump all’Iran rischia di essere un assist per Kim
Donald Trump (Imagoeconomica).

Possibile la ripresa dei colloqui sul nuclerare: le condizioni

Tornando alla guerra contro l’Iran, Pyongyang – tramite il ministero degli Esteri – ha definito l’operazione Epic Fury come un «atto illegale di aggressione» che ha messo a nudo gli istinti «egemonici e canaglia» degli Stati Uniti, senza però arrivare a “condannare” esplicitamente Trump, mai nominato. Questo lascia la porta aperta a una potenziale ripresa dei colloqui sul nucleare, a condizione che Washington abbandoni la richiesta che Pyongyang rinunci alle sue armi nucleari e accetti la Corea del Nord come uno stato nucleare legittimo.

Nuova ondata di attacchi iraniani contro i Paesi del Golfo, missili su una base Usa in Iraq

Nuova ondata di attacchi dell’Iran contro i Paesi del Golfo: le sirene di allarme missilistico hanno suonato nelle prime ore del mattino a Dubai, negli Emirati Arabi Uniti, in Bahrein e in Kuwait. «Le difese stanno attualmente rispondendo alle minacce di missili e droni provenienti dall’Iran», ha scritto su X il ministero della Difesa di Riad. Distrutti due droni nella regione orientale degli Emirati, ricca di petrolio. Il Kuwait ha invece abbattuto sei velivoli senza pilota partiti dall’Iran. Un morto e diversi feriti in una zona residenziale di Manama, in Bahrein. I Guardiani della rivoluzione hanno poi annunciato di aver colpito la base aerea americana di Al-Harir, nel Kurdistan iracheno, verso la quale erano stati indirizzati cinque missili.

I Pasdaran: «Siamo noi a decidere la fine della guerra»

Dopo le dichiarazioni di Donald Trump, che nella prima conferenza stampa dall’inizio del conflitto aveva parlato di una guerra che «finirà molto presto», sono arrivate le risposte del governo di Teheran e dei Guardiani della rivoluzione. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha detto all’emittente statunitense PBS News che l’Iran è pronto a continuare gli attacchi missilistici e che i negoziati con gli Stati Uniti non sono più all’ordine del giorno. Così i Pasdaran: «Siamo noi a decidere la fine della guerra. Lo stato futuro della regione è ora nelle mani delle nostre forze armate. Non saranno gli americani a porre fine alla guerra». Intanto gli Usa e Israele continuano a martellare Teheran, in Iran: come riporta Al Jazeera almeno 40 civili sarebbero stati uccisi nei raid aerei effettuati nella notte, che hanno colpito zone residenziali della città.

Nuova ondata di attacchi iraniani contro i Paesi del Golfo, missili su una base Usa in Iraq
Abbas Araghchi (Ansa).

Schierato in Turchia il sistema di difesa missilistico Patriot

Dopo che il 9 marzo un missile iraniano è stato intercettato dai sistemi di difesa aerea Nato mentre era diretto sullo spazio aereo turco, il sistema di difesa missilistico Patriot è stato montato ed è ora operativo nella base dell’Alleanza atlantica di Malatya, nel sud del Paese. Lo ha annunciato il ministero della Difesa turco. Un primo missile di Teheran (forse diretto a Cipro) era stato intercettato il 4 marzo, sempre nella zona meridionale della Turchia. Ankara non ha concesso l’utilizzo del proprio spazio aereo e delle basi per operazioni militari Usa.

Cinque calciatrici della Nazionale iraniana hanno chiesto asilo in Australia

Cinque calciatrici della Nazionale femminile dell’Iran hanno lasciato l’hotel in cui la squadra alloggiava a sud di Brisbane per la Coppa d’Asia e hanno chiesto asilo all’Australia. Secondo quanto riportato da Iran International, le atlete si trovano in un luogo sicuro, probabilmente a Canberra. La decisione è arrivata dopo le minacce ricevute per aver rifiutato di cantare l’inno nazionale prima dell’esordio nel torneo, gesto che era stato interpretato come solidarietà alle proteste scoppiate in Iran e alle vittime della repressione del regime.

Il silenzio durante l’inno e il “ripensamento”

Prima dell’esordio contro la Corea del Sud, le giocatrici erano rimaste in silenzio durante l’inno nazionale iraniano. Poi, contro la padrone di casa dell’Australia, avevano cantato l’inno e persino fatto il saluto militare. Stessa cosa prima del match contro le Filippine, ultimo per l’Iran (eliminato) in Coppa d’Asia. Più che un ripensamento, un obbligo. Alcune fonti hanno riferito a CNN Sports che le giocatrici sono state costretti a cantare l’inno prima della loro seconda partita: le calciatrici e le loro famiglie avrebbero ricevuto delle minacce dal regime.

Le presunte richieste di aiuto dal pullman

Dopo la sconfitta nell’ultima partita, alcuni tifosi iraniani si sono accalcati attorno al pullman della squadra, gridando alla polizia di salvare mentre il mezzo allontanava, dopo aver visto presunti segnali di richiesta di aiuto da parte di alcune calciatrici, almeno tre. «La sicurezza della nazionale femminile dell’Iran sono una priorità e pertanto restiamo in stretto contatto con l’AFC e le autorità australiane competenti, tra cui Football Australia, in relazione alla situazione della squadra», ha affermato un portavoce della FIFA.

I complimenti di Trump al governo australiano

Sulla questione è persino intervenuto Donald Trump. Il presidente Usa prima ha scritto su Truth che l’Australia avrebbe commesso «un terribile errore umanitario», se non avesse concesso asilo alle calciatrici iraniane, aggiungendo che in tal caso lo avrebbero fatto gli Stati Uniti. Poi ha spiegato di aver parlato col premier australiano Anthony Albanese, che «si sta già occupando» dell’asilo delle cinque calciatrici: «Ottimo lavoro». Poi, ha spiegato Trump, sarà il turno delle altre, anche se «alcune sentono di dover tornare indietro perché preoccupate per la sicurezza delle loro famiglie, viste le minacce ai familiari se non dovessero fare ritorno».

Il piano di Eric e Donald Trump Jr per accedere con i droni alle commesse del Pentagono

Eric e Donald Trump Jr., figli del presidente americano Donald, stanno finanziando una nuova azienda produttrice di droni che punta a soddisfare la nuova domanda del Pentagono, emersa dalla guerra contro l’Iran. Lo riportano il Wall Street Journal e la Reuters, fornendo i dettagli dell’operazione, che punta a colmare le carenze dovute al divieto imposto dall’Amministrazione Usa di importare droni cinesi negli Stati Uniti.

Il piano di Eric e Donald Trump Jr per accedere con i droni alle commesse del Pentagono
Eric Trump (Ansa).

La fusione e il coinvolgimento dei fratelli Trump

Aureus Greenway, holding che si occupa della proprietà e della gestione di golf club, si fonderà con Powerus, azienda con sede a West Palm Beach che produce droni. La fusione porterà la compagnia hi-tech, fondata nel 2025, a essere quotata al Nasdaq nei prossimi mesi. Tra i principali finanziatori dell’accordo figurano American Ventures, la società di componenti per droni Unusual Machines, di cui Donald Trump Jr. è azionista e membro del consiglio consultivo, e il Korea Corporate Governance Improvement Fund, che ha impegnato un investimento di 50 milioni di dollari. Anche Dominari Securities, banca d’investimento legata ai fratelli Trump (detengono entrambi il 6 per cento), già coinvolta nelle operazioni della famiglia nel settore delle criptovalute, partecipa all’operazione. Questa operazione rappresenta solo l’ultima di una serie di investimenti dei figli di Donald Trump nel settore. Eric ha per esempio di recente investito nel produttore israeliano di droni Xtend, come parte di un accordo da 1,5 miliardi di dollari per quotare la società attraverso una fusione con JFB Construction Holdings, che ha sede in Florida.

Il piano di Eric e Donald Trump Jr per accedere con i droni alle commesse del Pentagono
Donald Trump Jr (Ansa).

Powerus costruirà droni con tecnologia ucraina

Powerus, fondata da Andrew Fox, produce droni in grado di trasportare fino a 675 chilogrammi. L’azienda offre anche servizi per trasformare imbarcazioni con equipaggio esistenti in natanti gestiti a distanza o completamente autonomi. Fox dovrebbe ricoprire il ruolo di amministratore delegato e presidente della società risultante dalla fusione, come si legge in un documento depositato alla SEC da Aureus Greenway. La “nuova” Powerus intende acquisire tecnologia ucraina per i droni, da vendere poi all’esercito statunitense accedendo alle ricche commesse del Pentagono: impossibile non notare un enorme conflitto di interessi per la presenza tra gli azionisti dei fratelli Trump. Powerus ha dichiarato di puntare a produrre oltre 10 mila droni al mese.

Macron annuncia una missione difensiva per riaprire Hormuz

Il presidente francese Emmanuel Macron, in visita a Cipro, ha affermato di stare preparando con i suoi partner una futura «missione puramente difensiva» per riaprire lo stretto di Hormuz e scortare le navi «dopo la fine della fase più calda del conflitto» in Medio Oriente, al fine di consentire la circolazione di petrolio e gas. Macron ha anche annunciato che la Francia contribuirà, nel lungo periodo, con due fregate all’operazione avviata nel 2024 dall’Unione Europea nel Mar Rosso. «Un attacco a Cipro equivale a un attacco a tutta l’Ue, la difesa di Cipro è questione chiave», ha evidenziato.

Von der Leyen agli ambasciatori Ue: «Il vecchio ordine mondiale non tornerà»

«L’Europa non può più essere un custode del vecchio ordine mondiale, di un mondo che se n’è andato e non tornerà. Difenderemo sempre e sosterremo il sistema basato sulle regole che abbiamo contribuito a costruire con i nostri alleati, ma non possiamo più fare affidamento su di esso come unico modo per difendere i nostri interessi». Lo ha detto Ursula von der Leyen parlando alla conferenza degli ambasciatori Ue. Tre le priorità individuate dalla presidente della Commissione europea, ovvero la nuova strategia della sicurezza europea, i rapporti commerciali con i Paesi terzi e una diplomazia che porti risultati agli europei.

«Riflettere se il nostro sistema sia più un aiuto o un ostacolo alla nostra credibilità»

«Abbiamo bisogno di uno sguardo chiaro e rigoroso alla nostra politica estera nel mondo di oggi, sia in relazione a come è progettata sia a come viene attuata. Abbiamo urgente bisogno di riflettere sul fatto se la nostra dottrina, le nostre istituzioni e il nostro processo decisionale – tutti progettati in un mondo post-bellico di stabilità e multilateralismo – abbiano mantenuto il passo con la velocità del cambiamento che ci circonda. Se il sistema che abbiamo costruito – con tutti i suoi tentativi benintenzionati di consenso e compromesso – sia più un aiuto o un ostacolo alla nostra credibilità come attore geopolitico», ha continuato la politica tedesca. «So che questo è un messaggio netto e una conversazione difficile da affrontare. Ma so anche che molti di voi hanno avvertito questa tensione nel vostro lavoro quotidiano».

Von der Leyen agli ambasciatori Ue: «Il vecchio ordine mondiale non tornerà»
Ursula Von der Leyen (Ansa).

«Dobbiamo renderci più resilienti e sovrani»

«L’obiettivo», ha sottolineato, «è renderci più resilienti, più sovrani e più potenti. Il vostro lavoro per ridurre i rischi e diversificare le nostre partnership nel mondo è prezioso per questo. Questo è ciò che significa indipendenza nel mondo di oggi. Significa non dipendere da un unico fornitore per asset vitali, dall’energia alla difesa, dai semiconduttori ai vaccini, dalle tecnologie pulite alle materie prime. E per questo, abbiamo bisogno di più connessioni con partner affidabili e di fiducia. Dagli accordi commerciali alle partnership in ambito sicurezza che avete contribuito a negoziare, questo sta già facendo una vera differenza».

Le difese Nato hanno abbattuto un altro missile iraniano sopra la Turchia

«Un missile balistico lanciato dall’Iran e penetrato nello spazio aereo turco è stato neutralizzato dagli elementi di difesa aerea e antimissile della Nato dispiegati nel Mediterraneo orientale». Lo ha reso noto il ministero della Difesa di Ankara. Si tratta del secondo incidente di questo tipo sul territorio della Turchia dall’inizio della guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran. Alcuni frammenti del missile sono caduti nella provincia di Gaziantep, nel sud-est del Paese, senza causare feriti. Rafforzate le misure di sicurezza nell’area.

OpenAI, manager si dimette dopo l’accordo con il Pentagono

Caitlin Kalinowski, responsabile del dipartimento di robotica di OpenAI, ha annunciato le dimissioni dopo l’accordo tra l’azienda di intelligenza artificiale di Sam Altman e il Pentagono. «Ho rassegnato le dimissioni. Tengo profondamente al team di robotica e al lavoro che abbiamo costruito insieme. Non è stata una decisione facile. L’IA ha un ruolo importante nella sicurezza nazionale. Ma la sorveglianza degli americani senza supervisione giudiziaria e l’autonomia letale senza autorizzazione umana sono confini che meritavano più riflessione di quanta ne abbiano ricevuta», ha scritto in un post su X. L’intesa tra OpenAI e il governo americano riguarda la fornitura di tecnologie da utilizzare in attività legate alla sicurezza nazionale, ed è stata siglata dopo che Anthropic aveva respinto le richieste del dipartimento della Difesa per un accesso senza limiti ai suoi modelli Claude, disponibile nei sistemi più riservati dell’esercito. Kalinowski ha concluso il suo messaggio di congedo sottolineando il punto chiave, ovvero la questione etica: «Questa scelta riguardava il principio, non le persone. Ho profondo rispetto per Sam e il team, e sono orgogliosa di ciò che abbiamo costruito insieme».

Crans Montana, indagato anche il sindaco per la strage di Capodanno

Si allarga l’inchiesta sulla strage di Crans Montana. Le autorità svizzere hanno iscritto nel registro degli indagati altre cinque persone oltre ai due coniugi proprietari del locale in cui si è sviluppato l’incendio, Jacques Moretti e Jessica Maric, l’ex funzionario del comune Ken Jacquemoud e il capo del servizio di sicurezza pubblica del comune Christophe Balet. Tra i nuovi indagati c’è anche il sindaco di Crans Nicolas Féraud. Gli altri sono Kévin Barras, ex consigliere con deleghe sulla sicurezza attualmente deputato supplente al parlamento cantonale, Pierre Albéric Clivaz, ex capo dei vigili del fuoco di Chermignon, comune poi fuso con Crans-Montana, Rudy Tissières, già addetto alla sicurezza di Crans-Montana, e Baptiste Cotter, attuale funzionario addetto alla sicurezza. Come i primi quattro indagati, sono tutti accusati di omicidio, lesioni e incendio colposi.

Falco della teocrazia e alleato dei pasdaran: chi è Mojtaba Khamenei

Mojtaba Khamenei è la nuova Guida Suprema dell’Iran. La nomina segna la vittoria sul clero iraniano da parte dei Guardiani della rivoluzione: il secondogenito dell’ayatollah Ali Khameni, ucciso nei primi raid Usa, era il candidato non ufficiale dei pasdaran. Falco della teocrazia e alleato dei Guardiani della rivoluzione: ecco chi è Mojtaba Khamenei, destinato a ricoprire la massima carica religiosa e amministrativa della Repubblica Islamica fino alla sua morte.

Falco della teocrazia e alleato dei pasdaran: chi è Mojtaba Khamenei
Mojtaba Khamenei (Ansa).

Ha studiato teologia islamica nella città santa di Qom

Nato l’8 settembre 1969 a Mashhad, Mojtaba Khamenei ha studiato teologia islamica nella città santa di Qom sotto la guida di chierici ultraconservatori e dello stesso padre. A Qom ha anche insegnato, raggiungendo il grado di hodjatoleslam, titolo assegnato a religiosi di livello intermedio, dunque inferiore a quello di ayatollah detenuto dal padre e da Rouhollah Khomeini, la prima Guida Suprema dell’Iran.

Nella guerra contro l’Iraq aveva combattuto in un battaglione pasdaran

Meno ideologico del padre, Mojtaba Khamenei è però più vicino ai pasdaran rispetto al genitore. Il legame risale alla sua partecipazione (tra il 1987 e il 1988) a un’unità combattente – il battaglione Habib ibn Mazahir – nelle ultime fasi della guerra tra Iran e Iraq: in quel periodo strinse rapporti con soldati che oggi occupano posizioni chiave nell’apparato di sicurezza. Mojtaba Khamenei non ha mai ricoperto cariche pubbliche elettive, ma ha agito a lungo come eminenza grigia nell’ufficio del padre, con enorme potere informale, esercitato soprattutto sulle formazioni che compongono le forze di sicurezza del Paese: i già citati Pasdaran e la milizia Basij.

Falco della teocrazia e alleato dei pasdaran: chi è Mojtaba Khamenei
Un sostenitore di Mojtaba Khamenei ccon un ritratto della nuova Guida Suprema dell’Iran (Ansa).

È stato la mente della repressione delle proteste contro il regime

Mojtaba Khamenei ha sostenuto l’ex presidente iraniano Mahmud Ahmadinejad nelle controverse elezioni presidenziali del 2005 e del 2009 e, secondo i media, potrebbe aver svolto un ruolo di primo piano nell’orchestrarne la vittoria elettorale. Diverse fonti di intelligence lo hanno segnalato come il coordinatore delle brutali repressioni dell’Onda Verde nel 2009 e delle proteste “Donna, Vita, Libertà” del 2022.

Nel 2019 è stato Sanzionato dal Dipartimento del Tesoro Usa

Sanzionato dal Dipartimento del Tesoro degli Usa nel 2019 per i suoi legami con le attività della Forza Quds e la gestione di un presunto impero finanziario occulto con proprietà di lusso a Londra e Dubai (secondo un’inchiesta di Bloomberg si sarebbe notevolmente arricchito attraverso una vasta rete di società schermo all’estero), nel 2004 ha sposato Zahra Haddad-Adel, figlia dell’ex presidente del parlamento Gholam-Ali Haddad-Adel, forse morta nei primi attacchi su Teheran.

La nomina è una vittoria per i pasdaran e una sconfitta per il clero

La nomina di Mojtaba da parte dell’Assemblea degli Esperti, maturata in un clima di estrema segretezza, segna una successione dinastica che punta a garantire la stabilità della teocrazia sotto assedio e una significativa Vittoria del Corpo delle guardie della rivoluzione islamica sul clero, che avrebbe preferito come massima autorità del mondo sciita un ayatollah, anziché un chierico giurista di medio rango.

Le reazioni alla nomina di Mojtaba Khamenei come nuova Guida Suprema dell’Iran

Ora è ufficiale: è Mojtaba Hosseini Khamenei, secondogenito di Ali Khamenei, la nuova Guida Suprema dell’Iran. La nomina di Mojtaba da parte dell’Assemblea degli Esperti, maturata in un clima di estrema segretezza, segna una successione dinastica che punta a garantire la stabilità della teocrazia sotto assedio. E a far sì che nulla cambi nel Paese, visto il suo forte legame con i Pasdaran.

La nomina di Mojtaba Khamenei è una vittoria per i pasdaran

Di fatto, la nomina di Mojtaba Khamenei segna la vittoria del Corpo delle guardie della rivoluzione islamica sul clero iraniano, che avrebbe preferito come massima autorità del mondo sciita un ayatollah, anziché un chierico giurista di medio rango. I pasdaran, in una nota diffusa immediatamente dopo la proclamazione, hanno assicurato «totale obbedienza e sacrificio» per adempiere ai suoi comandamenti. Ma in generale tutte le principali istituzioni politiche e militari del Paese hanno espresso pieno sostegno alla nomina. Il presidente Masoud Pezeshkian ha definito la scelta «l’incarnazione della volontà» della comunità musulmana di «rafforzare l’unità nazionale». Il ministro degli Esteri, Abbas Araghchi, si è congratulato pubblicamente con Khamenei tramite un messaggio su X. Pieno appoggi anche dalla il presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf, dalle forze armate, dalla milizia Basij, dal Consiglio supremo di sicurezza nazionale e dalla polizia.

Le reazioni alla nomina di Mojtaba Khamenei come nuova Guida Suprema dell’Iran
Mojtaba Khamenei (Ansa).

I proxy di Teheran hanno accolto con favore la scelta dell’Assemblea degli Esperi

La nomina di Khamenei è stata accolta con favore dai ribelli Houthi dello Yemen, sostenuti da Teheran: «In questa fase critica e delicata della storia della nazione rappresenta un’altra vittoria per la Rivoluzione Islamica e un duro colpo per i suoi nemici della Repubblica Islamica», hanno scritto sul loro canale Telegram. Apprezzamento anche da parte di Hamas, che ha ricordato come Khameni avesse partecipato al funerale di Yahya Sinwar, leader del gruppo islamista palestinese. In Iraq a salutare positivamente la nomina è stata la milizia sciita Kataib Hezbollah.

Trump: «Se non otterrà la nostra approvazione non durerà a lungo»

Donald Trump, che lo aveva già bollato come «peso piuma», ha commentato: «Se non otterrà la nostra approvazione non durerà a lungo. Lo uccideremo». Israele ha già assicurato che «continuerà a perseguire» la leadership iraniana: la mattina del 9 marzo si è aperta con nuovi massici attacchi dell’Idf contro le «infrastrutture del regime» di Teheran.

Trump, il collezionista di guerre con l’ossessione del Nobel per la pace

Scatenare nuove guerre è uno strano modo per portare la pace nel mondo. Eppure per Donald Trump sembra essere l’unica strada percorribile. Durante la campagna elettorale del 2024 assicurava che avrebbe sfruttato le sue capacità di mediatore per porre fine ai molteplici conflitti globali iniziati sotto l’amministrazione del suo predecessore Joe Biden. Genocidio a Gaza e invasione russa dell’Ucraina prima di tutto. «Non inizierò alcuna guerra. Fermerò quelle in corso», disse nel discorso pronunciato davanti ai suoi sostenitori dopo la vittoria alle urne. Due mesi dopo si è spinto ancora oltre: «Misureremo il nostro successo non solo in base alle battaglie che vinceremo, ma anche in base alle guerre a cui porremo fine e, forse ancora più importante, in base alle guerre in cui non saremo mai coinvolti».

«La migliore politica estera di Trump? Non iniziare nessuna guerra»

Trump alla sua base di infervorati MAGA prometteva anche un dorato isolazionismo economico. Una narrazione portata avanti pure dal partito repubblicano e dal cerchio magico di Donald. A fine 2023, quando non era ancora stato scelto per il ruolo di candidato vicepresidente, J.D. Vance scrisse un editoriale sul Wall Street Journal, intitolato «La migliore politica estera di Trump? Non iniziare nessuna guerra». Si è visto.

Trump, il collezionista di guerre con l’ossessione del Nobel per la pace
Donald Trump e JD Vance (Ansa).

Il presidente americano non ha mai nascosto il sogno di ritagliarsi il suo posto tra i vincitori del Nobel per la Pace, assieme a figure come Nelson Mandela, il Dalai Lama e Martin Luther King. Ha scritto il Guardian: «Forse avremmo dovuto farla finita a dicembre. Ogni Paese occidentale avrebbe dovuto inviare una sua delegazione in Norvegia per implorare il Comitato che assegna il premio di destinarlo al presidente Usa. Ora è determinato a vincere il premio Nobel per la guerra».

In un anno Trump ha attaccato sette Paesi

Sappiamo tutti, infatti, come è andata a finire. Nel primo anno del suo secondo mandato, Trump ha bombardato sette Paesi: Yemen, Siria, Iran, Iraq, Nigeria, Somalia e Venezuela. In un crescendo che ha raggiunto il suo apice la mattina del 28 febbraio, quando ha lanciato la sua campagna militare più estesa e rischiosa finora: l’attacco all’Iran, che si è già trasformato in un conflitto regionale, soprattutto perché il regime teocratico che governa il Paese vede questa offensiva congiunta UsaIsraele come una lotta per la sua sopravvivenza.

Trump, il collezionista di guerre con l’ossessione del Nobel per la pace
Una protesta a Seul contro l’operazione di Donald Trump in Venezuela (foto Ansa)

Nelle precedenti sei settimane, mentre il presidente americano ordinava il più grande rafforzamento militare statunitense in Medio Oriente dall’invasione dell’Iraq nel 2003, non ha fatto praticamente alcuno sforzo per spiegare al popolo americano o al Congresso se l’Iran rappresenti una minaccia per gli interessi statunitensi tale da giustificare i rischi di una guerra senza fine. Che, come rilevano i sondaggi, trova l’opposizione del 70 per cento degli americani, compresi quei MAGA che si erano aggrappati alle sue ripetute promesse di porre fine alla bellicosa fama degli Stati Uniti.

«Il nostro obiettivo è difendere il popolo americano dalle minacce iraniane»

Nelle sue argomentazioni per spiegare l’iniziativa militare in Medio Oriente, Trump ricicla decenni di denunce statunitensi sulle attività nefaste di Teheran nell’area: il programma nucleare, lo sviluppo di missili balistici e il sostegno a milizie regionali come Hezbollah in Libano, Hamas nella Striscia di Gaza e gli Houthi in Yemen. «Il nostro obiettivo è difendere il popolo americano eliminando le minacce imminenti del regime iraniano. Le sue attività mettono direttamente in pericolo gli Stati Uniti, le nostre truppe, le nostre basi all’estero e i nostri alleati in tutto il mondo», ha detto il presidente.

Trump, il collezionista di guerre con l’ossessione del Nobel per la pace
Un ritratto di Ali Khamenei (Ansa).

I precedenti interventi militari non sono stati risolutivi

Certo, guardando alle conseguenze, i suoi precedenti interventi militari sembrano tutt’altro che risolutivi. A metà marzo l’uccisione dell’iracheno Abdallah al Rifai non ha debellato la minaccia del Califfato. Gli Houthi dello Yemen continuano a rappresentare un pericolo per i mercantili che attraversano il Mar Rosso, nonostante i bombardamenti della primavera 2025. Per non parlare dell’Iran, che era già stato colpito a giugno dello scorso anno nell’operazione Midnight Hammer. Poi è toccato ai Caraibi, alla Siria e alla Nigeria, fino alla cattura del presidente Nicolás Maduro dopo una serie di iniziative per destabilizzare il Venezuela.

Trump, il collezionista di guerre con l’ossessione del Nobel per la pace
La cattura di Maduro (Ansa).

Trump ha messo la parola fine a otto conflitti? I conti non tornano

Cozza con la realtà anche la roboante narrazione secondo la quale Trump avrebbe messo la parola fine a otto conflitti. Se qualcosa ha fatto è stato supervisionare intese temporanee o parziali. Tra questi lo scontro tra Etiopia ed Egitto e le tensioni tra Cambogia e Thailandia. La crisi tra Serbia e Kosovo che The Donald avrebbe risolto durante il suo primo mandato appare tutt’altro che finita, nonostante l’accordo di normalizzazione economica del 2020.

Trump, il collezionista di guerre con l’ossessione del Nobel per la pace
Donald Trump in visita alle truppe a Fort Bragg (Imagoeconomica).

Non convince nemmeno il ruolo (smentito da Nuova Delhi) dell’amministrazione statunitense nell’accordo raggiunto tra India e Pakistan dopo gli scontri di maggio 2025. Giova poi ricordare che la chiusura di un’intesa non corrisponde per forza alla fine delle violenze o alla cancellazione dei reali motivi del conflitto. Basta guardare a Gaza, dove l’esercito israeliano continua a sparare sulla popolazione.

L’eterna ossessione per Obama e il suo Nobel per la Pace

Come mostra un’infografica di Al Jazeera, nei suoi due mandati Trump ha bombardato Afghanistan, Iraq, Yemen, Pakistan, Somalia, Libia, Siria, Venezuela, Nigeria e Iran. In tutto 10 Paesi. Tre più di quelli finiti nel mirino di Barack Obama, l’ultimo presidente americano a vincere un premio Nobel per la Pace, nel 2009, a meno di un anno dall’insediamento alla Casa Bianca, con il merito di aver «creato un nuovo clima» nei rapporti internazionali attraverso il dialogo con il mondo musulmano, e «per i suoi straordinari sforzi per rafforzare la diplomazia internazionale e la cooperazione tra i popoli».

Trump, il collezionista di guerre con l’ossessione del Nobel per la pace
Donald Trump e Barack Obama.

La rivalità con Obama, che spesso sfocia in ossessione, è uno dei motivi per cui Trump è così fissato con il Nobel, che voleva ottenere nel 2025: «Se non mi assegnano quel premio sarà un insulto per gli Usa», aveva detto. Attaccando poi, tanto per cambiare, il riconoscimento dato a Obama, definito «una barzelletta»: «Ottenne un premio e nemmeno sapeva per cosa. Lo elessero e gli diedero il Nobel per non aver fatto assolutamente nulla, anzi, per aver distrutto il nostro Paese».

Un repubblicano non ottiene quel riconoscimento da 120 anni…

Oltre a Barack, nella storia solo altri tre presidenti americani hanno vinto il Nobel per la Pace: Theodore Roosevelt nel 1906, Woodrow Wilson nel 1919 e Jimmy Carter nel 2002, assegnato 21 anni dopo la fine del suo mandato. Di questi, solo Roosevelt era repubblicano. Sono quindi 120 anni che un membro del Gop non ottiene il premio. Per adesso, Trump si può consolare col ridicolo premio Fifa per la pace che gli ha assegnato il grottesco Gianni Infantino, capo del calcio mondiale e gaffeur di professione.

Trump, il collezionista di guerre con l’ossessione del Nobel per la pace
Donald Trump davanti a un ritratto del 26esimo presidente americano Theodore Roosevelt, Premio Nobel per la Pace (foto Ansa).

La guerra energetica nel Golfo e la miopia dell’Europa su gas e petrolio

La guerra in Medio Oriente è anche una guerra energetica, al pari di quella in Ucraina e di altre prima di queste. Il controllo della produzione e delle vie di esportazione di gas e petrolio è fondamentale per determinare vantaggi ed esiti nella cornice di conflitti allargati e confronti più ristretti in ogni angolo del mondo, dal Venezuela all’Iran. L’energia può essere un’arma, uno strumento di pressione, ma anche un obiettivo, un bersaglio: il gasdotto Nord Stream, arteria di collegamento diretta sotto il Mar Baltico tra la Russia e la Germania, è stato fatto saltare nel settembre 2022 da un commando ucraino, dando il via al processo di disaccoppiamento tra Mosca e Unione europea. Oggi i pasdaran controllano lo stretto di Hormuz, condizionando i mercati globali, e prendono di mira petroliere e navi cisterna.

La Baku-Tbilisi-Ceyhan è una delle maggiori pipeline della regione

Non solo: i droni arrivati in Azerbaigian, uniti ai rumors che circolano nel marasma della propaganda, indicano che una delle maggiori pipeline della regione, la Btc (BakuTbilisiCeyhan), sarebbe già nei radar iraniani. Questione di tempo. La Btc non è un semplice oleodotto, ma un progetto politico-economico occidentale partito già negli Anni 90 per bypassare la Russia. Trasporta il greggio dai giacimenti azerbaigiani del bacino del Mar Caspio, attraverso la Georgia, al porto mediterraneo di Ceyhan, nella Turchia meridionale, ed è uno snodo chiave per l’esportazione verso i mercati europei. È controllato dal colosso energetico britannico BP, che ne detiene la quota maggiore, pari al 30 per cento. Fornisce inoltre circa un terzo del petrolio che arriva in Israele e anche per questo è un obiettivo ideale per Teheran.

La guerra energetica nel Golfo e la miopia dell’Europa su gas e petrolio
Da sinistra l’ex presidente turco Ahmet Necdet Sezer, l’ex presidente della Georgia Mikhail Saakashvili, il presidente dell’Azerbaigian Ilham Aliyev, il premier turco Tayyip Erdogan e l’ex ceo del gruppo BP John Browne all’inaugurazione della pipeline Baku-Tbilisi-Ceyhan (Btc) nel 2006 (foto Ansa).

Il precedente dell’oleodotto Druzhba, attualmente fuori uso

Come per Nord Stream, anche per la Btc basterebbe una minima operazione chirurgica per provocare un terremoto gigantesco: le pipeline, dappertutto, sono obiettivi sensibili e facili da colpire. E non è certo un caso che siano sempre più nel mirino. L’ultimo esempio è stato quello dell’oleodotto Druzhba, che passa dalla Russia verso l’Europa occidentale attraverso l’Ucraina, attualmente fuori uso, con Kyiv e Mosca che si accusano a vicenda del sabotaggio, mentre un paio di Paesi, come Ungheria e Slovacchia, rischiano di rimanere a secco.

La guerra energetica nel Golfo e la miopia dell’Europa su gas e petrolio
L’oleodotto Druzhba (foto Ansa).

La vulnerabilità degli Stati che dipendono in maniera eccessiva da petrolio e gas è il problema maggiore che emerge quando le bombe colpiscono i tubi e riguarda non solo un pugno di nazioni direttamente interessate, ma mezzo mondo, come sta dimostrando il blocco dello stretto di Hormuz.

Dal 2022 l’Europa diversifica le vie di approvvigionamento

Se l’Europa dal 2022 ha cominciato a diversificare le vie di approvvigionamento, cambiando dal petrolio e dal gas russo a quelli di altri Paesi, dalla Norvegia ai Paesi del Golfo, passando per quelli dell’ex Urss come Azerbaigian o Kazakistan, si ritrova adesso davanti a sconvolgimenti, non proprio imprevedibili, che ne evidenziano la miopia.

La guerra energetica nel Golfo e la miopia dell’Europa su gas e petrolio
I lavori nel 2003 per l’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan (foto Ansa).

Troppa insistenza sulle energie fossili rispetto a rinnovabili e nucleare

Non è solo la questione del passaggio all’import da regioni e Paesi altrettanto a rischio e altrettanto poco democratici come la Russia, ma dell’insistenza sulle energie fossili rispetto a quelle rinnovabili e anche al nucleare. Il Green Deal perseguito da Bruxelles, farcito di petrolio azero e di gas dal Qatar, non è solo un’illusione e una presa in giro, ma una vera zappa sui piedi.

La guerra energetica nel Golfo e la miopia dell’Europa su gas e petrolio
Ursula von der Leyen (foto Ansa).

Se ne stanno accorgendo tutti in questi giorni e a infilare il dito nella piaga ci ha pensato la Russia di Vladimir Putin, che se da un lato sta approfittando del rialzo dei prezzi degli idrocarburi per dare respiro alle casse dello Stato, dall’altro ha annunciato di voler chiudere del tutto la pratica europea, anche prima del 2027 come previsto da Bruxelles, e spostare verso l’Asia anche il residuo export di gas e petrolio che giunge ancora in Europa.

La guerra energetica nel Golfo e la miopia dell’Europa su gas e petrolio
Matrioske con le immagini di Donald Trump e Vladimir Putin (Ansa).

Adesso non ci sono emergenze, ma le riserve per il prossimo anno?

In realtà non ci sono emergenze, perché l’inverno è finito, ma, soprattutto per il gas, ci si pone la domanda sulle riserve per il prossimo anno, con gli impianti di stoccaggio ormai vuoti: verranno sicuramente riempiti con più gas norvegese e Gnl statunitense, in attesa di vedere come andranno le cose nel Golfo, però i costi saranno elevati. Anche per questo nella Germania ancora in recessione c’è chi chiede una revisione dei rapporti con la Russia, quando la guerra in Ucraina sarà finita, e la ripresa delle importazioni anche via Nord Stream, una volta rimesso in sesto.