Si accendono i riflettori sull’Europeo Under 21 di calcio, in programma dal 21 giugno all’8 luglio 2023 in Romania e Georgia. Sono 16 le nazionali in gara, suddivise in quattro gironi da quattro squadre. L’Italia è stata inserita nel Gruppo D assieme a Francia, Svizzera e Norvegia. Le prime due si qualificheranno ai quarti di finale, previsti per l’1 e il 2 luglio. Le due finaliste e la vincitrice dello spareggio per il terzo posto staccheranno un pass per l’Olimpiade di Parigi 2024. Qualora fra queste dovesse esserci la Francia, già qualificata in quanto nazione ospitante, si aggiungerebbe anche la quarta semifinalista. Tutte le partite della Nazionale saranno disponibili sui canali Rai1 e Rai2, mentre RaiSport trasmetterà i match più importanti degli altri gironi.
Europeo Under 21, tutte le nazionali dei quattro gironi
Ad aprire la rassegna continentale Under 21 saranno, per il Gruppo A, Georgia e Portogallo, in campo a Tbilisi mercoledì 21 giugno alle 18. Nel raggruppamento anche Belgio e Olanda, in campo alla stessa ora. Nel secondo raggruppamento figurano invece la Romania, altro paese organizzatore del torneo, assieme a Croazia, Spagna e Ucraina. I rumeni se la vedranno con i temibili iberici sempre il 21 giugno, alle 20.45, mentre i croati scenderanno in campo qualche ora prima, alle 18, contro gli ucraini. Nel Gruppo C invece sono favorite per il passaggio del turno Inghilterra e Germania, tra l’altro detentrice del trofeo, ma occhio alle sorprese Repubblica Ceca e soprattutto Israele, che ha brillato al Mondiale Under 20. Quest’ultimo affronterà i tedeschi giovedì 22 giugno alle 18, alla stessa ora del match fra le altre due nazionali.
Did you know the @UEFAUnder21 tournament began life as an Under-23 competition in the 1960s?
With the 2023 #U21EURO kicking off in Georgia & Romania this week, we chart the story of a tournament that bridges the gap between youth and senior international football:
Come annunciato, l’Italia giocherà nel Gruppo D assieme a Francia, Svizzera e Norvegia. Nel primo impegno, in programma il 22 giugno alle 20.45, gli Azzurrini di Paolo Nicolato affronteranno la Francia, in cui militano anche i due “italiani” Pierre Kalulu, in forze al Milan, e Valentin Gendrey, terzino destro del Lecce. Il torneo della Nazionale proseguirà poi domenica 25 alle 18 contro la Svizzera, mentre il girone finirà mercoledì 28 alle 20.45 contro la Norvegia. Fra gli scandinavi occhio all’attaccante della Salernitana Erik Botheim e al centrocampista classe 2001 del Sassuolo Emil Konradsen Ceïde. Per quanto riguarda gli elvetici, tutti i 23 convocati giocano nel campionato di casa, molti dei quali nello Young Boys vincitore del torneo.
Dai quarti alla finale, il programma completo del torneo
Alla conclusione della fase a gironi, le prime due si qualificheranno per i quarti di finale ad eliminazione diretta. Se due nazionali termineranno il raggruppamento a pari punti, prima discriminante saranno gli scontri diretti. Con ulteriore parità si procederà con differenza reti complessiva, maggior numero di gol fatti e infine i cartellini ricevuti. Qualora dovesse permanere l’equilibrio, il regolamento prevede una sfida ai calci di rigore. Nei quarti di finale, in caso di parità nei 90 minuti regolamentari, si procederà come in tutte le competizioni Uefa con i supplementari e gli eventuali calci di rigore. I quattro match sono previsti per l’1 e il 2 luglio alle ore 18 e 21. Il cartellone dell’Europeo Under 21 prevede le semifinali per il 5 luglio, l’una alle 18 e l’altra alle 21. La finale, in programma alla Batumi Arena in Georgia, si terrà sabato 8 luglio.
Il commissario tecnico della Nazionale Paolo Nicolato (Getty Images).
Un giornale di gossip brasiliano, “Em Off”, ha riportato una notizia (o per meglio dire un pettegolezzo) decisamente curiosa su Neymar da Silva Santos Júnior, in questo periodo storico fermo a causa di un post operatorio per un intervento ai legamenti della caviglia.
L’accordo fra Neymar e la fidanzata: lui la può tradire, ma a tre condizioni
La notizia, ripresa anche dal media spagnolo “Marca” fa riferimento ad una decisione che Neymar avrebbe preso di comune accordo con la fidanzata Bruna Biancardi, con la quale sembra in realtà essere più innamorato che mai. A quanto pare, Neymar avrebbe ricevuto l’autorizzazione per farle le corna, ma a tre condizioni specifiche.
Neymar potrebbe dunque non solo flirtare con altre donne ma persino andarci a letto a patto che, prima di tutto, lo faccia in maniera discreta: il calciatore, insomma, non dovrebbe farsi vedere con altre in maniera plateale. La seconda regola che gli è concessa è fare sesso con altre donne ma utilizzando sempre il preservativo, per proteggersi da malattie veneree e dal rischio di gravidanze indesiderate. Infine Biancardi ha imposto a Neymar di non baciare in bocca le donne con cui la potrebbe tradire.
Voci di corridoio che per il momento non trovano conferme né smentite
Quanto detto fino a questo punto corrisponde, chiaramente, a semplici rumor. Eppure il media brasiliano ha portato anche delle prove a sostegno di questa tesi: di recente, infatti, Neymar avrebbe effettivamente tradito la ragazza con un’altra influencer, per di più alla vigilia di San Valentino. Nonostante le “corna”, il gesto di Neymar non avrebbe in alcun modo infastidito Biancardi.
Pare inoltre che lo stesso media abbia provato a entrare in contatto con Neymar per una conferma o una smentita dell’indiscrezione. Per il momento, tuttavia, il diretto interessato non ha ancora fornito spiegazioni nel merito della questione.
Una perquisizione della polizia francese è in corso a Saint-Denis, nella sede del comitato organizzatore delle Olimpiadi di Parigi 2024. Gli agenti stanno esaminando e sequestrando documenti. Secondo quanto scrive RMC Sport, potrebbero restare nella sede del comitato organizzatore tutta la giornata. Al centro del blitz forse elementi relativi all’attribuzione degli appalti pubblici legati all’evento. Come riporta Afp, le perquisizioni sono condotte effettuate dall’OCLCIFF (Ufficio centrale per la lotta alla corruzione e ai reati finanziari e fiscali) e dalla BRDE, la brigata finanziaria della polizia giudiziaria parigina. «Non abbiamo ancora tutte le informazioni sull’indagine in corso. Paris 2024 sta collaborando pienamente con gli investigatori per facilitare le loro indagini», ha scritto il comitato organizzatore dei prossimi Giochi Olimpici in un’email inviata ai dipendenti, visionata da Politico.
Souvenir di Parigi targati “Paris 2024” (Getty Images).
L’agenzia anticorruzione aveva evidenziato possibili «conflitti di interesse»
Nell’aprile 2021, due rapporti dell’agenzia francese anticorruzione (AFA) sull’organizzazione delle Olimpiadi, scrive l’Afp, avevano indicato «rischi di violazione della correttezza» e «conflitti di interesse» che avevano scalfito l’immagine delle Olimpiadi «esemplari» volute dal capo del comitato organizzatore Tony Estanguet. Al centro di questi dossier i rapporti tra il comitato organizzatore stesso e Solideo, ovvero la società che deve consegnare i lavori per i Giochi Olimpici. Gli ispettori dell’Afa avevano scritto che la procedura generale relativa agli acquisti risultava «imprecisa e incompleta», sottolineando la possibile esistenza di «situazioni di potenziale conflitto di interessi non controllate».
Un cantiere di Parigi (Getty Images).
La denuncia di 10 operai che hanno lavorato senza documenti nei cantieri dei Giochi
Tutto potrebbe essere partito dalla denuncia di 10 operai, che hanno lavorato senza documenti nei cantieri della capitale francese. Come riporta France Info, proprio in questi giorni 10 lavoratori provenienti dal Mali e dalla Repubblica Democratica del Congo, in Francia da diversi anni, hanno citato in giudizio i quattro colossi dell’edilizia Vinci, Eiffage, Spie Batignolles e GCC, denunciando il fatto di aver lavorato nei cantieri dei Giochi Olimpici, in particolare al villaggio olimpico, senza contratto di lavoro, busta paga, ferie pagate e straordinari. I 10 lavoratori africani, in seguito regolarizzati, si sono per questo paragonati agli operai dei cantieri dei Mondiali in Qatar. La prima udienza è fissata a ottobre.
Non c’è pace per Moise Kean. Dopo la stagione travagliata della Juventus, squadra per cui gioca, e l’addio al ritiro della nazionale italiana Under 21, l’attaccante classe 2000 fa i conti con un furto. La sua villa in zona Precollina, a Torino, è stata presa di mira dai ladri. A lanciare l’allarme è stata la domestica, che non appena arrivata in casa lunedì 19 giugno ha constatato come tutto fosse in disordine. La donna ha trovato anche una finestra aperta e ha subito allertato i carabinieri. Gli agenti della stazione di Barriera Casale hanno acquisito le immagini delle telecamere di videosorveglianza e la testimonianza della stessa domestica. Le indagini sono in corso. Il calciatore intanto prosegue le proprie vacanze all’estero.
Kean durante un match della Juventus (Getty).
Furto a casa Kean: svaligiate anche le ville di Kaio Jorge e Di Maria
Si tratta della terza abitazione di un calciatore della Juventus svaligiata negli ultimi mesi. La prima è stata la villa di Angel Di Maria, che recentemente ha salutato i tifosi e il club. Dall’abitazione, però, i ladri non hanno rubato nulla, perché il colpo è stato sventato prima ancora che potesse essere portato a termine. In quel caso, l’argentino era in casa ed è stata la polizia a intervenire prontamente, fermando i responsabili. Il 2 giugno scorso, invece, è toccato al brasiliano Kaio Jorge. I ladri sono entrati in casa sua e hanno portato via gioielli, orologi di lusso e un suv Range Rover. Non è stato ancora specificato cos’abbiano rubato, invece, a casa di Moise Kean.
Kean in vacanza: ha lasciato il ritiro dell’Under 21
L’attaccante bianconero è in vacanza dallo scorso 8 giugno. Dopo aver concluso la stagione con la Juventus, era stato convocato per il ritiro dell’Italia Under 21 in vista degli Europei di categoria, che inizieranno mercoledì. Il primo impegno degli azzurrini guidati dal ct Paolo Nicolato sarà giovedì 22 giugno, contro la Francia, ma Kean non ci sarà. Questo perché il classe 2000 ha lasciato la nazionale durante lo stage dopo aver parlato con l’allenatore. Nessun problema fisico o personale, nonostante le indiscrezioni secondo cui sarebbe stato lui stesso a chiedere di andar via perché «un pesce fuor d’acqua». Kean ha poi smentito sui social: «Fake news. Non iniziate…».
Il disappunto di Moise Kean durante un match della Juventus (Getty).
L’auto di Davide Di Pasquale, difensore e capitano del Foggia, è diventata un bersaglio nella notte tra domenica 18 e lunedì 19 giugno. Poche ore dopo il ko dei rossoneri nella finale di ritorno dei playoff di Serie C contro il Lecco, qualcuno ha sparato almeno tre colpi d’arma da fuoco contro la vettura, parcheggiata all’interno dello stadio Pino Zaccheria di Foggia, da cui la squadra è partita nei giorni scorsi verso l’impianto della squadra avversaria, il Rigamonti-Ceppi. Nessun ferito, visto che l’auto era parcheggiata senza nessuno all’interno. L’unico danno, oltre ai fori nella carrozzeria, è stato al finestrino del guidatore mandato in frantumi.
Un’auto dei carabinieri (Imagoeconomica).
Spari contro l’auto di Di Pasquale: la Digos indaga
Ora toccherà alla Digos stabilire chi sia stato a sparare contro la Jeep Renegade del capitano del Foggia. Il calciatore ha scoperto cosa fosse successo soltanto al ritorno in città, in tarda notte. Di Pasquale ha disputato 33 partite durante lo scorso campionato, ma non è sceso in campo nel match di ritorno perso per 3-1, che ha sancito la promozione in Serie B del Lecco e la fine del cammino dei pugliesi. I rossoneri avevano perso anche la partita d’andata in casa per 2-1. Secondo alcuni giornali locali, i gruppi ultras del Foggia prenderanno le distanze da ciò che è successo già nelle prossime ore. Un gesto coerente con quanto accaduto a fine gara: dopo la sconfitta i tifosi hanno applaudito i calciatori.
I tifosi del Foggia (Getty).
Nel 2020 era stato incendiato l’ingresso di casa all’ex capitano
Non è la prima volta che fatti di cronaca affiancano il calcio a Foggia. Nel dicembre del 2020, qualcuno ha incendiato la porta d’ingresso di casa di Federico Gentile, centrocampista che, all’epoca, vestiva la fascia da capitano della squadra pugliese. Due anni e mezzo fa, però, il calciatore era presente, in casa e a pochi passi dalla porta insieme alle figlie piccole. Grazie all’intervento di alcuni vicini di casa, che hanno spento le fiamme, è stato evitato il peggio.
La Fifa utilizza l’intelligenza artificiale per combattere l’odio online. La Federcalcio mondiale ha presentato il Servizio di protezione dei social media, software che monitora costantemente l’attività sui social network e oscura post e commenti offensivi verso giocatori, squadre e tifosi. Già attivo durante il Mondiale in Qatar, ha individuato circa 20 mila contenuti pubblicati da oltre 300 account sulle principali piattaforme. Il picco è stato raggiunto durante il quarto di finale tra Francia e Inghilterra, le due nazionali più colpite. Il sistema sarà attivo anche per la Coppa del mondo femminile, in programma dal 20 luglio al 20 agosto in Australia e Nuova Zelanda.
Harry Kane si dispera dopo l’errore dal dischetto contro la Francia (Getty Images)
Odio online al Mondiale: Francia, Inghilterra e Brasile le nazioni più insultate
Durante il Mondiale in Qatar 2022, il sistema ha scansionato oltre 20 milioni di contenuti sulle piattaforme social. L’intelligenza artificiale ha passato in rassegna gli account ufficiali delle federazioni, di calciatori in attività e ritirati nonché degli allenatori. In prima battuta ha riscontrato 434 mila post offensivi di oltre 12 mila utenti, poi sottoposti al controllo umano per arrivare ai 20 mila definitivi. Il software ha poi oscurato, ancor prima della pubblicazione, circa 287 mila ulteriori contenuti. La Fifa ha confermato che il 38 per cento dell’odio online proveniva dall’Europa, il 36 per cento dal Sud America e il 10 per cento dall’Asia. Riscontrati post offensivi da Africa e Nord America, entrambi all’8 per cento. Per il 12,16 per cento si è trattato di insulti omofobi, mentre il 10,7 per cento ha presentato commenti razzisti. Sul podio dei Paesi più colpiti la Francia, seguita a ruota dall’Inghilterra e dal Brasile.
«Non c’è posto nel calcio e nella società in generale per alcuna forma di odio», ha dichiarato alla presentazione il presidente della Fifa Gianni Infantino. «Prenderemo ogni misura necessaria per affrontare il problema». Con l’arrivo della Coppa del Mondo femminile, la Fifa fornirà il software direttamente a calciatrici, allenatori e federazioni per tenere al sicuro i propri account durante le partite. «I giocatori non parlano mai di come l’odio online colpisca duramente», ha sottolineato alla Cnn il difensore canadese Mark-Anthony Kaye. «Siamo tutti umani, ci fa male». La Fifa ha ricordato come il picco degli insulti social durante Qatar 2022 si sia verificato in occasione del quarto di finale tra Francia e Inghilterra. Gli hater online non hanno infatti digerito l’errore di Harry Kane dal dischetto sul 2-1 per i transalpini, tanto che si sono registrati 13 mila post offensivi su tutte le piattaforme.
Il pilota tedesco e la scuderia di Maranello hanno ufficializzato il divorzio. La collaborazione non andrà oltre la naturale scadenza del 2020. Poi lo spagnolo farà coppia con Leclerc.
Sarà Carlos Sainz il sostituto di Sebastian Vettel alla Ferrari, a partire dal 2021. Lo spagnolo farà coppia con il monegasco Charles Leclerc. La Ferrari e Vettel hanno ufficializzato comunicano la decisione «di non prolungare il rapporto di collaborazione tecnico-sportiva oltre la sua naturale scadenza, prevista al termine della stagione sportiva 2020».
«Abbiamo preso questa decisione insieme a Sebastian», ha affermato in una nota Mattia Binotto, il team principal della Ferrari, subito dopo aver ufficializzato il divorzio fra la scuderia di Maranello e il pilota tedesco. «Riteniamo», ha aggiunto Binotto, «che sia la miglior soluzione per entrambe le parti. Non è stato un passo facile da compiere, considerato il valore di Sebastian, come pilota e come persona. Non c’è stato un motivo specifico che ha determinato questa decisione bensì la comune e amichevole constatazione che è arrivato il momento di proseguire il nostro cammino su strade diverse per inseguire i nostri rispettivi obiettivi». Secondo Binotto «Sebastian è già entrato nella storia della Scuderia – con 14 Gp conquistati è il terzo pilota più vittorioso ed è già quello che ha ottenuto il maggior numero di punti iridati – e nelle cinque stagioni fin qui disputate con noi è salito tre volte sul podio del Campionato Piloti, contribuendo in maniera decisiva alla costante presenza della squadra tra le prime tre della classifica Costruttori». Insieme, ha aggiunto Binotto, «non siamo ancora riusciti a vincere un titolo iridato che per lui sarebbe il quinto ma siamo convinti che in questa anomala stagione 2020 riusciremo a toglierci ancora tante soddisfazioni»
Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it
Caduto nella settima tappa della corsa in Arabia Saudita, è deceduto per le ferite riportate.
Un altro morto alla Dakar. Una caduta è costata la vita al motociclista portoghese Paulo Gonçalves, 40enne veterano della corsa che si sta correndo in Arabia. Il pilota è caduto nel corso della settima tappa da Riad a Wadi al Dawasir all’altezza del chilometro 276. Gonçalves è stato trasportato in elicottero all’ospedale di Layla, ma le ferite erano troppo gravi e i medici non hanno potuto che constatarne la morte. Il portoghese nel 2015 era giunto al secondo posto della Dakar, ma soprattutto era alla sua tredicesima partecipazione alla grande corsa.
UNA LUNGA SCIA DI MORTE
Emigrata in Arabia, la Dakar resta comunque la corsa della morte. Gonçalves è il 30esimo pilota che perde la vita nella storia di questa competizione, che ha provocato anche una quarantina di altre vittime fra giornalisti, assistenti di gara, meccanici e spettatori. Il primo fu il motociclista Patrick Dodin, che morì sempre per una caduta, mentre tentava di sistemarsi il casco che gli si era allentato. L’ultimo incidente mortale alla Dakar, prima di Gonçalves, era accaduto invece nel 2015, in Argentina, quando a perdere la vita fu il motociclista 39enne polacco Michal Hernik, caduto nella terza tappa. L’anno prima, sempre in Argentina, ancora un motociclista, il 50enne belga Eric Palante era deceduto in un incidente nei pressi di Chilecito.
NEL 2005 LA MORTE DI MEONI
Nel 2005 la lista nera della corsa accolse anche il motociclista italiano Fabrizio Meoni, trionfatore delle edizioni 2001 e 2002. Il 47enne campione azzurro, in sella a una Ktm, ebbe un arresto cardiaco durante l’11esima tappa, dopo una caduta nello sterrato fra Atar e Kiffa in Mauritania. Quell’anno perse la vita anche lo spagnolo José Manuel Perez, motociclista anche lui, come i due morti nell’edizione 2013, il francese Thomas Bourgin, 25enne e lo spagnolo Jorge Martinez Boero. Un altro italiano morì nel 1986, era anche lui un motociclista, Giampaolo Marinoni, cadde a 40 chilometri dal traguardo, ma si rialzò e portò a termine la corsa, arrivando 13esimo. Poche ore dopo, un malore, e due giorni dopo la morte.
NEL 1986 LA MORTE DELL’INVENTORE DELLA CORSA
L’incidente più grave, collaterale alla corsa vera e propria, avvenne nel 1986, quando cadde un elicottero e morirono i cinque passeggeri, tra cui l’inventore della corsa, Thierry Sabine. Nel 2008 la Dakar fu invece annullata, per la prima volta nella sua storia a causa dell’omicidio in Mauritania di quattro turisti francesi. Nel 1991, in Mali, il pilota di un camion fu colpito alla testa da un proiettile vagante. Il 2010 fu funestato al via dalla morte di una spettatrice, Natalia Sonia Gallardo, investita: nello stesso anno l’incidente gravissimo al sardo Luca Manca. Nel 2011 altro sangue: stavolta a perdere la vita fu Marcelo Reales, 43 anni, un contadino investito da uno dei concorrenti, Eduardo Amor. L’anno prima un altro motociclista, il francese Pascal Terry, fu addirittura ritrovato solamente tre giorni dopo la morte.
Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it
Aveva 27 anni. Malato dal 2017, raccontava la sua battaglia sui social. Dopo le feste aveva scelto la sedazione profonda.
La lunga battaglia di Giovanni Custodero si è conclusa la mattina di domenica 12 gennaio. Il portiere di 27 anni di Pezze di Greco, frazione di Fasano (Brindisi), malato di sarcoma osseo, aveva da poco annunciato su Facebook di voler ricorrere alla sedazione profonda, per lenire il dolore. Il calciatore aveva giocato nella squadra di calcio a 5 del Fasano, nel campionato di C2.
MALATTIA DIAGNOSTICATA NEL 2017
La malattia gli era stata diagnosticata nel 2017 e contro di essa aveva lottato tenacemente con il sorriso, pubblicando sui social le sue emozioni e le cure, e facendosi promotore di molte iniziative di beneficenza. Aveva anche subito l’amputazione di una gamba. Qualche giorno fa il post che aveva suscitato commozione: «Ho deciso di trascorrere le feste lontano dai social ma accanto alle persone per me più importanti. Però, ora che le feste sono finite, e insieme a loro anche l’ultimo granello di forza che mi restava, ho deciso che non posso continuare a far prevalere il dolore fisico e la sofferenza su ciò che il destino ha in serbo per me». Infine l’annuncio: «Da domani sarò sedato e potrò alleviare il mio malessere».
IL CORDOGLIO DEL SINDACO
«Giovanni Custodero è diventato in questi anni il simbolo di quanti lottano ogni giorno contro la malattia e la sofferenza, con una forza d’animo che è di esempio per tutti», ha detto il sindaco di Fasano Francesco Zaccaria, «a nome mio personale e di tutta la città, che in queste ore sta manifestando alla famiglia tutta la sua vicinanza, con un calore e un affetto che mi rendono orgoglioso di esserne alla guida, voglio abbracciare idealmente lui, i suoi cari e tutti quanti stanno affrontando un percorso di dolore, dandoci esempio di amore per la vita, supremo bene».
Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it
Aveva 27 anni. Malato dal 2017, raccontava la sua battaglia sui social. Dopo le feste aveva scelto la sedazione profonda.
La lunga battaglia di Giovanni Custodero si è conclusa la mattina di domenica 12 gennaio. Il portiere di 27 anni di Pezze di Greco, frazione di Fasano (Brindisi), malato di sarcoma osseo, aveva da poco annunciato su Facebook di voler ricorrere alla sedazione profonda, per lenire il dolore. Il calciatore aveva giocato nella squadra di calcio a 5 del Fasano, nel campionato di C2.
MALATTIA DIAGNOSTICATA NEL 2017
La malattia gli era stata diagnosticata nel 2017 e contro di essa aveva lottato tenacemente con il sorriso, pubblicando sui social le sue emozioni e le cure, e facendosi promotore di molte iniziative di beneficenza. Aveva anche subito l’amputazione di una gamba. Qualche giorno fa il post che aveva suscitato commozione: «Ho deciso di trascorrere le feste lontano dai social ma accanto alle persone per me più importanti. Però, ora che le feste sono finite, e insieme a loro anche l’ultimo granello di forza che mi restava, ho deciso che non posso continuare a far prevalere il dolore fisico e la sofferenza su ciò che il destino ha in serbo per me». Infine l’annuncio: «Da domani sarò sedato e potrò alleviare il mio malessere».
IL CORDOGLIO DEL SINDACO
«Giovanni Custodero è diventato in questi anni il simbolo di quanti lottano ogni giorno contro la malattia e la sofferenza, con una forza d’animo che è di esempio per tutti», ha detto il sindaco di Fasano Francesco Zaccaria, «a nome mio personale e di tutta la città, che in queste ore sta manifestando alla famiglia tutta la sua vicinanza, con un calore e un affetto che mi rendono orgoglioso di esserne alla guida, voglio abbracciare idealmente lui, i suoi cari e tutti quanti stanno affrontando un percorso di dolore, dandoci esempio di amore per la vita, supremo bene».
Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it
Doppietta italiana nella gara in cui cadono Shiffrin e Vhlova. Secondo posto per Wendy Holdener.
Splendida doppietta italiana nella combinata femminile di Coppa del Mondo di sci alpino a Zauchensee, in Austria. A esultare dal gradino più alto del podio è Federica Brignone, al suo dodicesimo successo in carriera. Terzo posto per Marta Bassino, che conferma l’ottimo avvio di stagione. Fra le due azzurre, secondo posto per la favoritissima svizzera Wendy Holdener, che paga un errore nella parte alta dello slalom.
BRIGNONE SECONDA IN COPPA
Federica Brignone ha chiuso la prova in 2’03”45. A 29 anni è la sua seconda vittoria stagionale, la 12esima in carriera oltre a 10 secondi e10 terzi posti, in un palmares che vede anche un argento mondiale e un bronzo olimpico. Per la valdostana, grande specialista del gigante ma anche eccellente polivalente, è il terzo successo in questa disciplina e la vittoria la riporta al secondo posto nella classifica generale di Coppa del mondo con 565 punti, alle spalle della statunitense Mikaela Shiffrin, in testa con 826, rimasta a secco in combinata per via dell’uscita nella discesa, stessa sorte di un’altra delle grandi favorite della prova, Petra Vhlova.
ANCORA PODIO PER BASSINO
Terzo posto per Marta Bassino in 2’04”27. Per la piemontese di 23 anni, vincitrice del gigante di Killington, è il nono podio in carriera. Molto buona anche la prova anche di Elena Curtoni, quinta in 2’05”95 La prossima tappa di Coppa del mondo è prevista per la sera di martedì 14 gennaio, nella vicina Flachau, con lo slalom speciale notturno.
Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it
I club si sono accordato sull’ex manager nominato con 12 voti a favore anche grazie al quorum più basso.
Paolo Dal Pino è il nuovo presidente della Lega Serie A. È stato eletto dall’assemblea dei venti club con 12 voti, uno in più della maggioranza semplice richiesta dopo due assemblee elettive andate a vuoto. Dal Pino aveva già sfiorato la nomina nella seconda assemblea elettiva, lo scorso 16 dicembre, raccogliendo nei tre scrutini 13 e 12 voti, fra cui quelli di Roma, Lazio, Milan e Genoa.
ELETTO GRAZIE ALL’ABBASSAMENTO DEL QUORUM
Con l’abbassamento del quorum questa volta 12 sono bastati per essere eletto. Una scheda è stata lasciata bianca e altri 7 voti sono andati a Gaetano Miccichè, che si era dimesso dalla presidenza della Lega il 19 novembre dopo l’inchiesta della Procura federale sulla sua elezione, e che è stato candidato poco prima del voto dal presidente del Torino Urbano Cairo.
UN PASSATO NELL’INDUSITRA DELLA COMUNICAZIONE
Milanese, classe 1962, Dal Pino ha iniziato la sua carriera di manager nel 1986 in Fininvest, ricoprendo poi ruoli di vertice fra editoria e telecomunicazioni, in Mondadori, Kataweb del gruppo Espresso, Telecom, Seat Pg, Pirelli e Wind.
I DUBBI DI MAROTTA SUL VOTO
La nomina di Dal Pino non ha però trovato l’intesa di tutti i club, come hanno dimostrato le parole dell’ad dell’Inter, Giuseppe Marotta, dopo l’elezione: «L’elezione», ha spiegato, «è avvenuta a mio giudizio in modo abbastanza improvvisato. Noi grandi contestavamo il metodo con cui si è arrivati all’elezione, non certo la persona, perché Dal Pino rappresenta un manager importante ma ci pareva giusto poterci confrontare con lui per ascoltare il suo programma. Non abbiamo condiviso questa scelta e abbiamo espresso il nostro voto».
Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it
Il campione svedese è sbarcato a Linate in tarda mattinata. Ad attenderlo altre dal CFO del Milan Boban, anche un centinaio di tifosi. Domani la presentazione ufficiale.
Zlatan Ibrahimovic è arrivato a Milano con un volo privato dalla Svezia. Ad attenderlo all’aeroporto di LinateZvonimir Boban, CFO del Milan. Ibrahimovic si trasferirà subito dopo alla clinica La Madonnina dove svolgerà le visite mediche. Il 3 prevista la presentazione ufficiale a Casa Milan. L’ex Juve e Inter è sceso dall’aereo privato e ha subito rilasciato un’intervista al canale tematico del Milan. Total black per l’attaccante, che indossa una felpa nera col cappuccio e jeans neri. Sorrisi ed emozione per lo svedese che firmerà un contratto di sei mesi. «Sono felice? Molto». È stata la stringata risposta dell’ex Psg scendendo dalla macchina che lo ha portato alla Clinica La Madonnina. L’auto, presa d’assalto dai tifosi, ha fatto una manovra per evitare la folla e Ibrahimovic è entrato da un ingresso secondario.
ACCOLTO DA UN GRUPPO DI TIFOSI
Grande entusiasmo per il suo arrivo a Linate, dove circa un centinaio di tifosi lo hanno atteso per rubare il primo scatto del ritorno dello svedese in casacca rossonera. Al passaggio della macchina con Ibrahimovic a bordo cori e applausi dedicati all’attaccante che ha promesso un cambio di passo nella stagione del Milan. “Assalto” che si è ripetuto anche a La Madonnina per le visite mediche di rito.
Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it
Le condizioni del sette volte campione del mondo di Formula 1 sono ancora avvolte nel riserbo assoluto. Ma la speranza cresce.
Il 29 dicembre 2013 Michael Schumacher finiva contro un sasso a Meribel, sulle Alpi francesi, mentre sciava fuori pista col figlio Mick, e la sua vita cambiava per sempre. cambiò per sempre. Il sette volte campione del mondo di Formula 1 rimase in condizioni critiche e coma indotto per mesi e mesi e impiegò 254 giorni prima di lasciare l’ospedale per fare ritorno nella sua dimora a Gland, nel cantone di Vaud, sul lago di Ginevra. Da allora la famiglia si è chiusa nel riserbo totale, circondandolo di affetto e centellinando le informazioni date ai media.
NIENTE È RIMASTO INTENTATO
Da quel poco che si è saputo in questi anni, sono circa 10 gli esperti di riabilitazione, tra fisioterapisti, infermieri e accompagnatori, che aiutano la famiglia Schumacher nell’assistere Michael. «Niente è rimasto intentato per velocizzare la guarigione di Schumacher», ha scritto la Bild, riportando, tra le altre cose, come gli venga fatto ascoltare il rombo del motore della sua Ferrari. Dopo anni di silenzio e blackout, nel 2019 ci sono state però grandi novità: Schumi avrebbe visitato l’ospedale George Pompidou di Parigi in diverse occasioni e la scorsa estate sarebbe stato sottoposto a un trattamento sperimentale con cellule staminali. Secondo la testimonianza di un’infermiera riportata da Le Parisien, l’ex pilota sarebbe «cosciente».
LE PAROLE DELLA MOGLIE CORINNA
Poi di nuovo il silenzio, salvo qualche breve parentesi aperta dalla moglie Corinna: «Potete stare certi che è nelle migliori mani possibili», ha detto in un’intervista a She’s Magazine della Mercedes, «e che stiamo facendo di tutto per aiutarlo. Vi preghiamo di comprendere che stiamo seguendo le volontà di Michael nel mantenere riservato un argomento così delicato come la sua salute». Schumacher compirà 51 anni il 3 gennaio2020 e ad oggi solo pochissime persone e amici hanno avuto la possibilità di avvicinarlo: Tra loro Jean Todt, il presidente della Fia ed ex capo della Ferrari: «Non passa mese, anche nei periodi più fitti di impegni, che io non passi a trovarlo e gli stia vicino a mio modo, nel modo che è ancora possibile», le parole dell’amico che un anno fa fece sapere di «aver visto il Gp del Brasile con lui».
PUBBLICATA UNA NUOVA PAGINA FAN
Proprio il 29 dicembre, nel giorno del sesto anniversario dell’incidente di Meribel, è stata pubblicata una nuova pagina di social media intitolata “KeepFightingMichael”, creata dal fan club della sua cittadina natale, Kerpen, vicino a Colonia. In occasione del lancio della pagina, Corinna Schumacher si è lasciata andare a una dichiarazione in cui molti hanno voluto vedere un segnale di speranza per i miglioramenti delle condizioni di salute del campione: «Le grandi cose iniziano sempre con piccoli passi», ha detto. Il fan club utilizzerà l’hashtag #KeepFighting per aumentare l’interesse sui social media. L’omonima fondazione della famiglia Schumacher sta raccogliendo fondi per la ricerca sulle lesioni cerebrali e del midollo spinale.
Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it
Una volta detto addio allo sport, il campione vorrebbe recitare in film importanti: «Voglio uscire dalla mia zona di confort. Quando lo fai, è una grande sfida».
«C’è vita dopo il calcio, ed è importante ricordarselo: vincere più Palloni d’oro e Champions mi rende più felice ma è solo una tappa». A Dubai, dove si trova per l’assegnazione dei Globe Soccer Awards, ecco il Cristiano Ronaldo che non ti aspetti, che mantiene intatto il desiderio di vincere («Spero che il 2020 sia un anno eccellente, come lo sono stati questi ultimi, anzi spero sia fantastico») ma filosofeggia sulla vita e rivela i suoi desideri per quando smetterà di giocare: «Non succederà a breve, ma quando accadrà avrò l’umiltà giusta di rendermi conto se la mia mente sarà più veloce del mio corpo». E tra i suoi sogni c’è Hollywood: «Recitare al top è un qualcosa a cui voglio prepararmi». Ecco quindi il CR7 in futuro attore, non tanto per vanità personale come potrebbe pensare chi non lo conosce e si ferma alle apparenze: «Voglio uscire dalla mia zona di confort. Quando lo fai, è una grande sfida e a me piacciono le sfide: voglio sorprendere prima me stesso e poi gli altri, e continuare a raggiungere traguardi».
LA LETTURA COME HOBBY PER IL TEMPO LIBERO
Nel frattempo c’è il Cristiano extra calcio di oggi, quello per il quale è importante trovare ogni giorno un paio d’ore da dedicare a se stesso: «Magari per rilassarmi o leggere un libro». Già i libri, forse uno dei rimpianti di uno che dalla vita ha avuto tutto. «Ho quattro figli e se mi chiedono qualcosa e non so rispondere mi vergogno, quindi devo autoeducarmi, perché per via del calcio non ho potuto studiare molto, ma quando mi chiedono qualcosa devo poter rispondere. Così quando avevo 26-27 anni ho cominciato ad essere più curioso nei confronti della vita, ad informarmi di più, a parlare meglio l’inglese, e a leggere un buon libro che fa crescere la tua intelligenza e la tua cultura».
Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it
Una volta detto addio allo sport, il campione vorrebbe recitare in film importanti: «Voglio uscire dalla mia zona di confort. Quando lo fai, è una grande sfida».
«C’è vita dopo il calcio, ed è importante ricordarselo: vincere più Palloni d’oro e Champions mi rende più felice ma è solo una tappa». A Dubai, dove si trova per l’assegnazione dei Globe Soccer Awards, ecco il Cristiano Ronaldo che non ti aspetti, che mantiene intatto il desiderio di vincere («Spero che il 2020 sia un anno eccellente, come lo sono stati questi ultimi, anzi spero sia fantastico») ma filosofeggia sulla vita e rivela i suoi desideri per quando smetterà di giocare: «Non succederà a breve, ma quando accadrà avrò l’umiltà giusta di rendermi conto se la mia mente sarà più veloce del mio corpo». E tra i suoi sogni c’è Hollywood: «Recitare al top è un qualcosa a cui voglio prepararmi». Ecco quindi il CR7 in futuro attore, non tanto per vanità personale come potrebbe pensare chi non lo conosce e si ferma alle apparenze: «Voglio uscire dalla mia zona di confort. Quando lo fai, è una grande sfida e a me piacciono le sfide: voglio sorprendere prima me stesso e poi gli altri, e continuare a raggiungere traguardi».
LA LETTURA COME HOBBY PER IL TEMPO LIBERO
Nel frattempo c’è il Cristiano extra calcio di oggi, quello per il quale è importante trovare ogni giorno un paio d’ore da dedicare a se stesso: «Magari per rilassarmi o leggere un libro». Già i libri, forse uno dei rimpianti di uno che dalla vita ha avuto tutto. «Ho quattro figli e se mi chiedono qualcosa e non so rispondere mi vergogno, quindi devo autoeducarmi, perché per via del calcio non ho potuto studiare molto, ma quando mi chiedono qualcosa devo poter rispondere. Così quando avevo 26-27 anni ho cominciato ad essere più curioso nei confronti della vita, ad informarmi di più, a parlare meglio l’inglese, e a leggere un buon libro che fa crescere la tua intelligenza e la tua cultura».
Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it
Juventus-Lazio si gioca a Riad dopo il precedente con polemiche di Gedda. Ma l’indignazione (anche se ipocrita) della scorsaprecedente edizione è svanita. Eppure l’Arabia è sempre lo stesso Paese che calpesta i diritti umani. La Lega Serie A tira dritto e pensa ai guadagni.
Lo stadio dell’Università Re Sa’ud è pronto. Domenica 22 dicembre 2019 alle 17.45 (ora italiana) Riad ospita la Supercoppa italiana, per la seconda volta consecutiva in Arabia Saudita dopo il precedente di Gedda. E se a fine 2018 la vigilia della partita tra Juventus e Milan fu accompagnata da una lunga serie di polemiche, stavolta Juventus e Lazio si apprestano a vivere la loro sfida nel silenzio generale. L’indignazione che nemmeno 12 mesi prima si era sollevata per la scelta di andare a giocare in uno dei Paesi che più calpesta i diritti umani sembra svanita nel nulla.
ATTIVISTE FEMMINISTE IN CARCERE
Eppure l’Arabia Saudita è sempre l’Arabia Saudita, in un anno non è cambiato poi granché. È vero, le donne ora possono viaggiare e guidare un’auto, ma continuano ad aver bisogno del permesso di un tutore maschio per sposarsi, andare a scuola e ottenere un passaporto. Intanto le attiviste femministe continuano a essere chiuse in carcere, dove le pratiche che violano i diritti umani continuano a essere perpetrate. Gli arresti arbitrari sono ancora all’ordine del giorno, come quello di Anas al-Mazrou, professore della stessa università che dà il nome allo stadio in cui si giocherà Juventus-Lazio, che nel marzo 2019 è finito in cella per aver parlato in pubblico a sostegno degli attivisti per i diritti delle donne detenute.
LA SCALA E QUEL CONTRATTO STRACCIATO
Sempre a marzo, sull’onda lunga dell’indignazione per quella Supercoppa a cui le donne avrebbero avuto accesso soltanto in un settore speciale riservato a loro, occupante il 15% dello stadio, il Teatro alla Scala stracciò il contratto che portava all’ingresso nel consiglio d’amministrazione della sua Fondazione del governo saudita. Il sindaco di Milano Giuseppe Sala annunciò la rinuncia a 15 milioni di euro in tre anni e la restituzione dei 3 già versati come acconto dagli arabi alla Fondazione. La Lega Serie A, per giocare la Supercoppa a Riad, di milioni ne prende esattamente la metà, 7,5 per tre edizioni, 2,5 l’anno, ma non ha mai pensato di poter rinunciare a una cifra che in realtà non sposta poi di molto il bilancio complessivo dei club partecipanti (a cui va il 90% della somma) e del calcio italiano in generale (alla Lega resta appena il 10%, 750 mila euro).
POLITICA DI ESPORTAZIONE PER LA SERIE A
Nemmeno l’omicidio di Jamal Khashoggi, giornalista saudita per il Washington Post, fortemente critico nei confronti del governo di Re Salman, torturato e massacrato nella sede del consolato arabo a Istanbul nell’ottobre del 2018, riuscì a cambiare lo stato delle cose. D’altra parte la Serie A aveva già intrapreso da anni la sua politica di esportazione della Supercoppa, con nove edizioni giocate all’estero prima di quella del gennaio 2019, spesso in Paesi non proprio celebri per il rispetto dei diritti umani (oltre a due negli Stati Uniti, se ne sono giocate infatti tre in Cina, due in Qatar e una Libia nel 2002, quando il Paese era ancora sotto il governo di Gheddafi, i rapporti del rais con Silvio Berlusconi erano ben oltre la semplice cordialità, e il figlio di Mu’ammar, Saadi, era appena diventato azionista della Juventus. In quelle edizioni la Lega guadagnò ancora meno dei 7,5 milioni che prende dall’Arabia Saudita: lo fece, piuttosto, per provare a rendere più globale il prodotto calcio italiano, ma verosimilmente anche in quanto strumento di diplomazia e geopolitica internazionale.
Selfie con Ciro Immobile per i tifosi arabi. (Getty)
CONTINUIAMO A VENDERE ARMI AI SAUDITI
L’Italia che non vuole i sauditi alla Scala è la stessa che continua a vendere loro armi per la guerra contro lo Yemen, le bombe fabbricate in Sardegna dalla tedesca Rwm, ma non solo. Secondo la relazione annuale sulla vendita di armi verso paesi stranieri che il governo ha presentato in parlamento a giugno, solo nel 2018 l’Italia ha spedito a Riad 108 milioni di euro in armamenti. Il calcio, insomma, non è che lo specchio di un Paese ipocrita che continua a fare affari e siglare intese con uno Stato da cui a parole prende le distanze.
Il trofeo della Supercoppa a Riad. (Getty)
GERMANIA E FRANCIA HANNO REAGITO
Eppure una via diversa è possibile. L’ha indicata la Federcalcio tedesca nel decidere che la Germania non avrebbe più giocato amichevoli contro nazionali di Paesi in cui non vige la parità di genere. L’ha fatto, in parte, anche la Spagna, dove all’indignazione per un accordo della Liga del tutto analogo a quello concluso dalla Serie A (la Supercoppa di Spagna si gioca a Gedda per tre edizioni in un nuovo formato che prevede un quadrangolare) è seguita la netta presa di posizione della tivù di Stato, la Tve, che ha deciso di non trasmettere gli incontri sui suoi canali. La Figc, invece, si è limitata a invitare al Barbera di Palermo, per la partita tra Italia e Armenia del 18 novembre, una delegazione di donne iraniane, costrette ancora a forti limitazioni all’accesso agli stadi nel loro Paese.
L’ITALIA FATICA PURE CON L’ANTI-RAZZISMO
La Serie A, però, non cambia idea. E dopo essersi mossa goffamente e con estremo ritardo sul fronte della lotta al razzismo negli stadi, sembra del tutto sorda agli appelli per il rispetto dei diritti umani in Arabia Saudita. Con buona pace di Kashoggi, della parità di genere, del rispetto dei diritti umani. Che evidentemente contano meno di una manciata di milioni e dell’esportazione di un brand che persino Cristiano Ronaldo fa fatica a risollevare a livello globale.
Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it
Sentimento indipendentista della Catalogna contro la squadra del governo di Madrid. Da sempre, ma ancora di più ora dopo il referendum del 2017, gli arresti e le proteste di piazza che hanno fatto rinviare la partita di ottobre. Storia di una sfida mai normale.
La Spagna si ferma, col fiato sospeso, in uno strano mercoledì che non è di coppa come da abitudine, e nemmeno un turno infrasettimanale di campionato di quelli che vanno di moda negli ultimi anni. La Spagna si ferma, col fiato sospeso, per una partita che attende da 53 giorni. La partita. Il Clásico, nella sua versione più estrema e politicizzata di sempre, che doveva essere giocato il 26 ottobre ma saltò perché nella città catalana migliaia di persone protestavano contro il governo di Madrid.
GLI INCROCI DI FUOCO NEL 2014 E NEL 2017
Un match ancora più delicato di quello del dicembre del 2017, poco dopo il referendum in Catalognadichiarato illegale da Madrid, con i leader indipendentisti in carcere e il presidente Carles Puigdemont autoesiliato (o in fuga, a seconda dei punti di vista) in Belgio. Più di quello che si disputò il 26 ottobre del 2014, due settimane prima della consultazione simbolica convocata dal governo di Artur Mas dopo il no della Corte costituzionale a un referendum vero.
ALLERTA PER L’ORDINE PUBBLICO
Barcellona e Real Madrid arrivano alla sfida del Camp Nou appaiate in testa alla classifica della Liga, 35 punti ciascuna. Ma il calcio sembra passare del tutto in secondo piano. Dalla capitale temono per la tenuta dell’ordine pubblico e la sicurezza di giocatori, dirigenti e tifosi madridisti. Il movimento catalanista Tsunami Democrátic ha annunciato una mobilitazione. Si temono assalti al pullman del Real, a quello dell’arbitro, e invasioni di campo.
Contro l’Atletico, il Barça è tornato a indossare la maglia a strisce gialle e rosse che riprende i colori della senyera catalana
Il Camp Nou, secondo gli opinionisti dei quotidiani vicini al Madrid, è da anni rifugio per tutto ciò che è stato definito incostituzionale, di istanze indipendentiste e bandiere estreladas. Nella recente trasferta al Wanda Metropolitano contro l’Atletico, il Barça è tornato a indossare la maglia a strisce gialle e rosse che riprende i colori della senyera catalana.
Lionel Messi con la maglia “indipendentista” esibita contro l’Atletico Madrid. (Ansa)
MÉS QUE UN CLUB DAL 1968
Non può che essere così, il Barcellona è més que un club, più di un club, e lo è da ben prima che Narcís de Carreras pronunciasse, nel 1968, la frase che sarebbe finita stampata sulle maglie da gioco blaugrana e sugli spalti del Camp Nou. Il Barça ha scelto chiaramente da che parte stare un secolo fa, a 20 anni esatti dalla sua fondazione avvenuta nel 1899 a opera di un gruppo di commercianti stranieri trapiantati in Catalogna, e quella parte è quella del catalanismo indipendentista e repubblicano. È così dal 1919, quando l’allora presidente del club Ricard Graells organizzò la Diada (Festa nazionale) dell’11 settembre per commemorare il 205esimo anniversario della caduta di Barcellona nelle mani delle truppe borboniche di Filippo V di Spagna.
FISCHI ALL’INNO NAZIONALE SPAGNOLO
Ci sarebbero voluti soltanto altri sei anni perché si introducesse un nuovo rito catartico catalano e catalanista, quello dei fischi alla Marcha Real, l’inno nazionale spagnolo accompagnato dalla disapprovazione del pubblico blaugrana ogni volta che viene eseguito prima di una finale di Copa del Rey. Era il 24 giugno del 1925 e il Barça aveva organizzato nel campi di Les Corts una partita contro l’Fc Jupiter. Il generale Primo de Rivera aveva preso il potere in Spagna due anni prima, instaurando una dittatura militarista e di estrema destra.
VILIPENDIO ED ESPULSIONE DEL PRESIDENTE GAMPER
Ogni partita del Barcellona, già all’epoca, era vista come riunione sediziosa, e per questo aveva bisogno di un permesso speciale per essere giocata. Il nulla osta, quel giorno, arrivò in extremis, con il pubblico ammassato fuori dallo stadio in attesa di poter entrare. Quando l’orchestra della Marina militare britannica cominciò a suonare, i fischi dei tifosi del Barça coprirono le note della Marcha Real. Un vilipendio che il Barça avrebbe pagato con l’espulsione del presidente Gamper e la sospensione delle attività per sei mesi.
SOTTO I COLPI DELLA DITTATURA DI FRANCO
Il Barcellona aveva preso una strada che non avrebbe più abbandonato e che anzi si sarebbe rinforzata nei 39 anni di governo di Francisco Franco, sotto i colpi di un regime che cancellò le autonomie e la lingua catalana, imponendo il castigliano come unico idioma legale, cambiando il nome della società da Foot-Ball Club Barcelona in Club de Futbol Barcelona e rimuovendo dal suo stemma i riferimenti all’identità catalana. Un regime cui il Barcellona pagò un pegno salato con l’uccisione del suo presidente repubblicano e di sinistra Josep Sunyol i Garriga nell’agosto del 1936, vittima di un’imboscata falangista in piena Guerra civile.
MA LA VERA SQUADRA DEL REGIME È L’ATLETICO
Dall’altra parte il Madrid avrebbe iniziato a costruirsi la fama di club fascista per via della presenza sempre più frequente del Generalisimo sugli spalti del Chamartín e del Santiago Bernabéu poi. E poco importa se la realtà forse fu un po’ diversa, un po’ più sfumata, se il vero e autentico club del regime fu l’Atletico Madrid, squadra dell’aviazione, se persino un grande intellettuale come Javier Marías ha dedicato un pezzo importante della sua attività a cercare di raccontare e far emergere il lato repubblicano del Madrid.
LA “VISITA” FALANGISTA NELLO SPOGLIATOIO BLAUGRANA
Il mito, si sa, è più forte della storia. E quello del Barcellona antifascista contro il Real di Franco si alimentò ulteriormente di episodi e aneddoti eloquenti. Come quell’11-1 con cui il Real Madrid superò il Barça nel ritorno della semifinale di Copa del Generalisimo del 1943, un risultato che ribaltò il 3-0 dell’andata e – si narra – arrivò a seguito di una visita di poca cortesia da parte di un manipolo di bravi falangisti nello spogliatoio blaugrana.
Il Real Madrid. (Ansa)
UNA CONTESA DI MERCATO SU DI STEFANO
O come il caso di mercato che segnò gli Anni 50, col passaggio di Alfredo Di Stefano al Real Madrid al termine di una lunga querelle coi blaugrana, che ritenevano di aver acquisito i diritti del giocatore prima dei rivali. Un equivoco che in realtà sarebbe nato dalla particolare situazione contrattuale di Di Stefano, che giocava in Colombia coi Millonarios (con cui si accordò il Barcellona) ma era tesserato per il River Plate (col quale negoziò il Real), ma che in Catalogna viene ancora oggi addebitato alle ingerenze e preferenze calcistiche di Franco.
A PIEDI CONTRO I RINCARI DEI BIGLIETTI DEL TRAM
Negli Anni 70, mentre la dittatura andava a spegnersi con le condizioni di salute del Caudillo, Manuel Vázquez Montalbán coniò l’espressione “esercito disarmato della Catalogna” per descrivere il Barcellona. Lo stesso Barcellona i cui tifosi, nel 1951, tornarono a casa a piedi dopo una partita vinta contro il Santander, facendo chilometri sotto la pioggia battente, per non prendere i tram i cui biglietti avevano appena subito un forte rincaro per decisione del governo nazionale.
LAPORTA E IL RITORNO DEL SENTIMENTO CATALANO
Un ruolo che il Barça aveva rivestito, volente o nolente, nel corso della sua storia, e che sarebbe diventato di fatto inscindibile dai suoi colori, a prescindere dalle intenzioni e dai programmi dei suoi presidenti. Josep Lluìs Núñez, presidente per 22 anni tra il 1978 e il 2000, tentò di allontanare il club dalle influenze politiche indipendentiste e di sinistra, per trasformarlo semplicemente in una fortissima polisportiva. Ci riuscì, almeno in parte, diventando il presidente più vincente nella storia del Barcellona, ma fu travolto dal ritorno del sentimento catalano che portò nel 2003 all’elezione del suo grande oppositore Joan Laporta.
L’ORGOGLIO DI GUARDIOLA DOPO LA COPPA DEI CAMPIONI
Nei sette anni di Laporta il Barça è tornato a essere tutt’uno con la causa catalana, impersonata in campo da una squadra che aveva ritrovato nel suo settore giovanile la sua forza principale e nell’allenatore catalano e catalanista Pep Guardiola il suo alfiere. Nel 1992, quando da giocatore fu protagonista della prima Coppa dei Campioni vinta dal Barça, Guardiola si sporse dal balcone della Generalitat, la sede del sistema amministrativo-istituzionale del governo catalano, e disse: «Ciutadans de Catalunya, ja la tenim aquí» («Cittadini di Catalogna, finalmente l’abbiamo qui»). Non era una frase qualunque, ma una citazione dell’ex presidente catalano Josep Tarradellas, fuggito in Francia durante il franchismo. Tarradellas, che nel 1979 avrebbe messo la sua firma sull’Estatut che sanciva il ritorno dell’autonomia catalana, rientrando nel 1977 a Barcellona dopo un esilio lungo 38 anni, pronunciò dallo stesso balcone: «Ciutadans de Catalunya, ja sóc aquí» («Cittadini di Catalogna, sono finalmente qui»).
Pep Guardiola ai tempi in cui giocava col Barcellona. (Ansa)
BARTOMEU DECISAMENTE PIÙ TIEPIDO
Il clima non è cambiato nemmeno con la fine dell’era Laporta. Anzi, il precipitare della questione catalanista, coi due referendum già citati e una dichiarazione di indipendenza unilaterale, con l’incarceramento e la condanna dei leader indipendentisti e il commissariamento della Generalitat, ha finito per trascinare il club e la sua dirigenza sempre più dentro l’agone politico. Una posizione in cui, probabilmente, il presidente Josep Bartomeu, decisamente più tiepido di Laporta sulla causa indipendentista, avrebbe preferito non trovarsi, ma dalla quale non è potuto scappare. Quando nel 2014 fu convocato il primo referendum, contro il parere della Corte costituzionale, il Barça fu uno degli ultimi club ad appoggiare pubblicamente la causa, preceduto persino dai rivali cittadini che portano gli aggettivi Real ed Espanyol nel loro nome e che tradizionalmente sono identificati con la parte fedele alla monarchia della metropoli. Eppure il Barcellona è ancora lì, a rappresentare l’esercito disarmato della Catalogna, così come Vázquez de Montalbán l’aveva dipinto quasi mezzo secolo fa. Portatore di un’identità diventata più grande di ogni altra cosa, persino dei trofei vinti e dei reali programmi di chi lo dirige. Tutt’uno con la causa catalana e nemico di Madrid. Non solo sul campo.
Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it
Il quotidiano pubblica una lettera offensiva di un lettore. E Cucci risponde senza prendere le distanze. L’allenatore non parla coi giornalisti.
Colpirne centro per educarne uno. A due settimane di distanza dalla polemica sul titolo Black Friday su Romelu Lukaku e Chris Smalling, per cui l’Inter non aveva preso provvedimenti a differenza di Roma e Milan, la conferenza stampa dell’allenatore Antonio Conte viene annullata a causa di una lettera pubblicata dal Corriere dello Sporte alla risposta di Italo Cucci, entrambe ritenute «offensive» nei confronti dell’allenatore. «Ieri», scrive la nota, «dal Corriere dello Sport è stata pubblicata una lettera offensiva nei confronti del nostro allenatore, giustificando l’aggressione nel commento».
CONTE DEFINITO «ESAURITO»
Il 13 dicembre il quotidiano sportivo romano ha dedicato mezza pagina all’eliminazione dell’Inter dalla Champions League e pubblicato, nella pagina dedicata ai lettori, una mail di un tifoso del Bologna che contesta Conte offendendolo: «Godo nel vedere la Grande Inter surclassata dal Barcellona B che ha fatto vedere come si gioca a pallone a quell’esaurito del suo allenatore». Il tifoso ha contestato la «beatificazione» dell’allenatore nerazzurro che «nella sua carriera nonostante le vittorie, non ha mai fatto vedere un bel gioco» e «si è lamentato della campagna acquisti».
CUCCI RINCARA LA DOSE SU ICARDI
La risposta di Italo Cucci non ha certo gettata acqua sul fuoco: «Alla sua cattiveria aggiungo la mia che sono disposto a far diventare un tormentone: quando confesseranno, dirigenti (anche amici) e tifosi dell’Inter che senza Icardi hanno buttato via la Champions e forse anche il resto? Slogan: No Icardi, no party». L’Inter quindi, con un comunicato, ha annunciato l’annullamento della conferenza stampa della vigilia di Fiorentina-Udinese a pochi minuti dall’orario d’inizio con i giornalisti convenuti ad Appiano Gentile.
Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it
Impresa delle due italiane, separate al traguardo da un solo centesimo. Sofia vince malgrado la perdita di un bastoncino. Terzo posto per l’americana Shiffrin.
Strepitosa doppietta azzurra nel SuperG di Coppa del mondo di Sankt Moritz: prima Sofia Goggia in 1.12.96 e seconda a un centesimo, pari a 27 centimetri, Federica Brignone in 1.12.97. Terzo posto per l’americana Mikaela Shiffrin in 1.13.09.
SETTIMO TRIONFO PER GOGGIA IN COPPA DEL MONDO
Per la bergamasca Goggia – 27 anni e oro olimpico in discesa – è la settima vittoria di Coppa del mondo in carriera e il 26esimo podio. Sofia è stata in grado di imporsi malgrado la perdita del bastoncino sinistro a un centinaio di metri dal traguardo.
SECONDA DOPPIETTA AZZURRA STAGIONALE
Per la valdostana Brignone è, invece, il 30esimo podio in carriera. Questa è la seconda doppietta azzurra stagionale dopo quella nel gigante di Killington vinto da Marta Bassino davanti a Brignone, il 30 novembre scorso.
Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it