Manovra, l’intervento di Giorgetti in Senato

L’avvio dell’esame della manovra a Palazzo Madama è stato segnato da tensioni già nelle prime ore della mattinata. Intorno alle 9:30, all’apertura della seduta, le opposizioni hanno contestato l’assenza di due dei quattro relatori incaricati di illustrare il testo licenziato dalla commissione Bilancio: non erano presenti il senatore di Fratelli d’Italia Guido Liris né quello di Forza Italia Dario Damiani. Il clima è rimasto acceso per tutta la discussione generale, fino all’intervento del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, arrivato in Aula poco prima delle 20. Nel suo intervento, il ministero ha difeso l’impianto della manovra rivendicando una linea di cautela. «Prudenza, non austerità», ha affermato il titolare del Mef, spiegando: «Con il livello di debito pubblico che ha questo Paese, non posso ragionare come avveniva fino a cinque anni fa con tassi vicini allo zero». Ha poi aggiunto che proprio per questa ragione l’esecutivo ha seguito una strategia volta a «contenere miracolosamente il livello dello spread». Secondo il ministro, si tratta di un approccio che rafforza la posizione dell’Italia anche fuori dai confini nazionali: «Grazie a questo tipo di politica l’Italia si presenta a testa alta in Europa e nel mondo».

Giorgetti: «Tassazione su pacchi extra Ue? Ci sono negozi costretti a chiudere»

Giorgetti ha poi richiamato diversi capitoli della manovra, dalla sanità alla riduzione dell’Irpef, fino all’introduzione della tassa sui pacchi provenienti da Paesi extra Ue. Su questo punto ha chiarito che «si è detto che è una maggior tassazione a carico dei consumatori: no», sottolineando che «ci sono anche i negozi fatti da persone, uomini e donne che di fronte a questa concorrenza sleale sono costretti a chiudere» e ricordando come anche a livello europeo si sia compreso che l’afflusso incontrollato di spedizioni potesse «avrebbe distrutto anche con riflessi economici e sociali la rete del commercio». Spazio anche al tema della previdenza complementare: «Coraggiosamente abbiamo affrontato un tema ineludibile senza il secondo pilastro le pensioni del futuro non saranno in grado di garantire pensioni dignitose. Quindi è una scelta che nel lungo termine farà un gran bene soprattutto ai giovani e questo lo rivendico». Infine, un riferimento ai rinnovi dei contratti pubblici, rivendicando il ruolo svolto dal Mef: «Di fianco a me c’è il ministro della Pa Paolo Zangrillo: è fortunato perché ha trovato un ministro dell’Economia come me…Il ministro ha firmato i contratti del pubblico impiego che erano vecchi e fermi da anni e anche questa è una cosa storica, un fatto nuovo».

Il referendum sulla riforma della giustizia si terrà in due giorni

Il Consiglio dei ministri ha approvato il decreto legge con «disposizioni urgenti per le consultazioni elettorali e referendarie dell’anno 2026»: le votazioni sul referendum riguardante la riforma della giustizia – che prevede la separazione delle carriere dei magistrati – si svolgeranno in due giornate, domenica e lunedì. Le date del referendum, al momento, non sono ancora state decise: il voto si terrà comunque in primavera. Il dl si è reso necessario in quanto la legge attualmente in vigore stabilisce che le operazioni di voto per le consultazioni referendarie avvengano nella sola giornata di domenica.

Cosa ha detto Piantedosi sul possibile sgombero di CasaPound

Durante L’aria che tira su La7, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha dichiarato che stabile di CasaPound a Roma «è tra le priorità per quanto riguarda la lista degli immobili da sgomberare», aggiungendo che «si trova tra le prime sei-sette posizioni, secondo criteri che non sono comunque vincolanti del tutto». Il titolare del Viminale ha poi detto: «Abbiamo fatto sgomberi di qualsiasi colore politico, io stesso da prefetto di Roma ne ho fatti tanti, anche di Forza Nuova. Su CasaPound quando ero prefetto ho preso l’impegno l’immobile è stato iscritto tra quelli da sgomberare».

Le parole di Piantedosi sullo sgombero di Askatasuna

Piantedosi, sempre nel corso de L’aria che tira, ha anche parlato dello sgombero del centro sociale Askatasuna di Torino, spiegando che nel mirino delle forze dell’ordine è finito «un immobile occupato abusivamente da 30 anni dove trovavano dimora persone che anche si sono contraddistinte per assalti ripetuti ai cantieri di Chiomonte, quelli della Tav, e anche per azioni fatte al di fuori dei confini della città ogni volta che ci sono manifestazioni che in qualche modo impegnano il controllo dell’ordine pubblico».

Meloni occhio, c’è la Corte dei Conti contro il governo: le pillole del giorno

È una di quelle conferenze stampa pre-natalizie capaci di far traballare anche la maggioranza più stabile: nella giornata di lunedì è in programma a Roma un singolare incontro con la stampa, organizzato dall’Associazione Magistrati della Corte dei Conti, convocato per evidenziare le criticità del ddl Funzioni della Corte dei Conti (o riforma Foti), già approvato dalla Camera e atteso al voto del Senato il 27 dicembre. La riforma, voluta fortemente dal governo di destra-centro, prevede – tra le altre cose – che per il controllo preventivo di legittimità su appalti, grandi opere, programmi di spesa i magistrati contabili abbiano appena 30 giorni. Se il parere non arriva puntuale, scatta il silenzio-assenso e di conseguenza l’esenzione dalla colpa grave e dal danno erariale.

Già il luogo scelto, nel centro storico della Capitale, dovrebbe preoccupare la presidente del Consiglio Giorgia Meloni: si tratta della sala del Camino dell’istituto intitolato a don Luigi Sturzo, in via delle Coppelle, un posto frequentatissimo dall’ex numero uno dell’Agenzia delle Entrate Ernesto Maria Ruffini, dove si svolgono incontri e dibattiti sul futuro dei democristiani nella politica italiana, la sede nella quale il presidente emerito della Corte Costituzionale Cesare Mirabelli ha presentato il progetto di una “Camaldoli europea”, e molto altro ancora. Insomma, «meditate, gente, meditate». Che poi il ruolo dell’Associazione Magistrati della Corte dei Conti, costituita il 17 febbraio 1949, è molto ampio: ha lo scopo di tutelare l’esercizio della funzione dei magistrati contabili e i loro interessi morali ed economici, e «di assicurare il contributo dell’esperienza degli associati nell’elaborazione delle riforme legislative inerenti all’ordinamento e alle funzioni dell’istituto», oltre che «di promuovere l’attuazione di un ordinamento che realizzi l’indipendenza e l’autonomia della magistratura della Corte dei Conti in conformità alla Costituzione e alle esigenze di un regime democratico». Curiosità: l’associazione ha stipulato una serie di convenzioni, tra le quali spicca quella con Italo treni, che prevede sconti del 30 per cento per i magistrati viaggiatori, mentre non sembra esserci traccia di accordi con le Ferrovie dello Stato… 

Meloni occhio, c’è la Corte dei Conti contro il governo: le pillole del giorno
La sede della Corte dei Conti a Roma (Imagoeconomica).

Dopo Askatasuna, Askatafascio?

La battaglia per Askatasuna non è finita, su entrambi i fronti: la palazzina torinese è blindata, il centro sociale non la vuole dare vinta al governo, il Viminale punta alla «sicurezza». Già, ma dopo a chi toccherà? L’obiettivo è su Roma, con lo SpinTime, in via Santa Croce in Gerusalemme, centro già aiutato da Papa Francesco che incaricò l’Elemosiniere Konrad Krajewski di riallacciare la corrente staccata per morosità, e CasaPound all’Esquilino. «Dopo Askatasuna, Askatafascio?», si commenta nella Capitale…

Meloni occhio, c’è la Corte dei Conti contro il governo: le pillole del giorno
La sede di CasaPound all’Esquilino (Imagoeconomica).

Cacciari alla presentazione del libro di Irti

Natalino Irti è un gigante del diritto, giurista finissimo, accademico dei Lincei, già presidente del Credito Italiano, vicepresidente di Enel, e molto altro ancora: classe 1936, il 22 gennaio del prossimo anno presenterà il suo nuovo libro Sguardi nel sottosuolo. Dove? Proprio nella sede dell’Accademia Nazionale dei Lincei, a Roma, con il filosofo Massimo Cacciari. Ma cosa intende Irti per sottosuolo? «Il sostrato, in cui l’individuo, sciolto dai vincoli funzionali degli apparati tecnici e produttivi, prova a costruire o scoprire la propria identità. Donde un oscuro agitarsi di istinti e desideri, di ambiguità e smarrimenti. Dove trovare il mito o la fede, che rivelino noi a noi stessi e pure ci stringano agli altri? Come percorrere le strade buie e impervie del sottosuolo? E qui il diritto ‘privato’ riprende il suo carattere privato, e si porge come difesa e riparo. Un diritto, che appare diviso dalle leggi economiche e finanziarie del soprassuolo, e non obbedisce ad alcuna legge di coerente razionalità. Ne discendono corollarî decisivi intorno alla funzione del diritto, alla sua crisi, all’eredità, accolta o rifiutata, di concetti che un tempo ci parvero indispensabili. Questo libro, alle illusioni consolatorie, preferisce la sobria nudità della diagnosi».

Meloni occhio, c’è la Corte dei Conti contro il governo: le pillole del giorno
Natalino Irti (Imagoeconomica).

Oltre a Cacciari saranno presenti Roberto Antonelli, presidente dell’Accademia Nazionale dei Lincei, monsignor Riccardo Battocchio, vescovo di Vittorio Veneto, il linceo Luigi Capogrossi Colognesi. E tanti vecchi amici di Irti, a cominciare dai suoi concittadini dell’abruzzese Avezzano. Uno tra tutti, Gianni Letta.

Meloni occhio, c’è la Corte dei Conti contro il governo: le pillole del giorno
Massimo Cacciari (Imagoeconomica).

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Manovra, Pd: «È la peggiore degli ultimi 30 anni»

La Manovra di bilancio approda lunedì mattina in Senato per il passaggio decisivo, con l’esecutivo che punta a chiudere entro Natale per evitare l’esercizio provvisorio e arrivare al via libera della Camera il 30 dicembre. Nel rush finale sono state riassorbite le tensioni interne al governo dopo il blitz della Lega sulle pensioni: Matteo Salvini rivendica di aver ottenuto lo stop a un ulteriore irrigidimento dei requisiti per l’uscita anticipata, affermando: «Abbiamo chiesto 10 miliardi di euro alle banche e abbiamo ottenuto che non ci sarà l’aggravamento delle condizioni per andare in pensione». Sul piano delle misure, scompaiono anche il riscatto agevolato della laurea e finestre più lunghe per lasciare il lavoro, mentre aumentano i tagli sull’anticipo di lavoratori precoci e usuranti. Per evitare nuovo attrito, il governo ha disinnescato anche il fronte del condono edilizio trasformandolo in un ordine del giorno che «impegna il governo ad adottare» la norma nel «primo provvedimento utile», cioè un decreto. Dal fronte delle opposizioni si alzano le critiche di Pd, M5s e Cgil, che accusano l’esecutivo di scaricare i costi su lavoratori e servizi.

Manovra, Pd: «È la peggiore degli ultimi 30 anni»
L’Aula del Senato (Imagoeconomica).

Le critiche delle opposizioni sulla Manovra

Elly Schlein definisce la legge «fatta tagliando le pensioni, sulla pelle di chi ha lavorato una vita, che colpisce la sanità pubblica e taglia scuola e università», mentre per Francesco Boccia (Pd) «siamo alla peggiore legge di bilancio degli ultimi 30 anni». Giuseppe Conte parla di una Manovra «misera e ingiusta», pur rivendicando lo stop a «obbrobri come la corsa al condono e l’innalzamento del tetto del contante a 10 mila euro». Per Stefano Patuanelli (M5s), il ritiro delle norme sulle pensioni è «una figuraccia politica e istituzionale» che ha evitato di oltrepassare «la linea Maginot delle pensioni». Il segretario Cgil Maurizio Landini alza ulteriormente i toni: «Lo spettacolo indegno di queste ore sul maxi emendamento alla Manovra conferma che c’era una ragione di più per scioperare». Per lui il governo «si taglia sui più deboli mentre si sta dalla parte dei forti» e promuove «una logica inaccettabile».

Il governo rivendica compattezza

Il responsabile nazionale di FdI Giovanni Donzelli risponde alle polemiche affermano che la coalizione è «compatta», grazie anche alla premier Giorgia Meloni che «fa sintesi». Il vicepremier Antonio Tajani definisce «fisiologiche» le fibrillazioni nella Lega e difende la legge sull’Irpef che «riduce l’aliquota dal 35 al 33 per cento» e sostiene «il ceto medio». Meloni cita un sondaggio di Affaritaliani.it secondo cui il 58,9 per cento degli italiani approva le misure: «Ci incoraggia e ci responsabilizza ancora di più».

Manovra, via libera dalla commissione Bilancio: tutte le novità

La commissione Bilancio del Senato ha dato il via libera alla manovra, che arriverà in Aula lunedì per la discussione e martedì per la votazione. Il maxi-emendamento del governo approvato prevede misure per le imprese, per il piano casa e per le infrastrutture. Oltre che per le pensioni, con lo stop alla possibilità di andare in pensione di vecchiaia anticipatamente cumulando gli importi di forme pensionistiche di previdenza complementare. Previsti poi tagli all’anticipo pensionistico per i lavoratori precoci. Per quanto riguarda il Tfr, si estende la platea delle aziende che dovranno conferirlo al fondo Inps. Nel biennio 2026-2027 quelle che hanno raggiunto i 60 dipendenti dovranno attenersi a questa misura e successivamente lo dovranno fare tutte quelle con 50 dipendenti. Dal 2032 verranno toccate anche quelle più piccole con 40 dipendenti. Torna anche il meccanismo di adesione automatico alla previdenza complementare per tutti i neo assunti, che scatterà da luglio.

Le norme per imprese, infrastrutture e condono

Quanto alle imprese, arrivano 1,3 miliardi per il credito d’imposta Transizione 4.0, i cui fondi sono andati esauriti, e 532,64 milioni per le aziende che hanno fatto domanda per il credito d’imposta per la Zes unica. Rifinanziati, con complessivi 780 milioni nel 2032 e 2033, gli stanziamenti per il Ponte sullo Stretto di Messina. Resta la decurtazione di 50 milioni di euro per le metro C di Roma ma anche per Milano (M4) e Napoli (Napoli-Afragola). Infine, niente da fare per l’emendamento che riapriva i termini del condono edilizio del 2003. La proposta di modifica presentata da FdI viene trasformata in ordine del giorno. Dopo il passaggio in Senato, il testo dovrebbe ricevere l’ok finale della Camera il 30 dicembre.

Manovra, al via la commissione Bilancio: i temi sul tavolo

Al via la commissione Bilancio del Senato sulla manovra. Ai lavori partecipa anche il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, arrivato in Senato intorno alle 10 di sabato 20 dicembre. Nel nuovo emendamento del governo, salta la possibilità di andare in pensione di vecchiaia anticipatamente cumulando gli importi di forme pensionistiche di previdenza complementare. Si sopprime così una norma introdotta dalla Legge di bilancio dello scorso anno ottenendo risparmi annuali fino a 130,8 milioni nel 2035 sulla spesa pensionistica nei prossimi anni.

Dal Tfr al Piano casa fino al Ponte sullo Stretto

Nel nuovo testo ci sono le risorse per i crediti d’imposta di Transizione 5.0 e per la Zona economica speciale (Zes), le misure sul Tfr, tra cui l’adesione automatica alla previdenza complementare per i neo assunti, un contributo da 1,3 miliardi a carico delle assicurazioni, le risorse per il Piano casa e il rifinanziamento degli stanziamenti relativi al Ponte sullo Stretto di Messina, alla luce delle ultime decisioni della Corte dei Conti.

La mossa dell’Ue sull’aborto sicuro e la distanza politica con l’arretratezza italiana

Il parlamento europeo ha approvato una risoluzione che sostiene l’iniziativa dei cittadini “My Voice, My Choice”, chiedendo alla Commissione di costruire un meccanismo di solidarietà per garantire l’accesso all’interruzione volontaria di gravidanza nei Paesi dove viene ostacolato o del tutto negato. A Strasburgo il dibattito si è mosso sul terreno dei diritti fondamentali, della salute pubblica, dell’eguaglianza sostanziale. Da Roma lo sguardo appare più corto, ripiegato su una gestione difensiva, quando non apertamente ideologica, della legge 194. Un solco.

Oltre 20 milioni di donne nell’Ue senza aborto sicuro

La risoluzione europea nasce da un dato di realtà: secondo la stessa documentazione della Commissione, oltre 20 milioni di donne nell’Unione europea vivono in Paesi dove l’accesso all’aborto sicuro è vietato o fortemente limitato da barriere legali e pratiche. L’Europa, pur priva di competenze dirette in materia sanitaria, sceglie una via indiretta ma politica: usare fondi comuni e cooperazione transfrontaliera per ridurre le disuguaglianze. È una modernità imperfetta, ma dichiarata. La salute riproduttiva viene trattata come prerequisito di cittadinanza, non come concessione morale.

Il 63,4 per cento dei ginecologi italiani è obiettore di coscienza

Il confronto con l’Italia è impietoso. Formalmente, il diritto esiste dal 1978. Nella pratica, la sua applicazione è diventata una corsa a ostacoli. L’ultima relazione ufficiale del ministero della Salute sull’attuazione della legge 194, basata sui dati 2022 e presentata con due anni di ritardo, certifica che il 63,4 per cento dei ginecologi italiani è obiettore di coscienza. In alcune regioni la percentuale supera l’80 per cento, con punte che arrivano oltre il 90. In Molise l’accesso all’IVG è garantito da un solo medico non obiettore sull’intero territorio regionale. In Sicilia e Abruzzo intere province risultano prive di un servizio continuativo. Il risultato è una geografia organica del diniego che costringe alla mobilità sanitaria o, nei casi peggiori, alla rinuncia.

Spalancata la porta ad associazioni apertamente anti-scelta

L’Europa, nella sua risoluzione, indica esplicitamente queste barriere come problemi da rimuovere: abuso dell’obiezione di coscienza, ritardi procedurali, ostacoli amministrativi privi di giustificazione clinica. In Italia, la risposta politica segue una traiettoria opposta. L’emendamento al decreto Pnrr approvato nel 2024 consente alle Regioni di coinvolgere soggetti del Terzo settore nei consultori pubblici, spalancando la porta ad associazioni apertamente anti-scelta. La misura non rafforza i servizi, non prevede nuove assunzioni, non riduce le liste d’attesa. Sposta il baricentro culturale dei consultori, nati come presidi laici di prevenzione e informazione, verso una funzione di dissuasione morale.

La polemica sulla “stanza dell’ascolto” dentro l’ospedale Sant’Anna di Torino

Il Piemonte è diventato un caso emblematico. La “stanza dell’ascolto” affidata al Movimento per la vita dentro l’ospedale Sant’Anna di Torino, il più grande presidio ostetrico d’Europa, è stata dichiarata illegittima dal Tar nel luglio 2025. I giudici hanno rilevato l’incompatibilità tra le finalità statutarie dell’associazione e la funzione di un servizio pubblico sanitario, oltre all’assenza di garanzie professionali per le persone coinvolte. La politica regionale ha minimizzato, parlando di stop temporaneo e di riscrittura della convenzione. Il segnale resta chiaro: l’intervento giudiziario argina, ma non corregge l’impostazione.

La mossa dell’Ue sull’aborto sicuro e la distanza politica con l’arretratezza italiana
Sottoscrizione dell’apertura di una stanza ascolto al Sant’Anna di Torino per chi pensa all’aborto (Ansa).

Ritardi e scarsa trasparenza nelle relazioni annuali sull’attuazione della 194

C’è poi la questione strutturale della trasparenza. Le relazioni annuali sull’attuazione della 194 arrivano sistematicamente in ritardo e senza dati disaggregati per singola struttura sanitaria. Questo rende impossibile sapere in anticipo dove il servizio è realmente disponibile. L’associazione Luca Coscioni ha definito questa opacità una forma di ostacolo amministrativo strutturale. Anche qui la distanza con il dibattito europeo è evidente: a Bruxelles la trasparenza è parte integrante della garanzia dei diritti, in Italia resta un elemento marginale.

L’Italia non segue le raccomandazioni dell’Oms

Sul fronte dell’aborto farmacologico il quadro non migliora. Le linee di indirizzo del ministero della Salute del 2020 consentono l’uso della pillola RU486 fino alla nona settimana e in regime ambulatoriale. Eppure diverse Regioni continuano a imporre ricoveri ordinari di tre giorni o limitazioni temporali più restrittive, in contrasto con le indicazioni cliniche e con le raccomandazioni dell’Organizzazione mondiale della sanità. Una procedura semplice viene così trasformata in un percorso medicalizzato e scoraggiante. Nello stesso periodo, il parlamento europeo discute di telemedicina e accesso diffuso ai servizi di salute riproduttiva.

La mossa dell’Ue sull’aborto sicuro e la distanza politica con l’arretratezza italiana
Manifestazione per il diritto all’aborto (Ansa).

Siamo tra i Paesi che rallentano l’evoluzione dei diritti riproduttivi

Il voto di Strasburgo ha messo in scena anche l’imbarazzo della delegazione italiana, tra errori, rettifiche e spaccature nella maggioranza. Ma il dato politico va oltre la cronaca parlamentare. L’Italia si colloca sempre più spesso sul fronte dei Paesi che rallentano l’evoluzione dei diritti riproduttivi, mentre Francia, Spagna e Germania spingono per un riconoscimento pieno e strutturale, arrivando a iscrivere l’accesso all’aborto nel perimetro delle garanzie fondamentali.

L’Unione indica una direzione: meno retorica, più accesso reale

Vista dall’Europa, l’Italia appare piccola perché difende una formalità svuotata invece di misurarsi con l’effettività dei diritti. La legge 194 resta in piedi, ma circondata da barriere amministrative, culturali e organizzative che ne riducono la portata. L’Unione, con tutti i suoi limiti, indica una direzione chiara: meno retorica, più accesso reale. Potrebbe sembrare una distanza tecnica. È una distanza profondamente politica. È piccola, piccolissima, l’Italia vista da qui.

Manovra: Meloni convoca d’urgenza Tajani, Salvini e Giorgetti

Venerdì sera la premier Giorgia Meloni ha riunito d’urgenza i vicepremier Antonio Tajani e Matteo Salvini, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti e il viceministro Maurizio Leo, per affrontare lo scontro interno alla Lega sulla manovra. Il vertice arriva dopo lo stop del partito di Salvini al pacchetto previdenziale che il Tesoro aveva inserito nel maxi-emendamento alla legge di bilancio. Secondo quanto riportato da Repubblica, nella notte i senatori leghisti avevano minacciato di lasciare il governo se Giorgetti non avesse tolto l’inasprimento dei criteri pensionistici per chi ha riscattato la laurea e l’ipotesi di un allungamento delle finestre mobili per chi vuole andare in pensione anticipata. Nel pomeriggio Tajani ha provato a ridimensionare lo scontro, parlando di «misunderstanding» dentro la Lega e confermando che la manovra verrà approvata «nei tempi previsti», rivendicando il sostegno al ceto medio. Intanto Elly Schlein  punta il dito contro l’esecutivo: «Meloni pochi giorni fa alla camera faceva la spavalda, ma stanotte si è rotta la sua maggioranza». 

Manovra, Schlein: «Stanotte si è rotta la maggioranza»

Dopo la notte complicata della maggioranza sul tema manovra, dall’aula del Senato Elly Schlein punta il dito contro l’esecutivo: «È finita Atreju ma il paese reale è lì con i suoi problemi. Meloni pochi giorni fa alla camera faceva la spavalda, ma stanotte si è rotta la sua maggioranza», ha dichiarato. Secondo la leader dem: «Giorgetti sfiduciato ha ritirato la sua proposta ma l’aumento dell’età pensionabile è già in manovra, aumenterà per il 96 per cento dei lavoratori incluse le forze dell’ordine». Schlein ha poi parlato di una situazione di forte confusione, chiedendo un chiarimento diretto da parte della presidente del Consiglio e del titolare del Mef.

Schlein: «Pazzesco il colpo di mano tentato sulle pensioni»

Nel suo intervento e successivamente in conferenza stampa, la segretaria del Pd è tornata con forza sul tema previdenziale. «In un momento di caos per il momento vorremmo chiarezza da Meloni e Giorgetti. Trovo pazzesco questo colpo di mano tentato sulle pensioni perché non si scherza con i risparmi di chi ha lavorato una vita intera. Sulle pensioni si consuma il più alto tradimento delle promesse elettorali della Meloni», ha affermato. Schlein ha inoltre precisato che «l’aumento dell’età pensionabile non cade con il ritiro dell’emendamento». Poi l’appello: «Chiediamo alla maggioranza di votare il nostro emendamento per il blocco. Così come il resto del pacchetto messo a punto con l’opposizione». E infine la richiesta al governo a fornire «garanzie» sulle parti eliminate della manovra che riguardano «Transizione 5.0, caro materiale e Zes unica».

Forza Italia a un bivio: o si cambia davvero o via il simbolo

Mal gliene incolse. Dopo che Antonio Tajani ha annunciato di volersi ricandidare alla guida di Forza Italia, i Berlusconi (nel senso di Marina e Pier Silvio) già provati dalla vicenda Signorini-Corona, non l’hanno presa bene. Il vicepremier nonché titolare della Farnesina si è candidato alla riconferma come se quello azzurro fosse un partito normale. Invece è una proprietà della famiglia di Arcore da rimettere in ordine. E il tempo della gestione notarile è finito.

Forza Italia a un bivio: o si cambia davvero o via il simbolo
Paolo Barelli e Antonio Tajani (Imagoeconomica).

Nei conciliaboli si fa strada il nome di Deborah Bergamini

L’irritazione è netta: il cambio lo vogliono non per sfizio, ma per necessità. E non passa dall’usato sicuro. Nei conciliaboli interni, mentre tutti puntano gli occhi su Roberto Occhiuto e il suo movimentismo, dietro le quinte si fa strada il nome di Deborah Bergamini, decana del partito. Una dirigente che conosce il berlusconismo come pochi, visto che fu proprio il Cavaliere, nell’ormai lontano 1999, a sceglierla come consulente alla comunicazione prima di dirottarla alla Rai in posizioni di vertice.

Forza Italia a un bivio: o si cambia davvero o via il simbolo
Deborah Bergamini (Imagoeconomica).

L’aut aut degli eredi del Cav

Ma sul toto nomi per il dopo Tajani il rumore di fondo del caso Corona sta pesando. La real casa del Biscione sospetta che dietro gli attacchi e il loro perfetto tempismo ci sia la manina di qualcuno che teme la discesa in campo della famiglia o, peggio, un vero rinnovamento di Forza Italia. Quindi bisogna fare presto a giubilare Tajani per poi voltare pagina. Il dopo, per i Berlusconi, è già delineato. Non solo nei nuovi dirigenti, ma forse anche nuovi simboli, visto che sono pronti a togliere nome e marchio dal logo che porta ancora la dicitura “Berlusconi presidente”, e con esso liberarsi dei 90 milioni di fideiussioni. Il messaggio degli eredi di Silvio è perentorio: o il partito cambia davvero, o smette di chiamarsi Forza Italia.

Manovra, scontro sulle pensioni: la chiamata tra Romeo e Giorgetti

Salta il pacchetto previdenziale inserito dal governo nell’emendamento alla legge di bilancio ed è scontro all’interno della maggioranza. A determinare lo strappo la posizione della Lega, che ha respinto l’impianto messo a punto dal ministero dell’Economia. A raccontare la notte agitata è Repubblica, con Massimiliano Romeo, capogruppo del Carroccio al Senato, che chiama il titolare del Tesoro, ponendo un ultimatum: «O togli le norme sulle pensioni dall’emendamento o noi ce andiamo a casa». Un aut-aut che, sempre secondo Repubblica, riflette la linea dettata da Matteo Salvini, regista dell’offensiva contro le misure previdenziali contenute nel maxi-emendamento.

Romeo: «Giorgetti d’accordo sull’utilizzo di fondi alternativi»

Fonti leghiste, citate dallo stesso quotidiano, raccontano di una chiamata tesa, durante la quale Giorgetti avrebbe provato a spiegare la logica degli interventi, sostenendo che l’allungamento delle finestre potesse essere corretto prima dell’entrata in vigore. Una linea che non convince l’ala dura del partito. Romeo insiste e, come confermerà il mattino seguente: «Ho chiamato Giorgetti, anche lui sosteneva la tesi che fosse possibile utilizzare fondi alternativi, erano i tecnici del Mef che insistevano sulle pensioni. Allora abbiamo deciso di cancellare quelle misure, facendo un emendamento più light». Poi il tentativo di distensione: «Nessuno scontro interno alla Lega».

Renzi: «Giorgetti ha perso la faccia»

Intanto in aula al Senato, il capogruppo dem Francesco Boccia affonda il colpo: «Il ministro dell’Economia è stato completamente smentito dal suo stesso partito. Chiediamo che il ministro dell’Economia venga immediatamente in Parlamento: se non è più in grado di svolgere il suo ruolo rassegni le dimissioni, se è ancora in grado venga in commissione e ci dica come si va avanti, perché la commissione è in gravissimo ritardo e in queste condizioni sarà difficilissimo essere in Aula lunedì mattina». Sul caso è intervenuto anche Matteo Renzi: «Penso davvero che Meloni e Salvini dovrebbero essere “spernacchiati” a vita (ho messo questa parola tra virgolette perché è una parola usata da Salvini). Nel frattempo, comunque finisca la telenovela emendamento, Giorgetti ha perso la faccia», ha scritto l’ex premier.

Toh, il vero portavoce del campo largo è Matteo Renzi

Toh, è tornato Matteo Renzi. Vabbè, ma quando mai se n’è andato via, si dirà. E in effetti è vero. Renzi c’è anche quando non c’è. Le trattative di Gedi con i greci? «C’è Renzi dietro!». Silvia Salis? «C’è Renzi dietro!». La Fiorentina è in vendita? «C’è Renzi dietro!». C’è un po’ di retorica del complotto, ad accompagnare l’ex presidente del Consiglio, visto come l’artefice di qualsiasi sommovimento politico-editorial-sportivo. Nemmeno fosse Dario Franceschini, che diamine.

Toh, il vero portavoce del campo largo è Matteo Renzi
Silvia Salis, Gianni Cuperlo e Matteo Renzi (Imagoeconomica).

La nuova fase politica del leader di Iv

Il fondatore di Italia Viva è alle prese con una nuova fase politica. Un po’ per convinzione, un po’ per convenienza, Renzi è il nuovo portavoce del campo largo. Ci crede più lui di Giuseppe Conte, per dire. È più in sintonia con Elly Schlein sulla logica testardamente unitaria dell’alleanza di quanto non lo siano gli alleati a cinque stelle. Lo dice in ogni intervista che fa, e ne fa sempre parecchie: solo uniti si vince contro Giorgia Meloni. Solo con la sacra alleanza TTG, Tutti Tranne Giorgia, il centrosinistra può sperare di battere la destra nel 2027. Ma se Meloni perde il referendum sulla giustizia, beh, se ne deve andare a casa, ripete sempre Renzi facendo però leva su esperienze personali e su un’impostazione del dibattito pubblico che la presidente del Consiglio però non ha dato. Perché lei, a differenza di Renzi nel 2016, non ha mai detto «se perdo vado a casa».

Toh, il vero portavoce del campo largo è Matteo Renzi
Matteo Renzi con Elly Schlein (Imagoeconomica).

Quella sintonia (interessata) con Bonaccini

È così in buoni rapporti ormai con Schlein che le facilita pure il compito di tenere insieme testardamente anche il Pd, diviso finora fra maggioranza schleiniana e riformisti. Ora però questi ultimi si sono scissi e Stefano Bonaccini ha dichiarato sostegno alla segretaria. Sicché l’ex presidente del Consiglio sembra persino provare simpatia per i riformisti bonacciniani. Il presidente del Pd è stato anche ospite all’ultima edizione della Leopolda, dov’è stato molto applaudito per il suo intervento contro il governo. E il motivo forse non è così complicato da intuire: Renzi ci tiene ad avere un buon rapporto con Schlein, non fosse altro perché deve tenere i piedi fortemente appoggiati sulle nuvole del campo largo. Quindi Bonaccini, accusato non a caso di un atteggiamento troppo consociativo nei confronti della segreteria nazionale dai riformisti che lo hanno appena salutato, è perfetto: non è uno che disturba il manovratore, in questo caso la manovratrice, e lascia il campo ad altri per intestarsi una eventuale futura battaglia riformista. Per Renzi, insomma, Giorgio Gori, Pina Picierno e Matteo Biffoni sono soprattutto dei competitor. E il leader di Italia Viva vuole essere certo di poter occupare quello spazio appena lasciato libero da Bonaccini con la sua piroetta verso Schlein.  

Toh, il vero portavoce del campo largo è Matteo Renzi
Matteo Renzi con Stefano Bonaccini (Imagoeconomica).

L’invenzione di Casa Riformista e il tentativo di restare in Parlamento

Ordunque, Renzi da rottamatore è diventato muratore, costruttore, architetto, ingegnere edile, cercate voi il mestiere che vi garba di più. Nel centrosinistra è rimasto tra i pochissimi a saper fare politica, il suo problema è che tutt’ora rimane inviso all’elettorato. In molti non lo sopportano al di là dei propri demeriti politici. Sicché ha capito che Italia Viva non poteva andare più da nessuna parte, avendo saturato l’opinione pubblica dopo averla saturata già lui stesso. Al che si è inventato Casa Riformista, con cui cerca di dare una risposta civica alla insoddisfazione dell’elettorato per tutto ciò che proviene dai partiti. In Toscana ha funzionato, grazie anche alla collaborazione di Eugenio Giani, in Calabria anche. Non è tuttavia diventato un buon samaritano gratis. Attacca Meloni, anche sulla legge elettorale, ma solo perché è pronto a sedersi attorno al tavolo principale per poter negoziare un accordo. D’altronde prima o poi si porrà il tema di come fare per rientrare in Parlamento. C’è anche il rischio che non ce la faccia, ma se c’è una cosa che ci ha insegnato Renzi è che non va sottovalutato. Anche se da Andreotti del prossimo secolo alla fine si è trasformato nel Fanfani dei prossimi decenni. 

Toh, il vero portavoce del campo largo è Matteo Renzi
Il siparietto di Guido Crosetto e Matteo Renzi ad Atreju, insieme con Fabio Rampelli e Bruno Vespa (Imagoeconomica).

Chi è Francesca Faccini, la Venere ‘in carne e ossa’ di Welcome to Meraviglia

La Venere di Botticelli influencer di Open to Meraviglia, protagonista della campagna del ministero del Turismo che aveva scatenato polemiche, si è presentata in carne e ossa alla conferenza stampa di fine anno a fianco di Daniela Santanchè. O meglio, lo ha fatto la ragazza scelta per impersonare la più bella delle dee nella nuova compagna del MiTur, “Welcome to Meraviglia”: Francesca Faccini, 23enne studentessa romana iscritta a Psicologia, lunghi capelli biondi ondulati e occhi azzurri, scelta tra circa 300 candidate. «È una bella responsabilità, ma sono molto felice. Coglierò l’occasione per visitare i luoghi della nostra bella Italia che ancora non conosco», ha detto la ragazza.

Santanchè: «La Venere da noi è stata derisa, ma all’estero è piaciuta»

«Io quasi ringrazio quelli che l’hanno massacrata, distrutta, derisa da noi, ma all’estero è piaciuta moltissimo e ha fatto oltre 50 ‘viaggi’ per promuovere il nostro Paese e per questo siamo lieti che diventi umana e continui il suo percorso grazie a Welcome to Meraviglia, la nuova campagna del nostro ministero presso le principali stazioni italiane, dedicata alle località meno conosciute e alle isole minori», ha detto Santanchè. parlando della Venere influencer. Rilanciando poi il suo percorso lungo lo Stivale con “Welcome to Meraviglia”, la nuova campagna del ministero dedicata alle località meno conosciute e alle isole minori. «Molti si sono appassionati dell’overtourism, io invece mi occuperò del fenomeno contrario. Il 75 per cento dei turisti che entrano nella nostra nazione, infatti, stanno sul 4 quattro del territorio o, se vogliamo dirla in maniera diversa, su 10 province italiane. Quindi io credo che il tema principale per far crescere il turismo nella nostra nazione sia occuparsi di quel 96 per cento del territorio nazionale con l’undertourism», ha spiegato Santanchè.

Pensioni, nella Manovra salta la stretta sui riscatti della laurea

È stata depositata in Commissione Bilancio al Senato la nuova formulazione dell’emendamento alla Manovra sulle pensioni. Nella bozza è saltata l’ipotesi di inasprimento dei criteri pensionistici per chi ha riscattato la laurea: cancellata la disposizione in base alla quale, a partire dal 2031, sarebbero stati sterilizzati da 6 fino a 30 mesi di contributi riscattati a valere sulla maturazione dei requisiti per l’anticipata. Rimarrebbe invece l’ipotesi di un allungamento delle finestre mobili per chi vuole andare in pensione anticipata, con il passaggio dagli attuali tre mesi a quattro per chi matura i requisiti nel 2032-2033, a cinque per il 2034 e a sei per il 2035. I senatori della Lega hanno chiesto – e ottenuto – la sospensione della seduta per un faccia a faccia con il governo.

Informativa di Giorgetti su Mps-Mediobanca: cosa ha detto

La decisione di Mps dell’opas su Mediobanca è stata presa dai manager della banca senese «in maniera autonoma e noi, come azionisti, abbiamo preso atto». È quanto ha affermato il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti nell’informativa alla Camera sull’operazione finita al centro di un’inchiesta della Procura di Milano. Il Tesoro, ha assicurato Giorgetti, «non ha esercitato alcuna ingerenza o pressione» nelle «diverse interlocuzioni» con «diversi esponenti del sistema creditizio». Ogni «deliberazione sulla quota residua del Mef in Mps», pari al 4,86 per cento, «non sarà adottata in una logica di mera cassa ma strategica», ha aggiunto, data «la rilevanza del risparmio per la tutela della sicurezza economica nazionale».

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Informativa di Giorgetti su Mps-Mediobanca: cosa ha detto
Francesco Gaetano Caltagirone, Francesco Milleri e Luigi Lovaglio (Ansa).

Giorgetti conferma la «piena fiducia» a Lovaglio, ceo di Mps

Il ministro ha dunque confermato «piena fiducia» a Luigi Lovaglio, amministratore delegato di Mps, attualmente sotto inchiesta da parte dei pm di Milano per presunta manipolazione del mercato assieme ai due principali azionisti della banca: l’imprenditore edile Francesco Gaetano Caltagirone e il ceo di EssilorLuxottica Francesco Milleri, che guida il veicolo Delfin della famiglia Del Vecchio. Giorgetti, nel corso dell’informativa, ha inoltre difeso la gestione della procedura di dismissione della quota da parte di Banca Akros, spiegando che, «secondo quanto riferito dal bookrunner, nessun investitore che ha presentato un’offerta è stato escluso dalla procedura».

Convocati in Parlamento i vertici del gruppo Gedi e i cdr

Il Parlamento ha chiesto un approfondimento sulla situazione del Gruppo Gedi, alla luce della possibile cessione da parte di Exor al gruppo greco Antenna, controllato da Theodore Kyriacou. In Aula alla Camera, il presidente della commissione Editoria Federico Mollicone (FdI) ha annunciato l’iniziativa rispondendo alle sollecitazioni delle opposizioni: «Il Parlamento, con il sottoscritto come presidente della commissione editoria, ha convocato sia il gruppo Gedi sia il comitato di redazione». Nei giorni scorsi, sul tema, si era già svolto un incontro a Palazzo Chigi tra il sottosegretario all’Informazione e all’Editoria, Alberto Barachini, il management di Gedi e i cdr delle testate.

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Convocati in Parlamento i vertici del gruppo Gedi e i cdr
Federico Mollicone (Imagoeconomica).

Mollicone: «Se non piace il possibile acquirente decide il mercato»

Nel suo intervento, Mollicone ha rivendicato il ruolo delle istituzioni nel garantire tutele e pluralismo, replicando alle critiche sollevate in Parlamento. «Governo e Parlamento sono intervenuti immediatamente per la tutela occupazionale e la libertà di espressione. Se, invece, il problema è che non piace il possibile acquirente, su questo interviene il mercato. Mercato che, con gli scorsi governi di centrosinistra, ha visto tutti silenti quando lo stesso proprietario ha venduto Stellantis. Invito i colleghi a difendere i livelli occupazionali sempre».

Occhiuto lancia la sfida a Tajani: è il tempo della rivoluzione liberale?

Tornare a Palazzo Grazioli per alcuni di loro è stato un colpo al cuore. Perché entrare qui, se ti chiamava Silvio Berlusconi, era un privilegio assoluto. Voleva dire che “lui” aveva qualcosa da dirti, che per “lui” eri importante. Per questo Andrea Ruggieri, anfitrione del convegno In Libertà, ha voluto organizzarlo a tutti costi entro queste mura, anche se la sala della stampa estera, al secondo piano, è troppo piccola, si sta stretti e alcuni sono rimasti fuori. «Vi ringrazio per il coraggio di essere qui…». Così Roberto Occhiuto, pluri-governatore calabrese e vicesegretario di Forza Italia, si rivolge ai parlamentari azzurri accorsi all’appuntamento. Sì, perché esserci significa entrare plasticamente nella non-corrente di Occhiuto, che ha deciso di sfidare la leadership di Antonio Tajani. Dal quale, terrorizzato dall’iniziativa, per tutto il giorno erano partite telefonate all’indirizzo degli azzurri: «Dai, che fai? Tu ci vai? Ma no, non andare…».

Occhiuto lancia la sfida a Tajani: è il tempo della rivoluzione liberale?
Roberto Occhiuto tra gli ospiti del convegno In libertà (Ansa).

Da Cattaneo a Mulè e Ronzulli: la pattuglia dei presenti

Alla fine, a Palazzo si ritrovano in tutto 22 parlamentari, 17 deputati e cinque senatori, tra cui Alessandro Cattaneo, il fedelissimo calabrese Ciccio Cannizzaro, Francesco Paolo Sisto, Matilde Siracusano (compagna di Occhiuto), Paolo Emilio Russo, Licia Ronzulli, Giorgio Mulè, Claudio Lotito, Andrea Orsini, Catia Polidori e Rita Dalla Chiesa. Naturalmente c’è anche Mario Occhiuto, fratello maggiore del governatore. Mentre «Deborah Bergamini è a Londra», si fa sapere. C’è pure Matilde Bruzzone, nuora di Paolo Berlusconi, in rappresentanza della famiglia. E qualche ex parlamentare illustre come Massimo Mallegni e Luca d’Alessandro. Più una pattuglia di consiglieri e assessori regionali del Sud. «A mancare del tutto è il Nord. E senza il Nord non vanno da nessuna parte», fa notare un parlamentare critico nei confronti dell’iniziativa.

Occhiuto lancia la sfida a Tajani: è il tempo della rivoluzione liberale?
Licia Ronzulli e Alessandro Cattaneo (Imagoeconomica).

Occhiuto si presenta come «faccia nuova»alternativa a Tajani

A fare gli onori di casa è, appunto, l’ex deputato Andrea Ruggieri nonché nipote di Bruno Vespa, che per l’occasione ha costruito un bel parterre con Nicola Porro, Roberto Arditti, il ceo di Tim Pietro Labriola in qualità di delegato alla transizione digitale di Confindustria quello di A2A Renato Mazzoncini, l’ad di Ryanair Eddie Wilson. Il tutto per raccogliere il testimone della mancata rivoluzione liberale. «Al partito serve una scossa. C’è uno spazio enorme per arrivare al 20 per cento e invece galleggiamo tra l’8 e il 9», afferma Occhiuto. Una critica impietosa alla gestione di Tajani, che non viene mai nominato. «Non sta nascendo una corrente, cose polverose che sanno di vecchio, ma occorre un aggiornamento della lezione liberale in economia e sui diritti civili», mette subito in chiaro. «Dobbiamo alzare l’asticella con coraggio e ambizione. Se non ora quando, visto che all’opposizione abbiamo Schlein e Albanese…?», si chiede retoricamente il governatore calabro. Parla da possibile candidato alternativo a Tajani, Occhiuto, incarnando quella voglia di «facce nuove» evocata recentemente da Pier Silvio Berlusconi. Uscita che, dicono, abbia provocato grande irritazione in Tajani, che non sa più come reagire alle intemerate del secondogenito del Cavaliere.

I malumori di Arcore nei confronti del vicepremier

Occhiuto qualche giorno prima dell’uscita del numero uno Mediaset, era stato a pranzo dalla primogenita, Marina Berlusconi, nella sua bella casa in corso Venezia a Milano. Con cui ha avuto grande sintonia. Lei non appoggia ufficialmente l’iniziativa, ma lascia fare, convinta che un certo movimentismo sia salutare al partito. Che ormai, con la guida di Tajani, viene considerato “vecchio”. Ma soprattutto ad Arcore si pensa il ministro degli Esteri abbia raggiunto il massimo dei consensi: con lui al timone oltre Forza Italia non può andare. Per questo si è deciso di colpirlo, per interposta persona, prendendo di mira i due capigruppo alla Camera e al Senato, Paolo Barelli e Maurizio Gasparri. Che però al momento resteranno ai loro posti. In una informale conta interna, qualche giorno fa, Bergamini aveva raggiunto solo otto voti su 53 deputati.

Occhiuto lancia la sfida a Tajani: è il tempo della rivoluzione liberale?
AMaurizio Gasparri e Paolo Barelli (Imagoeconomica).

Il prossimo appuntamento a Milano: Pier Silvio e Marina ci saranno?

Ma i giochi veri si faranno in vista dei congressi regionali, che inizieranno a fine marzo, per andare al congresso nazionale a gennaio 2027. «Chi vuole candidarsi è libero di farlo…», aveva avvisato Tajani. Che sta già manovrando per garantirsi un appoggio blindato, per non dire bulgaro. «Ma come, per anni si è aspirato ad avere un partito vero, aperto, scalabile, e adesso si vede male un possibile candidato alternativo…?», è il ragionamento nello staff di Occhiuto.

Occhiuto lancia la sfida a Tajani: è il tempo della rivoluzione liberale?
Roberto Occhiuto durante la conferenza stampa di In Libertà (Ansa).

Che intanto pensa già ad altre iniziative future: il prossimo appuntamento sarà a inizio febbraio a Milano. E chissà che in prima fila ad ascoltare non si palesino Pier Silvio o Marina. «Qua bisogna spalancare le finestre per fare entrare aria fresca e questo non può farlo di sicuro Tajani. A me non dispiacerebbe che il prossimo leader fosse deciso con le primarie…», butta lì Ruggieri. Mentre Nicola Porro, prima di andar via, commenta così: «Questo convegno sarebbe piaciuto tantissimo a Berlusconi ma pure ad Antonio Martino…». Tornerà la rivoluzione liberale? 

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Pensioni, il dietrofront del governo: «Correggeremo»

Il governo fa marcia indietro sulle pensioni dopo una giornata segnata da tensioni. È stata la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, intervenendo in Aula, a annunciare lo stop alla stretta prevista dalla manovra e l’impegno a correggere le norme contestate. Verranno eliminati i tagli retroattivi sul riscatto della laurea, mentre resta da chiarire se l’intervento riguarderà anche le cosiddette finestre pensionistiche. La Lega ha chiesto di cancellare entrambe le misure con un emendamento che prevede, come clausola di salvaguardia dal 2033, un possibile aumento dell’Irap. Fin dalle prime ore erano emerse prese di distanza nella coalizione, con il leghista Claudio Borghi che ha parlato di un «tecnico troppo zelante» e Armando Siri che ha puntato il dito contro un 0171burocrate del Mef0187. Lo stesso Siri ha ribadito: «Finché c’è la Lega al governo non esiste né oggi né mai nessun provvedimento che alzi i parametri dell’età pensionabile».

Le opposizioni: «La maggioranza ha tradito gli elettori»

Dubbi sono arrivati anche da Forza Italia: «E’ una stretta che parte dal 2030 – dice il portavoce azzurro Raffaele Nevi – ci ragioneremo con il governo con calma, ci confronteremo». Sul fronte opposto, attacco delle opposizioni: «La loro stangata sulle pensioni è un furto sia ai giovani che agli anziani. Vergognatevi», ha detto la segretaria del Pd Elly Schlein, mentre il capogruppo M5s al Senato Stefano Patuanelli ha osservato: «La Lega ha il ministro dell’Economia e accusa i burocrati del Mef? È surreale». Per Nicola Fratoianni di Avs «Hanno tradito gli elettori, dovrebbero chiedere scusa», e Matteo Renzi ha commentato che la premier «vi ha dato una bottarella dicendo che il testo cambiato». L’arrivo della manovra in Aula alla Camera per la discussione generale con la fiducia è fissato per domenica 28 alle 16.30, con l’approvazione definitiva attesa martedì 30.

Forza Italia, il monito di Occhiuto: «Non si può galleggiare all’8 per cento»

Dal palco del convegno “In libertà”, ospitato a palazzo Grazioli, Roberto Occhiuto ha lanciato un messaggio sul futuro di Forza Italia, sostenendo che «non si può navigare galleggiando all’8 per cento» e indicando la necessità di una svolta politica. Parole che arrivano a poca distanza dalle dichiarazioni di Pier Silvio Berlusconi, che parlava di «facce nuove».

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Tajani: «Non ho frizioni con nessuno, tantomeno con Occhiuto»

Senza mai citare il segretario Antonio Tajani, il presidente della Regione Calabria ha respinto tuttavia le ricostruzioni su presunte manovre interne: «Nessuno aveva intenzione di svolgere un evento per costruire una corrente, cose polverose che appartengono al passato, e a un partito masochista come il Pd, se mai vorremmo dare una scossa liberale al centrodestra che ha bisogno di rafforzare la sua ala liberale».  Lo stesso Antonio Tajani, interpellato a margine, ha gettato acqua sul fuoco: «Io non ho frizioni con nessuno, Occhiuto è un vicesegretario del partito. Io ho ottimi rapporti con tutti».