Nel decreto fiscale sconto su Imu e Tasi e taglio alla tampon tax

Le ultime modifiche includono l'abbassamento dell'Iva ma solo sui prodotti igienici bio. Ancora da chiudere le partite su appalti e grandi evasori. In compenso potrebbe spuntare una legge quadro sulle autonomie.

Uno sconto sulle sanzioni per i ritardatari di Imu e Tasi, scontrino unico per pagamenti elettronici e invio dei dati all’Agenzia delle entrate, credito d’imposta su tutte le commissioni, non solo per chi accetta acquisti col Pos. Cominciano a prendere forma le modifiche al decreto fiscale, con il quale si potrebbe segnare anche un primo “importante risultato” nella battaglia sui costi degli assorbenti: la maggioranza avrebbe raggiunto un’intesa per iniziare ad abbassare l’Iva sui prodotti femminili biodegradabili, che potrebbe ampliarsi anche a tutti quelli per l’igiene bio e, in futuro, magari anche alla generalità dei beni eco-compatibili. Il grosso delle modifiche, però, tarda ad arrivare: la commissione Finanze della Camera, impegnata sul decreto, tenterà il tour de force per chiudere venerdì anche se i tempi per l’approdo in Aula, causa ‘ingorgo’ con altri decreti, si sono dilatati.

LE PARTITE DA CHIUDERE: APPALTO E GRANDI EVASORI

Ancora, tra l’altro, non si sono chiuse le due partite più delicate, la revisione della stretta per le ritenute negli appalti e sul carcere per i grandi evasori, con l’inasprimento delle pene che potrebbe essere allentato ad esempio sugli omessi versamenti. E qualche tensione la starebbe creando anche l’ipotesi di uno stanziamento ad hoc per funzionari e dirigenti del Mef e della Ragioneria, subito peraltro finita sotto attacco della Lega. Intanto la commissione ha comunque approvato i primi emendamenti, accogliendo anche alcune proposte delle opposizioni, ad esempio per allentare i vincoli di spesa di Comuni, Province e Regioni e consentendo il ravvedimento operoso (cioè la possibilità di pagare in ritardo ma con sanzioni ridotte) anche per i tributi locali, a partire da Imu e Tasi, Una serie di riunioni, in Parlamento e al ministero dell’Economia, sono in agenda per tentare di trovare una sintesi almeno sul decreto, mentre altri incontri, in Senato, puntano ad arrivare pronti per iniziare a votare già da sabato gli emendamenti alla manovra.

LA NOVITÀ: LA LEGGE QUADRO SULLE AUTONOMIE

Quasi certo che arriverà a Palazzo Madama la riscrittura della plastic tax, che sarà drasticamente ridotta, così come il cambio di passo sulle auto aziendali (penalizzate solo quelle inquinanti, nuove regole che si applicheranno comunque solo alle nuove immatricolazioni). La maggioranza sta ancora analizzando i margini di intervento anche su altri temi, dal lavoro (nutrito pacchetto del ministero su Cigs e sostegno alle aree di crisi complessa) alle concessioni autostradali. Sul tavolo ci sarebbe l’ipotesi di una revisione della stretta sugli ammortamenti, che aveva messo in allarme l’Aiscat per il rischio di blocco generale degli investimenti. Ma non si esclude che si possa affrontare più in generale il tema della riforma delle concessioni. La manovra, novità dell’ultima ora, potrebbe intanto ‘imbarcare’ una nuova legge quadro sulle Autonomie, sponsorizzata dal ministro degli Affari regionali, Francesco Boccia, che ha condiviso il testo con le Regioni incassando un primo via libera e che ora è pronto a portare il testo in Cdm.

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La strategia di Conte contro Salvini sul Mes

Ricompattare la maggioranza sul sì al negoziato europeo. Dimostrare che il leader della Lega era informato delle trattative da mesi. E giocare di sponda con il Quirinale. Così il premier pianificare di salvare il governo dalla polemica sul fondo Salva Stati.

Sbugiardare l’avversario numero uno del governo giallorosso, Matteo Salvini. L’obiettivo di Giuseppe Conte, a mesi di distanza dalla fine del suo esecutivo, resta lo stesso, ma cambiano i contenuti della sfida. Se a Montecitorio mesi fa, il confronto con Salvini era sul governo insieme, oggi è sul fondo Salva Stati. Conte prepara la sua nuova controffensiva anti-Lega. Una controffensiva che porta con sé una strategia parallela: spingere la maggioranza a dare un placet in gran parte condiviso a quel Meccanismo economico di Stabilità dal quale l’Italia, di fatto, non può sfilarsi. Ed è una strategia nella quale Palazzo Chigi sembra trovare una sponda al Quirinale.

LA SPONDA DEL QUIRINALE PER IL PREMIER

Al Colle regna il silenzio rispetto agli appelli e agli attacchi di Salvini. Il presidente Sergio Mattarella e Conte, sul Mes, si sono sentiti nei giorni scorsi. Ed è una vicenda spinosa, quella del fondo Salva-Stati, che mette in gioco i rapporti tra l’Italia e i grandi d‘Europa. E che rischia di porre il Paese in una posizione di svantaggio sul terzo e delicato pilastro delle riforme dell’eurozona: l’Unione bancaria. Su quest’ultimo punto l’Italia deve far fronte alla proposta Scholz, ministro delle Finanze tedesco, che contiene una trappola per Paesi con alto debito e spread elevati come il nostro: non rendere più “a rischio zero” l’acquisto di titoli di Stato da parte delle banche. Per questo, a Palazzo Chigi si muovono su un doppio binario: quello del prudente negoziato nella Ue e quello della ferma risposta agli attacchi di Salvini. Attacchi sui quali Conte trova l’implicita sponda del Colle. Mattarella non considera quella lanciata da Salvini una chiamata in causa a cui sente il dovere di rispondere. Tanto che, al Quirinale, in queste ore si ricorda come il capo dello Stato, in passato, non abbia ricevuto gruppi parlamentari o partiti che intendevano criticare i lavori delle Camere. L’argomento Mes, insomma, investe il governo e il Parlamento nelle loro rispettive prerogative.

IL SÌ DELL’EUROZONA PREVISTO PER FEBBRAIO

È proprio su questo punto, da qui a lunedì prossimo, che lavorerà Conte. Documentando come del Mes si sia già ampiamente parlato nei Consigli dei ministri e anche nelle commissioni parlamentari all’epoca gialloverde. E con il sostanziale, sebbene silenzioso, placet dell’allora ministro dell’Interno. Una volta chiariti agli italiani gli elementi del negoziato Conte, a metà dicembre, non si sottrarrà nel toccare l’argomento al Consiglio Ue. Ma è difficile che il sì dei governi dell’eurozona arrivi per dicembre: nella maggioranza si prevede che sia febbraio il mese in cui l’eurosummit dia il suo ok definitivo. Ben diverso l’approccio del premier con Luigi Di Maio. Il leader del M5S sulle sue critiche al Mes, ha ricompattato i gruppi trovando d’accordo, alla congiunta, persino “big” dell’ala ortodossa come Giuseppe Brescia. Ma, si sottolinea nel Movimento, l’approccio di Di Maio è meno urlato e “non è contro qualcuno”. In queste ore i contatti con Conte sono frequenti e a lui Di Maio ha chiesto di sfruttare ogni margine per migliorare il trattato. Ed è un punto che trova il premier d’accordo.

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Il M5s torna all’attacco di Autostrade

Grillo torna alla carica: «Ai Benetton una concessione a condizioni di favore da 20 anni. È tempo di cambiare». E Di Maio lo segue: «Giustizia per le famiglie del Ponte Morandi».

Riparte di gran carriera la crociata del Movimento 5 stelle contro Autostrade, malgrado la resistenza posta dall’alleato di governo alla revoca delle concessioni. A rilanciare l’affondo è stato un post di Beppe Grillo, che su Twitter ha scritto: «#Autostrade Story è la storia della concessione autostradale ottenuta dai #Benetton più di 20 anni fa. Una concessione a condizioni di favore senza eguali. Condividete il più possibile queste informazioni. È tempo di cambiare».

L’INTERVENTO DI GRILLO RILANCIATO DA DI MAIO

Grillo ha pubblicato sul suo blog la prima puntata di “Autostrade story”, che si trova anche sul Blog delle Stelle, e ha immediatamente trovato la sponda di Luigi Di Maio. «Sulla revoca della concessione ad Autostrade non faremo un passo indietro. Tutto il Movimento 5 stelle, da me a Beppe Grillo a ogni singolo eletto e attivista, è determinato in questa battaglia. Sono morte 43 persone perché un ponte da un momento all’altro gli è crollato sotto i piedi. Le loro famiglie ancora stanno piangendo. Chiedono giustizia. Noi gliela daremo. Costi quel che costi».

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Salvini tira la giacca di Mattarella sul Mes

Il leader della Lega in conferenza stampa: «Chiederò al garante della Costituzione di far valere il dettato della Carta». Poi cita un messaggino che avrebbe inviato a giugno al premier Conte: «Non firmiamo un cazzo».

L’offensiva della Lega sul Mes, il fondo salva-Stati che i Paesi membri dell’Unione europea si apprestano a riformare, continua. E Matteo Salvini, attaccando il premier Giuseppe Conte, tira per la giacca anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

LEGGI ANCHE: Cos’è il Mes e perché Salvini e Meloni attaccano il governo

«A giudizio nostro Conte ha commesso un atto gravissimo, un attentato ai danni del popolo italiano», ha detto infatti l’ex ministro dell’Interno durante una conferenza stampa alla Camera. Poi si è rivolto direttamente al capo dello Stato: «Chiederò al garante della Costituzione di far valere il dettato della Costituzione. Se il parlamento dice “A” il governo non può fare “B”. Finché il parlamento non si è pronunciato, bisogna stare fermi». Salvini è tornato quindi sulle parole del ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri: «Secondo lui il Mes è un “passo avanti”, un “successo per l’Italia” e non è più modificabile. Ha smentito il presidente del Consiglio, uno dei due mente».

LEGGI ANCHE: Cos’è successo nella rissa alla Camera sul Mes

Il leader della Lega ha detto anche che esiste «un atto parlamentare votato il 19 giugno che invitava il governo a fermarsi e in democrazia il voto parlamentare è vincolante. Chi siede a questo tavolo ha amplissima documentazione di messaggi e WhatsApp, inviati al presidente Conte e al ministro dell’Economia, su quale fosse la posizione della Lega». Salvini ha quindi letto uno di tali messaggini, che avrebbe inviato a giugno: «Non firmiamo un cazzo». E ha spiegato: «La Lega non ha cambiato idea. Se il M5s ha cambiato idea, occorre un altro atto parlamentare in cui danno a Conte e al ministro dell’Economia un mandato diverso da quello che hanno dato al governo a giugno. Chiederemo un incontro ai massimi livelli istituzionali. I nostri legali stanno seguendo un altro percorso

LEGGI ANCHE: Borghi minaccia di portare Conte in Tribunale per il Mes

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Salvini tira la giacca di Mattarella sul Mes

Il leader della Lega in conferenza stampa: «Chiederò al garante della Costituzione di far valere il dettato della Carta». Poi cita un messaggino che avrebbe inviato a giugno al premier Conte: «Non firmiamo un cazzo».

L’offensiva della Lega sul Mes, il fondo salva-Stati che i Paesi membri dell’Unione europea si apprestano a riformare, continua. E Matteo Salvini, attaccando il premier Giuseppe Conte, tira per la giacca anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

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«A giudizio nostro Conte ha commesso un atto gravissimo, un attentato ai danni del popolo italiano», ha detto infatti l’ex ministro dell’Interno durante una conferenza stampa alla Camera. Poi si è rivolto direttamente al capo dello Stato: «Chiederò al garante della Costituzione di far valere il dettato della Costituzione. Se il parlamento dice “A” il governo non può fare “B”. Finché il parlamento non si è pronunciato, bisogna stare fermi». Salvini è tornato quindi sulle parole del ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri: «Secondo lui il Mes è un “passo avanti”, un “successo per l’Italia” e non è più modificabile. Ha smentito il presidente del Consiglio, uno dei due mente».

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Il leader della Lega ha detto anche che esiste «un atto parlamentare votato il 19 giugno che invitava il governo a fermarsi e in democrazia il voto parlamentare è vincolante. Chi siede a questo tavolo ha amplissima documentazione di messaggi e WhatsApp, inviati al presidente Conte e al ministro dell’Economia, su quale fosse la posizione della Lega». Salvini ha quindi letto uno di tali messaggini, che avrebbe inviato a giugno: «Non firmiamo un cazzo». E ha spiegato: «La Lega non ha cambiato idea. Se il M5s ha cambiato idea, occorre un altro atto parlamentare in cui danno a Conte e al ministro dell’Economia un mandato diverso da quello che hanno dato al governo a giugno. Chiederemo un incontro ai massimi livelli istituzionali. I nostri legali stanno seguendo un altro percorso

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Per Renzi la notizia dell’inchiesta sulla sua villa è un «avvertimento» della magistratura

Il leader di Italia viva contro i magistrati: «Li ho criticati su Open e la risposta è la diffusione di miei documenti personali. Brivido!».

Matteo Renzi non si ferma e continua ad attaccare la magistratura dopo le inchieste della procura di Firenze sulla fondazione Open e sulla villa comprata dall’ex premier a due passi da piazzale Michelangelo.

Il leader di Italia viva si è fatto intervistare da Radio Capital. E ai microfoni della trasmissione Circo Massimo ha dichiarato: «Io non credo al sabotaggio per bloccare Italia viva. Però… alle aziende dico di non finanziarci, se non volete passare guai. Chi finanzia Renzi è uno che rischia la perquisizione».

Il senatore ha proseguito così: «Guarda caso dopo che ho criticato la magistratura esce da qualche ufficio giudiziario una cosa di un anno e mezzo fa sulla mia casa. Non ho niente da nascondere e non ho mai parlato di complotto, ma di coincidenze questo sì. Ho criticato l’invasione di campo di due magistrati nella sfera politica e la risposta è la diffusione di miei documenti privati personali. Brivido! Tuttavia non ho segreti. La mia casa, le mie auto, la mia Vespa: tutto è perfettamente regolare. Quando ho avuto un prestito, fatto con una scrittura privata, l’ho onorato restituendolo in cinque mesi. Guadagno molto bene, non ho niente da nascondere. Ma non vi sembra curioso che uno possa ricevere “avvertimenti” di questo genere?».

RENZI PRESENTA TRE DENUNCE PENALI E DUE AZIONI CIVILI

Renzi ha annunciato quindi che presenterà tre denunce penali e due azioni civili: «Lo farò volutamente a Firenze e sono certo che i magistrati di questa città saranno solerti nel difendere il mio diritto alla giustizia». La prima denuncia «riguarda il signor Travaglio per aver detto che il governo Renzi ha “beneficato il gruppo Toto nel 2017″. Non so di cosa parli Travaglio. Ma so che il governo Renzi termina la propria esperienza nel 2016. Notizia falsa e diffamatoria, reato certo. Attendo che la procura di Firenze apra il procedimento per diffamazione contro il signor Travaglio nel quale mi costituirò parte civile». 

IL PROCURATORE CAPO DI FIRENZE NEL MIRINO

Le altre due denunce «sono indirizzate al dottor Giuseppe Creazzo (procuratore capo a Firenze, ndr) e – per competenza – al procuratore capo di Genova (distretto cui spettano i procedimenti giudiziari riguardanti i magistrati di Firenze, ndr) per rivelazione di segreto bancario o istruttorio alla luce degli articoli de La Verità e l’Espresso sulla mia villa. Quanto alle azioni di risarcimento civile, vi aggiornerò più tardi. Come vedete io credo nella giustizia e nei magistrati di Firenze: a loro mi rivolgo, cittadino tra i cittadini, perché siano riconosciuti i miei diritti. Non attacco la magistratura, ma contesto la trasformazione di Open in partito».

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Per Renzi la notizia dell’inchiesta sulla sua villa è un «avvertimento» della magistratura

Il leader di Italia viva contro i magistrati: «Li ho criticati su Open e la risposta è la diffusione di miei documenti personali. Brivido!».

Matteo Renzi non si ferma e continua ad attaccare la magistratura dopo le inchieste della procura di Firenze sulla fondazione Open e sulla villa comprata dall’ex premier a due passi da piazzale Michelangelo.

Il leader di Italia viva si è fatto intervistare da Radio Capital. E ai microfoni della trasmissione Circo Massimo ha dichiarato: «Io non credo al sabotaggio per bloccare Italia viva. Però… alle aziende dico di non finanziarci, se non volete passare guai. Chi finanzia Renzi è uno che rischia la perquisizione».

Il senatore ha proseguito così: «Guarda caso dopo che ho criticato la magistratura esce da qualche ufficio giudiziario una cosa di un anno e mezzo fa sulla mia casa. Non ho niente da nascondere e non ho mai parlato di complotto, ma di coincidenze questo sì. Ho criticato l’invasione di campo di due magistrati nella sfera politica e la risposta è la diffusione di miei documenti privati personali. Brivido! Tuttavia non ho segreti. La mia casa, le mie auto, la mia Vespa: tutto è perfettamente regolare. Quando ho avuto un prestito, fatto con una scrittura privata, l’ho onorato restituendolo in cinque mesi. Guadagno molto bene, non ho niente da nascondere. Ma non vi sembra curioso che uno possa ricevere “avvertimenti” di questo genere?».

RENZI PRESENTA TRE DENUNCE PENALI E DUE AZIONI CIVILI

Renzi ha annunciato quindi che presenterà tre denunce penali e due azioni civili: «Lo farò volutamente a Firenze e sono certo che i magistrati di questa città saranno solerti nel difendere il mio diritto alla giustizia». La prima denuncia «riguarda il signor Travaglio per aver detto che il governo Renzi ha “beneficato il gruppo Toto nel 2017″. Non so di cosa parli Travaglio. Ma so che il governo Renzi termina la propria esperienza nel 2016. Notizia falsa e diffamatoria, reato certo. Attendo che la procura di Firenze apra il procedimento per diffamazione contro il signor Travaglio nel quale mi costituirò parte civile». 

IL PROCURATORE CAPO DI FIRENZE NEL MIRINO

Le altre due denunce «sono indirizzate al dottor Giuseppe Creazzo (procuratore capo a Firenze, ndr) e – per competenza – al procuratore capo di Genova (distretto cui spettano i procedimenti giudiziari riguardanti i magistrati di Firenze, ndr) per rivelazione di segreto bancario o istruttorio alla luce degli articoli de La Verità e l’Espresso sulla mia villa. Quanto alle azioni di risarcimento civile, vi aggiornerò più tardi. Come vedete io credo nella giustizia e nei magistrati di Firenze: a loro mi rivolgo, cittadino tra i cittadini, perché siano riconosciuti i miei diritti. Non attacco la magistratura, ma contesto la trasformazione di Open in partito».

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Nel mare della propaganda gli intellettuali di destra affogano

Sono convinti di vivere la stagione del grande cambio dell’establishment ma non vedono la novità della presenza di movimenti che arrivano diritti al cuore di tanta parte dei cittadini. Verrà da qui la sorpresa amara per loro.

Un tema italiano è quello del rapporto fra intellettuali di destra e la politica. Per dirla in poche parole, quante ne sono consentite su un giornale online, dobbiamo fare una prima distinzione che eviti di chiamare “destra” tutto ciò che si oppone alla sinistra e che si dichiari conservatore.

La questione più interessante non riguarda intellettuali che vengono dalle fila nobili del conservatorismo italiano e dall’anticomunismo democratico, ma proprio quelli che vengono da storie che sono intricate con la destra vera, quella che si coagulò attorno al Msi, da Giorgio Almirante a Gianfranco Fini.

L’errore della sinistra è sempre stato quello di non aver concesso, come se spettasse a lei dare questa concessione, a questo mondo la titolarità di rappresentare una cultura vera. L’egemonia culturale della sinistra è stata spesso esercitata con grande demagogia e supponenza e con voglia di escludere che non hanno giovano al dibattito e alla riappacificazione.

QUEGLI EX FASCISTI CHE SI SENTONO CORPO ESTRANEO DELLA REPUBBLICA

Anche oggi, dico una cosa scomoda, noi antifascisti ci ostiniamo, nella difesa sacrosanta dei nostri principi e della nostra storia, a riconoscere che l’altra parte ha un blocco di idee con cui vale la pena discutere. Pigi Battista ha scritto un libro bellissimo sul suo papà fascista e di quel libro mi ha sempre colpito la descrizione di un vecchio signore, affermatissimo avvocato, difensore anche di “nemici”, cittadino esemplare che ha sempre vissuto come estraneo in questa Repubblica. Insomma, fra le tante revisioni che si chiedono alla sinistra c’è quella di abbandonare la supponenza e di riconoscere le storie degli altri proprio per combattere di quelle storie gli effetti politici di cui si è avuto paura e che tuttora inquietano.

Sarebbe bello avere di fronte e discutere con intellettuali che non si sentono, in questa Repubblica, come nella loro patria

C’è però un passo in avanti che l’intellettualità di destra non fa. Faccio due esempi. Il primo è sciogliere quel nodo che ha definito la vita intellettualmente tormentata del papà di Pigi Battista. Sarebbe bello avere di fronte e discutere con intellettuali che non si sentono, in questa Repubblica, come nella loro patria. Vorrei capire le ragioni, le aspirazioni, i fondamenti culturali. Il secondo riguarda l’idea che traspare in molti di loro, soprattutto come al solito nei nuovi venuti, ex forzisti ed ex comunisti e socialisti, di vivere la stagione del grande cambio in cui cade l’establishment e inizia una nuova era. Le cose non stanno così.

LA MIOPIA DEGLI INTELLETUALI DI DESTRA CHE IGNORANO I MOVIMENTI

Non nego, mi arrendo all’evidenza, che ci sarà una prevalenza elettorale della destra ma quello che gli intellettuali di destra non vedono sono due fenomeni:

A) La fragilità culturale del proprio campo sul terreno dell’immaginazione politica. La Lega ha perso l’unica idea che aveva, il Nordismo, ed è oggi un confuso partito xenogfobo, statalista, amico dei nemici dell’Europa. La gara fra Matteo Salvini e Giorgia Meloni, segnalata da queste colonne da mesi, rivelerà quanto la destra di tradizione sia il nemico principale della destra arruffona e ubriaca (per carità nessun riferimento personale, giuro) del mondo leghista.

B) Non vedono questi intellettuali di destra che da gran tempo si affollano i segnali di un nuovo protagonismo di massa. Sono movimenti spesso usa e getta, nascono e scompaiono, ma sempre più spesso rivelano una profondità nella società e un asse culturale “repubblicano” che rifiuta quasi tutto della vecchia sinistra per chiedere una politica tollerante, nemica della guerra civile. Molti critici di sinistra dicono che è poco. Io dico che è molto.

Piazza Duomo gremita, a Parma, per l’adunata delle ‘sardine’ del 25 novembre 2019.

Gli intellettuali di destra non vedono la novità , anch’essa, carsica, della presenza di movimenti di donne con temi e mobilitazioni fantasiose che arrivano diritti al cuore di tanta parte dei cittadini, non solo alle donne. Verrà da qui la sorpresa amara per la destra. Il fatto che i suoi intellettuali si blocchino con l’idea del grande cambio e non vedano che alle loro spalle sta crescendo un’ondata che li sommergerà la dice lunga su quanti passi indietro abbia fatto la cultura politica italiana, sia a destra sia a sinistra.

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Rai, salta la collaborazione con Mn per Sanremo

Dopo le polemiche su un possibile conflitto di interessi, Viale Mazzini ha deciso che la società non gestirà l'ufficio stampa del Festival. Oggi la questione potrebbe essere trattata in cda. Dossier nomine verso l'ennesimo rinvio.

La notizia è che nella tarda serata di mercoledì 27 novembre Rai Uno ha annullato la richiesta per avere la società Mn Italia come ufficio stampa del Festival di Sanremo.

La spinosa questione, che ha per un momento sviato l’attenzione dell’annoso capitolo nomine (che non si riescono a fare) è la vicenda del conflitto di interessi sollevata da Striscia la notizia per i rapporti tra viale Mazzini e la Mn Italia per curare la promozione di alcuni programmi.

IL GIALLO DEL CONTRATTO RAI CON MN

Il caso nasceva dal fatto che l’attuale capo delle relazioni esterne, Marcello Giannotti, prima di arrivare in Rai chiamato dall’ad Fabrizio Salini lavorava proprio in Mn. Nella stessa giornata di mercoledì, nella sua audizione davanti alla commissione di Vigilanza Rai, lo stesso Salini nel merito aveva risposto un po’ piccato. «O decidiamo di penalizzare la società di provenienza di un manager e le inibiamo dal lavorare con la Rai», ha detto l’ad, «oppure questo è un tema». Coda serale con piccolo giallo: Salini aveva sempre negato che ci fosse un contratto con Mn per Sanremo quando invece la società diceva che stava già cominciando a lavorare al Festival. Il comunicato Rai pilatescamente non dice di aver annullato un contratto, ma probabilmente una richiesta di servirsi di quella società che faceva da preludio al contratto vero e proprio.

CAPITOLO NOMINE VERSO UN NUOVO RINVIO

Insomma, un pasticcio destinato a creare ulteriore imbarazzo. E c’è da scommettere che la questione sarà oggetto di discussione del cda di viale Mazzini convocato alle 10.30 di giovedì 28. Anche perché il tanto atteso capitolo nomine, eccezion fatta forse per il sostituto di Carlo Freccero alla direzione di RaiDue, visti i tanti e tali veti incrociati all’interno della maggioranza di governo, è meglio rinviarlo ancora.

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

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Rai, salta la collaborazione con Mn per Sanremo

Dopo le polemiche su un possibile conflitto di interessi, Viale Mazzini ha deciso che la società non gestirà l'ufficio stampa del Festival. Oggi la questione potrebbe essere trattata in cda. Dossier nomine verso l'ennesimo rinvio.

La notizia è che nella tarda serata di mercoledì 27 novembre Rai Uno ha annullato la richiesta per avere la società Mn Italia come ufficio stampa del Festival di Sanremo.

La spinosa questione, che ha per un momento sviato l’attenzione dell’annoso capitolo nomine (che non si riescono a fare) è la vicenda del conflitto di interessi sollevata da Striscia la notizia per i rapporti tra viale Mazzini e la Mn Italia per curare la promozione di alcuni programmi.

IL GIALLO DEL CONTRATTO RAI CON MN

Il caso nasceva dal fatto che l’attuale capo delle relazioni esterne, Marcello Giannotti, prima di arrivare in Rai chiamato dall’ad Fabrizio Salini lavorava proprio in Mn. Nella stessa giornata di mercoledì, nella sua audizione davanti alla commissione di Vigilanza Rai, lo stesso Salini nel merito aveva risposto un po’ piccato. «O decidiamo di penalizzare la società di provenienza di un manager e le inibiamo dal lavorare con la Rai», ha detto l’ad, «oppure questo è un tema». Coda serale con piccolo giallo: Salini aveva sempre negato che ci fosse un contratto con Mn per Sanremo quando invece la società diceva che stava già cominciando a lavorare al Festival. Il comunicato Rai pilatescamente non dice di aver annullato un contratto, ma probabilmente una richiesta di servirsi di quella società che faceva da preludio al contratto vero e proprio.

CAPITOLO NOMINE VERSO UN NUOVO RINVIO

Insomma, un pasticcio destinato a creare ulteriore imbarazzo. E c’è da scommettere che la questione sarà oggetto di discussione del cda di viale Mazzini convocato alle 10.30 di giovedì 28. Anche perché il tanto atteso capitolo nomine, eccezion fatta forse per il sostituto di Carlo Freccero alla direzione di RaiDue, visti i tanti e tali veti incrociati all’interno della maggioranza di governo, è meglio rinviarlo ancora.

Quello di cui si occupa la rubrica Corridoi lo dice il nome. Una pillola al giorno: notizie, rumors, indiscrezioni, scontri, retroscena su fatti e personaggi del potere.

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Finanziamento ai partiti, Rino Formica: «Siamo fermi al discorso di Craxi del 1992»

L'inchiesta su Open riapre il dibattito su denaro e politica. Lo storico esponente del Psi non ha dubbi e punta il dito contro la solita ipocrisia italiana. Con la differenza che nella Prima Repubblica era «condivisa e istituzionalizzata» mentre ora «tutti fanno i giustizialisti quando si tratta degli altri». L'intervista.

«Che cosa insegnano le ultime inchieste della magistratura sulle fondazioni legate ai partiti? Che anche una forma di ipocrisia può entrare in crisi». Parola di Rino Formica, 92 anni, già ministro e fra i massimi esponenti del Psi di Bettino Craxi. Anche se da Mani Pulite è passata un’era geologica «e le regole del finanziamento ai partiti sono profondamente cambiate, siamo sempre allo stesso punto». 

Rino Formica in una foto degli Anni 80 (LaPresse).

DOMANDA: Qual è il punto da cui non ci saremmo mossi in tutti questi anni?
RISPOSTA. Il punto è la pretesa di mettere le brache alla realtà, facendo finta che sia diversa da quel che è. Per dirla in modo diverso: siamo sempre alla finzione che un’attività politica possa essere svolta in modo spirituale, senza una necessità di organizzazione. Al contrario, la politica ha sempre bisogno di organizzazione, strutture, lavoro. E richiede inevitabilmente denaro, a meno di immaginare che sia tutto spontaneo o risolvibile a livello di volontariato.

Veramente il denaro può arrivare dai privati, purché in modo diretto e alla luce del sole.
Non è così. Il finanziamento a un partito apre la porte a ipotesi di reato, come il traffico di influenze e altre cose del genere. Ci si domanda sempre: perché quel privato finanzia un partito? Quale sarà il suo interesse occulto? Insomma, se uno spende soldi per il suo divertimento va bene, perché incrementa il Pil. Se invece vuole finanziare un’attività politica perché ha fiducia verso un partito o un singolo politico allora è oggetto di sospetto e riprovazione.

Il famoso discorso di Craxi alla Camera del 1992, quando disse che tutti i partiti sapevano e si comportavano alla stessa maniera è sempre attuale. Solo che allora, a differenza di oggi, nessuno si alzò per smentirlo

Non ci dobbiamo cautelare dal rischio che un privato finanzi un partito per ottenerne un vantaggio personale?
Ma quello è un reato. Se in cambio di quel finanziamento ottiene un beneficio illecito va processato e condannato. Ma qui parliamo di un’altra cosa. Non conosco le carte dell’inchiesta sulla Fondazione renziana Open, ma da quanto leggo sui giornali mi pare sia contestato il finanziamento illecito.

Davvero non vede un miglioramento del rapporto fra soldi e politica dai tempi di Mani Pulite?
Al contrario, vedo un peggioramento sostanziale, che si è consumato con il passaggio da una ipocrisia condivisa e istituzionalizzata, com’era quella della Prima Repubblica a un finzione espressa a livello individuale: tutti continuano a comportarsi sempre allo stesso modo, però fanno i giustizialisti quando si tratta degli altri. Il famoso discorso di Craxi alla Camera del 1992, quando disse che tutti i partiti sapevano e si comportavano alla stessa maniera è sempre attuale. Solo che allora, a differenza di oggi, nessuno si alzò per smentirlo.

Intende dire che i bilanci dei partiti di quel tempo erano tutti falsi? 
Non solo erano falsi, ma erano anche avallati dagli uffici di presidenza delle Camere che avevano il compito di controllare. Tutti sapevano che i partiti ricevevano contributi privati in aggiunta al contributo pubblico e tutti facevano finta di non vedere. Poi con la Seconda Repubblica quella tolleranza generale è venuta meno e questo spiega la proliferazione delle fondazioni politiche. 

Nel senso che sono nate fondamentalmente per raccogliere soldi per i partiti?
Ne sono convinto. A parte quelle con una struttura vera e propria, che svolgono con continuità attività culturali importanti e riconosciute. Ma si contano sulle dita di una mano.

Come se ne esce?
È difficile, perché l’attitudine a infrangere le regole per poi fare la morale agli altri è un tratto tipico del nostro Paese. E per cambiare la mentalità di un Paese ci vuole tanto tempo, mentre la politica pretende soluzioni immediate. Ma vale sempre la pena di combattere l’ipocrisia, riconoscendo che la politica ha i suoi costi, specie se è una politica riformista.

Addirittura?
Certo. Quando ero ragazzo i più anziani mi spiegarono che la differenza fra conservatori e riformisti era che i primi lasciavano marcire i problemi mentre i secondi lavoravano per affrontarli nel modo più tempestivo. È soprattutto questa attività che richiede risorse. E un Paese che non fa riforme, in tempi così complessi, è destinato a precipitare nel caos. 


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L’insulto del direttore leghista di Aler: «Le sardine infilatevele nel c…»

Della Torre dell'Azienda lombarda edilizia residenziale: «Quello degli imbecilli è un gene». Di Marco, consigliere regionale M5s: «Becero e vergognoso, riveste ruoli di vertice nell'amministrazione dei beni pubblici».

Ormai sono un marchio registrato, hanno più o meno un leader e un manifesto, invadono le piazze e collezionano nuovi fan. Ma anche tanti nemici. Sono le sardine, il movimento nato dal basso per contrastare l’avanzata populista e sovranista di Matteo Salvini. A qualcuno però la cosa non va giù. Prima c’è stato il professore emiliano che ha minacciato i suoi studenti nel caso fossero andati a manifestare, ora è spuntato Corrado Della Torre, direttore generale di Aler, l’Azienda lombarda edilizia residenziale di Brescia-Mantova-Cremona in quota Lega. Che ha scatenato un altro caso politico.

IL M5S: «PARLA COME UN ODIATORE QUALSIASI»

In un post su Facebook ha scritto: «Le sardine infilatevele nel c…, evidentemente quello degli imbecilli è un gene». Nicola Di Marco, consigliere regionale del Movimento 5 stelle Lombardia, ha commentato così: «Sono dichiarazioni becere e vergognose, Della Torre ogni volta che parla rappresenta un ente regionale di primo piano, non può parlare come un odiatore qualsiasi». Poi ha aggiunto: «Il movimento delle sardine, al di là di quello che esprime, va rispettato soprattutto da chi riveste ruoli di vertice nell’amministrazione di beni pubblici».

MA A FERRARA C’È UN LEGHISTA CHE VUOLE INCONTRARLE

Non tutti i leghisti però dialogano a suon di insulti. Il sindaco di Ferrara Alan Fabbri, in vista della manifestazione prevista per sabato 30 novembre, ha detto: «Per le sardine la porta del Comune è sempre aperta, sono disponibile a incontrare gli organizzatori e ad ascoltare idee e proposte». Fabbri, ospite di Omnibus, ha aggiunto: «L’occasione è ottima per uscire dagli schemi della contrapposizione, la nostra amministrazione si è insediata da poco, stiamo costruendo le basi per il futuro della città e siamo aperti al dialogo con chiunque abbia qualcosa da dire e voglia contribuire al bene comune, superando le logiche della strumentalizzazione politica».

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Cos’è successo nella rissa alla Camera sul Mes

Bagarre a Montecitorio mentre si parlava della riforma del fondo salva-Stati. Fischi e urla dai banchi del centrodestra, sedia sfasciata (da un leghista?), polso slogato per Mulè di Forza Italia e una deputata di Leu uscita in lacrime. Il tutto davanti alle scolaresche. Fico: «Spettacolo inaccettabile, presto sanzioni».

Non bastava la polemica politica in salsa sovranista e la già insopportabile leggerezza del dibattito sul Mes. È arrivata anche la rissa nell’Aula della Camera. Tutta colpa, ancora una volta, dell’ormai famigerato Meccanismo europeo di stabilità, cioè il fondo salva-Stati che dopo mesi di negoziati è a un passo dal traguardo.

TESTO NON PIÙ NEGOZIABILE: APRITI CIELO

La bagarre è scoppiata a Montecitorio dopo l’audizione del ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, che ha definito «comico» il rischio paventato dall’opposizione che vedrebbe l’Italia messa a in pericolo dalla riforma del trattato istitutivo del Mes. Gualtieri a Palazzo Madama ha anche detto che, «no», il testo ormai non si può più rinegoziare, «è stato chiuso». Tanto è bastato per scatenare il putiferio.

SI PARLA ADDIRITTURA DI «ALTO TRADIMENTO»

Il ministro del Tesoro così si è attirato l’accusa di «alto tradimento» (già peraltro paventata con nonchalance in televisione da Matteo Salvini per il premier Giuseppe Conte) da parte della presidente di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni. Il leghista Claudio Borghi ha invece parlato di «infedeltà in affari di Stato», invitando il governo a riferire alla Camera: «Altrimenti porteremo Conte in tribunale».

E C’ERANO PURE GLI STUDENTI AD ASSISTERE

Nel frattempo in Aula si è quasi venuti alle mani, tanto che il presidente Roberto Fico è stato costretto a sospendere la seduta e convocare una Capigruppo. Con l’aggravante che lo “spettacolo” è andato in scena di fronte alle scolaresche presenti. Dai banchi del centrodestra sono arrivati fischi e urla e vicino a dove siedono gli stenografi si sono accalcati diversi deputati: Giorgio Mulè di Forza Italia ha provato a mettersi in mezzo e ne è uscito con un polso slogato.

Ho sempre pensato che ci chiamassero onorevoli perché dobbiamo comportarci in maniera onorevole. Stasera non c’era onore, solo violenza e io me ne vergogno


Rossella Muroni di Leu

Un altro parlamentare – secondo alcuni colleghi sarebbe stato il leghista Daniele Belotti – ha presino distrutto una sedia. Rossella Muroni, deputata di Liberi e uguali, se n’è andata piangendo. E sui social network ha scritto: «Abbandono l’aula di Montecitorio in lacrime e non mi vergogno a dirlo. Mi vergogno invece per la scena di violenza a cui hanno assistito due scolaresche in visita. Una rissa in piena regola come ci si aspetterebbe in un bar malfamato. E invece era l’aula di Montecitorio. Ho sempre pensato che ci chiamassero onorevoli non perché qualcuno ci debba rendere onore, ma perché dobbiamo comportarci sempre in maniera onorevole. Stasera non c’era onore, solo violenza e io me ne vergogno».

FICO: «ISTRUTTORIA DEI QUESTORI SUI DISORDINI»

Su Facebook invece è intervenuto Fico: «Quello che è successo nell’aula della Camera è inaccettabile. Lo voglio stigmatizzare in maniera netta. Sono comportamenti che non possono appartenere alle istituzioni. Ad assistere a questo indecente spettacolo sono stati anche dei ragazzi delle scuole che erano in visita qui alla Camera. Al più presto i questori faranno un’istruttoria sui disordini e l’Ufficio di presidenza provvederà alle opportune sanzioni».

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I veti incrociati tra M5s e Pd bloccano le nomine Rai

Dietro il nuovo rinvio lo stallo sulle testate. No dei pentastellati a Orfeo al Tg3. I dem replicano mettendo in dubbio la permanenza di Carboni al Tg1.

Nuovo stop sulle nomine Rai. Dopo il rinvio dell’11 novembre, un altro nulla di fatto all’indomani di riunioni e trattative che non hanno portato a una fumata bianca. I curricula, che dovevano essere presentati la mattina del 27 novembre dall’amministratore delegato Fabrizio Salini, non sono arrivati ai consiglieri, nonostante l’intesa sembrasse vicina. La seconda rete dal 29 novembre è priva della guida di Carlo Freccero, pronto a lasciare il suo incarico per aver raggiunto il limite del mandato. L’ipotesi più probabile è un interim, che potrebbe essere assunto dallo stesso Salini o da Marcello Ciannamea, in pole poi per la direzione della rete.

IL VETO DEI CINQUE STESSE SU ORFEO

Stando a fonti parlamentari riportate dall’Ansa, lo strappo è stato provocato dalle possibili nomine alle testate. I cinque stelle, in particolare Luigi Di Maio, avrebbero posto il veto su Mario Orfeo alla direzione del Tg3, provocando una reazione dei dem che avrebbero a quel punto messo in discussione la permanenza di Giuseppe Carboni al Tg1. Mentre per quel ruolo si fa avanti, con supporto di Italia Viva, Andrea Montanari, il Pd pare pronto a far saltare anche la candidatura di Franco Di Mare a Rai3, poltrona che sarebbe lasciata libera da Stefano Coletta che passerebbe alla guida della rete ammiraglia. Anche l’uscita di Giuseppina Paterniti dal Tg3 in direzione RaiNews non metterebbe tutti d’accordo, anche perché non resterebbe più alcuna donna al timone delle tre principali reti e testate Rai. I cinque stelle vogliono che mantenga un incarico di peso e spingono nel contempo la candidatura di Francesco Giorgino per una direzione.

IL NODO DEI TAGLI IN MANOVRA

Nel Consiglio di amministrazione del 28 novembre si parlerà del percorso di attuazione del piano industriale, di ordini e contratti, della situazione immobiliare. Il discorso nomine è rinviato al Cda di dicembre o a una riunione straordinaria. I tempi non saranno brevi. Anche perché a influire sullo stop sarebbero stati i possibili nuovi tagli ai trasferimenti alla tivù pubblica previsti in una serie di emendamenti alla manovra. L’ad in Commissione di Vigilanza ha lanciato l’allarme sull’impatto che la riduzione delle risorse avrebbe sulla realizzazione del piano industriale. In caso di un taglio del budget, rispetto a quello preventivato al momento della stesura del progetto, sarebbe necessario rivederne il perimetro. In particolare in relazione agli oneri specifici derivanti dal contratto di servizio, come la realizzazione del canale inglese e del canale istituzionale. Le nomine sono fanno parte di un percorso delineato che, a questo punto, rischia di essere modificato.

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Clima e migranti tra le priorità della nuova Europa di Von der Leyen

Via libera alla Commissione. La presidente cita l'emergenza dell'acqua alta a Venezia come simbolo della lotta al riscaldamento globale. E sui profughi chiede «solidarietà» da parte degli Stati membri, parlando di un approccio «umano». Le sfide.

Adesso che ha passato la prova del voto del parlamento europeo, la Commissione targata Ursula von der Leyen può insediarsi a Palazzo Berlaymont il primo dicembre 2019. Con sfide definite «esistenziali» di fronte a sé, come quella dell’ambiente e della protezione del clima. Ma non solo.

GREEN NEW DEAL NEI PRIMI 100 GIORNI

Nel discorso prima del voto di fiducia alla sua squadra, l’ex ministra della Difesa tedesca ha citato il caso di Venezia sott’acqua, lanciando poi un monito a «non perdere neanche un secondo». Propositi pronti a prendere forma nel pacchetto sul Green New Deal che il neo esecutivo comunitario intende mettere sul tavolo nei primi 100 giorni.

«ITALIA, SERVE EQUILIBRIO TRA CONTI E INVESTIMENTI»

Sull’Italia, in particolare, ha detto poi a SkyTg24 che è «molto importante trovare un giusto equilibrio tra conti pubblici solidi, di cui c’è ovviamente bisogno, e gli investimenti per cui c’è abbastanza spazio».

MIGRANTI DA TRATTARE IN MODO «UMANO, EFFICACE ED ESAUSTIVO»

Spazio in Aula anche al tema dei migranti, che va trattato in modo «umano, efficace ed esaustivo», ha avvertito Von der Leyen, con ogni Stato membro chiamato a «mostrare solidarietà». Alla neo presidente non resta che mettersi al lavoro, conscia del fatto di avere alle spalle «un’ampia e stabile maggioranza», ma di poter contare allo stesso tempo anche su maggioranze trasversali a seconda dei temi affrontati di volta in volta.

POPOLARI, S&D E LIBERALI COMPATTI A FAVORE

In effetti il via libera è arrivato con numeri larghi: le tre grandi famiglie politiche dell’Eurocamera – Popolari, Socialisti & democratici e liberali di Renew Europe – hanno votato in modo compatto a favore, con qualche piccola sbavatura solo tra le file socialiste. Si è invece spaccata la delegazione dei cinque stelle (a luglio era stata determinante per eleggere la tedesca): 10 hanno votato a favore, due si sono astenuti e altri due hanno detto no.

CONSENSO MAGGIORE RISPETTO AL PREDECESSORE JUNCKER

Divisi anche i conservatori, con la bocciatura di Fratelli d’Italia e i sì del Pis polacco. Ma pure i Verdi si sono sfilacciati, e la maggioranza del gruppo si è astenuta. Dai sovranisti di Identità e democrazia (di cui fa parte la Lega) è invece arrivata una unanime porta in faccia. Complessivamente comunque la nuova Commissione – promossa con 461 sì, 157 contrari e 89 astenuti – ha portato a casa un ottimo risultato, facendo meglio di quella precedente targata Juncker: nel 2014 l’esecutivo del lussemburghese ebbe 423 voti a favore, 209 contrari e 67 astenuti (su 751 eurodeputati). I numeri ci sono, alla squadra composta da 27 commissari – manca quello britannico – ora non resta che affrontare le sfide enunciate.

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Borghi minaccia di portare Conte in Tribunale per il Mes

Secondo il deputato della Lega, il premier avrebbe «approvato un testo definitivo senza informare il parlamento».

Il deputato della Lega Claudio Borghi minaccia di portare il premier Giuseppe Conte in Tribunale per la gestione del dossier Mes, il fondo salva-Stati che i Paesi membri dell’Unione europea si apprestano a riformare.

LEGGI ANCHE: Cos’è il Mes e perché Salvini e Meloni attaccano il governo

Il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, nel corso di un’audizione in parlamento ha detto che le preoccupazioni in merito sono «del tutto infondate», precisando che il testo di riforma «non è firmato» e che «le polemiche sono pretestuose». Per l’Italia, a suo giudizio, «non ci sono profili critici, dunque sarebbe bene concentrare l’attenzione sugli altri aspetti del pacchetto in linea con le indicazioni del parlamento».

LEGGI ANCHE: L’insopportabile leggerezza del dibattito sul Mes

Ma secondo Borghi «quanto detto da Gualtieri sul Mes è gravissimo ed evidenzia comportamenti che potrebbero anche configurare eversione. Il premier Conte ha nei fatti approvato un testo definitivo e inemendabile senza informare il parlamento. Una cosa gravissima. È stato scavalcato il parlamento su un trattato internazionale da approvare a scatola chiusa. Questa è infedeltà in affari di Stato. Vogliamo che Conte riferisca subito in parlamento. Se non arriva, lo porteremo in Tribunale. L’avvocato del popolo si cerchi un avvocato».

AL SENATO APPUNTAMENTO FISSATO IL 10 DICEMBRE

L‘appuntamento di Conte con il parlamento, in ogni caso, è già fissato da tempo. Il 10 dicembre, come richiesto dalla Conferenza dei capigruppo di Palazzo Madama, il premier riferirà in Senato. E il presidente della Camera, Roberto Fico, ha detto che l’esecutivo riferirà «a brevissimo» anche a Montecitorio.

CONTE SI È GIÀ DIFESO DAGLI ATTACCHI DELLA LEGA

Pochi giorni fa Conte si è difeso pubblicamente dagli attacchi della Lega: «Abbiamo scoperto che c’è un negoziato in corso da un anno. Il delirio collettivo sul Mes è stato suscitato dal leader dell’opposizione (Matteo Salvini, ndr), lo stesso che qualche mese fa partecipava ai tavoli discutendo di questo argomento. Abbiamo avuto vertici di maggioranza con i massimi esponenti della Lega, quattro incontri. E ora c’è chi scopre che era al tavolo a sua insaputa». I cittadini, ha aggiunto Conte, «pretendono dal governo un atteggiamento responsabile e io pretendo un’opposizione seria, credibile, perché difendiamo tutti gli interessi nazionali, altrimenti è un sovranismo da operetta».

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Fondazioni e Think Tank, perché i controlli non funzionano

Aver equiparato associazioni e partiti e istituto una Commissione ad hoc non ha risolto i problemi. I cinque magistrati designati dovrebbero monitorare 6 mila organizzazioni e 56 mila persone. Ma mancano risorse e personale. Il report di OpenPolis.

Fatta la legge per i controlli sulle fondazioni, trovata la mancanza. Di risorse e personale. Con la conseguenza di vanificare gran parte delle intenzioni della riforma.

La norma, che equipara le fondazioni ai partiti, è entrata in vigore con il decreto Spazzacorrotti ed è stata ritoccata dal decreto Crescita e impone alle associazioni di pubblicare gli organi direttivi, il bilancio, lo Statuto e le donazioni. Ma presenta comunque un grande bug: non ci sono adeguate dotazioni di personale per verificare chi opera nelle fondazioni, tornate al centro della cronaca per le indagini su Open, la cosiddetta cassaforte renziana.

Su questo caso sarà l’inchiesta a chiarire le cose, ma un fatto è già assodato: la riforma voluta dal governo gialloverde non cambia le cose, almeno se si parla di controllo. Anzi fa perdere i magistrati, responsabili delle verifiche, in un mare magnum di nomi e informazioni. Smarriti in una platea sterminata da monitorare. 

LA COMMISSIONE DI GARANZIA È COMPOSTA SOLO DA 5 MAGISTRATI

La Commissione di garanzia degli statuti e per la trasparenza e il controllo dei rendiconti dei partiti politici, chiamata a monitorare su questi enti, è formata infatti da cinque magistrati, esattamente come quando è stata istituita. Alla nascita aveva però solo il compito di controllare i partiti e i movimenti politici, che – per quanto numerosi – sono comunque inferiori alla fioritura di fondazioni. Uno studio OpenPolis, pubblicato qualche giorno fa, fornisce numeri impressionanti: dovrebbero essere sottoposti a verifiche quasi 54 mila persone, per un totale di oltre 6 mila organizzazioni.

IL MARE MAGNUM DELLE ORGANIZZAZIONI

«Per la legge rientrano nel novero delle organizzazioni da monitorare tutte quelle strutture i cui organi direttivi sono composti per un terzo da persone che hanno avuto incarichi politici negli ultimi sei anni nel parlamento europeo e nazionale, nel governo, nelle regioni e nei comuni con più di 15 mila abitanti», spiega nel dettaglio il dossier. «Stiamo parlando di 53.904 persone, un numero talmente elevato che rende la fattibilità stessa dell’operazione un’illusione. Di fronte a questi numeri gli allarmi lanciati dalla commissione di garanzia sul non avere i mezzi per svolgere il proprio mandato sembrano legittimi». Il giudizio è quindi tranchant: «La normativa per com’è ora serve infatti solo ad anestetizzare il problema: una legge scritta male e un organo di controllo che non ha i mezzi per vigilare».

SEIMILA ASSOCIAZIONI DA MONITORARE

Una relazione della stessa Commissione, risalente allo scorso maggio, ha evidenziato la questione dell’immane lavoro da svolgere a fronte di risorse limitate: «Nell’ampliamento della nozione di partito e di movimento politico segue il notevole incremento dei compiti di controllo e sanzionatori della Commissione, a cui si aggiunge un’intensa attività istruttoria per l’identificazione delle diverse realtà associative destinatarie della nuova normativa, che si possono ipotizzare in circa 6 mila unità», si legge nel documento consegnato alla Camera. Nel passaggio successivo c’è la denuncia della situazione: «Funzioni da espletare con risorse umane e organizzative invariate e in assenza di ogni supporto economico dei compiti di istituto». Insomma, una precisa richiesta di potenziamento dell’organico, uno degli ultimi atti dell’ex presidente, Luciano Calamaro, che ha rassegnato le dimissioni a giugno. Al suo posto è stato nominato Amedeo Federici, affiancato dagli altri quattro componenti dell’organismo, Fabrizio Di Marzio, Salvatore Cacace, Laura Cafasso e Luisa De Petris. Peraltro, ai componenti della Commissione «non è corrisposto alcun compenso o indennità per l’attività prestata», come recita la legge istitutiva.

NEL MIRINO SOPRATTUTTO CONSIGLIERI, ASSESSORI E SINDACI

OpenPolis ha messo insieme un po’ di numeri, utili a capire le dimensioni del fenomeno. La fetta maggiore delle persone da monitorare riguarda chi ha occupato ruoli nei comuni con più di 15 mila abitanti: si parla di 48.955 tra consiglieri, assessori e sindaci. Il 90% del totale. Mentre sono 4.949 i politici in ambito nazionale ed europeo, così suddivisi: 208 nel parlamento europeo, 245 nel governo, 663 nel Senato, 1.303 nella Camera, 2.530 nelle Regioni. Una cifra impegnativa, ma che renderebbe possibile uno screening. «È ingenuo mettere sullo stesso piano organizzazioni strutturate come Italianieuropei o Aspen, con realtà associative locali coinvolte dalla normativa solamente perché un terzo degli organi apicali è composto da politici con incarichi comunali», chiosa OpenPolis.

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La visita di Grillo all’ambasciata cinese e l’imbarazzo del governo

Dopo l'incontro del fondatore del M5s con Li Junhua nella sede diplomatica di Pechino a Roma erano arrivate critiche e domande da parte di Lega e Pd. Il ministro degli Esteri nonché capo politico grillino Di Maio alla Camera: «Non è andato a nome dell'esecutivo. Non siamo tenuti a risponderne».

Una visita che non è certo passata inosservata. Finendo per imbarazzare il governo. Beppe Grillo all’ambasciata cinese di Roma: l’incontro datato 23 novembre si è portato dietro diverse polemiche politiche. Tanto da costringere l’esecutivo a una spiegazione ufficiale in parlamento.

FACCIA A FACCIA DI OLTRE DUE ORE E FOTO SU FACEBOOK

I fatti: il fondatore e guru del Movimento 5 stelle ha trascorso oltre due ore sabato nella sede diplomatica del quartiere Parioli e la sera prima a cena aveva avuto un incontro con l’ambasciatore di Pechino Li Junhua.

Un piacevole incontro ieri con l'Ambasciatore della Cina Li Junhua. Gli ho portato del pesto e gli ho detto che se gli…

Posted by Beppe Grillo on Sunday, November 24, 2019

Nulla di particolarmente segreto, visto che Grillo ha pubblicato una foto su Facebook a testimoniare il faccia a faccia. Con questo commento ironico: «Un piacevole incontro con l’ambasciatore della Cina Li Junhua. Gli ho portato del pesto e gli ho detto che se gli piacerà dovrà avvisarmi in tempo perché sarei in grado di spedirne una tonnellata alla settimana, sia con aglio che senza, per incoraggiare gli scambi economici!».

IL BLOG CHE NEGA LA REPRESSIONE SUGLI UIGURI

Ma in un momento di gravi tensioni tra Cina e Hong Kong, e nei giorni in cui il Blog di Grillo ha sposato la propaganda di Pechino negando la repressione degli uiguri, diversi politici hanno chiesto chiarimenti.

È andato là a parlare di cosa? Di business di telecomunicazione, di internet, di 5G, di piattaforma Rousseau, di via della Seta?


Matteo Salvini

Il leader della Lega Matteo Salvini in diretta Facebook non si è lasciato sfuggire l’occasione di attaccare gli ex alleati: «Sono democratico e ognuno è libero di incontrare chi vuole, ma vi sembra normale che un capo politico come Grillo, in un momento in cui ci sono tanti dossier economici aperti, vada a incontrare una-due-tre volte l’ambasciatore cinese?». Poi l’ex ministro dell’Interno si è chiesto: «È andato là a parlare di cosa? Di business di telecomunicazione, di internet, di 5G, di piattaforma Rousseau, di via della Seta? E poi parlano di conflitti d’interessi degli altri».

QUARTAPELLE (PD): «INQUIETANTE DA CHI ERA PRO TIBET»

Lia Quartapelle, capogruppo del Partito democratico in commissione Esteri, in un’intervista a La Stampa a proposito della situazione di Hong Kong aveva detto: «C’è questa novità inquietante di Grillo che pare addirittura sposare la posizione cinese. Anche io sono stata in ambasciata e ho espresso la mia preoccupazione per Hong Kong. La cosa bizzarra è che Grillo ci sia andato due volte e non abbia rilasciato dichiarazioni. Lui, che un tempo era pro Tibet e anche pro uiguri, adesso non dice nulla. Comunque il problema non è lui, la politica si fa nelle sedi istituzionali».

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Lia Quartapelle del Pd. (Ansa)

Non spetta al governo rispondere di questo tipo inviti di esponenti della società civile nelle sedi diplomatiche


Luigi Di Maio

E nella sede istituzionale della Camera Luigi Di Maio, ministro degli Esteri ma anche capo politico del M5s fondato da Grillo, ha detto rispondendo a una domanda durante il Question time: «Il signor Grillo ha ricevuto un invito dell’ambasciatore cinese, ed è andato non rappresentando il governo». Di Maio ha aggiunto che «non spetta all’esecutivo rispondere di questo tipo inviti di esponenti della società civile nelle sedi diplomatiche, che peraltro avvengono regolarmente non solo in Italia, ma anche negli altri Paesi».

DI MAIO A SALVINI: «E LE SUE VISITE IN RUSSIA?»

Alla trasmissione Agorà invece Di Maio aveva replicato così a Salvini: «Capita spesso che un ambasciatore voglia incontrare una personalità italiana. Perché scandalizza questa visita di Grillo quando non c’è alcuna possibilità che lui sia andato a portare la pozione del governo italiano. Piuttosto sono rimasto colpito dalle visite di Salvini in Russia».

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Il csm bacchetta Di Maio, Salvini e Renzi per gli attacchi ai pm

Il leader del M5s nel mirino dei consiglieri per le parole pronunciate dopo la sentenza sulla tragedia del bus di Avellino, quello della Lega per le critiche al tribunale dei ministri e quello di Iv per il caso dei suoi genitori.

La Prima Commissione del Csm a maggioranza ha approvato la proposta di pratica a tutela dei magistrati di diversi uffici giudiziari che erano stati attaccati da esponenti di spicco della politica: Luigi Di Maio, Matteo Salvini e Matteo Renzi. A favore hanno votato i quattro componenti togati, contro i consiglieri laici della Lega Emanuele Basile e del M5s Filippo Donati.

I CASI IN QUESTIONE

Per quanto riguarda Renzi, a finire nel mirino dei consiglieri sono le dichiarazioni fatte in occasione dell’arresto dei suoi genitori. Per Di Maio, la censura dei consiglieri togati riguarda le parole pronunciate dopo la sentenza del giudice di Avellino sul bus, carico di pellegrini che finì in una scarpata, causando 40 morti. Per Salvini invece, sono finite sotto accusa, le espressioni usate dall’allora titolare del Viminale dopo la decisione del tribunale per i ministri sul caso della Nave Diciotti.

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Dalle Sardine ai Nutellini: il nuovo bestiario italiano

La politica da sempre usa metafore animali. Dai falchi alle colombe, dai cianghialoni ai Trota siamo arrivati ai pesci che riempiono le piazze. Ora aspettiamo i seguaci del biscotto del momento contro i più reazionari Baiocchini.

A 160 anni esatti dalla pubblicazione de L’origine della specie di Charles Darwin (pubblicato nel novembre 1859), sembra doveroso fare il punto sul bestiario a cui è ridotta la politica italiana, attualmente suddivisa tra Sardine e gattini, o Sardine e pinguini (intesi, gattini e pinguini, essenzialmente come mangiatori di sardine).

Se qualcosa Darwin ci ha insegnato, è che gli animali sono nostri fratelli, ancorché enigmatici e senza verbo, ma ben prima di lui, dalle origini dei tempi, gli esseri umani li hanno raffigurati, temuti o adorati, popolando di bestiari i loro disegni, miti e racconti.

GLI ANIMALI DELLA POLITICA

La politica non poteva certo restare immune da metafore animali, a cominciare dalla categoria falchi e colombe che connota da sempre la contrapposizione tra cinici e buonisti. Negli Anni 70, negli Stati Uniti, furono le Pantere Nere (Black Panther) a guidare il movimento di liberazione dei neri, mentre a da noi, stessa epoca, andava di moda l’espressione cani sciolti, per dire quelli che non avevano guinzaglio, cioè padrone, cioè partito, randagi della politica, insomma, inquieti e senza una cuccia in cui riscaldarsi. Gli animali schifosi hanno avuto largo impiego nella propaganda. Gli ebrei perseguitati dai nazisti erano definiti “zecche”, ma oggi a Hong Kong, 80 anni dopo, i manifestanti sono chiamati scarafaggi, e il parallelo fa parecchia impressione. Senza dimenticare l’avversione salviniana per le zecche in questo caso rosse. Con Matteo Renzi è stata invece la volta dei gufi, coloro che a suo avviso “remavano contro”. «Alla faccia dei gufi, io dico che il Pd sarà il primo partito e il primo gruppo parlamentare: la gente quando vede gli estremisti sceglie il buonsenso», assicurava l’ex premier a febbraio 2018. E la storia non gli ha dato ragione.

UN MONDO POPOLATO DI SCIACALLI, SQUALI E IENE

Altri emblemi di negatività sono gli sciacalli che approfittano delle disgrazie altrui, così come i pescecani o squali, che popolano soprattutto il mondo della finanza. Anche le iene hanno avuto il loro momento di gloria, dal film di Tarantino alla trasmissione omonima che da anni imperversa con le sue inchieste «che non fanno sconti a nessuno». Il tapiro è diventato un premio al contrario, che punisce anziché onorare, mentre resistono come premi veri il Leone e l’Orso d’oro dei festival del cinema di Venezia e Berlino. Ciccini e rassicuranti i lupetti e le coccinelle del mondo dei boy scout, così come pure le formiche, che «nel loro piccolo si incazzano», ma non fanno male a nessuno, e anzi hanno procurato successo e denaro a chi se le è inventate.

DAL CINGHIALONE CRAXI AL TROTA BOSSI JR

Tornando alla politica, abbiamo avuto il cinghialone Craxi e più di recente il Trota, il figlio di Bossi con la laurea comprata in Albania. Adesso, sono arrivate le Sardine, emerse dalle profondità marine, dove stavano rintanate, per riversarsi sulle piazze, come grandi padelle in cui sprigionare… che cosa? Ancora non si è capito, ma è comunque energia positiva che sguazza e smuove un contesto politico opaco, incartato su se stesso, spesso desolante. Prima delle Sardine, avevamo visto le Madamine torinesi, un fenomeno locale molto bon ton, che pure aveva portato in piazza migliaia di cittadini.

LEGGI ANCHE: Sardine, Girotondi e Popolo viola a confronto

E sempre dal Piemonte potrebbero scatenarsi i Nutellini, seguaci della nuova religione biscottiera che sta invadendo l’Italia (grazie a un’operazione di marketing di proporzioni epocali). Si attende la risposta di Barilla, con i suoi Baiocchini, fazione tradizionalista e conservatrice, affezionata a biscotti molto simili a quelli sgranocchiati fin dall’infanzia. Tornando agli animali, e potendo scegliere, l’unica specie della quale, personalmente, avrei voluto far parte, sarebbe stata quella delle conigliette di Playboy. Ma la specie, purtroppo, si è estinta. 

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