L’apertura al Mes di Giorgetti e gli altri ‘incidenti’ della maggioranza

Il ministero dell’Economia che dà un parere positivo alla ratifica del Mes, fumo negli occhi per i sovranisti nostrani al potere. La maggioranza che va sotto in commissione e non solo non riesce ad approvare un parere sul decreto Lavoro ma si fa beccare a copiare gli emendamenti dell’opposizione facendo arrabbiare pure la parte di minoranza più dialogante. Un caos in cui evidentemente a nulla è servito il richiamo del ministero dei Rapporti con il Parlamento su presenze in commissione e ordine nella presentazione degli emendamenti.

L’apertura alla ratifica del Mes da parte del Mef gela Meloni e Salvini

Che la giornata di mercoledì sarebbe stata quantomeno convulsa si era capito fin dal mattino. Alle 8.30 in commissione Esteri alla Camera era arrivato un parere del Mef sulla ratifica del Mes. «Per quanto riguarda gli effetti diretti sulle grandezze di finanza pubblica, dalla ratifica del suddetto accordo non discendono nuovi o maggiori oneri rispetto a quelli autorizzati in occasione della ratifica del trattato istitutivo del meccanismo europeo di stabilità del 2012», si legge in una lettera inviata dal capo di gabinetto del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti. Quindi, «non si rinvengono nell’accordo modifiche tali da far presumere un peggioramento del rischio legato a suddetta istituzione». Una bomba sulla maggioranza e sulla premier Giorgia Meloni, visto che sul ‘no’ alla ratifica Lega e Fratelli d’Italia hanno costruito parte della campagna elettorale che li ha portati al governo. La risposta è buttare la palla in calcio d’angolo, prendere tempo, lasciando spazio all’esecutivo di provare a modificare il Meccanismo, cercando di mantenere in stand by la proposta di legge delle opposizioni.

L'apertura al Mes di Giorgetti e gli altri 'incidenti' della maggioranza
Giancarlo Giorgetti (Imagoeconomica).

Maggioranza sotto in commissione Lavoro: dito puntato sugli assenti forzisti

Ma i motivi di tensione non finiscono qui. Alcuni giornali infatti si accorgono che è stato tagliato il Fondo di sostegno per le famiglie delle vittime di gravi infortuni sul lavoro. In base a un decreto ministeriale del Lavoro si fissa il risarcimento massimo a 14.500 euro, 8 mila euro in meno rispetto ai 22.400 dell’anno scorso. Ridotto anche l’indennizzo minimo, da 6 mila a 4 mila euro. Maggioranza e governo si mettono alla ricerca delle risorse per evitare un taglio difficile da giustificare in un Paese dove le denunce di infortunio sul lavoro presentate all’Inail entro aprile sono state 187.324 (-26,4 per cento rispetto ad aprile 2022), 264 delle quali con esito mortale (+1,1 per cento). I soldi spuntano fuori ma durante un passaggio tecnico in commissione Bilancio al Senato sul decreto Lavoro mancano due senatori di Forza Italia e la maggioranza non riesce ad approvare il parere necessario per far passare alcuni emendamenti, compreso il rifinanziamento del Fondo vittime. Gli assenti? Dario Damiani e Claudio Lotito. Partono le illazioni. Qualche senatore – ovviamente sotto anonimato – giura di aver visto Damiani festeggiare il proprio compleanno al ristorante (e in effetti ieri era proprio il compleanno dell’azzurro pugliese), mentre altri mettono il dito in piaghe un po’ più profonde. Lotito sta spingendo per ottenere norme più stringenti per contrastare la pirateria degli abbonamenti tv per seguire il calcio. Ma non starebbe trovando sponda in maggioranza. Da qui, la vendetta. Con qualche cronista che origlia dalla bocca di Lotito: «È solo l’antipasto…». Lotito, come si legge in qualche retroscena, sarebbe anche finito nel mirino di Antonio Tajani, proprio per il suo attivismo parlamentare non concordato (dallo spalma debiti per le società sportive all’allungamento dei diritti tv sempre per lo sport). «Sono quello con più presenze in assoluto. Non ho mai saltato una commissione da quando sono stato eletto, non sono mai arrivato in ritardo. Sono il primo ad arrivare al Senato e sono l’ultimo ad uscire. Praticamente lo chiudo Palazzo Madama…», si è difeso il presidente della Lazio parlando all’Adnkronos, declassando l’incidente a semplice contrattempo. Ma sul banco degli imputati finisce anche il presidente della commissione Bilancio, Nicola Calandrini, di Fratelli d’Italia. I colleghi di coalizione lo accusano di aver proceduto al voto senza rendersi conto che mancavano alcuni senatori. Qualcuno bisbiglia che avrebbe dovuto trovare un escamotage, prendendo tempo.

L'apertura al Mes di Giorgetti e gli altri 'incidenti' della maggioranza
Il forzista Claudio Lotito (Imagoeconomica).

Marattin e le accuse di plagio al governo

Ma la giornata è ancora lunga. Si passa alla delega fiscale. Il governo nei giorni scorsi ha presentato una serie di emendamenti. Uno di questi prevede una stretta sulla cannabis legale. L’obiettivo era quello di introdurre «un regime di tassazione delle parti della canapa coltivata suscettibili di essere utilizzate come succedanei dei prodotti da fumo ovvero da inalazione», assimilando la cannabis light ai prodotti da fumo. Era previsto anche uno stop alla pubblicità e alla vendita ai minori. Tutto liscio? No, lo stesso governo ha fatto  sparire l’emendamento dal tavolo. Non solo. Il senatore di Italia viva, Luigi Marattin, su Twitter accusa la maggioranza di ‘copiare’ gli emendamenti di Iv e Azione. «In tanti anni di storia parlamentare della Repubblica, a memoria d’uomo è la prima volta che capita», ha scritto. Aggiungendo un post scriptum: «Per i non-addetti ai lavori. Quello che è successo è che pur di non dare soddisfazione all’opposizione di approvare un loro emendamento, la maggioranza fa un copia e incolla e lo presenta come suo. Tecnicamente si chiama plagio». Pur di intestarsi qualche bandierina strappandola all’opposizione, la maggioranza rischia di inimicarsi le anime più dialoganti. Una strategia poco lungimirante visto l’alto rischio di incidente parlamentare.

Eichberg, il caldo al ministero e la bizzarra circolare sui vestiti

Che l’ambiente si fosse surriscaldato lo si capiva anche dal quadro politico, con la maggioranza in fibrillazione dopo essere andata sotto in Commissione Bilancio al Senato. Ma qui il clima sta per diventare irrespirabile anche a livello delle mere temperature stagionali, e così il capo di gabinetto del ministero delle Imprese e del Made in Italy Federico Eichberg, puntualissimo sull’inizio ufficiale dell’estate, ha pensato bene di mandare una circolare a tutti i colleghi per dare una sorta di (temerario) via libera sul modo di vestire: «Entriamo oggi nella stagione estiva, con il prevedibile aumento delle temperature ed il conseguente minore comfort della prestazione lavorativa resa in sede. Poiché abbiamo tutti a cuore la tematica del benessere organizzativo sul luogo di lavoro, ritengo che, nel periodo estivo (quindi da oggi fino alla seconda decade di settembre inclusa), anche noi che prestiamo servizio presso gli Uffici di diretta collaborazione del Ministro potremmo concederci – pur sempre nel rispetto del decoro delle Istituzioni che rappresentiamo e delle condivise regole di compostezza che si debbono all’appartenenza ad un pubblico ufficio – un abbigliamento meno formale e più adatto alle temperature».

Eichberg, il caldo al ministero e la bizzarra circolare sui vestiti
Federico Eichberg (Imagoeconomica).

Dopo Draghi, ancora i condizionatori nel mirino

Quindi niente più giacca? Camicia a maniche corte sì o no? E le donne possono far sparire i tailleur nell’armadio dei capi invernali? Non è dato sapere. Ma soprattutto: c’era bisogno di specificarlo? Di certo c’è che il capo di gabinetto di Adolfo Urso, invece di preoccuparsi dei dossier arenati al Mimit, sembra più attento alla calura incombente: «Ciò è funzionale anche alla tematica del risparmio energetico, che riguarda non solo il nostro Ministero ma tutta la Nazione. Infatti, in questo modo, sarà senz’altro più agevole fare un uso limitato dei condizionatori d’aria, che vi raccomando solo nelle ore più calde della giornata e con temperature moderate, e sfruttare al massimo, ove possibile, le risorse naturali, in primis l’areazione dei locali (anche creando “riscontro d’aria” ove ricorrano le condizioni, con le stanze prospicienti) nelle ore fresche». Cioè siamo persino oltre all’aut aut «preferite la pace o il condizionatore» pronunciato nella primavera del 2022 da Mario Draghi, visto che almeno in quel caso si trattava di una domanda provocatoria: qui il livello è consigli della nonna, “tieni aperte due finestre così fa corrente” (nell’afa romana, ciao core). Almeno però non si può non dire che il governo non faccia qualcosa contro il global warming: meno condizionatori, più indumenti sbottonati.

Stretta anche sul consumo di carta e toner

Eichberg ha infine concluso: «II tema dell’uso oculato delle risorse che utilizziamo al Ministero (messeci a disposizione dai cittadini italiani per servire al meglio il Bene Comune) è – ovviamente – indipendente dalle stagioni e chiedo, con l’occasione, una specifica attenzione da parte di tutte e di tutti (me in primis) al consumo di carta e toner, anche a beneficio dell’ambiente e di una maggiore salubrità dei luoghi di lavoro. Insomma si tratta di aspetti molto rilevanti la cui cura, da parte di tutte e tutti noi, può contribuire alla nostra missione di servire al meglio le istituzioni ed il bene Comune. Vi ringrazio per la collaborazione e vi auguro buon lavoro per gli impegni che ci attendono prima di godere di qualche giorno di meritato riposo». Per le mise eleganti arrivederci in autunno.

Bossi poeta e l’involuzione della Lega

Se è vero che nulla avviene per caso, dev’esserci un senso se la sorprendente riscoperta delle poesie di Umberto Bossi, fondatore della Lega Lombarda, poi Lega Nord, avviene proprio in questo momento. Quello più immediato e ovvio è evidenziare quanto è caduta in basso la leadership del Carroccio in due sole generazioni: dal profeta-poeta-visionario al tiktoker compulsivo specializzato in liste. Ma in questo inatteso ripescaggio si può leggere un monito apparentemente controintuitivo: la poesia, anche non eccelsa, è meno effimera della fortuna politica. Bossi è ancora vivo, ma politicamente defunto a causa dell’età e delle malattie. La sua eredità è stata in parte snaturata dall’ambizione e dalla pochezza dei suoi successori, che a malapena citano il suo nome, se non nella kermesse annuale di Pontida (da lui inventata, peraltro). Eppure a rinverdire la sua figura oggi non sono le sue gesta da leader di partito o da ministro, ma, a sorpresa, la misconosciuta opera giovanile di poeta e chansonnier, che gli avversari gli avevano sempre rinfacciato con disprezzo. Ed è internet, cui Bossi fu sempre estraneo, per ragioni anagrafiche e caratteriali, a ripescare un piccolo corpus bossiano di carmi composti fra gli Anni 60 e 70 (l’era della riscoperta del folk, da sinistra, area in cui all’epoca militava l’imberbe Umberto) e raccolti qualche anno fa nel blog della giornalista Nicoletta Maggi.

Bossi poeta e l'involuzione della Lega
Bossi nel 1992 (Imagoeconomica).

Bossi poeta, ribellismo ma con il coeur in man

Com’è il Bossi poeta? Con un po’ di cattiveria si potrebbe dire che è un ragazzo della via Gluck che non ha superato lo shock e continua a domandarsi «perché continuano a costruire case e non lasciano l’erba», però in dialetto lombardo.  I suoi temi sono il ripudio dell’industrializzazione e del consumismo, il rimpianto per la semplicità della vita agreste, l’invettiva contro i «padròn», la tenerezza verso i deboli, lasciati sul ciglio della strada dall’irresistibile avanzata del progresso. Ribellismo, ma con il coeur in man, insomma. La scelta del dialetto, in quegli anni, non aveva connotazioni campanilistiche o etniche, ma sociopolitiche: esprimeva il rifiuto per dell’omologazione imposta dallo sviluppo prepotente e dall’onnipotenza delle fabbriche che divoravano terre, acque e persone, così come l’italiano della televisione, della pubblicità e della scuola (istituzione con cui il giovane Bossi non era mai andato molto d’accordo) soppiantava le parlate locali, che per le classi popolari erano ancora la lingua madre, quella con cui si era imparato a parlare e a ragionare in un’Italia ancora prevalentemente contadina. È il dialetto a dare alle poesie del futuro Senatùr un’efficacia che non ti aspetti: il lombardo stacca le parole dalla carta, dà loro uno spessore che in italiano si perde, non solo perché è in lombardo che sono state scritte, ma anche perché obbligano il lettore non lombardòfono a cambiare il proprio punto di vista (o di udito), a fare più attenzione a quei termini un po’ stranieri e un po’ no. E la poesia è sempre l’incontro di due attenzioni, quella del poeta e quella del fruitore.

Bossi poeta e l'involuzione della Lega
Il Senatùr a una manifestazione della Lega (Imagoeconomica).

Dall’urlo ginsberghiano al celodurismo in canottiera

Ecco, in traduzione, l’urlo ginsberghiano dell’angry young Bossi: «Ho visto gli intestini della mia terra/seccarsi al sole/come cent’anni di pane raffermo,/ di ciotoline che hanno picchiato per niente./Io canto il muggire della carne in scatola/canto il fetore della cultura/Canto il domani/come un calcio nella pancia». Ehi, ma è lo stesso tizio che 10 anni dopo fonderà la Lega che «ce l’ha duro», sdoganerà le canottiere a vista, evocherà i «100 mila bergamaschi armati» e darà del «terrone» a due presidenti della Repubblica? Eh, sì. Proprio lui. E leggendo una poesia come Dü Fioeu (Due ragazzi), «von di nostra e un teron, butej den na bozza coi tulitt di tumatis voeuj» («uno dei nostri e un terrone, buttateli in un buca, con i barattoli dei pomodori vuoti», entrambi vittime di padroni che li abbattono come giovani pioppi) viene da chiedersi che cosa è andato storto. O che cosa si è raddrizzato, a seconda di come la si pensi, visto che invece di finire fra i matti o fra i clochard, destino abbastanza frequente fra gli artisti scioperati e incompresi, l’Umberto è approdato prima in parlamento e poi al governo.

Bossi poeta e l'involuzione della Lega
Umberto Bossi al Senato (Imagoeconomica).

Quel verso inconsapevolmente profetico: «Perché d’un rivoluzionari/n’han fai un lecapè?»

Il paragone con il pittore mancato che divenne Führer è inevitabile, e ci vorrebbero critici più esperti di me per valutare se il successo letterario di Bossi avrebbe danneggiato la poesia tanto quanto la fortuna di Adolf Hitler come pittore di paesaggi avrebbe degradato le arti figurative. Quel che è certo è che sarebbe stato meglio per tutti se qualcuno avesse incoraggiato entrambi a inseguire i loro sogni giovanili invece che trasformare la personale frustrazione in carburante per carriere di arruffapopoli (nel caso di Hitler, anche distruggipopoli). Oggi i dipinti dell’uomo di Braunau rimangono invenduti alle aste, non solo perché sono croste imbarazzanti o perché è imbarazzante alzare la mano in pubblico per fare un’offerta, ma perché girano un sacco di falsi praticamente indistinguibili da quelli veri (dipingere un paesaggio alpino alla Hitler è impresa alla portata di qualunque imbrattatele). Ed è difficile che le poesie di Umberto da Giussano, ancorché dignitose, finiscano nelle antologie. A storcere il naso non sarebbe il ministro dell’Istruzione Valditara, affezionato fin da ragazzo alle poesie milanesi di Carlo Porta, cui dedicò il suo tema di maturità, ma lo stato maggiore del Carroccio. Un verso bossiano inconsapevolmente profetico, «perché d’un rivoluzionari/n’han fai un lecapè?» (perché di un rivoluzionario ne han fatto un leccapiedi?) costringerebbe ogni dirigente leghista a un doloroso esame di coscienza.

Dl Lavoro, la maggioranza senza FI va sotto in commissione: Pd e M5s all’attacco

Il centrodestra è scivolato sul dl Lavoro. I partiti di maggioranza non sono riusciti a far votare positivamente il pacchetto di emendamenti presentato in mattinata in commissione Bilancio al Senato. Tutta colpa dell’assenza degli esponenti di Forza Italia, che hanno fatto scendere quindi a 10 il numero di senatori dell’area di centrodestra, contro altri 10 di opposizione. E così il voto si è concluso con una parità che di fatto blocca i lavori: seduta sospesa e polemiche da parte di Pd e M5s, che ne hanno subito approfittato per attaccare gli avversari politici. Ora bisognerà decidere come proseguire in conferenza dei capigruppo, per sbloccare l’iter e portare il dl Lavoro all’esame in Aula al Senato.

Patuanelli all’attacco: «Lo stato comatoso continua»

Tra i primi ad attaccare la maggioranza c’è stato il capogruppo del Movimento 5 stelle, Stefano Patuanelli. Su Twitter scrive: «Sul loro provvedimento simbolo, il decreto Precariato, che chiamano decreto Lavoro, la maggioranza va sotto in commissione Bilancio. Lo stato comatoso continua…». Dal canto suo, Fratelli d’Italia risponde con la relatrice del dl Lavoro, Paola Mancini: «È stato un incidente che non doveva accadere, ma rimediamo pure a questo». Adesso sarà richiesto un nuovo parere al Mef, da porre in votazione in commissione nei prossimi giorni.

Il voto sugli emendamenti al Dl Lavoro non passa a causa dell'assenza di Forza Italia
Il capogruppo del M5s Stefano Patuanelli (Imagoeconomica).

Il Pd: «Maggioranza schiantata al muro»

Critiche anche dal Partito democratico. Il capogruppo dem a Palazzo Madama, Francesco Boccia, parla di centrodestra «nel caos. Non si può fare finta di niente. Non esiste il voto pari, un emendamento è respinto se non c’è voto in più e quindi oggi la Commissione ha bocciato gli emendanti». E insiste: «Il risultato è sotto gli occhi di tutti: oggi sono stati bocciati tutti gli emendamenti presentati dalla maggioranza, non è possibile riproporli e non è più possibile tollerare il regolamento à la carte». Il responsabile economico dei dem Antonio Misiani ha commentato invece così: «Maggioranza divisa e schiantata contro un muro. Decisiva l’assenza dei senatori di Forza Italia. Aula bloccata. Dilettanti allo sbaraglio».

Il voto sugli emendamenti al Dl Lavoro non passa a causa dell'assenza di Forza Italia
Francesco Boccia, capogruppo del Pd a Palazzo Madama (Imagoeconomica).

Nomine: lo stallo del governo su Istat, Covip e non solo

Niente di nuovo sul fronte nomine. Il governo Meloni non è ancora riuscito a trovare una quadra definitiva sulle presidenze Istat e Covip (la Commissione di vigilanza sui fondi pensione). Il presidente dell’Istituto nazionale di statistica infatti è ancora pro tempore. Francesco Maria Chelli indicato come reggente dell’Istituto dopo la scadenza, lo scorso 22 marzo, del mandato di Gian Carlo Blangiardo, il 9 maggio è stato nominato con un decreto della Presidenza del Consiglio come “facente funzione”. Insomma, è presidente ma senza prospettive, visto che l’esecutivo ha altre intenzioni. Il problema è che in parlamento non si riescono a trovare i numeri per riportare Blangiardo su quella poltrona. E la stessa situazione rischia di riproporsi alla Covip dove al momento siede una presidente supplente.

Nomine, lo stallo del governo su Istat, Covip e non solo
Francesco Maria Chelli (Imagoeconomica).

Lo stallo sull’Istat: il centrodestra non ha i numeri per riconfemare Blangiardo

Il caso dell’Istat è emblematico, perché va avanti da ormai tre mesi senza che si intraveda uno sbocco. La presidenza è ostaggio di una forzatura politica, una sorte di ossessione, mentre al comando si è accomodato Chelli che rischia di diventare un “facente funzioni” a tempo indeterminato. Palazzo Chigi è intenzionato a riconfermare Blangiardo, fortemente voluto dal vicepremier Matteo Salvini, che lo aveva già indicato già ai tempi del governo gialloverde, il primo di Giuseppe Conte. In questo modo il leader leghista sa di poter contare su un profilo amico in una casella importante, l’Istituto che fotografa il Paese. E che, soprattutto, è allineato alla destra sulla battaglia per l’incremento demografico. Per rieleggerlo serve però il passaggio nelle commissioni Affari costituzionali di Camera e Senato, chiamate a esprimere il proprio parere con una votazione vincolante. E al governo hanno fatto i conti senza l’oste: per avallare la nomina è necessaria la maggioranza qualificata dei due terzi, significa 20 voti su 30 nella commissione a Montecitorio e 14 su 21 a Palazzo Madama. Nonostante i numeri schiaccianti in entrambi i rami del Parlamento, il centrodestra non può farcela da solo. Da qui è iniziato il lungo braccio di ferro con le opposizioni che, almeno una volta, si sono trovate compatte nel respingere la proposta. Nemmeno la mano del Terzo polo sarebbe sufficiente e per questo è stata intavolata una trattativa con Movimento 5 stelle e Partito democratico, provando sotto traccia a inserire una contropartita con le presidenze delle altre commissioni. Un tentativo naufragato e che ha provocato lo stallo per settimane. Le opposizioni hanno dato la disponibilità a votare un tecnico voluto dalla destra, a patto che non sia Blangiardo, anche perché non è sopita l’irritazione per il modus operandi della maggioranza che inizialmente ha pensato di tirare dritto. Fatto sta che all’ordine del giorno delle commissioni è sparito il parere sulla presidenza dell’Istat. Secondo fonti interpellate da Lettera43, l’unica soluzione sarebbe la rinuncia del presidente uscente. Inevitabilmente Chelli è stato investito della presidenza, nelle vesti del facente funzione, in attesa di trovare una soluzione.

Nomine, lo stallo del governo su Istat, Covip e non solo
Gian Carlo Blangiardo (Imagoeconomica).

Il lungo braccio di ferro su Inps e Inail e i tentennamenti sulla presidenza Covip

Il caso-Istat segue la lunga querelle su Inps e Inail: con un decreto, il governo aveva azzerato la vecchia governance, ma poi ha impiegato un mese e mezzo per indicare i commissari. La scelta, quasi per sfinimento, è caduta su Micaela Gelera per l’ente di previdenza e Fabrizio D’Ascenzo per l’istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni. Lo stesso film si sta per ripetere sulla presidenza Covip: Mario Padula ha concluso a marzo il mandato di presidenza. Da allora è subentrata, sempre come facente funzione, l’ex vice sindaca di Milano (giunta Pisapia), Francesca Balzani, che nel frattempo ha illustrato in parlamento la relazione sullo stato della previdenza complementare. Aveva tutti i titoli per farlo, certo, ma anche in questo caso, senza l’assegnazione ufficiale dell’incarico da parte del governo, manca una prospettiva a lungo termine. Si prospettano tempi non proprio brevi: occorre trovare l’accordo politico per individuare il profilo adatto da sottoporre poi al vaglio delle commissioni parlamentari competenti.

Nomine, lo stallo del governo su Istat, Covip e non solo
Francesca Balzani, presidente supplente Covip (Imagoeconomica).

Il commissario per l’alluvione in Emilia-Romagna? Può attendere

Sul fronte delle nomine in stand-by c’è inoltre quella a più elevato impatto mediatico: l’indicazione del commissario per l’alluvione in Emilia-Romagna. Il niet sul nome del presidente della Regione Stefano Bonaccini da parte di Meloni e Salvini è irremovibile. Così, in linea con la propria strategia, si va avanti a tentoni. Anzi a facente funzioni.

Grillo, il tacito rinnovo del contratto con il M5s e le frecciatine a Conte

Tra maggio e giugno ben tre volte nella Capitale. Per Beppe Grillo, che a lungo era rimasto defilato, si tratta di un vero e proprio ritorno sulla scena politica. Ma è fuori strada chi pensa che questo attivismo sia figlio della querelle sul contratto di consulenza per la comunicazione siglato ad aprile 2022 e scaduto a maggio tra il garante e il M5s. Sì perché, a quanto apprende Lettera43, non c’è nessun accordo da chiudere e il motivo è molto semplice: la precedente intesa è stata stipulata con la clausola del “tacito rinnovo”. Il che significa anche, però, che non esiste neppure alcun termine temporale. Potrebbe protrarsi ad libitum? Non proprio, in realtà. Al nostro giornale viene infatti spiegato che «come ogni contratto, si regge sul consenso di entrambe le parti». Per il momento, comunque, il fondatore del Movimento può dormire sonni tranquilli, visto che neppure l’entità economica ha subito o subirà ritocchi. Una cifra che dovrebbe aggirarsi intorno ai 300 mila euro, sebbene non abbia mai trovato chiare conferme dal partito di Giuseppe Conte. Grillo dunque continuerà a essere il testimonial del M5s, il che prevede, come da accordi, la promozione di campagne e «strategie digitali», oltre alla produzione di contenuti audio e video. Ma anche l’organizzazione di eventi e iniziative politiche. Sia in Italia sia all’estero dove è prevista la partecipazione a convegni, tavole rotonde e «a incontri con personalità scientifiche e istituzionali».

Grillo, il tacito rinnovo del contratto con il M5s e le frecciatine a Conte
Beppe Grillo sul palco della manifestazione romana del 17 giugno (Imagoeconomica).

La polemica sulle «brigate di cittadinanza»

Non è stata dunque di “ansia da rinnovo” a dettare le ultime uscite del comico genovese alla manifestazione Cinque stelle organizzata sabato 17 giugno a Roma contro la precarietà del lavoro. Semmai ansia da prestazione. Anche se le polemiche, con l’Elevato che si è ripreso la scena, non accennano a placarsi. Tanto che si è dovuto piegare, non una ma ben due volte, a correggere il tiro. Segno dei tempi visto che il blog di Beppe in questi anni ha sempre fatto proseliti pure per i suoi post spesso sibillini e aperti a molteplici interpretazioni. Dopo l’appello alle «brigate di cittadinanza» con tanto di «passamontagna», infatti, il garante M5s ha prima postato una foto su Instagram di un uomo mascherato e t-shirt griffata Movimento e corredata da commenti per circoscrivere il senso delle sue parole in piazza («Brigata ‘Riparazione panchine’» e «Restiamo in attesa delle brigate dei tombini e dei marciapiedi») e poi ha diffuso un video con l’invito, seppure ironico, a fermarsi tutti: «Era una boutade», ha spiegato Grillo. «È possibile che prendiate tutto sul serio?».

Grillo torna a lanciare frecciate a Conte: cambio di leadership all’orizzonte?

Questa volta però il tema non è tanto prendere sul serio o meno Grillo, anche perché il comico ligure non è nuovo a sparate, quanto interrogarsi sulla ratio di queste sortite. Escluse le ragioni economiche, come detto, restano quelle più politiche che rimandano ai rapporti sempre altalenanti tra Beppe e il presidente pentastellato Giuseppe Conte, tema collegato, secondo alcuni, persino a un futuribile cambio di leadership. Una prospettiva che, in caso di flop alle Europee, lo stesso Elevato potrebbe in cuor suo auspicare. Il retropensiero si fa largo soprattutto tra i contiani di ferro. In diversi non hanno difficoltà, seppure off the record, a masticare amaro di fronte «all’ennesimo tentativo di gettare ombre su Conte» andato in scena sabato scorso. E il riferimento neanche tanto velato è a quella stoccata – «Raccogliete i progetti e mandateli a Conte. Conte prima o poi li capirà» – da parte del fondatore della chiesa dell’Altrove. Qualcuno non esclude che Grillo stia «preparando il terreno per spianare la strada a una leadership diversa, soprattutto se dopo le Amministrative pure il risultato delle Europee sarà deludente». E i nomi più gettonati sono quelli delle due ex sindache: «Raggi e Appendino, si sa», ragionano, «hanno sempre avuto il pieno sostegno del garante. Senza contare che sono grilline della prima ora e che potrebbero raddrizzare la barra». Una tesi che però tra i Cinque stelle che conoscono bene il fondatore si tende a escludere: «Non c’è nessuno più lontano di Beppe dalle strategie di palazzo. Non è proprio nella sua natura», replicano a Lettera43. Salvo poi aggiungere: «Potrebbero essere tesi messe in circolazione perché fanno comodo a qualcuno». A chi, al momento, non è dato saperlo. Ma si tratta comunque di affermazioni che aprono uno squarcio rispetto all’immagine di granitica compattezza che l’ex premier ha voluto e vuole assolutamente dare del Movimento, soprattutto dopo l’addio dei dimaiani e la fine del quotidiano controcanto al leader ai tempi del governo Draghi. Ma questo è un altro capitolo e, come è noto, nel M5s ogni giorno ha la sua pena.

Salvini e le contraddizioni sul codice stradale, tra velocità e tolleranza zero

Molti slogan “di pancia”, sulla scia dell’ultima tragedia della strada, qualche misura annunciata e rimangiata, in generale parecchia confusione. Non si capisce bene quale sia la linea politica del ministro dei Trasporti Matteo Salvini in tema di sicurezza stradale. Il leader della Lega aveva appena parlato di inasprimento del codice della strada, con pene esemplari per chi guida in stato d’ebrezza e regole ferree per i neo-patentati. Anche perché non poteva certo farsi scappare la possibilità di commentare, sull’onda emotiva dello sdegno generale, l’incidente mortale che ha visto coinvolti gli youtuber TheBordeLine a Casal Palocco. Ma intanto il Capitano ha aperto anche all’idea che il limite di 130 chilometri orari possa essere eliminato, su alcune tipologie di strade. Nonostante l’eccesso di velocità sia, secondo uno studio Aci/Istat, la terza causa di incidenti dopo le distrazioni alla guida e il mancato rispetto di una precedenza o di un semaforo. E soprattutto è il principale responsabile dei sinistri più gravi, spesso fatali. Secondo i dati della polizia stradale, dei 70.554 incidenti del 2022, 1.362 sono stati mortali, con 1.489 vittime, 28.914 persone con lesioni e 42.300 feriti. Numeri in aumento rispetto al 2021. Non è la prima delle contraddizioni di Salvini, che sul tema è già scivolato altre volte.

Matteo Salvini ha annunciato di voler alzare il limite di 130 km/h
Matteo Salvini presente ai funerali di Silvio Berlusconi (Getty).

Salvini vuole regole rigide, ma anche aumentare il limite di velocità

In un’intervista su Radio24, Salvini ha affermato di essere «convinto che su alcune tratte italiane a tasso di incidentalità prossimo allo zero, in alcuni orari, laddove ci sono tre, quattro o addirittura cinque corsie un superamento controllato degli attuali 130 chilometri orari come negli altri Paesi europei possa essere preso in considerazione». Al di là del riferimenti all’Europa, dove soltanto Bulgaria e Polonia hanno limiti in alcuni casi fissati a 140 km/h, l’idea pare cozzare con quanto detto più volte e ribadito, poche ore dopo, anche al Tg1: «Serve educazione stradale, ma serve anche tolleranza zero per chi sbaglia. Quindi revoca della patente per chi è recidivo, guidando drogato o ubriaco. E per i neopatentati l’impossibilità di guidare auto di grossa cilindrata per i primi tre anni e la sospensione della patente per chi viene trovato alla guida mentre usa il telefonino».

Salvini nel 2013 twittava: «Assenzio, limoncello e ora… sereni al volante»

E proprio sulla revoca della patente per chi viene trovato alla guida in stato d’ebrezza si registra un altro scivolone. Salvini nel 2013 twittava, dopo una «gran serata coi Fratelli Leghisti», qualcosa che lasciava intendere come lui stesso si fosse messo alla guida dopo aver bevuto: «Ginepro, assenzio, limoncello e ora… sereni al volante con Vasco! Liberi liberi siamo Noi!!!». Un tweet che oggi, dopo 10 anni, risulta incoerente con le posizioni prese, come gli è stato contestato già nel novembre 2022. In quell’occasione Salvini ha annunciato di essere «al lavoro sui codici» per cambiare le regole dopo la strage avvenuta in Emilia-Romagna, quando in un incidente automobilistico morirono tre bambini e una giovane donna di 22 anni. 

Il caso delle targhe alle biciclette: prima l’annuncio, poi il dietrofront

Ma non è finita, perché in tema di viabilità e sicurezza, Salvini ha recentemente annunciato alla Camera di voler presentare un «pacchetto che interverrà anche sulla mobilità dolce, sulle due ruote, prevedendo casco, assicurazione, targa e freccia obbligatorie per monopattini e biciclette». Poi, dopo 48 ore di polemiche e allarmi lanciati dalle varie associazioni, lui stesso ha smentito sul giornale Libero, dicendo che «qualcuno ha giocato a fare confusione». Salvini ha spiegato che «targhe, frecce, casco, assicurazioni e limiti di velocità sono per i monopattini, non per le biciclette». Un dietrofront in piena regola. E pensare che nel 2015, con un altro tweet, definiva «matti!» i membri del Partito democratico, dopo che «un senatore ha proposto di mettere targa, e di far pagare il bollo, anche a proprietari di BICICLETTA».

Matteo Salvini ha annunciato di voler alzare il limite di 130 km/h
Matteo Salvini durante Assarmatori 2023 (Imagoeconomica).

Il futuro di Mario Draghi tra politica e ruoli di alto profilo

Non c’è modo migliore che far sentire una presenza se ci si dedica a coltivare la propria assenza. Sembra diventata questa la regola cui obbedisce Mario Draghi, uno che anche quando da presidente del Consiglio era sotto i riflettori cercava di spegnerli. E non c’è modo migliore che far sapere di essere fuori dalla vita pubblica per creare le condizioni per potervi ritornare. Da quando non è più a Palazzo Chigi, l’ex premier e governatore della Banca centrale europea ha limitato uscite pubbliche e interventi. Fa eccezione la doppia apparizione, doverosa, ai funerali di Silvio Berlusconi e Flavia Franzoni, moglie di Romano Prodi che però, come in precedenza alle esequie romane di Benedetto XVI, non è stata accompagnata da esternazioni. Solo che a volte il silenzio dice più delle parole, come proprio lo stesso Draghi ha dimostrato dopo l’uscita dalla Bce. Cui seguì un lungo silenzio rotto in rare occasioni, come la celebre lettera al Financial Times del marzo 2020 sulla «guerra» al Covid-19, che letta col senno di poi fu la premessa della sua chiamata alla guida del governo.

Dei fedelissimi, solo Cingolani allineato con Meloni

Ma l’averlo visto se pur silente di nuovo in pubblico ha rinfocolato gli interrogativi: cosa ha in mente oggi Draghi? Davvero ha detto basta a politica e ruoli istituzionali o invece lui e i suoi lavorano al grande ritorno? L’inner circle che tra il 2021 e il 2022 ha blindato governo e apparati di Palazzo Chigi ha preso strade diverse: lo si trova in banche, aziende, ruoli nella pubblica amministrazione. Pochi di loro, primo fra tutti il neo amministratore delegato di Leonardo, Roberto Cingolani, in sinergia col governo Meloni. La maggior parte in aperta divergenza, a testimoniare la presenza di uno Stato profondo legato agli apparati di potere che trovano in Draghi un punto di riferimento, che non ha certo legittimato il “destra-centro” conservatore e con venature sovraniste.

Il futuro di Mario Draghi tra politica e ruoli di alto profilo
Roberto Cingolani (Imagoeconomica).

Giavazzi fulmina Giorgia sullo scaricabarile del Pnrr

A volte i Draghi boys esternano, e si intuisce che esprimono una posizione ampiamente condivisa con il loro ispiratore. Aveva iniziato a marzo 2023 Francesco Giavazzi, ex super consulente economico di Palazzo Chigi, oggi dominus della Scuola di amministrazione della Bocconi, fulminando Meloni e i suoi per lo scaricabarile sui ritardi sulla messa a terra del Piano nazionale di ripresa e resilienza: «Chi parla di ritardi del Pnrr non sa come funziona», ha tagliato corto il professore, per altro rimbrottato su Repubblica dal duo BoeriPerotti, ossia due suoi colleghi bocconiani.

Il futuro di Mario Draghi tra politica e ruoli di alto profilo
Francesco Giavazzi (Imagoeconomica).

Funiciello e il manifesto che è un’antitesi del melonismo

Ha proseguito, velatamente, Antonio Funiciello, neo Identity manager di Eni dopo esser stato capo di gabinetto di Draghi, pubblicando la dotta requisitoria sulla leadership “Leader per forza”, fondata sulla narrazione di una visione del potere capace di anticipare i cambiamenti per governarli, fautrice di pragmatismo e scelte anti-conflittuali. Un manifesto che da Mosè ad Angela Merkel propone esempi vicini e lontani, letto come un’antitesi all’attuale melonismo di governo.

Il futuro di Mario Draghi tra politica e ruoli di alto profilo
Antonio Funiciello (Imagoeconomica).

Garofoli, che bocciatura alla riforma della giustizia

Last but not least, è sceso in campo Roberto Garofoli, ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio e figlio del partito dei grand commis del Consiglio di Stato, di cui è presidente di Sezione. Sua la decisione di bocciare la madre di tutte le riforme proposte da Meloni, quella che in materia di giustizia abroga di fatto il reato di abuso d’ufficio.

Il futuro di Mario Draghi tra politica e ruoli di alto profilo
Roberto Garofoli (Imagoeconomica).

Anche Giugliano nel “partito draghiano” che si muove

Un fuoco di fila che mostra come i protagonisti della stagione draghiana non intendano garantire analoga e simmetrica lealtà a Meloni, che per un anno e mezzo è stata brava e disciplinata scolara dall’opposizione. Salvo poi giocare allo scaricabarile sul suo predecessore. Cosa che ha irritato non poco Draghi e i suoi. Civis Draghianus Sum è la parola d’ordine con cui i protagonisti del fu governo d’unità nazionale stanno tornando in pista ai più alti livelli della società civile e dell’impresa. Ultimo ad aggiungersi a questa lista è Ferdinando Giugliano, già portavoce a livello internazionale, speech writer e consigliere di Draghi, di recente approdato in Unicredit come responsabile delle attività di advocacy e public affairs. Insomma, se non è un “partito” draghiano – termine che l’ex governatore della Bce, forse pensando all’infausta esperienza di Mario Monti con Scelta civica, ha sempre disdegnato – poco ci manca.

Il futuro di Mario Draghi tra politica e ruoli di alto profilo
Ferdinando Giugliano (Imagoeconomica).

L’ambizioso discorso al Massachusetts Institute of Technology

E se c’è un manifesto del “Draghi-pensiero” per il post Palazzo Chigi lo si ritrova nel discorso tenuto il 7 giugno al Massachusetts Institute of Technology, in occasione del conseguimento del Premio Miriam Pozen. Un discorso definito da molti kissingeriano, di schietto realismo, di riconoscimento delle tare e dei limiti del sistema globalizzato, di esibita aderenza politica euro-atlantica. Un discorso-manifesto che pone di fatto come prioritaria per il Paese la necessità di un’autorevole e profonda visione su scala internazionale. Oltre, chiaramente, a evidenziare in filigrana quali possano essere le grandi ambizioni dell’ex premier e governatore che, nel breve periodo, non possono avere a che fare con incarichi nel settore privato o ambizioni nell’agone politico nostrano. Draghi ha deciso di volare alto. Problemi globali, di sfide a tutto campo: Intelligenza artificiale, inflazione, transizione energetica, sfida delle autocrazie. Nella consapevolezza che «i singoli Paesi europei, per quanto forti siano, sono troppo piccoli per padroneggiare queste sfide da soli. E più queste sfide sono grandi, più il cammino verso un’unica entità politica, economica e sociale, seppur lungo e difficile, diventa inevitabile. Il nostro viaggio che è iniziato molti anni fa, ed è accelerato con la creazione dell’euro, sta continuando».

Il futuro di Mario Draghi tra politica e ruoli di alto profilo
Mario Draghi (Imagoeconomica).

Un futuro da conferenziere ed editorialista, ma non solo

Draghi ha contezza dei «nostri tempi difficili. Ma i tempi non sono mai stati facili. Sono arrivato qui nell’agosto del 1972. Mentre ero uno studente, abbiamo avuto la guerra del Kippur, diversi shock petroliferi, il crollo del sistema monetario internazionale, il terrorismo imperversava in tutto il mondo e l’inflazione era fuori controllo, solo per citare alcuni eventi di quel tempo e naturalmente eravamo nella Guerra fredda». Da qui può esserci la fine del ciclo del Draghi di potere e l’inizio di quello del Draghi teorico di virtù e miserie dell’economia globalizzata? Forse. Dunque ci si può aspettare nel futuro prossimo un Draghi conferenziere, editorialista, narratore dei grandi scenari di sistema. Interprete insieme del posizionamento dell’Italia sulla scena internazionale e di ciò che i suoi alleati occidentali le chiedono.

Colle, Commissione Ue, Nato: le partite che interessano a Super Mario

Ciò non toglie che la politica sia un capitolo chiuso. L’ex premier è abile nel non chiedere mai ciò che vorrebbe, ma di farselo offrire. Vedi la vicenda Quirinale, che però ha visto frustrate, anche per suoi errori di strategia, le sue aspettative di insediarsi al Colle. Il 2024 sarà l’anno del rinnovo della Commissione europea e della segreteria della Nato. Emmanuel Macron, Joe Biden, Olaf Scholz e gli altri big dell’Occidente non possono che pensare con favore a un ritorno in pista di Super Mario. E il banchiere divenuto premier è nome spendibile per entrambi i ruoli. In quest’ottica, la logica di schierare il suo “partito” trasversalmente costringerebbe Meloni, con cui i rapporti sono attualmente molto freddi per non dire inesistenti, a prendere in considerazione la sua figura, di cui però potrebbe aver bisogno come sorta di testimonial nella sua campagna tesa a spostare gli assetti politici dell’Unione europea. Che poi Draghi accarezzi ancora l’idea del Quirinale non v’è dubbio, ma la rielezione di Sergio Mattarella colloca l’ipotesi molto avanti nel tempo.

Elezioni Regionali Molise 2023: data, candidati, liste e come si vota

I cittadini del Molise sono chiamati alle urne per eleggere il nuovo presidente della Regione più i 20 consiglieri regionali. Tre i candidati alle elezioni regionali: Francesco Roberti (centrodestra); Roberto Gravina (centrosinistra) e, infine, Emilio Lizzo, candidato indipendente. La lista della Democrazia Cristiana, con alla carica di governatore l’ex ministro Elisabetta Trenta, era stata esclusa dalla corsa alla candidatura per decisione del Consiglio di Stato, che ha respinto il ricorso presentato dal partito dopo una prima bocciatura arrivata dal Tar Molise. Saranno in totale 15 le liste in campo e ben 284 i candidati alla carica di consigliere per Palazzo D’Aimmo.

Nelle giornate di domenica 25 e lunedì 26 giugno, i cittadini del Molise voteranno per eleggere il presidente regionale e i venti consiglieri.
Schede elettoriali (Getty Images).

Le liste dei candidati alle elezioni regionali 2023 in Molise

Tre candidati, tre sfidanti per le elezioni del presidente del Molise: il candidato del centrodestra, Francesco Roberti, ingegnere e docente di Elettronica presso l’I.I.S.S. Ettore Majorana di Termoli, si presenta con la lista Roberti presidente per il Molise. A sostenerlo politicamente vi saranno Lega Salvini premier, Unione di centro, Fratelli d’Italia, Forza Italia, Popolari per l’Italia, il Molise che Vogliamo e Il Molise in buone mani-Noi moderati. Per il centrosinistra, Roberto Gravina, avvocato e sindaco di Campobasso dal 2019, si candida con la lista Gravina Presidente 2023, risultato di un’intesa tra il M5S, Costruire democrazia, Molise democratico e socialista, Alleanza verdi-sinistra italiana, Partito democratico e Gravina presidente Progresso Molise. Emilio Izzo, attivista, è invece il terzo candidato indipendente con la lista Movimento politico di salvezza pubblica «Io non voto… (i soliti noti)».

Come si vota alle regionali in Molise

I seggi per l’elezione del presidente della Regione del Molise e dei venti consiglieri resteranno aperti dalle 7 alle 23 di domenica 25 giugno e dalle 7 alle 15 di lunedì 26 giugno. Non è ammesso il voto disgiunto né il ricorso al ballottaggio. La coalizione del presidente eletto avrà diritto ad almeno 12 seggi. In materia di soglie di sbarramento, saranno escluse dalla ripartizione dei seggi, la o le liste collegate a un candidato presidente con meno dell’8 per cento dei voti e le liste in coalizione che abbiano ottenuto meno del 3 per cento dei voti.

Beppe Grillo ironizza sulle polemiche: «Hanno visto un uomo aggiustare tombini in passamontagna»

Beppe Grillo torna sulle brigate di cittadinanza, dopo le polemiche del fine settimana scorso e le parole pronunciate sabato sul palco di Roma, durante la manifestazione del Movimento 5 stelle. Con il consueto sarcasmo, il comico e cofondatore del partito, ha invitato tutti alla calma: «Per favore, fermatevi. Era una boutade. Ma è possibile che prendete tutto sul serio?». Il riferimento è alla frase che ha scatenato le critiche: «Volete il leader, ma siate i leader di voi stessi. Fate le brigate di cittadinanza, mettete il passamontagna e di nascosto andate a fare i lavoretti, mettete a posto marciapiedi, aiuole, tombini. Fate il lavoro e scappate. Reagite!». Parole che i suoi avversari politici, tanto dall’area di centrodestra quanto dal Terzo polo, hanno utilizzato per attaccarlo.

Beppe Grillo ha parlato di «brigate di cittadinanza» sabato 17 giugno 2023
Beppe Grillo si rivolge alla folla durante la manifestazione del 17 giugno 2023 (Imagoeconomica).

Grillo ironizza: «Visto un idraulico pensionato che aggiustava i tombini»

Grillo, che attualmente ha il ruolo di Garante all’interno del Movimento 5 stelle, ha risposto alle critiche scherzando: «Voglio dire: fermatevi, perché mi sono arrivate delle notizie drammatiche veramente. È stato avvistato un pensionato di 74 anni, un idraulico che stava aggiustando sei tombini di notte con un passamontagna. Fermatevi! Un albanese di 64 anni con cazzuola ha messo a posto otto marciapiedi durante la notte con il passamontagna. Non si può andare avanti così. Fermatevi. Ci vuole anche una legge: il governo deve reagire. Deve fare una legge. Abolire l’abuso d’ufficio e mettere l’abuso di lavori socialmente utili. Finitela, siate coerenti con voi stessi, con il governo e con la politica. Smettetela perché sennò scoppia veramente un casino ottimale».

Conte lo ha difeso: «Le sue parole strumentalizzate»

Nelle scorse ore, anche il leader del Movimento 5 stelle, l’ex premier Giuseppe Conte, ha commentato la vicenda difendendo Grillo: «I media mainstream hanno provato a ignorare la piazza di Roma, strumentalizzando una frase del discorso tenuto da Beppe Grillo sul palco di chiusura. Una frase estrapolata dal suo contesto e criminalizzata perché, accarezzando il gusto del paradosso, incitava i presenti a indossare il passamontagna per compiere non già azioni violente, bensì pacifiche e utili per la propria comunità».

Beppe Grillo ha parlato di «brigate di cittadinanza» sabato 17 giugno 2023
Giuseppe Conte e Beppe Grillo durante la manifestazione (Imagoeconomica).

Beppe Grillo ironizza sulle polemiche: «Hanno visto un uomo aggiustare tombini in passamontagna»

Beppe Grillo torna sulle brigate di cittadinanza, dopo le polemiche del fine settimana scorso e le parole pronunciate sabato sul palco di Roma, durante la manifestazione del Movimento 5 stelle. Con il consueto sarcasmo, il comico e cofondatore del partito, ha invitato tutti alla calma: «Per favore, fermatevi. Era una boutade. Ma è possibile che prendete tutto sul serio?». Il riferimento è alla frase che ha scatenato le critiche: «Volete il leader, ma siate i leader di voi stessi. Fate le brigate di cittadinanza, mettete il passamontagna e di nascosto andate a fare i lavoretti, mettete a posto marciapiedi, aiuole, tombini. Fate il lavoro e scappate. Reagite!». Parole che i suoi avversari politici, tanto dall’area di centrodestra quanto dal Terzo polo, hanno utilizzato per attaccarlo.

Beppe Grillo ha parlato di «brigate di cittadinanza» sabato 17 giugno 2023
Beppe Grillo si rivolge alla folla durante la manifestazione del 17 giugno 2023 (Imagoeconomica).

Grillo ironizza: «Visto un idraulico pensionato che aggiustava i tombini»

Grillo, che attualmente ha il ruolo di Garante all’interno del Movimento 5 stelle, ha risposto alle critiche scherzando: «Voglio dire: fermatevi, perché mi sono arrivate delle notizie drammatiche veramente. È stato avvistato un pensionato di 74 anni, un idraulico che stava aggiustando sei tombini di notte con un passamontagna. Fermatevi! Un albanese di 64 anni con cazzuola ha messo a posto otto marciapiedi durante la notte con il passamontagna. Non si può andare avanti così. Fermatevi. Ci vuole anche una legge: il governo deve reagire. Deve fare una legge. Abolire l’abuso d’ufficio e mettere l’abuso di lavori socialmente utili. Finitela, siate coerenti con voi stessi, con il governo e con la politica. Smettetela perché sennò scoppia veramente un casino ottimale».

Conte lo ha difeso: «Le sue parole strumentalizzate»

Nelle scorse ore, anche il leader del Movimento 5 stelle, l’ex premier Giuseppe Conte, ha commentato la vicenda difendendo Grillo: «I media mainstream hanno provato a ignorare la piazza di Roma, strumentalizzando una frase del discorso tenuto da Beppe Grillo sul palco di chiusura. Una frase estrapolata dal suo contesto e criminalizzata perché, accarezzando il gusto del paradosso, incitava i presenti a indossare il passamontagna per compiere non già azioni violente, bensì pacifiche e utili per la propria comunità».

Beppe Grillo ha parlato di «brigate di cittadinanza» sabato 17 giugno 2023
Giuseppe Conte e Beppe Grillo durante la manifestazione (Imagoeconomica).

Palermo chiama i suoi fedelissimi come vice in Acea, Luna Berlusconi in pole per il Senato e le altre pillole del 19 giugno

È passato un po’ di tempo da quando Fabrizio Palermo, ora numero uno di Acea, era amministratore delegato di Cdp, ma i suoi fedelissimi non lo hanno dimenticato. Così Pierfrancesco Ragni e Tommaso Sabato, rispettivamente ex direttore finanziario ed ex direttore Cdp Infrastrutture e Pubblica Amministrazione, hanno subito risposto sì alla sua chiamata. Raggiungeranno Palermo, da un anno amministratore delegato della municipalizzata romana, come suoi vice.

Luna monzese

Altro che Luna caprese: alla fine chi rischia di correre per il collegio del Senato “liberato” da Silvio Berlusconi si chiama Luna Roberta Berlusconi, ovvero la figlia prediletta di Paolo, il fratello del Cavaliere. Perché? I cosiddetti figli di secondo letto di Silvio, ovvero Luigi, Barbara ed Eleonora non hanno ancora compiuto 40 anni, ovvero l’età per candidarsi a un seggio di Palazzo Madama. E quelli che potrebbero partecipare? Marina non ci pensa, Pier Silvio non ne ha voglia. E allora che si fa? Visto che tutti parlano di Paolo, l’ipotesi di far scendere in campo Luna sta facendo presa, e rapidamente, come il cemento. Poi c’è il suo ex marito, Edoardo Sylos Labini, che sta sempre in televisione a discettare di cultura. E così sarà “Luna monzese”…

Da Luna Berlusconi che potrebbe correre in Senato a Nicola Porro attacca i giornalisti Sky: le pillole del 19 giugno
Luna Berlusconi (Imagoeconomica).

Porro contro SkyTg24: «Murdoch si è rotto…»

Non mancano mai gli “scarsi professionisti” dell’informazione contro cui puntare il dito: nella sua “zuppa” di sabato sui social Nicola Porro ha preso di mira una giornalista di Sky, Chiara Piotto, corrispondente da Parigi, che aveva detto che Elon Musk va a investire in Francia e non in Italia, dove secondo la cronista va a parlare di decrescita perché la Penisola non risulta attrattiva. Porro afferma l’esatto contrario, forte del fatto che lui a Roma ha intervistato Musk sentendo quali sono le sue idee, non per “sentito dire” come tanti altri ma proprio dalla voce del miliardario sudafricano. «Murdoch si è rotto i coglioni di sovvenzionare questi cialtroni», ha affermato Porro, «questa Chiara Piotto evidentemente ha una bella esperienza di come Murdoch abbia investito in Italia miliardi e li abbia persi grazie a lei e ai suoi colleghi in questa avventura che si chiama SkyTg24 che brucia miliardi da anni».

Da Luna Berlusconi che potrebbe correre in Senato a Nicola Porro attacca i giornalisti Sky: le pillole del 19 giugno
Nicola Porro ai funerali di Berlusconi (Imagoeconomica).

Gelli jr cerca l’Albania

In una delle infinite dirette sui social dove protagonista è Vittorio Sgarbi, ed esattamente quella dove il sottosegretario al ministero della Cultura girava per gli stand di Mercanteinfiera alle Fiere di Parma in mezzo a tonnellate di mobili e oggetti vari, nella giornata riservata agli operatori, appare all’improvviso un messaggio di Raffaello Gelli. Che annuncia: «Ti chiamerò perché avrei pensato di andare a abitare in Albania». Ma sì, il figlio di Licio Gelli punta su Tirana…

Dov’è l’Hilton? A destra

Festa romana per i 60 anni di vita dell’hotel Roma Cavalieri, il caro, vecchio, Hilton di Monte Mario. Il complesso alberghiero che, all’epoca, scatenò i primi ecologisti italiani, contrari alla cementificazione della collina verde (ma la Rai ci mette del suo con la terribile antenna sparaprogrammi). Chi ha condotto la serata a bordo piscina con cena e musiche in tema Beatles? Non era Flavio Insinna. E nemmeno Fabio Fazio. Ebbene sì, il protagonista e mattatore si chiama Pino Insegno. Uno che è di casa da Giorgia Meloni. Infatti la mejo battuta durante l’evento è stata questa: «Scusi, dov’è l’Hilton? A destra».

Da Luna Berlusconi che potrebbe correre in Senato a Nicola Porro attacca i giornalisti Sky: le pillole del 19 giugno
Pino Insegno e Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

Palermo chiama i suoi fedelissimi come vice in Acea, Luna Berlusconi in pole per il Senato e le altre pillole del 19 giugno

È passato un po’ di tempo da quando Fabrizio Palermo, ora numero uno di Acea, era amministratore delegato di Cdp, ma i suoi fedelissimi non lo hanno dimenticato. Così Pierfrancesco Ragni e Tommaso Sabato, rispettivamente ex direttore finanziario ed ex direttore Cdp Infrastrutture e Pubblica Amministrazione, hanno subito risposto sì alla sua chiamata. Raggiungeranno Palermo, da un anno amministratore delegato della municipalizzata romana, come suoi vice.

Luna monzese

Altro che Luna caprese: alla fine chi rischia di correre per il collegio del Senato “liberato” da Silvio Berlusconi si chiama Luna Roberta Berlusconi, ovvero la figlia prediletta di Paolo, il fratello del Cavaliere. Perché? I cosiddetti figli di secondo letto di Silvio, ovvero Luigi, Barbara ed Eleonora non hanno ancora compiuto 40 anni, ovvero l’età per candidarsi a un seggio di Palazzo Madama. E quelli che potrebbero partecipare? Marina non ci pensa, Pier Silvio non ne ha voglia. E allora che si fa? Visto che tutti parlano di Paolo, l’ipotesi di far scendere in campo Luna sta facendo presa, e rapidamente, come il cemento. Poi c’è il suo ex marito, Edoardo Sylos Labini, che sta sempre in televisione a discettare di cultura. E così sarà “Luna monzese”…

Da Luna Berlusconi che potrebbe correre in Senato a Nicola Porro attacca i giornalisti Sky: le pillole del 19 giugno
Luna Berlusconi (Imagoeconomica).

Porro contro SkyTg24: «Murdoch si è rotto…»

Non mancano mai gli “scarsi professionisti” dell’informazione contro cui puntare il dito: nella sua “zuppa” di sabato sui social Nicola Porro ha preso di mira una giornalista di Sky, Chiara Piotto, corrispondente da Parigi, che aveva detto che Elon Musk va a investire in Francia e non in Italia, dove secondo la cronista va a parlare di decrescita perché la Penisola non risulta attrattiva. Porro afferma l’esatto contrario, forte del fatto che lui a Roma ha intervistato Musk sentendo quali sono le sue idee, non per “sentito dire” come tanti altri ma proprio dalla voce del miliardario sudafricano. «Murdoch si è rotto i coglioni di sovvenzionare questi cialtroni», ha affermato Porro, «questa Chiara Piotto evidentemente ha una bella esperienza di come Murdoch abbia investito in Italia miliardi e li abbia persi grazie a lei e ai suoi colleghi in questa avventura che si chiama SkyTg24 che brucia miliardi da anni».

Da Luna Berlusconi che potrebbe correre in Senato a Nicola Porro attacca i giornalisti Sky: le pillole del 19 giugno
Nicola Porro ai funerali di Berlusconi (Imagoeconomica).

Gelli jr cerca l’Albania

In una delle infinite dirette sui social dove protagonista è Vittorio Sgarbi, ed esattamente quella dove il sottosegretario al ministero della Cultura girava per gli stand di Mercanteinfiera alle Fiere di Parma in mezzo a tonnellate di mobili e oggetti vari, nella giornata riservata agli operatori, appare all’improvviso un messaggio di Raffaello Gelli. Che annuncia: «Ti chiamerò perché avrei pensato di andare a abitare in Albania». Ma sì, il figlio di Licio Gelli punta su Tirana…

Dov’è l’Hilton? A destra

Festa romana per i 60 anni di vita dell’hotel Roma Cavalieri, il caro, vecchio, Hilton di Monte Mario. Il complesso alberghiero che, all’epoca, scatenò i primi ecologisti italiani, contrari alla cementificazione della collina verde (ma la Rai ci mette del suo con la terribile antenna sparaprogrammi). Chi ha condotto la serata a bordo piscina con cena e musiche in tema Beatles? Non era Flavio Insinna. E nemmeno Fabio Fazio. Ebbene sì, il protagonista e mattatore si chiama Pino Insegno. Uno che è di casa da Giorgia Meloni. Infatti la mejo battuta durante l’evento è stata questa: «Scusi, dov’è l’Hilton? A destra».

Da Luna Berlusconi che potrebbe correre in Senato a Nicola Porro attacca i giornalisti Sky: le pillole del 19 giugno
Pino Insegno e Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

La parabola di Marta Fascina, da lady Arcore a semplice ex

Nella maionese di Forza Italia che rischia di impazzire dopo la scomparsa di Silvio Berlusconi c’è un ingrediente che potrebbe avere difficoltà a trovare il suo posto. Eh sì, perché Marta Fascina, al secolo Marta Antonia, ora rischia grosso: senza più la “blindatura” (sentimentale e politica) del fondatore la “moglie per finta” pare destinata a esser fatta fuori dai nemici interni dell’ala che fa capo alla numero uno dei senatori azzurri, Licia Ronzulli, mentre il vicepresidente del partito (e futuro possibile reggente), Antonio Tajani,  è tutt’altro che propenso a esibire il petto per farle da scudo.

Da ‘angelo di Arcore’ alle ambizioni (deluse) da king maker azzurra

Eppure Fascina è uno di quei personaggi femminili che meriterebbero un film biografico del regista cileno Pablo Larraín o comunque un ritratto riflettuto sulla relazione tra le donne e il potere, relazione mediata dagli uomini forti che hanno avuto accanto. Nella variegata fenomenologia del gentil sesso che si è accompagnato al debordante Cavaliere e raramente ha evitato il destino di una condizione comprimaria, se non decorativa (si eccettuano certamente i casi di mamma Rosa e della primogenita Marina), Marta si era ritagliata un ruolo del tutto particolare. Ruolo che ha subito una profonda metamorfosi dalla controllatissima discrezione dei primi tempi alle ambizioni da king maker coltivate nell’ultima fase. Dal semplice chignon biondo alla Eva Kant alle posture da novella Eva Peron, insomma, il passo è stato breve. Troppo breve, secondo molti in Forza Italia. Lineamenti affilati e compostezza di gesso, per il gran rito funebre in Duomo l’ultima “lady B” è riuscita a sfoderare le lacrime delle grandi occasioni e ha mantenuto con disciplina lo sguardo catatonico sul feretro per quasi tutta la funzione religiosa. I figli più grandi, Marina e Pier Silvio, l’hanno presa più volte per mano, soprattutto Marina. Tuttavia,  questo presunto rapporto privilegiato pare non possa salvarla dal declino politico. Sul fronte dell’eredità economica, il testamento dovrebbe riservarle una dote intorno ai 90-100 milioni di euro, oltre a qualcuna delle ville del Cavaliere. Ma quella che più pesa è l’eredità politica e Fascina non pare in grado o comunque non ha avuto il tempo di costruirsi lo standing per dettare i giochi come stava provando a fare fino all’addio del sovrano di Arcore.

La parabola di Marta Fascina, da lady Arcore a semplice ex
Marta Fascina al funerale di Silvio Berlusconi con i figli del Cav, Marina, Piersilvio, Barbara ed Eleonora (Imagoeconomica).

Le passate tensioni con Tajani e il rapporto con Ronzulli

La quasi moglie e quasi leader ha intrattenuto rapporti altalenanti con Tajani. All’inizio aveva una relazione eccellente con la “ribelle” Ronzulli – che l’ha voluta fortemente alla corte di Silvio per far fuori Francesca Pascale – ma poi ha lavorato per estrometterla e ora, giocoforza, sarà costretta a subirne il ritorno, nel tentativo dei vertici del partito di includere e dare spazio a tutte le sensibilità e le correnti pur di non implodere. Appare dunque arduo immaginare una diarchia al femminile tra lei e Marina in supporto allo stesso ministro degli Esteri che avrà l’onere formale, e l’investitura sostanziale da Giorgia Meloni, di traghettare Fi oltre le colonne d’Ercole del voto europeo. Tra Fascina e Tajani, infatti, ci sono stati momenti di forte tensione nel recente passato. Il libro di Luigi Bisignani e Paolo Madron, I potenti al tempo di Giorgia (Chiarelettere), racconta ad esempio la sfuriata che l’attuale vicepremier riservò alla première dame a Villa Grande, la residenza romana del Cavaliere, all’indomani del duro scontro tra Fi e Fdi per l’elezione di Ignazio La Russa alla presidenza del Senato, su cui si riflettevano le tensioni legate alla formazione del governo. «Non devi allargarti, devi stare al tuo posto», avrebbe urlato Tajani prima di uscire nel parco della magione a sbollire la rabbia. «Ovviamente il Cavaliere non poteva certo permettere che la sua Marta venisse aggredita in quel modo. Ha preteso le scuse di Tajani, cosa che è avvenuta solo più di un’ora dopo il fattaccio», racconta Bisignani a Madron. Vedremo ora che ruolo vorranno giocare effettivamente i figli dell’ex premier (non sembra ci sarà un impegno diretto in politica, almeno a breve). Fatto sta che quella di Fascina sembra una figura destinata a scivolare in secondo piano. «A proposito, sai come la chiamavano nel partito prima che diventasse la First dame? “Matta” Fascina», rivela ancora Bisignani a Madron. Un soprannome che stride con il suo aplomb glaciale, benché poi talvolta la frizione sia scappata pure a lei, come quando insultò Renato Brunetta sul piano politico e anche per la sua statura all’indomani delle dimissioni da Fi dell’ex ministro che non aveva accettato la scelta del partito di sgambettare il governo Draghi.

La parabola di Marta Fascina, da lady Arcore a semplice ex
Silvio Berlusconi tra Marta Fascina e Marina nel febbraio 2022 (Imagoeconomica).

Da aspirante meteorina all’ufficio stampa del Milan e al Parlamento: l’ascesa di Fascina

Calabrese, di Melito di Porto Salvo, classe 1990, deputata alla seconda legislatura, Marta cresce a Portici, la stessa cittadina della esiziale (per la carriera politica di Berlusconi) Noemi Letizia. Studia poi a Napoli e si laurea in Filosofia alla Sapienza di Roma. Vuole fare politica e ci prova già nel 2013 con il Popolo della libertà, ma non entra nel consiglio comunale della stessa Portici. Ha ambizioni da giornalista, collabora anche con il Giornale, ma la svolta arriva con l’ingresso nell’ufficio stampa del Milan e la conoscenza con Adriano Galliani. Bisignani entra nel dettaglio: «Marta non aveva ancora 20 anni, e come tante ragazze sognava di fare strada nel mondo dello spettacolo. Per questo inviava di continuo il suo curriculum e i suoi book fotografici a Emilio Fede. Voleva candidarsi come “meteorina”, un’invenzione dell’allora direttore del Tg4 e che Berlusconi pare gradisse molto. Il giornalista la incontra durante una festa a Portici e resta colpito, oltre che dall’avvenenza, dalla maniacale conoscenza di tutte le formazioni del Milan. E la porta ad Arcore dal Cavaliere, che quel giorno le fa un provino sportivo. La interroga a bruciapelo chiedendole la formazione del Milan campione d’Italia 1967-68 ai tempi della presidenza di Franco Carraro. Provino brillantemente superato. Berlusconi la piazza all’ufficio stampa del Milan, che all’epoca è governato da Adriano Galliani in coabitazione con Barbara Berlusconi, cui questa Marta, che arriva lì imposta dal padre, proprio non piace, forse perché ne intravede le matrigne potenzialità. Per reazione, Marta trova la sponda di Galliani, che al contrario si mostra molto più protettivo».

Il quasi matrimonio con B e il tentativo di sistemare i suoi fedelissimi

Poi il Milan nel 2017 cambia proprietà e Fascina deve essere ricollocata. Intanto è riuscita a stringere un rapporto di fiducia, appunto, con Ronzulli che la spinge verso Berlusconi in funzione anti-Pascale. Nel 2018 passa il treno delle elezioni politiche, la giovane viene paracadutata in Campania e si ritrova in Parlamento. All’inizio della pandemia giunge l’ufficializzazione della relazione con il Cavaliere. Fascina inizia a essere sempre più presente accanto a Berlusconi, anche nei vertici politici e nei passaggi decisionali cruciali. La svolta ulteriore arriva a ridosso della battaglia dell’anno scorso per il Quirinale: Berlusconi viene ricoverato d’urgenza, e in gran segreto, al San Raffaele. Silvio resta per quasi due giorni privo di coscienza e al suo risveglio trova Marta che gli sta tenendo la mano. Allora le promette di sposarla. I figli, saputa la notizia, vanno su tutte le furie e Ronzulli si inventa la pantomima del quasi-matrimonio: è il marzo del 2022.

La parabola di Marta Fascina, da lady Arcore a semplice ex
Adriano Galliani e Gianni Letta al matrimonio simbolico di Marta Fascina e Silvio Berlusconi (Imagoeconomica).

Pier Silvio comunque non si presenta alla cerimonia di Villa Gernetto e manca pure Giorgia Meloni, mentre Matteo Salvini c’è. Fascina deve ingoiare il rospo, ma si fa risarcire in altro modo: alle elezioni del 2022 si ricandida, stavolta in Sicilia, e giustifica la nuova catapulta così: «La Sicilia è una regione meravigliosa, che conosco sin dai tempi, quando ero piccola, mio padre mi ci portava in vacanza». Stavolta, però, riesce a piazzare anche i suoi, a partire dall’ex compagno di scuola Tullio Ferrante, avvocato campano di San Giorgio a Cremano che viene eletto e subito spedito come sottosegretario al ministero delle Infrastrutture, nelle grinfie di Salvini ed Edoardo Rixi. Poi ci sono Alessandro Sorte e Stefano Benigni, i due astri nascenti lombardi che segnano il passaggio di potere da Ronzulli (che a sua volta aveva spodestato Mariastella Gelmini) a Fascina. La transizione era in corso e le manovre di Marta in pieno svolgimento. Il trapasso del Tutankhamon di Arcore potrebbe però stravolgere tutto un’altra volta. La vendetta è in preparazione e la quasi first lady difficilmente riuscirà a mantenere la presa sul partito, a cominciare dalle indiscrezioni che avrebbero voluto addirittura il padre Orazio candidato per Fi alle Europee. A livello parlamentare Fascina non ha presentato alcuna proposta di legge e nemmeno interrogazioni, interpellanze, mozioni o risoluzioni; d’altronde era in tutt’altre faccende affaccendata. In compenso ha co-firmato la proposta di bandiera per una Commissione parlamentare di inchiesta sull’uso politico della giustizia, un tormentone del trentennio berlusconiano. Un po’ pochino, certo, ma adesso senza più Silvio e un probabile futuro da “deputata semplice” ci sarà da iniziare a pedalare.

La parabola di Marta Fascina, da lady Arcore a semplice ex

Nella maionese di Forza Italia che rischia di impazzire dopo la scomparsa di Silvio Berlusconi c’è un ingrediente che potrebbe avere difficoltà a trovare il suo posto. Eh sì, perché Marta Fascina, al secolo Marta Antonia, ora rischia grosso: senza più la “blindatura” (sentimentale e politica) del fondatore la “moglie per finta” pare destinata a esser fatta fuori dai nemici interni dell’ala che fa capo alla numero uno dei senatori azzurri, Licia Ronzulli, mentre il vicepresidente del partito (e futuro possibile reggente), Antonio Tajani,  è tutt’altro che propenso a esibire il petto per farle da scudo.

Da ‘angelo di Arcore’ alle ambizioni (deluse) da king maker azzurra

Eppure Fascina è uno di quei personaggi femminili che meriterebbero un film biografico del regista cileno Pablo Larraín o comunque un ritratto riflettuto sulla relazione tra le donne e il potere, relazione mediata dagli uomini forti che hanno avuto accanto. Nella variegata fenomenologia del gentil sesso che si è accompagnato al debordante Cavaliere e raramente ha evitato il destino di una condizione comprimaria, se non decorativa (si eccettuano certamente i casi di mamma Rosa e della primogenita Marina), Marta si era ritagliata un ruolo del tutto particolare. Ruolo che ha subito una profonda metamorfosi dalla controllatissima discrezione dei primi tempi alle ambizioni da king maker coltivate nell’ultima fase. Dal semplice chignon biondo alla Eva Kant alle posture da novella Eva Peron, insomma, il passo è stato breve. Troppo breve, secondo molti in Forza Italia. Lineamenti affilati e compostezza di gesso, per il gran rito funebre in Duomo l’ultima “lady B” è riuscita a sfoderare le lacrime delle grandi occasioni e ha mantenuto con disciplina lo sguardo catatonico sul feretro per quasi tutta la funzione religiosa. I figli più grandi, Marina e Pier Silvio, l’hanno presa più volte per mano, soprattutto Marina. Tuttavia,  questo presunto rapporto privilegiato pare non possa salvarla dal declino politico. Sul fronte dell’eredità economica, il testamento dovrebbe riservarle una dote intorno ai 90-100 milioni di euro, oltre a qualcuna delle ville del Cavaliere. Ma quella che più pesa è l’eredità politica e Fascina non pare in grado o comunque non ha avuto il tempo di costruirsi lo standing per dettare i giochi come stava provando a fare fino all’addio del sovrano di Arcore.

La parabola di Marta Fascina, da lady Arcore a semplice ex
Marta Fascina al funerale di Silvio Berlusconi con i figli del Cav, Marina, Piersilvio, Barbara ed Eleonora (Imagoeconomica).

Le passate tensioni con Tajani e il rapporto con Ronzulli

La quasi moglie e quasi leader ha intrattenuto rapporti altalenanti con Tajani. All’inizio aveva una relazione eccellente con la “ribelle” Ronzulli – che l’ha voluta fortemente alla corte di Silvio per far fuori Francesca Pascale – ma poi ha lavorato per estrometterla e ora, giocoforza, sarà costretta a subirne il ritorno, nel tentativo dei vertici del partito di includere e dare spazio a tutte le sensibilità e le correnti pur di non implodere. Appare dunque arduo immaginare una diarchia al femminile tra lei e Marina in supporto allo stesso ministro degli Esteri che avrà l’onere formale, e l’investitura sostanziale da Giorgia Meloni, di traghettare Fi oltre le colonne d’Ercole del voto europeo. Tra Fascina e Tajani, infatti, ci sono stati momenti di forte tensione nel recente passato. Il libro di Luigi Bisignani e Paolo Madron, I potenti al tempo di Giorgia (Chiarelettere), racconta ad esempio la sfuriata che l’attuale vicepremier riservò alla première dame a Villa Grande, la residenza romana del Cavaliere, all’indomani del duro scontro tra Fi e Fdi per l’elezione di Ignazio La Russa alla presidenza del Senato, su cui si riflettevano le tensioni legate alla formazione del governo. «Non devi allargarti, devi stare al tuo posto», avrebbe urlato Tajani prima di uscire nel parco della magione a sbollire la rabbia. «Ovviamente il Cavaliere non poteva certo permettere che la sua Marta venisse aggredita in quel modo. Ha preteso le scuse di Tajani, cosa che è avvenuta solo più di un’ora dopo il fattaccio», racconta Bisignani a Madron. Vedremo ora che ruolo vorranno giocare effettivamente i figli dell’ex premier (non sembra ci sarà un impegno diretto in politica, almeno a breve). Fatto sta che quella di Fascina sembra una figura destinata a scivolare in secondo piano. «A proposito, sai come la chiamavano nel partito prima che diventasse la First dame? “Matta” Fascina», rivela ancora Bisignani a Madron. Un soprannome che stride con il suo aplomb glaciale, benché poi talvolta la frizione sia scappata pure a lei, come quando insultò Renato Brunetta sul piano politico e anche per la sua statura all’indomani delle dimissioni da Fi dell’ex ministro che non aveva accettato la scelta del partito di sgambettare il governo Draghi.

La parabola di Marta Fascina, da lady Arcore a semplice ex
Silvio Berlusconi tra Marta Fascina e Marina nel febbraio 2022 (Imagoeconomica).

Da aspirante meteorina all’ufficio stampa del Milan e al Parlamento: l’ascesa di Fascina

Calabrese, di Melito di Porto Salvo, classe 1990, deputata alla seconda legislatura, Marta cresce a Portici, la stessa cittadina della esiziale (per la carriera politica di Berlusconi) Noemi Letizia. Studia poi a Napoli e si laurea in Filosofia alla Sapienza di Roma. Vuole fare politica e ci prova già nel 2013 con il Popolo della libertà, ma non entra nel consiglio comunale della stessa Portici. Ha ambizioni da giornalista, collabora anche con il Giornale, ma la svolta arriva con l’ingresso nell’ufficio stampa del Milan e la conoscenza con Adriano Galliani. Bisignani entra nel dettaglio: «Marta non aveva ancora 20 anni, e come tante ragazze sognava di fare strada nel mondo dello spettacolo. Per questo inviava di continuo il suo curriculum e i suoi book fotografici a Emilio Fede. Voleva candidarsi come “meteorina”, un’invenzione dell’allora direttore del Tg4 e che Berlusconi pare gradisse molto. Il giornalista la incontra durante una festa a Portici e resta colpito, oltre che dall’avvenenza, dalla maniacale conoscenza di tutte le formazioni del Milan. E la porta ad Arcore dal Cavaliere, che quel giorno le fa un provino sportivo. La interroga a bruciapelo chiedendole la formazione del Milan campione d’Italia 1967-68 ai tempi della presidenza di Franco Carraro. Provino brillantemente superato. Berlusconi la piazza all’ufficio stampa del Milan, che all’epoca è governato da Adriano Galliani in coabitazione con Barbara Berlusconi, cui questa Marta, che arriva lì imposta dal padre, proprio non piace, forse perché ne intravede le matrigne potenzialità. Per reazione, Marta trova la sponda di Galliani, che al contrario si mostra molto più protettivo».

Il quasi matrimonio con B e il tentativo di sistemare i suoi fedelissimi

Poi il Milan nel 2017 cambia proprietà e Fascina deve essere ricollocata. Intanto è riuscita a stringere un rapporto di fiducia, appunto, con Ronzulli che la spinge verso Berlusconi in funzione anti-Pascale. Nel 2018 passa il treno delle elezioni politiche, la giovane viene paracadutata in Campania e si ritrova in Parlamento. All’inizio della pandemia giunge l’ufficializzazione della relazione con il Cavaliere. Fascina inizia a essere sempre più presente accanto a Berlusconi, anche nei vertici politici e nei passaggi decisionali cruciali. La svolta ulteriore arriva a ridosso della battaglia dell’anno scorso per il Quirinale: Berlusconi viene ricoverato d’urgenza, e in gran segreto, al San Raffaele. Silvio resta per quasi due giorni privo di coscienza e al suo risveglio trova Marta che gli sta tenendo la mano. Allora le promette di sposarla. I figli, saputa la notizia, vanno su tutte le furie e Ronzulli si inventa la pantomima del quasi-matrimonio: è il marzo del 2022.

La parabola di Marta Fascina, da lady Arcore a semplice ex
Adriano Galliani e Gianni Letta al matrimonio simbolico di Marta Fascina e Silvio Berlusconi (Imagoeconomica).

Pier Silvio comunque non si presenta alla cerimonia di Villa Gernetto e manca pure Giorgia Meloni, mentre Matteo Salvini c’è. Fascina deve ingoiare il rospo, ma si fa risarcire in altro modo: alle elezioni del 2022 si ricandida, stavolta in Sicilia, e giustifica la nuova catapulta così: «La Sicilia è una regione meravigliosa, che conosco sin dai tempi, quando ero piccola, mio padre mi ci portava in vacanza». Stavolta, però, riesce a piazzare anche i suoi, a partire dall’ex compagno di scuola Tullio Ferrante, avvocato campano di San Giorgio a Cremano che viene eletto e subito spedito come sottosegretario al ministero delle Infrastrutture, nelle grinfie di Salvini ed Edoardo Rixi. Poi ci sono Alessandro Sorte e Stefano Benigni, i due astri nascenti lombardi che segnano il passaggio di potere da Ronzulli (che a sua volta aveva spodestato Mariastella Gelmini) a Fascina. La transizione era in corso e le manovre di Marta in pieno svolgimento. Il trapasso del Tutankhamon di Arcore potrebbe però stravolgere tutto un’altra volta. La vendetta è in preparazione e la quasi first lady difficilmente riuscirà a mantenere la presa sul partito, a cominciare dalle indiscrezioni che avrebbero voluto addirittura il padre Orazio candidato per Fi alle Europee. A livello parlamentare Fascina non ha presentato alcuna proposta di legge e nemmeno interrogazioni, interpellanze, mozioni o risoluzioni; d’altronde era in tutt’altre faccende affaccendata. In compenso ha co-firmato la proposta di bandiera per una Commissione parlamentare di inchiesta sull’uso politico della giustizia, un tormentone del trentennio berlusconiano. Un po’ pochino, certo, ma adesso senza più Silvio e un probabile futuro da “deputata semplice” ci sarà da iniziare a pedalare.

Lollobrigida invita a colazione gli ex ministri dell’Agricoltura

Lollo ha capito che deve parlare meno e che è meglio diventare ‘ecumenico’ evitando polemiche inutili. Mercoledì farà una cosa che stupirà tutti, esibendo questa sua «nuova politica inclusiva e non divisiva», ha affermato un esponente di Fratelli d’Italia a una cena. A questo punto scatta la curiosità: che si inventerà il ministro cognato, ovvero Francesco Lollobrigida, titolare del dicastero dell’Agricoltura ora pomposamente ribattezzato come della Sovranità alimentare? Distribuirà personalmente pasti alla comunità di Sant’Egidio o alla mensa della Caritas? Andrà a una cena vegetariana con Elly Schlein? Farà un selfie gastronomico con Chiara Ferragni?

Lollobrigida invita a colazione gli ex ministri dell'Agricoltura
Teresa Bellanova, ministra dell’Agricoltura dal 5 settembre 2019 al
14 gennaio 2021 (Imagoeconomica).

Da Patuanelli a Bellanova, da Pecoraro Scanio ad Alemanno: gli ex al tavolo

No, molto di più: mercoledì a colazione, nella sede del ministero, ha invitato a mangiare gli ex titolari del dicastero che negli ultimi anni hanno “lavorato” a via XX Settembre. Di destra, di sinistra e di centro. Una tavolata con il grillino Stefano Patuanelli, la renziana Teresa Bellanova, i leghisti Gian Marco Centinaio e Luca Zaia, i piddini Maurizio Martina e Paolo De Castro, e poi Nunzia De Girolamo, Mario Catania, Francesco Saverio Romano, Alfonso Pecoraro Scanio. Non può mancare ovviamente il destrissimo Gianni Alemanno. E Calogero Mannino ci sarà? Ricordate a Lollo che nel 1963, per sei mesi, un politico come Bernardo Mattarella guidò il ministero, nel primo governo di Giovanni Leone…

Lollobrigida invita a colazione gli ex ministri dell'Agricoltura
Gianni Alemanno, ministro dell’Agricoltura dall’11 giugno 2001 al
17 maggio 2006 (Imagoeconomica).

Lollobrigida invita a colazione gli ex ministri dell’Agricoltura

Lollo ha capito che deve parlare meno e che è meglio diventare ‘ecumenico’ evitando polemiche inutili. Mercoledì farà una cosa che stupirà tutti, esibendo questa sua «nuova politica inclusiva e non divisiva», ha affermato un esponente di Fratelli d’Italia a una cena. A questo punto scatta la curiosità: che si inventerà il ministro cognato, ovvero Francesco Lollobrigida, titolare del dicastero dell’Agricoltura ora pomposamente ribattezzato come della Sovranità alimentare? Distribuirà personalmente pasti alla comunità di Sant’Egidio o alla mensa della Caritas? Andrà a una cena vegetariana con Elly Schlein? Farà un selfie gastronomico con Chiara Ferragni?

Lollobrigida invita a colazione gli ex ministri dell'Agricoltura
Teresa Bellanova, ministra dell’Agricoltura dal 5 settembre 2019 al
14 gennaio 2021 (Imagoeconomica).

Da Patuanelli a Bellanova, da Pecoraro Scanio ad Alemanno: gli ex al tavolo

No, molto di più: mercoledì a colazione, nella sede del ministero, ha invitato a mangiare gli ex titolari del dicastero che negli ultimi anni hanno “lavorato” a via XX Settembre. Di destra, di sinistra e di centro. Una tavolata con il grillino Stefano Patuanelli, la renziana Teresa Bellanova, i leghisti Gian Marco Centinaio e Luca Zaia, i piddini Maurizio Martina e Paolo De Castro, e poi Nunzia De Girolamo, Mario Catania, Francesco Saverio Romano, Alfonso Pecoraro Scanio. Non può mancare ovviamente il destrissimo Gianni Alemanno. E Calogero Mannino ci sarà? Ricordate a Lollo che nel 1963, per sei mesi, un politico come Bernardo Mattarella guidò il ministero, nel primo governo di Giovanni Leone…

Lollobrigida invita a colazione gli ex ministri dell'Agricoltura
Gianni Alemanno, ministro dell’Agricoltura dall’11 giugno 2001 al
17 maggio 2006 (Imagoeconomica).

Auto blu, piccoli Comuni e Province non mollano: i numeri

Un’auto di servizio a disposizione ogni 900 abitanti circa. Ad Avezzano, comune di oltre 40 mila abitanti in provincia de L’Aquila, di sicuro non mancano vetture pronte per l’uso dell’amministrazione: ce ne sono 47 in totale, tutte di proprietà, di cui una addirittura a «uso esclusivo con autista», l’auto blu nel suo significato pieno con autista dedicato alla guida per uno dei rappresentanti della Giunta. Quasi il triplo delle 18 auto che sono in dote alla presidenza del Consiglio. Insomma, Avezzano ha maggiori necessità rispetto a Palazzo Chigi. E così alcuni enti, come quello abruzzese a braccetto con la Provincia di Reggio Calabria, che gestisce un parco auto di 60 vetture nonostante la riduzione dei poteri, diventano l’emblema dell’immortalità di questa italica passione, che tutti dicono di voler limitare. Ma che negli anni ha resistito a ogni riforma e alle crociate di ogni ambizioso ministro, per ultimo Renato Brunetta.

Auto blu, piccoli Comuni e Province non mollano: i numeri
Renato Brunetta (Imagoeconomica).

Da San Vito al Tagliamento a Vigevano: quando l’auto blu è una passione

Secondo il censimento 2023 sulle auto in dotazione della Pubblica amministrazione, relativo al 2022, ci sono oltre 30 mila auto nella Pa, esattamente, 30.665. Confermando che negli anni scorsi non c’è stata una reale diminuzione: semplicemente molti enti non avevano risposto al dipartimento della Funzione pubblica. Nel 2021 se ne contavano 29.894, ma avevano dato le informazioni 8.142 amministrazioni, mentre nell’ultimo report è giunto un feedback da 8.328 enti, circa l’83 per cento del totale. La passione per l’auto blu, dunque, non è mai cessata: la media infatti resta intorno a 3,7 auto di servizio a disposizione di ogni amministrazione, categoria che va dalla Asl alle agenzie pubbliche, oltre ovviamente ai ministeri e governo, Regioni e Comuni. Ed è proprio tra le amministrazioni locali che si trovano i casi più singolari. Avezzano è irraggiungibile in termini assoluti, ma in questa classifica si distingue anche il Comune di San Vito al Tagliamento, 15 mila abitanti in provincia di Pordenone: il censimento registra 33 vetture di proprietà. Non ci sono problemi di spostamento nel perimetro dell’ente, insomma. Simile la situazione nel Comune di Rho, 50 mila abitanti nell’hinterland milanese, che conta 21 auto di servizio, facendo il paio con il Comune di Vigevano, oltre 60 mila residenti in provincia di Pavia. L’abitudine non conosce barriere geografiche: Battipaglia, località del Salernitano di circa 50 mila abitanti e nota per la produzione di mozzarella di bufala, ha segnalato la dotazione di ben 20 auto di servizio, stesso numero di Montalto Uffugo, 20 mila abitanti nel Cosentino. Singolare il caso di Ventasso, in provincia di Reggio-Emilia, nato dalla fusione dei comuni di Busana, Collagna, Ligonchio e Ramiseto. L’eredità è oggi di 18 veicoli per l’amministrazione di un ente che mette insieme meno di 4 mila abitanti. Tornando a Sud, Torre del Greco, popolo Comune vesuviano, raggiunge quota 16.

Province (per ora) senza poteri ma con un nutrito parco macchine

E che dire delle Province che si apprestano alla resurrezione per volere della maggioranza? Quella di Reggio Calabria, come accennato, è leader assoluta: può contare 60 auto di servizio. Per avere un’idea, sono molte di più rispetto alle 36 della città metropolitana di Roma e il doppio in confronto alle 29 della città metropolitana di Milano. Anche altri enti provinciali hanno conservato una buona dotazione. Grosseto e Pavia sono due casi significativi con 28 auto, così come meritano menzione le 24 di Lecco e Sondrio e le 20 di Arezzo. Insomma, in attesa che vengano ripristinati i poteri, le Province non rinunciano a niente. Se nelle realtà medio-piccole le auto blu abbondano, figuriamoci nelle metropoli. Spicca il Comune di Torino, guidato dal sindaco Stefano Lo Russo, che conta ben 191 veicoli (di cui 13 ncc e il resto di proprietà), che vince per distacco rispetto a ogni altra amministrazione. Sotto la Mole piace l’auto: il numero è in netto aumento rispetto alle 154 del 2021. Roma Capitale, amministrata da Roberto Gualtieri, è seconda con 109 auto, di cui 85 ncc, per una popolazione che è almeno tre volte superiore a quella del capoluogo piemontese. Il Comune di Milano ha invece “refertato” solo 41 auto, seppure con un incremento di 10 unità rispetto al censimento 2021, mentre restano a quota 91 le vetture disponibili per il Comune di Firenze, un dato nettamente superiore alle 62 di Bologna. Tre le città più importanti, la virtuosa Napoli si ferma a 12 vetture nei garage pubblici.

Auto blu, piccoli Comuni e Province non mollano: i numeri
Tra le grandi città italiane, Torino detiene il record di auto blu con 191 veicoli (Imagoeconomica).

Coni e Sport e Salute non pervenuti

Al netto del miglioramento nelle risposte nella Pa, resiste un 17 per cento di enti che non riferiscono il dato delle auto di servizio. Come il Coni di Giovanni Malagò, e la società “parallela” e “avversaria”, Sport e Salute. Magari non hanno a disposizione alcun veicolo, chissà. Solo che non è possibile saperlo. Top secret pure le informazioni su alcuni Comuni capoluogo, come Caserta, Enna e Varese e sulle città metropolitane di Napoli e Messina. Certo, non tutto è negativo. Un esempio? La cura Draghi a Palazzo Chigi stava sortendo degli effetti: nel 2022 alla presidenza del Consiglio le auto a «uso non esclusivo con autista», sono scese in un anno da 31 a 18, quasi tutti a noleggio con conducente (ncc). Anche il “Draghi boys”, Daniele Franco, al Ministero dell’Economia aveva operato un mini taglio, passando a 5 auto a disposizione rispetto alle precedenti 6. Al ministero del Turismo, per sua natura, la possibilità di spostarsi è agevole con 43 auto di servizio, anche se tra le amministrazioni dello Stato svetta il ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti con un totale di 58 veicoli, segnando un paradosso: tra governo e ministeri c’è una maggiore attenzione a non abusare delle auto blu, che pure per la Capitale sfrecciano in continuazione. Ma sui territori è, forse, peggio perché alcune ferme nei garage. Perché sono troppe.

Forza Italia, chi dentro Lega e Fdi gestirà il travaso (ma occhio a Renzi)

Forza Italia sorvegliata speciale. Soprattutto dalle parti dei partiti alleati, Fratelli d’Italia e Lega. Oltre che da Italia viva, visto che la morte di Silvio Berlusconi fa riemergere un vecchio pallino di Matteo Renzi e cioè lanciare un’Opa su Fi. Bisogna però prima capire se la creatura del Cavaliere riuscirà a sopravvivere al suo fondatore, e soprattutto per quanto (fino alle Europee?). Nel frattempo si preannuncia un gran da fare per gli addetti allo scouting tra Fratelli d’Italia e tra i leghisti a cui toccherà dirigere l’eventuale traffico azzurro in entrata nei rispettivi partiti. Come già scritto, infatti, per ora il timone di Fi è in mano all’ala composta da Antonio Tajani, Marta Fascina e Marina Berlusconi ed è un assetto che Giorgia Meloni spera che possa reggere sia per non destabilizzare la maggioranza di governo sia nell’ottica delle Europee 2024 e del progetto che ha in serbo la premier: creare un asse tra Conservatori e Popolari. Ma se così non fosse? In quel caso entrerebbero in azione i pontieri. A loro il compito di dare semaforo verde ai berluscones in libera uscita, con un occhio di riguardo alla pattuglia di senatori, visto che a Palazzo Madama i numeri sono sempre più ballerini. Primo passo in vista, chissà, di un futuribile partito unico, una sorta di riedizione del Popolo della libertà.

LEGGI ANCHE: Forza Italia senza i soldi di Berlusconi: il futuro economico del partito

Santanchè, che conosce il berlusconismo, in prima linea

Una cosa è certa: una iniziale scrematura dei curriculum non può non passare da esponenti milanesi di spicco di Fdi come Daniela Santanchè e – anche se in maniera più defilata per il ruolo istituzionale che riveste – Ignazio La Russa. Ma sarebbe soprattutto l’attuale ministra del Turismo a tenere le fila del dossier. Giocano a suo favore sia il ruolo di coordinatore regionale di Fdi in Lombardia e sia l’approfondita conoscenza del mondo berlusconiano di cui ha fatto parte. Ma in generale nel gruppo di testa dei “selezionatori” c’è l’intera compagine lombarda, come spiegano a Tag43 fonti parlamentari del partito, «e non solo, perché è da Milano che ha preso il via il berlusconismo, ma anche perché dopo l’affermazione di Fdi in Lombardia non si può prescindere dagli esponenti del territorio».

Il ministro del Turismo Daniela Santanche ha fatto una proposta per aiutare l'Emilia-Romagna, colpita dall'alluvione.
Daniela Santanché. (Getty)

In Regione allertati i meloniani Garavaglia e Romani

Tradotto significa, quindi, personalità come il capogruppo di Fratelli d’Italia in Regione, Christian Garavaglia, o lo stesso presidente del Consiglio regionale, Federico Romani. Che guarda caso, tra l’altro, è figlio dell’ex ministro azzurro Paolo Romani, a proposito di ponti con Forza Italia.
 Naturalmente, un ruolo di primo piano spetta a Giovanni Donzelli, responsabile organizzazione del partito. Come è avvenuto per la composizione delle liste dalle elezioni politiche in poi, dentro Fdi non si prescinde neppure dal “cognato d’Italia”, Francesco Lollobrigida, che appunto fa parte della cerchia ristretta di Meloni e che ha in mano i principali dossier politici.

Cos'è, cosa significa e come funziona il giurì d'onore, lo strumento chiesto da Fornaro dopo le affermazioni di Donzelli.
Giovanni Donzelli e Giorgia Meloni. (Getty Images)

A Malan torna utile la vecchia militanza in Forza Italia

Così come da Guido Crosetto, che è tra i fondatori del partito. Il ministro della Difesa, inoltre, è piemontese. Al bisogno, quindi, in vista del rinnovo della giunta regionale, chi meglio di lui potrà avere voce in capitolo in una eventuale selezione di azzurri sul territorio? Magari insieme a un altro big piemontese del partito come l’attuale capogruppo Fdi in Senato, Lucio Malan, per il quale torna utile pure la vecchia militanza tra le file di Fi. Al netto del fatto che, comunque, ogni decisione finale spetterà, ça va sans dire, alla premier.

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Lucio Malan.

Come detto, tutto dipenderà dalla tenuta o meno di Forza Italia e, dunque, dalla capacità di Tajani di traghettare il partito almeno fino alle Europee. In caso contrario, in vista dell’appuntamento elettorale per rinnovare il parlamento Ue, una voce in capitolo su eventuali innesti forzisti tra le fila meloniane l’avrà infine l’eurodeputato milanese Carlo Fidanza.

Porte aperte in Via Bellerio? Ancora presto

Anche dentro la Lega, però, le antenne sono tese. Si sa che una parte degli azzurri, soprattutto l’area ronzulliana, ha sempre avuto un canale di dialogo privilegiato con Matteo Salvini. Troppo presto, tuttavia, per immaginare migrazioni e, quindi, porte aperte in via Bellerio. Da queste parti, infatti, si è sempre puntato a privilegiare le ricandidature «per chi ha operato bene», come spiegano fonti parlamentari del Carroccio a Tag43, «e questo vale sempre, non solo in vista delle Europee tra un anno». Un conto poi sono «i portatori di voti e quindi gli eventuali innesti di qualità», ragionano, «un altro è imbarcare tanto per imbarcare». Comunque sia se l’implosione di Forza Italia dovesse consumarsi a stretto giro, le camicie verdi non resterebbero a guardare e soprattutto non lascerebbero campo libero a Fdi o ai renziani, desiderosi di ridare verve al centro. Un’eventuale campagna acquisti comunque seguirebbe rigidi passaggi piramidali «perché nella Lega le gerarchie funzionano e si rispettano».

Cosa c'è dietro nomina di ronzulli in lombardia
Giorgia Meloni, Silvio Berlusconi, Matteo Salvini. (Getty Images)

Europarlamento, si muovono i leghisti Zanni e Campomenosi

Per semplificare, insomma, l’imprimatur spetta al segretario, ma sarebbe l’ultimo miglio. C’è un passaggio intermedio imprescindibile: quello innanzitutto dei capigruppo di Camera e Senato, Riccardo Molinari e Massimiliano Romeo. E poi quello dei coordinatori regionali che «sono il vero filtro sul territorio», così come, guardando all’europarlamento, le figure dell’eurodeputato leghista e presidente del gruppo Identità e democrazia, Marco Zanni, e del capo delegazione del Carroccio a Bruxelles, Marco Campomenosi.

Il rischio è subire lo scacco matto da Renzi

Il quadro chiaramente è in divenire. Una cosa è certa, però: né Fdi e né la Lega vogliono rimanere col cerino in mano e quindi subire uno scacco matto da Matteo Renzi. Le mosse dell’ex premier vengono guardate a vista, anche perché sono ben noti i suoi colpi da stratega parlamentare. Intervistato da la Repubblica, per esempio, dice di non puntare agli elettori di Fi, salvo aggiungere che sarebbe «irrispettoso parlarne ora», ma poi quasi si defila sottolineando lo spazio più grande che adesso Meloni ha al centro «e mi stupirei se non provasse a occuparlo». Una sorta di avviso ai naviganti. A riprova che all’occorrenza il leader di Rignano sfodererà tutte le sue doti da king maker.

Terzo polo, Renzi già corteggia Ronzulli e altri in uscita da Forza Italia
Licia Ronzulli, Silvio Berlusconi e Matteo Renzi. (Getty)

Ruggeri direttore responsabile del Riformista non è un caso…

Del resto, i buoni intenditori le prime avvisaglie le hanno colte nella scelta dell’ex parlamentare di Forza Italia Andrea Ruggeri come direttore responsabile del Riformista (di cui Renzi, appunto, è direttore editoriale). E che dire del titolo “Come te non c’è nessuno” con cui ha aperto il quotidiano il giorno dopo la morte del Cav? Insomma, per ora ammicca, ma «può entrare in azione da un momento all’altro», è il pensiero comune tra i più sospettosi del centrodestra. «E se lo fa in Senato, toccando le corde giuste con gli azzurri in materia di giustizia, per esempio, gli può davvero riuscire di rafforzare la sua pattuglia e arrivare a condizionare la maggioranza».

Ministero delle Imprese, i tre dossier in capo a Urso che sono spariti

Qui c’è da chiamare Chi la visto? Se la celebre trasmissione tivù si occupasse di leggi e decreti avrebbe il suo bel da fare dalle parti di via Molise, sede del ministero delle Imprese e del Made in Italy (Mimit). Cosa si è smarrito? Sono almeno tre i dossier in capo al dicastero guidato da Adolfo Urso di cui si sono perse le tracce.

LEGGI ANCHE: Dalla carne sintetica agli eco-vandali, che fine hanno fatto i ddl del governo Meloni?

Commercianti ambulanti, punto spinoso

Il primo è il ddl Concorrenza. Il testo è stato portato in Consiglio dei ministri una prima volta il 6 aprile, ma solo il 20 ha ricevuto il via libera. Da lì in poi si è aperto un buco nero. Il provvedimento, infatti, non è mai stato trasmesso dal governo al parlamento. Al momento, sapere notizie più dettagliate è impossibile. Fonti parlamentari si limitano a confermare la mancata trasmissione. E anche capire il nodo che blocca l’avanzamento dell’iter è impresa non facile. Nel testo ci sono punti spinosi – come le concessioni dei commercianti ambulanti, che saranno assegnate tramite gara, a partire sin da subito dai posteggi non ancora assegnati, salvaguardando l’affidamento degli attuali concessionari che potranno godere di un rinnovo in via eccezionale per 12 anni e la liberalizzazione dei saldi, prima inseriti poi stralciati dal testo -, ma non ci sono temi che hanno spaccato il parlamento in tempi recenti.

Ministero delle Imprese, i tre dossier in capo a Urso che sono spariti
Il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso. (Getty)

Però balneari e tassisti sono fuori dal dossier

La questione balneari era stata risolta dal governo Draghi, mentre Giorgia Meloni ha deciso di non affrontare il dossier taxi. «Si introduce una prassi virtuosa, sin qui priva di riscontri nella recente storia legislativa italiana: finora la legge, infatti, non era mai stata approvata per due anni consecutivi. In 15 anni, dal 2009, è stata realizzata solo due volte nel 2017 e appunto nel 2022. Questa è la terza», aveva comunicato il Mimit il giorno dell’approvazione. Fatto sta che da quel momento il provvedimento è rimasto nei cassetti dell’esecutivo. Quando si aprirà? Chissà.

Qualcuno, tra i tecnici, parla di problemi di copertura

Il secondo provvedimento approvato tra squilli di tromba del governo e in particolare del Mimit è il cosiddetto ddl Made in Italy. Tra le misure simbolo l’istituzione del Fondo sovrano da un miliardo per il Made in Italy, per l’attrazione di capitali e la realizzazione di investimenti governativi diretti e indiretti e l’arrivo del liceo del Made in Italy. Il giorno successivo all’approvazione in Cdm, il primo giugno, il capo di gabinetto del ministero, Federico Eichberg, aveva indirizzato un lettera a dir poco entusiasta ai dipendenti. «L’occasione dell’attuazione delle norme del ddl Made in Italy (a completamento dell’iter parlamentare) saranno la tua, la mia occasione di scrivere un verso nella narrazione del racconto chiamato “made in Italy”», aveva scritto Eichberg. Ma la narrazione, evidentemente, può aspettare e anche in questo caso il ddl non è stato trasmesso. Qualcuno, tra i tecnici, parla di problemi di copertura delle misure. Ma conferme ufficiali non vengono date.

Decreto legge Tlc: 10 articoli rimasti in bozza

Infine, il 22 maggio comincia a circolare un bozza di decreto legge Tlc: 10 articoli con norme destinate a principalmente a tre settori (banda ultralarga, sviluppo tecnologico e lavoro) per complessivi 1,5 miliardi di risorse. Anche in questo caso, il dossier è in mano principalmente a Urso. Dopo la bozza – i cui contenuti sono stati riportati dalla stampa – non se ne è saputo più nulla. Zero. Pronto, Chi l’ha visto? Abbiamo bisogno di voi.