Mps, i 20 nomi per il nuovo cda

Il board di Monte dei Paschi di Siena ha dato il via libera alla lista dei 20 nomi per il rinnovo del consiglio di amministrazione, che il 15 aprile verranno sottoposti all’assemblea dei soci. Com’è noto, della lista non fa parte il ceo uscente Luigi Lovaglio, indagato per azione di concerto assieme ai primi azionisti Caltagirone e Delfin (finanziaria della famiglia Del Vecchio) nella scalata a Mediobanca. Corrado Passera, Fabrizio Palermo e Carlo Vivaldi sono stati indicati come possibile nuovo amministratore delegato al suo posto. Nicola Maione figura invece come candidato alla riconferma nel ruolo di presidente.

Mps, i 20 nomi per il nuovo cda
Mps, i 20 nomi per il nuovo cda
Mps, i 20 nomi per il nuovo cda
Mps, i 20 nomi per il nuovo cda
Mps, i 20 nomi per il nuovo cda

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La lista completa dei 20 nomi per il nuovo cda

Oltre a Maione, Passera, Palermo e Vivaldi, la lista comprende Paolo Boccardelli, Gianluca Brancadoro, Alessandro Caltagirone, Antonella Centra, Rosa Cipriotti, Elena De Simone, Simonetta Iarlori, Domenico Lombardi, Paola Lucantoni, Fabiana Massa, Gianmarco Montanari, Francesca Pace, Marcella Panucci, Francesca Paramico Renzulli, Renato Sala e Paolo Testi.

Mps e la parabola di Lovaglio: quando fare i compiti non basta

C’è una vecchia regola non scritta della finanza che recita più o meno così: non importa quanto bene tu faccia il tuo lavoro. Importa per chi lo fai, e soprattutto quando smetti di essere utile. Immaginiamo che Luigi Lovaglio questa regola la conoscesse. Eppure si è fatto fregare lo stesso. Infatti, dopo giorni di tiramolla (c’è, non c’è) il suo nome non compare nella lista dei candidati al prossimo cda del Montepaschi.

L’arrivo a Siena e la resurrezione di Babbo Monte

Quando arrivò a Siena, nel febbraio del 2022, Lovaglio trovò una banca che era diventata il simbolo nazionale del disastro. Anni di gestioni allegre, derivati tossici, acquisizioni scellerate, ricapitalizzazioni su ricapitalizzazioni, lo Stato azionista per necessità e non per scelta. Mps come metafora vivente di tutto ciò che non funzionava nel capitalismo dove le relazioni contano più del mercato. Il 71enne banchiere lucano rimise in piedi la baracca con metodo quasi prussiano: tagli, dismissioni, ritorno alla redditività, uscita progressiva del Mef dal capitale. Una storia di resurrezione che forse, ex post, avrebbe meritato miglior sorte.

Mps e la parabola di Lovaglio: quando fare i compiti non basta
Rocca Salimbeni (Imagoeconomica).

Stanco di essere strumento, Lovaglio ha puntato a diventare protagonista

Invece è andata diversamente. A un certo punto i soci fortiCaltagironeMilleri, e dietro il governo con la sua benedizione silenziosa – hanno deciso che il Monte risanato poteva tornare utile come testa d’ariete per realizzare il grande disegno mai riuscito prima: prendere le Generali passando per Mediobanca che da sempre ne custodisce le chiavi. Lovaglio eseguì con competenza e determinazione, bisogna riconoscerglielo. L‘offerta pubblica di scambio su Piazzetta Cuccia andò in porto come neanche la più rosea delle aspettative avrebbe immaginato.

Mps e la parabola di Lovaglio: quando fare i compiti non basta
Francesco Gaetano Caltagirone (Ansa).

Il guaio è che a quel punto l’ad di Rocca Salimbeni, stanco di essere uno strumento, ha voluto diventare protagonista. L’idea, rivelatasi per lui letale, era incorporare Mediobanca dentro il Monte. Farla sparire dalla mappa della finanza italiana. Non era più un’acquisizione, ma un progetto egemonico. Troppo per i suoi referenti che gli avevano affidato un mandato preciso, contrario al suo piano. Recita un vecchio assunto che regola i rapporti tra padroni e dipendenti: chi esegue bene viene premiato, chi inizia a ragionare in proprio viene fermato. 

Mps e la parabola di Lovaglio: quando fare i compiti non basta
Luigi Lovaglio (Imagoeconomica).

Il tempismo della Procura di Milano

In questo, indirettamente, una mano è arrivata dalla Procura di Milano, con l’accusa a Lovaglio di concorso esterno nel concerto tra azionisti prodromico alla scalata di Piazzetta Cuccia. La fattispecie è nuova, quasi sperimentale. Ma, come abbiamo scritto in un precedente articolo, nell’economia dei rapporti di potere la notizia non è l’indagine in sé ma il fatto che sia arrivata nel momento giusto per chi aveva bisogno di un pretesto. E poi c’è il dettaglio che trasforma questa storia in qualcosa di più malinconico della semplice sconfitta. Nelle chat intercettate, Lovaglio era tutto complimenti con Francesco Gaetano Caltagirone, quasi una corrispondenza di amorosi sensi verso il socio che mentre lo lisciava gli stava già scavando la fossa. La morale della storia? Sempre e solo nell’articolo quinto: alla fine, chi mette i soldi ha vinto. 

Lovaglio verso l’esclusione dal cda di Mps

Il comitato nomine di Banca Monte dei Paschi di Siena finalizzerà oggi la lista di 26 candidati per il nuovo consiglio di amministrazione, di cui a sorpresa non farà parte l’attuale ceo Luigi Lovaglio, indagato a Milano per azione di concerto assieme ai primi azionisti Caltagirone e Delfin (finanziaria della famiglia Del Vecchio) nella scalata a Mediobanca. Lo riporta Reuters, citando fonti informate.

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Lovaglio verso l’esclusione dal cda di Mps
Lovaglio verso l’esclusione dal cda di Mps
Lovaglio verso l’esclusione dal cda di Mps
Lovaglio verso l’esclusione dal cda di Mps

Passera, Palermo e Vivaldi: i possibili successori di Lovaglio

La proposta include 26 nomi, che andranno ristretti a 20 dal cda: il board dovrà approvare l’elenco con almeno 10 voti favorevoli su 14 e potrebbe anche indicare il possibile successore di Lovaglio alla guida dell’istituto. Tra i profili considerati ci sono Corrado Passera, ex ministro dello Sviluppo economico e già alla guida di Intesa Sanpaolo; Fabrizio Palermo, ceo di Acea – giunto a fine mandato – ed ex numero uno di Cassa depositi e prestiti; e Carlo Vivaldi, ex dell’ex co-chief operating officer di Unicredit, di cui è stato responsabile per l’Est Europa. Secondo quanto riporta Adnkronos, la posizione del presidente Nicola Maione non risulta al momento in discussione.

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Inchiesta Mps-Mediobanca: i tempi della Procura e quelli della Finanza

C’è un’immagine che rende bene la situazione. Nel melodramma italiano, quello vero, non quello inscenato nell’ultima scalata al tempio milanese della finanza, secondo i magistrati il suggeritore sta nella buca, invisibile al pubblico, pronto a sussurrare le battute ai cantanti sul palcoscenico. Se si traslasse all’opera lirica, nell’assalto a Mediobanca e quindi alle Generali da parte di MpsFrancesco Gaetano Caltagirone e Francesco Milleri sarebbero i tenori sul palcoscenico, novelli Radames cui peraltro augurare miglior sorte. Mentre Luigi Lovaglio, l’ad del Monte, reciterebbe la parte del suggeritore in buca: voce determinante, presenza negata. Ammesso, ma non lo crediamo proprio, che i cantanti immemori della parte avessero bisogno di suggerimenti. Quello evocato è il concetto giuridico che ha consentito alla Procura di Milano di mettere anche Lovaglio nel mirino della sua inchiesta: il concorso esterno in ipotesi di concerto. Locuzione che i penalisti peraltro conoscono bene. 

Inchiesta Mps-Mediobanca: i tempi della Procura e quelli della Finanza
Luigi Lovaglio (Imagoeconomica).

La Procura e le tempistiche sospette dell’inchiesta

Ma la vera storia, qui, non è tanto il reato ipotizzato. È la tempistica. La Procura sapeva, o sospettava con sufficiente fondamento da aprire a suo tempo un fascicolo, dell’esistenza di questa presunta orchestrazione tra i protagonisti del blitz su Mediobanca ben prima che l’offerta venisse lanciata. Poi però è calato il silenzio. L’operazione è andata avanti indisturbata, Piazzetta Cuccia ha cambiato padroni e vertici, e solo quando i buoi erano abbondantemente fuggiti qualcuno si è ricordato che forse era tempo di chiudere il recinto. Non comunicando peraltro le conclusioni dell’inchiesta, si badi bene, ma la sola certezza dell’ipotesi di reato. Una differenza non da poco.

Inchiesta Mps-Mediobanca: i tempi della Procura e quelli della Finanza
Il procuratore Marcello Viola (Imagoeconomica).

A chi ha fatto comodo questa geometria temporale?

Ora, c’è da chiedersi a chi, anche involontariamente, ha fatto comodo questa geometria temporale. In prima battuta agli assalitori, messi sotto il faro della procura per la vendita da parte del Mef di un cospicuo pacchetto di azioni Mps ai nemici della Mediobanca gestione Nagel. I quali hanno così potuto concludere il lavoro senza che nessuna bomba mediatico-giudiziaria saltasse sotto i loro piedi. In seconda battuta, ovvero quella svelatasi giovedì con l’audizione di Viola e del sostituto Pellicano in Senato, ai detrattori dell’incorporazione. In testa Caltagirone, azionista pesante del Monte che non ha nessuna intenzione di vedere Mediobanca fuori dalla Borsa fagocitata in toto da Siena, e che con questa inchiesta ha un argomento in più per scongiurare l’evento. 

Inchiesta Mps-Mediobanca: i tempi della Procura e quelli della Finanza
Francesco Gaetano Caltagirone, Francesco Milleri e Luigi Lovaglio (Ansa).

In gioco c’è la testa di Lovaglio alla guida del Monte

Il problema è che su di essa si sta giocando anche la testa di Lovaglio. L’amministratore delegato del Monte, passato in un baleno per l’editore del Messaggero da vittorioso condottiero a reietto, presenta venerdì mattina il nuovo piano industriale in una situazione da manuale della complessità: azionisti in guerra tra loro, governo che (finora, ma ci sono i dispositivi da decrittare) non compare nell’inchiesta milanese ma non per questo è spettatore sereno, e una lista di aspiranti consiglieri costruita con nomi talmente pesanti da essere chiaramente identificati come possibili successori di Lovaglio. Dove ci sono profili che non stanno lì per caso, ma sono opzioni aperte, segnali in codice per chi deve capire o ha già capito. Nel frattempo la magistratura avvisa: l’inchiesta sarà lunga, c’è ancora molto da indagare, si lavora sui dispositivi, prefigurando nell’immaginario di fantasmagoriche paginate di intercettazioni, una sorta di Epstein files della finanza che trasformerebbero un caso giudiziario in un romanzo d’appendice. 

Mps-Mediobanca, la procura ribadisce: «Per noi concerto tra Delfin e Caltagirone»

La procura di Milano ha ribadito la sua convinzione di un «concerto occulto» tra Delfin e Caltagirone sull’acquisizione di azioni Mediobanca. L’ha indicato il procuratore capo Marcello Viola nel corso dell’audizione davanti alla commissione Banche del Senato alla quale ha partecipato anche il magistrato milanese Roberto Pellicano. Secondo Viola, tra Delfin e Caltagirone c’era una «volontà comune di ottenere il controllo delle Generali» fin dal 2019. In occasione dell’ops Mediobanca da parte di Mps, per lui c’è stato un «saldarsi di interessi di vecchia data con quelli più recenti di Mps senza rendere trasparente al mercato la saldatura di questi interessi». Viola ha consegnato al presidente della commissione, Pierantonio Zanettin, una copia elettronica del decreto di perquisizione e sequestro che ha riguardato Milleri, Caltagirone e Lovaglio.

Borsa Italiana, lo scontro Roma-Parigi finisce in tribunale? Le pillole del giorno

Roma e Parigi sempre più ai ferri corti. Tra i tanti dissapori politici che dividono francesi e italiani (ultima la piccata reazione di Emmanuel Macron al commento di Giorgia Meloni sulla morte dell’attivista di destra Quentin Deranque) ora c’è di mezzo un dossier finanziario che definire un inciampo è un eufemismo. Al centro della contesa la governance di Borsa Italiana, diventata terreno simbolico di un braccio di ferro tra sovranità nazionale e logica paneuropea. Da una parte Cassa depositi e prestiti, azionista rilevante del gruppo; dall’altra i francesi di Euronext, che nel 2021 hanno acquisito Piazza Affari promettendo integrazione e sviluppo. Il nodo è il rinnovo dell’amministratore delegato di Borsa Italiana, Fabrizio Testa; Cdp spinge per un cambio al vertice chiedendo discontinuità: prima che sulla persona, ne fa una questione di rispetto del peso della componente italiana come azionista di riferimento di Euronext. Il suo attuale ceo nonché presidente Stéphane Boujnah difende invece Testa al punto da avergli già garantito la riconferma, anche in assenza della delibera formale dell’assemblea di aprile. La questione non è certo di lana caprina, visto che in ballo ci sono il controllo e l’influenza su un’infrastruttura strategica per il mercato dei capitali italiani. Per Roma, Piazza Affari non è una semplice filiale di un network europeo, mentre secondo i francesi l’integrazione funziona solo se le regole sono comuni e le scelte non rispondono a spinte domestiche. E l’attuale ad Testa che fa? Tace, facendo così ancora più irritare i soci italiani che in privato lo accusano senza mezzi termini di essere passato dalla parte dei soci d’Oltralpe. Se, come tutto fa pensare, non si arriverà a una soluzione concordata, da Roma fanno sapere che saranno i tribunali a doversene occupare.

Borsa Italiana, lo scontro Roma-Parigi finisce in tribunale? Le pillole del giorno
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L’archeovino pompeiano affascina Londra

La strana coppia. Gabriel Zuchtriegel, archeologo, e Antonio Capaldo, imprenditore del vino, sono stati avvistati a Londra. Il direttore degli scavi di Pompei, il sito archeologico più famoso al mondo, e il presidente della cantina Feudi San Gregorio, figlio di Pellegrino Capaldo – già presidente della Banca di Roma, che nel 1986 decise di in vestire in Irpinia fondando l’attività vitivinicola – hanno intrattenuto una folla di britannici in estasi all’Istituto Italiano di Cultura diretto da Francesco Bongarrà, presentando l’affascinante progetto di un archeovino. Grazie a un partenariato pubblico-privato, la casa vinicola, una delle più grandi del Sud d’Italia con 30 milioni di euro di fatturato, ha stretto un accordo con il parco archeologico per piantare vigneti autoctoni all’interno delle ville di Pompei, riprendendo un’attività di 2 mila anni fa. L’obiettivo del gruppo Tenute Capaldo (Cantine Feudi di San Gregorio e Basilisco) è creare una realtà unica al mondo e produrre 30 mila bottiglie l’anno. Il pubblico, entusiasta, ha poi brindato con bottiglie di Cutizzi, il Greco di Tufo edizione riserva di Feudi.

Borsa Italiana, lo scontro Roma-Parigi finisce in tribunale? Le pillole del giorno
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Chi si rivede, Tarak Ben Ammar

Alla presentazione romana di Berlusconi, il mondo secondo lui, il libro di Giovanni Castellaneta e Marco Carnelos, alla Camera di Commercio di Roma, è apparso anche Tarak Ben Ammar. L’influente finanziere tunisino, protagonista del mondo della finanza francese ed ex socio proprio del Cavaliere, con cui aveva rapporti strettissimi, si è messo in prima fila, a poca distanza da Gianni Letta, per ascoltare il lungo dibattito sulla politica estera. Letta, come ha dimostrato nella prefazione, conserva idee chiare sul Cav: «Oggi Silvio Berlusconi osserverebbe, affranto, l’America che aveva sempre ammirato, e per la quale provava un profondo debito di riconoscenza, resa irriconoscibile e ostile da una classe politica che sembra aver smarrito la consapevolezza delle basi di una comune civiltà; lo sarebbe altrettanto nel vedere Europa e Russia sull’orlo di uno scontro epocale. Non avrebbe avuto le forze per contribuire a ricucire questi strappi, nel farsi concavo e convesso, come soleva dire, per trovare una soluzione giusta e duratura a crisi così inquietanti, ma avrebbe sicuramente sperato che la sua lezione di politica estera, improntata al dialogo, al realismo, e al buon senso, potesse costituire, in questo incredibile disordine globale, un punto di riferimento per ritrovare la strada della pace; sempre con il fine ultimo della tutela degli autentici interessi dell’Italia». Carnelos ha rivelato particolari curiosi, come i retroscena sui dialoghi tra Berlusconi e i big mondiali in tema di televisione, con il pallino di Silvio di evitare ogni paragone tra lui e Donald Trump. E Castellaneta ha svelato che il piano di costruzione edilizia di Gaza è vecchio di almeno vent’anni, e ha le sue origini proprio con Berlusconi, perché l’obiettivo era creare ricchezza per la popolazione palestinese

Borsa Italiana, lo scontro Roma-Parigi finisce in tribunale? Le pillole del giorno
Tarak Ben Ammar (foto Imagoeconomica).

Per Bocchino e Arianna fila in Galleria Sordi

Per Italo Bocchino e Arianna Meloni, protagonisti in Galleria Sordi per parlare dell’ennesimo libro sulla premier Giorgia, blindatura con poliziotti in assetto da guerriglia. Tanto che i fotografi hanno dovuto penare: lo sa bene Umberto Pizzi, che nel caos si è beccato due forti colpi al fianco, tanto da urlare per il dolore. Si è fatta notare la presenza di Francesca Pascale, storica compagna di Silvio Berlusconi. Gigi Marzullo controllava la situazione. C’era l’ex ministro della Difesa Cesare Previti, l’ex presidente della Camera Gianfranco Fini, l’ex ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano, oltre a Fabrizio Tatarella e Giampaolo Angelucci. Sul palco, insieme con Bocchino e “sister” Meloni, ecco Ignazio La Russa e Hoara Borselli, a fare da moderatrice. «La parità di genere è stata assicurata», si è sentito dire dalla platea.

Borsa Italiana, lo scontro Roma-Parigi finisce in tribunale? Le pillole del giorno
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Il rispetto di Gualtieri per la Corte dei conti

Corte dei conti ingabbiata: a Roma la “presa di possesso” dell’area di cantiere della metro C per la fermata “Mazzini” è stata calendarizzata aspettando l’apertura dell’anno giudiziario della magistratura contabile, il 24 febbraio, ma il giorno dopo tutto è cominciato. Sì, il sindaco Roberto Gualtieri ha dovuto attendere la celebrazione, però ora le ruspe sono pronte. Le foto scattate documentano la scomparsa del grande parcheggio al centro di viale Mazzini, e il cartello indica la durata del cantiere, ossia 4.078 giorni. Praticamente, un supplizio lungo addirittura 11 anni…

Borsa Italiana, lo scontro Roma-Parigi finisce in tribunale? Le pillole del giorno
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Abete, virata a destra con elogi a Giuli e Mazzi

Incredibile ma vero: Luigi Abete, classe 1947, 79 anni compiuti il 17 febbraio, elogia il ministro della Cultura Alessandro Giuli e il sottosegretario Gianmarco Mazzi. Una virata a destra che scuote il panorama dei salotti romani, e chissà cosa ne pensano i suoi vecchi amici Franco Bassanini e Fabiano Fabiani: fatto sta che Abete ha preso carta e penna, parlando in qualità di presidente di Confindustria Cultura Italia (sì, ha anche quest’incarico) per accogliere «con soddisfazione l’annuncio del sottosegretario Mazzi della firma da parte del ministro della Cultura, Alessandro Giuli del decreto di adeguamento delle tariffe da copia privata, come previsto dalla legge». Perché «troppo spesso ci dimentichiamo che senza tutela del diritto d’autore non esiste diffusione della cultura, perché proprio la garanzia di essere remunerati per la propria attività intellettuale costituisce il presupposto che consente a scrittori, musicisti, autori in generale, editori in qualsiasi forma di poter esistere e vivere del loro lavoro». E Abete poi si ripete: «Ringraziamo il ministro Giuli, il sottosegretario Mazzi e il comitato consultivo per il diritto d’autore per avere congiuntamente trovato una sintesi capace di rafforzare questo strumento essenziale per la tutela dell’intero settore culturale italiano in un ecosistema troppo spesso dominato dalla tecnologia». Manca solo un «evviva il governo di Giorgia Meloni»…

Borsa Italiana, lo scontro Roma-Parigi finisce in tribunale? Le pillole del giorno
Luigi Abete (foto Imagoeconomica).

La quota di Rcs in Mediobanca la prenderà Del Vecchio jr? Le pillole del giorno

«Dopo le fusioni c’è sempre qualcosa che avanza», sussurra un vecchio banchiere. Ultimo caso, quello tra Mps e Mediobanca, con partecipazioni definite “storiche” e che in alcuni casi permettevano di sedere nei consigli “giusti”, quelli per pochi eletti: ci sono dei pacchetti azionari di Italmobiliare dei Pesenti, il 25,4 per cento dello Ieo (Istituto europeo di oncologia) che ha fatto scatenare la guerra finanziaria ancora in corso, qualcosa di Piquadro e soprattutto il 6,55 per cento di Rcs. «Che ci facciamo con questa quota?», si chiede qualcuno dei componenti del board. Domanda condita da una proposta, che magari si concretizzerà davvero: «Forse il migliore acquirente potrebbe essere Leonardo Maria Del Vecchio, il figlio del fondatore di Luxottica che ora si è appassionato di editoria e che va a caccia di giornali. Magari gli interessa pure il Corriere della Sera». LMDV, nonostante la figuraccia da Lilli Gruber, pare volersi pigliare tutto quello che c’è su piazza (forse il problema non è lui, ma il mondo dell’editoria che ne ha bisogno), tanto che ha fondato una società apposta per investire nel settore, dove si è già “pappato” il 30 per cento del Giornale e la maggioranza di Editoriale Nazionale, la società che edita Il Giorno, La Nazione, Il Resto del Carlino e QN. E aveva fatto anche un’offerta per Repubblica, respinta però nettamente da John Elkann (rifiuto che pare gli abbia provocato qualche tensione di troppo con il fratello Lapo, sceso in campo per perorare la causa dell’amico Leonardo). Insomma, vuoi vedere che se offrono la quota Rcs a LMDV lui la prende? Altrimenti tocca chiedere un posto nel prossimo consiglio di amministrazione di Rcs Media Group. Ipotesi che comunque non è da scartare, visto che lì già ci si trova un big come Carlo Cimbri, il “comandante” di Unipol, incarico che con astuzia mette bene in evidenza nel suo curriculum. Che poi Cimbri è anche presidente dello Ieo, sempre grazie a Unipol. Chiamiamole “coincidenze curiose”. Non resta che attendere.

La quota di Rcs in Mediobanca la prenderà Del Vecchio jr? Le pillole del giorno
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Un’altra poltrona per Bianca Farina

Arriva un’altra poltrona per Maria Bianca Farina, classe 1941, soprannominata “highlander” dai suoi amici più stretti: dopo aver ricoperto incarichi di ogni tipo, uno tra tutti la presidenza di Poste Italiane, per l’85enne manager è pronta la presidenza con compiti non esecutivi del nuovo fondo di garanzia per le polizze vita. È ancora presidente emerito di Ania, l’associazione nazionale tra le imprese assicuratrici.

La quota di Rcs in Mediobanca la prenderà Del Vecchio jr? Le pillole del giorno
Maria Bianca Farina (foto Imagoeconomica).

Una limousine per Bellanova e il marito

Teresa Bellanova: chi la ricorda? Prima sottosegretaria e poi ministra come fedelissima di Matteo Renzi, nel pomeriggio di martedì 25 febbraio è apparsa improvvisamente nel centro storico di Roma: una limousine nera con autista si è fermata davanti alla Galleria Sordi, Bellanova è scesa dal lato del marciapiede e dalla parte opposta il marito, Abdellah El Motassime. Lei elegantissima, guidava la coppia, diretta verso via del Tritone. Bellanova conobbe l’attuale marito all’aeroporto di Casablanca, nel 1989, nel corso di un viaggio in Marocco con la delegazione di Federbraccianti.

La quota di Rcs in Mediobanca la prenderà Del Vecchio jr? Le pillole del giorno
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Un mare di incontri tra Berlusconi, Bocchino, Meloni e Veltroni

Pomeriggio di fuoco a Roma per chi si occupa di politica, a causa di una serie di presentazioni di libri. Si comincia a piazza di Pietra, alla Camera di Commercio di Roma, con Berlusconi, il mondo secondo lui di Giovanni Castellaneta e Marco Carnelos, con la prefazione di Gianni Letta, per rileggere la politica estera del Cavaliere: ovviamente si parlerà dell’attuale titolare della Farnesina, cioè il vicepresidente del Consiglio Antonio Tajani, leader di Forza Italia. A discuterne, il direttore del quotidiano Il Messaggero Roberto Napoletano, Maria Latella e molti altri ancora. Seconda tappa in Galleria Sordi, dove Italo Bocchino presenta la sua fatica editoriale dedicata a Giorgia Meloni: protagonisti della serata, il presidente del Senato Ignazio La Russa e la “sister”, ossia Arianna Meloni. E chissà, magari al termine si affaccerà pure la presidente del Consiglio, attraversando la strada, proveniente da Palazzo Chigi. Terza tappa, a Spazio Sette, in via dei Barbieri, a due passi da largo Argentina, con Walter Veltroni, impegnato a presentare il libro di Carlo Verdelli, Il diavolo in tasca. Poi tutti a casa a vedere il Festival di Sanremo.

Mps, la battaglia della lista e il ritorno di vecchi fantasmi

C’è una lista sola, ma a scorrere i nomi sembrano due, a dimostrazione che la casa è in subbuglio. Dentro, per dirla in soldoni, c’è chi ambisce a che tutto resti com’è: Nicola Maione presidente, Luigi Lovaglio amministratore delegato, ovvero la continuità dei vertici di Mps, di coloro che hanno vinto la battaglia di Mediobanca e ora vogliono godersi gli allori. Ma ci sono anche i potenziali sostituti, nomi pesanti: Corrado Passera, Fabrizio Palermo, Carlo Vivaldi. Quest’ultimo, dettaglio non trascurabile, è stato il capo di Lovaglio in UniCredit. Chiaro il messaggio. Mettere il tuo ex superiore nella lista che potrebbe defenestrarti è un mirabile esercizio di sottile perfidia la cui regia, inutile girarci intorno, è di Francesco Gaetano Caltagirone, di gran lunga il più scatenato tra i tre azionisti forti del Monte.

Mps, la battaglia della lista e il ritorno di vecchi fantasmi
Francesco Gaetano Caltagirone e Luigi Lovaglio (Imagoeconomica).

Per Caltagirone la fusione non s’ha da fare, per Lovaglio è un’ossessione

Il Mef, ovvero il governo, dopo essere stato sfiorato dall’inchiesta della Procura di Milano sulla vendita di azioni Mps (pacchetto finito nelle mani di Caltagirone, Delfin e Anima in circostanze che ai pm milanesi hanno fatto drizzare le antenne), e dopo che un suo dirigente nonché consigliere a Siena si è dimesso con l’accusa di insider trading, ha optato per il basso profilo, postura più consona alla situazione. Delfin, ovvero la cassaforte degli eredi di Leonardo Del Vecchio, è alle prese con beghe ereditarie assai più urgenti da sbrogliare che non infervorarsi in una sanguinosa contesa. Resta lui, il signore dei mattoni capitolini, che sulla questione chiave, ovvero la totale incorporazione di Mediobanca da parte di Mps, ha le idee chiarissime: assolutamente no, neanche a parlarne. Mentre Lovaglio quella fusione la insegue come un’ossessione, convinto che sia il coronamento della sua stagione a Rocca Salimbeni, e che ridurre Piazzetta Cuccia a succursale togliendola dal mercato lo protegga, visto il calibro degli interlocutori milanesi, da future sorprese. 

Mps, la battaglia della lista e il ritorno di vecchi fantasmi
Piazzetta Cuccia, sede di Mediobanca (foto Imagoeconomica).

Pr in trincea: Comin & Partners contro Image Building

La scadenza è il 5 marzo, data entro cui la lista ufficiale va depositata. Dopodiché, sarà l’assemblea a decidere. Nel mezzo, una guerra che non si combatte solo nelle stanze ovattate dei palazzi finanziari ma anche, e forse soprattutto, sulle colonne dei giornali, dove una frase o un aggettivo in più o in meno possono valere quanto una delibera. Le pubbliche relazioni sono sempre state un’arma tattica di prim’ordine. E infatti al fronte le trincee sono già presidiate manu militari. Con Mps c’è Image Building, che arriva ringalluzzita dai recenti successi: nel suo palmares la società di pierre vanta tre presidenti di Confindustria sugli ultimi quattro, e ha appena accompagnato Chiara Ferragni fuori dal pantano del pandoro-gate con un’assoluzione che ha avuto la sua bella copertura mediatica. Con Caltagirone c’è Comin & Partners che, ironia della sorte, è la stessa che fino a poco tempo fa lavorava a fianco di Mediobanca, cioè in difesa di colei che il costruttore voleva annientare. Cambiare casacca è un’operazione scevra da sentimentalismi, una medaglia da appuntarsi al petto perché vuol dire che l’avversario riconosce la bontà del tuo combattere. 

Mps, la battaglia della lista e il ritorno di vecchi fantasmi
Francesco Gaetano Caltagirone (Imagoeconomica).

Il ritorno di Passera nella lista di Mps

L’editore del Messaggero, del resto, si è ispirato a un metodo collaudato, quello berlusconiano: se il tuo avversario è bravo, portalo dalla tua parte. Il Cav ci provò con Passera, che nella trattativa sulla Mondadori rappresentava Carlo De Benedetti. Non ci riuscì, anche perché “comprarsi” una manager si rivelò un filino più complicato che convincere Mike Bongiorno e Pippo Baudo a disertare la Rai per approdare a Mediaset. Oggi, e la cosa ha sorpreso non poco, proprio Passera ricompare nella lista del Monte. Dopo la sfortunata avventura con Illimity, banca digitale che nelle ambizioni del fondatore doveva rivoluzionare il credito alle imprese e che invece ha avuto una parabola ben più modesta delle aspettative, eccolo di nuovo sulla scena, alle prese con un istituto che con la modernità ha sempre avuto un rapporto complicato. Nel gran bazar del potere i nomi hanno la natura dei fiumi carsici: spariscono, sembrano dimenticati, poi riemergono là dove meno te lo aspetti intrecciandosi con altri nomi, portato di differenti stagioni e battaglie. 

Mps, la battaglia della lista e il ritorno di vecchi fantasmi
Corrado Passera (Imagoeconomica).

I fantasmi che agitano Rocca Salimbeni

Caltagirone e Lovaglio, nel frattempo, si detestano sempre di più. Non è una supposizione giornalistica: è la sintesi di un rapporto che era cominciato all’insegna dell’idillio e si è trasformato, con la velocità tipica delle relazioni tra potenti, in qualcosa che rasenta il rancore. In finanza, come in politica, l’amore dura fino al primo conflitto d’interessi. Poi restano i comunicati, le indiscrezioni, i pizzini e le liste con i nomi in codice. Il Monte dei Paschi, l’istituto di credito più antico del mondo per definizione statutaria e  vocazione alla catastrofe ciclica, aspetta di capire la sua sorte. E anche se ha visto di peggio, ora teme il ripetersi di un passato turbolento e drammatico, preso tra l’aspirazione a tornare a essere una banca come le altre o restare, ancora una volta, lo specchio fedele delle sue eterne geometrie variabili, dove le amicizie si trasformano in ostilità, i nemici in alleati, i trionfi apparenti in sconfitte certe. Tutto incorniciato in una governance, contaminazione e spesso maldestra sintesi di pubblico e privato, che assomiglia a una trama già vista e mai davvero conclusa. 

Mediobanca, fusione con Mps e delisting: perché è un matrimonio pieno di mugugni

Ci sono fusioni che sembrano matrimoni dinastici e altre dove invece i parenti della sposa mugugnano sottotraccia perché lo standing dello sposo delude le loro aspettative. Quella tra Monte dei Paschi di Siena e Mediobanca appartiene alla seconda categoria. Il consiglio di amministrazione di Rocca Salimbeni ha deliberato all’unanimità la fusione e dunque il delisting di Piazzetta Cuccia. Fine di un’epoca: Mediobanca esce dalla Borsa dove stava ininterrottamente dal 1956, quando il termine salotto denotava senza incertezza semantica la crème dei capitalisti senza capitali (copyright Enrico Cuccia) e non un talk show televisivo. Segno dei tempi, dirà qualcuno, inutili sentimentalismi. Però non si può non avere un piccolo sussulto nel dare l’addio a una società protagonista, nel bene e nel male, di tre quarti di secolo della finanza italiana.

Mediobanca, fusione con Mps e delisting: perché è un matrimonio pieno di mugugni
Rocca Salimbeni, sede di Monte dei Paschi di Siena (Imagoeconomica).

La linea di Lovaglio ha prevalso su quella di Caltagirone

Alla fine la linea di Luigi Lovaglio, 70enne coriaceo banchiere temprato nelle filiali oltrecortina di Unicredit e provvisto di spigoloso carattere, ha prevalso su quella di Francesco Gaetano Caltagirone. Il primo deciso a chiudere il cerchio, anche a costo di sborsare i due e passa miliardi necessari per accompagnare Mediobanca fuori dal listino. Il secondo incline a lasciarla quotata, ufficialmente per preservarne un briciolo di autonomia, in realtà per evitare che il Monte si alleggerisse di una cifra che, in tempi di tassi ballerini e vigilanti sospettosi, non è esattamente una mancia.

Mediobanca, fusione con Mps e delisting: perché è un matrimonio pieno di mugugni
Luigi Lovaglio, ad di Mps (Imagoeconomica).

Ha vinto invece la logica dell’incorporazione totale: niente doppie anime, niente ambiguità, una sola catena di comando. È così che Piazzetta Cuccia scompare dal tabellone di Piazza Affari come una vecchia insegna smontata nella notte.

Mediobanca, fusione con Mps e delisting: perché è un matrimonio pieno di mugugni
Francesco Gaetano Caltagirone (foto Imagoeconomica).

Melzi d’Eril dovrà spiegare ai mercati che non si tratta di retrocessione

Dopo l’amorevole scambio di complimenti al termine dell’operazione che ha portato alla conquista di Milano, tra Lovaglio e Caltagirone era sceso il gelo. In finanza bisognerebbe diffidare dei convenevoli, spesso forieri di futuri contenziosi: finché serve si brinda, quando non serve più ci si guarda in cagnesco. L’Ingegnere non è entusiasta, eufemismo, e nemmeno i vertici di Mediobanca. L’amministratore delegato Alessandro Melzi d’Eril, che di Piazzetta Cuccia è un neofita, dovrà ora spiegare ai suoi uomini e ai mercati che non di retrocessione si tratta, ma di «integrazione strategica».

Mediobanca, fusione con Mps e delisting: perché è un matrimonio pieno di mugugni
Alessandro Melzi d’Eril (foto Imagoeconomica).

Il presidente Vittorio Grilli, che ha lasciato JP Morgan, ossia la più grande banca al mondo, avrà contezza del fatto che guidare Mediobanca come filiale d’investimento del Monte non è esattamente la stessa cosa di prima? Lo stipendio sicuramente non soffre, ma il blasone sì.

Mediobanca, fusione con Mps e delisting: perché è un matrimonio pieno di mugugni
Vittorio Grilli (Imagoeconomica).

Il delisting riporta Mediobanca dentro una logica più verticale

La questione però non è sentimentale, ma sistemica. Mediobanca è stata per decenni il luogo dove il capitalismo italico si parlava allo specchio: partecipazioni incrociate, patti di sindacato, moral suasion più o meno esplicite. Delistarla significa sottrarla al giudizio quotidiano del mercato e riportarla dentro una logica più verticale, più bancaria e meno da boutique e scrigno prezioso che custodisce il controllo delle Assicurazioni Generali.

Mediobanca, fusione con Mps e delisting: perché è un matrimonio pieno di mugugni
Il logo di Generali (Imagoeconomica).

L’ennesima riscrittura di una storia che non manca mai di far discutere

Montepaschi, la banca più antica del mondo, sopravvissuta a granduchi, guerre, acquisizioni sciagurate e aumenti di capitale, oggi ingloba l’istituzione che ha dettato a una generazione di capitalisti e financo di politici le regole del gioco. È una nemesi o semplicemente il portato di un’evoluzione naturale di fronte a contesti che sono cambiati? Per ora è una scelta su cui servirà tempo per saggiare le conseguenze. Ma che per intanto comporta il voltare pagina e insieme l’ennesima riscrittura di una storia, quella di Mediobanca, che non manca mai di far discutere.

L’attesa per Panetta al Forex e le altre pillole del giorno

Il 32esimo congresso annuale Assiom Forex – l’Associazione degli operatori dei mercati finanziari – sta per aprire i battenti. Il 20 e il 21 febbraio, in tempo di quaresima, il mondo finanziario si riunirà al Palazzo del Casinò del Lido di Venezia. Main sponsor dell’evento è Banca Ifis. Non a caso il presidente, Ernesto Fürstenberg Fassio porgerà i saluti di benvenuto dopo il sindaco di Venezia Luigi Brugnaro e il governatore veneto Alberto Stefani e appena prima di Massimo Mocio, numero uno di Assiom Forex. Immaginiamo che non mancheranno visite riservatissime nella vicina Mestre, a villa Fürstenberg, dimora del Cinquecento con di 22 ettari di giardini che ospita il parco internazionale di scultura.

L’attesa per Panetta al Forex e le altre pillole del giorno
Ernesto Fürstenberg Fassio, presidente di Banca Ifis (Imagoeconomica).

Attesa anche per l’intervento del governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta, sabato 21 febbraio, dopo il quale si terrà la tavola rotonda dedicata a “Innovazione tecnologica, produzione di energia e mercati finanziari” in cui si discuterà di Intelligenza artificiale, espansione dei digital asset e tokenizzazione degli strumenti finanziari.

L’attesa per Panetta al Forex e le altre pillole del giorno
Fabio Panetta, n.1 di Bankitalia (Imagoeconomica).

Tra gli ospiti anche Marina Brogi, che oltre a insegnare Economia degli intermediari finanziari all’università Bicocca, è nel cda di Generali in quota Caltagirone. Non solo: è stata amministratrice indipendente di diverse società quotate tra cui Luxottica (cioè i Del Vecchio), Mediaset e Salini Impregilo. Non solo: la professoressa è nella rosa dei candidati alla presidenza della Consob, e il suo nome sarebbe gradito sia a FdI sia a Forza Italia, partito che aveva bloccato in corner la nomina del leghista Federico Freni. Insomma, considerati gli strascichi del risiko bancario, è meglio che Panetta al Forex «stia attento alle cosiddette ‘foto inopportunity’», si scherza nei corridoi di Palazzo Koch.

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Marina Brogi (Imagoeconomica).

Crosetto non va alla festa di Sant’Egidio

La sera dell’11 febbraio si terrà il tradizionale incontro annuale della Comunità di Sant’Egidio, nella basilica capitolina di San Paolo fuori le Mura, con una celebrazione presieduta da monsignor Vincenzo Paglia. Al presidente della comunità, Marco Impagliazzo, intanto è arrivata una lettera di saluti del ministro della Difesa Guido Crosetto che «per impegni istituzionali già assunti» non parteciperà alla cerimonia.

L’attesa per Panetta al Forex e le altre pillole del giorno
Guido Crosetto (Imagoeconomica).

Roma, il risorgimento dell’ex assessore Gotor

La Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali organizza un ciclo di conferenze dal titolo “Risorgimento a Roma”, in occasione degli «eventi commemorativi dedicati alla costituzione della Repubblica Romana e nell’ambito di un più vasto progetto di studi e di riletture interpretative sullo sviluppo del Risorgimento nella città di Roma». L’iniziativa da chi è curata? Da Miguel Gotor, docente dell’Università degli Studi di Roma Tor Vergata, e già assessore alla Cultura. In Campidoglio si parla già di “Risorgimento di Gotor”.

L’attesa per Panetta al Forex e le altre pillole del giorno
Miguel Gotor (Imagoeconomica).

Damilano piace a Tajani, ma è il barolo…

Il vicepremier Antonio Tajani ha donato al vicepresidente degli Stati Uniti J.D Vance e al segretario di Stato Marco Rubio, in visita a Milano per l’inaugurazione delle Olimpiadi invernali, alcune bottiglie di Barolo Cannubi “1752” di Damilano. «È questo l’unico Damilano che gli piace, non certo il giornalista… », sghignazzano alla Farnesina.

L’attesa per Panetta al Forex e le altre pillole del giorno
Giorgia Meloni con Antonio Tajani e J.D. Vance (Ansa).

Le medaglie di Mollicone

Continua la distribuzione di medaglie della Camera dei Deputati. Mercoledì 11 febbraio, all’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, c’è un appuntamento da non perdere: sul palcoscenico della sala Sinopoli dell’Auditorium Parco della Musica, è in programma il recital del soprano lituano Asmik Grigorian con il pianista Lukas Geniušas. Al termine, il presidente della commissione Cultura Federico Mollicone, alla presenza del Sovrintendente di Santa Cecilia Massimo Biscardi, consegnerà la Medaglia Ufficiale della Camera dei Deputati all’artista e all’ambasciatrice lituana Dalia Kreivienė. «L’iniziativa si inserisce nell’ambito delle celebrazioni per l’Anno Culturale Lituania-Italia 2026», comunica l’istituzione culturale, e il meloniano Mollicone «conferirà l’onorificenza quale tributo all’eccellenza artistica della Grigorian e al ruolo cruciale della diplomazia culturale nel consolidare lo storico legame tra Roma e Vilnius».

L’attesa per Panetta al Forex e le altre pillole del giorno
Federico Mollicone (Imagoeconomica).

Insider trading, Di Stefano si dimette da Mps

L’alto funzionario del Mef e consigliere di Mps, Stefano Di Stefano, indagato per insider trading, mercoledì ha rassegnato le proprie dimissioni dalla carica ricoperta nell‘istituto senese di cui il ministero dell’Economia è ancora azionista, «con decorrenza immediata, per ragioni personali e in relazione all’avvio di indagini a suo carico». Lo ha reso noto la banca in una nota. La Procura di Milano aveva iscritto Di Stefano nel registro degli indagati per presunto insider trading nell’ambito della scalata di Mps a Mediobanca. Il funzionario avrebbe acquistato azioni delle due banche, per circa 100 mila euro, alla vigilia dell’Ops su Piazzetta Cuccia, intascando 8.700 euro per sé e 1.300 per il figlio.

Mps-Mediobanca, la scalata al palo e l’ombra di UniCredit

C’è un’ipotesi di reato, non un reato acclarato. Dettaglio tecnico che però non cambia la sostanza: Stefano Di Stefano, alto dirigente del Mef e consigliere Montepaschi, avrebbe comprato azioni della banca senese e di Mediobanca alla vigilia dell’Ops, intascando 8.700 euro per sé e 1.300 per suo figlio. Insider trading d’antan, versione low cost. Insomma, poraccitudine. Se proprio devi sporcarti le mani, almeno fallo per cifre che valgano la pena (si scherza, naturalmente). Oltreoceano, sul possesso di informazioni riservate, c’è chi accumula fortune colossali. Qui ci si accontenta di briciole che ti mandano comunque a processo, compromettendoti carriera e reputazione. 

LEGGI ANCHE: Mps-Mediobanca, cosa non torna del delisting di Piazzetta Cuccia

La marcia trionfale di Mps sta segnando il passo

Ma il punto non è il reato. È il simbolo. Perché la marcia trionfale dell’estate scorsa con Montepaschi a far da ariete, Mediobanca come porta d’accesso e Generali come premio finale, sta segnando vistosamente il passo. Il copione era scritto: relazioni, patti sottobanco, convergenze più di potere che industriali. Solo che adesso i protagonisti sono fermi al Piave. Tutti indagati, tutti che giurano di non aver concertato nulla, e che soprattutto hanno cominciato a litigare tra di loro sotto la spada di Damocle della Procura. 

Mps-Mediobanca, la scalata al palo e l’ombra di UniCredit
Piazzetta Cuccia (Imagoeconomica).

L’affaire Di Stefano è un boomerang per il Mef

Partiamo dal convitato di pietra: il ministero dell’Economia. L’affaire Di Stefano gli si ritorce contro come un boomerang. Doveva fare l’arbitro di un consolidamento rispettoso delle regole, invece si è tolto giacca e cravatta ed è sceso in campo. Il problema prima che giudiziario è di credibilità. Il Mef doveva garantire il mercato, non giocare per una squadra. 

Mps-Mediobanca, la scalata al palo e l’ombra di UniCredit
Giancarlo Giorgetti (Ansa).

Caltagirone e Lovaglio dall’idillio al gelo

Nel frattempo Francesco Gaetano Caltagirone e Luigi Lovaglio, ad di Mps, sono passati dall’armonia alla glaciazione in tempo record. Dall’idillio all’indomani del successo dell’Ops su Mediobanca allo scontro frontale sui suoi destini. Le grandi intese durano finché non si capisce chi comanda davvero. E probabilmente il pugnace Lovaglio ha realizzato che lasciare Piazzetta Cuccia come repubblica indipendente dentro il Monte significava consegnarle le chiavi del regno. Merchant bank batte banca commerciale: l’aura prevale sulla forza bruta. Meglio che a Milano non abbiano troppi Grilli per la testa. 

Mps-Mediobanca, la scalata al palo e l’ombra di UniCredit
Luigi Lovaglio, ad di Mps (Imagoeconomica).

Milleri intrappolato nella guerra dei Del Vecchio

Sullo sfondo la saga dei Del Vecchio. Una guerra di successione tra gli eredi di Leonardo che tiene Francesco Milleri con le mani legate: azionista forte ma non abbastanza, decisore potenziale ma con il freno a mano tirato. Dettaglio non marginale: pure lui indagato, insieme a Caltagirone e Lovaglio, per concerto nell’inchiesta milanese sulla vendita di azioni Mps da parte del Mef. 

Mps-Mediobanca, la scalata al palo e l’ombra di UniCredit
L’ad di Essilorluxottica Francesco Milleri (Imagoeconomica).

Mentre gli indagati litigano si allunga l’ombra di UniCredit

Il risultato è un cortocircuito perfetto. L’operazione che doveva dimostrare che un certo capitalismo italiano sa ancora fare sistema si è trasformata in una masterclass su come non farlo. Generali, la vera posta in gioco, resta sempre più lontana. Trieste – sede, simbolo e agognato feticcio – sta diventando un miraggio. E mentre gli indagati litigano tra procure e cda, cresce l’ombra di UniCredit, l’outsider silenzioso. Quello che non parla di scalate patriottiche, ma di numeri, che non ha bisogno di concerti perché suona da solo. Vuoi vedere che alla fine, nonostante le smentite di rito, sarà proprio la banca guidata da Andrea Orcel a prendersi Mps e (Intesa permettendo) tutto quel che gli vien dietro? 

Mps-Mediobanca, la scalata al palo e l’ombra di UniCredit
Andrea Orcel (Imagoeconomica).

Mps-Mediobanca, dirigente del Mef indagato per insider trading

La Procura di Milano ha iscritto nel registro degli indagati Stefano Di Stefano, dirigente del ministero dell’Economia e delle Finanze e membro del cda del Monte dei Paschi di Siena, finito sotto la lente dei pm dopo l’analisi del suo smartphone, sequestrato a novembre dalla Guardia di Finanza nell’inchiesta sul risiko bancario. Ipotizzato il reato di insider trading: a ridosso dell’Ops di Siena su Piazzetta Cuccia, Di Stefano avrebbe comprato azioni di Mediobanca e Mps, per circa 100 mila euro, ottenendo un guadagno di alcune migliaia di euro.

Mps-Mediobanca, dirigente del Mef indagato per insider trading
Stefano Di Stefano (Mef).

Gli incarichi di Di Stefano in Mps e al Mef

Componente del consiglio di amministrazione di Banca Monte dei Paschi di Siena da aprile 2022, nel cui ambito ricopre anche l’incarico di componente del Comitato Rischi e Sostenibilità, Di Stefano al Mef è Direttore Generale della Direzione Partecipazioni societarie e tutela degli attivi strategici del Dipartimento dell’Economia.

Mps-Mediobanca, dirigente del Mef indagato per insider trading
Sede di Mps (Imagoconomica).

François-Louis Michaud presidente dell’Autorità bancaria europea

Durante la riunione del Comitato dei rappresentanti permanenti (Coreper), gli Stati membri dell’Unione europea hanno indicato il francese François-Louis Michaud come nuovo presidente dell’Autorità bancaria europea (EBA), agenzia dell’Ue creata nel 2011 e incaricata di attuare un corpus di norme standard per regolamentare e vigilare sul settore bancario in tutti i Paesi dei Ventisette. Michaud ricopre da settembre del 2020 l’incarico di direttore esecutivo della stessa EBA. La nomina dovrà ora essere confermata dal Parlamento europeo e successivamente approvata formalmente dal Consiglio Ue, secondo la procedura istituzionale prevista. Michaud prenderà il posto dello spagnolo José Manuel Campa, che ha concluso prematuramente il suo secondo mandato il 31 gennaio per motivi personali e familiari.

Mps-Mediobanca, cosa non torna del delisting di Piazzetta Cuccia

La possibile fusione tra Monte dei Paschi di Siena (la cui assemblea mercoledì ha approvato le modifiche statutarie per la lista del cda) e la controllata Mediobanca è diventata il nuovo terreno di scontro nel sistema finanziario italiano. Un’operazione che l’amministratore delegato di Mps, Luigi Lovaglio, starebbe spingendo con determinazione, convinto che sia l’unica strada per centrare i 700 milioni di sinergie promesse alla Bce. Il nuovo piano industriale, atteso nelle prossime settimane, non è ancora passato sul tavolo del Cda – impegnato nel proprio rinnovo – ma già solleva più di un dubbio.

Mps-Mediobanca, cosa non torna del delisting di Piazzetta Cuccia
La sede del Monte dei Paschi di Siena (Imagoeconomica).

I dubbi sui costi del delisting

Il primo riguarda i costi del delisting di Mediobanca. Ai valori dell’Opas lanciata lo scorso autunno, l’operazione peserebbe per circa 3 miliardi di euro. Da allora, infatti, i titoli di Piazzetta Cuccia hanno perso terreno (-9,7 per cento), mentre Mps ha corso (+16,3 per cento). Il risultato è un paradosso: l’offerta di Lovaglio – 2,533 azioni Mps più 0,90 euro cash per ogni titolo Mediobanca – oggi equivarrebbe a 24,25 euro per azione, contro un valore di mercato fermo a 18,8 euro. Una forbice che rende l’operazione sempre più costosa per Siena. Se si aggiungono i circa 500 milioni necessari per attivare le sinergie, il conto finale sfiora i 3,5 miliardi per ottenere risparmi stimati in 700 milioni.

Mps-Mediobanca, cosa non torna del delisting di Piazzetta Cuccia
La sede di Mediobanca in Piazzetta Cuccia a Milano (Imagoeconomica).

La narrazione degli impegni presi con la Bce non regge

A giustificare il delisting viene evocata la necessità di rispettare gli impegni presi con la Bce al momento dell’Opas. Ma basta leggere il prospetto depositato il 3 luglio – ancora disponibile sul sito della banca – per scoprire che la narrazione non regge. A pagina 79 si specifica che, con una partecipazione inferiore al 90 per cento (oggi Mps è all’86,35), è previsto il mantenimento della quotazione di Mediobanca, salvo casi di flottante insufficiente. E a pagina 181 si chiarisce che l’integrazione tra i due istituti non richiede affatto una fusione per incorporazione.

Mps-Mediobanca, cosa non torna del delisting di Piazzetta Cuccia
La sede della Bce a Francoforte (Imagoeconomica).

Le possibili alternative alla strategia di Lovaglio

In altre parole, il delisting non è un obbligo regolamentare, ma una scelta strategica di Lovaglio. Una scelta che potrebbe rivelarsi onerosa per gli azionisti di Mps, mentre esistono alternative meno traumatiche: dalla fusione tra Widiba e Mediobanca Premier a un più deciso intervento sui costi. C’è persino chi ipotizza l’opzione opposta: aumentare il flottante di Mediobanca, consentendo a Mps di monetizzare una parte della partecipazione e finanziare nuove iniziative.

Mps-Mediobanca, cosa non torna del delisting di Piazzetta Cuccia
Luigi Lovaglio, ceo Mps (Imagoeconomica).

L’occhio della Consob sulle possibili speculazioni

Nel frattempo, l’incertezza alimenta la speculazione. Il titolo Mediobanca è balzato di circa il 6 per cento, un movimento che avvantaggia gli investitori più aggressivi ma aumenta i rischi per entrambe le platee di azionisti. Una dinamica che Consob sta seguendo con crescente attenzione.

Mediobanca e quel giudizio su Intesa che sa di sgarbo postumo

Qualcuno l’ha letta come una sorta di sgarbo postumo per l’accoglienza non certo entusiastica riservata dagli analisti di Banca Intesa all’ops di Montepaschi su Mediobanca. Ma sicuramente è solo malizioso gossip. Sta di fatto però che, all’indomani della pubblicazione dei risultati 2025 e del piano di impresa della banca guidata da Carlo Messina (utili per 9,3 miliardi, il miglior risultato di sempre, e una proiezione che li porterà a oltre 11,5 nel 2029) dall’istituto di Piazzetta Cuccia, per mano dell’analista Andrea Filtri, è arrivato un giudizio freddino. «Sì, tutto bene. Ma vediamo che il titolo sta già scontando gli effetti del nuovo piano», è la sintesi di Filtri. Il quale, sempre nello stesso report, tesse l’elogio di Generali, di cui non manca di sottolineare «la qualità elevata degli utili, la forte gestione di cassa, la forte generazione di cassa… che supportano rendimenti interessanti per gli azionisti».

Mediobanca e quel giudizio su Intesa che sa di sgarbo postumo
Andrea Filtri, analista di Mediobanca.

Insomma, tradotto come lo direbbe la casalinga di Voghera, se dovete investire piuttosto che a Milano guardate a Trieste. Su cui per altro niente da dire, visto che il Leone sotto la gestione di Philippe Donnet ha registrato performance brillantissime. In questo senso il giudizio di Mediobanca coincide con quello di altre banche d’affari, ma il diavolo si annida sempre nei dettagli, e qui il dettaglio non è da poco e sta nel fatto visto che che Piazzetta Cuccia è il socio di riferimento delle Generali.

Mediobanca e quel giudizio su Intesa che sa di sgarbo postumo
Mediobanca e quel giudizio su Intesa che sa di sgarbo postumo
Mediobanca e quel giudizio su Intesa che sa di sgarbo postumo

Certo, l’invalicabile muraglia tra chi fa analisi e chi investe…

D’accordo, ci sono i chinese walls, le barriere che dentro le società finanziarie dovrebbe erigere una invalicabile muraglia tra chi fa analisi da chi investe, in modo da scongiurare il rischio di insider trading e conflitti di interessi. E nessuno dubita che Filtri rispetti in pieno la regola. Resta il fatto però che, per evitare la sindrome dell’oste che elogia come migliore il suo vino, bisognerebbe – là dove possibile – apprezzarlo con sobrietà.

Bankitalia, Paolo Angelini nuovo direttore generale

Il Governatore e il Consiglio Superiore della Banca d’Italia, riuniti il 30 gennaio, hanno preso atto della decisione del direttore generale Luigi Federico Signorini di concludere in anticipo il proprio mandato per ragioni personali, con effetto dal 31 marzo. Nella stessa giornata, in una seduta straordinaria convocata su proposta del Governatore, il Consiglio Superiore ha deliberato la nomina di Paolo Angelini, attuale vice direttore generale, alla carica di direttore generale, e di Gian Luca Trequattrini, funzionario generale e segretario del direttorio, a vice direttore generale. Con l’assunzione del nuovo incarico, Angelini subentra inoltre alla guida dell’Ivass, prendendo il posto lasciato da Signorini.

Anima Holding, il nuovo ceo è Saverio Perissinotto

Anima Holding, tra i principali operatori italiani nel settore del risparmio gestito, è vicina alla nomina di Saverio Perissinotto come nuovo amministratore delegato. In una nota, senza fare nomi, Anima Holding ha spiegato che in corso il processo di cooptazione nel board e la nomina del nuovo ceo, secondo «le procedure interne e le prassi di corporate governance», aggiungendo di aver ricevuto Banco Bpm, azionista di riferimento, «una candidatura per il ruolo», cioè quella di Perissinotto. La nomina avverrà nel prossimo cda, convocato per il 26 gennaio. Il nuovo ceo assumerà l’incarico a partire da febbraio, quando lascerà la presidenza di Eurizon Capital, la società di gestione del risparmio del gruppo Intesa Sanpaolo. Prenderà il posto di Alessandro Melzi d’Eril, da fine ottobre alla guida di Mediobanca.

Revolut sbarca in Perù: il Ceo sarà Julien Labrot

Revolut ha annunciato l’apertura ufficiale delle proprie operazioni in Perù e nominato Julien Labrot nuovo Ceo della filiale. La fintech globale punta a ottenere nel più breve tempo possibile la licenza bancaria completa. Il programma a lungo termine punta all’espansione in America Latina. Anche per questo è stato scelto Labrot, che nel settore finanziario in quell’area geografica vanta una lunga carriera.

Il Ceo di Revolut: «Porteremo il meglio in Perù»

Il nuovo Ceo ha affermato: «Il nostro obiettivo è portare il meglio di Revolut sul mercato peruviano, creando al contempo una piattaforma sicura e conforme che risponda realmente alle esigenze dei nostri futuri clienti. Siamo qui per contribuire alla trasformazione digitale dei servizi finanziari. Collaborando a stretto contatto con le autorità di regolamentazione per offrire una soluzione bancaria affidabile, di livello mondiale e a lungo termine per privati e aziende». Intanto Revolut sbarcherà prossimamente anche in Brasile, Messico, Colombia e Argentina.

Scalable Capital, Matteo Bordino nuovo Team Lead Marketing Italia

Scalable Capital ha nominato Matteo Bordino come nuovo Team Lead Marketing Italia. La banca digitale europea, specializzata in investimenti e gestione del risparmio, punta a potenziare la propria struttura nel Paese, poiché ne considera il mercato ad alto potenziale. Bordino lavorerà a stretto contatto con Alessandro Saldutti, Country Manager Italia. Dovrà definire le strategie di marketing e di posizionamento del brand, anche attraverso iniziative di educazione finanziaria. Classe ’97, nonostante la giovane età il manager lavora nel settore del marketing da tempo. Nel 2019 è entrato a far parte di Young Platform, una startup italiana attiva nel settore crypto-fintech.