Crans-Montana, la procuratrice svizzera: «Non cederò alle pressioni dell’Italia»

La procuratrice generale del Canton Vallese, Béatrice Pilloud, titolare dell’inchiesta sulla strage di Crans Montana, è intervenuta dopo che la premier Meloni e il ministro Tajani hanno richiamato l’ambasciatore italiano in Svizzera, incaricandolo di esprimere proprio a Pilloud la grande indignazione del governo italiano per la scarcerazione di Jacques Moretti, il titolare del locale dove si è consumato l’incendio. «Non voglio provocare un incidente diplomatico tra Italia e Svizzera ma non cederò a un’eventuale pressione delle autorità italiane», ha detto la procuratrice, sottolineando di non essere stata lei a scarcerare l’uomo ma il Tribunale delle misure coercitive. Pilloud ha riferito di essere stata contattata dall’ambasciatore Gian Lorenzo Cornado: «Gli ho spiegato che non si tratta di una mia scelta e gli ho consigliato di prendere contatto con il tribunale, oppure con le autorità federali».

Svizzera: «Anche noi vogliamo chiarezza e piangiamo le vittime»

Sulla vicenda è intervenuto anche Ignazio Cassis, vicepresidente della Confederazione svizzera, con un post su X: «Come l’Italia, anche la Svizzera piange le 40 vittime e i tanti feriti della tragedia di Crans Montana. Capiamo il dolore, perché è anche il nostro dolore. Vogliamo chiarezza. Seguiamo con attenzione il lavoro della giustizia del canton Vallese. Ne ho discusso oggi con il collega Antonio Tajani e abbiamo ribadito la volontà di Svizzera e Italia di sostenersi reciprocamente in questa tragedia comune».

Cina, indagato e rimosso il numero uno dei militari Zhang Youxia

Il ministero della Difesa cinese ha messo sotto indagine e rimosso Zhang Youxia, il generale di grado più alto dell’esercito nonché vicepresidente della Commissione militare centrale, l’organo direttivo dell’esercito. L’uomo, numero due dell’ente dopo il presidente Xi Jinping, è indagato per sospette gravi violazioni della disciplina e della legge. La sua rimozione è l’ultima delle estesissime epurazioni a cui Xi sta sottoponendo le forze armate. Gli analisti ritengono che le purghe siano mirate sia a riformare l’esercito sia a garantire lealtà al leader cinese. Fanno parte di una più ampia campagna anti corruzione che ha punito oltre 200 mila funzionari da quando è salito al potere nel 2012.

Indagato un altro generale, nella Commissione restano solo due membri

Insieme a Zhang è stato indagato anche un altro generale, Liu Zhenli, anch’egli per presunte violazioni disciplinari su cui non si hanno dettagli. Nella Commissione restano dunque solo due membri, lo stesso Xi e il generale che lui stesso ha incaricato delle epurazioni, Zhang Shengmin. Tutti gli altri sei comandanti nominati in passato da Xi sono stati rimossi.

Media: «Usa chiedono all’Italia di far parte della Forza di stabilizzazione per Gaza»

Gli Stati Uniti avrebbero chiesto all’Italia di partecipare, come membro fondatore, alla Forza internazionale di stabilizzazione (Isf) per Gaza. Si tratta del contingente concepito nell’ambito del piano di pace statunitense per monitorare la sicurezza nell’enclave palestinese. A riferirlo è Bloomberg, citando fonti informate. Secondo queste ultime, la proposta sarebbe stata presentata questa settimana alla premier Meloni e al ministero degli Esteri, che non avrebbero ancora deciso. In base alla richiesta, l’Italia non contribuirebbe con truppe ma sarebbe sufficiente un impegno ad addestrare la futura forza di polizia di Gaza. La portavoce della Casa Bianca Taylor Rogers, interpellata nel merito, non ha specificato se gli Usa abbiano esteso un invito a Roma. «Gli annunci sull’Isf arriveranno presto», ha detto.

Proseguono i negoziati tra Russia e Ucraina ad Abu Dhabi

Sono ancora in corso ad Abu Dhabi i negoziati formali tra Russia, Ucraina e Stati Uniti «nell’ambito degli sforzi per promuovere il dialogo e individuare soluzioni politiche alla crisi». Sono le parole dello sceicco Abdullah bin Zayed Al Nahyan, vice primo ministro e ministro degli Esteri degli Emirati Arabi Uniti, il quale ha spiegato che i colloqui dovrebbero durare due giorni, quindi fino a sabato. Le discussioni di venerdì, ha spiegato il principale negoziatore ucraino Rustem Umerov, si sono concentrate sul raggiungimento di una «pace dignitosa e duratura».

Zelensky: «Trump ci darà i Patriot»

Intanto Zelensky ha riferito che, dopo l’incontro tra Stati Uniti e Ucraina al Forum economico mondiale di Davos, le due parti hanno concordato la fornitura di munizioni per il sistema di difesa aerea Patriot. «Ho parlato con il Trump e ho ricevuto missili Pac-3 per il sistema Patriot», ha detto. Sui negoziati, invece, «è ancora troppo presto per trarre conclusioni, vedremo come proseguiranno e quali saranno i risultati». «È necessario», ha scritto su Telegram, «che non solo l’Ucraina desideri porre fine a questa guerra e raggiungere la piena sicurezza, ma che anche in Russia nasca in qualche modo un desiderio simile».

La diplomazia del mattone: Trump, Gaza e il business della pace

Se pensavate di aver visto tutto con la diplomazia affidata ai tweet, preparatevi: siamo entrati ufficialmente nell’era della diplomazia del real estate. Quello che sta accadendo sotto i nostri occhi con il cosiddetto Board of Peace voluto da Donald Trump è la distopia finale del neoliberismo applicata a un campo di macerie. È un incubo geopolitico dove la sovranità si compra, la pace si appalta a fondi di private equity e i diritti umani vengono “tokenizzati” su una blockchain.

L’adesione ridotta a un sistema pay-to-play

Dimenticate le Nazioni Unite. Il Board of Peace è stato disegnato per renderle obsolete, sostituendo il diritto internazionale con le logiche di un club esclusivo a pagamento. La struttura è verticistica e padronale: Donald Trump ne è il presidente a vita, con potere di veto assoluto. Ma il vero scandalo è il meccanismo di adesione: un sistema “pay-to-play” spudorato. Vuoi un seggio permanente per decidere il destino del Medio Oriente? Il prezzo del biglietto è di 1 miliardo di dollari. In contanti. Dal multilateralismo siamo passati alle aste. Stati come l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, abituati a comprare influenza, si sono già messi in fila, mentre democrazie come il Canada esitano di fronte a un esborso che trasforma la diplomazia in una transazione commerciale. È la mercificazione definitiva della politica estera: chi paga comanda, chi non paga osserva. E chi sta sotto le bombe? Di quelli ce ne fottiamo. Non hanno voce. Troppo poveri e troppo palestinesi. 

La diplomazia del mattone: Trump, Gaza e il business della pace
Donald Trump a Davos presenta il “Board of Peace” (Ansa).

Witkoff, il genero Kushner, Blair e gli altri

Scorrendo la lista dei membri del board, la sensazione di grottesco diventa fisica. Non ci sono pacificatori, storici o esperti di diritti umani. Ci sono immobiliaristi e finanzieri. Al centro di tutto c’è Jared Kushner, il genero-consigliere che, senza vergogna, ha definito il lungomare di Gaza una «proprietà immobiliare di grande valore» (waterfront property). Mentre la gente moriva di fame, lui guardava le mappe sognando resort di lusso. Il suo fondo, Affinity Partners, è finanziato proprio da quei Paesi arabi che siedono nel board, creando un conflitto di interessi grande quanto la Striscia stessa. Accanto a lui troviamo Steve Witkoff, un magnate del mattone di New York senza alcuna esperienza diplomatica, nominato Inviato Speciale. Un uomo che tratta la pace tra popoli come la chiusura di un deal per un grattacielo a Manhattan. E poi Sir Tony Blair, resuscitato nonostante la sua eredità tossica legata all’Iraq, per dare una patina di rispettabilità a questa operazione predatoria e il segretario di Stato Marco Rubio. Nel comitato esecutivo per Gaza, tra gli altri figurano Marc Rowan, CEO del fondo avvoltoio Apollo Global Management, e Yakir Gabay, miliardario israeliano del settore immobiliare. Personaggio che incarnano la finanziarizzazione della ricostruzione.

La diplomazia del mattone: Trump, Gaza e il business della pace
Tony Blair (Ansa).

Il progetto Gaza Riviera e la “deportazione” dei palestinesi

Il cuore pulsante del progetto folle è il piano “Gaza Riviera“. A Davos, Kushner ha presentato slide generate dall’Intelligenza artificiale che mostrano la Striscia trasformata in una Dubai del Mediterraneo: grattacieli scintillanti, marine per yacht e “smart cities”. Ma dietro i rendering patinati si nasconde l’orrore. Il piano prevede la rimozione delle macerie (e con esse della memoria storica) per fare spazio a zone franche per data center e turismo d’élite. E la popolazione? Qui il cinismo raggiunge vette inesplorate. Si parla di «ricollocamento volontario» in zone sicure o Paesi terzi, una perifrasi elegante per la deportazione di massa vietata dalla IV Convenzione di Ginevra. Per chi possiede terre, la proposta è la “tokenizzazione”: cedere i diritti di proprietà reali in cambio di “token digitali” e un pugno di dollari (5.000 e sussidi), trasformando titoli fondiari storici in crypto-asset volatili. È un esproprio 2.0, una pulizia etnica digitale venduta come innovazione finanziaria. Esperti legali e organizzazioni come CAIR e Trial International hanno già definito questo schema un potenziale crimine di guerra e un saccheggio legalizzato.

La diplomazia del mattone: Trump, Gaza e il business della pace
Un frame tratto dalla diretta video della Casa Bianca mostra una delle slide mostrate da Jared Kushner, nel suo intervento a Davos (Ansa).

Se a garantire la ricostruzione è un club di autocrati

E chi sono i garanti di questo piano? Un “Club degli Autocrati” a cui venerdì ha aperto anche Giorgia Meloni. E dire che il board finora ha attratto regimi che figurano agli ultimi posti di ogni indice di democrazia. Dall’Arabia Saudita all’Egitto, dagli Emirati Arabi Uniti all’Azerbaigian di Aliyev (fresco di pulizia etnica in Nagorno-Karabakh), fino all’Ungheria di Orbàn e alla Bielorussia di Lukashenko. Mentre le democrazie europee come Francia e Norvegia si sfilano disgustate, il Board of Peace diventa una lavanderia reputazionale per dittatori o aspiranti tali, felici di pagare il biglietto d’ingresso per sedere al tavolo di Trump. La legittimità democratica è assente; la rappresentanza palestinese è affidata a un comitato tecnocratico (NCAG) guidato da Ali Sha’ath, privo di mandato popolare e visto da molti come un mero esecutore testamentario della sovranità palestinese. Come se l’orrore legale e umano non bastasse, c’è l’aspetto estetico e morale che scivola nel grottesco puro. Trump quasi un anno fa aveva rilanciato un video generato dall’IA che mostrava una “Gaza del futuro” surreale: statue d’oro giganti, Elon Musk sotto una pioggia di banconote e, in un tocco di delirio kitsch, uomini barbuti che ballano in bikini. Nato forse come satira, nelle mani del Presidente è diventato propaganda ufficiale. È la banalizzazione suprema della tragedia: mentre a Gaza si muore di fame e freddo tra le tende, il mondo osserva Trump e Netanyahu che sorseggiano cocktail a bordo piscina. È la gamification del genocidio.

La diplomazia del mattone: Trump, Gaza e il business della pace
Una slide sulla nuova Rafah che avrebbe in mente Jared Kushner (Ansa).

Ogni crisi umanitaria rischia di diventare un affare

Il Board of Peace nei fatti è un piano di liquidazione. Tratta un popolo come un inquilino moroso da sfrattare per ristrutturare l’immobile e aumentarne il valore di mercato. Ignora sistematicamente il diritto all’autodeterminazione, la sovranità e le leggi di guerra, sostituendole con contratti smart e accordi privati. Se questo modello dovesse passare, creerà un precedente devastante: ogni crisi umanitaria diventerà un’opportunità di investimento, ogni territorio devastato una asset class da tokenizzare. Non siamo di fronte solo a una cattiva politica estera, sarebbe troppo facile. Qui siamo di fronte alla cancellazione della politica stessa in favore del profitto più brutale. E il silenzio, o la complicità, di chi dovrebbe opporsi è forse l’aspetto più spaventoso di tutti.

Strage di Crans-Montana, scarcerato Jacques Moretti

Il Tribunale delle misure coercitive di Sion ha disposto la scarcerazione di Jacques Moretti: il proprietario del locale Le Constellation di Crans-Montana, dove la notte di Capodanno sono morte 40 e persone e 116 sono rimaste ferite, ha pagato una cauzione di 200 mila franchi. Moretti, indagati assieme alla moglie Jessica Maric per omicidio, lesioni e incendio colposi, verrà comunque sottoposto a misure cautelari come l’obbligo di firma e la consegna dei documenti di identità.

Meloni apre al Board of Peace: la richiesta a Trump

Parlando alla stampa dopo il vertice intergovernativo Italia-Germania, Giorgia Meloni ha detto di aver chiesto a Donald Trump «la disponibilità a riaprire la configurazione» del suo Board of Peace «per andare incontro alle necessità non solo dell’Italia, ma anche di altri Paesi europei». Ospite di Porta a Porta, la premier aveva spiegato di aver rilevato nello statuto dell’organismo «alcuni elementi che sono incompatibili con la nostra Costituzione» e in particolare con l’articolo 11, quello per cui «possiamo concedere cedere pezzi della nostra sovranità in condizioni di parità tra gli Stati». Da qui il “no” a Trump, deciso non tanto per l’obiettivo dichiarato dell’organizzazione nata ufficialmente a Davos (definita «interessante»), ma per il modo in cui lo statuto distribuisce poteri e prerogative tra gli Stati partecipanti. Dopo l’incontro con il cancelliere tedesco Friedrich Merz, Meloni ha ribadito il concetto: «Per noi ci sono oggettivamente dei problemi di carattere costituzionale per come l’iniziativa è stata configurata». E poi: «La presenza di Paesi come i nostri può fare la differenza. Questa è la nostra posizione, poi si vedrà quali sono i margini per trovare posizioni condivise».

Meloni apre al Board of Peace: la richiesta a Trump
Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

Usa, arrestato l’ex olimpionico Ryan Wedding

L’Fbi ha comunicato l’arresto di Ryan Wedding, ex olimpionico canadese oggi 44enne, trafficante entrato di recente nella lista dei dieci super ricercati, con una taglia da 15 milioni di dollari. Nelle prossime ore verranno diffusi i particolari dell’operazione che ha portato alla sua cattura. Nel 2002 prende parte alle Olimpiadi invernali di Salt Lake City come membro della squadra canadese di snowboard, ma quella parentesi si chiude in fretta. Dal 2004 iniziano i guai giudiziari, con un primo arresto e poi una nuova condanna per traffico di stupefacenti che lo porta in carcere. Proprio durante la detenzione Wedding stringe legami decisivi, in particolare con un colombiano che, una volta tornato libero nel 2011, gli consente di costruire una rete per l’importazione di cocaina tra Stati Uniti e Messico, Paese dove si era poi rifugiato.

Accordo di difesa Italia-Germania: gli impegni presi

Giorgia Meloni e il cancelliere tedesco Friedrich Merz, durante il vertice intergovernativo Italia-Germania che si è tenuto a Roma a Villa Doria Pamphilj, hanno preso l’impegno di «ordinare una risposta congiunta alle minacce alla sicurezza euro-atlantica» e di «rafforzare la deterrenza e la difesa della Nato e a promuovere la prontezza difensiva dell’Ue». L’accordo, sottolineano Roma e Berlino, «non è giuridicamente vincolante e non costituisce un trattato internazionale».

Accordo di difesa Italia-Germania: gli impegni presi
Friedrich Merz e Giorgia Meloni a Villa Doria Pamphilj (Ansa).

Roma e Berlino rinnovano il sostegno a Kyiv

«Sosteniamo una pace giusta e duratura in Ucraina e ci impegniamo a fornire all’Ucraina solide garanzie di sicurezza non appena le condizioni lo consentiranno». È quanto si legge nel Protocollo sul piano d’azione Italia-Germania per la cooperazione strategica bilaterale e a livello europeo. Roma e Berlino «continueranno a coordinarsi bilateralmente e nei consessi internazionali» sulle modalità per sostenere Kyiv. E, si legge ancora, «continueranno a sostenere con fermezza l’Ucraina attraverso l’addestramento delle forze ucraine sotto l’egida della Missione di assistenza militare dell’Ue a sostegno dell’Ucraina (Eumam Ukr), e attraverso donazioni provenienti da scorte militari, forniture industriali bilaterali, la promozione della cooperazione industriale della difesa con l’Ucraina, nonché gli appalti industriali, compresi meccanismi congiunti di appalto e finanziamento».

I ministri presenti al vertice intergovernativo

Al vertice hanno preso parte 11 ministri della delegazione italiana e 10 di quella tedesca. Per l’Italia erano presenti Antonio Tajani (Esteri), Matteo Salvini (Infrastrutture e Trasporti), Matteo Piantedosi (Interno), Giancarlo Giorgetti (Economia e Finanze), Guido Crosetto (Difesa), Adolfo Urso (Mimit), Francesco Lollobrigida (Agricoltura), Gilberto Pichetto Fratin (Ambiente e Sicurezza Energetica), Marina Elvira Calderone (Lavoro e Politiche Sociali), Anna Maria Bernini (Università e Ricerca), Alessandro Giuli (Cultura). Per la Germania hanno partecipato Lars Klingbeil (Finanze), Johann Wadephul (Esteri), Alexander Dobrindt (Interno), Boris Pistorius (Difesa), Katherina Reiche (Economia), Patrick Schneider (Trasporti), Wolfram Weimer (Cultura), Alois Rainer (Agricoltura), Bärbel Bas (Lavoro e Affari Sociali), Dorothee Bär (Ricerca, Tecnologia e Spazio).

Ucraina, cosa aspettarsi dal trilaterale di Abu Dhabi

L’annuncio fatto giovedì a Davos da Volodymyr Zelensky in vista dell’incontro fra Ucraina, Russia e Stati Uniti ad Abu Dhabi ha aperto di fatto una nuova fase del processo di pace. Dietro lo stallo apparente delle settimane a cavallo tra fine 2025 e inizio 2026, la diplomazia ha continuato a lavorare dietro le quinte, mentre il palcoscenico internazionale era occupato dalla saga groenlandese targata Donald Trump. E mentre The Donald teneva banco in Svizzera e incontrava Zelensky, a Mosca hanno fatto capolino Steve Witkoff e Jared Kushner, per preparare i tavoli negli Emirati Arabi.

Ucraina, cosa aspettarsi dal trilaterale di Abu Dhabi
Volodymyr Zelensky e Donald Trump a Davos (Ansa).

Perché Abu Dhabi potrebbe rappresentare una svolta

Dopo l’avvio, lo scorso maggio, delle trattative dirette fra Mosca e Kyiv, accompagnate dalla mediazione di Washington, è la prima volta che si arriva a un confronto trilaterale: l’accelerazione impressa in autunno dalla Casa Bianca, in coordinamento con il Cremlino, con il piano di 28 punti, rivisto in parte con il contributo sia della Bankova sia dell’Unione Europea, pare aver dato i suoi frutti. Non è ancora chiaro quale sia la base dettagliata dei negoziati e se il nuovo piano in 20 punti, spacchettato in quattro aree con elementi ancora nebulosi, potrà davvero essere il trampolino di lancio per la conclusione del conflitto, ma è evidente che da Abu Dhabi passa la via per la possibile pace. La vera novità è che Mosca ha accettato l’incontro, ammorbidendo le sue posizioni. Finora era stata perentoria: no a colloqui diretti ad alto livello senza una base concreta su cui discutere, ossia la risoluzione del conflitto nell’ambito di un accordo di ampio respiro che vada oltre un cessate il fuoco temporaneo, come richiesto da Kyiv e dai volenterosi, ma che contempli un’intesa dettagliata con le definizioni di due questioni fondamentali: quella territoriale e quella dello status postbellico dell’Ucraina fuori dalla Nato. Per questo gli incontri negli Emirati sono un banco di prova per capire se la strada imboccata porterà al termine della guerra, oppure se sarà solo l’ennesimo Giorno della marmotta, già citato da Zelensky a Davos.

Ucraina, cosa aspettarsi dal trilaterale di Abu Dhabi
Da sinistra in senso orario, Steve Witkoff, Jared Kushner Kyrylo Budanov e Kirill Dmitriev, i probabili negoziatori ad Abu Dhabi (Ansa).

Il j’accuse di Zelensky smaschera l’ipocrisia dei volenterosi

Il mini vertice del Cremlino tra Putin e Witkoff, accompagnati da nutrite delegazioni, è stato l’assaggio di quello che potrebbe diventare lo showdown di Abu Dhabi. La Russia ha ribadito che senza il raggiungimento degli obiettivi discussi in Alaska da Putin e Trump, riguardanti i confini e le garanzie di sicurezza, la guerra andrà avanti. «Le forze armate ucraine devono lasciare il Donbass. Questa è una condizione fondamentale», ha ribadito venerdì il portavoce presidenziale russo Dmitry Peskov. «Senza una risoluzione della questione territoriale, è inutile sperare in un accordo a lungo termine». L’Ucraina per ora si rifiuta di cedere territori ma presto Zelensky potrebbe dover prendere scelte drammatiche, come ha dimostrato il j’accuse pronunciato a Davos nei confronti dell’Europa, colpevole di non aver mantenuto le promesse di aiuto. Le dure parole del presidente ucraino hanno smascherato l’impotenza e l’ipocrisia dei volenterosi, che ora siedono al tavolo senza carte vincenti visto che gli assi li ha in mano Putin e Trump tiene il banco.

Ucraina, cosa aspettarsi dal trilaterale di Abu Dhabi
Volodymyr Zelensky al World Economic Forum di Davos (Ansa).

I punti ancora da sciogliere

Kyiv al momento non sembra avere alternative a un compromesso al ribasso che sancisca la situazione attuale sul campo, con la perdita dei territori occupati dai russi, e il futuro fuori dall’Alleanza atlantica. Restano da vedere il nodo dei confini, km più o meno, e quello delle garanzie di sicurezza occidentali: l’Ucraina arriva ad Abu Dhabi con le rassicurazioni degli Usa e l’appoggio dei volenterosi che però sono andati in ordine sparso. Francia e Gran Bretagna hanno annunciato di voler inviare contingenti, mentre Italia e Germania si sono tirate fuori. Anche su questo dossier, però, le ultime parole verranno dettate dalla Casa Bianca e dal Cremlino, che difficilmente sarà disposto a tollerare la presenza di truppe Nato nell’ex repubblica sovietica. Gli Usa sembrano averlo capito da un pezzo, negli Emirati vedrà se anche i volenterosi ne vorranno prendere atto.   

La Casa Bianca ha pubblicato una foto modificata di una donna fermata dall’ICE

La Casa Bianca ha diffuso un’immagine digitalmente alterata di una donna fermata dall’ICE a St. Paul, in Minnesota. Nella foto la donna, che si chiama Nekima Levy Armstrong, appare in lacrime, ma nell’immagine originale pubblicata dal Guardian è composta. Inoltre, la sua pelle è stata modificata per apparire più scura. Armstrong è una delle tre persone arrestate durante una protesta contro l’ICE che domenica ha interrotto una funzione religiosa. I manifestanti accusavano uno dei pastori, David Easterwood, di essere il direttore operativo dell’ufficio locale dell’agenzia federale per l’immigrazione. Da settimane in Minnesota sono in corso delle proteste scoppiate dopo l’uccisione da parte dell’ICE di Renée Nicole Good. A pubblicare per prima la foto originale di Armstrong è stata la segretaria alla Sicurezza interna Kristi Noem. Circa mezz’ora dopo, la Casa Bianca ha diffuso un’altra immagine dello stesso momento ma modificata. Dall’inizio del secondo mandato di Donald Trump, l’account della Casa Bianca ha pubblicato numerosi contenuti realizzati con l’uso di intelligenza artificiale, spesso con l’intento di disumanizzare e fare apparire come pericolosi immigrati e cittadini non bianchi.

LEGGI ANCHE: L’ICE e il laboratorio americano dello Stato di sorveglianza

Trilaterale Ucraina-Russia-Usa negli Emirati: sul tavolo il Donbass

Ripartono i negoziati sull’Ucraina. Dopo l’incontro a Davos tra Volodymyr Zelensky e Donald Trump e il colloquio al Cremlino tra Vladimir Putin e la coppia Steve Witkoff-Jared Jushner, oggi negli Emirati Arabi Uniti va in scena il primo trilaterale tra Kyiv, Mosca e Washington. Abu Dhabi, come ha spiegato Zelensky, i delegati ucraini, russi e statunitensi discuteranno la questione chiave del controllo territoriale dell’Ucraina orientale, in particolare – come sottolinea Axios – del Donbass.

Trilaterale Ucraina-Russia-Usa negli Emirati: sul tavolo il Donbass
Rustem Umerov (Ansa).

Chi partecipa al trilaterale di Abu Dhabi

Witkoff e Kushner, dopo l’incontro con Putin, si sono recati da Mosca ad Abu Dhabi. Con loro sarà anche Dan Driscoll, segretario dell’esercito Usa. La delegazione ucraina è formata dall’ex ministro della difesa Rustem Umerov, oggi consigliere per la sicurezza nazionale, da Kyrylo Budanov, capo gabinetto di Zelensky, dal consigliere diplomatico Serhii Kyslytsia, dal capo di stato maggiore militare Andrii Hnatov e dal negoziatore David Arakhamia. La delegazione di Mosca è guidata dal direttore dell’intelligence militare, l’ammiraglio Igor Kostyukov, e da Kirill Dmitriev, direttore del Fondo russo per gli investimenti diretti e inviato del Cremlino. Quest’ultimo, a margine della sessione negoziale, incontrerà separatamente Witkoff.

Cos’è il Board of Peace di Trump e chi ne fa parte

Il 22 gennaio 2026 Donald Trump ha firmato a Davos l’atto costitutivo del suo Board of Peace, che ha promosso assegnandosi fin dall’inizio la presidenza a vita. Sul palco del World Economic Forum, assieme al capo della Casa Bianca, sono saliti leader e rappresentanti di (quasi) tutti i Paesi che hanno aderito all’invito degli Stati Uniti. «Una giornata emozionante», l’ha definita Trump. Ecco le cose da sapere sul Board of Peace.

Cos’è il Board of Peace

Come si legge nello statuto, il Board of Peace è «un’organizzazione internazionale che mira a promuovere stabilità, ripristinare una governance affidabile e legittima e garantire una pace duratura nelle aree colpite o minacciate da conflitti». A Gaza avrà il compito di supervisionare l’operato del comitato tecnico palestinese incaricato dell’amministrazione provvisoria della Striscia, occupandosi della ricostruzione e attraendo finanziamenti. Ma il suo raggio d’azione, nelle intenzioni di Trump, non si limiterà a Gaza: il suo “mandato” sarà infatti globale. Il Consiglio, ha assicurato il tycoon, «lavorerà con molti, inclusa l’Onu».

Cos’è il Board of Peace di Trump e chi ne fa parte
Donald Trump (Imagoeconomica).

Cosa prevede lo statuto

Trump ha parlato per la prima volta del Board of Peace a settembre del 2025, quando ha annunciato il suo piano per porre fine alla guerra tra Israele e Hamas. Il Consiglio è stato poi avallato da una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Lo statuto prevede ampi poteri esecutivi per il presidente, cioè lo stesso Trump: tra essi la possibilità di porre il veto sulle decisioni e di rimuovere i membri, fatte salve alcune limitazioni. In base allo statuto, i membri hanno un mandato limitato a tre anni, a meno che non versino un miliardo di dollari ciascuno per finanziare le attività del Board of Peace e ottenere così la qualifica di membri permanenti.

Chi partecipa al Board of Peace

«Tutti vogliono farne parte», ha affermato Trump. Ma per ora hanno aderito solo 21 Paesi e ben pochi di primo piano sullo scenario internazionale, con una presenza fortemente sbilanciata verso Medio Oriente, Asia centrale e America Latina: Argentina, Armenia, Ungheria, Kazakistan, Bielorussia, Uzbekistan, Arabia Saudita, Marocco, Bahrein, Turchia, Vietnam, Kosovo, Emirati Arabi Uniti, Azerbaigian, Paraguay, Giordania, Indonesia, Pakistan, Mongolia e Qatar. E c’è pure Israele: il primo ministro Benjamin Netanyahu non si è presentato a Davos – a differenza di altri leader e rappresentanti – perché ricercato per crimini di guerra dal Tribunale penale internazionale dell’Aia.

Chi ha detto no all’invito di Trump

Hanno detto no alla proposta di Trump la Francia e la Norvegia, citando interrogativi sul rapporto tra il Consiglio e il sistema delle Nazioni Unite. Invito rispedito al mittente anche da Regno Unito, Svezia e Germania, così come dall’Unione europea. Anche il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, che ha dichiarato di non ritenere possibile la partecipazione a un organismo che include al momento la Bielorussia e che potrebbe accogliere anche la Russia (perché Vladimir Putin non ha chiuso la porta).

Cos’è il Board of Peace di Trump e chi ne fa parte
Giorgia Meloni (Imagoeconomica).

La posizione dell’Italia

Ospite a Porta a Porta, Giorgia Meloni ha dichiarato che, per il momento, nemmeno l’Italia entrerà a far parte del Board of Peace, spiegando di aver rilevato nello statuto «alcuni elementi che sono incompatibili con la nostra Costituzione» e in particolare con l’articolo 11, quello per cui «possiamo concedere cedere pezzi della nostra sovranità in condizioni di parità tra gli Stati». Insomma, Meloni ha detto no a Trump non per l’obiettivo dichiarato del Board of Peace (definito «organismo interessante»), ma per il modo in cui lo statuto distribuisce poteri e prerogative tra gli Stati partecipanti.

Zelensky a Davos: «Sembra il Giorno della marmotta»

Dopo l’incontro con Donald Trump (definito «buono» dal tycoon), Volodymyr Zelensky è salito sul palco del World Economic Forum, lanciando da Davos duri attacchi all’Unione europea. Il presidente ucraino ha infatti rimproverato all’Ue di aver «concesso una vittoria a Vladimir Putin» a causa del mancato utilizzo degli asset di Mosca congelati per finanziare il sostegno a Kyiv. Poi ha annunciato che il primo incontro trilaterale tra Stati Uniti, Russia e Ucraina avrà domani 23 gennaio e dopodomani 24 gennaio negli Emirati Arabi Uniti.

Zelensky a Davos: «Sembra il Giorno della marmotta»
Volodymyr Zelensky (Ansa).

Zelensky: «Nessuno vorrebbe vivere ripetendo sempre la stessa cosa»

Visto l’avvicinarsi dei quattro anni dall’invasione russa, Zelensky ha iniziato il suo discorso paragonando la situazione in Ucraina a quanto succede nel film Ricomincio da capo, in cui il protagonista rimane intrappolato in un loop temporale nel Giorno della marmotta. «Nessuno vorrebbe vivere così, ripetendo la stessa cosa per settimane, mesi e, naturalmente, quattro anni. È esattamente così che ci piace vivere adesso. Ed è la nostra vita. Proprio l’anno scorso, qui a Davos, ho concluso dicendo che l’Europa deve sapere come difendersi. È passato un anno e nulla è cambiato. Siamo ancora in una situazione in cui devo dire le stesse parole».

Zelensky: «Gli alleati europei sono divisi e persi di fronte a Trump»

Zelensky, invocando ancora una volta l’ingresso dell’Ucraina nella Nato, nel suo discorso particolarmente critico verso l’Europa ha accusato gli alleati del Vecchio Continente di essere «divisi e persi» di fronte a Trump, affermando che gli è stato detto di «non parlare dei missili Taurus» e «nemmeno dei Tomahawk agli americani, per non rovinare l’atmosfera». Ad ogni modo, Zelensky ha definito «produttivo» l’incontro con Trump: «Abbiamo discusso del lavoro dei nostri team e praticamente ogni giorno ci sono incontri o comunicazioni».

Gaza, Israele smentisce l’apertura del valico di Rafah

Il valico di Rafah resterà chiuso finché Hamas non restituirà il corpo dell’ultimo ostaggio ancora a Gaza. Lo ha riferito una fonte della sicurezza israeliana ai media del Paese, aggiungendo: «Non abbiamo ancora ricevuto istruzioni per l’apertura del valico». La presa di posizione arriva dopo le dichiarazioni, non confermate ufficialmente, del capo del comitato tecnico per Gaza, Ali Saath, secondo cui il passaggio dovrebbe riaprire la prossima settimana. Secondo quanto riportato dai notiziari israeliani, il premier ha convocato per domenica 25 gennaio una riunione di governo dedicata alla restituzione del corpo del sergente Ran Gvili, ultimo ostaggio rimasto a Gaza, e al possibile futuro del valico di Rafah.

Trump ha firmato a Davos l’atto costitutivo del suo Board of Peace

A Davos si è svolta la cerimonia che ha sancito la nascita del Board of Peace, il Consiglio per la Pace per la Striscia di Gaza (e non solo) che Donald Trump ha promosso assegnandosi fin dall’inizio la presidenza a vita. «È una giornata emozionante», ha detto Trump aprendo la cerimonia, che si è conclusa con le firme dei vari leader e rappresentanti che ne fanno parte. Nel suo discorso, il presidente americano ha affermato che «tutti vogliono entrare nel Board of Peace», rivendicando ancora di aver fermato otto guerre e di essere pronto a porre fine a un nono conflitto, chiaro riferimento all’Ucraina. Per quanto riguarda Gaza, il presidente Usa ha assicurato che «la ricostruzione sarà qualcosa di grandioso».

Trump ha firmato a Davos l’atto costitutivo del suo Board of Peace
Donald Trump (Ansa).

Sul palco i leader dei Paesi che hanno detto sì a Trump

Nonostante le affermazioni di Trump, a fronte di un enorme numero di Paesi invitati a partecipare, in realtà sono pochi quelli che hanno detto sì alla proposta della Casa Bianca (e non tutti di primo piano, anzi): Argentina, Armenia, Ungheria, Kazakistan, Bielorussia, Uzbekistan, Arabia Saudita, Marocco, Bahrein, Turchia, Vietnam, Kosovo, Emirati Arabi Uniti, Azerbaigian, Paraguay, Giordania, Indonesia, Pakistan, Mongolia e Qatar. E c’è pure Israele, nonostante le polemiche scaturite da “sì” di Benjamin Netanyahu, che non si è presentato in Svizzera – a differenza degli altri rappresentanti – perché ricercato per crimini di guerra dal Tribunale penale internazionale dell’Aia.

Trump: «Il Board of Peace lavorerà anche con l’Onu»

Come si legge nello statuto, il Board of Peace è «un’organizzazione internazionale che mira a promuovere stabilità, ripristinare una governance affidabile e legittima e garantire una pace duratura nelle aree colpite o minacciate da conflitti». Stabilendo in modo formale il Board of Peace come organizzazione internazionale, Trump ha spiegato che il Consiglio inizialmente opererà a Gaza, per poi estendere il suo raggio di azione. Nella Striscia supervisionerà l’operato del comitato nazionale per l’amministrazione del territorio, occupandosi della ricostruzione e attraendo finanziamenti. Il Consiglio, ha assicurato Trump, «lavorerà con molti, inclusa l’Onu».

Zelensky-Trump, oggi è il giorno dell’incontro a Davos

Volodymyr Zelensky è in viaggio per Davos, dove incontrerà Donald Trump: il vertice tra i due leader si terrà alle 13. In Svizzera era attesa la firma di un “piano di prosperità” da 800 da 800 miliardi di dollari tra Ucraina, Stati Uniti ed Europa, ma con in ballo le questioni della Groenlandia e del Board of Peace per Gaza è stata messa in standby. Alle 14:30 è poi previsto un intervento del presidente ucraino al World Economic Forum, ha spiegato il portavoce Sergiy Nykyforov.

Witkoff intanto è pronto a incontrare Putin a Mosca

Mentre si avvicina il faccia a faccia tra Zelensky e Trump a Davos, l’inviato speciale statunitense Steve Witkoff, accompagnato da Jared Kushner (genero di Trump), è arrivato a Mosca per incontrare Vladimir Putin. «Il regime di Kyiv continua con la sua politica, ma è giunto il momento che prenda le decisioni appropriate e si assuma le proprie responsabilità», ha affermato il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov in vista dei due colloqui.

Rutte: «Non credo in un accordo prima della primavera»

Durante una colazione di lavoro sull’Ucraina ai margini del Forum di Davos, Mark Rutte ha affermato di dubitare che i colloqui di pace possano concludersi prima della primavera. «La Russia è il nostro maggiore avversario. L’Ucraina deve avere il sostegno militare di cui ha bisogno, come intercettori per respingere gli attacchi dalla Russia. Dobbiamo continuare a far fluire gli aiuti militari e non perdere di vista questa questione», ha dichiarato il segretario generale della Nato.

Board of Peace, il Regno Unito non parteciperà alla firma

Il Regno Unito non parteciperà alla cerimonia di firma del Board of Peace in programma il 22 gennaio con Donald Trump, una scelta motivata dalle riserve sulla possibile inclusione del presidente russo Vladimir Putin in un’iniziativa legata alla pace: lo ha spiegato il ministro degli Esteri Yvette Cooper, citata da Sky News. «C’è un’enorme mole di lavoro da fare, oggi non saremo tra i firmatari», ha affermato la responsabile del Foreign Office, chiarendo poi le ragioni della posizione di Londra. «Si tratta di un trattato legale che solleva questioni molto più ampie, non abbiamo ancora visto alcun segnale da parte sua che ci sarà un impegno per la pace in Ucraina», ha aggiunto, riferendosi a Putin. Le perplessità britanniche riguardano anche la natura dell’organismo promosso dal presidente statunitense, inizialmente pensato per vigilare sulla ricostruzione di Gaza, ma dotato di uno statuto che non ne circoscrive l’azione alla sola Striscia e che potrebbe dar luogo a una sovrapposizione o a una competizione con il ruolo delle Nazioni Unite.

Guerra in Ucraina, che cosa ha detto Steve Witkoff a Davos

Steve Witkoff è intervenuto a Davos parlando dei passi avanti compiuti sul dossier ucraino: «Abbiamo fatto tanti progressi», ha dichiarato, spiegando che il confronto tra le parti si è ormai concentrato su un solo nodo finale. «Quindi, se entrambe le parti vogliono risolvere questo problema, lo risolveremo», ha aggiunto. Nel suo intervento al World Economic Forum, Witkoff ha anche sottolineato il potenziale impatto economico di una zona esente da dazi in Ucraina, definendola un possibile «punto di svolta» per il rilancio del Paese colpito dal conflitto. Al termine dell’incontro, ha annunciato al pubblico: «Questa notte partirò per Mosca». Secondo quanto riferito dallo stesso, Donald Trump starebbe valutando l’ipotesi di una «tariff-free zone» per sostenere lo sviluppo industriale di Kyiv.

Un detenuto dell’ICE in Texas è morto per omicidio

L’autopsia del medico legale della contea di El Paso, in Texas, ha stabilito che Geraldo Lunas Campos, un detenuto cubano di 55 anni, è morto per omicidio mentre si trovava nel centro di detenzione per migranti Camp East Montana. La struttura ospita persone fermate dall’ICE, l’agenzia federale per l’immigrazione, in attesa di espulsione dagli Stati Uniti. Le autorità federali avevano inizialmente imputato la morte dell’uomo, avvenuta il 3 gennaio, a un malore e poi a un suicidio. È la terza persona che muore a Camp East Montana dalla sua apertura, avvenuta ad agosto.

I risultati dell’autopsia

L’autopsia pubblicata mercoledì indica che Lunas Campos è morto per asfissia dovuta a compressione del collo e del torace mentre era trattenuto fisicamente dalle guardie. Il referto segnala anche lesioni alla testa e al collo, con vasi sanguigni scoppiati sul collo e sulle palpebre. L’uomo è diventato incosciente durante l’intervento delle forze dell’ordine. I soccorritori hanno tentato di rianimarlo, ma lo hanno dichiarato morto sul posto.

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La famiglia prepara una causa civile mentre il governo difende gli agenti

La famiglia sta preparando una causa civile, sostenendo di avere raccolto la testimonianza di due detenuti che avrebbero visto le guardie soffocare l’uomo. Nel mentre il governo difende l’operato dell’ICE. Un funzionario del Dipartimento per la sicurezza interna ha dichiarato che l’uomo «ha violentemente opposto resistenza al personale di sicurezza che cercava di salvarlo» e che i soccorritori «hanno tentato di rianimarlo». L’ufficio non ha risposto alle domande del New York Times sui risultati dell’autopsia.