Semplificazione promessa, burocrazia raddoppiata: il cortocircuito italiano

«Ho provato a contare le procedure indispensabili per costruire un asilo prefabbricato: sono 117. Quattro mesi per tirar su l’asilo e due anni per far girare tutte le carte». Così si lamentava Aldo Aniasi, sindaco di Milano a cavallo tra gli Anni 60 e 70. Non è escluso che, nel corso degli ultimi 40 anni, la situazione sia addirittura peggiorata. Di certo non è migliorata. A dispetto delle tante denunce sui mali italici della burocrazia e delle altrettante promesse di liberazione dalla medesima per mezzo della digitalizzazione. 

Semplificazione promessa, burocrazia raddoppiata: il cortocircuito italiano
Aldo Aniasi nel 1997 (Ansa).

Il miraggio della semplificazione della Pa e delle “3 I”

Correva l’anno 2001 e con il secondo governo Berlusconi spuntò Lucio Stanca, il primo ministro per l’Innovazione e le Tecnologie nella storia repubblicana. Le premesse e gli obiettivi dichiarati dell’incarico erano più che condivisibili e facevano riferimento alla “rivoluzione copernicana” che, grazie alle tecnologie digitali, avrebbe consentito la semplificazione e l’efficienza della PA. Uno degli obiettivi era eliminare la grande mole di certificazioni richiesta a cittadini e imprese. Per la cronaca, per dire qual era il contesto, erano gli anni in cui il Cavaliere e la ministra dell’Istruzione e dell’Università Letizia Moratti lanciavano la «scuola delle 3 I» ( internet, inglese, imprese). Una promessa di modernizzazione e di cambiamento accelerato del Paese fatta propria e rilanciata anche dai successivi titolari del ministero, tra cui Mariastella Gelmini che brillò non tanto per avere dato concretezza alle 3 I, ma per l’ormai famoso tunnel per neutrini tra il Cern di Ginevra e il Gran Sasso.

Semplificazione promessa, burocrazia raddoppiata: il cortocircuito italiano
Letizia Moratti, Silvio Berlusconi e Lucio Stanca nel 2010 (Imagoeconomica).

Il rogo delle leggi inutili di Calderoli

Ma lo spettacolo più pirotecnico lo aveva organizzato il 24 marzo 2010 il ministro per la Semplificazione Normativa Roberto Calderoli, già noto per il Porcellum, dando fuoco una torre di 32 scatoloni contenenti simbolicamente 375 mila leggi italiane ritenute inutili o obsolete. Lo show, consumatosi alla caserma dei Vigili del Fuoco di Capannelle, fu definito dal coordinatore nazionale del sindacato di base indipendente RdB dei vigili del fuoco «una pagliacciata» degna di un «circo», che impegnò una trentina di pompieri. Tanto fumo ma niente arrosto, oltretutto, visto che nella classifica Ocse sulla qualità dei servizi erogati dalla PA italiana, su 36 Paesi l’Italia – 26esima nel 2000 – nel 2018 era scivolata al 33esimo posto, terzultima, davanti a Turchia e Messico.

Semplificazione promessa, burocrazia raddoppiata: il cortocircuito italiano
Il “rogo” di Roberto Calderoli (da Youtube).

Il costo economico della lentezza amministrativa

Ma stando al presente ed evidenziando le criticità più rilevanti per l’economia nazionale segnaliamo che la lentezza amministrativa costa secondo una stima della Cgia di Mestre del 2025, circa 184 miliardi di euro. Quella italiana è tra le peggiori burocrazie dell’Eurozona: siamo al primo posto per pressione burocratica sulle imprese, ma solo al 26esimo per fiducia nella Pa. In simile contesto non è affatto scontato che il PNRR riuscirà nell’impresa di sburocratizzare e velocizzare le procedure amministrative. Non fosse altro perché numerosi sono i casi in cui la promessa semplificazione si traduce in un ulteriore e forse non previsto aggravio di vincoli, obblighi e norme.  La burocrazia che si autocontrolla, cioè che accumula norme su norme, è un fenomeno tipicamente italiano. Ma che risulta particolarmente biasimevole, oltre che paradossale, quando si abbatte su due settori che dovrebbero essere regolati in modo semplice, con vincoli burocratici ridotti all’osso e controlli perlopiù qualitativi e nel merito piuttosto che quantitativi e regolamentari. Mi riferisco al Terzo Settore, che riguarda il volontariato, le associazioni assistenziali e culturali, e l’Università, dove insegnamento e promozione del sapere dovrebbero avere come faro la libertà e non il regolamento.

Semplificazione promessa, burocrazia raddoppiata: il cortocircuito italiano
(foto di Compagnons, via Unsplash).

Il Terzo settore sommerso dalle scartoffie

«Paradossi del Terzo settore: se la riforma anti-burocrazia genera ulteriore burocrazia». Così il Corriere della Sera titolava lo scorso 17 febbraio una riflessione di Paolo Venturi, direttore di AICCON (centro di ricerca sull’Economia Sociale nato dalla collaborazione tra Università di Bologna e numerose realtà pubbliche e private) che segnalava come le diverse realtà di volontariato «sono sottoposte sul piano operativo a un livello di burocratizzazione crescente che rischia di indebolirne identità, autonomia e capacità trasformativa». Colpa dei bandi per chiedere i finanziamenti che sono sempre più complicati, con moltiplicazione di procedure, adempimenti e dispositivi di controllo. Al punto che per tante realtà no profit le energie anziché essere spese sul campo vengono impegnate nel compilare moduli su moduli. È così che la correttezza formale delle richieste e rendicontazioni diventa predominante rispetto alla creazione di valore e benefici per i territori e le fasce sociali più fragili.

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All’Università le procedure rubano tempo ed energia alla ricerca

Nel caso dell’Università, testo e contesto sono molto differenti, però logiche e dinamiche in azione sono identiche. Controllo e aumento delle procedure a scapito dell’insegnamento e della produzione di sapere. Meno ricerca e impegno scientifico e più attenzione e tempo dedicati a rendicontare attraverso i nuovi strumenti burocratici: indicatori, score, metriche standardizzate e piattaforme digitali. L’elemento più sorprendente però non è tanto la burocratizzazione dell’attività universitaria, quanto il fatto che il problema è noto e stranoto da anni. Ma la sua denuncia non ha portato e non porta a niente. Se provate a googlare, sono almeno 15 anni che viene reiterata la litania di un’istituzione sempre più sopraffatta da una burocrazia pervasiva, spesso definita «neouniversità» o «ossessione burocratica», che stritola le attività didattiche e di ricerca. 

Semplificazione promessa, burocrazia raddoppiata: il cortocircuito italiano
(foto di Jack Krzysik, via Unsplash).

La nuova burocrazia dei target e delle mission

Cosicché «è un brivido che vola via», come canta Vasco Rossi, leggere che il rilancio degli atenei italiani passa attraverso la sburocratizzazione. A dirlo è stata, nel gennaio del 2024, Giovanna Iannantuoni, al tempo rettrice dell’Università Bicocca di Milano e presidente della CRUI (Conferenza dei rettori delle università italiane). Che dire dunque? Qualche mese fa è uscito il libro di Luca Solari, Università senza futuro. Tra compromessi e riforme impossibili (Guerrini & Associati) che spiega come la proliferazione di regole e piattaforme per la valutazione si sia mangiata il tempo per insegnare e promuovere la cultura. Un fenomeno che è perfettamente allineato al contesto e al sistema Paese. Perciò molto italiano. Anche se sul piano generale fa più che mai testo quel che ha scritto Mark Fisher, sociologo di raro acume e capacità di leggere le trasformazioni sociali, in Realismo capitalista (Nero Editions): «Che le misure burocratiche si siano intensificate sotto un regime neoliberale che si presenta come anti-burocratico e anti-stalinista potrebbe dapprima sembrare un mistero. Eppure ad aver proliferato è una nuova burocrazia fatta di “obiettivi” e di “target”, di “mission” e di “risultati”, e questo nonostante tutta la retorica neoliberale (… ) che pure ne professava l’annientamento. Ma nel neoliberismo il risveglio della burocrazia è assai più che un riflesso atavico o un’anomalia».

Sanremo e le polemiche su Mogol, trasportato con l’elicottero dei Vigili del fuoco

Sta facendo discutere l’ospitata di Mogol alla terza serata del Festival di Sanremo 2026. Il paroliere è salito sul palco dell’Ariston per ritirare il premio alla carriera, dopodiché è tornato a Roma insieme alla moglie dove il giorno dopo era attesto alla festa per l’anniversario dell’istituzione del Corpo nazionale dei Vigili del fuoco (di cui ha scritto l’inno). Ad accendere le polemiche è stato proprio il trasferimento nella Capitale, avvenuto a bordo di un elicottero dei Vigili del fuoco.

Sanremo e le polemiche su Mogol, trasportato con l’elicottero dei Vigili del fuoco
Mogol ospite a Sanremo (Ansa).

D’Angelo (Pd): «Bucci chiarisca se ha comportato un rischio per i liguri»

«Leggere che l’elisoccorso per i cittadini liguri è stato utilizzato come taxi speciale per portare un noto paroliere da Sanremo a Roma lascia sconcertati», ha dichiarato il consigliere regionale ligure del Pd Simone D’Angelo. «Anche perché sappiamo che per la nostra regione il servizio di elicottero dei Vigili del fuoco è indispensabile per tutte le attività dell’elisoccorso, delle emergenze dei cittadini genovesi». A sconcertare D’Angelo sono due cose, il fatto che «questa indicazione arrivi dal ministero degli Interni» ma anche «il silenzio del governatore Bucci, che dovrebbe spiegare ai liguri se era conoscenza dell’utilizzo del servizio dell’elisoccorso in servizio taxi speciale per il Festival di Sanremo e se questa scelta ha comportato un rischio, una sospensione di un servizio determinante per i cittadini liguri».

Sanremo e le polemiche su Mogol, trasportato con l’elicottero dei Vigili del fuoco
Simone D’Angelo (Ansa).

L’Usb: «Fatto gravissimo»

Sulla stessa linea anche l’Unione sindacale di base (Usb) Vigili del Fuoco: «Ci troviamo di fronte a un fatto gravissimo. Un mezzo di soccorso, finanziato con risorse pubbliche e destinato esclusivamente alla tutela della vita e alla sicurezza dei cittadini, è stato impiegato per finalità estranee alla missione istituzionale del Corpo. Un elicottero dei Vigili del Fuoco non è un mezzo di rappresentanza né uno strumento a disposizione dell’autorità politica e della massima autorità aeronautica dei Vigili del Fuoco per esigenze di opportunità o d’immagine. Ogni ora di volo comporta costi rilevanti, carburante, manutenzione, personale altamente specializzato, usura del velivolo e incide sulla capacità operativa del dispositivo di soccorso sul territorio».

Piantedosi: «Polemiche strumentali»

Sulla vicenda è intervenuto il ministro dell’Interno Piantedosi a margine della festa dei Vigili del fuoco: «Siamo contentissimi di aver avuto qui Mogol e lo ringraziamo per quello che ci ha dato. Il resto sono le solite polemiche strumentali. Noi siamo molto contenti di aver avuto un grandissimo artista, un monumento nazionale che ha regalato parte della sua capacità artistica e ha scritto una canzone regalandola come inno ai Vigili, quindi gli siamo profondamente grati». Sul caso si è espresso anche lo stesso paroliere: «Il viaggio è andato benissimo, i Vigili del fuoco sono persone splendide, meravigliose e vanno ringraziate da tutti».

Sanremo e le polemiche su Mogol, trasportato con l’elicottero dei Vigili del fuoco
Matteo Piantedosi alla festa dei Vigili del fuoco (Ansa).

Cosa sta succedendo tra Pakistan e Afghanistan

Ormai è «guerra aperta» tra il Pakistan e l’Afghanistan. Lo ha annunciato espressamente su X Khawaja Asif, ministro della Difesa pakistano, denunciando che il governo talebano tornato al potere nel 2021 ha trasformato l’Afghanistan in una «colonia dell’India», radunando nel Paese «terroristi da tutto il mondo» e «privando il suo popolo dei diritti fondamentali». Ecco cosa sta succedendo tra Afghanistan e Pakistan.

I due Paesi erano da tempo ai ferri corti

Gli scontri lungo il confine tra i due Paesi, da tempo ai ferri corti, erano ripresi con forza a ottobre, con bombardamenti e attacchi che avevano causato decine di morti su entrambi i lati. Il cessate il fuoco mediato da Qatar e Turchia aveva fermato temporaneamente le violenze, ma i colloqui successivi a Istanbul si sono interrotti senza un’intesa e a novembre ci sono stati altri bombardamenti. Da allora i valichi di frontiera sono rimasti prevalentemente chiusi. Al centro dello stallo resta la richiesta pakistana che Kabul limiti la presenza del Tehrik-i-Taliban Pakistan (Ttp), movimento armato che riunisce diverse fazioni talebane ostili a Islamabad. Il Pakistan nel 2021 aveva accolto con favore il ritorno al potere dei talebani, ma poi le cose sono decisamente cambiate.

Cosa sta succedendo tra Pakistan e Afghanistan
Ambulanze in Afghanistan vicino al confine col Pakistan (Ansa).

I raid pakistani contro i siti di Ttp e Isis-K

Islamabad, insomma, ritiene che Kabul di stia agire contro i gruppi militanti che compiono attacchi in Pakistan. E, in generale, i due Paesi da tempo si accusano a vicenda di alimentare il terrorismo e violare i confini. La recente escalation è nata da una serie di attacchi aerei pakistani contro siti del Ttp, ma anche dello Stato Islamico del Khorasan nell’Afghanistan orientale: il 6 febbraio 40 persone erano morte in un attentato suicida in una moschea sciita a Islamabad, rivendicato proprio da questo ramo dell’Isis.

La risposta delle forze talebane dell’Afghanistan

In risposta, l’Afghanistan ha lanciato un’operazione di terra contro il Pakistan nelle sue province di confine. Il portavoce dei talebani, Zabihullah Mujahid, ha affermato che le forze di Kabul hanno catturato 17 avamposti pakistani lungo la zona di confine, tra cui il quartier generale di Anzar Sar nel distretto di Alisher-Terezi, «uccidendo decine di soldati».

Gli attacchi aerei sulle principali città afghane

La controreplica di Islamabad non si è fatta attendere: nella notte tra il 26 e il 27 febbraio il Pakistan ha avviato l’operazione militare su vasta scala denominata “Ghazab-lil-Haq”: colpiti con raid aerei vari obiettivi in Afghanistan, non solo lungo il confine, tra cui la capitale Kabul e la grande città meridionale di Kandahar, dove risiede il leader supremo talebano Hibatullah Akhundzada. Colpita anche la provincia di Paktia. Il ministro dell’interno pachistano Mohsin Naqvi ha definito i raid una «risposta adeguata» all’offensiva afghana del giorno precedente. Attaullah Tarar, a capo del dicastero dell’Informazione, ha dichiarato che gli attacchi hanno ucciso 133 combattenti talebani e ferito più di 200 miliziani. Kabul insiste invece sul fatto che i raid hanno ucciso dozzine di civili, tra cui donne e bambini. «La nostra pazienza ha raggiunto il limite», ha scritto Asif su X. «Le nostre forze hanno la piena capacità di schiacciare qualsiasi ambizione aggressiva dei talebani», ha detto il primo ministro Shehbaz Sharif.

Cosa sta succedendo tra Pakistan e Afghanistan
Militare pakistano al confine con l’Afghanistan (Ansa).

Gli appelli al dialogo e alla de-escalation

Diversi gli appelli al dialogo. L’Iran, tramite il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, si è proposto come mediatore, invitando i due Paesi a «risolvere le loro divergenze attraverso il buon vicinato e il dialogo». La Cina ha esortato Pakistan e Afghanistan a «raggiungere un cessate il fuoco il prima possibile ed evitare ulteriori spargimenti di sangue». Maria Zakharova, portavoce del ministero degli Esteri russo, ha detto: «Facciamo appello ai nostri amici Afghanistan e Pakistan perché si astengano da uno scontro pericoloso e ritornino al tavolo negoziale per risolvere tutti i dissidi con mezzi politici e diplomatici». Un richiamo alla de-escalation è arrivato anche dalle Nazioni Unite, tramite il segretario generale Antonio Guterres e il capo dei diritti umani Volker Türk. Mentre i combattimenti proseguono senza sosta, la situazione umanitaria lungo il confine sta precipitando, con decine di migliaia di sfollati. «Abbiamo ripetutamente sottolineato una soluzione pacifica e vogliamo ancora che il problema venga risolto attraverso il dialogo», ha dichiarato in conferenza stampa il portavoce del governo talebano.

Sanremo in calo, nervi tesi in Rai: guai per la raccolta pubblicitaria

Musi lunghi. Silenzi. Porte sbattute. Qualche telefonata “calda” tra Sanremo e Via Asiago. E Carlo Conti che, si dice, non voglia sentire nessuno e parli unicamente con Giampaolo Rossi e Stefano Coletta. Questa è la situazione in Rai dopo le prime due serate del Festival, con gli ascolti parecchio in calo rispetto alle prime due dell’edizione 2025.

Sanremo in calo, nervi tesi in Rai: guai per la raccolta pubblicitaria
Carlo Conti e Laura Pausini (Ansa).

Dopo il calo delle prime due serate è scattato l’allarme rosso

In particolare, nella serata di martedì la kermesse canora ha raggiunto 9 milioni e 600 mila telespettatori pari al 58 per cento di share, mentre l’anno scorso al debutto si erano registrati 12,6 milioni di telespettatori con il 65,3 per cento di share. Ben sette punti in meno. La serata di mercoledì ha raggiunto 9 milioni e 53 mila telespettatori pari al 59,5 per cento contro gli 11 milioni e 800 mila pari al 64,6 per cento di share della passata edizione, quasi cinque punti in meno. E in Rai è scattato l’allarme rosso, perché l’amministratore delegato in questo momento di problemi ne ha da vendere e una sbandata su Sanremo proprio non ci voleva. Ma del resto era prevedibile: con un Festival edulcorato, sterilizzato da ogni possibile polemica, senza comici e personaggi di peso, senza una vera idea di spettacolo, il risultato, come molti critici stanno facendo notare, è una kermesse noiosissima. Non accade nulla e per uno show televisivo non c’è niente di peggio.

Sanremo in calo, nervi tesi in Rai: guai per la raccolta pubblicitaria
Carlo Conti (Ansa).

Nel mirino sono finiti Di Liberatore e Stefano Coletta

Sul banco degli imputati è finito soprattutto il direttore del prime time Williams Di Liberatore, fortemente voluto in quel ruolo dalla Lega e da Antonio Marano. Ma nel mirino c’è pure il direttore del coordinamento generi, Stefano Coletta, cui Rossi, che non si fida di Di Liberatore, aveva affidato il compito di supervisione sulla kermesse.

Sanremo in calo, nervi tesi in Rai: guai per la raccolta pubblicitaria
Stefano Coletta (Imagoeconomica).

«Festival in ottima salute, con numeri importanti. Mercoledì sera è stato registrato il quarto miglior risultato dal 1995 a oggi. Possiamo essere soddisfatti anche dal punto di vista editoriale perché la serata è stata piena di momenti di grande spettacolo», ha affermato Di Liberatore in conferenza stampa, parole che a molti sono sembrate quasi una barzelletta. Insomma, il Festival super democristiano voluto da Carlo Conti non scalda i cuori e nemmeno il pubblico. Mentre lui, il conduttore e direttore artistico, è riuscito a spedire la palla in tribuna pure sul referendum. «Se voterò? Non lo so…», ha risposto a precisa domanda sul tema. Vabbè.

Sanremo in calo, nervi tesi in Rai: guai per la raccolta pubblicitaria
Williams Di Liberatore e Carlo Conti (Ansa).

Un guaio per la raccolta pubblicitaria

C’è però uno spettro che si aggira sulla testa di Rossi. Quest’anno la raccolta pubblicitaria si è aggirata sui 70 milioni di euro, un vero record, una cifra mai raggiunta, contro i 65 milioni dello scorso anno, anche grazie a un aumento dell’8 per cento del costo degli spot. Per esempio, un’inserzione pubblicitaria nel prime time (dalle 21 alle 23.30) può arrivare a costare fino a 4.900 euro al secondo. Per una telepromozione all’interno dello show si possono raggiungere addirittura i 2 milioni. Il problema, però, è che Rai Pubblicità ha venduto gli spot dell’edizione 2026 con un listino prezzi plasmato sui dati di share del 2025. Ma se si scende sotto una certa soglia, la Rai è costretta a restituire una parte dei soldi incassati. Qui, poiché trattasi di temi sensibili e coperti dal segreto industriale, non sono noti numeri ufficiali, ma si può ipotizzare verosimilmente che, se lo share è inferiore di almeno cinque punti rispetto alle previsioni, la tv pubblica si veda costretta a risarcire gli inserzionisti di un 20-30 per cento. Una restituzione sotto forma di spot gratuiti sui canali di mamma Rai nella medesima fascia oraria, quindi in prime time. Una batosta in fatto di mancati introiti. È questo il tema che non sta facendo dormire sonni tranquilli a Giampaolo Rossi e all’amministratore delegato di Rai Pubblicità, Luca Poggi. Che, se si continua con questo andazzo, non solo nei prossimi mesi sarà costretto a risarcire gli inserzionisti, ma per l’edizione del 2027 dovrà rivedere al ribasso i listini degli spot all’interno delle serate del Festival. 

Sanremo in calo, nervi tesi in Rai: guai per la raccolta pubblicitaria
Luca Poggi (Imagoeconomica).

Sanremo, dopo “Repupplica” sparisce “L’Unità”

Come Stalin ai tempi dell’Urss era solito a eliminare (anche) dalle foto ufficiali personaggi scomodi, una sorta di Photoshop ante litteram, allo stesso modo nella Rai meloniana si è deciso di cancellare la testata L’Unità dalla foto sulla vittoria della repubblica al referendum del 1946 proiettata durante la prima serata del Festival di Sanremo. La slide era già finita nel mirino per il refuso “Repupplica”, ma ora si aggiunge un altro elemento. Osservando le foto d’epoca con le copie de L’Unità del 5 giugno 1946 e il titolo “Viva la Repubblica!”, si nota come la testata del giornale risulta cancellata. Una censura bella e buona, che però nulla ha potuto davanti al “ciao ciao fascisti” della 105enne Gianna Pratesi, testimone di quel voto storico presente all’Ariston.

Sanremo, dopo “Repupplica” sparisce “L’Unità”
Slide con il nome de “L’Unità” cancellato (X).
Sanremo, dopo “Repupplica” sparisce “L’Unità”
La foto originale (X).

È legittimo licenziare per “colpa” dell’AI: la sentenza del tribunale di Roma

È lecito licenziare un lavoratore per sostituire la sua mansione con un dispositivo robotico o con l’intelligenza artificiale. Lo stabilisce una sentenza del tribunale di Roma del 19 novembre 2025. Nell’analizzare una richiesta di reintegro da parte di un dipendente, il giudice ha stabilito che è legittimo il licenziamento per giustificato motivo oggettivo fondato su una riorganizzazione aziendale, determinata anche dall’introduzione di strumenti di intelligenza artificiale, quando risulti accertato che l’innovazione tecnologica abbia comportato una stabile riduzione delle attività affidate al lavoratore e la conseguente soppressione della posizione ricoperta.

Riconosciuta l’impossibilità, da parte del datore, di ricollocare la dipendente

Il caso riguardava la graphic designer di una società di cybersecurity in difficoltà economico-finanziaria. L’azienda in questione aveva accentrato funzioni e introdotto strumenti per rendere efficienti i processi, sopprimendo il ruolo della dipendente e licenziandola. Il tribunale ha ritenuto fondate le ragioni del datore di lavoro, richiamando le reali esigenze economico-organizzative e l’impossibilità di repechage, ovvero ricollocazione interna. Nella sentenza, l’intelligenza artificiale non viene considerata una causa autonoma del licenziamento, ma uno degli strumenti della riorganizzazione.

Deve esserci un giustificato motivo oggettivo per licenziare un lavoratore

Va sottolineato che non basta che il datore di lavoro decida di preferire un chatbot a un umano, ma deve esserci un giustificato motivo oggettivo per mandare a casa un lavoratore e non ricollocarlo. Nel caso specifico, la società era in una situazione finanziaria difficile (era stata trasformata da spa a srl e aveva sulle spalle uno sfratto per morosità e una procedura per crisi d’impresa) e l’organico era stato dimezzato da 20 a 10 persone. Per motivi di sopravvivenza, ha fatto ricorso all’intelligenza artificiale per tagliare i costi e velocizzare il lavoro che prima faceva la dipendente.

Primo presidente politico per l’Ispra: si è insediata Maria Alessandra Gallone

Maria Alessandra Gallone, ex senatrice di Forza Italia, si è insediata come nuova presidente dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (Ispra). La scelta era stata contestata dalle forze di opposizione: è infatti la prima volta che ai vertici dell’Istituto viene posto non un tecnico o uno scienziato, ma un esponente di partito. In particolare Angelo Bonelli, deputato di Avs e co-portavoce di Europa Verde, aveva dedicato alla designazione un passaggio di un’audizione in Parlamento, parlando di scelta «che rompe una tradizione di autonomia, competenza e indipendenza e che conferma una strategia ormai evidente del governo Meloni».

Chi è Maria Alessandra Gallone

Gallone alle Politiche del 2008 si era candidata al Senato tra le liste del Popolo delle Libertà, risultando la prima dei non eletti nella circoscrizione Lombardia: era poi approdata a Palazzo Madama il 6 dicembre dello stesso anno subentrando al deceduto Luigi Scotti. Successivamente ha aderito a Fratelli d’Italia, senza riottenere il seggio al Senato alle elezioni del 2013. In dissenso con la linea del partito aveva poi di abbandonato FdI per aderire alla rinata Forza Italia. Nel 2022 aveva mancato il ritorno in Parlamento. Senatrice della Repubblica per due legislature, durante cui è stata componente della Commissione Ambiente, della Commissione d’inchiesta sugli Ecoreati, della Commissione Giustizia e della Commissione Agricoltura, negli ultimi anni Gallone è stata consulente sia della ministra dell’Università e della Ricerca, Anna Maria Bernini, che del ministro dell’Ambiente, Gilberto Pichetto Fratin.

Rossi, Chiocci e il piano segreto della destra per stringere la presa sulla Rai

C’è un piano che si aggira tra le stanze di Via Asiago, fin su agli studi di Saxa Rubra per arrivare alla nuova sede di via Alessandro Severo, ma che in questi giorni arriva addirittura a Sanremo, dove è iniziato un soporifero Festival (che ha già fallito alla prova degli ascolti). Alcuni sussurri raccontano di un amministratore delegato, Giampaolo Rossi, che si sarebbe stufato di guidare la Rai, un’azienda praticamente irriformabile, completamente bloccata da un sindacato fortissimo che mette bocca su tutto e sempre sotto l’occhio vigile della politica, che non perde occasione per occuparsi di televisione. Un’azienda dove qualsiasi polemica, anche piccola, diventa un affare di Stato. E così Rossi, che qualcuno chiama “il guru” e qualcun altro “il profeta”, si sarebbe stancato. Ne avrebbe addirittura parlato con Giorgia Meloni, che l’ha ascoltato annuendo in silenzio, perché la premier, come tradizione della vecchia destra, non ama chi si sfila dalla lotta. E soprattutto ama chi le risolve i problemi, non chi gliene porta di nuovi.

Rossi, Chiocci e il piano segreto della destra per stringere la presa sulla Rai
Rossi, Chiocci e il piano segreto della destra per stringere la presa sulla Rai
Rossi, Chiocci e il piano segreto della destra per stringere la presa sulla Rai
Rossi, Chiocci e il piano segreto della destra per stringere la presa sulla Rai
Rossi, Chiocci e il piano segreto della destra per stringere la presa sulla Rai
Rossi, Chiocci e il piano segreto della destra per stringere la presa sulla Rai
Rossi, Chiocci e il piano segreto della destra per stringere la presa sulla Rai

Comunque, il piano di cui si narra è il seguente. Dopo mesi di stallo, in parlamento si è notata un’accelerazione di Fratelli d’Italia sulla legge di riforma della Rai, con il testo base adottato dalla maggioranza che arriverà nell’aula del Senato tra il 3 e il 5 marzo e dove sono anche pronti gli emendamenti presentati dall’opposizione. Radio Transatlantico spiega che questo improvviso sprint, dopo mesi di melina, è dovuto alla volontà di approvare la riforma della tivù pubblica – così come chiesto dall’Europa tramite il Media Freedom Act – entro l’estate.

Con una nuova legge per la governance, il cda dovrebbe dimettersi

Per quale motivo? Non certo per fare un piacere a Bruxelles o ai partiti di opposizione, che da mesi denunciano il pericolo che possa scattare un meccanismo d’infrazione dell’Unione europea verso l’Italia. Ma perché, con la riforma approvata, a quel punto l’attuale vertice sarebbe in pratica esautorato: non c’è nessun obbligo alle dimissioni, ma di fatto all’intero consiglio di amministrazione, di fronte a una nuova legge per la governance, si chiederebbe il beau geste del passo indietro.

Il timone della Rai in mano alla destra durante importanti tornate elettorali

A quel punto, magari in autunno, il parlamento eleggerebbe con la nuova norma un altro vertice Rai che, nonostante i paletti imposti dai regolamenti europei, sarebbe comunque espressione della maggioranza, quindi del centrodestra. Un vertice Rai che durerebbe cinque anni e non gli attuali tre, e quindi sarebbe alla guida della televisione pubblica sia durante le elezioni politiche del 2027 sia quando ci sarà da eleggere il nuovo capo dello Stato nel 2029, per non parlare di tutte le altre tornate amministrative, tra cui l’importante voto per Milano.

Fazzolari, Filini e la mossa del cavallo nelle stanze di Via della Scrofa

Insomma, il governo Meloni farebbe un passo indietro, facendo dimettere Rossi e il cda un anno prima della scadenza, per farne cinque in avanti, visto che poi la nuova governance durerà fino al 2031. Mica male. Una vera mossa del cavallo, partorita nelle stanze di Via della Scrofa, di cui sono stati informati Giovanbattista Fazzolari e il suo fedelissimo con delega alla tivù, Francesco Filini.

Rossi, Chiocci e il piano segreto della destra per stringere la presa sulla Rai
Rossi, Chiocci e il piano segreto della destra per stringere la presa sulla Rai
Rossi, Chiocci e il piano segreto della destra per stringere la presa sulla Rai
Rossi, Chiocci e il piano segreto della destra per stringere la presa sulla Rai

Il bivio di Chiocci: Palazzo Chigi o il vertice della tivù pubblica

Addirittura si vocifera che il nome a cui i Fratelli puntano come futuro ad sia quello di Gian Marco Chiocci, attuale direttore del Tg1 e fedelissimo di Giorgia. «Ma non doveva lasciare il Tg1 per andare a rinforzare la comunicazione di Palazzo Chigi?», è la domanda che sorge spontanea. Sì, ma non è detto. Per lui si sta aprendo anche questa seconda possibilità. Dunque, se Chiocci va a Chigi, per lui si spalancherebbe la strada di una futura candidatura in parlamento. Se invece resta al Tg1, sarà in pole position per guidare l’azienda con il nuovo vertice.

Rossi, Chiocci e il piano segreto della destra per stringere la presa sulla Rai
Gian Marco Chiocci (foto Imagoeconomica).

Da risolvere l’impasse sulla commissione di Vigilanza Rai

In più, seguendo questo percorso, si risolverebbero un paio di importanti questioni. Da un lato si verrebbe incontro alla stanchezza di Rossi e al suo desiderio di andare altrove; dall’altra si risolverebbe l’impasse sulla presidenza, sbloccando di conseguenza la paralisi che attanaglia da un anno la commissione di Vigilanza Rai. Chiaramente poi tutto dipenderà dalla nuova legge che uscirà dal parlamento, ma la maggioranza non farà più l’errore di voler imporre un nome alle opposizioni, che è il motivo per cui la Vigilanza è in stallo sul profilo di Simona Agnes.

Rossi, Chiocci e il piano segreto della destra per stringere la presa sulla Rai
Simona Agnes e Giampaolo Rossi (Imagoeconomica).

L’exit strategy di Rossi: andare a Rai Cinema al posto di Del Brocco

Alcuni parlamentari negano questo scenario, smentendo il fatto che Rossi voglia lasciare. «Non è vero, lui vuole andare fino in fondo, gli piace assai quello che fa», assicurano. Altri però confermano: anzi spiegano che addirittura l’ad abbia in mente una precisa exit strategy per lasciare il timone ma non l’azienda, che consisterebbe nel prendere le redini di una casella che gli sta molto a cuore, cioè Rai Cinema, dove ad aprile scade l’ennesimo mandato di Paolo Del Brocco. Il quale punta alla riconferma, ma che invece FdI vuole far sloggiare.

Rossi, Chiocci e il piano segreto della destra per stringere la presa sulla Rai
Paolo Del Brocco, ad di Rai Cinema (foto Imagoeconomica).

Da tempo per quel posto si scalda l’attuale direttore del Day Time, Angelo Mellone, che però in Via della Scrofa considerano inadatto al ruolo. «Lì ci vuole qualcuno con capacità manageriali», ripetono in coro i meloniani che seguono da vicino le vicende di mamma Rai. E quello di Rossi potrebbe corrispondere al giusto identikit.

Rossi, Chiocci e il piano segreto della destra per stringere la presa sulla Rai
Angelo Mellone (foto Imagoeconomica).

Se i meloniani andranno in pressing, allora sarà una prova…

Nelle prossime settimane ne sapremo di più, soprattutto tenendo d’occhio il cammino della riforma in parlamento. Se da Fratelli d’Italia, come sembra, si spingerà per una rapida approvazione, anche aprendo alle richieste dell’opposizione, allora tutte le caselle del mosaico potrebbero andare al loro posto, all’interno dello scenario di cui sopra. Se invece non succederà, si continuerà con l’attuale vertice fino alla scadenza del mandato, nell’ottobre 2027. A quel punto, però, il nuovo management sarà poi eletto dalla prossima maggioranza di governo. Un rischio che in Via della Scrofa si preferirebbe evitare.

Alcolock in auto: come funziona, chi deve installarlo e quanto costa

Il ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti ha pubblicato l’elenco degli installatori autorizzati e dei modelli di veicoli compatibili con ogni tipo di alcolock, il dispositivo che impedisce l’avvio del motore dell’auto se il tasso alcolemico è superiore a zero, obbligatorio per i conducenti già sanzionati per aver guidato con un tasso alcolemico superiore a 0,8 g/l. Costoro potranno condurre soltanto veicoli con a bordo tale dispositivo, che farà accendere il motore solo se il livello di alcol risulterà pari a zero. L’obiettivo principale è scoraggiare la guida in stato di ebbrezza e aumentare la sicurezza stradale.

Come funziona l’alcolock e le sanzioni per chi non lo installa

L’alcolock può essere installato su diverse categorie di veicoli adibiti al trasporto sia di persone che di merci e dovrà rispettare gli standard della normativa unionale. Gli installatori autorizzati avranno un ruolo cruciale, dovendo applicare un sigillo speciale per prevenire qualsiasi tentativo di manomissione. In caso di controlli su strada, il conducente dovrà esibire l’originale della dichiarazione di installazione e il certificato di taratura valido del dispositivo. Chi ha l’obbligo di installare il dispositivo e non lo fa, dovrà pagare una multa da 158 a 638 euro e si vedrà la patente nuovamente sospesa, per un periodo da uno a sei mesi. Le pene raddoppiano se si manomette, altera (ad esempio facendo soffiare un’altra persona) o rimuove del tutto il dispositivo. Se una persona che ha l’obbligo di alcolock viene sorpresa nuovamente alla guida in stato di ebbrezza, invece, le sanzioni previste aumentano di un terzo.

Quanto costa

«La spesa stimata per l’installazione dell’alcolock sulle auto è di circa 2 mila euro a vettura, a cui si dovranno aggiungere i costi di taratura periodica prevista dal decreto, di manutenzione, e quella per i boccagli monouso», ha spiegato il presidente di Federcarrozzieri Davide Galli. Un costo elevato che rappresenta solo una delle criticità sollevate sul dispositivo. A questa si aggiunge il fatto che il parco auto italiano è molto anziano, al punto che l’età media delle vetture si attesta a 13 anni. Su molte di esse, particolarmente anziane, sarà tecnicamente impossibile installare l’alcolock. Non tutte le autocarrozzerie, inoltre, seppur in possesso dei requisiti di legge, potranno montarlo, ma solo quelle indicate dal produttore dell’apparecchio e inserite nell’elenco del Mit. Un limite che riduce il numero di operatori abilitati.

Le tensioni tra Lapo e John Elkann sulla vendita di Gedi e le altre pillole del giorno

Tensione alle stelle tra fratelli in casa Elkann. Lapo non ha preso bene il fatto che, sulla vicenda Repubblica, John abbia chiuso la porta in faccia al suo amico Leonardo Maria Del Vecchio senza nemmeno incontrarlo. Il giovane LMVD era entrato a gamba tesa nella trattativa tra Gedi e il gruppo Antenna (secondo le voci di corridoio giunta faticosamente alle battute finali) offrendo sull’unghia 140 milioni di euro, cioè molti più soldi di quelli che verserà l’armatore-editore greco Theo Kyriakou a Exor per rilevare la casa editrice. Lapo, secondo le voci di corridoio, avrebbe perorato fino all’ultimo la causa del suo amico. Ma John è stato irremovibile.

Le tensioni tra Lapo e John Elkann sulla vendita di Gedi e le altre pillole del giorno
Le tensioni tra Lapo e John Elkann sulla vendita di Gedi e le altre pillole del giorno
Le tensioni tra Lapo e John Elkann sulla vendita di Gedi e le altre pillole del giorno
Le tensioni tra Lapo e John Elkann sulla vendita di Gedi e le altre pillole del giorno
Le tensioni tra Lapo e John Elkann sulla vendita di Gedi e le altre pillole del giorno
Le tensioni tra Lapo e John Elkann sulla vendita di Gedi e le altre pillole del giorno
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Le tensioni tra Lapo e John Elkann sulla vendita di Gedi e le altre pillole del giorno
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Le tensioni tra Lapo e John Elkann sulla vendita di Gedi e le altre pillole del giorno
Le tensioni tra Lapo e John Elkann sulla vendita di Gedi e le altre pillole del giorno
Le tensioni tra Lapo e John Elkann sulla vendita di Gedi e le altre pillole del giorno
Le tensioni tra Lapo e John Elkann sulla vendita di Gedi e le altre pillole del giorno

E da Bettini arriva D’Alema, il decostruttore

Arriva Massimo D’Alema alla corte di Goffredo Bettini: all’evento romano per la rivista Rinascita, il leader del Movimento 5 stelle Giuseppe Conte appare solo in collegamento ed elogia il suo vice Mario Turco, destinato a contare sempre di più nella geografia politica pentastellata. C’è Elly Schlein, la segretaria del Partito democratico, poi ecco tutto il quartier generale di Alleanza Verdi e Sinistra con Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli. Ma il più atteso è lui, “Baffino”, che ha tanta voglia di parlare: «Oggi da pensionato posso offrire un contributo di idee e di passione», dice Max. «Bisogna lavorare ancora per allargare il nostro campo ad altre forze democratiche, anche decostruendo quello della destra». Citando come esempio il 1996, quando lui stesso lavorò per far divorziare Umberto Bossi da Silvio Berlusconi. Chissà da chi vuol cominciare questa “decostruzione”, D’Alema…

Le tensioni tra Lapo e John Elkann sulla vendita di Gedi e le altre pillole del giorno
Le tensioni tra Lapo e John Elkann sulla vendita di Gedi e le altre pillole del giorno
Le tensioni tra Lapo e John Elkann sulla vendita di Gedi e le altre pillole del giorno
Le tensioni tra Lapo e John Elkann sulla vendita di Gedi e le altre pillole del giorno
Le tensioni tra Lapo e John Elkann sulla vendita di Gedi e le altre pillole del giorno
Le tensioni tra Lapo e John Elkann sulla vendita di Gedi e le altre pillole del giorno
Le tensioni tra Lapo e John Elkann sulla vendita di Gedi e le altre pillole del giorno
Le tensioni tra Lapo e John Elkann sulla vendita di Gedi e le altre pillole del giorno
Le tensioni tra Lapo e John Elkann sulla vendita di Gedi e le altre pillole del giorno
Le tensioni tra Lapo e John Elkann sulla vendita di Gedi e le altre pillole del giorno

Ma che Fao? Candidi proprio lui?

Il governo di Giorgia Meloni ha dovuto candidare chi guiderà la Fao. Una personalità di destra? Macché. Il dem Maurizio Martina. Proprio l’ex segretario del Partito democratico – in quel periodo del 2018 da reggente, a cavallo tra i regni di Matteo Renzi e Nicola Zingaretti – è stato candidato dal governo italiano e dai ministri Francesco Lollobrigida e Antonio Tajani alla guida dell’Organizzazione per l’alimentazione e l’agricoltura, a partire dal 2027. Martina ricopre già il ruolo di vicedirettore generale dell’agenzia specializzata delle Nazioni Unite. E dal 2014 al 2018 è stato ministro delle Politiche agricole alimentari e forestali nei governi Renzi e Gentiloni. Chi ha festeggiato per questa decisione? Coldiretti, che ha espresso grande apprezzamento per la decisione attraverso il presidente Ettore Prandini e il segretario generale Vincenzo Gesmundo: «La candidatura di Martina rappresenta un’opportunità strategica e ci auguriamo che l’Europa prenda una posizione unitaria su una nomina di tale rilievo». A destra, invece, polemiche a non finire: non c’era proprio nessuno da candidare dei “nostri”?

Le tensioni tra Lapo e John Elkann sulla vendita di Gedi e le altre pillole del giorno
Le tensioni tra Lapo e John Elkann sulla vendita di Gedi e le altre pillole del giorno
Le tensioni tra Lapo e John Elkann sulla vendita di Gedi e le altre pillole del giorno
Le tensioni tra Lapo e John Elkann sulla vendita di Gedi e le altre pillole del giorno
Le tensioni tra Lapo e John Elkann sulla vendita di Gedi e le altre pillole del giorno
Le tensioni tra Lapo e John Elkann sulla vendita di Gedi e le altre pillole del giorno

Zuppi da “papa” Carlin Petrini

Lo hanno sempre chiamato “il papa di Slow Food”, Carlin Petrini. E il presidente della Conferenza episcopale italiana (Cei), il cardinale Matteo Zuppi, è andato dal papa. Dicendo che «oggi stiamo rimettendo in discussione diritti e sistemi che sembrerebbero acquisiti, ma non lo sono. È il tempo della forza che li sminuisce, i diritti, si dice che ce ne sono troppi, che la logica della produzione e del mercato è quella che guida le scelte. Ma il “buono pulito e giusto” di Slow Food in realtà è l’unico modo per sopravvivere, non è una cosa per poche persone per bene, è l’unico modo per andare avanti. Il tempo della forza è pericoloso, serve consapevolezza». Non solo: «Scegliere il buono, pulito e giusto, e soprattutto il giusto, è una buona strada, l’unica. È l’unico modo in cui si guadagna tutti, solo così ci può essere futuro. La solidarietà non è un lusso, è l’unico modo sostenibile di vivere. Il senso della vita, per chi crede, si trova anche nella religione, ma per tutti c’è quando costruiamo la comunità». E poi tutti a bere…

Le tensioni tra Lapo e John Elkann sulla vendita di Gedi e le altre pillole del giorno
Le tensioni tra Lapo e John Elkann sulla vendita di Gedi e le altre pillole del giorno
Le tensioni tra Lapo e John Elkann sulla vendita di Gedi e le altre pillole del giorno
Le tensioni tra Lapo e John Elkann sulla vendita di Gedi e le altre pillole del giorno
Le tensioni tra Lapo e John Elkann sulla vendita di Gedi e le altre pillole del giorno

Il parlamento alle prese con le arti culinarie

Di cosa si occupa questa settimana il parlamento? Di tanti dettagli, secondo il calendario d’Aula della Camera dei deputati. Leggiamone qualcuno. «Modifica dell’intesa tra il governo della Repubblica italiana e le Assemblee di Dio in Italia, in attuazione dell’articolo 8, terzo comma, della Costituzione». Poi: «Modifica dell’intesa tra il governo della Repubblica italiana e la Tavola valdese, in attuazione dell’articolo 8, terzo comma, della Costituzione (approvato dal Senato)». Quindi: «Modifiche al codice penale e al regolamento di polizia mortuaria, di cui al decreto del presidente della Repubblica 10 settembre 1990, n. 285, in materia di disposizione delle spoglie mortali delle vittime di omicidio (approvate dal Senato)». Nelle commissioni, «disposizioni concernenti la denominazione degli anni del corso di studi del liceo classico», «istituzione del Premio Formatore dell’anno», «disposizioni per la celebrazione del quinto centenario della morte di Niccolò Machiavelli». E, tra gli atti del governo, «proposta di nomina del generale di brigata Giovanni Capasso a direttore generale per il supporto all’attuazione dei programmi dell’Unità Grande Pompei», «valorizzazione della canzone napoletana classica». Gran finale con il presidente della commissione Cultura Federico Mollicone per «inserimento delle arti culinarie e dell’ospitalità tra le discipline artistiche tutelate e riconosciute nell’ambito del sistema Afam».

Le tensioni tra Lapo e John Elkann sulla vendita di Gedi e le altre pillole del giorno
Federico Mollicone (Imagoeconomica).

Mit in tilt: il nuovo software non funziona e blocca il ministero di Salvini

Il Mit è in tilt. Ora, pare, in modo meno grave, ma le ultime due settimane sono state un calvario. C’è un allarme informatico al ministero delle Infrastrutture e dei trasporti che riguarda l’attivazione del nuovo sistema di protocollazione dei documenti. Il protocollo è infatti obbligatorio per schedare in modo univoco tutti i documenti in entrata, in uscita e interni. Ne assicura la tracciabilità, la marcatura temporale e la classificazione, dunque è imprescindibile in ogni procedura e attività. A Porta Pia il nuovo software, lanciato il 9 febbraio scorso, non funziona come dovrebbe e ha finito per ingolfare la gigantesca macchina amministrativa del dicastero, in un momento peraltro delicatissimo alla luce dei tanti dossier infrastrutturali che si affastellano sui tavoli ministeriali.

Mit in tilt: il nuovo software non funziona e blocca il ministero di Salvini
L’ingresso del ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti.

Sindacati della funzione pubblica in allerta

Parlano addirittura di «massima preoccupazione per tale situazione» i sindacati della funzione pubblica Fp Cgil, Uil Pa e Usb Pubblico impiego che appena venerdì scorso hanno preso carta e penna per scrivere in via riservata ai vertici del dicastero di Porta Pia. Nella mail di cui Lettera43 è entrata in possesso – indirizzata a Lorenzo Quinzi, capo dipartimento per gli Affari generali, e a Francesco Baldoni, direttore generale per la Digitalizzazione – si spiega che «le criticità hanno impattato su tutte le attività istituzionali del Mit sino all’ipotesi di interruzione di pubblico servizio». Le sigle aggiungono che il blackout della protocollazione «sta creando difficoltà per tutti gli operatori del Mit e altre ne porterà in futuro», per cui chiedono «con la massima urgenza un’informativa in merito alle motivazioni di tale criticità» e invocano un incontro che ancora non è stato fissato. Raggiunta al telefono, Giordana Pallone, responsabile delle Funzioni centrali per la Fp Cgil, chiosa: «È una materia molto delicata e tecnica. Ed è interesse di tutti risolvere i problemi che ci sono, collaborando in modo fattivo. Forse il nuovo sistema è stato introdotto con un po’ di fretta, forse serviva un periodo di coabitazione tra il vecchio e il nuovo e una formazione pratica più efficace. Qualcosa non sta funzionando, ma siamo tutti convinti che si possa venirne a capo quanto prima».

Mit in tilt: il nuovo software non funziona e blocca il ministero di Salvini
Lorenzo Quinzi (Imagoeconomica).

Pagamenti e istruttorie bloccati

Fonti qualificate del ministero confermano che è «un problema che blocca i pagamenti e le istruttorie, se non trovi i precedenti…». E aggiungono: «La nota dei sindacati è stata pure garbata. Qualche direttore generale o provveditore è stato molto più duro».  Il programma nuovo sostituisce completamente il precedente e, in fase di lancio, sta creando problemi enormi nella gestione del trasloco di tutti i documenti, con tanto di re-indicizzazione. Il fornitore esterno e partner tecnologico è Accenture e si tratta peraltro di un progetto Pnrr (Missione 1) da 41,7 milioni di euro per la migrazione in seno al Polo strategico nazionale, che ha l’obiettivo di dotare la Pubblica amministrazione di un’infrastruttura cloud sicura.

L’incidente potrebbe far rotolare qualche testa

Il nervosismo nei corridoi del Mit è palpabile e secondo qualcuno Baldoni rischierebbe il posto per l’incidente sul sistema di protocollo. Peraltro, il Rup (responsabile unico del progetto) era il dirigente di seconda fascia Giorgio Agrifoglio, che nel frattempo è migrato, lui sì, al ministero della Giustizia. «È più di un anno che i colleghi lavorano con Accenture per questo passaggio alla nuova piattaforma, ma a due settimane dal lancio ancora non ci siamo», spiega un’altra fonte a Lettera43. «Ci sono interi settori che stanno segnalando bug e disservizi, che non vedono gli allegati e soprattutto il fatto di non trovare i precedenti non è cosa da poco». «Attualmente stiamo facendo di necessità virtù e ci arrivano le cose attraverso il sistema Ced Nomentano», chiarivano dal Mit lo scorso fine settimana riferendosi al vecchio Centro elaborazione dati della Motorizzazione, in via Nomentana. Qualcun altro instilla veleno: «Mentre il ministro Salvini si divertiva alle Olimpiadi invernali, qui siamo rimasti con le mani nei capelli».

Mit in tilt: il nuovo software non funziona e blocca il ministero di Salvini
Francesco Baldoni (Imagoeconomica).

«Totale marasma» tra investimenti da finalizzare e il Recovery verso la chiusura

Insomma, «un totale marasma», sussurrano dalle stanze del dicastero, un guaio che non ci voleva nel momento in cui il Mit deve finalizzare i circa 40 miliardi di euro di investimenti collegati al Pnrr che a esso fanno capo, con il Recovery ormai a pochi mesi dalla chiusura. Poi ci sono i dossier caldi della rete ferroviaria e dell’Altra velocità e capacità, il Piano casa, le grandi opere al palo come il Ponte sullo Stretto, le infrastrutture idriche. Tanta carne al fuoco. «Eppure sono stati fatti moltissimi test, ma qualcosa non va», chiosano dal ministero. Gira voce, non confermata, che addirittura fosse stata lanciata da Porta Pia una richiesta d’aiuto alla presidenza del Consiglio. Vedremo se il guaio informatico sarà risolto a breve o se toccherà agli uomini di Giorgia Meloni togliere le castagne dal fuoco a Matteo Salvini.

Mit in tilt: il nuovo software non funziona e blocca il ministero di Salvini
Matteo Salvini (Imagoeconomica).

L’Italia candida Martina alla guida della Fao

Il governo italiano ha deciso di candidare Maurizio Martina alla guida della Fao, cioè l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, che dal 1951 ha peraltro sede a Roma. Lo hanno annunciato il ministro degli Esteri Antonio Tajani e quello dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida, durante un punto stampa congiunto a Bruxelles: «Presenteremo la candidatura oggi al Consiglio Agrifish. Ci saranno probabilmente altre candidature europee, noi chiederemo una posizione unitaria dell’Europa rispetto ad altre posizioni, altrettanto autorevoli di altri esponenti a livello mondiale, ma crediamo che Martina abbia ben rappresentato l’Italia».

L’attuale direttore generale è Qu Dongyu

L’attuale direttore generale della Fao è il cinese Qu Dongyu, in carica dal 2019. Prima di lui hanno ricoperto l’incarico, a ritroso, il brasiliano José Graziano da Silva (2012-2019), il senegalese Jacques Diouf (1994-2011), il libanese Edouard Saouma (1976-1993), l’olandese Addeke Hendrik Boerma (1968-1975), l’indiano Binay Ranjan Sen (1956-1967), il britannico Herbert Broadley (1956), gli statunitensi Philip Cardon (1954-1956) e Norris Dodd (1948-1953) e il britannico John Boyd Orr (1945-1948).

L’Italia candida Martina alla guida della Fao
Maurizio Martina (Imagoeconomica).

Martina è entrato a far parte della Fao nel 2021

Martina è entrato a far parte della Fao nel 2021, inizialmente come consigliere speciale di Qu e vicedirettore generale aggiunto. Nel 2023 è stato scelto come vicedirettore generale in sostituzione di Laurent Thomas. Membro del Partito democratico, di cui nel 2018 è stato anche segretario reggente a seguito delle dimissioni di Matteo Renzi dopo le elezioni politiche, è stato per quattro anni – 2014/2018 – ministro delle Politiche agricole alimentari e forestali (nei governi Renzi e Gentiloni).

Il caso del concorso notai: pubblicato file con appunti e giudizi inappropriati sui candidati

Sta facendo discutere il file con i candidati che hanno superato le prove scritte del concorso per notai del 2024. Sul sito del Consiglio nazionale del notariato è stato infatti pubblicato, e poi rimosso dopo pochi minuti, un documento Excel dove, accanto ai partecipanti, erano segnati commenti e giudizi inappropriati come «carina», «graziato», «salvato», «fenomeno». Diverse persone l’hanno però visionato e salvato prima che venisse tolto dalla rete, e così gli screenshot hanno cominciato a girare su blog e social generando commenti, accuse alla commissione che l’ha compilato (composta da sei professori universitari, nove magistrati e nove notai) e annunci di ricorsi.

Candidati associati ai santi

Oltre a commenti sessisti e valutazioni inopportune, a fianco dei codici di alcuni candidati sono associati nomi di santi – figure come san Mattia Apostolo, san Pancrazio, san Filippo Neri e santa Matilde di Hackeborn. C’è anche un misterioso candidato denominato “Papa“. Il timore che agita i candidati esclusi è che dietro a queste associazioni candidato-santo si celino i nomi dei «padrini» o dei referenti politici e/o professionali dei partecipanti, una sorta di mappa della raccomandazione 2.0. Tra gli altri riferimenti presenti accanto ai nomi, un enigmatico «sciopero e cena a Enoteca Corsi». Insomma, tutto lascia pensare che le tre prove scritte, che dovrebbero essere valutate senza conoscere l’identità del candidato grazie al sistema delle buste separate, e che dovrebbero avere come garante il ministero della Giustizia, siano state oggetto di un monitoraggio personalizzato.

Di Maio professore onorario del King’s College di Londra

Luigi Di Maio ha annunciato una prestigiosa aggiunta alla sua già ricca collezione di poltrone: l’ex M5s è stato infatti nominato professore onorario al Dipartimento di studi sulla difesa del King’s College di Londra, nella facoltà di Scienze sociali. «Assumerò questo nuovo incarico con l’obiettivo di contribuire al dialogo sulla sicurezza internazionale, sulle relazioni Europa-Golfo e sulle dinamiche geopolitiche», ha scritto Di Maio su LinkedIn: «Una nuova sfida. Sempre la stessa passione».

Di Maio professore onorario del King’s College di Londra
Luigi Di Maio (Imagoeconomica).

Tutti gli incarichi di Di Maio

Celebrando l’approvazione del Reddito di Cittadinanza, da ministro del Lavoro (e dello Sviluppo economico) Di Maio nel 2018 aveva annunciato l’abolizione della povertà. Da allora ha messo in fila un successo dopo l’altro, o quasi. Ministro degli Esteri con Giuseppe Conte e poi con Mario Draghi premier, da capo politico del Movimento 5 stelle si è ritrovato in una posizione subordinata a favore dell’avvocato pugliese. Oggi presidente pentastellato. Dopo il fallimento di Impegno Civico alle Politiche del 2022, Di Maio ha detto addio a Montecitorio (dove aveva un seggio dal 2013), trovando però un nuovo incarico di respiro internazionale, ovvero quello di rappresentante speciale dell’Ue per la regione del Golfo, per il quale è stato riconfermato fino al 28 febbraio 2027.

Come l’Ordine di Malta ha perso l’anima tra viaggi, lusso e nepotismo

Sopravvivere alle Crociate è stato relativamente semplice. Sopravvivere a sé stessi è un’altra faccenda. Il Sovrano Ordine di Malta – fondato a Gerusalemme nel XI secolo, espulso da Rodi, cacciato da Malta, rifugiatosi a Roma – ha attraversato assedi, dispersioni e rivoluzioni geopolitiche senza mai perdere il filo della propria identità. Oggi quell’identità è messa a rischio non da un esercito nemico, ma da una gestione interna che i suoi stessi membri definiscono, con un eufemismo già fin troppo benevolo, «personalistica».

Come l’Ordine di Malta ha perso l’anima tra viaggi, lusso e nepotismo
Fra’ John T. Dunlap, Gran Maestro del Sovrano Ordine di Malta (foto Imagoeconomica).

Una gestione sempre più distante dallo spirito evangelico

Al centro della crisi ci sono due figure: il Gran Maestro Fra’ John T. Dunlap (nei corridoi dell’Ordine lo chiamano Fra’ Jet, per la sua passione per i viaggi intercontinentali) e soprattutto il Gran Cancelliere, il conte Riccardo Paternò di Montecupo. È Paternò il vero motore di questa stagione travagliata: le sue nomine, la sua fondazione, il suo stile di governo. Un governo che ambienti diplomatici e volontari hanno raccontato, attraverso segnalazioni formali indirizzate alla Santa Sede, come sempre più distante dallo spirito evangelico che dovrebbe animare un Ordine cavalleresco cattolico.

Come l’Ordine di Malta ha perso l’anima tra viaggi, lusso e nepotismo
Il Gran Cancelliere Riccardo Paternò di Montecupo (foto Imagoeconomica).

Rimborsi spese di ogni tipo, con cui ci si paga anche la colf

Partiamo dai soldi, che è sempre il modo più rivelatore per capire qualsiasi istituzione. Esiste, nell’Ordine, uno strumento chiamato Solvea: un rimborso spese forfettario in contanti, destinato ai membri del Sovrano Consiglio. Non è una novità di questo governo, ma è con l’attuale che si è trasformata in qualcosa di difficile da giustificare. Il Gran Cancelliere Paternò e il Gran Maestro Dunlap percepiscono diverse migliaia di euro all’anno. Il problema è che, oltre a ciò, i consiglieri godono già di rimborsi di ogni tipo, compreso – secondo chi ha denunciato la situazione – il pagamento della colf. Dunque la Solvea, invece di essere ridotta o eliminata, è rimasta in piedi: inadeguata, ingiusta e sempre meno difendibile.

Le dimissioni “spintanee” di De Franciscis

L’unico membro del Sovrano Consiglio ad averla rifiutata è stato il Gran Ospedaliere Fra’ Alessandro De Franciscis. Un gesto di coerenza che gli è costato caro: all’inizio del 2025, De Franciscis si è dimesso o, più probabilmente, si è trattato di dimissioni “spintanee”, come vuole il copione di certi addii istituzionali. Le ragioni sarebbero due: il no alla Solvea e l’opposizione alla creazione di una nuova fondazione voluta fortemente da Paternò, denominata Omdp.

Come l’Ordine di Malta ha perso l’anima tra viaggi, lusso e nepotismo
Fra’ Alessandro De Franciscis (foto Imagoeconomica).

Perché registrare una fondazione a Londra?

Quest’ultima meriterebbe un capitolo a sé. Non per le sue attività – che restano oscure, il che è già un problema – ma per la sua architettura. Per rendere il tutto ancora meno trasparente, la fondazione ha costituito un’ulteriore entità con lo stesso nome nel Regno Unito, registrata presso la Charity Commission britannica. Un dettaglio che suggerisce almeno una domanda: perché registrare una fondazione a Londra, se l’Ordine di Malta non ha un ambasciatore accreditato nel Regno Unito, e il Regno Unito non ha un ambasciatore presso l’Ordine a Roma? La risposta più ottimistica sarebbe: per motivi di efficienza filantropica internazionale. La risposta che circola negli ambienti interni è considerevolmente meno ottimistica.

Il sistema delle nomine tra amici e fratelli: nepotismo in purezza

Il Gran Cancelliere ha un metodo non complicato da descrivere. Si chiama nepotismo, ed è praticato con una disinvoltura che tradisce una certa sicurezza di sé. Il fratello Maurizio Paternò è stato nominato Consigliere presso l’ambasciata dell’Ordine all’Unesco, con relativo passaporto diplomatico. Un ruolo sulla cui funzione molti si interrogano, ma che comporta incarichi di rappresentanza per gli amici fraterni. Tra questi figura anche il Principe Lorenzo Borghese, nominato sia ministro Consigliere in Giordania (il numero due dell’ambasciata) sia presidente di Acismom, l’associazione sanitaria dell’Ordine.

Come l’Ordine di Malta ha perso l’anima tra viaggi, lusso e nepotismo
Lorenzo Borghese (foto Imagoeconomica).

Quando le incompatibilità diventano dettagli trascurabili

Il problema è che il Codice dell’Ordine, all’articolo 118, è esplicito: diplomatico e presidente di associazione sono cariche incompatibili. Per gli amici di Paternò, evidentemente, le incompatibilità sono dettagli. E i conti di Acismom, sotto la guida di Borghese, sono in condizioni tali che se si trattasse di un’impresa privata avrebbero già suggerito il ricorso al tribunale fallimentare. Per non rischiare una non rielezione imbarazzante, l’assemblea prevista per il 28 ottobre è stata rinviata a data da destinarsi.

Gli intrecci al Circolo della caccia di Roma

Non meno interessante è il criterio di selezione che orienta le nomine. Secondo fonti interne, Paternò privilegia persone legate al Circolo della caccia di Roma, il salotto aristocratico nel quale si tiene, guarda caso, la cena di gala che ha aperto la Conferenza dei Tesorieri nel Mondo, mercoledì 18 febbraio. Giorno che, sul calendario liturgico, è il mercoledì delle ceneri. Austerità proclamata, cena d’apertura all’esclusivo Circolo della caccia: il contrasto simbolico non è sfuggito a nessuno dentro l’Ordine. E ha alimentato ulteriormente il disagio.

Come l’Ordine di Malta ha perso l’anima tra viaggi, lusso e nepotismo
Come l’Ordine di Malta ha perso l’anima tra viaggi, lusso e nepotismo
Come l’Ordine di Malta ha perso l’anima tra viaggi, lusso e nepotismo

Il consiglio personale di 13 persone (che sarebbe anticostituzionale)

Per consolidare il suo potere, Paternò si è inventato un consiglio personale di 13 persone. Alcune, va detto, di ottimo livello professionale. Peccato che questo organo non esista nella Costituzione dell’Ordine né nel suo Codice. È, per usare la definizione diffusa tra i giuristi interni, sostanzialmente anticostituzionale. La sua funzione reale, secondo gli osservatori, è quella di offrire una parvenza di collegialità a decisioni già prese, trasformando il volere del Gran Cancelliere in qualcosa che possa sembrare, almeno formalmente, legittimato da un consenso più ampio.

La lista delle epurazioni è significativa

Non stupisce che in questo contesto alcuni dipendenti abbiano trovato nel Marchese del Grillo l’etichetta più adatta per descrivere il loro superiore. «Io so’ io, e voi non siete un c…». la celeberrima battuta del film è diventata, nelle anticamere dell’Ordine, una sintesi non troppo esagerata dello stile di governo. La lista delle epurazioni è significativa: il Segretario generale Stefano Ronca, il responsabile delle comunicazioni Eugenio Ajroldi, i consiglieri Fra’ De Franciscis e Fabrizio Colonna, oltre a diversi ambasciatori.

Come l’Ordine di Malta ha perso l’anima tra viaggi, lusso e nepotismo
Come l’Ordine di Malta ha perso l’anima tra viaggi, lusso e nepotismo
Come l’Ordine di Malta ha perso l’anima tra viaggi, lusso e nepotismo

La vicenda di Ajroldi merita un approfondimento. Il responsabile delle comunicazioni aveva tentato di opporsi a una linea editoriale che privilegiava la copertura dei viaggi e delle visite ufficiali di Gran Maestro e Gran Cancelliere, con le relative onorificenze accumulate, a scapito delle attività umanitarie, che sono la missione statutaria dell’Ordine.

Le inchieste del Fatto e la lettera di smentita che non smentiva nulla

Rimosso lui, è arrivata Marianna Balfour (oggi al Wwf), poi anche lei sostituita da Martina D’Onofrio. Per supportarne l’operatività è stata ingaggiata l’influente agenzia di comunicazione Comin & Partners. Risultato concreto: quando Il Fatto Quotidiano ha pubblicato, nell’ottobre del 2025, una serie di articoli documentati sulle criticità dell’Ordine (8, 12, 14 e 20 ottobre), la risposta ufficiale è stata una lettera di smentita che, di fatto, non smentiva nulla. Scritta pare contro il parere di Comin stesso, che aveva suggerito un approccio diverso.

Come l’Ordine di Malta ha perso l’anima tra viaggi, lusso e nepotismo
Come l’Ordine di Malta ha perso l’anima tra viaggi, lusso e nepotismo

Il Gran Maestro Fra’ John Dunlap non è una figura marginale in questa storia, anche se tende a presentarsi come tale. Il Codice dell’Ordine, agli articoli 106-108, è chiaro: il Gran Maestro deve risiedere nella sede dell’Ordine, dedicarsi pienamente alle opere melitensi ed essere esempio di vita cristiana autentica. Secondo quanto pubblicato dal Fatto, i suoi frequenti viaggi negli Stati Uniti per seguire il suo (ex?) studio legale sollevano più di un dubbio sul rispetto di queste prescrizioni.

Fra’ Jet va ghiotto di lumache, anche al Cairo

In compenso, l’obiettivo dichiarato del tandem Dunlap-Paternò sembra essere soprattutto uno: visitare capi di Stato e di governo in giro per il mondo, raccogliere onorificenze, farsi fotografare con i potenti. La testimonianza è sul sito istituzionale dell’Ordine: basta confrontare quante notizie riguardano questi incontri rispetto a quante riguardano le attività umanitarie sul campo. E quando, in novembre, il viaggio ha toccato Il Cairo – accompagnato, come di consueto, da Gran Cancelliere e Segretario generale Giampaolo Cantini, tutti alloggiati in hotel di lusso – il Gran Maestro ha chiesto che gli venissero portate delle lumache al ristorante. Piatto che, come probabilmente sa chiunque non sia ospite fisso del Circolo della Caccia, non appartiene esattamente alla tradizione culinaria egiziana. La stessa richiesta è stata avanzata nel successivo viaggio in Austria. Un particolare minore, in sé. Ma sintomatico di un’attitudine complessiva.

Come l’Ordine di Malta ha perso l’anima tra viaggi, lusso e nepotismo
Giampaolo Cantini (foto Imagoeconomica).

Le riforme volute da papa vengono sistematicamente disattese

Il papa ha un suo rappresentante nell’Ordine: il Cardinal Patrono, attualmente Gianfranco Ghirlanda, gesuita. Chi lo conosce dice che per farlo parlare non basterebbero le pinze. Eppure, secondo fonti accreditate e convergenti, il suo disappunto verso l’attuale governo sarebbe profondo. La ragione principale: le riforme volute da papa Francesco nel 2022 (e richiamate da papa Leone XIV in una lettera del 24 giugno all’Ordine) vengono sistematicamente disattese. La riforma prevedeva un rafforzamento della dimensione religiosa, una maggiore trasparenza nella gestione dei beni e il rilancio della vita comunitaria dei membri Professi. La casa destinata a ospitare questi ultimi, i cosiddetti Fra’, continua però a non essere disponibile.

Come l’Ordine di Malta ha perso l’anima tra viaggi, lusso e nepotismo
Il cardinale Gianfranco Ghirlanda (foto Imagoeconomica).

Ghirlanda vede l’Ordine trasformarsi in una brutta copia di una Organizzazione non governativa, senza nemmeno la trasparenza contabile che le Ong vere sono tenute a garantire. Una struttura tutta orientata, ai livelli apicali, alla coltivazione di relazioni private e al collezionismo di onorificenze. La rete diplomatica, intanto, continua a operare senza stipendi né rimborsi: gli ambasciatori e i membri delle ambasciate sostengono i costi di tasca propria, con il risultato prevedibile di selezionare i rappresentanti dell’Ordine in base al patrimonio personale piuttosto che alla competenza diplomatica.

Crollano fede e fiducia, i due pilastri su cui si reggono le donazioni

Il motto dell’Ordine “Difesa della fede e servizio ai poveri” non è una formula araldica decorativa. È il cuore di otto secoli di storia. Fede e fiducia sono anche i due pilastri su cui si reggono le donazioni: le grandi famiglie cattoliche internazionali che finanziano le opere melitensi lo fanno perché credono in quel carisma. Quando la fede non viene rispettata, perché le riforme papali si trasformano in carta straccia, e la fiducia si erode perché i donatori cominciano a ricevere segnalazioni su come vengono gestiti i fondi, il problema smette di essere gestionale. E diventa esistenziale.

Come l’Ordine di Malta ha perso l’anima tra viaggi, lusso e nepotismo
L’ambulatorio medico del Sovrano militare Ordine di Malta (foto Imagoeconomica).

Va detto che l’Ordine di Malta continua a svolgere un lavoro prezioso sul terreno: ospedali da campo in zone di guerra, assistenza umanitaria in contesti di povertà estrema, volontari che operano con risorse proprie in decine di Paesi. Il problema non è l’Ordine in quanto tale. Il problema è la concentrazione di potere in un ristrettissimo gruppo apicale, la distanza crescente tra le parole e i fatti, tra il carisma proclamato e lo stile di governo praticato.

L’Ordine può sopravvivere a questo inesorabile logoramento?

Un’istituzione millenaria può sopravvivere agli eserciti. Può sopravvivere alle dispersioni territoriali, alle rivoluzioni, ai trattati di pace che ignorano la sua esistenza. Non è detto, però, che possa sopravvivere al lento logoramento che nasce quando chi è chiamato a incarnarne i valori ne diventa, invece, la smentita vivente. Per un Ordine cavalleresco fondato sulla fede e sul servizio, perdere l’anima è la sconfitta che nessun assedio ha mai inflitto.

L’ultima di Petrecca: si paragona a Gesù e punta il dito contro chi l’ha tradito

Paolo Petrecca alla fine si è dimesso da direttore di Rai Sport o, per meglio dire, è stato costretto a rinunciare alla direzione della testata sportiva della tv pubblica. Il passo indietro sembrava inevitabile dopo la disastrosa telecronaca della cerimonia di apertura di Milano-Cortina, diventata un caso politico e una figuraccia internazionale. Ma Petrecca si è sentito tradito. E lo ha fatto intendere su Instagram, accostando la sua figura a quella di Gesù Cristo.

La storia pubblicata su Instagram

Petrecca ha infatti pubblicato su Instagram una storia con il dipinto “San Matteo e l’Angelo” di Guido Reni, accompagnato dalla scritta “Mt 26, 20-29”: il riferimento è a un passo del Vangelo secondo Matteo (capitolo 26, versetti 20-29). E per la precisione a quello iniziale dell’Ultima Cena, quando Gesù annuncia agli apostoli: «In verità io vi dico, uno di voi mi tradirà». Com’è noto fu Giuda Iscariota a “vendere” Gesù alle autorità del Tempio di Gerusalemme per 30 denari, identificandolo con un bacio nell’orto degli ulivi. Resta da capire chi sia il Giuda di Petrecca, ammesso che esista.

L’ultima di Petrecca: si paragona a Gesù e punta il dito contro chi l’ha tradito
La storia pubblicata da Paolo Petrecca su Instagram.

I versetti citati da Petrecca

Ecco di seguito i versetti del Vangelo secondo Matteo citati da Petrecca.

Venuta la sera, si mise a mensa con i Dodici. Mentre mangiavano disse: «In verità io vi dico, uno di voi mi tradirà». Ed essi, addolorati profondamente, incominciarono ciascuno a domandargli: «Sono forse io, Signore?». Ed egli rispose: «Colui che ha intinto con me la mano nel piatto, quello mi tradirà. Il Figlio dell’uomo se ne va, come è scritto di lui, ma guai a colui dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito; sarebbe meglio per quell’uomo se non fosse mai nato!». Giuda, il traditore, disse: «Rabbì, sono forse io?”. Gli rispose: «Tu l’hai detto». Ora, mentre essi mangiavano, Gesù prese il pane e, pronunziata la benedizione, lo spezzò e lo diede ai discepoli dicendo: «Prendete e mangiate; questo è il mio corpo». Poi prese il calice e, dopo aver reso grazie, lo diede loro, dicendo: «Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue dell’alleanza, versato per molti, in remissione dei peccati. Io vi dico che da ora non berrò più di questo frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo con voi nel regno del Padre mio».

Un Lollo tira l’altro, Letta lascia il premio Carli: le pillole del giorno

Alla fine, nel gioco delle tre carte della Rai, sono arrivate le attese dimissioni di Paolo Petrecca da Rai Sport: una decisione che da giorni sembrava inevitabile, dopo la fallimentare telecronaca durante la cerimonia d’apertura delle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina. «Roba da far accapponare la pelle», come dicono i “vecchi” del servizio pubblico radiotelevisivo. Un caso che era diventato ben presto politico, con tanto di fragorosa protesta dei giornalisti. E la figuraccia aveva superato i confini italiani, trasformandosi in spernacchiata internazionale. Non è bastato togliergli il commento della serata di chiusura: è stata decisa proprio la defenestrazione, prevista per la fine dei Giochi (inizialmente sembrava che la questione sarebbe stata affrontata dopo Sanremo). L’amministratore delegato della Rai Giampaolo Rossi avrebbe fatto volentieri a meno di tutto questo caos, e ha dovuto rimuoverlo obtorto collo, anzi obtorto Lollo, visto che al posto di Petrecca arriva il 54enne Marco Lollobrigida come f.f. ossia facente funzione. “Lollo”, come lo chiamano tutti, «fa parte del giro di Arianna Meloni», e infatti è anche «amico delle sue amiche», con una forte predilezione per la gastronomia (come l’altro Lollo, il ministro dell’Agricoltura, nonché ex di Arianna). La sua era una classica carriera da vice, senza mai esporsi troppo (è in azienda dal 2001): ora però è arrivato in cima, al vertice di Rai Sport, per harakiri altrui.

Un Lollo tira l’altro, Letta lascia il premio Carli: le pillole del giorno
Un Lollo tira l’altro, Letta lascia il premio Carli: le pillole del giorno
Un Lollo tira l’altro, Letta lascia il premio Carli: le pillole del giorno
Un Lollo tira l’altro, Letta lascia il premio Carli: le pillole del giorno
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Un Lollo tira l’altro, Letta lascia il premio Carli: le pillole del giorno

Gianni Letta abbandona il premio Carli/Liuzzo

Il mondo si evolve, progredisce, migliora, dicono gli ottimisti: e infatti Gianni Letta non è più il presidente onorario del premio Guido Carli, quello curato da Romana Liuzzo. Il nome dell’ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio non appare più nel sito del premio: un abbandono di peso, per il premio. Il “garante” non c’è, e per tanti investitori ha un significato importante, questa scelta di andarsene. Alla pagina web ora ci sono solamente la presidente (Liuzzo) e il vicepresidente (Guido Massimo Dell’Omo, figlio della presidente): sparito Letta. Come sede appare ancora la Luiss (sulla questione c’era stata aria di tempesta), nella Capitale, anche se in viale Romania 32, non certo nella villa, sempre dell’ateneo confindustriale, che era stata scelta anche come set per i servizi fotografici e televisivi. A proposito, sulle reti Mediaset sono ricominciati gli spot con la presidente protagonista assoluta, pubblicità di cui però nello stesso gruppo berlusconiano nessuno riesce a capire il contenuto e la finalità, tranne che a promuovere la stessa Liuzzo appena uscita dal “trucco e parrucco”, in stile star di Hollywood. E, soprattutto, se vengono diffusi gratuitamente, tipo “pubblicità progresso”, come accadeva una volta nel servizio pubblico radiotelevisivo: anche perché i bilanci della fondazione appartengono al mondo dei misteri, dato che sono totalmente sconosciuti e non sono mai apparsi, nonostante le normative sul tema e le minime, elementari, regole di trasparenza, nemmeno sul sito internet. In qualche salotto capitolino dicono che Liuzzo potrebbe essere candidata alle elezioni politiche 2027 nelle liste di Forza Italia. Ma senza Gianni Letta al suo fianco, nelle vesti di “garante”, come si fa…

Un Lollo tira l’altro, Letta lascia il premio Carli: le pillole del giorno
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Un Lollo tira l’altro, Letta lascia il premio Carli: le pillole del giorno
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Amato superstar con Cartabia

Pomeriggio di incontri al vertice, a Roma, per parlare di norme e magistrati, nel Centro Studi Americani: mercoledì 18 febbraio, proprio nel giorno della visita molto simbolica del presidente della Repubblica Sergio Mattarella al Csm, in via Caetani l’ex ministro della Giustizia Maria Cartabia ha presentato il suo libro Custodi della democrazia. La Costituzione, le corti e i confini del politico. Sul palco c’erano Giuliano Amato, presidente emerito della Corte costituzionale, vera star dell’incontro, Francesco Clementi, professore ordinario di Diritto pubblico comparato alla Sapienza Università di Roma, Luca Antonini, vicepresidente della Corte costituzionale, oltre all’autrice. In sala, ad assistere all’evento, Giovanni Amoroso, presidente della Corte costituzionale, assieme a giudici costituzionali e magistrati. E l’immancabile Gianni Letta. Chi conduceva? «La fedelissima di Marta Cartabia», ossia la giornalista Donatella Stasio.

Un Lollo tira l’altro, Letta lascia il premio Carli: le pillole del giorno
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Marco Lollobrigida, chi è il nuovo direttore ad interim di Rai Sport

Dopo le dimissioni di Paolo Petrecca da direttore di Rai Sport, l’incarico passa temporaneamente al suo vice Marco Lollobrigida. Giornalista, telecronista sportivo e conduttore televisivo, quest’ultimo lavora nella tivù pubblica dal 2001 e, nel corso della sua carriera, ha raccontato diverse olimpiadi e campionati di calcio.

Ha condotto trasmissioni storiche come La Domenica Sportiva e 90° minuto

Nato a Roma nel 1971, Lollobrigida ha cominciato a 21 anni a lavorare per l’emittente regionale Rete Oro, per poi arrivare in Rai nel 2001. Come conduttore e telecronista ha seguito cinque Olimpiadi, quattro Campionati mondiali di calcio, tre Campionati europei di calcio e per quattro anni ha condotto, su Radio 2, Campioni del Mondo, programma dedicato al calcio e agli sport olimpici. Nel 2016 ha presentato, il sabato in seconda serata su Rai 2, Calcio Champagne, format dedicato all’analisi e alle interviste ai protagonisti degli anticipi della Serie A con ospite fisso Mario Sconcerti. A maggio 2017, insieme a Massimiliano Rosolino, è stato il volto de La Grande Corsa sul centesimo Giro d’Italia, in onda sempre su Rai 2. Sua è stata anche la conduzione di trasmissioni storiche come La Domenica Sportiva e 90° minuto. Ha vinto numerosi premi tra cui il Premio di Cultura Sportiva Beppe Viola (2017), il Premio giornalistico Nicolò Carosio (2021), Il Premio Federico i per la comunicazione e il giornalismo sportivo (2023) e il Premio nazionale Pratola (2024).

Cultura, nominati i nuovi direttori di 14 musei statali: chi sono

La Direzione generale musei del ministero della Cultura ha comunicato l’esito della selezione pubblica internazionale per il conferimento dell’incarico di direttore di 14 musei italiani di seconda fascia. Di seguito l’elenco dei nomi designati.

I 14 nuovi direttori di musei italiani

Si tratta di:

  • Guido Comis per il Museo storico e Parco del Castello di Miramare di Trieste/Direzione regionale Musei nazionale Friuli-Venezia Giulia;
  • Denis Ton per il Complesso monumentale della Pilotta di Parma;
  • Luigi Gallo per i Musei Nazionali di Bologna/Direzione Regionale Musei Nazionali Emilia Romagna;
  • Maria Elena Motisi per i Musei nazionali di Lucca;
  • Luca Mercuri per il Pantheon e Castel Sant’Angelo/Direzione Musei nazionali della città di Roma;
  • Luigi Scaroina per il Parco Archeologico dell’Appia Antica di Roma;
  • Alberto Samonà per Villa Adriana e Villa D’Este;
  • Alessandro Mascherucci per le Ville monumentali della Tuscia, in Lazio;
  • Alessandra Necci per il Palazzo Reale di Napoli;
  • Almerinda Padricelli per i Musei nazionali del Vomero;
  • Luca Di Franco per i Musei e parchi archeologici di Capri;
  • Federica Colaiacomo per il Parco archeologico di Ercolano;
  • Anita Guarnieri per il Castello Svevo di Bari-Direzione regionale Musei nazionali Puglia;
  • Raffaella Bonaudo per i Musei nazionali di Matera- Direzione regionale Musei nazionali Basilicata.

Il ministro della Cultura Alessandro Giuli ha fatto gli auguri di buon lavoro ai neo direttori, ringraziando la commissione di valutazione e il direttore generale Musei Massimo Osanna «per aver tempestivamente selezionato le nuove figure».

Repubblica, è scontro tra il Cdr e il direttore Orfeo

Toni accesi a Repubblica tra il Comitato di redazione e il direttore Mario Orfeo. Durante una riunione del 17 febbraio, quest’ultimo ha chiesto di effettuare l’evento di Affari e Finanza, il settimanale economico, in programma per il 2 e 3 marzo, nonostante i rappresentanti sindacali e i fiduciari delle redazioni decentrate abbiano deciso di bloccare tutte le iniziative che vanno oltre la normale realizzazione del giornale a seguito delle mancate risposte della proprietà sulla vendita in atto del quotidiano. Le parti hanno confermato la loro decisione, non accogliendo l’invito di Orfeo che ha quindi minacciato «conseguenze» nei confronti dell’organismo sindacale e di tutta la redazione. Il Cdr ha respinto e criticato «le inaccettabili parole di vera e propria minaccia espresse dal direttore».

Il Cdr: «Il direttore cerca di condizionare la libera espressione della redazione»

Inaccettabile, secondo il Comitato, è «il ricatto sulle ventilate ricadute economiche sul futuro della redazione». I caporedattori ricorda il Cdr, «sono, come tutte e tutti, tutelati dal Contratto nazionale di lavoro e lavoratrici e lavoratori dipendenti». «L’atteggiamento mostrato da Mario Orfeo non è in linea con la storia e la cultura di questo giornale. Nelle ultime dure settimane di vertenza sindacale il direttore ha anche cercato di condizionare la libera espressione della redazione addirittura in corso di assemblea, un condizionamento del naturale svolgimento di un percorso democratico che avevamo già denunciato mesi fa», ha concluso il Cdr.