Metro C, i «mammozzoni» e il palazzo Generali: perché Caltagirone attacca Salini
Una volta lo spirito era collaborativo, tra Francesco Gaetano Caltagirone e Pietro Salini. Sempre nello stile della casa dell’Ingegnere: ossia il primo comanda e il secondo esegue. Punto. Ora tutto è cambiato, e Il Messaggero venerdì ha inserito il patron di Webuild tra gli «ometti». Definendolo un personaggio che entra «in una situazione senza che quella situazione l’avesse creata o gli appartenesse e poi, aggiuntasi, quella persona si è volutamente piazzata al centro, si è sistemata e ha preteso di essere riconosciuta molto più di quanto il suo ruolo le consentisse».

Salini «il complementare»
Tutta colpa della Metro C di Roma, ma non solo. Il testo della fatwa pubblicata dal quotidiano di via del Tritone recita: «Salini il complementare rilevò con la sua Webuild la società Astaldi, che era nel progetto della metro, ed entrò così, per combinazione, in seconda battuta, non per caso ma come subentrante della società acquisita, nella realizzazione di questa infrastruttura cruciale per la modernizzazione della Capitale. Ma si sa come sono fatti gli ultimi arrivati. C’è un detto popolare che spiritosamente li descrive: “Si trasut ‘e spighetto e ti si mis ‘e chiatto”. Significa che una persona è entrata in una situazione senza che quella situazione l’avesse creata o gli appartenesse e poi, aggiuntasi, quella persona si è volutamente piazzata al centro, si è sistemata e ha preteso di essere riconosciuta molto più di quanto il suo ruolo le consentisse».

Quei «mammozzoni» di piazza Venezia…
Tutti hanno subito pensato all’archeostazione del Colosseo, presentata in pompa magna con tanto di ministri, ma c’è altro. «Ci mancavano pure i mammozzoni a piazza Venezia», si è sentito dire dalle parti di Calta. Il riferimento è ai silos piazzati a pochi passi dal balcone mussoliniano che, ciclicamente, vengono adornati con opere d’arte realizzate su grandi tele. Iniziative pure costose, che Salini ama presentare presso la Coffee House di Palazzo Colonna, con ingresso dal Museo delle Cere, con tanto di lunch. Che poi, per i casi della vita, nel comitato che sceglie gli artisti c’è pure Renata Cristina Mazzantini, ora a capo della Galleria nazionale d’arte moderna e contemporanea, quella di Valle Giulia, che fu pure testimone di nozze di Azzurra Caltagirone e Pier Ferdinando Casini. Questi «mammozzoni», visibilissimi anche a causa del traffico micidiale che ingorga tutta la zona di piazza Venezia e che obbliga a guardarli anche per un quarto d’ora, fanno il paio con la mostra Evolution che Salini ha proposto nel mese di ottobre all’Ara Pacis, con il suo comunicatore Gigi Vianello ancora dolorante e con il tutore. Dal palazzo delle Assicurazioni Generali di piazza Venezia i silos si vedono benissimo, e guardando come sta andando l’avventura con il Leone di Trieste è chiaro che l’animosità nei confronti di Salini cresca sempre di più.

I lavori sotto l’edificio di Generali
A proposito: dato che Vianini, società di Caltagirone, e Salini sono costretti a lavorare insieme nel cantiere della Metro C, qualcuno si chiede cosa succederebbe se, per un malaugurato caso, la talpa danneggiasse l’edificio delle Generali, che è stato costruito seguendo l’esempio dei palazzi veneziani. Come si legge nei volumi del gruppo triestino, «la Compagnia riesce a inserirsi nelle vicende di demolizione del palazzo Torlonia a piazza Venezia e di ricostruzione di un immobile nell’area, progetto non portato avanti dai precedenti proponenti per motivi finanziari. Il palazzo è posto come quinta scenografica e pendant del quattrocentesco palazzo Venezia di Paolo II Barbo, ai piedi dell’Altare della Patria, rappresentando entrambi i due propilei che introducono la celebrazione del nuovo stato e richiamano le glorie antiche e moderne della cultura veneziana». L’immobile ha un valore stratosferico, e danneggiarlo avrebbe conseguenze inenarrabili per chi guida il cantiere. «Per un curioso paradosso, se riuscisse a terminare la scalata che vede come bersaglio le Generali, Caltagirone subirebbe da una parte un danno e dall’altra si troverebbe insieme agli autori, vestendo contemporaneamente i panni della vittima e del colpevole, un classico ‘caso di scuola’ per gli appassionati del diritto», sussurra un vecchio avvocato. Intanto, Luigi Lovaglio, l’ad di Montepaschi che voleva fondere Mediobanca con l’istituto senese, sarebbe stato giubilato da Caltagirone. E Piazzetta Cuccia ha il 13 per cento della compagnia triestina.




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