Metro C, i «mammozzoni» e il palazzo Generali: perché Caltagirone attacca Salini


Una volta lo spirito era collaborativo, tra Francesco Gaetano Caltagirone e Pietro Salini. Sempre nello stile della casa dell’Ingegnere: ossia il primo comanda e il secondo esegue. Punto. Ora tutto è cambiato, e Il Messaggero venerdì ha inserito il patron di Webuild tra gli «ometti». Definendolo un personaggio che entra «in una situazione senza che quella situazione l’avesse creata o gli appartenesse e poi, aggiuntasi, quella persona si è volutamente piazzata al centro, si è sistemata e ha preteso di essere riconosciuta molto più di quanto il suo ruolo le consentisse».

Metro C, i «mammozzoni» e il palazzo Generali: perché Caltagirone attacca Salini
Francesco Gaetano Caltagirone (Imagoeconomica).

Salini «il complementare»

Tutta colpa della Metro C di Roma, ma non solo. Il testo della fatwa pubblicata dal quotidiano di via del Tritone recita: «Salini il complementare rilevò con la sua Webuild la società Astaldi, che era nel progetto della metro, ed entrò così, per combinazione, in seconda battuta, non per caso ma come subentrante della società acquisita, nella realizzazione di questa infrastruttura cruciale per la modernizzazione della Capitale. Ma si sa come sono fatti gli ultimi arrivati. C’è un detto popolare che spiritosamente li descrive: “Si trasut ‘e spighetto e ti si mis ‘e chiatto”. Significa che una persona è entrata in una situazione senza che quella situazione l’avesse creata o gli appartenesse e poi, aggiuntasi, quella persona si è volutamente piazzata al centro, si è sistemata e ha preteso di essere riconosciuta molto più di quanto il suo ruolo le consentisse».

Metro C, i «mammozzoni» e il palazzo Generali: perché Caltagirone attacca Salini
Pietro Salini (Imagoeconomica).

Quei «mammozzoni» di piazza Venezia…

Tutti hanno subito pensato all’archeostazione del Colosseo, presentata in pompa magna con tanto di ministri, ma c’è altro. «Ci mancavano pure i mammozzoni a piazza Venezia», si è sentito dire dalle parti di Calta. Il riferimento è ai silos piazzati a pochi passi dal balcone mussoliniano che, ciclicamente, vengono adornati con opere d’arte realizzate su grandi tele. Iniziative pure costose, che Salini ama presentare presso la Coffee House di Palazzo Colonna, con ingresso dal Museo delle Cere, con tanto di lunch. Che poi, per i casi della vita, nel comitato che sceglie gli artisti c’è pure Renata Cristina Mazzantini, ora a capo della Galleria nazionale d’arte moderna e contemporanea, quella di Valle Giulia, che fu pure testimone di nozze di Azzurra Caltagirone e Pier Ferdinando Casini. Questi «mammozzoni», visibilissimi anche a causa del traffico micidiale che ingorga tutta la zona di piazza Venezia e che obbliga a guardarli anche per un quarto d’ora, fanno il paio con la mostra Evolution che Salini ha proposto nel mese di ottobre all’Ara Pacis, con il suo comunicatore Gigi Vianello ancora dolorante e con il tutore. Dal palazzo delle Assicurazioni Generali di piazza Venezia i silos si vedono benissimo, e guardando come sta andando l’avventura con il Leone di Trieste è chiaro che l’animosità nei confronti di Salini cresca sempre di più.

Metro C, i «mammozzoni» e il palazzo Generali: perché Caltagirone attacca Salini
La nuova opera a rivestimento dei silos del cantiere della Metro C di piazza Venezia (Ansa).

I lavori sotto l’edificio di Generali

A proposito: dato che Vianini, società di Caltagirone, e Salini sono costretti a lavorare insieme nel cantiere della Metro C, qualcuno si chiede cosa succederebbe se, per un malaugurato caso, la talpa danneggiasse l’edificio delle Generali, che è stato costruito seguendo l’esempio dei palazzi veneziani. Come si legge nei volumi del gruppo triestino, «la Compagnia riesce a inserirsi nelle vicende di demolizione del palazzo Torlonia a piazza Venezia e di ricostruzione di un immobile nell’area, progetto non portato avanti dai precedenti proponenti per motivi finanziari. Il palazzo è posto come quinta scenografica e pendant del quattrocentesco palazzo Venezia di Paolo II Barbo, ai piedi dell’Altare della Patria, rappresentando entrambi i due propilei che introducono la celebrazione del nuovo stato e richiamano le glorie antiche e moderne della cultura veneziana». L’immobile ha un valore stratosferico, e danneggiarlo avrebbe conseguenze inenarrabili per chi guida il cantiere. «Per un curioso paradosso, se riuscisse a terminare la scalata che vede come bersaglio le Generali, Caltagirone subirebbe da una parte un danno e dall’altra si troverebbe insieme agli autori, vestendo contemporaneamente i panni della vittima e del colpevole, un classico ‘caso di scuola’ per gli appassionati del diritto», sussurra un vecchio avvocato. Intanto, Luigi Lovaglio, l’ad di Montepaschi che voleva fondere Mediobanca con l’istituto senese, sarebbe stato giubilato da Caltagirone. E Piazzetta Cuccia ha il 13 per cento della compagnia triestina. 

Al Bano ancora contro Sanremo: «Io un re, con il Festival ho chiuso»

Al Bano torna nuovamente ad attaccare il Festival di Sanremo e il direttore artistico Carlo Conti dopo l’esclusione dall’edizione 2025. Il cantautore pugliese ne ha parlato in un’intervista al Corriere della Sera, in cui ha spiegato di non voler più tornare sul palco dell’Ariston. «Nel 2017 avevo una canzone meravigliosa, ma mi cacciarono la prima sera. Ora basta, non propongo più niente. Carlo Conti? Da lui ho ricevuto solo scorrettezze, pazienza: la rabbia non fa bene. Non abbiamo un buon rapporto. Io sono un re della musica italiana, non mi mischio con dei semplici Conti». Giorni prima, parlando in diretta al programma Un giorno da Pecora, aveva già affrontato la questione: «Ero abituato a Pippo Baudo, un signore e un fratello. Amadeus e Conti mi hanno dimostrato che il mondo è cambiato. Sul Festival ho messo una croce».

Al Bano ancora contro Sanremo: «Io un re, con il Festival ho chiuso»
Al Bano Carrisi (Imagoeconomica).

Al Bano e le critiche a Romina: «Le stroncature a Felicità? Meglio se sto zitto»

Parlando con il Corriere, Al Bano ha anche avuto modo di parlare della sua carriera, concentrandosi sui brani emblematici. «Felicità? Appena l’ho ascoltata ho chiamato il discografico dicendogli che avrebbe venduto almeno un milione di copie. Siamo arrivati a 20, è un inno». Eppure Romina Power, che con l’artista di Cellino ha inciso il brano, l’ha stroncata definendola «banale» tanto da non volerla nemmeno cantare. «Meglio se sto zitto», ha puntualizzato Al Bano. «È come sputare nel piatto in cui mangi. Ci ha guadagnato bei soldi, grazie a me. Avercene canzoni così, è tutto meno che banale».

Al Bano ancora contro Sanremo: «Io un re, con il Festival ho chiuso»
Al Bano e Romina ospiti a Sanremo nel 2020 (Ansa)

L’aneddoto con Claudio Villa a Sanremo 1982

Al brano Felicità, cantato sul palco dell’Ariston nel 1982, si lega anche un aneddoto di Al Bano riguardante Claudio Villa, quell’anno alla sua prima partecipazione al Festival di Sanremo dal 1970. «Portò una canzone bruttissima, pur di esserci: un peccato», ha raccontato l’artista. «Lo dissi a un giornale e lui si infuriò. Io però ero un suo fan, mi dispiaceva per lui». I due hanno infatti condiviso diversi momenti di amicizia. «Nel 1974 giravamo sul treno con il Cantaeuropa. Lui ogni mattina correva su e giù per il corridoio del vagone in mutande e maglietta. Durante una sosta alla stazione di Ginevra, mi sfidò: “Vediamo chi arriva primo. Sei pronto a perdere?”. Solo che io ero velocissimo. Claudio inciampò e cadde. “T acci tua, proprio adesso che nun ce sta manco un fotografo!».

Spagna, deragliano due treni ad Adamuz: decine di morti

Domenica sera in Spagna un treno ad alta velocità è deragliato ad Adamuz, in Andalusia, invadendo il binario opposto e scontrandosi con un altro convoglio che viaggiava in direzione contraria. L’incidente ha provocato almeno 39 morti e 75 feriti, di cui 15 in condizioni gravi, secondo l’ultimo bilancio diffuso dal ministero dell’Interno spagnolo. Il treno Iryo, una compagnia privata partecipata da Ferrovie Italiane, era partito da Málaga alle 18.40 ed era diretto a Madrid con circa 300 passeggeri a bordo. A dieci minuti dalla partenza, diversi vagoni sono usciti dai binari e hanno colpito un treno Renfe che procedeva verso Huelva con 184 persone. Dopo l’impatto, alcune carrozze del secondo convoglio sono precipitate da un terrapieno di circa quattro metri, rendendo più complessi i soccorsi. Le squadre di emergenza hanno lavorato per tutta la notte tra lamiere contorte e vagoni rovesciati. Il capo dei vigili del fuoco di Cordoba, Paco Carmona, ha spiegato che i soccorritori stanno operando in spazi molto stretti e che «ci sono ancora persone intrappolate».

Il ministro dei Traporti Puente: «Incidente estremamente strano»

Il ministro dei Trasporti, Óscar Puente, ha dichiarato che «l’incidente è stato estremamente strano», perché avvenuto «su un tratto retto, su una linea rinnovata di recente» e ha coinvolto un treno Iryo «praticamente nuovo», aggiungendo che «lo stato della via ferroviaria era buono». Le cause dello schianto restano al momento sconosciute. Secondo la stampa spagnola, si tratta del primo incidente ferroviario con vittime dalla liberalizzazione del settore nel 2020. Adif ha sospeso tutti i collegamenti ferroviari tra Madrid e l’Andalusia. Il premier Pedro Sánchez ha parlato di «una notte di profondo dolore» e ha cancellato tutti gli impegni ufficiali. Anche i reali Felipe VI e Letizia hanno sporto «le più sentite condoglianze ai familiari e ai cari delle vittime», hanno scritto dal profilo della Casa Reale su X.

Dolly Parton compie 80 anni: dalle canzoni più famose alla parentela con Miley Cyrus

Oggi 19 gennaio compie 80 anni una vera e propria leggenda vivente della musica internazionale. È il compleanno infatti di Dolly Parton, classe 1946 e incontrastata regina del country americano con più di 40 album all’attivo e centinaia di successi pubblicati in sei decenni di carriera. Per festeggiare in anticipo, la diva ha rilasciato online da qualche giorno Light of a Clear Blue Morning, una versione della sua hit del 1977 con la collaborazione di Lainey Wilson, Reba McEntire, Queen Latifah e della sua figlioccia Miley Cyrus. «Mentre festeggio il mio 80esimo compleanno, questa nuova versione è il mio modo di usare ciò di cui sono stata benedetta per far brillare un po’ di luce, condividendola con alcune donne davvero incredibili», ha spiegato in una nota. Il ricavato sarà devoluto interamente in beneficenza per la ricerca sul cancro pediatrico.

Dolly Parton: quella volta che disse no a Elvis Presley

Dolly Parton compie 80 anni: dalle canzoni più famose alla parentela con Miley Cyrus
La regina del country Dolly Parton (Instagram).

Icona della musica mondiale, Dolly Parton è passata alla storia quando, ancora giovanissima, disse di no persino al re del rock Elvis. Nei primi Anni 70, dopo aver già iniziato a costruire il suo status di regina del country, incise due brani che avrebbero cambiato per sempre la sua carriera, ossia la hit celebre Jolene e I Will Always Love You, dedicata alla sua rottura con Porter Wagoner, cantante con cui aveva mosso i primi passi nella musica. Quando arrivò alle orecchie di Presley, quest’ultimo la apprezzò talmente tanto da volerne incidere una cover.

Durante la trattativa, però, il colonnello Tom Parker – manager di Elvispretese la metà dei diritti. Al che Parton, come raccontato nel libro Una forza della natura di Sarah Smarsh, bloccò tutto: «Dissi che la canzone aveva già avuto successo: era tutto ciò che avrei lasciato alla mia famiglia». E così, dopo un «mi dispiace molto» e molte lacrime versate nella notte, la cover andò in fumo. La traccia avrebbe ottenuto tuttavia il successo internazionale proprio con una cover, realizzata nel 1992 dall’indimenticabile Whitney Houston come tema portante del film Guardia del corpo.

Le canzoni più famose della sua carriera

Dolly Parton compie 80 anni: dalle canzoni più famose alla parentela con Miley Cyrus
La regina del country Dolly Parton (Ansa).

Jolene, di cui una Dolly Parton ormai ultrasettantenne ha inciso una bella cover con i Maneskin, è solo uno dei tanti successi indimenticabili della regina del country. Celebre, oltre a Light of a Clear Blue Morning e I Will Always Love You, è anche 9 To 5, inno che racconta la continuità lavorativa e denuncia le disparità di genere, presente nella colonna sonora di Dalle 9 alle 5… orario continuato, film di Colin Higgins in cui Parton ha recitato al fianco di Jane Fonda, Lily Tomlin e Dabney Coleman interpretando l’ingenua segretaria Doralee tanto da venir candidata ai Golden Globes del 1981. Tra i grandi successi dell’artista si ricordano anche Cost of Many Colors, There Was Jesus e Rockin’ Years, oltre a Powerful Women, Here You Come Again e Islands in the Stream.

Capolavori che hanno spinto il governatore del Tennessee – è nata a Pittman Center, nella contea di Sevier – a decretare il 19 gennaio Dolly Parton Day. «La sua vita e la sua carriera sono intrecciate con la musica, la cultura e la ricca storia del Tennessee», ha affermato Bill Lee. «Il suo talento e la sua generosità hanno avuto un impatto duraturo sul mondo ed è giusto che onoriamo il suo 80esimo compleanno celebrando la sua straordinaria eredità e la sua dedizione allo Stato». Appassionata filantropa, nel corso della sua carriera ha fatto molto per favorire l’alfabetizzazione e sostenere con ogni mezzo l’istruzione dei bambini. Proprio per la sua beneficenza, nel 2025 è stata insignita del Jean Hersholt Humanitarian Award, Oscar umanitario alla carriera.

La parentela con Miley Cyrus, di cui è anche madrina

«Stare con Miley (Cyrus, ndr.) è come stare in famiglia», ha più volte detto Dolly Parton della star di Hannah Montana, di cui è madrina. Non a caso, analizzando il loro albero genealogico, le due artiste hanno scoperto di essere veramente parenti, seppur alla lontana. Ad unirle un antenato comune del XVIII secolo di nome John Brickey, vissuto attorno al 1740 e che lasciò la Virginia con la sua famiglia per andare a vivere nella contea di Blount, nel Tennessee. Le due hanno collaborato diverse volte, duettando sulle note di Wreaking Ball, I Will Always Love You, I Love Rock and Roll e, recentemente, Light of a Clear Blue Morning.

Anguillara, è di Federica Torzullo il corpo ritrovato nell’azienda del marito

Il corpo di Federica Torzullo è stato ritrovato all’interno dell’azienda del marito Claudio Carlomagno. Il rinvenimento, avvenuto nella mattinata del 18 gennaio, mette fine alle ricerche avviate dopo la scomparsa della donna, funzionaria delle Poste di 41 anni, di cui si erano perse le tracce dall’8 gennaio ad Anguillara Sabazia. L’identificazione ufficiale sarà completata solo dopo il riconoscimento formale da parte dei familiari, ma nelle ore successive al ritrovamento parenti e conoscenti hanno indicato come riconducibili a Federica alcuni indumenti e accessori trovati sul corpo. Nel frattempo Claudio Carlomagno si trova presso la caserma dei carabinieri di Anguillara Sabazia, dove sono in corso gli accertamenti investigativi: al momento l’uomo non risulta sottoposto a fermo.

Scontri tra ultras di Fiorentina e Roma in autostrada

Scontri in autostrada tra ultrà della Fiorentina e della Roma. I gruppi si stavano spostando verso due diverse destinazioni: i tifosi viola erano diretti a Bologna, dove alle 15 era in programma il derby dell’Appennino, disputato a poche ore dalla scomparsa del presidente Rocco Commisso, mentre i romanisti viaggiavano verso Torino, dove alle 18 la squadra di Gasperini avrebbe affrontato i granata. L’episodio si è verificato poco dopo l’ora di pranzo, lungo l’A14, all’altezza del chilometro 195, sulla corsia di emergenza in direzione Ancona.

Secondo le prime ricostruzioni, numerose auto si sono fermate improvvisamente e da diversi veicoli sono scesi tifosi con il volto coperto, alcuni incappucciati e altri mascherati, in parte armati di mazze e bastoni. La maggioranza sarebbe appartenuta agli ultras della Fiorentina, che avrebbero preso di mira un mezzo sul quale viaggiava un piccolo gruppo di sostenitori romanisti. In breve tempo sarebbero arrivati rinforzi anche dall’altra tifoseria e lo scontro è degenerato in una rissa, durante la quale si è tentato di sottrarre striscioni e bandiere agli avversari. Nel caos sono state danneggiate anche diverse automobili di utenti estranei ai fatti. Al momento non risultano feriti; sul posto sono intervenuti la Polizia stradale e la Digos.

Groenlandia, media: «Le forze armate tedesche hanno lasciato l’isola»

Le forze armate tedesche avrebbero lasciato la Groenlandia in modo improvviso e senza alcuna comunicazione ufficiale. A riferirlo è la Bild, che spiega come l’ordine di rientro sarebbe stato trasmesso da Berlino «solo questa mattina molto presto» e «nessuna spiegazione è stata data alle truppe sul campo», costringendo alla cancellazione immediata di tutti gli impegni in programma. La partenza, precisa ancora il quotidiano, sarebbe avvenuta intorno a mezzogiorno del 18 gennaio.

La nota degli otto Paesi: «Siamo impegnati a difendere la nostra sovranità»

Intanto cresce la tensione tra Europa e Stati Uniti dopo la decisione di Trump di imporre nuovi dazi ai Paesi che hanno inviato truppe in Groenlandia. In una nota congiunta, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Paesi Bassi, Norvegia, Svezia e Regno Unito avvertono che «le minacce tariffarie minano le relazioni transatlantiche e rischiano di innescare una pericolosa spirale discendente. Continueremo a rispondere in modo unito e coordinato. Siamo impegnati a difendere la nostra sovranità». Da Parigi, fonti vicine all’Eliseo riferiscono che il presidente Emmanuel Macron sarebbe pronto a chiedere l’attivazione dello strumento anti-coercitivo dell’Unione europea in caso di nuovi dazi statunitensi.

Schlein: «Ci aspettavamo una presa di posizione netta dal governo»

In Italia invece la segretaria del Partito democratico Elly Schlein critica la linea del governo, affermando che «la politica estera di un grande paese come l’Italia non può ridursi all’attesa e all’interpretazione di quello che dirà o farà Donald Trump» e aggiungendo: «Ci saremmo aspettati una presa di posizione netta da Meloni: la Groenlandia non si tocca, non si vende e non si compra, difendiamo l’integrità territoriale di uno Stato membro dell’Unione europea». Secondo Schlein «per la prima volta l’Italia appare politicamente incapace di esprimere una vera solidarietà europea» e «se la tua unica ambizione è essere il governo più trumpiano d’Europa è inevitabile scivolare nella marginalità ed entrare in contraddizione con il resto dell’Ue».

Saras da raffineria a deposito? Sarroch e il rischio deindustrializzazione

Il nuovo anno, in Sardegna, è iniziato con il timore di una nuova crisi industriale. Secondo alcune fonti, lo storico impianto Saras di Sarroch, comune a una ventina di km a sud-ovest di Cagliari, potrebbe mettere fine alle attività di raffinazione del petrolio per diventare un semplice magazzino di stoccaggio. A un anno e mezzo dal passaggio di proprietà dalla famiglia Moratti alla multinazionale olandese con passaporto svizzero Vitol, il destino del polo pare segnato: deindustrializzazione. Il colosso energetico, che ha rilevato la Saras a giugno 2024, potrebbe così mettere mano alla strategia industriale dell’impianto, uno dei più importanti del Mediterraneo, da cui arriva un quinto dei carburanti usati in Italia.

Saras da raffineria a deposito? Sarroch e il rischio deindustrializzazione
Gli impianti della SARAS a Sarroch (Ansa).

Il passaggio dai Moratti alla Vitol

Fondata nel 1962 da Angelo Moratti, la Saras – Società Anonima Raffinerie Sarde – con l’inaugurazione dello stabilimento di Sarroch segnò l’industrializzazione della Sardegna diventando uno dei simboli dell’Italia del boom economico.

Saras da raffineria a deposito? Sarroch e il rischio deindustrializzazione
Il lancio della Saras in una foto d’archivio degli Anni 60 (Ansa).

La società è rimasta nelle mani della famiglia milanese per 62 anni, scanditi nel 2006 da una a dir poco sfortunata quotazione in Borsa e poi da un mesto addio a Piazza Affari nel settembre 2024, con la scalata di Vitol a un prezzo da saldo di 1,75 euro per azione. Gli svizzeri-olandesi hanno pagato meno di 2 miliardi di euro, mentre Saras era sbarcata in Borsa a un valore di 6 miliardi.

Saras da raffineria a deposito? Sarroch e il rischio deindustrializzazione
Massimo Moratti nel 2013 (Imagoeconomica).

Posti di lavoro a rischio

Finanza a parte, se davvero Vitol decidesse di chiudere le attività di raffinazione o ridimensionarle, per la Sardegna e per l’Italia l’impatto sarebbe pesantissimo. A Sarroch lavorano 1.500 dipendenti, la maggior parte dei quali si trasformerebbero automaticamente in esuberi, perché l’impianto fa perlopiù raffinazione (15 milioni di tonnellate di petrolio lavorato all’anno) oltre a produrre energia elettrica (più di 3,5 miliardi di kWh/anno nel 2023, pari a circa il 42 per cento dei consumi della Sardegna). Un deposito, anche avanzato, richiederebbe una forza lavoro ridotta (circa 3/400 unità). In più c’è tutto l’indotto attorno alla raffineria: si stima che la Saras dia indirettamente lavoro a circa 8 mila persone. Per Cagliari e la Sardegna sarebbe drammatico e per il governo Meloni un nuovo fronte aperto.

La nota del Comitato Nobel: «Il premio non può essere ceduto, neanche simbolicamente»

Il Comitato Nobel era già intervenuto per chiarire che «una medaglia può cambiare proprietario, ma il titolo di Nobel per la Pace non può essere condiviso né trasferito». Nella giornata del 18 gennaio l’ente ha nuovamente criticato la decisione di Machado di donare la sua medaglia a Donald Trump, specificando attraverso una nota come «una delle missioni principali della Fondazione Nobel è tutelare la dignità dei Premi Nobel e la loro amministrazione. La Fondazione rispetta il testamento di Alfred Nobel e le sue disposizioni. Essa stabilisce che i premi saranno assegnati a coloro che “hanno apportato il massimo beneficio all’umanità” e specifica chi ha il diritto di assegnare ciascun premio. Un premio non può pertanto essere ceduto o ulteriormente distribuito, nemmeno simbolicamente».

Meloni sui nuovi dazi imposti da Trump: «Un errore»

Giorgia Meloni dice no all’inasprimento dei dazi annunciato dagli Stati Uniti nei confronti dei Paesi europei impegnati in Groenlandia, definendo la scelta «un errore che non condivido». La premier ha spiegato di aver già avviato contatti diretti con i principali interlocutori internazionali coinvolti: «Ho sentito sia Donald Trump a cui ho detto quello che penso e ho sentito il segretario della Nato, sentirò anche i leader europei ma credo che sia molto importante parlarsi ed evitare una escalation». Secondo Meloni, alla base della vicenda ci sarebbe «un problema di comprensione e comunicazione» e l’iniziativa dei Paesi dell’Unione europea non dovrebbe essere interpretata in chiave «anti-americana».

Meloni tra il Board of peace di Gaza e le tensioni con la Lega

La presidente del Consiglio ha poi ridimensionato le tensioni emerse nelle ultime ore, affermando che «non c’è un problema politico con la Lega», dopo che il partito guidato da Matteo Salvini aveva diffuso una nota in cui definiva alcuni governi europei «deboli d’Europa», accusandoli di avere la «smania» di inviare soldati e di raccoglierne i «frutti amari». Meloni è intervenuta anche sul dossier internazionale relativo a Gaza, confermando l’invito dell’Italia a partecipare al Board of peace: «Siamo stati invitati anche noi a farne parte. Penso che l’Italia possa giocare un ruolo di primo piano, siamo pronti a fare la nostra pace nella costruzione del piano di pace». Infine, sul pacchetto sicurezza in preparazione da parte dell’esecutivo, la premier ha annunciato «una riunione per fare il punto sul provvedimento» al suo rientro, precisando: «Non so se sarà pronto per martedì ma ci stiamo lavorando».

Anguillara, trovato un cadavere nell’azienda del marito di Federica Torzullo

Un cadavere è stato rinvenuto all’interno del deposito di via comunale San Francesco, sede operativa dell’azienda di Claudio Carlomagno, e gli accertamenti in corso dovranno stabilire se si tratti di Federica Torzullo, la funzionaria delle Poste di 41 anni scomparsa l’8 gennaio ad Anguillara Sabazia. L’uomo, marito della donna, è da alcuni giorni indagato a piede libero per omicidio: le verifiche del Ris, effettuate con il luminol, avevano evidenziato tracce di sangue sui suoi vestiti da lavoro, nell’abitazione, sui veicoli in uso e in una cava. Le indagini si erano concentrate su di lui già dal 9 gennaio, giorno della denuncia di scomparsa, anche in ragione di una ricostruzione ritenuta illogica e contraddittoria. Dalle verifiche è emerso inoltre che la coppia stava attraversando una fase di crisi: era infatti prevista a breve la prima udienza per la separazione e per l’affidamento del figlio di dieci anni, nonostante Carlomagno avesse riferito ai militari di un rapporto definito normale, con alti e bassi.

Buen Camino è il film con il maggiore incasso di sempre in Italia

Buen Camino ha raggiunto un incasso complessivo di 68.823.069 euro in 24 giorni di programmazione, con 8.562.320 spettatori, superando così il primato che apparteneva ad Avatar fermo a 68,6 milioni. Il film di Checco Zalone diventa quindi il titolo con il maggiore incasso di sempre nelle sale italiane. Il 25 dicembre, giorno dell’uscita, la pellicola ha incassato 5.671.922 euro, stabilendo il miglior risultato di sempre in Italia nel giorno di Natale e superando il record di Natale a New York del 2006.

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Con una quota del 78,8 per cento, ha spinto l’intero mercato cinematografico sopra i 7 milioni di euro giornalieri, un livello che non si vedeva dal 2011. Anche Santo Stefano ha segnato un nuovo traguardo, con quasi 8 milioni raccolti il 26 dicembre e un totale di circa 14 milioni nei primi due giorni. Il primo weekend si è chiuso a quota 27 milioni in quattro giorni, mentre il 1° gennaio sono arrivati oltre 5 milioni, superando i 41 milioni complessivi e i 5 milioni di spettatori. Nella seconda settimana il film ha oltrepassato i 53 milioni, scalando la classifica storica, fino a superare prima Quo Vado? e poi Avatar.

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Groenlandia, dazi Usa contro i Paesi europei che hanno inviato militari

A partire dal 1° febbraio gli Stati Uniti introdurranno dazi del 10 per cento sulle importazioni provenienti da Danimarca, Norvegia, Svezia, Francia, Germania, Regno Unito, Paesi Bassi e Finlandia, con un ulteriore aumento al 25 per cento previsto da giugno. L’annuncio è arrivato direttamente da Donald Trump attraverso il suo social network Truth, dove il presidente ha chiarito che «le tariffe saranno dovute fino a quando non si raggiungerà un accordo per il completo e totale acquisto della Groenlandia». In Danimarca, nelle ore precedenti alla comunicazione ufficiale, si era tenuta una grande manifestazione di protesta contro Trump.

Gli obiettivi di Trump e la posizione dell’Italia

Trump ha motivato la decisione sostenendo che «Abbiamo sovvenzionato la Danimarca e tutti i Paesi dell’Unione europea per molti anni, non imponendogli dazi. Ora, dopo secoli, è il momento che la Danimarca restituisca ciò che ha avuto».. Secondo il presidente, la misura rappresenta una punizione nei confronti dei Paesi che hanno inviato militari in Groenlandia nell’ambito di una missione Nato per rafforzare la difesa dell’Artico. L’Italia non ha preso parte all’operazione, anche se Giorgia Meloni non ha escluso un possibile coinvolgimento futuro. Nel suo intervento, Trump ha anche affermato che «Cina e Russia vogliono la Groenlandia, e non c’è niente che la Danimarca possa fare a riguardo. Al momento hanno due slitte trainate da cani come protezione, di cui una aggiunta di recente», aggiungendo che l’isola è considerata strategica per il nuovo sistema di difesa missilistica Golden Dome, descritto come «fantastico, ma altamente complesso, può funzionare al massimo del suo potenziale e della sua efficienza, a causa di angoli, metri e limiti, se questa terra è inclusa».

Tagli, privatizzazione, business: la lunga agonia della sanità pubblica

Stanno uccidendo il Servizio Sanitario Nazionale (SSN). O forse è già stato ucciso. Delitto quasi perfetto. Ma nessuno è innocente. È la sintesi estrema del pamphlet di Piersergio Serventi, Sanità vendesi. Perché è successo (Silva editrice). L’autore ha titoli e pratica (una vita nella sanità ministeriale, poi della Regione Emilia-Romagna e come direttore generale dell’Asl di Piacenza) per scrivere la storia di un sistema che ha rappresentato al meglio a livello internazionale l’idea universalistica di salute pubblica. Ma che ora se la sta passando molto male. In balia delle contrapposte retoriche sinistra-destra che si palleggiano la responsabilità di avere definanziato il SSN, aumentate le code per accedere ai servizi e favorito la privatizzazione.

L’inizio del processo di aziendalizzazione del SSN

Per stare all’essenziale, i punti fondamentali sono tre. Il SSN è stato istituito nel 1978, principio guida universalità e gratuità dell’assistenza sanitaria e superamento delle mutue private. È stato “corretto” ponendo limiti alla spesa nel 1992, quando con il governo Amato l’Italia rischiò il default. Fu riformato nel 1999, ministro della Sanità Rosy Bindi, e le USL (Unità sanitarie locali) divennero ASL (aziende sanitarie locali). Da quel momento, c’era il governo Prodi, è partito il processo di aziendalizzazione che ha aperto le porte alla privatizzazione della sanità. I 27 anni trascorsi da allora hanno via via consolidato questa tendenza e sancito il passaggio della salute da diritto a bene. Non più garantito dalla Costituzione, ma in quanto bisogno, sia pure importante, dipendente dalle personali possibilità economiche. Se sei ricco ti curi, se sei povero prega e spera di stare bene. Al presente, la realtà ci dice che nel 2024, 5,8 milioni di italiani hanno rinunciato a curarsi; che i tempi medi di attesa per visite specialistiche sono di sei mesi con punte di 12 per esami diagnostici; che solo 13 Regioni rispettano i livelli essenziali di assistenza (LEA), cioè le prestazioni che ogni cittadino italiano ha diritto di ricevere dallo Stato.

Tagli, privatizzazione, business: la lunga agonia della sanità pubblica
Medici e infermieri all’interno di un ospedale (Imagoeconomica).

Con l’invecchiamento cresce il bisogno di servizi assistenziali

Il secondo punto rilevante è che tutti mentono sapendo di mentire. I dati parlano e le situazioni critiche al pari dei correttivi indispensabili sono più che evidenti. Noti da tempo. Però di fatto si procede col pilota automatico. Si sa, ma si finge di non sapere, si glissa, si sposta il discorso, anziché affrontare argomenti seri la si butta in polemica politica. Cambiano i governi ma la musica è la stessa. Un disco rotto. «Italiani in fuga dal Servizio sanitario… ticket stellari e attese troppo lunghe spingono verso le strutture private»: sembra oggi ma è il Corriere della Sera del 23 luglio 2014. Un anno fa il Cnel ha prodotto un documento redatto da 42 esperti in varie discipline medico-sanitarie nel quale, auspicando una profonda riforma del SSN e un coinvolgimento delle realtà locali, ha evidenziato tutte le criticità, soprattutto il progressivo invecchiamento della popolazione e dunque il bisogno crescente di servizi assistenziali più costosi in un contesto di risorse economiche calanti.

Tagli, privatizzazione, business: la lunga agonia della sanità pubblica
Anziani (Getty Images).

Il cronico deficit di risorse, investimenti e personale

Ovviamente, è il terzo punto, conciliare queste due tendenze non è possibile. Fare finta però che lo sia è pura ipocrisia o disonestà intellettuale. Più o meno come negare che tra spesa sanitaria e spesa per armamenti non ci sia, come invece c’è, una relazione inversamente proporzionale. Quando cresce una, tende a diminuire l’altra e viceversa. Il dato è provato e confermato a livello mondiale, eppure l’attuale governo lo nega risolutamente. Arduo pensare che il SSN recupererà nei prossimi anni l’attuale deficit di risorse, personale e investimenti strutturali in ospedali, residenze protette, case della salute. Ma è anche difficile da immaginare una mitigazione della burocrazia assurda che è stata creata introducendo modifiche non pensate all’interno di un disegno complessivo di riforma. 

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Operatore sanitario (Unplash).

La sanità è un business che suscita appetiti finanziari e speculativi

Accade così, segnala Serventi, che in Romagna si siano accorpate tre Province e 74 Comuni con 1.125.000 assistiti e 16 mila dipendenti, con un bilancio di 2,5 miliardi. Mentre nella stessa Regione, a Imola, i Comuni sono sette, gli assistiti 133 mila, 1.900 i dipendenti e 316 milioni il valore della produzione. Ma simili situazioni si ripropongono in tanti altri territori nazionali. Certo è che il definanziamento del sistema sanitario va avanti da 30 anni e che il suo carattere universalistico e gratuito può essere mantenuto solo dalla fiscalità generale. Ovvero se tutti pagano le tasse. Cosa questa che raramente figura nei discorsi dei politici che affollano i talk show. Tuttavia questo sistema malato è stato in grado di mobilitare 137 miliardi di spesa pubblica nel 2024 e 48 di privata, mentre le famiglie hanno speso 16 miliardi per assistere anziani non autosufficienti, ai quali si aggiungono 9 miliardi di assegni di accompagnamento erogati dall’Inps. Un business che ovviamente suscita robusti appetiti finanziari e speculativi. Anzitutto perché è costante e in aumento la domanda di un bene primario e indispensabile come la salute, mentre la presenza pubblica cala. In secondo luogo perché la legge consente alle cliniche private di organizzarsi e concentrarsi sulle prestazioni a basso rischio, senza obblighi di avere reparti di urgenza ed emergenza che hanno costi molto alti. In terzo luogo perché la defiscalizzazione delle spese sanitarie e assicurative, per imprese e lavoratori, è un ulteriore fattore accelerante l’ingresso di nuovi investitori (fondi e gruppi assicurativi) sul mercato della salute.

Tagli, privatizzazione, business: la lunga agonia della sanità pubblica
Personale sanitario (Imagoeconomica).

La soluzione? Nazionalizzare le strutture convenzionate

Siamo alle solite: all’atavico vizio di privatizzare i profitti e socializzare le perdite. Ma come ribadisce Serventi le colpe sono tutte della mano pubblica, dei governi che si sono succeduti negli ultimi 30 anni, dei leader politici che si scaldano nei talk show, ma giusto quei 10 minuti che non spostano né risolvono alcun problema. Eppure una cosa giusta, anche solo una, i nostri governanti, potrebbero farla. Ad esempio raccogliere l’invito del microbiologo Andrea Crisanti, che è anche eurodeputato del Pd, a nazionalizzare le strutture private convenzionate. Non è più tollerabile, scrive, che «il 25 per cento del budget sanitario vada a strutture che scelgono di erogare solo le prestazioni più remunerative e che si vedono ogni anno riconfermare il budget di quello precedente». Senza gare d’affidamento, con adeguamenti automatici e quindi senza rischi d’impresa. Anche qui siamo dalle parti dei balneari. Ma la cosa più fantastica è che il futuro prossimo della sanità italiana sembra, incredibilmente, riportarci alla situazione precedente la costituzione del SSN. Quando c’erano le mutue private e come segnalava un’affermazione sarcastica degli Anni 60, quelli del film commedia Il medico della mutua con Alberto Sordi, «dalla mutua la salute non avrai, anche se la mutua pagherai». Siamo tutti avvertiti.

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Gomorra-Le Origini, perché costi e audience della serie preoccupano Sky

La quinta e ultima stagione della serie Gomorra era andata in onda su Sky alla fine del 2021. Sono quindi passati oltre quattro anni dall’epilogo della saga di Genny Savastano e Ciro l’immortale. E Sky, per non fare sfiorire un brand dal valore internazionale come Gomorra, ha pensato bene di proporre un prequel, ambientato nella Napoli del 1977, e che racconta le origini di Pietro Savastano, il boss di Secondigliano papà di Genny.

Regia di Marco D’Amore, l’attore che interpretava Ciro l’immortale

Gomorra-Le Origini ha preso il via il 9 gennaio, con due episodi andati in onda in prima serata su Sky Atlantic per la regia di Marco D’Amore (l’attore che interpretava Ciro l’immortale). E dopo i primi risultati di audience, qualche dirigente nella sede Sky di Milano Rogoredo ha iniziato ad avere i sudori freddi: 57 mila persone hanno visto il primo episodio, il 9 gennaio, su Sky Atlantic dalle ore 21.15 alle ore 22.07, e 50 mila persone hanno invece assistito alla seconda puntata, dalle 22.11 alle 22.59.

Gomorra-Le Origini, perché costi e audience della serie preoccupano Sky
Gomorra-Le Origini, perché costi e audience della serie preoccupano Sky
Gomorra-Le Origini, perché costi e audience della serie preoccupano Sky
Gomorra-Le Origini, perché costi e audience della serie preoccupano Sky
Gomorra-Le Origini, perché costi e audience della serie preoccupano Sky
Gomorra-Le Origini, perché costi e audience della serie preoccupano Sky
Gomorra-Le Origini, perché costi e audience della serie preoccupano Sky
Gomorra-Le Origini, perché costi e audience della serie preoccupano Sky

I prodotti Sky sono molto replicati e disponibili on demand

Premessa: stiamo parlando di una pay tivù che ha un parco abbonati di poco superiore a quota 4 milioni, e quindi l’universo è molto più piccolo rispetto alla platea televisiva della televisione in chiaro. In secondo luogo i prodotti Sky vanno giudicati nel medio periodo, perché molto replicati e disponibili on demand, visione alla quale l’abbonato Sky è molto abituato.

M-Il figlio del secolo era andata meglio (costando però molto)

Però sarà piuttosto difficile che, con 50 mila telespettatori nella prima messa in onda, quegli episodi possano superare la soglia del milione di persone nei sette giorni (che è il parametro che evidenzia una serie di successo su Sky). E va ricordato che pure M-Il figlio del secolo, ossia la serie Sky dedicata a Benito Mussolini con Luca Marinelli protagonista, pur arrivando a quota un milione di pubblico nei sette giorni a inizio 2025 non ha poi avuto una seconda stagione, essendo costata circa 60 milioni di euro.

Bisogna considerare anche il prestigio e la cosiddetta talkability

Ma tornando a Gomorra-Le Origini, l’enorme battage pubblicitario e di comunicazione messo in piedi da oltre un mese da Sky non pare, almeno per ora, aver sortito grossi effetti. Certo, per una pay tivù un prodotto audiovisivo non va valutato solo da un punto di vista quantitativo e di audience, ma anche dal prestigio con cui illumina il broadcaster e dalla cosiddetta talkability (quanto se ne discute sui social). Ma per Gomorra-Le Origini, prodotto per Sky da Cattleya srl (produttore di tutte le stagioni di Gomorra), contano pure i 19,8 milioni di euro di costi produttivi per sei episodi, per un totale di 270 minuti. Cioè 73.670 euro al minuto.

Pure il piatto dei contributi pubblici piange

Si è trattato di ricostruire il 1977 e questo sicuramente ha aumentato i costi della scenografia. Però ci collochiamo al doppio rispetto, per esempio, alla quinta stagione di Gomorra andata in onda a fine 2021: era costata 18,5 milioni di euro per 10 episodi, per un totale di 500 minuti, in pratica 37 mila euro al minuto. Peraltro il tax credit concesso per Gomorra-Le Origini è stato di 4,5 milioni di euro, rispetto ai 6 milioni per la quinta stagione di Gomorra. Anche sul fronte contributi pubblici, insomma, i tempi stanno cambiando.

Stretta sui locali dopo Crans-Montana, chiusi tre club a Roma

Dopo la tragedia di Crans-Montana, anche in Italia sono aumentati i controlli sui locali per verificarne la sicurezza e riscontrare eventuali irregolarità. A Roma, in particolare, sono stati chiusi tre club sviluppati ciascuno su un piano dello stesso edificio in via del Tritone, gestiti dalla stessa società titolare di una licenza unica per attività di somministrazione e trattenimenti danzanti. Si tratta di Toy Room (discoteca nel seminterrato), White Bar (bar al piano terra) e Clamore (dinner club al primo piano). La polizia li ha sequestrati dopo un blitz che ha svelato uno scenario di irregolarità diffuse e gravi carenze sul fronte della sicurezza antincendio.

Estintori mancanti, passaggi ostruiti, installazioni fuori norma

In dettaglio, nella sala da ballo sono state trovate installazioni non previste dalla planimetria autorizzata dalla Commissione comunale di vigilanza, tra cui casse acustiche e sistemi di illuminazione appesi al soffitto fuori norma. Oltre al tavolo allestito come un privé, tavoli e divani erano disposti in modo diverso da quanto consentito. Inoltre mancavano due estintori rispetto al numero originariamente previsto e lo spazio da adibire ad “area di protezione” in caso di emergenza era inaccessibile – chiuso a chiave e trasformato in magazzino. Stessa cosa al primo piano, dove la zona destinata all’evacuazione era ostruita dai motori degli impianti, i sensori antifumo sono risultati sottodimensionati e mancava l’unico estintore previsto. La situazione più grave, però, è stata riscontrata al piano terra, dove confluivano le uscite degli altri due livelli. Una porta di emergenza era coperta da un pesante tendaggio e bloccata con una spranga in ferro, un’altra era ostruita da un elemento decorativo, la terza parzialmente coperta da un frigorifero e priva di maniglione antipanico. Il titolare dovrà pagare sanzioni di migliaia di euro.

Draghi: «L’Europa ha più nemici che mai, si rafforzi»

«In questo momento l’Europa ha molti nemici, forse più che mai, sia interni che esterni. Dobbiamo superare le nostre debolezze autoinflitte. E dobbiamo diventare più forti militarmente, economicamente e politicamente». Lo ha affermato l’ex premier Mario Draghi in un video messaggio trasmesso durante l’annuncio del vincitore del premio Carlo Magno, andato proprio a lui per la sua azione per l’unità europea.

«Nessuno come lui è sinonimo di rafforzamento economico dell’Europa»

Queste le motivazioni dell’assegnazione del riconoscimento, che verrà consegnato a Draghi a maggio: «La situazione è drammatica e l’Europa rischia di diventare un giocattolo nelle mani di altre potenze. Per questo motivo, in questa fase decisiva, è fondamentale garantire la capacità di azione e la sovranità dell’Europa. Sono stati compiuti passi importanti nel campo della difesa, ma la sicurezza e l’indipendenza strategica richiedono fondamentalmente un’Europa economicamente forte. La competitività e la forza economica sono quindi la base indispensabile per un’Europa sovrana, forte e autonoma. Come nessun altro, Mario Draghi è sinonimo del rafforzamento economico dell’Europa e il suo “Rapporto Draghi” del 2024, che prende il nome da lui, rappresenta la strategia necessaria per garantire competitività, crescita e stabilità nell’Unione europea».

Groenlandia, in migliaia protestano a Copenaghen contro Trump

Diverse migliaia di persone sono scese in piazza a Copenaghen per protestare contro Donald Trump e le sue mire sulla Groenlandia. I manifestanti, muniti di bandiere groenlandesi e danesi, hanno formato una marea rossa e bianca scandendo il nome della Groenlandia in groenlandese: «Kalaallit Nunaat!». Hanno sventolato cartelli con scritte come Make america go away, una parodia dello slogan Maga (Make America great again), o «Gli Stati Uniti hanno già abbastanza ghiaccio». Altre manifestazioni sono previste nel Paese scandinavo ad Aarhus (Centro), Aalborg (Nord) e Odense (Sud), su iniziativa di diverse organizzazioni groenlandesi.

Baijiu, whisky e vino: il nuovo boom alcolico della Cina

La Cina si sta silenziosamente trasformando in una nuova potenza alcolica. E non solo grazie al baijiu, il distillato più bevuto nel Paese e adesso sempre più apprezzato anche all’estero. Se il tradizionale “liquore bianco” cinese amato dagli imperatori e da Mao sta conquistando il Sud-est asiatico, allo stesso tempo risultano in forte crescita anche le industrie locali di vino e whisky.

Il whisky recupera terreno

Nel mercato cinese degli spirits, le vendite di whisky restano marginali (circa l’1,2 per cento) rispetto a quelle del baijiu, che domina la scena con una quota del 93 per cento e un giro d’affari di 171 miliardi di dollari. Eppure, tra il 2020 e il 2024, i ricavi sono aumentati di quasi il 33 per cento – raggiungendo i 2,1 miliardi di dollari – a fronte di un più modesto +11 per cento registrato dal distillato autoctono. Non solo: secondo la Scotch Whisky Association le spedizioni di Scotch in Cina sono aumentate di quasi l’80 per cento tra il 2019 e il 2023.

Baijiu, whisky e vino: il nuovo boom alcolico della Cina
Whisky alla Hong Kong Food Expo (Ansa).

Gli investimenti esteri e le distillerie locali

I giganti occidentali del whisky hanno fiutato l’affare. Negli ultimi anni Pernod Ricard e Diageo hanno investito circa 300 milioni di dollari per aprire nuove distillerie in Cina. La multinazionale francese, che nel 2023 aveva lanciato The Chuan, il primo whisky Made in China, ha investito 150 milioni per aprire una struttura nel Sichuan. La rivale britannica ne ha invece inaugurata una da 120 milioni nello Yunnan. Ma in pista ci sono anche le aziende cinesi. Due i casi emblematici: Tsingtao Brewery sta realizzando una distilleria di whisky nella città di Qingdao, mentre Bacchus Liquor sta potenziando la sua base operativa di Qionglai. Persino i produttori di baijiu si stanno diversificando in questo settore. Langjiu, per esempio, ha avviato i lavori per realizzare una distilleria di whisky a Emeishan.

Baijiu, whisky e vino: il nuovo boom alcolico della Cina
Una distilleria di baijiu (Ansa).

Non solo baijiu: la crescita del mercato vinicolo

Il rallentamento dell’economia di Pechino e il trasferimento di ricchi consumatori cinesi nel Sud-est asiatico hanno spinto l’attenzione delle aziende di baijiu verso i mercati esteri. Nel 2024 l’export regionale di questo distillato ha così raggiunto i 149 milioni di dollari (+25 per cento su base annua), mentre le esportazioni complessive, contando anche gli Stati Uniti (erano il principale importatore con 57,6 milioni di dollari), hanno toccato quota 966 milioni (+20 per cento). Punta all’espansione globale anche il settore vinicolo del Dragone. La maggior parte del vino di qualità del Paese (118.000 chilolitri totali nel 2024) viene prodotta nella provincia del Ningxia. I ricavi delle aziende del capoluogo Yinchuan hanno raggiunto i 5 miliardi (+20 per cento), con Silver Heights e Xige che insieme rappresentano oltre il 60 per cento delle esportazioni totali di vino della provincia. Il loro obiettivo? Conquistare i pregiati palati occidentali.