Danimarca e Groenlandia hanno avanzato all’interno della Nato la proposta di istituire una missione di monitoraggio sull’isola artica. L’annuncio è arrivato dal ministro della Difesa danese Troels Lund Poulsen al termine di un incontro con il segretario generale dell’Alleanza, Mark Rutte. «L’abbiamo proposta noi, il segretario generale ne ha preso atto e credo che ora potremo, auspicabilmente, ottenere un quadro che ne definisca l’attuazione», ha dichiarato Poulsen alla televisione danese, intervenendo insieme alla ministra degli Esteri della Groenlandia Vivian Motzfeldt.
Trump: «L’Europa pensi a Russia e Ucraina, non alla Groenlandia»
Sul dossier Groenlandia è tornato a esprimersi anche il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che a una domanda su un possibile ricorso alla forza ha risposto con un «no comment» durante una breve intervista telefonica con Nbc News. Nel colloquio, Trump ha ribadito che porterà avanti «al 100 per cneto» i suoi piani di imporre dazi doganali ai Paesi europei se non otterrà il territorio artico e ha invitato l’Europa a occuparsi di altre priorità, affermando che «dovrebbe concentrarsi sulla guerra con la Russia e l’Ucraina, perché, francamente, si vede dove li ha portati…» e «non sulla Groenlandia».
L’Eurogruppo ha indicato il croato Boris Vujčić come candidato a ricoprire il ruolo di vicepresidente della Banca centrale europea, destinato a prendere il posto di Luis De Guindos, il cui mandato si concluderà a maggio. La decisione è maturata a Bruxelles e rappresenta un passaggio politico preliminare: ora spetterà al Consiglio adottare la raccomandazione formale da trasmettere al Consiglio europeo, che avrà l’ultima parola sulla nomina, dopo aver consultato la Bce e il Parlamento europeo.
Come si è arrivati alla designazione di Boris Vujčić
Vujčić, alla guida della banca centrale della Croazia dal 2012, è emerso al termine di una selezione che ha visto restringersi il numero dei candidati, inizialmente sei, nel contesto di un negoziato tra i Paesi dell’area euro finalizzato a raggiungere una maggioranza qualificata rafforzata. La sua designazione potrebbe inoltre favorire un maggiore equilibrio nella composizione geografica del consiglio direttivo della Bce, con l’ingresso di un rappresentante di uno Stato membro che ha aderito all’Eurozona in tempi più recenti.
Claudio Carlomagno, marito di Federica Torzullo, accusato di omicidio e occultamento di cadavere, ha scelto di avvalersi della facoltà di non rispondere durante l’interrogatorio. Gli inquirenti cercavano di ottenere dall’indagato chiarimenti sulla sua presunta responsabilità, sulla dinamica dei fatti tra l’8 e il 9 gennaio e sul movente, oltre all’individuazione dell’arma utilizzata, ancora sconosciuta. Secondo gli inquirenti, Carlomagno era pronto a fuggire non appena aveva compreso che tutti i sospetti convergevano su di lui, ma ha preferito non rispondere alle domande. L’uomo ha trascorso la prima notte in carcere, dopo il fermo avvenuto domenica, e dovrà rispondere delle accuse di «omicidio volontario aggravato dalla relazione affettiva» e di occultamento di cadavere.
Secondo il decreto di fermo, Carlomagno avrebbe tentato di bruciare il cadavere
Le indagini proseguono per ricostruire le ultime ore di vita della 41enne di Anguillara Sabazia e chiarire la dinamica dell’omicidio e lo strumento impiegato per ucciderla. Dai primi riscontri emerge un quadro di delitto di «particolare ferocia»: il procuratore capo ha spiegato che il corpo della donna era «irriconoscibile» quando è stato rinvenuto tra i detriti vicino all’azienda di Carlomagno. Secondo il decreto di fermo, l’indagato avrebbe tentato di bruciare il cadavere. Per questo motivo, i pm hanno disposto l’autopsia e ulteriori accertamenti. Nella giornata del 19 gennaio i carabinieri sono tornati nella villetta della coppia per effettuare verifiche irripetibili sulla scatola nera dell’auto del marito e sui cellulari, accertamenti che però verranno completati nei prossimi giorni.
Cose mai viste. La finale della 35esima edizione della Coppa d’Africa, giocata tra i padroni di casa del Marocco e il Senegal a Rabat, ha messo in scena una serie di circostanze grottesche, scatenate dopo il novantesimo minuto. Quando, anziché veder scattare il tempo di recupero, è stata inaugurata una fase di tempo isterico. Breve sintesi: gol annullato alla squadra ospite per un fallo in attacco, fischiato con adozione di parametri sul contatto fisico che potrebbero valere per il tennis o la pallavolo; rigore concesso alla squadra di casa per una scorrettezza (?) captata dal Var con la bacchetta del rabdomante; l’uscita dal campo della squadra ospite per proteste e il successivo lungo mercanteggiamento per convincerla a rientrare in campo; l’errore dal dischetto di Brahim Diaz, commesso in un modo che ha scatenato sul web le peggiori dietrologie; e infine, l’imbarazzante momento della premiazione, coi potenti del calcio e della politica che facevano a gara a chi non consegnava il trofeo al Senegal. Il giorno dopo, l’appendice polemica con strascichi legali: il Marocco ha annunciato l’intenzione di fare ricorso dopo il ritiro del Senegal, che avrebbe «avuto un impatto sulla partita».
È stato il degno epilogo di una manifestazione organizzata in modo scadente, con passaggi persino disastrosi. E mentre in queste ore si vive lo scambio di accuse, possono già essere indicati i colpevoli di una débâcle assurda: gli organizzatori, a tutti i livelli. Partendo dal Marocco, Paese ospitante che fra quattro anni ospiterà il Mondiale, fino alla Fifa dell’impresentabile Gianni Infantino.
Je n’ai jamais vu cela depuis que je regarde le foot africain. Il est dégoûté de donner la coupe au champion carrément pic.twitter.com/Qs7CU13NBZ
Rovinato un buon livello tecnico della competizione
La cosa peggiore di tutto ciò è che è stato rovinato un torneo dal livello tecnico molto elevato. Sui campi da gioco è stata una bellissima Coppa d’Africa, da cui giunge conferma che il calcio continentale ha raggiunto finalmente una soglia di maturità vera. E la finale fra Marocco e Senegal, fino a che non è scattata la follia post-90’, è stata equilibrata e ben giocata.
FIFA president's reaction when Morocco's Brahim Díaz missed the penalty against Senegal in the AFCON finals. pic.twitter.com/kO31l0GxDb
Spalti vuoti e tifosi rimasti fuori a caccia del biglietto
Purtroppo le note positive finiscono qui. Perché fuori dal campo la Coppa d’Africa è stata un disastro. A partire dallo sconcertante spettacolo degli spalti vuoti. Un panorama indegno di un campionato continentale per squadre nazionali. Si sono verificate scene incomprensibili, come quelle che hanno visto migliaia di tifosi algerini fuori dagli impianti a caccia di biglietti, mentre all’interno i settori erano vuoti nonostante risultassero esauriti. Il caso si è ripetuto con altre tifoserie e chiama in causa il sistema di vendita dei tagliandi. Che evidentemente è andato in tilt.
Pessimo messaggio, come al Mondiale Fifa per club dell’estate 2025
Su questo aspetto si è innescato uno scaricabarile fra gli organizzatori locali e la confederazione africana (Caf). Secondo i marocchini, l’organizzazione della manifestazione è della Caf e per questo loro declinano ogni responsabilità. Rimane il pessimo messaggio, in linea con quanto è già successo e continua a succedere a margine di altre grandi manifestazioni internazionali sotto egida Fifa. Se n’è avuta una prima dimostrazione in occasione del Mondiale Fifa per club dell’estate 2025, quando fu quasi necessario chiamare i buttadentro per evitare scenari di spalti deserti.
Infantino già rivendica successi surreali per il Mondiale 2026
Il seguito si avrà col Mondiale di Canada-Messico-Usa dell’estate 2026, già segnati dalle polemiche sul costo esorbitante dei biglietti. È una tendenza pericolosa che si sta strutturando, senza che si riesca ad approntare una contromisura. Anzi, il presidente della Fifa Infantino rivendica successi surreali. Come le 150 milioni di richieste di prenotazioni per i biglietti delle gare, presentate come un record assoluto. Bella forza: il Mondiale 2026 è il primo segnato dal passaggio da 32 a 48 squadre. Il record era nei fatti, non c’è nulla di cui vantarsi.
Fra quattro anni la prima edizione intercontinentale della Coppa del mondo
Per questa edizione della Coppa d’Africa il Marocco ha potuto giocarsi l’alibi dell’organizzazione da imputare alla confederazione africana. Non una grande dimostrazione di coraggio e responsabilità, per un Paese che fra quattro anni ospiterà la prima edizione intercontinentale del Mondiale. Nel 2030 la manifestazione si terrà infatti in Marocco, Portogallo e Spagna, con singole partite giocate in Argentina, Paraguay e Uruguay (altra megalomania di Infantino).
Giudizio pesantemente negativo sulle capacità del Marocco
Ne consegue che, se questa edizione della Coppa d’Africa doveva essere un test per le capacità organizzative del Marocco, il giudizio è pesantemente negativo. Certo, mancano quattro anni all’appuntamento. Ma bisognerà fare parecchi passi avanti per essere all’altezza di una sfida così gravosa. Soprattutto bisognerà evitare che si ripetano scene come quelle di cui si è lamentata la federazione senegalese.
Check out this senegal goal against morocco in the AFCON final Gueye decimate buonuo
Il trattamento riservato all’avversaria del Marocco in finale è stato pessimo. I calciatori del Senegal sono arrivati a Rabat in treno e non hanno trovato nessuna misura di sicurezza ad accoglierli: sul web girano filmati che li ritraggono mentre si mescolano coi viaggiatori in stazione, con ovvi rischi per la loro incolumità. Inoltre anche la sistemazione alberghiera e la messa a disposizione della struttura di allenamento sono state oggetto di polemica.
Re Mohammed VI del Marocco è uno dei potenti emergenti del calcio globale
Tutto quanto è avvenuto sotto l’occhio inerte di Fifa e Caf. Per ovvi motivi: re Mohammed VI del Marocco è visto come uno dei potenti emergenti del calcio globale. Trattato in modo estremamente riverente da Infantino, che per gli autocrati ha una passione speciale. I toni duri che, nelle scorse ore, il presidente Fifa ha riservato al Senegal non verrebbero replicati nei confronti del Marocco. Potete starne certi.
Re Mohammed VI del Marocco (foto Ansa).
Motsepe, il controverso miliardario a capo della Caf
Non meno meschina la figura rimediata da Patrice Motsepe, presidente della Caf. Sudafricano, imprenditore minerario, passato alla storia per essere stato il primo africano di pelle nera a entrare nella lista mondiale dei miliardari stilata da Forbes, Motsepe è una creatura di Infantino. Nel 2021 accettò quasi obtorto collo di essere eletto come presidente della confederazione africana (Infantino aveva fatto in modo che tutti i concorrenti lasciassero la competizione), annunciando che avrebbe svolto soltanto un mandato. Ovviamente, quando nel 2025 quel mandato è scaduto, Motsepe si è ripresentato e adesso è sempre lì. Ha capito anche lui la forza del calcio come strumento politico.
CAF President Patrice Motsepe said this is the best AFCON ever.
Senegal briefly walked off the pitch in the final due to the officiating.
Eto'o was fined $20,000 and suspended for 4 games for a gesture questioning the Referee's call in Morocco and Cameron's game.
Il suo agire presidenziale consiste principalmente nell’applicare gli indirizzi dettati da Infantino. Fra questi, la decisione di allungare da due a quattro anni il lasso di tempo fra un’edizione e l’altra della Coppa d’Africa. Una mossa fatta in applicazione della volontà di Infantino di dare sempre meno spazio alle competizioni continentali. Dal 2028 (ultima edizione segnata dalla cadenza biennale) si cambia scadenze. Una mossa che ha fatto infuriare molte federazioni nazionali africane. Motsepe tira dritto, convinto di agire per il bene del calcio. Ma dopo la figuraccia di domenica, qualche dubbio sul suo modo di gestire (per altri) il potere dovrà pur sorgergli.
Valentino Ludovico Clemente Garavani, noto semplicemente come Valentino, si è spento all’età di 93 anni nella sua residenza romana. La notizia della morte dello stilista, creatore dell’omonima maison, è stata diffusa dalla Fondazione Valentino Garavani e da Giancarlo Giammetti, suo storico collaboratore e compagno di lunga data. Nato a Voghera nel 1932, Valentino ha iniziato la sua carriera nel mondo della moda a Parigi, perfezionandosi negli atelier di Jean Dèsses e Guy Laroche, prima di rientrare in Italia e aprire a Roma, in Via Condotti, il suo laboratorio di sartoria. La sua consacrazione arrivò nel 1962, con la storica presentazione delle sue creazioni a Palazzo Pitti, evento che lo proiettò sulla scena internazionale.
Il forum di Davos,che ha aperto i battenti lunedì 19 gennaio e li chiuderà il 23, ha come tema ufficiale A Spirit of Dialogue. Il problema è che il dialogo quest’anno entra in sala con un’arma puntata sul tavolo: la coercizione economica. Donald Trump ha minacciato di applicare dazi del 10 per cento ai Paesi che intendono difendere laGroenlandiadalle mire americane (Danimarca, Norvegia, Svezia, Francia, Germania, Gran Bretagna, Olanda e Finlandia). Il presidente Usa, ancora una volta, tratta una questione di sovranità territoriale alla stregua di un’operazione di mercato.
Donald Trump (Ansa).
Il bazooka europeo contro le pressioni economiche
A preoccupare, oltre alla sovranità groenlandese e alle ripercussioni che avrebbe una possibile annessione sulla tenuta della Nato, è il precedente che verrebbe a crearsi. Se passa l’idea che un alleato possa usare il commercio come clava per ottenere concessioni territoriali o politiche, allora il problema non è l’Artico: è il metodo. È la normalizzazione del ricatto. In teoria l’Europa avrebbe già da tempo dovuto vaccinarsi contro questa logica. In pratica lo sta facendo adesso, perché dal 2023 esiste uno strumento fatto apposta per rompere il meccanismo del ricatto: l’Anti-Coercion Instrument (ACI), il cosiddetto bazooka. È un regolamento UE (Reg. 2023/2675) entrato in vigore il 27 dicembre 2023, pensato per proteggere l’Unione e gli Stati membri da pressioni economiche che mirano a forzare scelte sovrane, attraverso minacce o misure su commercio e investimenti. Che oggi a Bruxelles se ne parli come possibile risposta alla mossa di Trump è una forma elementare di autodifesa. Altro che escalation.
Ursula von der Leyen (Ansa).
La narrazione trumpiana sulla debolezza dell’Europa
Il bisogno di sicurezza con cui Trump giustifica le mire sull’isola artica è solo un alibi. Gli Stati Uniti in Groenlandia ci sono da decenni, con una presenza militare permanente e una base – la Pituffik Space Base – che è un nodo strategico per missile warning, missile defense e sorveglianza spaziale. E soprattutto tra Stati Uniti e Danimarca nel 1951 è stato siglato un accordo di Difesa che consente la costruzione di infrastrutture militari in Groenlandia per la difesa dell’area Nato. A cui vanno aggiunte le intese successive, come l’accordo del 2004 che integra e aggiorna il quadro. Per questo la Groenlandia, così come viene agitata oggi, è un simbolo di potere, di prestigio, di ownership.
Una bandiera danese in Groenlandia (foto Ansa).
E Davos diventa il palcoscenico perfetto: molto rumore, tanta teatralità, una parola-chiave per spostare l’attenzione. Il rumore serve anche a comprimere tutto il resto dell’agenda dentro una narrazione unica: l’America è forte, l’Europa è debole. Mentre si parla di Groenlandia, si possono così lasciare ai margini dossier più scomodi o più divisivi: il rapporto con l’Ucraina, la crisi mediorientale, la gestione del Venezuela, e – soprattutto – le contraddizioni interne americane che la narrazione trumpiana cerca di coprire. Qui entra in gioco la seconda partita, quella culturale, che in Italia trova sempre un pubblico pronto: la tesi secondo cui l’Europa tende a mitizzare la propria superiorità, mentre l’America sarebbe la prova che contano solo crescita e durezza. È un frame comodo, perché maschera da realismo una mera ideologia: la riduzione del benessere a Pil e della politica a rapporto di forza. C’è poi un punto che riguarda noi direttamente, e che rende grottesca l’amata retorica dell’Europa debole. Gli Stati Uniti hanno da decenni una rete di basi e installazioni nel Vecchio Continente, Italia compresa. Eppure nessuno sano di mente sosterrebbe che quelle basi (sette sul nostro territorio nazionale) implicano la “proprietà” del territorio. Il Congressional Research Service, ad esempio, descrive il ruolo di siti come Sigonella e l’homeporting della Sesta Flotta nell’area di Gaeta/Napoli, insieme al quadro più ampio della presenza Usa in Italia e in Europa. È un esempio utile perché traccia la linea rossa: cooperare non significa essere disponibili al ricatto. Oggi tocca alla Groenlandia, domani potrebbe toccare a noi. Ogni Paese europeo rischia di diventare negoziabile come una voce di bilancio.
Donald Trump e JD Vance (Ansa).
Quanto vale davvero la sovranità europea?
Ecco perché Davos, per l’Europa, non può essere foto di rito e diplomazia “morbida” che spera di evitare lo scontro cedendo un pezzo alla volta. Davos dovrebbe essere il luogo in cui l’Ue dice una cosa semplice: la Groenlandia è un dossier che si gestisce entro i confini della Nato e del diritto internazionale. E se la minaccia tariffaria viene usata per forzare una scelta sovrana, allora l’Ue invece di fare la parte dell’offesa deve usare gli strumenti che ha a disposizione, a partire dall’ACI, nato proprio per impedire che la coercizione diventi prassi. Ma Davos dovrebbe essere anche l’occasione per ribaltare la narrazione dell’Europa irrilevante. L’Unione è una potenza di mercato e regolatoria, e deve comportarsi come tale. Accesso al mercato unico, servizi, appalti, supply chain sono le leve che contano davvero, soprattutto quando l’altra parte pensa di poter trasformare la politica in un’asta con tariffario. E mentre difende la sovranità, l’Europa deve difendere anche ciò che la rende forte: un modello sociale che riduce la caduta, trasforma ricchezza in protezione, rende la società meno fragile e quindi meno manipolabile. Dentro questo quadro, l’Italia ha una responsabilità doppia. Da un lato perché è una frontiera strategica (Mediterraneo, sicurezza, energia, migrazioni), dall’altro perché è il Paese che più rischia quando scambia la postura sovranista per sovranità reale. L’Italia se si isola diventa un bersaglio. Se resta all’interno dell’Europa è una gamba di un blocco che può negoziare da pari. La vera domanda che Davos pone non è come evitare l’ennesima crisi con Trump. È: quanto vale la sovranità europea, se basta una minaccia di dazi per metterla all’asta? Se questa chiarezza manca, Davos smette di essere un forum e diventa un banco di prova della resa. La scenografia perfetta in cui il rumore copre la sostanza e la sovranità europea viene trattata come una variabile di prezzo. E a quel punto non stiamo più discutendo di Groenlandia: stiamo accettando che Davos diventi una borsa valori del diritto internazionale.
Chiusura della Francia all’ipotesi di aderire al Board of Peace per Gazapromosso dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump. A riferirlo all’agenzia France Presse sono fonti vicine al capo dell’Eliseo, secondo le quali l’iniziativa «suscita interrogativi importanti». In particolare, viene sottolineato come la Carta del progetto vada «oltre lo stretto quadro di Gaza», discostandosi dalle aspettative iniziali. Le stesse fonti mettono in guardia sui possibili effetti dell’organismo proposto, che «suscita importanti interrogativi, in particolare, circa il rispetto dei principi e della struttura delle Nazioni Unite, che non possono in nessun modo venire rimessi in discussione».
La posizione del Canada: «Non pagheremo per entrare nel Board»
Diversa la posizione del Canada, che ha fatto sapere di non essere disposto a versare alcuna somma per ottenere un posto nel Board of Peace voluto da Trump. Secondo quanto riferito dalla Afp citando fonti governative di Ottawa: «Il Canada non pagherà per un seggio nel Consiglio, e al momento non è stata avanzata alcuna richiesta in tal senso», in riferimento al miliardo di dollari ipotizzato per un posto permanente. Allo stesso tempo, il governo canadese ha confermato l’intenzione del primo ministro Mark Carney di «accettare l’invito» a partecipare all’organismo. L’organo, inizialmente pensato per seguire la ricostruzione di Gaza, secondo la bozza di statuto avrebbe però un mandato più ampio, senza un riferimento esplicito al territorio palestinese, puntando a contribuire alla soluzione dei conflitti armati a livello globale. Tra i leader invitati a farne parte figurano numerosi capi di Stato, incluso il presidente russo Vladimir Putin.
Il gip del tribunale della Spezia ha confermato la custodia cautelare in carcere per Zouhair Atif, il 19enne che ha ucciso con una coltellata Abanoub Youssef, 18 anni, all’interno dell’istituto professionale “Domenico Chiodo”. Secondo quanto filtra dalla città ligure, il giudice ha indicato il reato di omicidio aggravato dai futili motivie non avrebbe ancora preso in considerazione l’aggravante della premeditazione, che però potrebbe essere applicata in un secondo momento.
Il legale: «Tutto lascia pensare ci sia spazio per una perizia psichiatrica»
«Ha detto di essersi sentito minacciato da Youssef e nega assolutamente ci siano stati altri episodi di minacce da parte sua con un coltello in passato. Per assurdo trovo che la misura cautelare in carcere sia oggi la soluzione che meglio possa difendere Zouhair da sé stesso». Lo ha dichiarato Cesare Baldini, legale di Atif, che parlando con i cronisti ha descritto il suo cliente come «una persona con un passato di grandi sofferenze, lasciato da solo in Marocco fino ai 15 anni, poi tornato prima del Covid e ritornato dopo la pandemia». Un giovane, ha poi aggiunto, «con poche amicizie» e che in passato ha compiuto atti di autolesionismo: «Tutto lascia pensare ci sia lo spazio per una perizia psichiatrica, ne parleremo con il pubblico ministero».
Paolo Sorrentino torna al cinema con La Grazia, presentato in anteprima alla Mostra del Cinema di Venezia 2025 e primo lavoro dopo l’acclamato Parthenope. La trama ruota attorno alla figura di un presidente della Repubblica, Mariano De Santis, giunto alla fine del suo mandato: entra nel semestre bianco tuttavia confrontandosi con due richieste di grazia e una controversa legge sull’eutanasia che attendono sulla sua scrivania. In tanti hanno rivisto, sia per l’aspetto sia per alcuni tratti caratteriali, potenziali riferimenti all’attuale Capo dello Stato Sergio Mattarella, ma il regista ha più volte ribadito come il film non sia tratto da una storia vera.
La Grazia di Paolo Sorrentino: trama e cast del film
Protagonista del film è dunque un immaginario presidente della Repubblica, Mariano De Santis, nei cui panni recita Toni Servillo, storico collaboratore di Sorrentino apparso in diverse sue opere. Giunto alla fine del suo mandato, si trova di fronte agli ultimi compiti: in primo luogo, decidere in merito a due delicate richieste di grazia. Da un lato un ex insegnante di storia molto stimato nell’ambiente didattico, colpevole di aver ucciso la moglie afflitta da Alzheimer: si tratta di uno spunto che lo stesso Sorrentino ha preso da un episodio simile in cui Sergio Mattarella, nel 2016, aveva concesso la grazia ad un uomo reo confesso per un caso simile. Dall’altro lato c’è invece una giovane donna in carcere per aver accoltellato nel sonno il marito violento. In aggiunta, sulla sua scrivania c’è la bozza di una legge sull’eutanasia. Ad aiutarlo nelle difficili decisioni sono la sua coscienza e la figlia Dorotea (Anna Ferzetti), giurista come lui.
«I punti in comune tra il protagonista del film, il presidente De Santis, e il presidente Mattarella? Il personaggio del film non è ispirato a Mattarella anche perché a voler essere precisi anche Scalfaro aveva una figlia». Con queste parole il premio Oscar Paolo Sorrentino ha risposto, in conferenza stampa, nel presentare La Grazia circa la possibilità di un collegamento fra il suo presidente e uno dei capi di Stato realmente esistiti. «La formazione cattolica è una costante di molti presidenti della Repubblica. Non ci siamo ispirati a Mattarella ma evidentemente qua e là per le coordinate essenziali abbiamo fatto riferimento a numerosi capi di Stato. Il personaggio ha poi preso una sua vita autonoma indipendente da qualsiasi riferimento reale». De Santis e la sua storia non sono dunque ispirati a una storia vera, ma rappresentano la proiezione delle sue domande e delle sue sensazioni che Sorrentino ha portato sullo schermo.
Il cda di TIM ha deliberato alcune variazioni della governance. Il Consiglio d’amministrazione ha cambiato la composizione dei comitati dopo le dimissioni di Umberto Paolucci, effettive dal primo gennaio 2026. Il board ha nominato Lorenzo Cavalaglio e Stefano Siragusa, rispettivamente membri del Comitato Nomine e Remunerazioni e del Comitato per le Parti Correlate. Inoltre sono stati scelti tre key manager. Sono Maria Enrica Danese, Alessandra Michelini e Sabina Strazzullo. La prima è direttrice Corporate Communications & Sustainability. La seconda è l’ad di Tesly. La terza è direttrice Public Affairs. Danese detiene 227.231 azioni di TIM, mentre Strazzullo 96.390 e Michelini 88.111.
Era particolarmente attesa l’emissione del cedolino del personale della scuola per il mese di gennaio 2026 in vista dell’applicazione pratica del rinnovo contrattuale per il triennio 2022-2024. E le aspettative sono state premiate. La firma definitiva del nuovo accordo, avvenuta il 23 dicembre 2025, ha sbloccato le risorse destinate a circa 1 milione 200 mila lavoratori tra personale docente e amministrativo, tecnico e ausiliario (Ata). È lo stesso ministero dell’Istruzione e del Merito a garantire l’arrivo degli aumenti degli stipendi mensili e il pagamento degli arretrati maturati negli anni precedenti per il ritardo del rinnovo stesso. Il dicastero di Viale Trastevere ha gestito le procedure in tempi ridotti per assicurare che i benefici economici fossero visibili già nel primo mese dell’anno, confermando una gestione amministrativa orientata all’efficienza. L’accordo si inserisce in un piano di interventi pluriennali che avranno quale obiettivo quello di stabilizzare il potere d’acquisto dei dipendenti del pubblico impiego degli istituti statali.
Cedolino personale scuola gennaio 2026: cifre e modalità di erogazione
Il ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara (Imagoeconomica).
La visione del cedolino degli insegnanti e del personale Ata del mese di gennaio 2026 permette di individuare le somme specifiche attribuite alle diverse categorie professionali. Per quanto riguarda gli aumenti a regime, i docenti percepiscono circa 150 euro mensili aggiuntivi, mentre per il personale Ata l’incremento si attesta su 110 euro. Parallelamente, il 13 gennaio 2026 è stata effettuata un’emissione straordinaria per il pagamento degli arretrati relativi al periodo 2022-2024. La distribuzione delle somme avviene secondo i seguenti parametri:
gli arretrati per il personale docente ammontano a 1.948 euro;
gli arretrati per il personale Ata sono pari a 1.427 euro;
l’indennità una tantum, di circa 145 euro per i docenti, sarà erogata nel mese di febbraio 2026;
la verifica degli importi è disponibile sulla piattaforma digitale Noipa;
gli aumenti totali stimati dopo tre rinnovi contrattuali raggiungono i 416 euro mensili, considerando anche quello per il quale partiranno, a breve, i nuovi tavoli contrattuali all’Aran per il triennio 2025-2027.
Prospettive contrattuali e dichiarazioni del ministero
In merito alle operazioni in corso, il ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara ha dichiarato: «Abbiamo mantenuto la promessa. Aumenti e arretrati già in pagamento da gennaio 2026. Un investimento concreto sul personale scolastico, con una tempistica senza precedenti. Il lavoro continua già sul contratto 2025–2027». Tuttavia, l’attività amministrativa non si esaurisce con i pagamenti di questo mese. Sono infatti già state avviate le procedure di rinnovo del contratto per il triennio successivo attraverso l’invio della proposta di atto di indirizzo alla Funzione pubblica. Questo passaggio permetterà all’Aran di convocare i rappresentanti sindacali per l’apertura delle nuove trattative. Contestualmente, è stato siglato un accordo per la distribuzione delle risorse del fondo di istituto, da assegnare al personale tramite una contrattazione specifica all’interno di ogni singola scuola e finalizzata a valorizzare le attività aggiuntive svolte in sede.
Nuova nomina ai vertici dei marchi del gruppo LVMH: Tiffany & Co. ha affidato a David Ponzo l’incarico di Deputy Chief Executive Officer. Nel suo incarico, Ponzo guiderà l’intera organizzazione commerciale e retail di Tiffany a livello globale: riporterà direttamente al presidente e ceo Anthony Ledru.
Chi è David Ponzo
Prima del suo ingresso in Tiffany & Co., Ponzo è stato per cinque anni Chief Commercial Officer di Louis Vuitton. In precedenza ha ricoperto il ruolo di amministratore delegato e presidente della divisione giapponese del marchio. Nel suo curriculum anche ruoli senior in Swatch e Omega, in particolare nel mercato asiatico. In Tiffany subentra di fatto a Gavin Haig, ex ceo andato in pensione nel 2025.
Brahim Diaz rompe il silenzio dopo il clamoroso errore dal dischetto, costato al suo Marocco la Coppa d’Africa nella caotica finale contro il Senegal. Il numero 10 dei Leoni dell’Atlante, accusato addirittura di aver sbagliato di proposito, ha sfogato la sua frustrazione con un breve e commosso post sui social. «Mi fa male l’anima», ha esordito l’ex Milan. «Ho sognato questo titolo per tutto l’amore che mi avete dato, per ogni messaggio, ogni dimostrazione di sostegno che mi ha fatto sentire come se non fossi solo. Ieri ho fallito, me ne assumo la piena responsabilità e chiedo scusa dal profondo del mio cuore». Il 26enne nato a Malaga, che ha scelto di giocare con il Marocco per onorare le origini del padre, ha poi descritto il momento difficile: «Sarà difficile per me rialzarmi, questa ferita non guarisce facilmente, ma ci proverò. Non per me, ma per il bene di tutti quelli che hanno creduto in me, e per tutti quelli che hanno sofferto con me. Continuerò ad andare avanti finché un giorno potrò ricambiare questo amore ed essere orgoglioso del popolo marocchino».
Bauli ha annunciato la nomina di Federico Vescovi nel duplice ruolo di Chief Financial Officer e Chief Commercial Officer International. Il manager avrà la responsabilità delle funzioni finance del gruppo e, parallelamente, guiderà lo sviluppo commerciale sui mercati internazionali. Prima del suo ingresso nel gruppo dolciario con sede a Verona, Vescovi ha trascorso quasi 17 anni in Barilla, ricoperto importanti incarichi tra cui quello di presidente per l’Asia, l’Africa e l’Australia. In precedenza aveva lavorato per Procter & Gamble, occupandosi di finance e supply chain management.
Il governo di Copenaghen ha scelto di non partecipare al World Economic Forum di Davos in una fase segnata dal crescente confronto sulla Groenlandia, che sta incidendo sui rapporti tra Europa e Stati Uniti. A riferirlo è stata l’organizzazione del Forum in una comunicazione diffusa a Bloomberg, nella quale si precisa: «I rappresentanti del governo danese sono stati invitati quest’anno e qualsiasi decisione sulla partecipazione è una questione che riguarda il governo interessato». Nella stessa nota viene inoltre confermato che «Possiamo confermare che il governo danese non sarà rappresentato a Davos questa settimana».
Media: «La Danimarca rafforza la sua presenza di soldati in Groenlandia»
Intanto Copenaghen sta rafforzando la propria presenza militare in Groenlandia. L’emittente Tv2 ha riferito che, dopo l’arrivo iniziale di 100 soldati impegnati nell’operazione Nato Arctic Endurance, è previsto l’invio di «un sostanziale numero» di ulteriori militari, diretti all’aeroporto di Kangerlussuaq, situato a circa un’ora di volo a nord di Nuuk. Tra coloro che raggiungeranno l’isola artica figura anche il maggiore generale Peter Boysen, comandante in capo dell’esercito danese. La notizia è stata confermata da un portavoce militare alla Cnn, alla quale è stato spiegato che ci sarà un «aumento sostanziale» delle truppe danesi dispiegate in Groenlandia e che il generale Boysen sarà presente.
Antoine Pinnon è più il Ceo di Tag Heuer. L’addio del Chief executive manager è stato ufficializzato dal gruppo LVMH Moët Hennessy Louis Vuitton. Pin saluta anche la holding, dopo una carriera lunga 23 anni. La sua carriera, infatti, è iniziata nel 1994 come Junior Sales Manager per DFS e Medio Oriente, prima dell’acquisizione del marchio da parte di LVMH nel 1999. Nel 2022, invece, è diventato Direttore Marketing Internazionale di Zenith. Diversi i ruoli di vertice all’interno di marchi del gruppo. Tra questi anche quello di Managing Director per il comparto orologi di Bulgari. Nel 2024 era subentrato a Julien Tornare nel ruolo di amministratore delegato di Tag Heuer.
Skyscanner ha analizzato milioni di voli e prezzi per individuare le mete più economiche da visitare nel 2026. Dalla vivace Italia alla Finlandia artica, le destinazioni low cost combinate a esperienze uniche offrono viaggi accessibili senza rinunciare alla qualità. Il Planner sul sito di Skyscanner segnala anche il giorno più economico per volare, spesso il venerdì, e i 10 voli più economici di ogni mese.
Le mete più economiche del 2026
Istanbul (Wikipedia).
In Italia, Napoli sorprende con il suo centro storico patrimonio dell’Unesco, la pizza leggendaria e le escursioni giornaliere verso Pompei e la Costiera Amalfitana, con voli a partire da 89 euro. Kittilä, in Finlandia, offre sport invernali, aurore boreali e avventure su slitte trainate da husky a 105 euro. Budapest affascina con il Danubio, le terme storiche e i ruin bar a 110 euro, mentre Londra combina musei gratuiti, parchi reali e street food a 118 euro. Atene, con monumenti antichi e quartieri vivaci, si raggiunge da 134 euro. Lisbona attira con colline soleggiate, azulejos e bar di fado a 143 euro. Vienna, tra palazzi imperiali e caffè storici, costa 148 euro. Copenaghen unisce design scandinavo, canali e cucina New Nordic a 168 euro. Istanbul offre bazar, moschee e traghetti sul Bosforo a 216 euro, mentre Sal, a Capo Verde, permette di godersi spiagge e immersioni a 233 euro.
«Sono innocente, non ho mai fatto del male a Serena e neanche i miei familiari. Non so chi le abbia fatto del male. Lei quel giorno non è mai venuta da me». È quanto ha affermato Marco Mottola nel corso di dichiarazione spontanee rilasciate ai giudici della corte d’Assise d’Appello di Roma. L’uomo è imputato con il padre e la madre per l’omicidio della 18enne Serena Mollicone, trovata morta il primo giugno del 2001 in un boschetto ad Arce (Frosinone). Mottola ha inoltre smentito le parole di Santino Tuzi, il carabiniere che prima di togliersi la vita disse riferì della presenza di Serena in caserma il giorno dell’omicidio. Mottola ha negato qualsiasi rapporto sentimentale o sessuale con la ragazza, così come il fatto di essere stato coinvolto nello spaccio di droga (e dunque anche l’eventualità che Mollicone volesse denunciarlo). Nelle sue dichiarazioni ha poi fatto riferimento alla porta interna alla stessa caserma, contro la quale la ragazza sarebbe andata a sbattere dopo essere stata colpita: «L’ipotesi che io l’abbia spinta contro la porta è falsa e ci sta rovinando la vita. Di quella porta rotta all’interno della caserma dei carabinieri ho saputo solo nel marzo del 2008, mio padre mi raccontò di averla danneggiata nel corso di una lite con mia madre».
Si chiude il primo turno degli Australian Open 2026. Nella notte italiana fra lunedì 19 e martedì 20 gennaio scenderanno in campo altri cinque azzurri nel tabellone maschile oltre a una nel femminile. Riflettori puntati ovviamente sul match che vedrà il debutto sul cemento di Melbourne del numero due del mondo Jannik Sinner, campione in carica a caccia della terza corona consecutiva e pronto a dare nuovamente battaglia a Carlos Alcaraz per il primo posto nel ranking Atp. L’altoatesino giocherà attorno alle 9 del mattino italiano contro il francese Hugo Gaston, battuto nei due precedenti datati tuttavia 2021. Sarà solo l’ultimo tennista della delegazione tricolore a scendere in campo.
Australian Open 2026, tutti gli italiani in campo martedì 20 gennaio
Lorenzo Sonego (Ansa).
L’Italia del tennis scenderà in campo già all’1 di notte italiana. Sul cemento australiano infatti sarà il turno di Luciano Darderie Lorenzo Sonego, opposti rispettivamente al cileno Cristian Garin, numero 82 del ranking, e Carlos Taberner, 99esimo in classifica. L’italo-argentino spera di staccare per la prima volta il pass verso il secondo turno del primo slam stagionale, dopo che nel 2025 si dovette ritirare per un problema fisico durante il secondo set. «Torno da testa di serie», ha detto ai microfoni di Eurosport il numero 25 del tabellone. «Sono pronto». Per quanto riguarda il torinese, che punta a ripetere l’exploit dello scorso anno quando raggiunse il quarto turno a Melbourne prima di perdere dall’americano Ben Shelton, sarà la prima sfida in carriera allo spagnolo Taberner, che lo scorso anno perse da Luciano Darderi la finale del torneo 250 di Umago, la prima nel circuito maggiore.
Attorno all’1.30 sarà la volta di Lorenzo Musetti, fresco numero cinque del ranking, che non ha mai superato il terzo turno degli Australian Open. Ci proverà iniziando la corsa contro il belga Raphael Collignon, numero 72 del ranking Atp che non ha mai affrontato in carriera. Il carrarino dovrà tuttavia mostrare di aver recuperato pienamente dal fastidio muscolare che gli aveva impedito di terminare l’esibizione contro Alexander Zverev alla vigilia del torneo. Non prima delle 4 del mattino italiano in campo ci sarà Luca Nardi, che affronterà il cinese Wu Yibing, primo tennista del suo Paese a vincere un titolo Atp quando nel 2023 conquistò il Dallas Open battendo l’ex Top 10 americano John Isner. Il tutto dopo aver eliminato un altro statunitense Taylor Fritz.
Nel femminile debutta Elisabetta Cocciaretto
Elisabetta Cocciaretto trionfa a Hobart 2026 (Ansa)
Per quanto riguarda invece il tabellone femminile, dove ha già esordito e vinto il suo primo match Jasmine Paolini, sarà la volta di Elisabetta Cocciaretto. Per la 24enne di Ancona sarà la prima uscita ufficiale dopo il successo del Wta 250 di Hobart, secondo titolo in carriera, contro l’americana Iva Jovic con un doppio 6-4. L’azzurra, già fondamentale nel trionfo in Billie Jean King Cup 2025 grazie al successo contro Emma Navarro, affronterà la polacca Julia Grabher, 29enne numero 95 del ranking. In caso di passaggio del turno si profila un match contro la russa Anna Kalinskaya, con all’orizzonte un possibile terzo turno contro la polacca e numero due Iga Swiatek.
Il 20 gennaio del 2026 sarà un anno da quando Donald Trump ha prestato giuramento a Washington per il suo secondo mandato come 47esimo presidente degli Stati Uniti. L’inizio dell’anno è stato caratterizzato dal rapporto (rapidamente naufragato) con Elon Musk e la creazione del Dipartimento per l’efficienza governativa, chiuso a novembre. È poi stata la volta della politica economica aggressiva dei dazi, preludio della nuova postura di Washington verso l’esterno. Nonostante infatti una campagna elettorale fortemente incentrata sullo slogan “America First“, il secondo mandato di Trump è stato finora caratterizzato da una politica estera più aggressiva e interventista rispetto al primo: dai dazi alla gestione burrascosa e ambigua del sostegno all’Ucraina, fino all’attacco sui siti nucleari dell’Iran e la cattura di Nicolàs Maduro in Venezuela. Ripercorriamo il primo anno di Trump in 12 scatti.
Il 20 gennaio Trump presta giuramento a Washington
Donald Trump giura come 47esimo presidente degli Stati Uniti, al fianco della First Lady Melania Trump.
Il giuramento di Donald Trump (Ansa).
11 febbraio, Elon Musk con il figlio X parla nello Studio Ovale
All’inizio del mandato Trump mostra collaborazione con il magnate tecnologico: discutono di innovazione, infrastrutture spaziali e digitale. L’incontro riflette l’influenza crescente dei leader tech nella politica americana.
Elon Musk e Donald Trump (Ansa).
28 febbraio, Trump e il vicepresidente J.D Vance attaccano Volodymyr Zelensky nello Studio Ovale
I due hanno criticato pubblicamente il presidente ucraino sulle tattiche negoziali e militari in Ucraina. L’incontro fece scalpore perché mise in luce la scarsa condotta diplomatica di Trump con i leader mondiali, con i quali si confronta più come un imprenditore aggressivo che come un politico.
Volodymyr Zelensky, Donald Trump e JD Vance (Ansa).
Trump e il vicepresidente Vance seguono nella Situation Room le operazioni su Fordow, Natanz ed Esfahan.
Donald Trump e JD Vance (Ansa).
15 agosto, l’incontro con Vladimir Putin in Alaska
Trump riceve Putin alla base di Elmendorf-Richardson. Il vertice aveva attirato diverse critiche per il mancato coinvolgimento dei diplomatici ucraini ed europei. Inoltre, aveva portato a un nulla di fatto nei negoziati.
Trump e il presidente russo Vladimir Putin (Ansa).
13 ottobre, il summit per il cessate il fuoco a Gaza a Sharm El-Sheikh
Trump in Egitto insieme ad altri leader internazionali per cercare soluzioni diplomatiche al conflitto nella Striscia di Gaza. Gli Stati Uniti si presentano come garante principale con un piano in due fasi.
Summit su Gaza a Sharm El-Sheikh (Ansa).
30 ottobre 2025, la stretta di mano con Xi Jinping in Corea del Sud
La stretta di mano tra i due leader in un periodo di forte competizione economica e militare tra le due superpotenze.
Stretta di mano fra Trump e il presidente cinese Xi Jinping (Ansa).
21 novembre, Trump incontra il nuovo sindaco di New York Zohran Mamdani
Il presidente incontra il primo sindaco socialista e musulmano di New York, dopo averlo attaccato a più riprese minacciando anche di tagliare i fondi federali alla Grande Mela.
Donald Trump e il nuovo sindaco di New York Zohran Mamdani (Ansa).
3 gennaio 2026, la cattura di Nicolàs Maduro
Trump supervisiona l’Operation Absolute Resolve in Venezuela in una stanza allestita nella sua residenza privata di Mar-a-Lago, in Florida.
Donald Trump osserva la cattura di Nicolas Maduro (Ansa).