Auto travolge operai nel Leccese: quattro morti

Il gruppo era impegnato in un lavoro di potatura degli alberi lungo la circonvallazione di Galatone. Una quinta persona è stata ricoverata in gravi condizioni.

Tragedia nel Leccese, dove un gruppo di operai impegnati in lavori di potatura degli alberi lungo la circonvallazione di Galatone è stato investito da un camion in transito. Secondo le prime informazioni ci sarebbero almeno quattro vittime e un ferito, ricoverato in gravi condizioni in ospedale. Tre delle vittime e il ferito sono operai della ditta Eco.Man Salento impegnati in lavori di potatura lungo la strada. La quarta vittima è il conducente di una Golf che ha perso il controllo dell’auto durante un sorpasso. La vettura ha travolto il camion della Eco.Man fermo sul ciglio della strada che ha a sua volta travolto gli operai. Sul posto stanno operando vigili del fuoco e carabinieri.

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Genova scongiura l’isolamento con la riapertura dell’A26

Il parziale ripristino della circolazione previsto entro le ore 12. Con la chiusra dell'A6 il governatore della Liguria Toti aveva lanciato l'allarme: «È come essere in guerra».

Sembra essere scongiurato l’isolamento nel quale rischiava di trovarsi Genova in seguito all’emergenza maltempo. Entro le ore 12 è infatti prevista la parziale riapertura dell’autostrada A26, tra l’allacciamento con la A10 e lo svincolo di Masone.

TRANSITO SU UNA CORSIA PER OGNI SENSO DI MARCIA

Il tutto avverrà grazie a uno scambio di carreggiata che consentirà il transito su una corsia per ogni senso di marcia. Ciò permette comunque di svolgere le verifiche tecniche sui viadotti Fado e Pecetti ritenuti ammalorati e non sicuri. Il capoluogo ligure era a forte rischio isolamento, anche in considerazione della chiusura dell’A6.

L’ALLARME LANCIATO DA TOTI

Dopo l’iniziale chiusura dell’A26, Il governatore della Liguria Giovanni Toti aveva lanciato l’allarme: «È come se fossimo in tempo di guerra, siamo a Stalingrado, non possiamo reggere la situazione oltre una settimana, non la può reggere il Paese. Deve intervenire il genio militare». «È quasi come il Ponte Morandi», aveva aggiunto, «ma la sicurezza dei cittadini viene prima di tutto. Bene le verifiche, ma è un danno incalcolabile per l’economia della Regione, del Nord-ovest e del Paese, a ridosso del Natale, quando i traffici per il primo sistema portuale d’Italia sono al massimo».

BUCCI DISPONE IL TRASPORTO PUBBLICO GRATUITO

Intanto, il sindaco di Genova Marco Bucci ha disposto l’utilizzo gratuito dell’intera rete urbana di trasporto pubblico Amt (metropolitana, autobus, ascensori e funicolari, navebus, con la sola eccezione del servizio commerciale volabus) fino alla cessazione dell’emergenza per la chiusura dell’A26. La frequenza dei mezzi pubblici sarà intensificata in tutta la città per scongiurare il rischio di una paralisi del traffico.

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La prova Invalsi torna obbligatoria per la Maturità

Non era stata più considerata un requisito vincolante nel precedente anno scolastico. Ora ritorna condizione indispensabile per l'ammissione all'esame.

Torna obbligatorio per i ragazzi delle superiori sostenere la prova Invalsi per accedere all’esame di Maturità. Il test torna quindi a essere pre-requisito per l’esame di Stato, come era accaduto nell’anno scolastico 2017-2018. L’obbligatorietà era stata sospesa per l’anno scolastico 2018-2019. Con la legge Milleproroghe 2018 il precedente ministro dell’Istruzione Marco Bussetti aveva differito di un anno (all’1 settembre 2019) l’applicazione della norma sull’Invalsi, esonerando così gli studenti che hanno fatto la Maturità quest’anno. Ora però, «non essendo intervenuto un ulteriore differimento annuale», la circolare ricorda che «dovrà essere verificato, ai fini dell’ammissione dei candidati interni all’esame di Stato dell’a.s. 2019/2020, oltre al requisito della frequenza scolastica e del profitto scolastico, anche il requisito della partecipazione, durante l’ultimo anno di corso, alle prove a carattere nazionale predisposte dall’Invalsi e quello dello svolgimento delle attività programmate nell’ambito dei percorsi per le competenze trasversali e l’orientamento, secondo il monte ore previsto dall’indirizzo di studi».


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Gli odiosi pregiudizi degli italiani sulla violenza sessuale contro le donne

Il 23,9% pensa che possano essere loro a provocare lo stupro con il modo di vestire. E il 10,3% ritiene che spesso le accuse siano false. Gli stereotipi da abbattere fotografati dall'Istat.

Pregiudizi odiosi e stereotipi pericolosi, da smontare pezzo dopo pezzo. Secondo l’Istat, per il 6,2% degli italiani le “donne serie” non vengono violentate.

Il 39,3% ritiene che una donna sia in grado di sottrarsi a un rapporto sessuale se davvero non lo vuole. E il 23,9% – cioè quasi una persona su quattro – pensa che possano essere loro a provocare lo stupro con il modo di vestire, mentre il 15,1% è convinto che una donna che subisce violenza quando è ubriaca o sotto l’effetto di droghe sia almeno in parte responsabile.

I dati – inquietanti – sono contenuti nel report “Gli stereotipi sui ruoli di genere e l’immagine sociale della violenza sessuale”, diffuso dall’istituto di statistica in occasione della Giornata mondiale per l’eliminazione della violenza sulle donne.

LEGGI ANCHE: Violenza sulle donne, quei segnali d’allarme tra gli adolescenti

Come se non bastasse, per il 10,3% della popolazione italiana spesso le accuse di violenza sessuale sono false, dato che sale al 12,7% tra gli uomini e scende al 7,9% tra le stesse donne. Il 7,2% è convinto che di fronte a una proposta sessuale le donne spesso dicono di no, ma in realtà intendono sì. Infine, l’1,9% ritiene che non si tratti di violenza se un uomo obbliga la moglie o la compagna ad avere un rapporto sessuale contro la sua volontà.

Se poi si parla di conciliazione tra lavoro e famiglia, secondo il 32% degli intervistati «per l’uomo, più che per la donna, è molto importante avere successo nel lavoro»; per il 31,5% «gli uomini sono meno adatti a occuparsi delle faccende domestiche»; per il 27,9% «è l’uomo a dover provvedere alle necessità economiche della famiglia». Mentre per l’8,8% «spetta all’uomo prendere le decisioni più importanti riguardanti la famiglia».

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Perché occorre una mappatura geologica contro il dissesto

Il progetto Carg avviato nel 1988 è fermo da 15 anni per mancanza di fondi. Eppure il suo completamento sarebbe necessario per prevenire disastri e tragedie. Il punto.

Alluvioni e frane provocano vittime. Distruggono case e strade. Lasciando fango e distruzione. È successo di nuovo nelle ultime ore, da Nord a Sud: dalla Liguria a Matera.

IL PROGETTO CARG BLOCCATO DA 15 ANNI

Eppure in Italia non esiste una mappatura geologica precisa. Nonostante la continua denuncia del dissesto idrogeologico che flagella il Paese, i governi che si sono succeduti non hanno pensato di completare quella che è una “risonanza magnetica del territorio” per comprenderlo a fondo. E attuare iniziative di prevenzione, utili a capire anche i pericoli connessi alla sismicità delle aree più vulnerabili. Il progetto Carg, avviato nel 1988 con lo scopo di avere un quadro puntuale della geologia del Paese, è infatti fermo. Bloccato, a meno della metà della sua realizzazione, da almeno 15 anni per mancanza di finanziamenti.

LA CONOSCENZA DEL TERRITORIO

Il progetto di cartografia geologica (Carg) punta alla «realizzazione e informatizzazione dei 636 fogli geologici e geotematici alla scala 1:50.000 che compongono il puzzle della copertura al 50.000 dell’intero territorio nazionale (su una numerazione complessiva di 652 – tenuto conto dei Fogli con numerazione multipla che contengono porzioni di altri limitrofi e di quelli con numerazione duplicata)», recita la dicitura ufficiale. Detta così sembra qualcosa di eccessivamente tecnico.

LEGGI ANCHE: L’impatto degli eventi climatici estremi nelle città italiane

«Per far capire l’obiettivo di questo progetto è necessario fare un esempio», spiegano a Lettera43.it dall’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra) . «La conoscenza del territorio è come una visita medica specialistica approfondita. Insomma, se una persona ha mal di schiena fa degli esami adeguati e si rivolge al medico adatto. Lo stesso vale per lo studio della geologia del Paese: se abbiamo i dati precisi, appena individuato il problema siamo in grado di fornire un’indicazione tempestiva», aggiungono dall’Istituto. Ma l’iniziativa fatica ad andare avanti: i fogli geologici, attivati nell’ambito del Progetto Carg, coprono il 44% del territorio rispetto al totale. Ci sono stati anni di lavoro, a cominciare dal 1988, con varie istituzioni, da quelle locali alle Università. Poi dal 2004 c’è stato lo stop.

PER SBLOCCARE IL LAVORO SERVONO 200 MILIONI

Per sbloccare l’impasse e ultimare il lavoro servirebbero poco più di 200 milioni di euro. In alternativa, per consentire la ripresa del progetto, sarebbero sufficienti 20 milioni all’anno per il prossimo triennio. Quest’anno è arrivato un segno di vita: un emendamento alla legge di Bilancio per destinare 30 milioni di euro al progetto Carg. La proposta è del Movimento 5 stelle, a firma di Vilma Moronese. La parola passa adesso alla maggioranza. «L’emendamento è un passo per andare avanti su un tema che riguarda tutti. Purtroppo si parla di dissesto idrogeologico solo quando ci sono i disastri», dice il pentastellato Mauro Coltorti. «È importante dare un segnale al Paese, la questione si intreccia con le conseguenze dell’emergenza climatica. Perché se da una parte c’è il clima, dall’altra c’è la vulnerabilità del territorio, che va curato nei minimi dettagli. E quale strumento migliore di una cartografia geologica?», sottolinea il senatore geologo. L’approvazione dell’emendamento sarebbe una boccata di ossigeno per il progetto: consentirebbe di realizzare circa 60 fogli geologici, il cui singolo costo si aggira sui 550 mila euro.

L’UTILIZZO IN CONTESTI DI CRISI

L’evoluzione della tecnologia favorirebbe l’impiego della carta geologica in contesti di crisi, come quelli visti nelle ultime ore. «La carta geologica è una infrastruttura preliminare che serve a realizzare le infrastrutture», mettono in chiaro dall’Ispra. «E in caso di richiesta potremmo fornire i dati anche mentre li stiamo realizzando. Se ci dovessero essere delle emergenze, per una zona in particolare, garantiremmo infatti la disponibilità di fornire le informazioni necessarie sulla porzione di territorio interessata da alluvioni o terremoti».

MOLTE REGIONI SENZA COPERTURA

Allo stato attuale, per capire il quadro, Piemonte, Veneto, Toscana, gran parte della Sardegna, ma anche la Calabria non hanno quasi copertura dei fogli. E sono zone ad alto rischio. Con la conoscenza del territorio ci sarebbe così la possibilità di scongiurare disastri, evitando la costruzione di edifici laddove non è geologicamente sicuro. Un esempio drammatico, ma lampante, è la frana di Sarno, che provocò la morte di 137 persone nel 1998. L’area è caratterizzata da terreno vulcanico che assorbe molta acqua, su una roccia calcarea: quando il terreno si è appesantito è venuto giù tutto, causando una tragedia. In presenza di una mappatura puntuale, il pericolo sarebbe stato di dominio pubblico.

ITALIA FANALINO DI CODA

L’Italia ha un primato di cui non andare fieri: è tra i fanalini di coda in Europa sulla conoscenza del territorio. In alcuni Paesi la carta geologica è già alla quarta edizione, con aggiornamenti continui. Eppure l’Italia un tempo era all’avanguardia: la prima carta geologica è stata finanziata nel 1861 da Quintino Sella. Il motivo? Da quegli studi era possibile capire dove reperire le risorse attraverso le estrazioni minerarie. Ma era anche una progettazione orientata alla necessità di studiare le opere pubbliche, come ferrovie e dighe. Proprio come ora.

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Perché occorre una mappatura geologica contro il dissesto

Il progetto Carg avviato nel 1988 è fermo da 15 anni per mancanza di fondi. Eppure il suo completamento sarebbe necessario per prevenire disastri e tragedie. Il punto.

Alluvioni e frane provocano vittime. Distruggono case e strade. Lasciando fango e distruzione. È successo di nuovo nelle ultime ore, da Nord a Sud: dalla Liguria a Matera.

IL PROGETTO CARG BLOCCATO DA 15 ANNI

Eppure in Italia non esiste una mappatura geologica precisa. Nonostante la continua denuncia del dissesto idrogeologico che flagella il Paese, i governi che si sono succeduti non hanno pensato di completare quella che è una “risonanza magnetica del territorio” per comprenderlo a fondo. E attuare iniziative di prevenzione, utili a capire anche i pericoli connessi alla sismicità delle aree più vulnerabili. Il progetto Carg, avviato nel 1988 con lo scopo di avere un quadro puntuale della geologia del Paese, è infatti fermo. Bloccato, a meno della metà della sua realizzazione, da almeno 15 anni per mancanza di finanziamenti.

LA CONOSCENZA DEL TERRITORIO

Il progetto di cartografia geologica (Carg) punta alla «realizzazione e informatizzazione dei 636 fogli geologici e geotematici alla scala 1:50.000 che compongono il puzzle della copertura al 50.000 dell’intero territorio nazionale (su una numerazione complessiva di 652 – tenuto conto dei Fogli con numerazione multipla che contengono porzioni di altri limitrofi e di quelli con numerazione duplicata)», recita la dicitura ufficiale. Detta così sembra qualcosa di eccessivamente tecnico.

LEGGI ANCHE: L’impatto degli eventi climatici estremi nelle città italiane

«Per far capire l’obiettivo di questo progetto è necessario fare un esempio», spiegano a Lettera43.it dall’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra) . «La conoscenza del territorio è come una visita medica specialistica approfondita. Insomma, se una persona ha mal di schiena fa degli esami adeguati e si rivolge al medico adatto. Lo stesso vale per lo studio della geologia del Paese: se abbiamo i dati precisi, appena individuato il problema siamo in grado di fornire un’indicazione tempestiva», aggiungono dall’Istituto. Ma l’iniziativa fatica ad andare avanti: i fogli geologici, attivati nell’ambito del Progetto Carg, coprono il 44% del territorio rispetto al totale. Ci sono stati anni di lavoro, a cominciare dal 1988, con varie istituzioni, da quelle locali alle Università. Poi dal 2004 c’è stato lo stop.

PER SBLOCCARE IL LAVORO SERVONO 200 MILIONI

Per sbloccare l’impasse e ultimare il lavoro servirebbero poco più di 200 milioni di euro. In alternativa, per consentire la ripresa del progetto, sarebbero sufficienti 20 milioni all’anno per il prossimo triennio. Quest’anno è arrivato un segno di vita: un emendamento alla legge di Bilancio per destinare 30 milioni di euro al progetto Carg. La proposta è del Movimento 5 stelle, a firma di Vilma Moronese. La parola passa adesso alla maggioranza. «L’emendamento è un passo per andare avanti su un tema che riguarda tutti. Purtroppo si parla di dissesto idrogeologico solo quando ci sono i disastri», dice il pentastellato Mauro Coltorti. «È importante dare un segnale al Paese, la questione si intreccia con le conseguenze dell’emergenza climatica. Perché se da una parte c’è il clima, dall’altra c’è la vulnerabilità del territorio, che va curato nei minimi dettagli. E quale strumento migliore di una cartografia geologica?», sottolinea il senatore geologo. L’approvazione dell’emendamento sarebbe una boccata di ossigeno per il progetto: consentirebbe di realizzare circa 60 fogli geologici, il cui singolo costo si aggira sui 550 mila euro.

L’UTILIZZO IN CONTESTI DI CRISI

L’evoluzione della tecnologia favorirebbe l’impiego della carta geologica in contesti di crisi, come quelli visti nelle ultime ore. «La carta geologica è una infrastruttura preliminare che serve a realizzare le infrastrutture», mettono in chiaro dall’Ispra. «E in caso di richiesta potremmo fornire i dati anche mentre li stiamo realizzando. Se ci dovessero essere delle emergenze, per una zona in particolare, garantiremmo infatti la disponibilità di fornire le informazioni necessarie sulla porzione di territorio interessata da alluvioni o terremoti».

MOLTE REGIONI SENZA COPERTURA

Allo stato attuale, per capire il quadro, Piemonte, Veneto, Toscana, gran parte della Sardegna, ma anche la Calabria non hanno quasi copertura dei fogli. E sono zone ad alto rischio. Con la conoscenza del territorio ci sarebbe così la possibilità di scongiurare disastri, evitando la costruzione di edifici laddove non è geologicamente sicuro. Un esempio drammatico, ma lampante, è la frana di Sarno, che provocò la morte di 137 persone nel 1998. L’area è caratterizzata da terreno vulcanico che assorbe molta acqua, su una roccia calcarea: quando il terreno si è appesantito è venuto giù tutto, causando una tragedia. In presenza di una mappatura puntuale, il pericolo sarebbe stato di dominio pubblico.

ITALIA FANALINO DI CODA

L’Italia ha un primato di cui non andare fieri: è tra i fanalini di coda in Europa sulla conoscenza del territorio. In alcuni Paesi la carta geologica è già alla quarta edizione, con aggiornamenti continui. Eppure l’Italia un tempo era all’avanguardia: la prima carta geologica è stata finanziata nel 1861 da Quintino Sella. Il motivo? Da quegli studi era possibile capire dove reperire le risorse attraverso le estrazioni minerarie. Ma era anche una progettazione orientata alla necessità di studiare le opere pubbliche, come ferrovie e dighe. Proprio come ora.

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Cellino su Balotelli: «È nero, sta lavorando per schiarirsi»

Le parole - che definire infelici è dire poco - del presidente del Brescia sulla situazione dell'attacante.

Cosa succede con Mario Balotelli? «Che è nero, cosa devo dire, che sta lavorando per schiarirsi però c’ha molte difficoltà». È iniziata con questa frase – che definire infelice è un eufemismo – l’analisi fatta dal presidente del Brescia, Massimo Cellino, sulla situazione dell’attaccante. Al suo arrivo nella sede della Lega Serie A, Cellino ha poi aggiunto: «È successo che nel calcio ci sono squadre che combattono e vincono, se noi pensiamo che un giocatore da solo possa vincere la partita, offendiamo la squadra e il gioco del calcio».

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Le indagini sul viadotto crollato della Torino-Savona

La procura della città ligure vuole accertare anche lo stato dei piloni. Al momento «è impossibile» stabilire la causa del cedimento. Il gruppo Gavio: «Ricostruzione in quattro mesi».

C’è anche lo stato dei piloni nell’inchiesta della procura di Savona che indaga sul viadotto della A6 “Madonna del Monte” crollato domenica 24 novembre.

Quel tratto di autostrada è di competenza di Autostrada dei Fiori, di proprietà del gruppo Gavio. Una porzione di circa 30 metri è venuta giù «a causa di una frana che ha travolto i pilastri», ha detto Giovanni Toti, governatore della Regione Liguria.

Ma il procuratore di Savona, Ubaldo Pelosi, per il momento non esclude nessuna ipotesi: «Abbiamo fatto alcuni sopralluoghi, per chiarire i fatti ci vorrà del tempo». Di sicuro allo stadio attuale «è impossibile» dire se quanto accaduto debba essere attribuito a problemi strutturali oppure no.

LEGGI ANCHE: Sono quasi 6 mila i viadotti da mettere in sicurezza

Intanto Bernardo Magrì, amministratore delegato di Autostrada dei Fiori, ha stimato in quattro mesi i tempi di ricostruzione della parte crollata del viadotto: «È tecnicamente possibile, con l’ipotesi di una campata in acciaio non sorretta da un pilone». Magrì ha aggiunto che ci sono già aziende pronte a intervenire. I tecnici stanno verificando la tenuta dell’altra carreggiata, per valutare se poterla riaprire su due sensi di marcia.

Mentre una buona notizia arriva dai vigili del fuoco, che hanno ufficialmente terminato le ricerche sulla massa della frana: il crollo non ha coinvolto né automobili, né persone. Sono ora in corso le operazioni per la messa in sicurezza dell’alveo, visto il peggioramento delle condizioni meteo atteso per la giornata del 26 novembre.

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Nuovo record per le emissioni di gas serra

Nessun rallentamento nell'ultimo bollettino pubblicato dall'Organizzazione meteorologica mondiale. Ancora in crescita i livelli di anidride carbonica.

Nuovo, preoccupante record dei livelli di gas serra. Lo ha comunicato l’Organizzazione meteorologica mondiale (Omm) nel bollettino pubblicato il 25 novembre. Questa tendenza a lungo termine, dicono gli esperti, si traduce in «impatti sempre più gravi dei cambiamenti climatici, con temperature in aumento, condizioni meteo più estreme, stress idrico, innalzamento del livello del mare e perturbazione degli ecosistemi marini e terrestri». Inoltre, «non vi è alcun segno di rallentamento, per non parlare di un calo», ha detto il segretario generale dell’Omm, Petteri Taalas.

ANCORA IN CRESCITA I LIVELLI DI ANIDRIDE CARBONICA

Il bollettino dei gas serra dell’Omm ha dimostrato che le concentrazioni medie globali di anidride carbonica (Co2) hanno raggiunto 407,8 parti per milione nel 2018, rispetto a 405,5 parti per milione (ppm) nel 2017. L’aumento di Co2 dal 2017 al 2018 è stato molto vicino a quello osservato dal 2016 al 2017 e appena sopra la media nell’ultimo decennio. I livelli globali di Co2, che resta in atmosfera per secoli e negli oceani ancora più a lungo, hanno attraversato il benchmark simbolico e significativo di 400 parti per milione nel 2015. Anche le concentrazioni di metano e protossido di azoto sono aumentate in misura maggiore rispetto allo scorso decennio, secondo le osservazioni della rete Global Atmosphere Watch che comprende stazioni nell’Artico remoto, aree montane e isole tropicali.

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Nuovo record per le emissioni di gas serra

Nessun rallentamento nell'ultimo bollettino pubblicato dall'Organizzazione meteorologica mondiale. Ancora in crescita i livelli di anidride carbonica.

Nuovo, preoccupante record dei livelli di gas serra. Lo ha comunicato l’Organizzazione meteorologica mondiale (Omm) nel bollettino pubblicato il 25 novembre. Questa tendenza a lungo termine, dicono gli esperti, si traduce in «impatti sempre più gravi dei cambiamenti climatici, con temperature in aumento, condizioni meteo più estreme, stress idrico, innalzamento del livello del mare e perturbazione degli ecosistemi marini e terrestri». Inoltre, «non vi è alcun segno di rallentamento, per non parlare di un calo», ha detto il segretario generale dell’Omm, Petteri Taalas.

ANCORA IN CRESCITA I LIVELLI DI ANIDRIDE CARBONICA

Il bollettino dei gas serra dell’Omm ha dimostrato che le concentrazioni medie globali di anidride carbonica (Co2) hanno raggiunto 407,8 parti per milione nel 2018, rispetto a 405,5 parti per milione (ppm) nel 2017. L’aumento di Co2 dal 2017 al 2018 è stato molto vicino a quello osservato dal 2016 al 2017 e appena sopra la media nell’ultimo decennio. I livelli globali di Co2, che resta in atmosfera per secoli e negli oceani ancora più a lungo, hanno attraversato il benchmark simbolico e significativo di 400 parti per milione nel 2015. Anche le concentrazioni di metano e protossido di azoto sono aumentate in misura maggiore rispetto allo scorso decennio, secondo le osservazioni della rete Global Atmosphere Watch che comprende stazioni nell’Artico remoto, aree montane e isole tropicali.

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Sono quasi 6 mila i viadotti da mettere in sicurezza

L'allarme del presidente dell'Upi: nessuna iniziativa concreta intrapresa dopo il monitoraggio seguito al crollo del Ponte Morandi.

Quasi 6 mila viadotti che necessitavano di un intervento urgente e per i quali non è stato fatto ancora nulla. L’allarme è stato lanciato dal presidente dall’Upi (unione delle Province italiane) all’indomani del crollo sulla Torino-Savona e dei danni pesantissimi alle infrastrutture viarie causati dal maltempo. «Nell’agosto del 2018, all’indomani della tragedia del ponte Morandi», ha spiegato Michele De Pascale, «ci venne chiesto un monitoraggio urgente sugli oltre 30 mila ponti, viadotti e gallerie in gestione. In poche settimane consegnammo al ministero delle Infrastrutture un quadro da cui emergeva la necessità di intervenire su 5.931 strutture, su cui avevamo già pronti i primi progetti, e di procedere con indagini tecnico diagnostiche urgenti su 14.089 opere».

«CI ASPETTAVAMO RISPOSTE MIRATE, MA NULLA È STATO FATTO»

«Ci aspettavamo che questa analisi dettagliata portasse a risorse mirate, invece nulla è stato fatto», ha aggiunto il presidente dell’Upi. «Non solo, le Province continuano a essere sottoposte a un assurdo blocco di assunzioni, del tutto ingiustificabile, che non ci permette di avere personale tecnico specializzato, ingegneri, progettisti, tecnici, indispensabili per far procedere rapidamente gli investimenti. Un blocco che sembra essere tutto ideologico, non giustificato da motivi tecnici né di spesa, frutto del pregiudizio contro le Province che non fa che riflettersi sui servizi ai cittadini e perfino sulla loro incolumità e sicurezza».

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Sono quasi 6 mila i viadotti da mettere in sicurezza

L'allarme del presidente dell'Upi: nessuna iniziativa concreta intrapresa dopo il monitoraggio seguito al crollo del Ponte Morandi.

Quasi 6 mila viadotti che necessitavano di un intervento urgente e per i quali non è stato fatto ancora nulla. L’allarme è stato lanciato dal presidente dall’Upi (unione delle Province italiane) all’indomani del crollo sulla Torino-Savona e dei danni pesantissimi alle infrastrutture viarie causati dal maltempo. «Nell’agosto del 2018, all’indomani della tragedia del ponte Morandi», ha spiegato Michele De Pascale, «ci venne chiesto un monitoraggio urgente sugli oltre 30 mila ponti, viadotti e gallerie in gestione. In poche settimane consegnammo al ministero delle Infrastrutture un quadro da cui emergeva la necessità di intervenire su 5.931 strutture, su cui avevamo già pronti i primi progetti, e di procedere con indagini tecnico diagnostiche urgenti su 14.089 opere».

«CI ASPETTAVAMO RISPOSTE MIRATE, MA NULLA È STATO FATTO»

«Ci aspettavamo che questa analisi dettagliata portasse a risorse mirate, invece nulla è stato fatto», ha aggiunto il presidente dell’Upi. «Non solo, le Province continuano a essere sottoposte a un assurdo blocco di assunzioni, del tutto ingiustificabile, che non ci permette di avere personale tecnico specializzato, ingegneri, progettisti, tecnici, indispensabili per far procedere rapidamente gli investimenti. Un blocco che sembra essere tutto ideologico, non giustificato da motivi tecnici né di spesa, frutto del pregiudizio contro le Province che non fa che riflettersi sui servizi ai cittadini e perfino sulla loro incolumità e sicurezza».

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Le cose da sapere sullo sciopero del trasporto aereo del 25 novembre

L'agitazione è stata ridotta a quattro ore (dalle 13 alle 17) dalle 24 iniziali. Ma ha costretto comunque Alitalia a cancellare 137 voli. Nelle stesse ore previsto anche lo stop dei casellanti autostradali.

Durerà quattro ore lo stop del trasporto aereo indetto per lunedì 25 novembre, ma ha già costretto Alitalia a cancellare 137 voli e causerà comunque disagi ai viaggiatori che nella stessa giornata dovranno vedersela con lo sciopero dei casellanti autostradali e, il 29, anche con quello del personale delle Ferrovie dello Stato.

L’AGITAZIONE PREVISTA DALLE 13 ALLE 17

A fermarsi dalle 13 alle 17 (dopo la riduzione dell’agitazione inizialmente di 24 ore imposta dal ministero delle Infrastrutture) saranno su scala nazionale innanzitutto i controllori di volo dell’Enav aderenti a Filt-Cgil, Fit-Cisl, Uiltrasporti, Ugl Ta, Assivolo Quadri, il personale Alitalia di Cub trasporti e AirCrewCommittee e il personale navigante di Air Italy per lo stop proclamato da Filt-Cgil, Fit-Cisl, Uiltrasporti, Ugl Ta. In polemica con l’ordinanza del Mit, l’Usb di Alitalia ha invece deciso di far slittare lo sciopero inizialmente programmato per domani al 13 dicembre, data in cui è già programmato un altro sciopero del trasporto aereo proclamato dalle categoria di Cgil, Cisl, Uil e Ugl per il perdurare della crisi della compagnia e con la richiesta di rifinanziamento del Fondo di solidarietà del trasporto aereo.

ALITALIA PREDISPONE UN PIANO PER I PASSEGGERI

Annunciando le cancellazioni, Alitalia ha predisposto un piano straordinario di riprotezione dei passeggeri su velivoli più grandi e capienti, in modo che il 60% di coloro che hanno un biglietto datato 25 novembre riescano a viaggiare comunque in giornata. Giornata di agitazione anche sulle autostrade. Filt Cgil, Fit Cisl, Uiltrasporti, Sla Cisal e Ugl Viabilità e Logistica denunciano il blocco da parte dell’organizzazione datoriale Fise Acap del rinnovo del contratto nazionale, scaduto ormai da mesi. Lo sciopero riguarderà dunque solo le concessionarie autostradali iscritte all’associazione (tra le altre l’Autostrada dei Parchi, il Traforo del Frejus e del Gran San Bernardo, l’Autostrada del Brennero, la A7 Milano Serravalle e Milano Tangenziali e l’autostrada Pedemontana Lombarda Milano Serravalle).

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Maltempo in tutta Italia, allerta rossa in Emilia Romagna

Allarme arancione in altre sette regioni: Abruzzo, Calabria, Piemonte, Veneto, Marche, Lombardia e Puglia.

Fa sempre più paura il maltempo che sta attraversando l’Italia.
In Liguria un tratto di viadotto lungo l’A6 è crollato per una
frana
, mentre in Piemonte una voragine si è aperta sull’A21. Il
corpo di una donna travolta dal fiume Bormida è stato recuperato nell’Alessandrino.

LEGGI ANCHE: Lo spettro di un nuovo ponte Morandi

Il 25 novembre allerta rossa in Emilia Romagna; arancione in Abruzzo, Calabria, Piemonte, Veneto, Marche, Lombardia e Puglia; gialla in Val d’Aosta, Trentino Alto Adige, Campania, Molise, Basilicata, Umbria, Sicilia e Sardegna.

Il viadotto crollato. ANSA/ US VIGILI DEL FUOCO +++ NO SALES – EDITORIAL USE ONLY +++

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Il bilancio delle vittime nel naufragio di Lampedusa

Sono cinque, tutte donne. Ci sarebbero ancora 20 dispersi. Di Maio: «Dobbiamo lavorare per fare in modo che le imbarcazioni non partano più dalle coste libiche, tunisine e del Nordafrica».

Sono cinque, e non sette come era stato comunicato in un primo momento, i cadaveri recuperati fino ad ora dalla Guardia Costiera e dalla Guardia di Finanza dopo il naufragio avvenuto il 23 novembre a un miglio dall’isola dei Conigli di Lampedusa . Le vittime sono tutte donne: i corpi privi di vita di tre di loro sono stati recuperati in mare dalla motovedetta della Guardia Costiera CP 324, mentre quelli di altre due migranti sono stati ritrovati a terra da personale della Guardia di Finanza.

APERTA UN’INCHIESTA

La Procura di Agrigento ha aperto un fascicolo d’inchiesta per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, naufragio e omicidio colposo plurimo. Già dalla sera di sabato il procuratore aggiunto Salvatore Vella sta seguendo sistematicamente l’evolversi del caso e ha gestito prima la complessa macchina dei soccorsi dei naufraghi e oggi quella del recupero delle salme che fino ad ora sono cinque. I dispersi sarebbero venti, mente 149 persone si sono salvate.

DI MAIO: «FERMIAMO LE PARTENZE DAL NORDALFRICA»

Il ministro degli Esteri Luigi di Maio ha commentato così la tragedia: «Ieri sera ho sentito il ministro Lamorgese, in queste ore stiamo seguendo con molta apprensione quello che sta succedendo. Una cosa è certa, noi dobbiamo lavorare per fare in modo che le imbarcazioni non partano più dalle coste libiche, tunisine e del Nordafrica. Ci stiamo lavorando con tutte le nostre forze».

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La situazione del maltempo in Piemonte e Liguria

Ad Alessandria una donna risulta dispersa. Murazzi allagati a Torino. Situazione critica anche nel Savonese, dove l'allerta è rossa. Mille persone sfollate in Valle d'Aosta.

Il maltempo non dà tregua all’Italia. Domenica 24 novembre la situazione più critica tocca il Piemonte, dove l’allerta è rossa e in mattinata la piena del Po ha superato la soglia di guardia. A Torino i Murazzi e il Borgo Medievale sono allagati. Sotto osservazione le aree del Meisino e del Fioccardo per possibili allagamenti nelle prossime ore. La Protezione civile del Comune è presente sul posto per controllare e informare la cittadinanza. Sono 267 le segnalazioni ricevute dall’inizio dell’emergenza maltempo alla Sala operativa della Protezione civile della Regione Piemonte. I volontari attivati sono finora 1.832.

UNA DONNA DISPERSA AD ALESSANDRIA

Un’auto con a bordo tre persone è finita nel fiume Bormida, in provincia di Alessandria, a causa dell’ondata di maltempo che sta interessando la zona. I vigili del fuoco hanno già recuperato due dei tre occupanti, che sono stati trasferiti in ospedale, mentre una terza persona risulta dispersa, una donna. L’incidente è avvenuto sulla strada provinciale 186 in prossimità del comune di Sezzadio.

IL SINDACO DI ASTI INVITA A LIMITARE GLI SPOSTAMENTI

La piena del fiume Tanaro, ad Asti, sta transitando dentro i margini previsti. A dirlo il sindaco di Asti, Maurizio Rasero, spiegando che stanno proseguendo i monitoraggi durati tutta la notte. «Abbiamo effettuato verifiche nelle aree soggette a criticità» e «con l’Aipo si è agito su alcuni manufatti di difesa spondale». «Il picco di piena è previsto non superi i cinque metri di altezza dalla colonnina di rilevamento cittadina» spiega il presidente della Provincia Paolo Lanfranco, «risultando confinato entro le arginature maestre urbane e sono tutt’ora in corso i monitoraggi delle aree golenali» aggiunge Rasero. Il primo cittadino rinnova l’invito alla popolazione a limitare gli spostamenti e non occupare impropriamente ponti, cavalcavia ed argini. Stesso monito dal presidente della Provincia. «La situazione sulle strade è insidiosa per allagamenti, frane e buche». .

ALLERTA ROSSA ANCHE NEL SAVONESE

Situazione drammatica anche in Liguria, dove le perturbazioni che hanno interessato la regione da ottobre ad oggi hanno stabilito un record: a Mele, Comune del Savonese, sono caduti 1.724 millimetri di pioggia. La media storica annuale è tra 1.700-1.800. «È passata la seconda nottata di allerta rossa in Liguria: ancora piogge con allagamenti e disagi diffusi, soprattutto su Savona e la Val Bormida. Evacuate dalle loro abitazioni altre 23 persone, 14 nella zona da Altare a Mallare (Savona) e 9 a Sant’Olcese (Genova) a causa di due frane». Così il presidente della Regione Liguria Giovanni Toti stamani via Fb conferma che è il Savonese l’area più colpita dal maltempo in Liguria nelle ultime ore. «Restiamo in allerta rossa su Genova fino alle 12 e sul ponente ligure fino alle 15 di oggi: non abbassiamo la guardia».

MILLE PERSONE ISOLATE IN VALLE D’AOTA

Sono circa mille le persone isolate in Valle d’Aosta a causa delle valanghe che hanno portato alla chiusura di alcune strade regionali. Le situazioni più critiche sono quelle nella valle del Lys, dove Gressoney-La-Trinité è isolata a causa delle slavine che incombono sulla regionale. Interrotta anche la strada che porta a Champorcher a causa di una valanga finita sulla carreggiata. Chiuso anche il tratto finale della strada della Val Savarenche. In tutta la Regione, l’allerta meteo è arancione. É stato convocato d’urgenza il comitato viabilità.

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Dietro la violenza sulle donne ci sono troppe madri sbagliate

In tante famiglie l’educazione viene differenziata per genere. Lì si piantano i semi del senso di superiorità e si rafforzano i geni dell’egoismo e del senso di possesso. I Telefoni Rosa arrivano, purtroppo, quando il danno è irrimediabile.

Per tutta la giornata di venerdì e di sabato, nelle lounge di Italo di Napoli, Roma Termini e Milano Centrale, si sono alternate professioniste, attrici e volti noti a vario titolo per posare a favore di Telefono Rosa: le immagini verranno diffuse sui social il 25 novembre, in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, per accompagnare il lancio di una campagna di raccolta fondi e sensibilizzazione che durerà tutta la settimana. Con il contributo raccolto, dice la comunicazione che sostiene l’iniziativa, «Telefono Rosa potrà dare la possibilità alle donne di poter vivere al sicuro nelle case rifugio e ai loro bambini di crescere senza violenza». Tutto corretto, giusto, condivisibile.

In queste ore, qualunque quotidiano, cartaceo o online, ha portato in prima pagina i dati più recenti disponibili sulla violenza inflitta alle donne. Tutti, segnalano un’escalation, un anno dopo l’altro, una giornata dopo l’altra (ogni 15 minuti, dicono, una donna subisce una qualche forma di violenza), e la prima domanda che ci facciamo tutti, da anni, è se questi numeri indichino davvero una tendenza in aumento, nonostante le campagne di sensibilizzazione che crescono a loro volta, o se le violenze siano state sempre le stesse negli ultimi secoli, endemiche al patriarcato (una orribile, costante percentuale di schiaffi, pugni, coltellate, bruciature, pressioni psicologiche e ricatti economici che, come abbiamo avuto spesso modo di scrivere in questo spazio, sono la prima, grande arma a cui gli uomini fanno ricorso per assoggettare le proprie vittime) e che solo oggi trovino, almeno in parte, il coraggio di venire alla luce. Ce ne è venuto, fortissimo, il dubbio, di fronte alle radiografie che Maria Grazia Vantadori, chirurga e referente Casd presso il Pronto Soccorso dell’Ospedale san Carlo di Milano, ha portato in mostra per Pangea onlus come la più sconvolgente, fattuale delle denunce.

NON SI PARLI DI “AMORE MALATO”

I nastrini rosa, il simbolo della conchiglia sono infatti tutte cose bellissime, poetiche ed evocative, soprattutto se aiutano a raccogliere denaro per aiutare le case famiglia che ospitano le donne in fuga; ma essere messi di fronte ai raggi X di polsi fratturati, nasi schiacciati, di un coltello fra le vertebre dorsali, lascia intendere, senza fraintendimenti, che questi non sono casi di “amore malato”, secondo il più trito e il più sbagliato lessico a cui noi giornalisti facciamo ricorso: sono tentativi, fin troppo spesso riusciti, di omicidio. Il modo in cui si forma questo desiderio di uccidere, di fare del male, di sfogare la propria violenza, di dimostrare la propria presunta superiorità, fosse anche solo nel possesso, resta in buona parte da indagare, anche se, come abbiamo avuto sempre modo di scrivere in questo spazio, le donne stesse vi contribuiscono in maniera determinante. Ne abbiamo avuto un’ennesima prova salendo sul treno che ci portava da Roma a Firenze dopo il passaggio in saletta per testimoniare a favore di Telefono Rosa.

SE I DOVERI DELL’UNO NON SONO QUELLI DELL’ALTRO

Dietro di noi è montata in carrozza una famigliola di quattro persone, nella più classica delle composizioni: mamma, papà, bambina di circa 10 anni, ragazzino di sei, forse meno. «Vale, vatti a sedere lì», ha detto la mamma alla figlia: «E tu, dove vuoi sederti?», si è rivolta al piccolo, cambiando non solo atteggiamento, ma letteralmente tono di voce. Da autoritario si è fatto mieloso. Lui si è accomodato, comunque si chiamasse, si è accomodato senza dire una parola e senza distogliere gli occhi dallo smartphone o dal giochino elettronico che aveva fra le mani. Uno dei piccoli tanti reucci di cui è popolata la nostra penisola. Quello a cui era data facoltà di scegliere, mentre alla sorella veniva chiesto di ubbidire. Ci siamo figurate la vita quotidiana nella famigliola borghese, con “Vale” che aiuta la mamma a sparecchiare e il reuccio che fa i capricci. La sensazione di onnipotenza, e in parallelo il senso di profonda frustrazione data dai possibili, e in realtà inevitabili fallimenti, anche da un semplice no, nascono in queste famiglie, nelle tante famiglie dove l’educazione viene differenziata per genere, dove i doveri dell’uno non sono quelli dell’altro, dove si piantano i semi del senso di superiorità e si rafforzano i geni dell’egoismo e del senso di possesso. I Telefoni Rosa arrivano, purtroppo, quando il danno è irrimediabile.

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Dietro la violenza sulle donne ci sono troppe madri sbagliate

In tante famiglie l’educazione viene differenziata per genere. Lì si piantano i semi del senso di superiorità e si rafforzano i geni dell’egoismo e del senso di possesso. I Telefoni Rosa arrivano, purtroppo, quando il danno è irrimediabile.

Per tutta la giornata di venerdì e di sabato, nelle lounge di Italo di Napoli, Roma Termini e Milano Centrale, si sono alternate professioniste, attrici e volti noti a vario titolo per posare a favore di Telefono Rosa: le immagini verranno diffuse sui social il 25 novembre, in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, per accompagnare il lancio di una campagna di raccolta fondi e sensibilizzazione che durerà tutta la settimana. Con il contributo raccolto, dice la comunicazione che sostiene l’iniziativa, «Telefono Rosa potrà dare la possibilità alle donne di poter vivere al sicuro nelle case rifugio e ai loro bambini di crescere senza violenza». Tutto corretto, giusto, condivisibile.

In queste ore, qualunque quotidiano, cartaceo o online, ha portato in prima pagina i dati più recenti disponibili sulla violenza inflitta alle donne. Tutti, segnalano un’escalation, un anno dopo l’altro, una giornata dopo l’altra (ogni 15 minuti, dicono, una donna subisce una qualche forma di violenza), e la prima domanda che ci facciamo tutti, da anni, è se questi numeri indichino davvero una tendenza in aumento, nonostante le campagne di sensibilizzazione che crescono a loro volta, o se le violenze siano state sempre le stesse negli ultimi secoli, endemiche al patriarcato (una orribile, costante percentuale di schiaffi, pugni, coltellate, bruciature, pressioni psicologiche e ricatti economici che, come abbiamo avuto spesso modo di scrivere in questo spazio, sono la prima, grande arma a cui gli uomini fanno ricorso per assoggettare le proprie vittime) e che solo oggi trovino, almeno in parte, il coraggio di venire alla luce. Ce ne è venuto, fortissimo, il dubbio, di fronte alle radiografie che Maria Grazia Vantadori, chirurga e referente Casd presso il Pronto Soccorso dell’Ospedale san Carlo di Milano, ha portato in mostra per Pangea onlus come la più sconvolgente, fattuale delle denunce.

NON SI PARLI DI “AMORE MALATO”

I nastrini rosa, il simbolo della conchiglia sono infatti tutte cose bellissime, poetiche ed evocative, soprattutto se aiutano a raccogliere denaro per aiutare le case famiglia che ospitano le donne in fuga; ma essere messi di fronte ai raggi X di polsi fratturati, nasi schiacciati, di un coltello fra le vertebre dorsali, lascia intendere, senza fraintendimenti, che questi non sono casi di “amore malato”, secondo il più trito e il più sbagliato lessico a cui noi giornalisti facciamo ricorso: sono tentativi, fin troppo spesso riusciti, di omicidio. Il modo in cui si forma questo desiderio di uccidere, di fare del male, di sfogare la propria violenza, di dimostrare la propria presunta superiorità, fosse anche solo nel possesso, resta in buona parte da indagare, anche se, come abbiamo avuto sempre modo di scrivere in questo spazio, le donne stesse vi contribuiscono in maniera determinante. Ne abbiamo avuto un’ennesima prova salendo sul treno che ci portava da Roma a Firenze dopo il passaggio in saletta per testimoniare a favore di Telefono Rosa.

SE I DOVERI DELL’UNO NON SONO QUELLI DELL’ALTRO

Dietro di noi è montata in carrozza una famigliola di quattro persone, nella più classica delle composizioni: mamma, papà, bambina di circa 10 anni, ragazzino di sei, forse meno. «Vale, vatti a sedere lì», ha detto la mamma alla figlia: «E tu, dove vuoi sederti?», si è rivolta al piccolo, cambiando non solo atteggiamento, ma letteralmente tono di voce. Da autoritario si è fatto mieloso. Lui si è accomodato, comunque si chiamasse, si è accomodato senza dire una parola e senza distogliere gli occhi dallo smartphone o dal giochino elettronico che aveva fra le mani. Uno dei piccoli tanti reucci di cui è popolata la nostra penisola. Quello a cui era data facoltà di scegliere, mentre alla sorella veniva chiesto di ubbidire. Ci siamo figurate la vita quotidiana nella famigliola borghese, con “Vale” che aiuta la mamma a sparecchiare e il reuccio che fa i capricci. La sensazione di onnipotenza, e in parallelo il senso di profonda frustrazione data dai possibili, e in realtà inevitabili fallimenti, anche da un semplice no, nascono in queste famiglie, nelle tante famiglie dove l’educazione viene differenziata per genere, dove i doveri dell’uno non sono quelli dell’altro, dove si piantano i semi del senso di superiorità e si rafforzano i geni dell’egoismo e del senso di possesso. I Telefoni Rosa arrivano, purtroppo, quando il danno è irrimediabile.

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Ilaria Cucchi minacciata di morte sui social

Il post è stato pubblicato da un account riconducibile a un sostenitore della Lega. Che in passato aveva invocato attentati a moschee e al parlamento europeo. La sorella di Stefano: «Vorrei sapere Salvini cosa ne pensa».

Una pallottola in testa. È l’auspicio contenuto in un messaggio di morte indirizzato via social a Ilaria Cucchi. A denunciarlo, il 23 novembre, è stata la stessa sorella di Stefano su Facebook, dove ha allegato l’immagine del post di un utente che a 24 ore dall’annuncio della querela nei confronti del leader della Lega ha scritto: «Qualcuno le metterà una palla in testa prima o poi». «Chiedo a Matteo Salvini e a tutti gli iscritti alla Lega», ha commentato Ilaria, «cosa pensano di questo post. Dato che viene da un soggetto che ha un profilo nel quale si dichiara loro sostenitore. Non posso far altro che denunciare ma mi rendo conto che di fronte a tutto questo io e la mia famiglia siamo senza tutela».

UN ACCOUNT SOSPESO DA FACEBOOK PIÙ DI UNA VOLTA

Il post, che a quanto si apprende è stato segnalato alla polizia, è stato pubblicato da un account non nuovo a frasi minatorie nei confronti di Ilaria. «Insistendo, insistendo otterrà quello che vorrà», si legge in un altro post corredato dall’emoticon di un diavolo.

insistendo insistendo otterrà quello che merita😈

Posted by Valerio Melchila on Tuesday, November 19, 2019

Innumerevoli quelli contro il movimento delle Sardine e a favore della Lega e del suo leader Salvini. In un paio di messaggi, il titolare dell’account auspicava un attentato alle moschee o al parlamento europeo tanto da essere stato sospeso da Facebook più di una volta.

La droga fa male sempre e comunque, spero di non essere denunciato se il sabato pomeriggio denuncio che la droga fa male

Matteo Salvini

Salvini, da parte sua, il 23 novembre è tornato sul caso di Stefano Cucchi, pur senza citarlo, ribadendo un concetto che tanto aveva fatto discutere in seguito alla condanna di tre carabinieri per l’omicidio preterintenzionale del geometra romano, morto nell’ottobre del 2009: «La droga fa male sempre e comunque, spero di non essere denunciato se il sabato pomeriggio denuncio che la droga fa male, sempre e comunque», ha detto il leader della Lega.

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Non Una Di Meno, una «marea» contro la violenza sulle donne

Il movimento sfila a Roma. In piazza persone da tutta Italia: «Serve una rivolta permanente». Anche Boldrini in corteo. Mentre il ministro Gualtieri annuncia: «Pronti ad attivare il fondo per gli orfani di femminicidio».

Il 23 novembre migliaia di persone sono scese in piazza a Roma per alzare la voce contro la violenza sulle donne. Una «marea femminista» contro «la violenza patriarcale, economica, istituzionale», l’ha definita il movimento che ha organizzato il corteo, Non Una Di Meno. La manifestazione, a cui hanno partecipato persone da tutta Italia, ha l’obiettivo di «affermare che l’unico cambiamento possibile è a partire dalla rivolta permanente: dalle pratiche, dalle lotte, dalla solidarietà femministe». Gli ultimi numeri sulla violenza di genere parlano da soli: ogni 72 ore in Italia una donna viene uccisa da una persona di sua conoscenza, solitamente il suo partner; tre femminicidi su quattro avvengono in casa; il 63% degli stupri è commesso da un partner o ex partner.

«Purtroppo sembra un virus, una cosa terrificante che avviene e che non desta quello scandalo sociale che dovrebbe», ha detto Laura Boldrini, che ha sfilato in corteo. «Questa manifestazione, invece, vuole riportare l’attenzione su questo tema. Non solo stando accanto a tutte le donne che combattono questo fenomeno, ma anche per dire che siamo qui per chiedere protagonismo, centralità e capacità di incidere nel nostro Paese, dove ancora le donne sono sempre tenute un po’ al margine e dove devono faticare dieci volte più degli uomini per avere lo spazio che meritano. Una manifestazione contro ogni tipo di violenza sulle donne ma anche per riaffermare la centralità delle donne nella società».

NON UNA DI MENO: «SERVONO ATTI CONCRETI»

«La violenza non ha passaporto né classe sociale, ma spesso ha le chiavi di casa e si ripete nei tribunali e nelle istituzioni. Per questo il lavoro dei centri antiviolenza femministi va riconosciuto, garantito e valorizzato», ha affermato Non Una Di Meno. «Difendiamo e moltiplichiamo gli spazi femministi e transfemministi, come la casa delle donne Lucha y Siesta di Roma sotto minaccia di sgombero! L’indipendenza economica e la libertà di movimento sono le condizioni fondamentali per affrancarsi dalla violenza». Ma, ha avvertito il movimento, «servono atti concreti: un salario minimo europeo, un reddito di autodeterminazione svincolato dalla famiglia e dai documenti di soggiorno. Serve abolire i decreti sicurezza e le leggi che mantengono in condizione di ricattabilità le persone migranti, e in particolare le donne!». Il 24 novembre Non Una Di Meno si riunirà in assemblea nazionale nel quartiere San Lorenzo, per preparare lo sciopero globale femminista dell’8 marzo 2020.

I soldi non restituiscono l’affetto mancato ma con 12 milioni da lunedì finanzieremo borse di studio, spese mediche, formazione e inserimento al lavoro

Roberto Gualtieri

Nel giorno della manifestazione di Roma, il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri ha fatto sapere che è pronto il decreto ministeriale per attivare il fondo per gli orfani di femminicidio. «I soldi», ha detto il ministro, «non restituiscono l’affetto mancato ma con 12 milioni da lunedì finanzieremo borse di studio, spese mediche, formazione e inserimento al lavoro». Misure e risorse per gli orfani di femminicidio sono state introdotte innanzitutto con la legge di bilancio per il 2018. Gli stanziamenti sono stati quindi incrementati con la legge ad hoc a tutela degli orfani per crimini domestici dell’11 gennaio 2018 e poi con la legge di bilancio per il 2019. Infine la legge ‘Codice rosso’ del 19 luglio di quest’anno ha previsto un ulteriore aumento, estendendo l’ambito di applicazione anche alle famiglie affidatarie. Oltre alle risorse già stanziate per il 2018, pari a 6,5 milioni di euro, sono stati quindi appostati in bilancio circa 12,4 milioni di euro per il 2019, 14,5 milioni di euro per il 2020 e a regime 12 milioni di euro all’anno.

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