Dopo 72 ore di ininterrotta trattativa, sabato è arrivata la firma con Unicredit. Ora, senza Luca Parnasi, il progetto ha la strada spianata.
Nel pomeriggio di sabato 7 dicembre, dopo 72 ore di ininterrotta trattativa, l’imprenditore ceco Radovan Vitek ha acquistato da Unicredit i crediti ipotecari che pesavano su Eurnova. Sarà dunque lui ora a decidere sullo stadio della Roma. E senza LucaParnasi sarà più facile per la Giunta Raggi dare il via libera al progetto. Come ricordato dal Sole24Ore, che aveva anticipato la trattativa, Eurnova aveva debiti con la banca di Jean Pierre Mustier per 50-60 milioni di euro. Mentre gli altri debiti del gruppo Parnasi sono in capo a Parsitalia e Capital Dev. La realizzazione dello stadio della Roma dunque ora ha la strada spianata. Insieme con il business park da 140 mila metri quadri, il progetto ha un valore di 1,3 miliardi. Un tesoro su cui Vitek vuole mettere le mani per poi rivenderlo.
Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it
Costi alti, premesse non mantenute e uno stage controverso nel mondo del calcio. Anche se sul web compaiono solo giudizi entusiasti. Recensione di una (dis)avventura.
“La tua carriera nel calcio inizia con noi”. È lo slogan che campeggia sul sito della Élite football center di Mario Savo, una «Scuola di alta formazione» per i «professionisti» del pallone «di domani». Seducente claim, come dicono quelli bravi del marketing, materia – non a caso – in cui si è specializzato Savo, laureato in Economia e Management, responsabile dei corsi e nome noto nel mondo della Match analysis in Italia, cioè lo studio minuzioso e oggettivo di tutto ciò che accade in campo durante una partita, tra numeri, schemi, software e chi più ne ha – di statistiche – più ne metta. Eppure dietro a quella patina di professionalità c’è qualcosa che non torna.
IL NOME DI GUARDIOLA CHE SPICCA NEL CURRICULUM
Lo si scopre per esempio partecipando al corso per diventare match analyst. Come ho fatto io a maggio 2019, sborsando 1.000 euro. Per una settimana di lezioni a Milano, otto ore al giorno, da lunedì a venerdì, più il maxi-esame finale il sabato. Con certificazione ufficiale conseguita in caso di promozione (che ho ottenuto). Nel curriculum di Mario Savo, tra qualche esperienza in Serie B e nel calcio a 5, spicca un nome: Pep Guardiola. Il giovane di Latina nel 2016 ha infatti partecipato in Inghilterra, arrivando fino in fondo, al concorso per “nerd” dei big data voluto dal tecnico catalano del Manchester City, che cercava nuovi modelli statistici-matematici di analisi della performance della sua squadra.
CHE NUMERI: «OTTO EX STUDENTI SU 10 LAVORANO NEL CALCIO»
Insomma, elementi di competenza e serietà, sulla carta. E in più la scuola si vanta di avere numeri da garanzia, o quasi, di successo: la segreteria didattica ricorda che «8 ex studenti su 10 oggi lavorano nel mondo del calcio come analisti all’interno di staff tecnici e reparti scouting, esperti tattici e opinionisti per magazine, giornali e riviste di settore, analisti per famose aziende di Match analysis».
NUMERO CHIUSO DI 30 PARTECIPANTI: E INVECE SONO 50
Ma già il primo giorno della (dis)avventura è arrivata una sorpresa: invece dei 30 partecipanti annunciati eravamo una cinquantina. Stipati dentro una sala piccola e affollata. Il sito però parlava chiaro: numero chiuso fissato a 30, «così da garantire la massima qualità didattica del percorso». Alla fine le persone ammesse erano dunque quasi raddoppiate: e con loro di conseguenza anche l’incasso per la scuola.
«MASSIMO 30 POSTI!». Ma in aula eravamo in 50.
COMPUTER E CHIAVETTA USB SI PORTANO DA CASA
Il materiale fornito? Un plico di fogli a quadretti e una penna. Il resto si portava da casa: computer e chiavetta Usb. Il corso ti garantiva giusto la possibilità di scaricare la versione demo (gratuita per 30 giorni) del software “LongoMatch” utilizzabile per passare al setaccio le partite. Ma nessun supporto, come specificato via mail: «Ti preghiamo, per qualsiasi problematica dovessi incontrare» nella procedura di registrazione, «di non contattare la scuola, in quanto la nostra segreteria didattica non avrebbe i mezzi tecnici né le competenze per aiutarti».
LIVELLO 1: 250 EURO PER ASCOLTARE QUATTRO ORE DI PRESENTAZIONI
La scoperta di essere in 50 non sarà stata digerita soprattutto dall’unico partecipante che aveva deciso di iscriversi solo al Livello 1 del corso, quello “Beginner”, della durata di un giorno (il lunedì) e costato 250 euro (più trasporto andata e ritorno dalla Toscana, visto che la persona in questione non era di Milano): oltre metà del tempo è stata dedicata alla presentazione dei candidati, a quella del corso e alla “mission” di Savo che da anni lotta per far riconoscenere professionalmente la figura del match analyst anche per chi non possiede un patentino di allenatore conseguito a Coverciano.
I LABORATORI PRATICI, FINALMENTE
Una volta esaurite nei primi giorni l’introduzione e le lezioni frontali d’aula su come si è evoluto nella storia il pensiero tattico calcistico (nessuna possibilità di avere le slide proiettate, solo grandi paginate di appunti in stile universitario), finalmente la parte pratica più interessante per prendere dimestichezza con la materia: i laboratori sull’utilizzo del software LongoMatch.
MA COL SOFTWARE SI FA DA AUTODIDATTI
Qui la seconda sorpresa: dopo le delucidazioni tecniche e informatiche su come registrarsi al sito, caricare una partita e utilizzare i comandi base, nessuna spiegazione o suggerimento sulla metodologia per compilare un report. Cosa guardare? Su quali aspetti è meglio concentrarsi? Come allenare l’occhio? Sono mancati i consigli e gli esempi (Savo non ci ha mostrato nessuna sua analisi personale, nonostante le richieste dell’aula) al di là dell’insegnamento teorico degli strumenti. Col risultato che i partecipanti hanno dovuto cavarsela da autodidatti il giorno prima dell’esame, sperimentando, confrontandosi e chiedendo a chi già aveva esperienze pregresse.
La classe del corso.
E IN CATTEDRA SALE ANCHE L’ESPERTO DI SCOMMESSE
Invece che dedicarsi alla materia specifica, durante una giornata a un certo punto il docente ha lasciato spazio e cattedra a uno studente appassionato di scommesse sportive, invitato a illustrare il suo presunto metodo infallibile per riuscire a guadagnare puntando soldi sulle partite. Solo le proteste dell’aula hanno riportato la lezione sui binari della match analysis. Ma la digressione non è stata casuale: Mario Savo ha infatti poi ingaggiato il ragazzo per un altro corso della scuola, quello in “Football sport betting” sulle «metodologie professionali e gli algoritmi per le scommesse sportive e il Betting exchange». Insomma stava sfruttando il momento in prospettiva di crescita del business della scuola. E quindi anche del suo.
DAL CAMPO ALL’IMPRENDITORIA: “L’IMPERO” DI SAVO
Sì perché c’è un punto chiave in tutta la storia. Savo infatti oltre a essere docente è anche titolare dell’intera scuola di formazione, che organizza diversi corsi e non solo quello di match analysis: giornalismo sportivo, psicologia e mental coaching, riabilitazione degli atleti infortunati, radiocronaca e telecronaca, performance & data analysis e appunto scommesse. In alcuni di questi, in cui comunque si avvale sempre della collaborazione di professionisti del settore, è anche insegnante. Quindi, in sostanza, riveste il ruolo di controllore e controllato. Di fatto, come lui stesso ha spiegato a lezione, ha smesso di essere operativo “sul campo” per dedicarsi interamente a questa redditizia attività imprenditoriale. La sede legale della scuola è a Latina, città d’origine di Savo, e il conto corrente dove versare le quote d’iscrizione ai corsi rimanda a una banca di Latina. Non ci sono altre persone della direzione con cui potersi confrontare sull’operato del docente Savo o su eventuali problemi emersi durante le lezioni, né un front office a livello di linee telefoniche.
TEST DI VALUTAZIONE: E L’ANONIMATO DOV’È?
Un metodo per manifestare il proprio parere in realtà ci sarebbe anche stato fornito: quello dei test di valutazione del corso. Peccato che i questionari ci siano stati consegnati chiedendo di identificarli con nome e cognome il giorno prima dell’esame. È evidente che la mancanza di anonimato potrebbe dunque aver compromesso l’attendibilità dei dati raccolti e la sincerità delle risposte. Savo ha assicurato che non li avrebbe letti lui personalmente, lasciando l’incombenza al responsabile dell’ufficio marketing/comunicazione. Ruolo ricoperto dalla sua fidanzata, conosciuta proprio sui banchi di uno dei corsi che ha tenuto in passato.
SUL SITO SOLAMENTE RECENSIONI A CINQUE STELLE
I voti dati alle lezioni e agli insegnanti sarebbero dovuti comparire sul sito della Élite football center. Ma, a distanza di mesi e dopo aver sollecitato a Savo la loro pubblicazione, ancora non ce n’è traccia. Sulla pagina compaiono solo 58 recensioni, tutte da cinque stelle: «Un corso serio e affascinante allo stesso tempo», «Beh!!! Che dire!!! L’essenza del calcio!!!», «Lo rifarei milioni di volte», «Oltre ogni mia aspettativa», sono solo alcuni esempi di commenti. Non esistono in Rete altri riscontri e Google rimanda solo agli articoli pubblicitari scritti su Calciomercato.com, che è partner commerciale della scuola.
Tutti entusiasti: 58 ottime valutazioni su 58.
L’80% CE LA FA: MA SU COSA SI BASA LA STATISTICA?
Inoltre quel dato sciorinato sull’80% di candidati che lavorano nel mondo del calcio non sembra avere alcuna chiara valenza statistica. Come è stato ottenuto, visto che per esempio nessuno ha chiesto ai 50 del mio corso, dopo sei mesi, se qualcuno avesse trovato un’opportunità lavorativa? A quando è aggiornato? E soprattutto si riferisce agli studenti che hanno ottenuto un impiego nel mondo del calcio esclusivamente grazie al corso o comprende quelli che già erano inseriti nell’ambiente, comprese le categorie dilettanti e giovanili dove raramente si è pagati?
QUEI COMPLIMENTI (POI CANCELLATI) PER L’INCARICO AL MONZA
Un esempio in questo senso è emblematico. Passati tre mesi dalla fine delle lezioni, ad agosto, il profilo Facebook della Élite football center ha pubblicato la foto di un partecipante del nostro corso, complimentandosi per l’incarico ottenuto al Monza calcio grazie (anche) alla formazione fatta a Milano e risultata dunque decisiva per fare “carriera”. Problema: il ragazzo in questione collaborava già con il Monza prima di iniziare il corso, come raccontato davanti a tutti nelle già citate presentazioni-fiume. E quando la cosa è stata fatta notare con un commento ironico via social («Hai gravi problemi di memoria, era già al Monza, non ci è andato grazie a te»), prima il gestore della pagina si è affrettato a cancellare il commento, poi è sparito proprio l’intero post “celebrativo”.
RIPETIZIONE DELL’ESAME: GRATIS, ANZI A PAGAMENTO
Anche le modalità in cui si è svolto l’esame finale – a cui Savo non ha partecipato per impegni personali – hanno fatto registrare un giallo. Quello della ripetizione in caso di bocciatura. Uno studente, cercando informazioni, si è sentito rispondere dalla segreteria via mail: «Qualora volessi ripetere le prove devi pagare 250 euro venendo in aula solamente il giorno della prova». Ma il regolamento al momento dell’iscrizione diceva altro. E cioè che era possibile rifare l’esame «gratuitamente durante le edizioni successive del corso» per un totale di «massimo due tentativi ulteriori».
La sezione del regolamento sulla ripetizione dell’esame.
Una volta chiesto un chiarimento, la scuola ha risposto che si trattava di un «refuso» perché «purtroppo il sito è in ristrutturazione da qualche mese» ed era una «dicitura delle prime edizioni del corso quando le condizioni contrattuali e il numero di iscritti erano tali da permetterci di far ripetere l’esame gratuitamente». Poi cos’è cambiato? «Sono aumentate le spese in capo all’azienda data l’elevata domanda che registra il corso in oggetto e la necessità logistica di attrezzare aule più grandi, in posizioni cittadine meglio raggiungibili, docenti sempre più preparati e standard qualitativi superiori». Dopo l’eventualità di adire le vie legali “minacciata” dallo studente, la versione di Savo è cambiata ancora: nuovo esame gratis, ma solo entro il 2019.
GLI STAGE: LA GUIDA TELEMATICA DI UN TUTOR CHE NON C’È
Infine, l’ultimo aspetto controverso: gli stage facoltativi a fine corso, definiti «efficaci» e «volti al job placement dei profili». Si tratta(va) di report da stilare entro dicembre 2019 su squadre di calcio a scelta e pubblicati poi sul sito della “Associazione italiana analisti di performance calcio”, di cui Mario Savo è presidente. Un modo per farsi conoscere e guadagnarci in visibilità. Le analisi avrebbero dovuto prevedere «la guida telematica di un tutor». Ma, anche qui, ha funzionato tutto da autodidatti.
LE CORREZIONI: SOLO ORTOGRAFICHE
Niente consigli, feedback, correzioni. Solo risposte stringate e generiche via mail come «Ok!» oppure «Ottima analisi! Ricevuta». E quando gli è stato domandato il perché di questa mancanza, Savo ha risposto di essere «stufo di mettere apostrofi» e che «se devo dire “correggete l’italiano” mi sembra di trattarvi come bambini!». Ma i corsisti volevano una revisione dei contenuti, non ortografica. Savo a fine novembre si è anche lamentato del fatto che lo stage (facoltativo) fosse stato eseguito solo da quattro-cinque persone: «Siete stati poco corretti». Il 9 ottobre ci aveva suggerito nella chat di gruppo di non analizzare squadre straniere, ma di partire da quelle di Serie A in modo da farsi leggere da più persone e addetti ai lavori possibile. Per esempio lavorando sul Milan di Marco Giampaolo. Ma l’allenatore rossonero era stato esonerato giusto il giorno prima.
EPPURE PRIMA «NON SI È MAI LAMENTATO NESSUNO»
La maggior parte delle criticità e delle incongruenze elencate qui sono state sollevate di fronte a Savo, di persona durante le lezioni oppure via messaggio nelle settimane seguenti. La risposta più ricorrente è stata: «Quelli prima di voi non si sono mai lamentati».
Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it
I due club prendono posizione sulla prima pagina del quotidiano che ha scatenato polemiche e accuse di razzismo. Negato l'accesso ai centri tecnici fino al termine del 2019. L'Ordine dei giornalisti: «Sdegno per l'attacco ai colleghi».
Porte chiuse ai giornalisti del Corriere dello Sport fino alla fine dell’anno: lo hanno deciso Roma e Milan, dopo che il quotidiano sportivo aveva titolato nella prima pagina dell’edizione in edicola Black Friday con una foto di Lukaku e Smalling, a proposito della sfida tra Inter e Roma in programma venerdì 6 dicembre. Una scelta che aveva scatenato un vespaio di polemiche e le accuse di razzismo strisciante in arrivo anche dal Regno Unito.
«GIOCATORI, CLUB, TIFOSI E MEDIA DEVONO ESSERE UNITI CONTRO IL RAZZISMO»
I due club, in un comunicato congiunto, «condannano pubblicamente il titolo di oggi del Corriere dello Sport in prima pagina. Crediamo», si legge, «che tutti i giocatori, i club, i tifosi e i media debbano essere uniti nella lotta contro il razzismo nel mondo del calcio ed è responsabilità di tutti noi essere estremamente precisi nella scelta delle parole e dei messaggi che trasmettiamo».
«NEGATO L’ACCESSO FINO ALLA FINE DELL’ANNO»
«In risposta al titolo Black Friday pubblicato oggi dal giornale» – prosegue la nota – «la Roma e il Milan hanno deciso di negare al Corriere dello Sport l’accesso ai centri di allenamento per il resto dell’anno e hanno stabilito che i rispettivi giocatori non svolgeranno alcuna attività mediatica con il giornale durante questo periodo. Entrambi i club sono consapevoli che comunque l’articolo di giornale associato al titolo Black friday contenga un messaggio anti-razzista ed è questa la ragione per la quale sarà vietato l’accesso al Corriere dello Sport solo fino a gennaio. Restiamo totalmente impegnati nella lotta contro il razzismo».
L’ODG: «SDEGNO PER L’ATTACCO AI GIORNALISTI»
Sulla questione è intervenuto anche l’Ordine dei giornalisti, con il presidente Carlo Verna che in una nota ha commentato: «Non ci sto! Devo usare un’espressione storica nel nostro Paese per dare forza allo sdegno per ciò che sta accadendo verso i colleghi del Corriere dello Sport. Tutto quello che la Lega calcio non ha fatto e non fa contro il razzismo, con cori indecenti che impunemente si ascoltano negli stadi senza che mai una partita sia stata definitivamente fermata e senza significative sanzioni per le curve, ora si traduce in una (presunta) ‘esemplare’ squalifica per dei giornalisti che nessuna responsabilità avrebbero, ammesso che i loro capi avessero sbagliato». «A me», prosegue la nota, «non sembra proprio, forse gli inglesi, da cui sarebbe partita la polemica, si sono fermati al titolo, ma Roma e Milan, nonostante la proprietà straniera, l’italiano dovrebbero comprenderlo».
Cosa volete? Forse far dimenticare la polemica di quel dirigente della Lega calcio che piuttosto che impedire i cori razzisti voleva evitarne la percezione della gente
Carlo Verna, presidente dell’Odg
Verna ha aggiunto: «Leggo che, parlando di Lukaku e Smalling, si parla di idoli e si aggiunge che hanno imparato a stimarsi e che hanno preso posizioni forti contro il razzismo: sono i simboli di due squadre. Cosa volete? Forse far dimenticare la polemica di quel dirigente della Lega calcio che piuttosto che impedire i cori razzisti voleva evitarne la percezione della gente, con la conseguenza che il telecronista tenuto a stigmatizzarli e condannarli o l’arbitro che dovrebbe sospendere la partita siano presi per visionari da casa?». Secondo il presidente dell’Odg, «la lotta al razzismo e per il rispetto merita posizioni più serie. La sfida che lanciamo, come giornalisti, è la tolleranza zero su qualsiasi atteggiamento discriminatorio».
Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it
Diffuso un audio "rubato" in cui l'ad della Lega afferma di aver chiesto ai registi di «spegnere i microfoni verso le curve, così non si sentiranno più». L'interessato si difende e annuncia la querela.
I cori razzisti negli stadi della Serie A fanno il giro del mondo e danneggiano l‘immagine dei club, veicolata anche attraverso i diritti televisivi?
Allora meglio non farli sentire, come fosse polvere da mettere sotto il tappeto.
Fa discutere l’audio “rubato” di Luigi De Siervo, amministratore delegato della Lega Serie A, e diffuso in esclusiva dal quotidiano la Repubblica.
L’audio, registrato all’insaputa del protagonista il 23 settembre 2019 durante il consiglio di Lega, raccoglie un dialogo tra lo stesso De Siervo e Paolo Scaroni, presidente del Milan. Scaroni si dice preoccupato: «Sul New York Times hanno fatto un articolo grande così sui buu razzisti». E De Siervo risponde: «Ti faccio una confessione, non la mettiamo a verbale. Ho chiesto ai nostri registi di spegnere i microfoni verso le curve, così non si sentiranno più i cori razzisti».
De Siervo ha riconosciuto che l’audio è autentico, ma ha annunciato anche di voler sporgere querela: «Nessuna censura, è stato tagliato un audio all’interno di un contesto più grande. Si parlava di produzione televisiva e di come valorizzare al meglio il nostro prodotto. A controllare la regolarità dello svolgimento della gara e documentare a fini legali e sportivi ciò che capita dentro lo stadio ci pensano già gli organi preposti: la polizia, gli ispettori di Lega e Federazione e, non ultimi, gli arbitri. Abbiamo dato istruzioni precise ai registi e sospeso chi, a Cagliari, aveva indugiato troppo sulla curva durante un controllo Var e su chi, a Milano, aveva ripreso l’omaggio della curva interista a Diabolik. Io ho solo suggerito di gestire in maniera più precisa il direzionamento dei microfoni. Capita spesso infatti che da casa si sentano dettagli che allo stadio nemmeno si percepiscono».
E VALORI DA COMUNICARE
Le polemiche, però, non si placano. Un conto è direzionare meglio i microfoni, un altro è spegnerli affinché certi «dettagli» non arrivino nelle case dei telespettatori. Anche perché si tratta dello stesso De Siervo che a ottobre 2019, pochi giorni dopo quel consiglio di Lega, partecipando all’Ey Digital Summit di Capri, dichiarava: «Non comunichiamo solo un evento sportivo, ma un insieme di valori. Negli stadi ci sono i razzisti e noi – che su questo abbiamo tolleranza zero – li andremo a prendere uno per uno. Lo faremo attraverso la tecnologia, grazie al riconoscimento visivo prenderemo il singolo responsabile di un atto e faremo in modo che non entri più in uno stadio».
Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it
I due club incontrano il Comune. Il Meazza non si tocca. Scaroni polemico: «Scelta bella ma un po' stupida».
San Siro non si tocca, e anche Milan e Inter paiono lavorare in quella direzione nell’ambito del progetto per il nuovo stadio. «L’indicazione che abbiamo avuto è che comunque c’è un’idea di mantenimento della superficie di San Siro sui diversi scenari. L’obiettivo è quello ora di lavorare su queste varie ipotesi», ha detto l’ad dell’Inter Alessandro Antonello, al termine dell’incontro con Milan e Comune. «È stato un incontro utile. Ancora una volta i club si sono resi disponibili a proporre idee sul mantenimento di San Siro e a lavorare, come sempre fatto. Il punto di discussione era capire l’ingombro di San Siro come può essere reso compatibile con l’esistenza di un altro stadio a poche centinaia di metri. Oggi c’è una delibera e ci si deve attenere alla delibera che è stata emanata».
SCARONI: «DUE STADI? IDEA BELLA MA UN PO’ STUPIDA»
A stretto giro sono arrivate anche le parole del presidente del Milan, Paolo Scaroni, più polemico rispetto all’ad nerazzurro: «L’idea di avere due stadi vicini, vecchio e nuovo, uno accanto all’altro, è qualcosa che non ricordo di aver mai visto. Per carità, magari essere ‘first’, i primi, può essere anche bello, a volte però può essere un po’ stupido», ha detto. «Si è molto parlato di ingombro, perché che ci siano tre, due o un anello è abbastanza irrilevante da un punto di vista dell’occupazione dello spazio. Il Comune, come da sua delibera, ci terrebbe a mantenere una vocazione sportiva, ma a tenere l’ingombro. Noi analizzeremo questa come prima ipotesi. Un’ipotesi un po’, detta in termini positivi, innovativa, perché non si sono mai visti due stadi uno a cento metri dall’altro. Qualora questa ipotesi non sia percorribile, per quanto ci riguarda, il Comune si è dichiarato disponibile ad analizzare altre ipotesi che riducano l’ingombro».
Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it
Difensore di Roma e Fiorentina negli Anni 70, è stato anche opinionista tivù, prima che gli venisse diagnosticata la sclerosi laterale amiotrofica.
È morto nella mattina del 3 dicembre in una clinica romana Giovanni Bertini, ex calciatore malato di Sla. Fisico imponente e carattere esuberante, nato nel gennaio ’51, Bertini giocò da difensore negli Anni 70 con Roma, Fiorentina, Ascoli, Catania, Benevento. Prima che nel giugno 2016 gli venisse diagnosticata la sclerosi laterale amiotrofica era stato opinionista, tra le altre emittenti, di Tv2000. La Roma ha ricordato sui social Bertini: «L’AS Roma piange la scomparsa di Giovanni Bertini, difensore che vestì la maglia giallorossa tra il 1969 e il 1974. Ai familiari va il cordoglio da parte del Club».
L’#ASRoma piange la scomparsa di Giovanni Bertini, difensore che vestì la maglia giallorossa tra il 1969 e il 1974. Ai familiari va il cordoglio da parte del Club. pic.twitter.com/fg4LN9Im2l
Un anno fa la figlia Benedetta scrisse in una lettera: «Sono stata in silenzio da quando nel giugno del 2016 è stata diagnosticata a mio padre la Sla. Ora chiedo di rispettare il dramma che mio padre e la mia famiglia stanno affrontando silenziosamente da quasi due anni. Sono stata in silenzio in questo periodo per due motivi ben precisi. Da figlia perché volevo tutelare mio padre dalla verità su questa terribile malattia, da confronti che inevitabilmente sarebbero stati fatti tra lui e altri ex calciatori colpiti dalla stessa patologia, di cui papà ha seguito addolorato in tv e sui giornali il drammatico decorso. Da giornalista, conoscendo i meccanismi che spesso regolano il mondo dell’informazione, sono stata in silenzio per paura che questa vicenda potesse essere strumentalizzata senza la necessaria sensibilità, dimenticando la tragedia umana che stavamo e che continuiamo a vivere ogni giorno».
L’APPELLO ALLA STAMPA DELLA FIGLIA BENEDETTA
Per questo, proseguiva la figlia dell’ex calciatore, «invito tutti gli organi di informazione a rispettare il dramma che mio padre e la mia famiglia stanno affrontando silenziosamente da quasi due anni. Ci tengo a sottolineare che qualsiasi iniziativa o campagna in nome e per conto di mio padre e della mia famiglia dovevano e dovranno anche in futuro essere autorizzate da me, così come sarò io e solo io a fornire al momento opportuno qualsiasi aggiornamento sullo stato di salute di mio padre».
Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it
All'asso del Barcellona sesto premio (nessuno come lui) anche senza la vittoria in Champions. Secondo Van Dijk e terzo Ronaldo, che ha disertato la premiazione. La classifica ufficiale.
E così a Parigi, nel centralissimo teatro Chatelet, Lionel è diventato, a 32 anni, il giocatore più premiato di sempre. Le consuete fughe di notizie su Twitter da tempo non avevano lasciato spazio alle speranze delle agguerrite star del Liverpool vincitore della Champions league, né tantomeno a quelle di un Cristiano Ronaldo che si è fermato a cinque trofei e non si è presentato nemmeno alla cerimonia di premiazione. Già assente l’anno prima, quando arrivò secondo dietro Luka Modric, Cr7 avrebbe motivato la sua assenza con la necessità di essere presente al Gran Gala del calcio, a Milano, dove – al contrario di Parigi – potrebbe vedersi assegnare il premio come miglior giocatore del campionato italiano.
EPPURE NON È STATA LA STAGIONE MIGLIORE DI LEO
Leo Messi dunque è arrivato al primo posto grazie ai voti dei 180 giornalisti della giuria internazionale – tra cui l’italiano Paolo Condò – nonostante non sia stato protagonista della sua stagione migliore. Una decisione destinata a far discutere e frutto soprattutto della dispersione di voti fra i suoi avversari.
Leo Messi. (Ansa)
TANTO LIVERPOOL SUL PODIO: VAN DIJK E SALAH
Al secondo posto è arrivato il difensore olandese del Liverpool, Virgil van Dijk, prima di un suo compagno di squadra, l’egiziano Mohamed Salah, capocannoniere in Premier league sia nel 2017-2018 (32 gol) sia nel 2018-2019 (22) anche se a pari merito col partner d’attacco Sadio Mané e con Pierre-Emerick Aubameyang dell’Arsenal.
NON È STATA DECISIVA LA CHAMPIONS
Al centrale di difesa dell’Olanda non è bastata la straordinaria stagione con i Reds e la consacrazione della Champions, di solito decisiva negli anni in cui non si giocano Mondiali o Europei. Messi ha vinto la Liga con il suo Barça e ha segnato più di tutti, 36 gol, ma nel torneo più importante si è fermato in semifinale (nonostante una rete fantastica su punizione nell’andata proprio contro il Liverpool poi campione).
QUINTO IL SENEGALESE MANÉ
Molto staccato il senegalese Mané, vicecampione d’Africa, che è arrivato al quinto posto nonostante a un certo punto sognasse di succedere all’unica altra star africana premiata, George Weah (1995).
Fra le donne primo posto indiscusso per la centravanti americana vincitrice dei seguitissimi mondiali di Francia 2019, Megan Rapinoe, ormai icona per i difensori dei diritti di gay e lesbiche, oltre che oppositrice del presidente statunitense Donald Trump. Ha ricevuto il secondo Pallone d’oro della storia del calcio femminile, dopo il primo storico trofeo assegnato nel 2018 alla norvegese Ada Hergerberg.
PREMIATI ANCHE ALISSON E DE LIGT
Alisson Becker, portiere del Brasile e del Liverpool, si è aggiudicato il trofeo Lev Yashin, Matthijs De Ligt (Juventus, ex Ajax) il premio Raymond Kopa per il miglior calciatore Under 21.
11 – Frenkie de Jong (Olanda/Ajax poi Barcellona) 12 – Raheem Sterling (Inghilterra/Manchester City) 13 – Eden Hazard (Belgio/Chelsea poi Real Madrid) 14 – Kevin de Bruyne (Belgio/Manchester City) 15 – Matthijs de Ligt (Olanda/Ajax poi Juventus) 16 – Sergio Agüero (Argentina/Manchester City) 17 – Roberto Firmino (Brasile/Liverpool) 18 – Antoine Griezmann (Francia/Atletico Madrid poi Barcellona) 19 – Trent Alexander-Arnold (Inghilterra/Liverpool)
20 – ex aequoPierre-Emerick Aubameyang (Gabon/Arsenal) e Dusan Tadic (Serbia/Ajax) 22 – Son Heung-min (Corea del Sud/Tottenham) 23 – Hugo Lloris (Francia/Tottenham) 24 – ex aequoKalidou Koulibaly (Senegal/Napoli) e Marc-André Ter Stegen (Germania/Barcellona) 26 – ex aequoGeorginio Wijnaldum (Olanda, Liverpool) e Karim Benzema (Francia/Real Madrid) 28 – ex aequoJoao Felix (Portogallo/Atletico Madrid), Marquinhos (Brasile/Psg) e Donny van de Beek (Olanda/Ajax)
Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it
Dopo il ko con il Bologna, l'allenatore aveva accusato i giocatori di non impegnarsi abbastanza. I partenopei sono settimi in classifica, sempre più lontani dalla zona Champions.
Il Napoli in ritiro. Questa volta la decisione non è della società, ma dell’allenatore Carlo Ancelotti. La squadra sarà in ritiro da mercoledì 4 dicembre fino al match con l’Udinese, in programma sabato 7. Ancelotti lo ha comunicato nel corso dell’allenamento del lunedì, dopo la sconfitta per 2-1 al San Paolo contro il Bologna. Il mister azzurro, che in occasione del ritiro di inizio novembre – poi non rispettato dalla squadra – s’era detto in disaccordo con la società, questa volta ha scelto di usare il pugno duro contro i giocatori che, nell’immediato post partita col Bologna, aveva accusato di non impegnarsi al massimo.
IL J’ACCUSE DI ANCELOTTI DOPO IL KO COL BOLOGNA
«Io mi prendo la maggior parte delle responsabilità», le parole a caldo di Ancelotti, «ma anche i giocatori si devono sentire responsabili: in campo ci vanno loro e devono provare a mettere sempre la stessa intensità come collettivo. Non ce la stanno mettendo tutta o lo fanno solo in parte». La squadra, secondo l’allenatore, «non riesce a mantenere un livello di attenzione e applicazione con continuità in campionato, cosa che invece riesce a fare in coppa. Per questo se venerdì si è parlato e si sono chiarite alcune cose, ora si apre un discorso nuovo tra me e la squadra. Sentirsi in discussione è il minimo, ma ne siamo tutti coinvolti al 100%: questo momento è durato troppo, ora deve finire velocemente, perché obiettivamente stiamo facendo troppo male. Se penso alla passata stagione siamo meno fluidi e efficaci, la costruzione sempre un po’ arruffata. Vedo che, quando incide l’aspetto caratteriale e di sacrificio, si pareggia con il Liverpool; ecco, il problema è stare lì al 100% con la testa, so che non è facile, ma bisogna esserci. Chi va in campo deve fare qualcosa di più».
LA ZONA CHAMPIONS È LONTANA OTTO PUNTI
La classifica vede il Napoli settimo, con soli 20 punti in 14 partite (frutto di cinque vittorie, cinque pareggi e quattro sconfitte) e la zona Champions che si allontana sempre più: la Lazio, terza, è a +10, e la Roma, quarta, a +8.
Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it
Dopo il ko con il Bologna, l'allenatore aveva accusato i giocatori di non impegnarsi abbastanza. I partenopei sono settimi in classifica, sempre più lontani dalla zona Champions.
Il Napoli in ritiro. Questa volta la decisione non è della società, ma dell’allenatore Carlo Ancelotti. La squadra sarà in ritiro da mercoledì 4 dicembre fino al match con l’Udinese, in programma sabato 7. Ancelotti lo ha comunicato nel corso dell’allenamento del lunedì, dopo la sconfitta per 2-1 al San Paolo contro il Bologna. Il mister azzurro, che in occasione del ritiro di inizio novembre – poi non rispettato dalla squadra – s’era detto in disaccordo con la società, questa volta ha scelto di usare il pugno duro contro i giocatori che, nell’immediato post partita col Bologna, aveva accusato di non impegnarsi al massimo.
IL J’ACCUSE DI ANCELOTTI DOPO IL KO COL BOLOGNA
«Io mi prendo la maggior parte delle responsabilità», le parole a caldo di Ancelotti, «ma anche i giocatori si devono sentire responsabili: in campo ci vanno loro e devono provare a mettere sempre la stessa intensità come collettivo. Non ce la stanno mettendo tutta o lo fanno solo in parte». La squadra, secondo l’allenatore, «non riesce a mantenere un livello di attenzione e applicazione con continuità in campionato, cosa che invece riesce a fare in coppa. Per questo se venerdì si è parlato e si sono chiarite alcune cose, ora si apre un discorso nuovo tra me e la squadra. Sentirsi in discussione è il minimo, ma ne siamo tutti coinvolti al 100%: questo momento è durato troppo, ora deve finire velocemente, perché obiettivamente stiamo facendo troppo male. Se penso alla passata stagione siamo meno fluidi e efficaci, la costruzione sempre un po’ arruffata. Vedo che, quando incide l’aspetto caratteriale e di sacrificio, si pareggia con il Liverpool; ecco, il problema è stare lì al 100% con la testa, so che non è facile, ma bisogna esserci. Chi va in campo deve fare qualcosa di più».
LA ZONA CHAMPIONS È LONTANA OTTO PUNTI
La classifica vede il Napoli settimo, con soli 20 punti in 14 partite (frutto di cinque vittorie, cinque pareggi e quattro sconfitte) e la zona Champions che si allontana sempre più: la Lazio, terza, è a +10, e la Roma, quarta, a +8.
Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it
I 20 club hanno firmato un documento in cui si impegnano a combattere la discriminazione. Ma spesso sono i primi a sminuire gli episodi che avvengono nelle loro curve.
Dalla Juventus al Verona, dal Napoli all’Atalanta, dalla Roma all’Inter e via dicendo, i 20 club di serie A uniti contro il razzismo che nelle ultime settimane è tornato prepotentemente protagonista sui campi di calcio. Dagli insulti a Lukaku a quelli a Balotelli, il mondo del calcio si interroga e decide di affrontare il tema in prima persona facendo anche seguito alla proposta del presidente della Figc, Gabriele Gravina, per il progetto dei pannelli acustici che potranno individuare così i responsabili di cori e insulti razzisti durante le partite. «La Lega Serie A sta lavorando sodo su questo tema, ed è pronta a guidare la lotta al razzismo all’interno e all’esterno degli stadi», ha sottolineato l’ad della Lega di A, Luigi De Siervo. I 20 club di serie A hanno condiviso oggi, sui propri siti ufficiali, una lettera aperta «a tutti coloro che amano il calcio italiano per chiedere aiuto nel combattere il razzismo».
IL DOVEROSO MEA CULPA DELLE SQUADRE
Un documento con cui si impegnano «pubblicamente a fare meglio», chiedendo «una efficace policy contro il razzismo, con nuove leggi e regolamenti». La lettera inizia con un’ammissione di colpa: «Dobbiamo riconoscere che abbiamo un serio problema con il razzismo negli stadi italiani e che non l’abbiamo combattuto a sufficienza nel corso di questi anni». Un mea culpa doveroso, soprattutto dal momento che i club spesso e volentieri sono i primi a non voler ammettere o a sminuire episodi di razzismo quando questi accadono tra le loro tifoserie. «Anche in questa stagione, le immagini del nostro calcio, in cui alcuni giocatori sono stati vittime di insulti razzisti, hanno fatto il giro del mondo, scatenando ovunque dibattito», prosegue la lettera pubblicata dai club sui rispettivi siti, «è motivo di frustrazione e vergogna per tutti noi. Nel calcio, così come nella vita, nessuno dovrebbe mai subire insulti di natura razzista. Non possiamo più restare passivi e aspettare che tutto questo svanisca».
«DESIDERIO DI SERI CAMBIAMENTI»
«Su spinta degli stessi club, nelle ultime settimane, è stato avviato un confronto costruttivo con Lega Serie A, Figc ed esperti internazionali su come affrontare e sradicare questo problema dal mondo del calcio», si sottolinea quindi nel documento, «noi, i club che sottoscrivono questa lettera, siamo uniti dal desiderio di seri cambiamenti e la Lega Serie A ha dichiarato la sua intenzione di guidare questo percorso attraverso una solida e completa politica anti-razzismo in Serie A, con nuove leggi e regolamenti più severi, assieme a un piano di sensibilizzazione mirato per tutti coloro che sono coinvolti in questo sport riguardo al flagello del razzismo».
«NON C’È PIÙ TEMPO DA PERDERE»
«Non abbiamo più tempo da perdere», conclude la lettera, «dobbiamo agire uniti con rapidità e determinazione, e così faremo di qui in avanti. Ora più che mai il contributo e il sostegno di tutti voi, tifosi dei nostri club e del calcio italiano, sarà fondamentale in questo sforzo di vitale importanza».
Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it
Dalla suddivisione in fasce al fattore campo: così prende forma la prima edizione itinerante nella storia. Per l'Italia i pericoli maggiori sono Francia e Portogallo. La guida completa.
È tutto pronto per il sorteggio dell’Europeo di calcio 2020. Per la prima volta, la competizione continentale per nazionali sarà itinerante: apertura all’Olimpico di Roma venerdì 12 giugno, chiusura a Wembley (dove, oltre alla finale, si disputeranno anche le semifinali) il 12 luglio. In mezzo altre 10 città ospitanti. Ecco le cose da sapere sul sorteggio in programma sabato 30 novembre 2019 a Bucarest (diretta tv su Sky).
COME SONO DIVISE LE FASCE E COME SI FORMANO I GRUPPI
I gironi sono sei. Al sorteggio accedono le prime due classificate nei 10 gironi di qualificazione e le quattro vincenti degli spareggi in programma a marzo 2020: una tra Islanda, Bulgaria, Ungheria, Romania (Spareggio A); una tra Bosnia, Slovacchia, Irlanda, Irlanda del Nord (B); una tra Scozia, Norvegia, Serbia, Israele (C); una tra Georgia, Macedonia del Nord, Kosovo, Bielorussia (D). Le 24 squadre sono divise in quattro fasce. Eccole, di seguito.
FASCIA 1
FASCIA 2
FASCIA 3
FASCIA 4
Belgio
Francia
Portogallo
Galles
ITALIA
Polonia
Turchia
Finlandia
Inghilterra
Svizzera
Danimarca
Vinc. Spareggio A
Germania
Croazia
Austria
Vinc. Spareggio B
Spagna
Olanda
Svezia
Vinc. Spareggio C
Ucraina
Russia
Rep. Ceca
Vinc. Spareggio D
In grassetto, le nazioni ospitanti. Altre quattro (Romania, Scozia, Irlanda e Ungheria) sono coinvolte negli spareggi.
CHI RISCHIA DI INCROCIARE L’ITALIA DI MANCINI
L’Italia – come si vede dalla tabella – è testa di serie, reduce da un girone di qualificazione a punteggio pieno (unico caso col Belgio). Tuttavia, il meccanismo di fasce non mette la nazionale di Roberto Mancini al riparo da rischi concreti. Il peggiore dei gironi possibili riserverebbe all’Italia la Francia campione del mondo (in seconda fascia), il Portogallo di Cristiano Ronaldo e il Galles di Aaron Ramsey e Gareth Bale. L’Italia può pescare una tra Francia, Polonia, Svizzera e Croazia; una tra Portogallo, Turchia, Austria, Svezia e Repubblica Ceca; e come quarta Finlandia o Galles.
COME FUNZIONA IL FATTORE CAMPO E CHI NE BENEFICIA
Alle nazionali ospitanti è già stato assegnato automaticamente il proprio girone. L’Italia è nel gruppo A; Russia e Danimarca nel B; l’Olanda nel C; l’Inghilterra nel D; la Spagna nell’E; la Germania nel gruppo F. In caso di qualificazione, la Romania è destinata al gruppo C, la Scozia al D, l’Irlanda all’E e l’Ungheria all’F. L’Italia disputa in casa (all’Olimpico) le tre gare del girone, come anche Olanda, Inghilterra, Spagna e Germania e Danimarca. La Russia, invece, ne gioca due – come ha stabilito un sorteggio -, essendo nel girone con la Danimarca. Anche Romania, Scozia, Irlanda e Ungheria disputerebbero in casa due partite nel caso in cui si qualificassero. Dopo i gironi, si passa agli scontri diretti. Si qualificano agli ottavi le prime due e quattro migliori terze.
Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it
L'allenatore del Bologna commosso in conferenza stampa: «Quattro mesi duri, ma i medici sono stati straordinari». Il primario: «Siamo ancora in una fase precoce. Abbiamo bisogno di tempo per cercare di capire la risposta finale».
Lacrime e tanta commozione per le prime parole pubbliche di Sinisa Mihajlovic dal giorno dell’annuncio della malattia. «In questi quattro mesi difficili ho conosciuto medici straordinari, infermieri che mi hanno curato, sopportato e supportato. So che ho un carattere forte, anche difficile», ha esordito l’allenatore del Bologna in conferenza stampa al Dall’Ara, fermandosi più volte con la voce rotta dal pianto. «Chi meglio di loro» – ha aggiunto facendo i nomi – «può capire quanto sia difficile fisicamente e psicologicamente affrontare una cosa del genere. Voglio ringraziare tutti di cuore. Ho capito subito che ero nelle mani giuste».
«NON HO PIÙ LACRIME, MI SONO ROTTO LE PALLE DI PIANGERE»
«In questi quattro mesi ho pianto e non ho più le lacrime. Mi sono rotto le palle di piangere», ha confessato Mihajlovic dopo che il primario di Ematologia, Michele Cavo, aveva detto che «le lacrime sono catartiche», commentando il momento di commozione vissuto dal tecnico. Cavo ha spiegato che «siamo ancora in una fase precoce. Abbiamo bisogno di tempo per cercare di capire la risposta finale» del paziente, «per monitorare Sinisa, le possibili complicanze». «Sinisa mi ha chiesto di chiudere un cerchio aperto da quattro mesi. Legittimo dal suo punto di vista, ma per noi», medici, «il cerchio non è ancora chiuso». «Per ora» – ha aggiunto Cavo – «siamo felici di averlo restituito in questa ottima forma a tutta la comunità, sia quella laica sia quella sportiva», ma il monitoraggio delle condizioni del paziente continuerà».
Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it
Dal fondatore Gamper alla Pulce Lionel Messi, passando per Cruijff e Guardiola: i personaggi e i fatti che hanno segnato la storia del "més que un club".
Centoventi anni di storia, di trofei, di gol e di bandiere sventolate al vento. Quelle blaugrana e quelle gialle e rosse della Catalogna. Sul collo dei giocatori del Barcellona è impressa una frase, “més que un club”, più che un club. Perché il Barça non è solo una squadra di calcio, non è solo un diversivo per i mercoledì di coppa e le domeniche di campionato. Il Barça è storia, una storia lunga 120 anni, segnata dai volti e dai nomi che l’hanno scritta. Ne abbiamo scelti 12, uno per ogni decennio di vita del club.
1899-1909: JOAN GAMPER
Il Barcellona nasce ufficialmente il 29 novembre del 1989, con una riunione dei primi soci al Gimnasio Sole. Nasce grazie a un annuncio pubblicato poco più di un mese prima, il 22 ottobre, sul settimanale Los Deportes: «Il nostro amico e compagno Sig. Kans Kamper, della sezione Calcio della “Sociedad Los Deportes” e già campione svizzero, volendo organizzare alcune partite a Barcellona, chiede che chiunque ami questo sport lo contatti recandosi nel suo ufficio il martedì o il venerdì sera dalle 9 alle 11». Kans Kamper ha 21 anni, è nato in Svizzera, opera nel commercio e ha già girato mezza Europa prima di fermarsi a Barcellona. Ha una grande passione per il calcio e la voglia di fondare un club. Nel giro di un mese arrivano le prime adesioni, con Kamper, che negli anni successivi cambierà nome e cognome catalanizzandoli in Joan Gamper, ci sono Walter Wil (che sarà nominato primo presidente), Lluís d’Ossó, Bartomeu Terradas, Otto Kunzle, Otto Maier, Enric Ducal, Pere Cabot, Carles Pujol, Josep Llobet, John Parsons e William Parsons. Una squadra e un club che fin dall’inizio mostrano la loro vocazione internazionale e internazionalista.
1910-1919: JUAN DE GARCHITORENA
Nel suo primo decennio di vita, il Barcellona vince una Copa Macaya, una Copa Barcelona e due volte il Campionato di Catalogna. I soci continuano ad aumentare e nel 1908, quando il club si trova davanti al bivio tra il salto di qualità definitivo (con importanti investimenti finanziari) e la scomparsa, Gamper prende in mano le redini diventando per la prima volta presidente. Lo sarà per 25 anni complessivi, a periodo alterni, facendosi da parte e tornando 1uasi sempre per guidare il club nei suoi momenti più turbolenti. Come nel 1917, quando il presidente Gaspar Rosés si dimette a seguito del caso Garchitorena. Juan de Garchitorena è un giovane attaccante di 18 anni quando arriva al Barcellona. Il club lo tessera come spagnolo, dal momento che nessuno straniero può giocare entro i confini nazionali, ma lui è nato nelle Filippine. Quando l’Espanyol lo scopre, fa ricorso alla Federazione, presieduta dallo stesso uomo che guida il Barcellona, Gaspar Rosés. Rosés cerca una mediazione, propone la ripetizione delle partite in cui è stato schierato Garchitorena, ma a ribellarsi è il direttivo del Barcellona, che preferisce perdere a tavolino gli incontri e il campionato di Catalogna piuttosto che piegare la testa a un principio che ritiene ingiusto, quello che vieta ai giocatori stranieri di disputare il campionato. Rosés, umiliato e isolato, si dimette da entrambi gli incarichi.
Diego Armando Maradona con la maglia del Barcellona nel 1984.
1920-1929: PAULINO ÁLCANTARA
A proposito di filippini… Il Barça ne ha avuto un altro nella sua storia, di origini catalana e quindi naturalizzato. Nessun rischio Garchitorena, dunque. Il suo nome era Paulino Álcantara, cominciò a giocare nel Barcellona appena 15enne, nel 1912, poi nel 1916 fu costretto a lasciare la Spagna per seguire la famiglia nelle Filippine. Dopo due anni e dopo aver contratto la malaria, riuscì a convincere i genitori a lasciarlo tornare in Catalogna, per giocare di nuovo col Barcellona, dove restò fino al 1927, segnando 200 gol in 177 partite. Al suo esordio, a 15 anni, segnò una tripletta. Con 5 Coppe di Spagna e 10 campionati catalani, Álcantara segnò la storia del club a cavallo di due decenni, diventando grande protagonista soprattutto negli Anni ’20, gli stessi che videro la costruzione dello stadio di Les Corts, nel 1922, e la nascita del nomignolo culé per i tifosi blaugrana che si assiepavano sugli spalti e a cavalcioni sulla rete di recinzione mostrando le terga ai passanti. Il 24 giugno del 1925 il Barcellona organizzò a Les Corts una partita contro l’Fc Jupiter. La Spagna era da due anni sotto il regime del generale Primo de Rivera e decine di migliaia di tifosi si assieparono fuori dal campo in attesa che arrivasse il via libera alla partita da parte della dittatura. Quando i cancelli furono aperti e l’orchestra della Marina Militare Britannica attaccò a suonare gli inni, il pubblico catalano coprì con sonori fischi la Marcia Reale spagnola, accompagnando poi con gli applausi God Save the King. Fu l’inizio di un’usanza che prosegue ancora oggi. Ma durante il regime quel vilipendio fu pagato a carissimo prezzo, con l’espulsione di Gamper e di tutto il direttivo e la chiusura dell’attività del club per sei mesi.
1930-1939: JOSEP SUNYOL
Il Barça riprese a camminare, il regime cadde, Primo de Rivera morì e nel 1931 si instaurò la seconda Repubblica spagnola. I cambiamenti politici portarono alla guida del club un presidente convintamente repubblicano e di sinistra, Josep Sunyol. Un uomo di calcio che pagò con la vita il suo impegno politico. Nel 1936, all’inizio della guerra civile che avrebbe portato Francisco Franco al potere, Sunyol fu vittima di un’imboscata mentre si recava a Madrid in auto. La vettura fu fermata da una banda armata di franchisti in una strada di campagna e tutti gli occupanti, Sunyol compreso, vennero fucilati. A Barcellona, per giorni, non seppero nulla del presidente scomparso. L’annuncio della sua morte arrivò in ritardo. Fu l’inizio del durissimo conflitto tra il Barcellona e il potere politico franchista, che sarebbe durato fino alla morte del Caudillo, nel 1975.
1940-1949: ENRIQUE PINEIRO
Il Barcellona patì in particolar modo l’avvento del Franchismo. Il regime commissariò di fatto il club, gli tolse la sua identità cambiandone nome (che da Football Club Barcelona passò al più spagnolo Club de Futbol Barcelona), sigla e persino scudetto, con la rimozione di tre delle cinque bande rosse in sfondo giallo che rappresentavano la bandiera catalana. La squadra restò comunque competitiva, nonostante le intromissioni di Franco, e persino i più diligenti franchisti posti alla sua presidenza finirono per farsi rapire dal suo fascino. Accadde a Enrique Pineiro, marchese della Mesa de Asta, amico personale di Franco che con lui ingaggiò una personalissima sfida nella sfida tra il club catalano e il Real Madrid.
Nel 1943, dopo aver vinto per 3-0 l’andata della semifinale della Copa del Generalisimo, Pineiro inviò un telegramma a Franco per invitarlo come suo ospite alla finale
Nel 1943, dopo aver vinto per 3-0 l’andata della semifinale della Copa del Generalisimo (l’ex Copa del Rey), Pineiro inviò un telegramma a Franco per invitarlo come suo ospite alla finale. Il dittatore non la prese bene e mentre i giocatori si cambiavano negli spogliatoi per scendere in campo nella gara di ritorno, ricevettero la visita di un piccola squadriglia che li minacciò di gravi ritorsioni se non avessero ceduto il passaggio del turno al Madrid. Il Barcellona, la stessa squadra che all’andata aveva dominato vincendo 3-0, perse 11-1 una partita che ancora oggi rappresenta il Clásico col più ampio margine di scarto tra le due squadre. Pineiro non tollerò l’episodio e annunciò direttamente a Franco le proprie dimissioni da presidente del Barcellona.
1950-1959: LAZSLÓ KUBALA
Il Barcellona tornò comunque grande e prima della fine degli Anni 40 vinse tre volte il Campionato di Spagna, due volte la Copa Eva Duarte e il suo primo titolo internazionale, la Coppa Latina. Il club rilanciò le proprie ambizioni e nel 1951 ingaggiò un giocatore che ne avrebbe segnato la storia. Lazsló Kubala era fuggito dall’Ungheria comunista nel 1949, dopo essersi fatto reclutare nei reparti di confine. Era passato dall’Italia, dove la Pro Patria lo aveva tesserato senza poterlo schierare per via della squalifica internazionale legata al ricorso presentato dall’Ungheria dopo la sua fuga, aveva sfiorato la tragedia di Superga dopo aver rinunciato, per impegni familiari, a indossare la maglia del Grande Torino nell’amichevole di Lisbona contro il Benfica, ed era arrivato in Spagna. Il Real Madrid di Santiago Bernabéu gli aveva messo gli occhi addosso, strappando anche un accordo di massima per il suo ingaggio, ma Pep Samitier, ex attaccante, ex allenatore e ora dirigente del Barcellona, riuscì a strapparlo alla concorrenza con un’abile mossa. Kubala giocò a Barcellona tra il 1951 e il 1961, segnando 131 gol in 186 partite e ingaggiando una sfida personale e di squadra con Alfredo Di Stefano, che il Barça fu sul punto di affiancargli ma che si sarebbe accasato al Real Madrid dopo una lunga ed estenuante battaglia legale tra i due club. Vinse quattro volte il Campionato spagnolo, cinque la Copa del Generalisimo, due la Copa Eva Duarte.
1960-1969: CARLES REXACH
Gli Anni 60 cominciarono con il grande sacrificio di Luis Suarez, ceduto all’Inter per ottenere i fondi per completare il Camp Nou, e proseguirono con una serie di vittorie in Coppa (due del Generalisimo e una delle Fiere) ma senza nemmeno un titolo di campione di Spagna. Nel 1961 i blaugrana disputarono e persero contro il Benfica anche la loro prima finale di Coppa dei Campioni. Nell’ottica di un decennio tutto sommato negativo, il Barça trovò nuovo slancio sul finale della decade, con l’approdo in prima squadra di Carles Rexach. Prodotto del vivaio, Rexach sarebbe stato protagonista col Barça prima in campo, fino al 1981, poi in panchina, quindi da dirigente. Sarebbe stato lui, più di 30 anni dopo, a far firmare a Lionel Messi il famoso tovagliolo su cui fu redatta la prima bozza di contratto tra il calciatore argentino e la squadra catalana.
1970-1979: JOHAN CRUIJFF
Il Barcellona tornò a vincere il campionato di Spagna 14 anni dopo l’ultima volta, poco prima della metà degli Anni 70. E ci riuscì grazie all’arrivo in Catalogna di uno dei più grandi fuoriclasse della sua storia. Johan Cruijff firmò per il Barça nel 1973, dopo tre Coppe dei Campioni di fila vinte con l’Ajax. Accolse la sfida di un club che desiderava tornare grande e di una città in perenne lotta contro la dittatura di Franco, che di lì a due anni sarebbe caduta con la morte del Caudillo. Nella prima stagione di Cruijff, i blaugrana conquistarono il titolo dopo aver battuto il Real Madrid a domicilio per 5-0 e sempre contro i Blancos persero per 4-0 la finale di Copa del Generarlisimo, nella quale non potevano essere schierati stranieri. Cruijff segnò 86 gol nelle sue 5 stagioni in Catalogna, vinse un campionato e una Copa del Rey, ma soprattutto divenne simbolo di un club a cui si legò così tanto da tornarci poi, per cambiarlo e riportarlo a vincere, da allenatore, e di una terra che amò così profondamente da chiamare il proprio figlio Jordi, come il santo patrono di Barcellona, in un’epoca in cui i nomi catalani erano ancora vietati dalla legge della dittatura.
1980-1989: DIEGO ARMANDO MARADONA
Passarono altri 11 anni prima che il Barcellona, che continuava a fare incetta di coppe nazionali, potesse festeggiare un nuovo titolo di campione di Spagna. Dieci anni nei quali, tra le altre cose, al Camp Nou trovò casa per due stagioni colui che presto avrebbe lasciato lo status di uomo per trasformarsi in leggenda. Diego Armando Maradona arrivò in Europa nell’estate del 1982, quella dopo i Mondiali, non ancora 21enne. Giocò in Catalogna due stagioni, vincendo soltanto una Coppa di Spagna, giocando 58 partite e segnando 38 gol. Mostrò tutta la sua classe ma non riuscì mai ad ambientarsi, frenato anche dagli infortuni.
Gli Anni 90 furono quelli della seconda era Cruijff, quella da allenatore, e dell’avvio di un ciclo vincente che, con alti e bassi, continua fino a oggi
Il più grave fu quello procuratogli alla quinta giornata del campionato 1983-84 da un’entrataccia di Andoni Goikoetxea, difensore dell’Athletic Bilbao. Maradona fu operato alla caviglia e rientrò all’inizio del 1984. La partita di ritorno contro l’Athletic è ricordata per una delle più violente risse nella storia del calcio, avviata proprio dalla vendetta personale di Maradona, che si avventò su Goikoetxea al termine della finale di Copa del Rey vinta dai baschi per 1-0. Calci, pugni, schiaffi e spintoni coinvolsero tutte le rose delle due squadre. A fine stagione Maradona lasciò il Barcellona per firmare col Napoli.
1990-1999: RONALD KOEMAN
Gli Anni 90 furono quelli della seconda era Cruijff, quella da allenatore, e dell’avvio di un ciclo vincente che, con alti e bassi, continua fino a oggi. Il Barça uscì dal complesso di inferiorità nei confronti del Madrid e cominciò a proporre una sua personale evoluzione del calcio totale. Nel 1992 conquistò la sua prima Coppa dei Campioni battendo in finale la Sampdoria di Mancini e Vialli. Protagonista della partita fu Ronald Koeman, autore su punizione del gol decisivo. È ufficialmente iniziata l’era del Dream Team.
Pep Guardiola in una foto del 2000.
2000-2009: PEP GUARDIOLA
Il nuovo millennio ha portato il momento più ricco e felice della storia blaugrana. E a segnarlo è stato senza dubbio Pep Guardiola. Mentre si avvicina la primavera del 2008, con la consapevolezza che l’era Rijkaard, che ha portato la seconda Champions League nella storia del club, si è ormai chiusa, il presidente Joan Laporta è alle prese con la scelta del nuovo allenatore. Sono giorni convulsi, una parte del club vorrebbe il ritorno di José Mourinho, già visto al Camp Nou prima da traduttore di Robson e poi da assistente di van Gaal. Ma il profilo del portoghese non è il migliore secondo il direttore sportivo Txiki Begiristain, che sponsorizza un ex compagno di squadra ai tempi del Dream Team di Cruijff. Pep Guardiola sta conducendo la squadra B alla vittoria del gruppo catalano della Tercera División. Non ha esperienza ma ha un’idea di calcio già piuttosto chiara, definita, accattivante. È la stessa di Cruijff, solo aggiornata ai tempi che cambiano, riproposta con una difesa a quattro e non a tre, ma comunque destinata a passare attraverso il dominio del pallone e il pressing. Laporta lo convoca nel suo ufficio e gli chiede se si senta pronto per allenare la prima squadra, lui fissa i suoi occhi in quelli del presidente e gli risponde: «Io sì, sei tu che non hai le palle». È la frase che convince definitivamente Laporta. Il calcio di Guardiola riempie le pagine dei quotidiani sportivi di tutto il mondo, lo chiamano tiqui-taca, anche se anni dopo il tecnico rivelerà di non amare particolarmente quel nome. Al primo anno arriva il triplete. Il Barcellona che aveva chiuso la stagione precedente a 18 punti di distanza dal Real Madrid vince Liga, Copa del Rey e Champions League. In quattro anni arriveranno altri due campionati, un’altra coppa nazionali, un’altra Champions League, tre Supercoppe di Spagna, due Supercoppe europee e due Mondiali per club.
2010-2019: LIONEL MESSI
L’ascesa di Guardiola coincide con quella di Lionel Messi, il cui talento già evidente esplode definitivamente sotto la guida del tecnico catalano. La Pulce si sposta verso il centro dell’attacco, comincia a segnare a ripetizione, nei quattro anni di Guardiola monopolizza letteralmente il Pallone d’Oro, vincendone quattro di fila. L’addio di Pep rende ancora più evidente la sua leadership sulla squadra. Messi comincia ad avere voce in capitolo sull’allenatore da scegliere e sui compagni di squadra. Fa fuori Ibrahomovic e salva Villa, promuove Neymar e più volte ottiene la conferma di Mascherano. Nel frattempo gli altri grandi del ciclo, Xavi e Iniesta, lasciano il Barcellona. Persino Neymar se ne va e Messi rimane da solo a guidare una squadra che è sempre più dipendente da lui. Nel 2012 realizza il record del maggior numero di gol segnati in un anno solare (91). Nel 2015, dopo il secondo triplete sotto la guida di Luis Enrique, arriva anche il quinto Pallone d’Oro, quest’anno potrebbe essere la volta del sesto. Supera Cesar Sanchez e diventa il giocatore con più gol nella storia del Barcellona, è il bomber del Clásico e il giocatore che ha vinto più trofei, l’unico ad aver segnato almeno 40 gol per 10 stagioni consecutive. E la lista dei record è ancora lunga e in continuo aggiornamento. Come la storia del Barcellona.
Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it
Secondo i rumor della stampa spagnola, il premio andrà all'argentino per la sesta volta. Sarebbe la dimostrazione che nel calcio di oggi i gol contano più dei trofei.
Il Pallone d’oro viaggia ancora verso Barcellona, per la sesta volta in 11 anni.
Perché lui, proprio lui, che non ha vinto niente se non una Liga, che è uscito male dalle semifinali di Champions, che ha perso anche la semifinale di Copa America. Perché lui e non un altro? La risposta, in realtà, potrebbe essere molto semplice: se davvero Messi avesse già vinto, lo avrebbe fatto soprattutto per assenza di concorrenza.
IL PALLONE D’ORO SEMPRE PIÙ LEGATO AL MARKETING
Parliamoci chiaro, nell’ultima dozzina di anni il Pallone d’oro si è trasformato in una gigantesca occasione di marketing per il mondo del calcio. Sì, certo, a vincere è sempre il migliore (o uno dei migliori), ma le logiche attraverso cui il premio viene attribuito sono cambiate nel corso del tempo. Oggi sarebbe impensabile vedere premiato un Matthias Sammer o un Fabio Cannavaro. Sarebbe difficile persino che il premio finisse nelle mani di un Michael Owen. Oggi la macchina del pallone esige volti da copertina, e i follower sui social contano giusto poco meno dei trofei conquistati e dei gol segnati. I gol segnati, in particolare, sono fondamentali, forse ancora più delle coppe vinte.
Il Pallone d’oro ha vissuto da sempre nel paradosso di un premio individuale nel contesto di uno sport di squadra
Perché, se il Pallone d’oro ha vissuto da sempre nel paradosso di un premio individuale nel contesto di uno sport di squadra, ultimamente ha deciso di sciogliere questa dicotomia a favore del primo dei due aspetti. Conta più ciò che fai da solo, soprattutto se i numeri sono eclatanti. Nell’era degli attaccanti da 50 gol a stagione non c’è più spazio per i difensori, a malapena riescono a infilarcisi i centrocampisti offensivi, e solo se riescono a far coincidere l’anno sabbatico dei fenomeni con quello in cui loro compiono imprese mirabolanti come far sfiorare la vittoria della Coppa del Mondo a una nazione di poco più che 4 milioni di abitanti, come nel caso del croato Luka Modrić.
Il Pallone d’Oro (foto LaPresse-Xinhua/Zhang Fan).
Messi di gol ne ha fatti 51, in 50 partite. Nell’anno solare è a quota 39, sei in meno di quelli di Robert Lewandowski (che andando avanti di questo passo rischia seriamente di prenotare in anticipo il prossimo, di Pallone d’oro). Ha vinto la Scarpa d’oro e il titolo di capocannoniere della Champions League (per la sesta volta, entrambi). Ha vissuto una stagione contraddittoria sotto l’aspetto delle competizioni disputate. Si è fermato in semifinale di Champions, dove contro il Liverpool, futuro vincitore della coppa, è stato straordinario protagonista nel 3-0 del Camp Nou e un fantasma nello 0-4 subito ad Anfield. Eppure la sua candidatura resta la più forte.
PER CRISTIANO RONALDO UNA STAGIONE DELUDENTE
Guardiamoci intorno, vagliamo gli altri potenziali candidati al Pallone d’oro 2019, cerchiamo di capire perché, probabilmente, lo vincerà ancora Messi. Partiamo da Cristiano Ronaldo, che nell’ultimo decennio abbondante è stato il suo più grande rivale, che ne ha vinti cinque, lo stesso numero che al momento può vantare Messi. Cristiano è penalizzato da una prima stagione alla Juve che è andata meno bene del previsto, ha vinto lo Scudetto con i bianconeri e la Nations League con il Portogallo, ma è uscito ai quarti di finale della Champions League. In Serie A ha segnato 21 gol, 28 complessivi in tutte le competizioni di club, ha messo a referto due triplette decisive agli ottavi di Champions con l’Atletico Madrid e nella semifinale di Nations League con la Svizzera, ma è rimasto sotto le 40 reti per la prima volta in nove anni.
IL LIVERPOOL NON HA UN GIOCATORE CHE SPICCA SUGLI ALTRI
Allora, forse, i veri rivali di Messi andrebbero cercati tra chi la Champions l’ha vinta. Il problema del Liverpool è che è la sublimazione del calcio come gioco di squadra, un collettivo che sopravanza di molto la somma delle individualità che lo compongono. Momo Salah ha segnato meno della stagione precedente (27 gol, poco più della metà di quelli di Messi), Sadio Mané e Roberto Firmino sembrano nomi non altrettanto forti.
Quest’anno ai portieri hanno dedicato una categoria a parte: il Pallone d’Oro dei portieri
I singoli che hanno spiccato maggiormente nella squadra di Jürgen Klopp, Virgil Van Dijk e Alisson, giocano troppo lontani dalla porta avversaria. Il primo fa il difensore centrale, e il fatto che non perda praticamente mai un uno-contro-uno sembra non bastare per prendersi il premio. Il secondo fa il portiere, e in tutta la storia del Pallone d’oro solo una sola volta il trofeo è stato vinto un giocatore in questo ruolo, nel 1963 da Lev Jašin, il Ragno nero russo della Dinamo Mosca. Non a caso da quest’anno agli estremi difensori hanno dedicato una categoria a parte: il Pallone d’Oro dei portieri.
Lionel Messi con la maglia dell’Argentina (foto LaPresse – Fabio Ferrari).
Ecco perché pare che France Football abbia mandato i suoi fotografi a Barcellona in una mattina di fine novembre. Ed ecco perché ancora una volta, a vincere, sarà Messi. Peraltro non sarà nemmeno il premio che la Pulce ha meritato meno nella sua carriera, considerando quello strappato nel 2010 ai campioni del mondo Andreas Iniesta e Xavi e a uno Wesley Sneijder reduce da triplete con l’Inter e finale mondial persa con l’Olanda. Sarà così ancora una volta, aspettando Kylian Mbappé più che Neymar. Perché chi non fa gol non può più essere considerato il migliore calciatore al mondo.
Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it
Il dirigente è stato colpito sul traghetto che collega Messina a Villa San Giovanni, dove si trovava per seguire la squadra rossazzurra impegnata a Potenza. Ora il club non scenderà in campo.
L‘amministratore delegato dal Catania, Pietro Lo Monaco, è stato colpito da alcuni tifosi etnei, che contestano la gestione della società, mentre si trovava sul traghetto che collega Messina e Villa San Giovanni. Lo Monaco si stava recando a Potenza per seguire la gara valida per gli ottavi di finale della Coppia Italia di Serie C. Partita che il Catania non disputerà: la squadra è rientrata a Catania. «La vile e vergognosa aggressione subita oggi dall’ad Pietro Lo Monaco da parte di ultras catanesi a bordo della nave traghetto durante il viaggio per raggiungere Potenza», spiega una nota, «già prevedibile alla luce dello striscione intimidatorio esposto in città e di quanto denunciato dal nostro amministratore delegato in occasione della conferenza stampa di ieri, ci obbliga a fermarci».
Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it
Circa 3 mila persone si sono dirette a piedi verso San Siro partendo dall'Arco della Pace. Tensione nei pressi dello stadio.
Il corteo è partito dall’Arco della Pace e ha bloccato il traffico di Milano. Cori e saluti romani, cappucci e fumogeni accesi. Gli ultrà della Dinamo Zagabria, squadra croata che nella serata del 26 novembre affronterà l’Atalanta a San Siro per il match di Champions League, si sono diretti a piedi verso lo stadio. Circa 3 mila persone hanno percorso via Pagano, poi via Giotto, via Monte Rosa, viale Pietro Tempesta e via Monreale. Le forze dell’ordine li hanno sorvegliati sia da terra, sia dal cielo, con l’ausilio degli elicotteri. All’arrivo a San Siro ci sono stati comunque dei momenti di tensione con i tifosi dell’Atalanta e la polizia è dovuta intervenire.
Linea dura del presidente De Laurentiis. Taglio del 25% dello stipendio per tutti, con punte del 50% per Allan e i capi della rivolta contro il ritiro. E il procedimento arbitrale è alle porte. La situazione.
Al Napoli le cose in campo non vanno bene. Settimo posto e -15 punti dalla Juventus capolista. Fuori, forse ancora peggio. Questioni calcistiche e giuridiche si sono intrecciate affossando la stagione degli azzurri. Tutto è iniziato col grande “ammutinamento“, il rifiuto dei giocatori di andare in ritiro per gli scarsi risultati sportivi (soprattutto in campionato). E ora è arrivata la risposta ufficiale della società, che ha attaccato i calciatori infliggendo un taglio del 25% dello stipendio per tutti, ma punte del 50% nei confronti di Allan e di altri considerati dal club i “capi” della rivolta. Le richieste sono contenute nelle raccomandate inviate anche via pec.
La notizia era nell’aria e, si è appreso oltre la cortina di silenzio ufficiale del club, si dovrebbe concretizzare con la ricezione delle lettere a poche ore dalla partita di Champions league contro il Liverpool. I due piani, ormai, sono completamente scollegati. Il Napoli ha deciso di separare le vicende sportive da quelle contrattuali: i tifosi giudicheranno le prestazioni in campo di capitan Lorenzo Insigne e compagni, il collegio arbitrale del tribunale deve decidere in merito alle sanzioni.
COME FUNZIONA IL PROCEDIMENTO ARBITRALE
Ogni calciatore nominerà un proprio arbitro, il club un altro e i due dovranno accordarsi per eleggere il presidente del collegio; ciascun calciatore avrà un proprio procedimento arbitrale.
ALLAN ACCUSATO DI AVER AGGREDITO IL VICEPRESIDENTE
La multa più salata è stata chiesta ad Allan che oltre alla ribellione paga anche l’accusa di aver tentato di aggredire il vicepresidente azzurro Edoardo De Laurentiis negli spogliatoi dopo il match con il Salisburgo.
CONTESTATA LA LESIONE DEI DIRITTI D’IMMAGINE
Oltre alle multe richieste per il mancato rispetto dell’ordine di andare in ritiro, il Napoli è pronto a infliggere anche multe individuali per una lesione dei diritti d’immagine: ogni calciatore quando firma con il club azzurro raggiunge anche un accordo per la cessione dei propri diritti d’immagine che, a parere del Napoli, è stata lesa dall’atteggiamento poco professionale della ribellione. In questo caso le multe saranno individuali e parametrate al contratto che è diverso per ognuno.
DE LAURENTIIS NON È ANDATO A LIVERPOOL
Al Napoli dunque continua il gelo tra lo spogliatoio e la dirigenza, che aspetta ora risultati sul campo, e testimoniato anche dal fatto che il presidente non è volato in Inghilterra per il match di Champions. In questo clima il Napoli parte per Liverpool dove mercoledì sera affronta i campioni d’Europa. L’allenatore Carlo Ancelotti sa che anche il suo futuro personale è legato alle prossime partite e già il pareggio di San Siro contro il Milan è stato considerato negativamente dal club.
GRANDE ATTESA PER LE PAROLE DI ANCELOTTI
Su questo, ma anche sul clima con cui lo spogliatoio sta vivendo il momento, il tecnico è chiamato a parlare martedì 26 novembre nel pomeriggio a Liverpool, durante la conferenza stampa pre-partita destinata a interrompere il silenzio stampa cominciato proprio nella notte dell’insubordinazione dopo il pari con il Salisburgo. Quella sera Ancelotti andò via senza parlare.
INSIGNE INFORTUNATO, ATTACCO DA INVENTARE
Parlò, prima di sapere della rivolta, Insigne, che rimane a Napoli a causa della contusione al gomito subita a Milano. L’attacco è quindi da inventare, la forza di reazione del gruppo da dimostrare in campo. I 2 mila tifosi azzurri a Liverpool aspettano risposte da Anfield. Poi arriveranno le sentenze del tribunale.
Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it
Per il presidente del Brescia «Mario è nero, sta lavorando per schiarirsi». Poi parla di battuta fraintesa. Un po' come quelle di Passirani sulle banane a Lukaku, di Tavecchio e Opti Pobà, di Lotito che parlò di «pelle normale» dei bianchi. Il vizietto discriminatorio degli uomini nel pallone.
Il 25 novembre era la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Ma mentre si parlava di femminicidi qualcuno è riuscito a esibirsi in dichiarazioni razziste. Nel mondo del calcio, tanto per cambiare. Troppo difficile portare avanti più di una sensibilizzazione alla volta: probabilmente il presidente del Brescia Massimo Cellino non è dotato di questa abilità di multitasking. Così si è fatto sfuggire un commento poco “tecnico”: «Cos’è successo a Mario Balotelli? Che è nero, cosa devo dire, che sta lavorando per schiarirsi, però c’ha molte difficoltà». Mario Balotelli sarebbe (è, in attesa di sviluppi dal mercato) un suo giocatore, il secondo più prezioso della rosa (valore 20 milioni, dietro solo a Sandro Tonali stando ai dati Transfermarkt). E per di più fresco bersaglio dei versi da scimmia che gli hanno riservato i tifosi delll’Hellas Verona il 3 novembre.
ENNESIMO TASSELLO NEL MOMENTO-NO DI SUPER MARIO
Ma Cellino non deve aver pensato a tutto questo e ha provato a motivare così l’attaccante dopo il periodo-no che, oltre a questioni extra campo, ha riguardato aspetti di gioco: prima la discussa sostituzione all’intervallo nella partita persa 4-0 in casa contro il Torino, poi la mancata convocazione in Nazionale– la qualificazione a Euro 2020 era già in tasca – nonostante il suggerimento del presidente della Figc, Gabriele Gravina, che voleva chiamare Super Mario come gesto simbolico anti-razzista. Infine, dopo la sosta del campionato, la cacciata dall’allenamento per scarso impegno e l’esclusione di Balo dalla trasferta di Roma.
IL RITORNELLO DELLA BATTUTA FRAINTESA
Dopo l’uscita di Cellino, il Brescia ha cercato di cancellare il guaio fatto: «Una battuta a titolo di paradosso, palesemente fraintesa, rilasciata nel tentativo di sdrammatizzare un’esposizione mediatica eccessiva e con l’intento di proteggere il giocatore stesso», è stato scritto in un comunicato.
Se scrivete tutte le cazzate che dico, non smettete più. Se chiarisco faccio ancora più danni. Le persone perbene mi conoscono
La “pezza” di Massimo Cellino
Poi Cellino è tornato sull’argomento: «Chi è che mi ha dato del razzista? Se scrivete tutte le cazzate che dico, non smettete più di scrivere. Io non mi devo mica discolpare di una cosa alla quale non credo. La cosa tragica sapete qual è? È che non sapete più che caz.. scrivere». Infine: «Se chiarisco faccio ancora più danni. Le persone perbene mi conoscono». E comunque Cellino si consoli: è solo l’ultimo di una lunga lista di esternazioni razziste che sono arrivate dai protagonisti del calcio italiano.
PASSIRANI E LE BANANE DA LANCIARE A LUKAKU
Luciano Passirani, ex dirigente di diversi club calcistici e opinionista nelle tivù locali, il 16 settembre 2019 parlando del centravanti dell’Inter Romelu Lukaku aveva detto: «Questo ti trascina la squadra. Questo nell’uno contro uno ti uccide, se gli vai contro cadi per terra. O c’hai 10 banane qui per mangiare che gliele dai, altrimenti…». Telelombardia ha deciso di non invitarlo più alle sue trasmissioni.
TAVECCHIO E IL FAMIGERATO OPTI POBÀ
Restando alla frutta, l’esternazione più famigerata è quella di Carlo Tavecchio del 2014: «L’Inghilterra individua i soggetti che entrano, se hanno professionalità per farli giocare. Noi, invece, diciamo che Opti Pobà (nome inventato, ndr) è venuto qua, che prima mangiava le banane, adesso gioca titolare nella Lazio». Concetto che non gli impedì di diventare presidente della Federazione italiana giuoco calcio.
LOTITO E I BIANCHI CON LA PELLE «NORMALE»
La Lazio un presidente vero e non inventato ce l’ha, si chiama Claudio Lotito e il 2 ottobre 2019 ha parlato di razzismo dicendo che «non sempre la vocazione “buuu” corrisponde effettivamente a un atto discriminatorio razzista» perché tra le vittime ci sono anche «persone di non colore, che avevano la pelle normale, bianca, e non di colore».
LE CALCIATRICI «LESBICHE» E «HANDICAPPATE»
Parentesi femminile, nel senso delle vittime delle offese. L’ex presidente della Lega Nazionale Dilettanti, Felice Belloli, nel 2015 definì le giocatrici di calcio «queste quattro lesbiche», secondo quanto riportò il verbale di una riunione. Fu inibito per quattro mesi. Il già citato Tavecchio invece nel 2014, in un’intervista a Report, parlò così del movimento: «Finora si riteneva che la donna fosse un soggetto handicappato rispetto al maschio sotto l’aspetto della resistenza, del tempo, dell’espressione atletica. Invece abbiamo riscontrato che sono molto simili».
MALAGÒ E I SIMULATORI PEGGIO DEI RAZZISTI
Tornando al razzismo, il 25 settembre 2019 il presidente del Coni Giovanni Malagò ha detto che «è sbagliato se qualcuno fa “buuu” a un giocatore di colore, ma è ancora più sbagliato quando uno che guadagna 3 milioni di euro si lascia cadere in area e magari è anche contento di prendere un calcio di rigore». Poi si è corretto: «Non dico che il comportamento di chi simula sia peggiore di chi fa cori razzisti, ma ogni attore protagonista deve fare la sua parte nel modo eticamente migliore». Compreso il presidente del Coni.
Giovanni Malagò. (Ansa)
SACCHI E L’ORGOGLIO ITALIANO ANTI-STRANIERI
Arrigo Sacchi, ex commissario della Nazionale e storico allenatore del Milan, nel 2015 dichiarò: «Io mi vergogno di essere italiano. Per avere successo siamo disposti a vendere l’anima al diavolo. Non abbiamo una dignità, non abbiamo un orgoglio italiano. Ci sono squadre con 15 stranieri. Oggi vedevo il torneo di Viareggio: io non sono un razzista, ho avuto Rijkaard, ma vedere così tanti giocatori di colore, vedere così tanti stranieri, è un’offesa per il calcio italiano».
ERANIO E I NERI NON CONCENTRATI QUANDO C’È DA PENSARE
Sacchi in rossonero incrociò Stefano Eranio, ex centrocampista. Una volta diventato commentatore televisivo, nel 2015 ai microfoni della tivù svizzera Rsi Eranio spiegò che «i giocatori di colore, quando sono sulla linea difensiva, spesso certi errori li fanno perché non sono concentrati. Sono potenti fisicamente però, quando c’è da pensare, spesso e volentieri fanno questi errori». Parlava dell’allora difensore della Roma Antonio Rüdiger. Fu licenziato.
Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it
Le parole - che definire infelici è dire poco - del presidente del Brescia sulla situazione dell'attacante.
Cosa succede con Mario Balotelli? «Che è nero, cosa devo dire, che sta lavorando per schiarirsi però c’ha molte difficoltà». È iniziata con questa frase – che definire infelice è un eufemismo – l’analisi fatta dal presidente del Brescia, Massimo Cellino, sulla situazione dell’attaccante. Al suo arrivo nella sede della Lega Serie A, Cellino ha poi aggiunto: «È successo che nel calcio ci sono squadre che combattono e vincono, se noi pensiamo che un giocatore da solo possa vincere la partita, offendiamo la squadra e il gioco del calcio».
Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it
Negli anticipi di Serie A, bianconeri e nerazzurri vincenti con Atalanta e Torino. Mentre tra Milan e Napoli finisce 1-1.
La Juventus batte l’Atalanta e tenta l’allungo subito rintuzzato dall’Inter, dilagante in casa del Torino. Mentre la sfida tra le due malate illustri della Serie A, Napoli e Milan, finisce con un pareggio che serve a poco a entrambe.
HIGUAIN E DYBALA RIBALTANO L’ATALANTA
Nel sabato di anticipi di prestigio di questa 13esima giornata di Serie A, le prime big a scendere in campo sono Atalanta e Juventus, a Bergamo. Nerazzurri avanti con il gol di Robin Gosens su assist di Musa Barrow, che in precedenza aveva fallito un rigore. Nell’ultimo qarto d’ora la reazione della Juventus – orfana di un acciaccato Cristiano Ronaldo -, con la doppietta di Gonzalo Higuain (il secondo gol è viziato da un fallo di mano di Juan Cuadrado) e la rete del definitivo 1-3 di Paulo Dybala.
BONAVENTURA RIACCIUFFA IL NAPOLI
Nel match delle 18, a San Siro il Napoli del grande ex Carlo Ancelotti va avanti sul Milan con il gol di Hirving Lozano, che raccoglie la conclusione di Lorenzo Insigne sbattuta sulla traversa. Il vantaggio dei partenopei dura pochi minuti: il pareggio, con un gran destro, è firmato Giacomo Bonaventura, al gol dopo oltre 400 giorni segnati da una lunga sequela di infortuni.
LAUTARO E LUKAKU LANCIANO L’INTER
Nel match serale, l’Inter sbanca il campo del Torino grazie ai gol di Lautaro Martinez, Stefan De Vrij e Romelu Lukaku. Con questi risultati, la Juventus resta in vetta (35 punti) alla classifica con una lunghezza di vantaggio sull’Inter. Il Napoli, a 20 punti, rischia di vedersi allontanare ulteriormente la zona Champions, ora a 4 lunghezze, mentre il Milan resta impaludato nelle zone medio-basse della classifica, a 14 punti, cinque sopra la zona retrocessione.
Leggi tutte le notizie di Lettera43 su Google News oppure sul nostro sito Lettera43.it