Festival di Sanremo, l’ordine di uscita dei cantanti nella prima serata

Nella seconda e ultima conferenza stampa prima dell’inizio del Festival di Sanremo, il direttore artistico e conduttore Carlo Conti ha annunciato che sul palco dell’Ariston – oltre a Can Yaman – salirà anche Kabir Bedi: i due attori che più hanno incarnato il personaggio salgariano di Sandokan si ritroveranno insieme nella prima serata della kermesse. Non solo: ha anche comunicato l’ordine di uscita dei cantanti in gara.

L’ordine di uscita dei cantanti in gara

La prima serata del Festival di Sanremo vedrà l’esibizione di tutti e 30 i big in gara. Ecco l’ordine di uscita:

Ditonellapiaga con Che fastidio!
Michele Bravi con Prima o poi
Sayf con Tu mi piaci tanto
Mara Sattei con Le cose che non sai di me
Dargen D’Amico con AI AI
Arisa con Magica favola
Luchè con Labirinto
Tommaso Paradiso con I romantici
Elettra Lamborghini con Voilà
Patty Pravo con Opera
Samurai Jay con Ossessione
Raf con Ora e per sempre
J-Ax con Italia Starter Pack
Fulminacci con Stupida sfortuna
Levante con Sei tu
Fedez & Marco Masini con Male necessario
Ermal Meta con Stella stellina
Serena Brancale con Qui con me
Nayt con Prima che
Malika Ayane con Animali notturni
Eddie Brock con Avvoltoi
Sal Da Vinci con Per sempre sì
Enrico Nigiotti con Ogni volta che non so volare
Tredici Pietro con Uomo che cade
Bambole di Pezza con Resta con me
Chiello con Ti penso sempre
Maria Antonietta & Colombre con La felicità e basta
Leo Gassmann con Naturale
Francesco Renga con Il meglio di me
LDA & Aka7even con Poesie clandestine

Le esibizioni dei cantanti in gara verranno valutate esclusivamente dalla Giuria della Sala Stampa, Tv e Web, che assegnerà i voti necessari a stilare una classifica provvisoria dei 30 brani: al termine della serata, saranno comunicate le cinque canzoni più apprezzate dai giurati, senza però l’ordine di piazzamento.

Lombardia, l’ex assessore Mazzali lascia Fdi

La consigliera regionale lombarda Barbara Mazzali ha lasciato Fratelli d’Italia per aderire a Forza Italia. Ad annunciarlo è stato Alessandro Sorte, deputato azzurro e segretario regionale della Lombardia: «Il nostro gruppo sale così a 11 consiglieri regionali. Alle elezioni del 2023 erano stati eletti sei consiglieri e quello di Barbara Mazzali è il quinto ingresso nel gruppo, a conferma di un percorso di crescita politica e istituzionale costante. Siamo felici della sua scelta, si tratta di una figura di riconosciuto consenso, che in più tornate elettorali ha dimostrato competenza, credibilità e un forte radicamento sul territorio lombardo. Il suo contributo rappresenta un valore aggiunto per l’azione del gruppo e per il progetto politico di Forza Italia in Regione. Il partito continua a crescere e rafforzarsi sul territorio lombardo e a ogni tornata elettorale. Nelle prossime settimane ci saranno altri ingressi». Mazzali, che pare stesse dialogando anche con il partito di Vannacci, Futuro Nazionale, ha dunque scelto di proseguire l’esperienza con Fi anche in vista di una candidatura per le prossime regionali. Nei primi due anni e mezzo di legislatura ha svolto il ruolo di assessore regionale al Turismo prima di essere sostituita in corsa da Debora Massari.

Le parole del poliziotto che ha ucciso lo spacciatore a Rogoredo

Carmelo Cinturrino, l’assistente capo della Polizia arrestato per l’omicidio a Rogoredo di Abderrahim Mansouri, si è rivolto al suo l’avvocato Piero Porciani con queste parole, riferite dallo stesso legale prima dell’interrogatorio di convalida davanti al gip nel carcere di San Vittore: «Dovevo essere quello che faceva osservare la legge, ho sbagliato. Chiedo scusa a tutte le persone che indossano la divisa: ho tradito la loro fiducia».

Le parole del poliziotto che ha ucciso lo spacciatore a Rogoredo
Abderrahim Mansouri e Carmelo Cinturrino (Ansa).

Il legale: «Cinturrino ha sparato perché aveva paura»

Porciani ha inoltre affermato che il suo assistito è «triste, pentito di quello che ha fatto». L’avvocato ha poi ribadito che Cinturrino «ha sparato perché aveva paura» e che «quello che ha fatto dopo è stato un errore», ammettendo di fatto la messinscena orchestrata dal poliziotto. A tal proposito, il legale ha detto che la pistola «era in quello zaino da qualche tempo» e che pertanto il suo collega, andato in commissariato a prenderla, «non poteva non sapere». Per quanto riguarda altre illazioni riguardanti Cinturrino, Porciani ha dichiarato che il suo assistito «non ha mai preso un centesimo da nessuno».

La messinscena per coprire l’omicidio del pusher

Secondo il pm Giovanni Tarzia e il procuratore Marcello Viola che hanno coordinato le indagini, Cinturrino avrebbe sparato e ucciso Mansouri quando questi era disarmato. Solo in un secondo momento, e dopo aver ordinato a un collega di andare al commissariato a prendere uno zaino, avrebbe lasciato accanto al corpo la replica giocattolo di una pistola Beretta 92 che teneva in ufficio. Una messinscena organizzata per coprire l’omicidio resa palese nei giorni successivi anche grazie alle dichiarazioni di alcuni testimoni. In più, mentre la vittima era a terra agonizzante, ma ancora viva, Cinturrino non avrebbe chiamato i soccorsi, né avrebbe segnalato alla centrale operativa della questura quanto successo. La chiamata sarebbe avvenuta solo 23 minuti dopo. Il 23 febbraio il consulente nominato dalla difesa, Dario Redaelli, ha lasciato l’incarico: «Non posso pensare di difendere una persona che ha preso in giro non solo il sottoscritto ma soprattutto l’istituzione di cui ho fatto parte per 40 anni».

Gedi, il greco Kyriakou vuole Mirja Cartia D’Asero come ad

Mancano ancora alcuni dettagli che le parti, con la diplomazia tipica di chi ha già incassato, si affrettano a definire trascurabili. Questione di giorni, forse di ore, ma la lunga e tormentata telenovela editoriale tra il gruppo Antenna Group del greco Theodore Kyriakou e la Gedi di John Elkann sembra arrivata ai titoli di coda. Ultimo atto di una storia che ha tenuto col fiato sospeso giornalisti e intere redazioni, in attesa tutt’altro che serena di conoscere il proprio destino. Ma la notizia nella notizia riguarda la guida del futuro gruppo. Seguendo le indicazioni dello stesso Kyriakou, a prendere le redini sarà Mirja Cartia D’Asero: ex amministratrice delegata del Sole 24 Ore, oggi presidente di Clessidra Holding e di Clessidra Private Equity SGR. Una manager che conosce bene le stanze dove si decide, che muove un network di potere non trascurabile, ma che ha lasciato la casa editrice di Confindustria dopo un duro scontro con l’allora presidente Edoardo Garrone su un tema di mancati accantonamenti.

Gedi, il greco Kyriakou vuole Mirja Cartia D’Asero come ad
Gedi, il greco Kyriakou vuole Mirja Cartia D’Asero come ad
Gedi, il greco Kyriakou vuole Mirja Cartia D’Asero come ad
Gedi, il greco Kyriakou vuole Mirja Cartia D’Asero come ad
Gedi, il greco Kyriakou vuole Mirja Cartia D’Asero come ad
Gedi, il greco Kyriakou vuole Mirja Cartia D’Asero come ad
Gedi, il greco Kyriakou vuole Mirja Cartia D’Asero come ad
Gedi, il greco Kyriakou vuole Mirja Cartia D’Asero come ad
Gedi, il greco Kyriakou vuole Mirja Cartia D’Asero come ad
Gedi, il greco Kyriakou vuole Mirja Cartia D’Asero come ad

La due diligence che ha preceduto l’accordo è stata di quelle che restano negli annali: definirla accurata sarebbe come chiamare La guerra dei Roses un diverbio condominiale. I consulenti del greco hanno passato al setaccio conti, contratti, passività e probabilmente anche le piante degli uffici. Alla fine, però, le parti sembrano aver trovato la quadra. E così la Repubblica, La Stampa, i pochi periodici superstiti come Limes, le radio e la concessionaria pubblicitaria Manzoni si apprestano a battere bandiera greca. Kyriakou, imprenditore navigato che nel suo Paese controlla un pezzo consistente del sistema mediatico, aggiunge all’impero un asset che in Italia vale ancora qualcosa in termini di influenza, anche se molto meno in termini di bilancio.

Sondaggi Swg 23 febbraio 2026, inizia la discesa di Vannacci

Secondo il sondaggio Swg per il TgLa7 del 23 febbraio 2026, il partito di Roberto Vannacci sta già iniziando a calare. Rispetto alla settimana precedente, infatti, Futuro nazionale è sceso dello 0,2 per cento stanziandosi al 3,4 e venendo superato da Azione di Carlo Calenda (al 3,5). Sale invece la Lega, il partito che ha maggiormente sofferto la nascita della forza dell’ex generale, che recupera lo 0,2 e arriva al 6,6 per cento. Tra i partiti di governo, Fratelli d’Italia è stabile al 29,8 per cento, mentre Forza Italia cede lo 0,1 ed è data all’8,3 per cento. Tra le opposizioni, il Partito democratico arriva al 21,9 (-0,1), il Movimento 5 stelle all’11,5 (con un calo dello 0,3), Alleanza Verdi Sinistra al 6,7 (+0,1) e Italia viva al 2,2 (-0,1). Tra i partiti minori, + Europa è all’1,4 per cento e Noi Moderati all’1,1, entrambi stabili.

Sondaggi Swg 23 febbraio 2026, inizia la discesa di Vannacci
Sondaggio Swg 23 febbraio 2026 (X).
Sondaggi Swg 23 febbraio 2026, inizia la discesa di Vannacci
Sondaggio Swg 23 febbraio 2026 (X).

Morto l’attore Robert Carradine

È morto l’attore statunitense Robert Carradine. Aveva 71 anni e da due decenni combatteva con il disturbo bipolare: si sarebbe tolto la vita. A dare l’annuncio è stata la famiglia, con una nota affidata a Deadline: «In un mondo che può sembrare così buio, Bobby è sempre stato un faro di luce per tutti coloro che lo circondavano. Siamo addolorati per la perdita di questa splendida anima e vogliamo rendere omaggio alla coraggiosa lotta di Bobby contro la sua battaglia. Speriamo che il suo percorso possa illuminare la nostra vita e incoraggiarci ad affrontare lo stigma sulla malattia mentale».

In Lizzie McGuire era il papà del personaggio interpretato da Hilary Duff

Membro della famiglia cinematografica dei Carradine, nel corso della carriera ha recitato ne I cavalieri dalle lunghe ombre (1980) con i fratelli David e Keith, e ne I cowboys (1972), al fianco di John Wayne. Famoso anche per aver partecipato ai quattro film della serie La rivincita dei nerds, nel ruolo del protagonista Lewis Skolnick, nella serie Lizzie McGuire aveva interpretato il papà del personaggio interpretato da Hilary Duff. E proprio quest’ultima lo ha ricordato sui social: «Leggere questa notizia fa male. È davvero difficile affrontare una verità del genere su un vecchio amico. Nella famiglia McGuire c’era tanto calore e mi sono sempre sentita amata e protetta dai miei genitori televisivi. Gliene sarò per sempre grata. Sono profondamente triste nel sapere che Bobby stava soffrendo. Il mio cuore è con lui, con la sua famiglia e con tutti coloro che gli hanno voluto bene».

Il videomessaggio di Zelensky nel quarto anniversario dell’invasione russa

Volodymyr Zelensky si è rivolto agli ucraini e al mondo intero nel quarto anniversario dell’invasione russa. Lo ha fatto con un lungo videomessaggio, in cui viene mostrato anche l’ufficio e i tunnel del bunker di Kyiv dove ha trascorso la maggior parte del tempo nelle fasi iniziali dell’operazione militare di Mosca.

Cosa ha detto Zelensky nel videomessaggio

«Oggi sono esattamente quattro anni da quando Vladimir Putin ha conquistato Kyiv in tre giorni». Zelensky avvia così i 19 minuti del video, che inizialmente lo vede seduto alla scrivania del suo ufficio: «Il nostro popolo non ha issato bandiera bianca, ma ha difeso quella blu e gialla. E gli occupanti, che pensavano di essere accolti da file di fiori, hanno visto file agli uffici di reclutamento militare. Il nostro popolo ha scelto la resistenza».

«Ho lavorato qui, poi sono salito di sopra, mi sono rivolto a voi, al popolo. La nostra squadra era qui, il governo, incontri quotidiani con i militari, telefonate, ricerca di soluzioni: tutto il necessario per la sopravvivenza dell’Ucraina», racconta Zelensky. E poi: «Poche cose scaldano i cuori degli ucraini più delle immagini di installazioni militari nemiche e raffinerie di petrolio in fiamme. Quando è successo per la prima volta ha fatto notizia. Oggi è la normalità». Il capo della Bankova è poi passato a un’affermazione a metà tra l’invito e la frecciata a Donald Trump: «Voglio davvero venire qui un giorno con il presidente degli Stati Uniti. Solo visitando l’Ucraina e toccando con mano la nostra gente e questo mare di dolore, solo allora potrà capire cos’è veramente questa guerra. E chi è l’aggressore». Infine: «Tutti vogliamo che la guerra finisca. Ma nessuno permetterà che finisca l’Ucraina. Vogliamo la pace. Una pace forte, dignitosa e duratura».

Vannacci entra ufficialmente nell’Ens, gruppo fondato dall’Afd

Roberto Vannacci entra ufficialmente nel gruppo Ens (Europa delle nazioni sovrane), la famiglia sovranista fondata dall’Afd, dopo essere uscito dai Patrioti per l’Europa in conseguenza del suo addio alla Lega. Lo ha annunciato il capogruppo Rene Aust in conferenza stampa a Bruxelles. «È un onore, mi riconosco totalmente nei principi e ideali di questo gruppo», ha dichiarato l’ex generale. «Sono convinto che assieme lavoreremo benissimo. Seguendo il principio di difendere la sovranità nazionale contro il federalismo europeo, rimuovendo la più grande truffa dell’Ue che è il Green Deal. Ancora, puntiamo a proteggere le tradizioni greco romane che hanno sempre caratterizzando l’Europa e abbiamo una posizione molto chiara in materia di immigrazione, che non è solo importazione di forza lavoro ma anche di cultura e civiltà completamente diverse dalle nostre», ha aggiunto. «Io al momento non faccio parte di nessuna coalizione, il mio partito non fa parte di nessuna coalizione. Il partito è appena nato e sostanzialmente sta per prendere piede. Oggi Futuro Nazionale cammina sulle sue gambe e da solo», ha concluso riguardo al suo posizionamento nel Parlamento italiano.

Aust: «Puntiamo su un’eccellente collaborazione»

«Per noi è un grande onore poterti accogliere nel nostro gruppo e puntiamo su un’eccellente collaborazione», ha detto Aust. «Avremmo accolto solo deputati fedeli ai loro principi, non c’è dubbio in questo caso. Nelle prossime settimane e mesi questa resterà la situazione per fare un lavoro importante al Parlamento europeo e in patria. Abbiamo discusso su punti comuni e differenze e il risultato è che abbiamo pochissime differenze ma possiamo trovare un denominatore comune per la politica economica e migratoria».

Rilasciato su cauzione l’ex ambasciatore britannico Mandelson: di cosa è accusato

La polizia britannica ha rilasciato su cauzione Peter Mandelson, l’ex ministro ed ex ambasciatore negli Stati Uniti che era stato arrestato il 23 febbraio il suo coinvolgimento nel caso Epstein. Era finito dietro le sbarre con la stessa accusa dell’ex principe Andrea: condotta illecita nell’esercizio di funzioni pubbliche. Mentre era al potere nei primi Anni Duemila, Mandelson – considerato l’eminenza grigia dei governi laburisti di Tony Blair – avrebbe girato a Jeffrey Epstein (così come ad altri finanzieri) informazioni governative segrete, utilizzabili a scopo di lucro.

Rilasciato su cauzione l’ex ambasciatore britannico Mandelson: di cosa è accusato
La sede di Scotland Yard (Ansa).

Di cosa è accusato Mandelson, ex eminenza grigia Labour

Il fermo per Mandelson era scattato dopo le perquisizioni nelle sue proprietà a Londra e nel Wiltshire, sud-ovest dell’Inghilterra: dalle email pubblicate negli Stati Uniti sul caso Epstein sono emerse fughe di informazioni riservate, risalenti al biennio 2009-2010, relative alla stretta fiscale ai bonus dei banchieri e al maxi-intervento da 500 miliardi di euro dell’Ue per il salvataggio degli istituti di credito dopo il crac di Lehman Brothers.

Rilasciato su cauzione l’ex ambasciatore britannico Mandelson: di cosa è accusato
Peter Mandelson e Jeffrey Epstein (Ansa).

Mandelson non è più ambasciatore da settembre

L’arresto di Mandelson era arrivato a pochi mesi la rimozione dall’incarico diplomatico a Washington, avvenuta a settembre, dopo che erano venuti alla luce maggiori dettagli sul legame con Epstein, morto suicida in carcere nel 2019: in alcune email il diplomatico espresse solidarietà e vicinanza all’uomo d’affari dopo il suo arresto per traffico di minori. All’inizio di febbraio, Scotland Yard ha poi avviato un’indagine su Mandelson: quest’ultimo si era dimesso anche dal Partito Laburista (di cui è stato a lungo uno degli esponenti più importanti) e dalla Camera dei Lord.

Il governo di Starmer è sempre più sotto pressione

Ovviamente, l’arresto di Mandelson sta mettendo sotto enorme pressione il governo di Keir Starmer, che peraltro ha già perso dei pezzi. Domenica 8 febbraio si è dimesso infatti il capo di gabinetto Morgan McSweeney, che aveva fortemente insistito col premier affinché Mandelson (suo amico ed ex ministro) ottenesse l’incarico di ambasciatore a Washington, nonostante i conclamati rapporti intrattenuti da quest’ultimo con Epstein anche dopo la prima condanna inflitta al finanziere americano per traffico sessuale.

In vigore i nuovi dazi voluti da Trump

Alle 6 di martedì 24 febbraio 2026 sono entrati in vigore i nuovi dazi globali del 10 per cento annunciati dal presidente statunitense Donald Trump. Questa nuova imposta, introdotta con un decreto firmato venerdì dopo la sentenza della Corte suprema che ha bocciato le tariffe preesistenti, sostituisce le cosiddette reciprocal tariffs e i balzelli legati al flusso di fentanyl (per Canada, Messico e Cina) stabiliti citando la legge di emergenza economica e bocciati dalla giustizia Usa. Non sostituisce invece i dazi doganali cosiddetti settoriali, che vanno dal 10 al 50 per cento su una serie di settori come il rame, l’automobile o il legno da costruzione, che non erano interessati dalla decisione della Corte. L’agenzia per la protezione delle dogane e delle frontiere ha interrotto la riscossione dei dazi imposti ai sensi dell’International emergency economic powers act dichiarati illegali dai giudici. I nuovi dazi resteranno in vigore per 150 giorni, fino alla fine di luglio. Se Trump decidesse di prolungarli dovrebbe a quel punto ricorrere al Congresso.

Dazi al 10 e non al 15 per cento

Dopo la firma del decreto con dazi al 10 per cento, il tycoon aveva annunciato su Truth che avrebbe alzato l’aliquota al 15 per cento. Questo aumento, però, non è ancora stato formalizzato, quindi per ora vale il provvedimento firmato con tariffe al 10 per cento.

Mit in tilt: il nuovo software non funziona e blocca il ministero di Salvini

Il Mit è in tilt. Ora, pare, in modo meno grave, ma le ultime due settimane sono state un calvario. C’è un allarme informatico al ministero delle Infrastrutture e dei trasporti che riguarda l’attivazione del nuovo sistema di protocollazione dei documenti. Il protocollo è infatti obbligatorio per schedare in modo univoco tutti i documenti in entrata, in uscita e interni. Ne assicura la tracciabilità, la marcatura temporale e la classificazione, dunque è imprescindibile in ogni procedura e attività. A Porta Pia il nuovo software, lanciato il 9 febbraio scorso, non funziona come dovrebbe e ha finito per ingolfare la gigantesca macchina amministrativa del dicastero, in un momento peraltro delicatissimo alla luce dei tanti dossier infrastrutturali che si affastellano sui tavoli ministeriali.

Mit in tilt: il nuovo software non funziona e blocca il ministero di Salvini
L’ingresso del ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti.

Sindacati della funzione pubblica in allerta

Parlano addirittura di «massima preoccupazione per tale situazione» i sindacati della funzione pubblica Fp Cgil, Uil Pa e Usb Pubblico impiego che appena venerdì scorso hanno preso carta e penna per scrivere in via riservata ai vertici del dicastero di Porta Pia. Nella mail di cui Lettera43 è entrata in possesso – indirizzata a Lorenzo Quinzi, capo dipartimento per gli Affari generali, e a Francesco Baldoni, direttore generale per la Digitalizzazione – si spiega che «le criticità hanno impattato su tutte le attività istituzionali del Mit sino all’ipotesi di interruzione di pubblico servizio». Le sigle aggiungono che il blackout della protocollazione «sta creando difficoltà per tutti gli operatori del Mit e altre ne porterà in futuro», per cui chiedono «con la massima urgenza un’informativa in merito alle motivazioni di tale criticità» e invocano un incontro che ancora non è stato fissato. Raggiunta al telefono, Giordana Pallone, responsabile delle Funzioni centrali per la Fp Cgil, chiosa: «È una materia molto delicata e tecnica. Ed è interesse di tutti risolvere i problemi che ci sono, collaborando in modo fattivo. Forse il nuovo sistema è stato introdotto con un po’ di fretta, forse serviva un periodo di coabitazione tra il vecchio e il nuovo e una formazione pratica più efficace. Qualcosa non sta funzionando, ma siamo tutti convinti che si possa venirne a capo quanto prima».

Mit in tilt: il nuovo software non funziona e blocca il ministero di Salvini
Lorenzo Quinzi (Imagoeconomica).

Pagamenti e istruttorie bloccati

Fonti qualificate del ministero confermano che è «un problema che blocca i pagamenti e le istruttorie, se non trovi i precedenti…». E aggiungono: «La nota dei sindacati è stata pure garbata. Qualche direttore generale o provveditore è stato molto più duro».  Il programma nuovo sostituisce completamente il precedente e, in fase di lancio, sta creando problemi enormi nella gestione del trasloco di tutti i documenti, con tanto di re-indicizzazione. Il fornitore esterno e partner tecnologico è Accenture e si tratta peraltro di un progetto Pnrr (Missione 1) da 41,7 milioni di euro per la migrazione in seno al Polo strategico nazionale, che ha l’obiettivo di dotare la Pubblica amministrazione di un’infrastruttura cloud sicura.

L’incidente potrebbe far rotolare qualche testa

Il nervosismo nei corridoi del Mit è palpabile e secondo qualcuno Baldoni rischierebbe il posto per l’incidente sul sistema di protocollo. Peraltro, il Rup (responsabile unico del progetto) era il dirigente di seconda fascia Giorgio Agrifoglio, che nel frattempo è migrato, lui sì, al ministero della Giustizia. «È più di un anno che i colleghi lavorano con Accenture per questo passaggio alla nuova piattaforma, ma a due settimane dal lancio ancora non ci siamo», spiega un’altra fonte a Lettera43. «Ci sono interi settori che stanno segnalando bug e disservizi, che non vedono gli allegati e soprattutto il fatto di non trovare i precedenti non è cosa da poco». «Attualmente stiamo facendo di necessità virtù e ci arrivano le cose attraverso il sistema Ced Nomentano», chiarivano dal Mit lo scorso fine settimana riferendosi al vecchio Centro elaborazione dati della Motorizzazione, in via Nomentana. Qualcun altro instilla veleno: «Mentre il ministro Salvini si divertiva alle Olimpiadi invernali, qui siamo rimasti con le mani nei capelli».

Mit in tilt: il nuovo software non funziona e blocca il ministero di Salvini
Francesco Baldoni (Imagoeconomica).

«Totale marasma» tra investimenti da finalizzare e il Recovery verso la chiusura

Insomma, «un totale marasma», sussurrano dalle stanze del dicastero, un guaio che non ci voleva nel momento in cui il Mit deve finalizzare i circa 40 miliardi di euro di investimenti collegati al Pnrr che a esso fanno capo, con il Recovery ormai a pochi mesi dalla chiusura. Poi ci sono i dossier caldi della rete ferroviaria e dell’Altra velocità e capacità, il Piano casa, le grandi opere al palo come il Ponte sullo Stretto, le infrastrutture idriche. Tanta carne al fuoco. «Eppure sono stati fatti moltissimi test, ma qualcosa non va», chiosano dal ministero. Gira voce, non confermata, che addirittura fosse stata lanciata da Porta Pia una richiesta d’aiuto alla presidenza del Consiglio. Vedremo se il guaio informatico sarà risolto a breve o se toccherà agli uomini di Giorgia Meloni togliere le castagne dal fuoco a Matteo Salvini.

Mit in tilt: il nuovo software non funziona e blocca il ministero di Salvini
Matteo Salvini (Imagoeconomica).

Quando si terranno i nuovi colloqui tra Ucraina e Russia

Kirill Budanov, capo di gabinetto di Volodymyr Zelensky, ha annunciato che entro questa settimana potrebbe avere luogo un nuovo ciclo di colloqui volti a porre fine alla guerra in Ucraina, indicando come possibili date giovedì 26 e venerdì 27 febbraio. «Siamo attualmente in fase di preparazione. È una questione di protocollo: quando, chi verrà e così via. Tutte e tre le parti devono essere d’accordo su questo. Anzi quattro parti, incluso chi ospita», ha detto Budanov. Le parti in causa sono l’Ucraina e la Russia, ovviamente, a cui si aggiungono gli Stati Uniti e la Svizzera, che dovrebbe ospitare ancora i colloqui a Ginevra. Budanov, parlando con i giornalisti, ha affermato che non ci sono ancora dettagli su un possibile incontro tra i presidenti di Ucraina e Russia. «Abbiamo sollevato la questione», ha detto, aggiungendo che Mosca non ha ancora fornito una risposta. Dall’inizio dell’anno Russia e Ucraina hanno tenuto diversi round di colloqui con la partecipazione degli Usa: anche l’ultimo (17-18 febbraio) si è svolto a Ginevra.

Referendum sulla giustizia, c’è il sorpasso del “no”

A un mese dal referendum sulla riforma della giustizia, che si terrà il 22 e il 23 marzo, un sondaggio condotto da Ixè sulle intenzioni di voto ha evidenziato il sorpasso del “no”, collocato tra 51,3 e il 54,3 per cento, a fronte del “sì” dato tra il 45,7 e il 48,7 per cento. Il sondaggio precedente, condotto a gennaio, delineava un pareggio. Nell’indagine di novembre, invece, risultava nettamente in vantaggio il “sì”, dato al 53 per cento rispetto al 47 per cento del “no”.

Il 46 per cento degli elettori è intenzionato ad andare a votare

Per quanto riguarda l’affluenza, secondo il sondaggio il 46 per cento degli elettori risulta fortemente intenzionato ad andare a votare per il referendum. E in tal senso si conferma una propensione più marcata nell’elettorato di sinistra e centro sinistra. Massiccia la fetta degli indecisi, che per l’indagine ammontano al 40 per cento degli aventi diritto.

La maggioranza degli italiani è ben informata sul referendum

Tra le persone interpellate, il 55,7 per cento dichiara di conoscere i temi oggetto del referendum. A gennaio, la quota era fermata si fermava al 45 per cento e ancora prima, a novembre, al 39 per cento. Al momento, secondo l’indagine di Ixé, la maggioranza degli italiani è dunque ben informata sul referendum: solo il 13 per cento ha dichiarato di non aver nemmeno sentito parlare della consultazione referendaria.

Rogoredo, il consulente della difesa dell’agente Cinturrino lascia l’incarico

Dopo il fermo dell’agente Carmelo Cinturrino con l’accusa di omicidio volontario in relazione ai fatti di Rogoredo del 26 gennaio, il consulente nominato dalla sua difesa, Dario Redaelli, ha lasciato l’incarico. «Non posso pensare di difendere una persona che ha preso in giro non solo il sottoscritto ma soprattutto l’istituzione di cui ho fatto parte per 40 anni», ha affermato secondo quanto riportato da Tgcom24. Redaelli, in passato esperto della polizia di Stato in materia di investigazioni scientifiche, ha aggiunto: «Mi dispiace molto per tutti i poliziotti che ogni giorno si impegnano per garantire la sicurezza degli italiani e che rappresentano al meglio la divisa che indossano».

Il poliziotto avrebbe organizzato una messinscena per coprire l’omicidio di un pusher

Secondo il pm Giovanni Tarzia e il procuratore Marcello Viola che hanno coordinato le indagini, Cinturrino avrebbe sparato e ucciso il pusher Abderrahim Mansouri quando questi era disarmato. Solo in un secondo momento, e dopo aver ordinato a un collega di andare al commissariato a prendere uno zaino, avrebbe lasciato accanto al corpo la replica giocattolo di una pistola Beretta 92 che teneva in ufficio. Una messinscena organizzata per coprire l’omicidio resa palese nei giorni successivi anche grazie alle dichiarazioni di alcuni testimoni. In più, mentre la vittima era a terra agonizzante, ma ancora viva, Cinturrino non avrebbe chiamato i soccorsi, né avrebbe segnalato alla centrale operativa della questura quanto successo. La chiamata sarebbe avvenuta solo 23 minuti dopo.

Carlo Conti: «Io meloniano? Sono un uomo libero»

Nella prima conferenza stampa della 76esima edizione del Festival di Sanremo, il direttore artistico e conduttore Carlo Conti è tornato (imbeccato dalla stampa) sulle polemiche politiche che hanno fatto seguito all’annunciata presenza – poi saltata – di Andrea Pucci sul palco dell’Ariston. «Quando c’era Renzi sono stato definito renziano, oggi meloniano, domani sarò cinquestelliano. Per fortuna in questi 40 anni sono un uomo libero, ci tengo a essere indipendente nel mio lavoro. In televisione sono un giullare e orgogliosamente faccio il giullare», ha detto Conti.

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Conti: «Meloni può venire a Sanremo se compra il biglietto»

Dopo aver smentito di essere meloniano, Conti ha anche negato di aver invitato la presidente del Consiglio all’Ariston: «Fantascienza pura. Non ho nessun rapporto con lei. Io credo che la mia storia parli per me, parli per gli ospiti che ho portato al festival. Sanremo l’ho fatto con un governo e l’ho fatto con un altro». E poi: «La premier è una cittadina libera, se compra il biglietto e vuole venire, può venire. Come qualsiasi altro cittadino. Non è che decido io chi può venire o non venire a vedere il Festival».

Sul forfait di Pucci: «Dispiace umanamente e professionalmente»

Conti ha inoltre confermato di non aver ricevuto pressioni per far approdare Pucci a Sanremo: «Ripeto e sottolineo: preferisco che si dica che io non so fare il mio mestiere piuttosto che qualcuno dica che mi hanno obbligato a prendere qualcuno o mi hanno tirato per la giacca per favorire questo o quel comico o artista su quel palcoscenico». Il presentatore si è poi detto stupito dalle polemiche attorno alla figura del comico milanese: «È stato ospite di miliardi di trasmissioni, ha fatto programmi di grande successo, a settembre gli abbiamo dato il premio all’Arena di Verona per i suoi incassi. Sono andato a teatro a vederlo e non ci ho trovato niente di sconvolgente. Quando penso di invitare un artista non è che gli chiedo cosa pensa, cosa vota, da che parte è». Quanto alla rinuncia da parte del comico, Conti ha dichiarato: «Mi dispiace umanamente e professionalmente per lui. Da un lato lo posso anche capire, perché voi tutti eravate testimoni di quello che è successo a un grande fuoriclasse con Maurizio Crozza su quel palcoscenico: quindi lui ha avuto paura di reazioni. Ha preferito fare un passo indietro».

L’altro Garibaldi: estratto del libro di Virman Cusenza

Dietro la figura dell’eroe dei due mondi, oltre la camicia rossa e il mito risorgimentale, si cela un uomo sorprendentemente moderno e visionario. Virman Cusenza con L’altro Garibaldi. I Diari di Caprera (Mondadori) ci invita a conoscere il Garibaldi meno noto, accompagnandoci nella sua vita quotidiana, liberando il mito dagli stereotipi. Sull’isola infatti Garibaldi non si limita a guidare un’azienda agricola modello, ma importa macchinari innovativi, realizza un mulino d’avanguardia, impianta 14 mila viti e alleva una sorta di secondo esercito, composto da un migliaio di capi di bestiame. Fondatore della Società Reale di Protezione degli Animali, l’eroe cosmopolita coltiva idee e relazioni, accoglie amici, intellettuali e visitatori, sperimentando forme anticipate di famiglia allargata. In questo senso I Diari agricoli testimoniano una vita scandita da zappa e spada, raccolgono osservazioni meteorologiche e annotazioni puntuali su eventi storici: dalla visita di emissari reali allo sbarco di Bakunin. Caprera si rivela così più di un buen retiro, ma un laboratorio da cui osservare il mondo senza smettere di influenzarlo. Lettera43 vi propone un estratto da L’altro Garibaldi.

L’altro Garibaldi: estratto del libro di Virman Cusenza
La copertina di L’altro Garibaldi di Virman Cusenza.

La guerra delle api

Non si comanda un esercito, se prima non si impara a governare un alveare. È la lezione più importante che il generale trae dopo i primi anni a Caprera, dove ha sperimentato la complessità dell’apicoltura. Organizzare questi piccoli insetti, farli acquartierare proficuamente, garantirne il pascolo con la più grande diversità di fiori possibile, sfamarli in inverno quando corolle e petali scarseggiano non è meno complesso che organizzare le truppe. Perfino raccogliere il frutto della loro laboriosità è operazione non priva di rischi. Ma Garibaldi, forse proprio per questo, si appassiona. Arrivando a confessare nel ’73 a un esperto come Isidoro Guerinoni, direttore della Società apistica di Pistoia e suo «maestro» in quest’arte, che la sua «principale occupazione sono le api. Se avessi cominciato trent’anni prima, ne farei un’estesa coltura». Si emoziona quando esce il primo sciame. Ancora più che con le pianticelle che fanno capolino tra i solchi che ha sarchiato. Con le api l’orgoglio è doppio, perché è come se la sua mano per qualche istante si trasformasse in quella del demiurgo: dirige la vita di creature tra le più organizzate e strutturate militarmente che conosca. Troppo facile accostare la loro perizia e determinazione ai tentennamenti di chi dovrebbe riunire l’Italia e non lo fa. Se in politica potesse fare con Roma e Venezia quel che riesce a realizzare con le api, ecco che avrebbe già completato l’opera.

Ma il demiurgo è re Vittorio Emanuele, e l’Italia non è un apiario. Facile capire quindi perché, con cellette e alveari, si prenda le soddisfazioni che non raggiunge in altri campi. Ma non si accontenta certo. Anzi, qui si allena: alveari, grano, viti, nonché mucche, agnelli e tori, cavalli, pecore e asini, sono il suo reggimento ma pure il motivo di ilarità quotidiana, quello che gli strappa un sorriso, nonostante certe mattine esca di casa carico di tensione come alla vigilia di un temporale. Menotti, Basso e Fruscianti – ciascuno a modo suo – lo prendono in giro perché dicono che il bestiario di Caprera in fin dei conti è il suo battaglione sardo in servizio permanente effettivo. Non sappiamo se a sfidarlo siano state, inconsciamente, le evidenti affinità con il più complesso sistema politico-sociale nascente (fare l’apiario per capire come riunire gli italiani). Di sicuro, l’approccio dello stratega è ancora una volta scientifico, come lo è stato sin dall’inizio per le coltivazioni da impiantare nell’isola. Le pagine dei Diari dedicate all’allevamento delle api sono organizzate come l’altro libro mastro: varie colonne registrano anno, mese e giorno, numero delle arnie, temperatura, pressione barometrica, fioritura, provviste, sciami, operazioni e osservazioni, prodotti. In certe pagine vengono segnate anche uscite ed entrate, perché non bisogna dimenticare che tutto questo il generale non lo fa per la gloria ma per arrotondare i conti di casa, grazie alla vendita del miele e della cera. Il biennio superstite dei quaderni ci racconta come il numero delle arnie con gli anni si sia assottigliato. Tra il ’73 e il ’74 ne restano una quarantina. I nemici sono più insidiosi dei francesi o dei borbonici, e si chiamano formiche e tarme. Infestano le casse in cui sono ospitate le api e, nonostante la periodica mattanza di questi due indesiderati ospiti, la minaccia ritorna ciclicamente. A questa si aggiunge un flagello ancora maggiore: nella stagione più fredda – quindi con una fioritura assai ridotta – bisogna sfamare gli sciami che muoiono letteralmente di fame. La cura migliore è quella del miele rimasto, di scarsa qualità naturalmente, ma pur sempre prezioso. Nel maggio del 1873 apprendiamo che gli alveari vivono una stagione di conflitti più accesa delle guerre di indipendenza. Apparentemente, le trentanove arnie rimaste lavorano bene, essendovi tuttora molti fiori di muschio, cardi, fichi d’India, mirto ed erba medica. Ma si è scatenata «la guerra mortale fra le api, forse perché le arnie sono troppo vicine».

L’altro Garibaldi: estratto del libro di Virman Cusenza
Virman Cusenza (Imagoeconomica).

Un po’ come succede tra garibaldini e mazziniani nelle dispute dentro e fuori del Parlamento. A sedare gli animi e a sfamare la popolazione, Garibaldi invia una vivandiera d’eccezione, la figlia Clelia. Che così racconta l’impresa da piccola ardita nelle pagine di Mio padre: Nella stagione invernale portavo il miele alle api. D’inverno, senza fiori, nelle arnie si fa la fame. Il miele più scadente si teneva appunto per quest’uso. A Fontanaccia, vicino all’aranceto, c’è una minuscola costruzione che molti si chiedono che cosa possa essere. Era la casa delle api. Io entravo con due piattini, uno per mano, ripieni del dolce nettare e li posavo vicino alle arnie, non senza un vago senso di paura per le tante api che mi svolazzavano intorno. Papà notava la mia esitazione e dolcemente mi incoraggiava: «Bambina, non aver paura. Entra pure. Loro sanno benissimo che tu porti da mangiare; non ti faranno nulla». Allora entravo, sicura come se fosse stata la voce di mio padre a scongiurare ogni pericolo. Le api mi si posavano sulle mani e sul viso ma io me ne restavo tranquilla. Papà, fuori, mi aspettava. Posavo i piattini e uscivo, felice di aver terminato il mio coraggioso compito. Soltanto una volta un’ape entrò nei miei capelli e sentendosi prigioniera mi punse. Papà mi levò subito il pungiglione e premendo sulla parte lesa la lama del suo temperino mi disse: «Ora non sentirai più nessun dolore. Tutto è passato, vero?». Il generale nei Diari agricoli è in versione «scienziato», registra ogni minima variazione: alla fine di settembre annota che le api «non trovano più polline». A dicembre che stanno «dentro per il freddo». Comunque, prima di tuffarsi con il solito entusiasmo in questa impresa, ha studiato a dovere. Si è abbonato a riviste specializzate, ha letto manuali e consultato esperti. Si è fatto spedire dall’Inghilterra addirittura un’arnia di vetro che gli consente di assistere a tutte le operazioni senza disturbare le laboriose inquiline. La descrizione di questo ingegnoso oggetto ce l’ha lasciata l’agronomo Eugenio Canevazzi: un cilindro sormontato da una cupola, entrambi coperti di paglia intrecciata. Il congegno all’interno ospitava anche un barometro ed era dotato di porticine, piccole saracinesche e serrande di la- mina da cui si poteva osservare il lavoro delle api. Quando l’alveare era colmo di miele e di cera, chiusi i fori, si sollevava il coperchio e dalle tre campane di vetro sottostanti si estraeva il prodotto.

Più tardi negli anni, di pari passo alla decadenza di tutta l’azienda agricola, anche l’apicoltura va in malora. Garibaldi chiede aiuto all’esperto Guerinoni, lamentando di essere stato abbandonato dal custode che si è impiegato nelle più redditizie ferrovie sarde, per cui è costretto a servirsi di un novizio. Si è ridotto a sole quarantacinque casse e ha urgente bisogno di un modello più moderno «a favo mobile, comodo per il matrimonio delle famiglie». Ogni tanto torna il flagello biblico delle formiche, pari a un esercito invasore contro cui la guerriglia del generale – specialità in cui era esperto – poco può fare. Le tarme, poi, sono peggio dei fucili Chassepot a Mentana. Divorano il legno delle casse, che sono diventate sei. «Credo sia indispensabile avere del legname idoneo, cioè inattaccabile, o per sua natura o mediante iniezione di qualche composto chimico», scrive disperato al direttore della rivista milanese «L’Apicoltore». Solo pochi anni prima, era stato più facile battere i prussiani a Digione.

Le foto del presidente Mattarella in visita a Niscemi

Le foto del presidente Mattarella in visita a Niscemi
Le foto del presidente Mattarella in visita a Niscemi
Le foto del presidente Mattarella in visita a Niscemi
Le foto del presidente Mattarella in visita a Niscemi
Le foto del presidente Mattarella in visita a Niscemi

Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella si è recato in visita a Niscemi, il comune siciliano in provincia di Caltanissetta colpito dal ciclone Harry. Il capo dello Stato ha voluto toccare con mano la situazione che la popolazione sta vivendo dal 25 gennaio, quando una parte dell’abitato è stata inghiottita da una frana e un centinaio di famiglie hanno perso per sempre le loro case. Dopo aver sorvolato l’area in elicottero, Mattarella è stato accolto dal sindaco Massimiliano Valentino Conti e ha fatto un giro nelle strade del centro storico. Si è recato anche alla scuola Mario Gori sgomberata dopo la frana. «È difficile in queste condizioni, lo capisco. Nelle case c’erano gli affetti, c’era la vostra vita. Lo capisco bene. Per questo sono venuto qui per far vedere che il sostegno si mantiene alto. Ci siamo e stiamo lavorando per Niscemi», ha detto. La sua visita segue quella della premier Giorgia Meloni, che aveva annunciato lo stanziamento di 150 milioni di euro per la messa in sicurezza del territorio.

Nuove accuse per l’ex principe Andrea: «Massaggi a spese dei contribuenti»

Nuove accuse contro l’ex principe Andrea, arrestato e poi rilasciato con l’accusa di cattiva condotta in pubblico ufficio. Alcuni ex alti funzionari britannici hanno dichiarato alla Bbc che l’uomo addebitava regolarmente ai contribuenti del Regno Unito spese personali per «massaggi» e costi di viaggio «eccessivi» durante il suo mandato come inviato speciale per il Commercio nel periodo dal 2001 al 2011.

Una fonte: «I vertici del ministero mi scavalcarono e il conto fu saldato con soldi pubblici»

Un ex dipendente del ministero del Commercio, che ha chiesto di rimanere anonimo, ha rivelato all’emittente pubblica di essersi opposto a suo tempo alla richiesta di rimborso per «servizi di massaggio» presentata da Andrea dopo una missione in Medio Oriente, ritenendola inappropriata. «Dissi chiaramente che non dovevamo pagare, ma i vertici del ministero mi scavalcarono e il conto fu saldato comunque con soldi pubblici», ha rivelato la fonte. Il ministero chiamato in causa non ha smentito le accuse, limitandosi a rimandare all’inchiesta di polizia in corso.

La giravolta di Salvini sul caso del pusher ucciso a Rogoredo

Rispondendo a una domanda su Carmelo Conturrino, ovvero il poliziotto arrestato per omicidio volontario dello spacciatore Abderrahim Mansouri ucciso a Rogoredo, pur ribadendo di avere «rispetto e stima e fiducia nelle forze dell’ordine» Matteo Salvini ha affermato che, «se qualcuno invece usa la divisa per fare affari o per regolamenti di conto personali, non è degno di quella divisa».

Salvini aveva difeso Cinturrino «senza se e senza ma»

Eppure, come sottolineato da più parti, la sera dell’uccisione di Mansouri – avvenuta il 26 gennaio – a Salvini erano bastati 37 minuti per affermare sui social: «Sono dalla parte del poliziotto, senza se e senza ma».

Il 29 gennaio, Salvini aveva definito «ingeneroso» indagare per omicidio volontario un agente che ha difeso se stesso la sua vita e i suoi colleghi da un pregiudicato», puntando il dito contro la sinistra che stava «facendo politica sulla pelle di un poliziotto».

Il 30 gennaio, Salvini aveva poi scritto sui social: «Io sto col poliziotto. La Lega lancia una nuova campagna di raccolta firme per sostenere chi ogni giorno difende la nostra sicurezza». E poi: «Solidarietà all’agente di Polizia indagato che, durante un controllo antidroga a Milano, ha fatto il proprio dovere difendendosi. Giù le mani dalle Forze dell’Ordine!».

Lo sparo e la messinscena: perché l’agente è stato arrestato

Secondo quanto emerso dalle indagini – scattate come «atto dovuto» – Cinturrino avrebbe colpito Mansouri e poi, dopo aver ordinato a un collega di andare al commissariato a prendere uno zaino, avrebbe lasciato accanto al corpo dello spacciatore la replica giocattolo di una pistola Beretta 92 che teneva in ufficio, organizzando la messinscena dell’arma puntata contro di lui e, dunque, della legittima difesa. In tutto questo, mentre la vittima era a terra agonizzante, Cinturrino non avrebbe chiamato subito i soccorsi, ritardando la telefonata di oltre 20 minuti.

L’ennesimo zampino di Bettini tra Schlein e Conte e le altre pillole del giorno

Chi ha detto che il cosiddetto campo largo è morto e sepolto? Con la sua infinita pazienza, Goffredo Bettini, la «mente storica della sinistra italiana», quello che viene definito anche come «l’ultimo ideologo del vecchio Pci», mette un’altra volta insieme, a un tavolo, la segretaria del Partito democratico Elly Schlein e il leader del Movimento 5 stelle Giuseppe Conte, per parlare di politica. L’occasione è unica: nella serata di lunedì 23 febbraio, a Roma, viene organizzato un aperitivo per la nuova Rinascita, la storica rivista fondata da Palmiro Togliatti e che ha ora per dominus lo stesso Bettini e il sostanziale aiuto di Andrea Orlando, ex ministro del Lavoro. Tutto andrà in scena a Testaccio, in un locale di via Libetta: ci sarà molto lavoro per i vigili urbani, che saranno impegnati fino a tarda sera per evitare l’ingorgo di auto blu. Nel comitato scientifico della rivista ci sono Mario Turco, il tarantino fedelissimo di Conte e che dei pentastellati è vicepresidente, l’ex direttore del quotidiano Avvenire Marco Tarquinio, in compagnia di Enzo Amendola, Miguel Gotor, Pietro Bartolo, Rosa Calipari, Giacomo Marramao, gli ex ambasciatori Giorgio Starace e Michelangelo Pipan, Tosca (sì, la cantante). Nel comitato di direzione della rivista ecco Enrico Rossi, Enrico Gasbarra, Roberto Morassut, Michele Meta, Daniele Marantelli, Livia Turco, Massimiliano Smeriglio e Massimo Zedda. Inevitabilmente si discuterà di Ucraina, con Bettini pronto a parlare di pace immediata e fine delle ostilità, trovando sul tema un alleato di ferro come Conte, con il classico “no alla guerra”: ma non ditelo a Carlo Calenda

L’ennesimo zampino di Bettini tra Schlein e Conte e le altre pillole del giorno
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Lucio non Presta l’altra guancia

Forse è l’unico che può rompere le uova al Festival di Sanremo: Lucio Presta, uno dei protagonisti del mercato delle star televisive, con il suo libro L’uragano soffia sul fuoco. E il Corriere della Sera offre molto spazio all’agente che se la prende con Paolo Bonolis e Sonia Bruganelli, Amadeus, Maria De Filippi, la Rai. L’unico che viene graziato è Urbano Cairo, che oltre a essere editore del Corsera è proprietario di La7, e guarda caso tutte le stelle del piccolo schermo che vengono citate lavorano con le reti concorrenti. A proposito, dagli uffici romani della televisione di Urbanetto ricordano che è ancora vacante il posto di amministratore delegato, lasciato vuoto con la prematura morte di Marco Ghigliani. E qualcuno vaticina un futuro manageriale per Presta, alla guida di una tivù privata…

L’ennesimo zampino di Bettini tra Schlein e Conte e le altre pillole del giorno
Lucio Presta (Imagoeconomica).

Belloni sulla neve, al Cimone, e una villa…

Ora si parla di appalti, su Domani, ma sì, qualche giorno fa quella signora sugli sci era proprio Elisabetta Belloni, la (ex) candidata grillina alla presidenza della Repubblica, l’ex dirigente dei Servizi segreti, al vertice del Dis, l’ex consigliera personale di Ursula von der Leyen all’Unione europea. È andata sul monte Cimone, «in quanto la mamma Lea era sestolese doc, che sposò l’ingegner Giorgio Belloni e si trasferì nella Capitale», hanno sottolineato le gazzette locali. Una giornata sulla neve, spinta da Luciano Magnani, presidente del Consorzio Cimone. Con Magnani pronto a dire a Il Resto del Carlino che la presenza belloniana è «un onore e un incentivo a proseguire il nostro impegno nel migliorarci continuamente nell’impiantistica e nelle iniziative promozionali», con un “autogossip” della stessa Belloni, con la decisione di restaurare la villa di Sestola lasciata dalla madre a lei e alla sorella, oltre che per un valore affettivo anche per l’aumentata attrattività turistica della zona. E Domani parla proprio di 331 mila euro per i lavori di sicurezza di una villa

L’ennesimo zampino di Bettini tra Schlein e Conte e le altre pillole del giorno
Elisabetta Belloni (Imagoeconomica).

Le case popolari occupate? Ai poliziotti

Per qualcuno è un incentivo, per altri si tratta comunque di una motivazione per impegnare i poliziotti negli sgomberi, fatto sta che l’iniziativa non cadrà nel vuoto: le unità immobiliari dell’Ater di Roma, ossia le case popolari, se liberate dall’occupazione abusiva e ancora in attesa di un’assegnazione saranno destinate alle forze dell’ordine. L’accordo è ufficiale, scritto nero su bianco, tra il ministero dell’Interno e la Regione Lazio. L’intesa tra il ministro Matteo Piantedosi e il governatore regionale Francesco Rocca dovrebbe anche riuscire a risolvere la cronica assenza di appartamenti a Roma per le forze dell’ordine. Però ad alcuni giuristi tutto questo non piace, dato che «è come arrestare gli autori di un furto e poi, se nessuno reclama il denaro o i gioielli ritrovati, autorizzare la divisione del bottino tra coloro che hanno compiuto l’arresto». Per ora nel governo qualcuno si limita a commentare che «sarà grande festa quest’anno per la liberazione. Sì, delle case occupate».

L’ennesimo zampino di Bettini tra Schlein e Conte e le altre pillole del giorno
Matteo Piantedosi e Francesco Rocca (foto Imagoeconomica).