Chi è Vincenzo Mollica, la storica voce della Rai

Il giornalista racconta da 40 anni l'ambiente del cinema, dell'arte e della televisione. E il Parkinson e la cecità non gli impediscono di continuare.

Da anni Vincenzo Mollica racconta il mondo dello spettacolo, dell’arte e della canzone d’autore. Un talento che lo storico giornalista modenese (classe 1953) ha cominciato a sviluppare nel 1980. È quello l’anno in cui è entrato in Rai, entrando a far parte della redazione del Tg 1 e cominciando a realizzare i suoi primi lavori sui più importanti personaggi del cinema e della musica. Il suo sguardo sul mondo dello spettacolo si è fatto talmente prezioso che, nel 1995, sul numero del Topolino 2074, è stata pubblicata la storia Paperino Oscar per i cento anni, dove fa la sua comparsa il personaggio di Vincenzo Paperica, un giornalista che lo ricorda in tutto e per tutto.

IL PARKINSON NON HA FERMATO MOLLICA

«Le mani che tremano? Quello è il morbo di Parkinson. Non mi faccio mancare nulla. Ho anche il diabete. Sono un abile orchestratore di medicinali».  Con queste parole il celebre inviato del Tg 1 appassionato da sempre di spettacolo e fumetti, nel febbraio del 2019, aveva dichiarato la sua malattia al Corriere della Sera. Il limite fisico che lo attanaglia, tuttavia, non ha fermato la dinamicità del suo spirito, come dimostra la sua attuale collaborazione televisiva accanto a Fiorello. L’approccio positivo che rivolge al mondo ha caratterizzato tutta la sua carriera di critico d’arte. Si è infatti sempre contraddistinto per la sua estrema bontà d’opinione. Tanto che il collega Aldo Grasso ha coniato per lui il termine “Mollichismo“. Un concetto con cui ci si riferisce alla sua tendenza a «parlare sempre bene di tutti»

MOLLICA SI FA PUPAZZO E AFFIANCA FIORELLO SU VIVA RAIPLAY!

Voce sferzante e ironia dissacrante. È nei panni di un pupazzo che il conduttore televisivo di 66 anni, dall’alto di un palchetto in studio, ha interagito durante il varietà Viva RaiPlay!, in cui Mollica affianca Fiorello E, nel corso delle puntate, quando lo showman catanese chiede un Mollica in versione pupazzo risponde. E lo fa con sarcasmo, utilizzando un linguaggio sfacciatamente giovanile. «Bella Fiorello, me la sto sciallando di brutto» ha risposto durante la prima puntata allo showman catanese che gli ha chiesto come stesse. La voce che per anni si è prestata ad approfondire lo spettacolo nella rubrica DoReCiakGulp del Tg 1 ha regalato al pubblico di Viva RaiPlay perle sulla musica trap e sulla sua sensazione di “sciabbarabba

IL CRITICO DEL TG 1 CONVIVE DA SEMPRE CON LA CECITÀ

Mollica ha imparato a convivere fin dall’infanzia con una salute cagionevole. A sette anni, durante una visita oculistica in Calabria, gli è stata infatti diagnosticata all’occhio sinistro un’uveite (infiammazione di una membrana tra la cornea e la sclera). Sempre nell’intervista al Corriere, ha raccontato che dopo aver scoperto la diagnosi si impegnò a memorizzare tutti i dettagli del mondo che lo circondava, per ricordarsene «quando sarebbero calate le tenebre». Adesso, invece, un glaucoma gli ha rovinato quasi il 100% del nervo ottico dell’occhio destro. Mollica è rimasto quasi cieco, ma il buio sulla sua curiosità sembra non voler scendere mai.

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Chi è Danti, il cantante nel cast di Viva RaiPlay

Collabora con Fiorello dal 2017, ma la sua carriera è iniziata molto prima con il gruppo musicale Two Fingerz. È autore di brani di brani molto popolari, come Andiamo a comandare e "Tutto molto interessante", entrambi cantati da Fabio Rovazzi. Ha un passato come parrucchiere.

C’è anche il rapper e cantautore Danti nel cast di Viva Raiplay, il nuovo programma condotto da Rosario Fiorello in onda a partire dal 4 novembre 2019 sulla rinnovata piattaforma Rai. L’ex voce dei Two Fingerz prende parte allo show insieme ai ballerini del gruppo Urban Theory, al trio di cantanti e intrattenitori Gemelli di Guidonia, al maestro Enrico Cremonesi e al giornalista e scrittore Vincenzo Mollica.

CARRIERA DA RAPPER E CANTANTE

La collaborazione di Danti, pseudonimo di Daniele Lazzarin, con il comico siciliano è cominciata nel 2017: a partire da quell’anno egli è infatti entrato del cast di Fiorello, partecipando al programma televisivo Edicola Fiore su Sky Uno (in replica su Tv8) e successivamente a Il Rosario della sera, trasmissione radiofonica di Radio Deejay andata in onda nel 2018 e nel 2019. La carriera del cantante è però cominciata molto tempo prima del fortunato incontro con lo showman catanese. Classe 1981, Danti è nato a Desio, un comune nella provincia di Monza e Brianza. Sin da bambino ha sviluppato un forte amore per la musica, che lo ha portato, ad appena 17 anni, ad aprire il suo primo studio di registrazione. Nel 2003 ha fondato, insieme al suo amico Riccardo Garifo, anche noto come Roofio, il gruppo Two Fingerz. Tre anni più tardi il duo ha inciso il primo album, Downtown, imboccando la via del successo. Successivamente, Danti e Roofio hanno condotto i programmi televisivi Made in Italy – Two fingerz (2011) e il Two fingerz show (2012) sul canale Hip hop tv di Sky. L’ultimo album del gruppo, La tecnica Bukowski, risale al 2015 e vede collaborazioni con personaggi di primo piano della scena musicale italiana, come J-Ax, Lorenzo Fragola, MadMan e Vacca. La carriera di Danti da solista è invece cominciata nel 2017: di lì in poi il cantante ha collaborato come autore per brani come Andiamo a comandare, Tutto molto interessante e Volare, realizzati insieme a Gianni Morandi e Fabio Rovazzi.

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CARRIERA DA PARRUCCHIERE

Anche dopo aver raggiunto un discreto successo come artista, Danti ha continuato a lavorare come parrucchiere, il mestiere iniziato a 20 anni. Nel 2014 il cantante ha infatti detto a Repubblica di trovare ispirazione per le rime direttamente dai suoi clienti, definendo questa esperienza come «un bagno nella vita che mi da spunti per creare musica». Il suo periodo come parrucchiere si è, tuttavia, concluso dopo la firma del contratto con la casa discografica Sony Atv. Successivamente, il rapper ha raccontato al magazine Dj mag Italia di avere una certa nostalgia per quel rapporto con le persone lasciato nel suo salone: «Certo, mi manca il rapporto con certe persone. A volte la cosa era imbarazzante, quando ti entravano mamme coi bambini a chiedere autografi e farsi un taglio all’ultimo grido. La situazione però è cambiata».

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Chi sono i Gemelli di Guidonia, i cantanti di Viva RaiPlay

Sono Pacifico, Eduardo e Gino, tre fratelli legati dalla passione per la comicità e per la musica. Hanno cominciato con le prime prove tra le mura di casa. E oggi si esibiscono accanto a Fiorello.

Fiorello è tornato sugli schermi della Rai con Viva RaiPlay!, il varietà che ha preso il via il 4 novembre 2019. E non è da solo sul palcoscenico: ci sono diversi volti celebri, tra cui i ballerini del gruppo Urban Theory, il maestro Enrico Cremonesi, il giornalista Vincenzo Mollica (in versione pupazzo) e il rapper Danti (al secolo Daniele Lazzarin). Non mancano poi, con il loro carico di comicità e musica, tre fratelli canterini. O meglio, come li ha ribattezzati lo stesso showman catanese, i Gemelli di Guidonia.

L’ESIBIZIONE DEI TRE GEMELLI A TÚ SÍ QUE VALES

Sul palco di Tú sí que Vales, nel novembre del 2017, si esibirono con il nome Gemelli di Guidonia. Ma l’appellativo potrebbe essere fuorviante. Perché, in realtà, le tre ugole d’oro sono “soltanto” fratelli. Si chiamano Pacifico, Gino ed Eduardo Acciarino. Il talento che li ha fatti brillare? Fare loro i testi di canzoni celebri e riproporli in chiave ironica. Durante quella puntata si esibirono proponendo rivisitazioni dei Neri per caso, di Shakira e di Marco Mengoni. E fecero il pieno di consensi, ottenendo quattro pareri positivi dalla giuria e il 100% della giuria popolare. Ma trasmettere quello che fanno non è semplice. Più facile vederli all’opera. Sui loro profili social (in cui ci sono scatti che li immortalano con i grandi volti dello showbusiness, tra cui Michele Zarrillo, Beppe Vessicchio, Mahmood), si definiscono giocherelloni della musica, comici, intrattenitori. E, in effetti, sembra non ci sia una definizione migliore per descrivere la loro arte.

I Gemelli di Guidonia cantano Buca Buca, rivisitazione della canzone Tuca tuca, di raffaella Carrà

I GEMELLI DI GUIDONIA E IL BUCA BUCA

I tre fratelli canterini si cimentano nella musica, nel teatro, nella televisione. Ma la loro specialità è stravolgere le canzoni più note. Ed è quello che hanno fatto con uno degli evergreen della tradizione italiana: il Tuca Tuca (1971) dell’intramontabile Raffaella Carrà. Basta un attimo affinché il celebre ritornello si trasformi subito in Buca Buca, un’esclamazione che i tre fratelli emettono all’unisono, mentre percorrono in auto una strada evidentemente poco asfaltata. Ma nemmeno il conseguente «mi piaci, mi piaci, mi piaci, mi piaci, mi pia» sopravvive all’estro creativo dei tre. E, forse pensando agli ammortizzatori, si trasforma in un più gretto «mortacci, mortacci, mortacci, mortacci, mortac’».

L’ARRIVO IN TELEVISIONE DOPO L’ESIBIZIONE DAVANTI AL PAPA

Ed è grazie all’affiatamento a cui lavorano inconsapevolmente da una vita intera che i primi successi non si sono fatti attendere. Era infatti il lontano 1999 quando, giovanissimi, vinsero il Tiburfestival. Un’altra grande soddisfazione arrivò nel 2000, quando si esibirono in due occasioni in piazza San Pietro, proprio sotto gli occhi di Papa Giovanni Paolo II. Da allora le occasioni per stare sotto i riflettori della Rai si moltiplicarono. Oltre ai programmi del palinsesto notturno, cominciarono a vantare collaborazioni con Rai International e con Claudio Baglioni (con cui collaborarono nella manifestazione “O’scia” a Lampedusa). Nel 2010 i tre fratelli romani d’adozione divennero ospiti fissi su Radio 2 in diretta da Sanremo e parteciparono nella veste di co-conduttori alla serata di commemorazione per i 149 anni dell’esercito Italiano.

I TRE FRATELLI SONO “EFFERVESCENTI NATURALI”

L’appellativo Gemelli di Guidonia si deve a Fiorello, che glielo ha attribuito durante una puntata del programma Edicola Fiore. Ma la loro formazione fraterna si chiamava originariamente Effervescenti naturali. La collaborazione che li lega nella carriera cominciò sotto forma di gioco, tra le mura di casa Acciarino. A Pacifico piaceva esercitarsi con una piccola tastiera. E Gino, che invece si dilettava con il canto, non tardò a sfruttare l’abilità del fratello per misurarsi insieme a lui con i primi duetti. La formazione si allargò al trio quando Eduardo mostrò di condividere con i due fratelli maggiori la vena istrionica che li ha portati a fare tanta strada insieme.

OLTRE LA MUSICA, LA RADIO, IL TEATRO

Le occasioni di collaborazione non si sono fermate all’ambito musicale per i tre fratelli. Nel 2015 si sono spalancate anche le porte del teatro, quando sono stati ingaggiati nel cast dell’ultimo tour teatrale di Fiorello dal titolo L’ora del Rosario. La tournée, dopo diversi appuntamenti in tutta Italia, ha valicato i confini del Paese, sconfinando a Parigi, Londra, Zurigo, Lugano e Bruxelles. Nel 2018 sono poi diventati ospiti fissi di Radio Deejay. Gli appuntamenti negli studi radiofonici hanno cominciato ad alternarsi a quelli negli studi televisivi di Tv2000, dove sono regolarmente intervenuti nei panni di comici.

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Chi sono gli Urban Theory, i ballerini di Viva Raiplay!

Il gruppo, originario della Liguria, ha partecipato all'edizione 2019 di Italia’s Got Talent, riuscendo a raggiungere la finale.

Gli Urban Theory tornano sul piccolo schermo dopo l’esperienza a Italia’s Got Talent 2019. Lo showman Rosario Fiorello li ha voluti con sé nel cast di Viva RaiPlay!, il nuovo varietà da lui condotto e andato in onda per le prime cinque puntate (dal 4 all’8 novembre 2019) in versione ridotta sia su Rai 1 sia su Raiplay, e dal 13 novembre in esclusiva sulla rinnovata piattaforma Rai. I cinque ballerini prendono parte allo show insieme al rapper e cantante Danti, al trio di cantanti e intrattenitori Gemelli di Guidonia, al maestro Enrico Cremonesi e al giornalista e scrittore Vincenzo Mollica in versione pupazzo.

URBAN THEORY: CHI SONO I COMPONENTI DEL GRUPPO

I ballerini che fanno compagnia a Fiorello sul palco di Viva RaiPlay! sono cinque giovani ragazzi originari di Vallecrosia, un piccolo comune in provincia di Imperia. Accomunati dalla passione per l’hip hop sin da bambini, i membri del gruppo sono Jessica Demaria (l’unica donna) Lorenzo Piantoni, Riccardo Marano, Davide Sala e Fabiano Paglieri.

URBAN THEORY A ITALIA’S GOT TALENT 2019

Quella di Viva RaiPlay! non è la prima esperienza televisiva per il gruppo di ballerini. Essi sono stati infatti tra i protagonisti dell’edizione 2019 di Italia’s Got Talent, in cui sono riusciti a ottenere un Golden Buzzer da Federica Pellegrini, che gli ha garantito l’accesso immediato in finale. Tuttavia, nella fase conclusiva della competizione il gruppo non è riuscito ad avere la meglio.

URBAN THEORY SU INSTAGRAM

I membri del gruppo non si esibiscono soltanto nei programmi televisivi, ma sono molto attivi anche sui social. Il loro profilo Instagram, per esempio, conta oltre 7mila follower: su di esso vengono postati i video e le fotografie delle performance del gruppo, che sono molto seguite dai fan.

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Chi è Enrico Cremonesi, il “maestro” di Viva Raiplay

Ha esordito nel mondo musicale collaborando con Enrico Ruggeri. Dal 1994 in poi è stato uno dei più intimi collaboratori di Rosario Fiorello nei suoi programmi televisivi e radiofonici. Ultimamente ha rivelato di essere vegano.

Il 4 novembre 2019 è cominciato Viva Raiplay!, il nuovo e attesissimo varietà di Fiorello che ha esordito in versione ridotta su Rai1 ma che dal 13 novembre sarà disponibile in esclusiva sulla rinnovata piattaforma Rai. A fare compagnia al comico siciliano sul palco dello Show c’è quest’anno un cast composto da vecchie e nuove conoscenze, tra cui il rapper e cantautore Danti, i ballerini del gruppo Urban Theory, il trio di cantanti e intrattenitori Gemelli di Guidonia e il giornalista e scrittore Vincenzo Mollica, che per l’occasione presta la voce al pupazzo di se stesso. Infine, l’immancabile maestro Enrico Cremonesi, che collabora con Fiorello dal ’94.

IL MAESTRO ENRICO CREMONESI

Enrico Cremonesi, anche noto come “Maestro Cremonesi”, è uno dei più vecchi collaboratori dello showman catanese. Nato a Milano il 28 maggio del 1969, il compositore ha scoperto la passione per la musica a quattro anni, subito dopo essere stato iscritto dai genitori a un corso di pianoforte. A 11 anni ha cominciato a suonare come organista nella sua parrocchia, mentre a 12 ha cominciato a esibirsi con dei piccoli gruppi. A livello professionale ha debuttato a 20 anni, cominciando a suonare in tournée con il cantautore Enrico Ruggeri.

LA COLLABORAZIONE CON FIORELLO

Il sodalizio di Cremonesi con Fiorello è iniziato nel 1994, continuando poi a livello televisivo e radiofonico in programmi di successo come Non dimenticate lo spazzolino da denti, La febbre del venerdì sera, Buona domenica, Superboll, Stasera pago io, Viva Radio 2 e il Fiorello Show. Tuttavia, la sua carriera non si limita alle collaborazioni con il comico: egli ha infatti curato le musiche per il film di Carlo Vanzina In questo mondo di ladri, nel 2004, e firmato, due anni più tardi, la colonna sonora dei Giochi paralimpici invernali di Torino 2006.

ENRICO CREMONESI È VEGANO

Come specificato da Fiorello durante la seconda puntata di Viva Raiplay! Enrico Cremonesi è vegano. Ad ammetterlo, però, era stato lui stesso nel 2018, in un’intervista a Vegolosi.it, nella quale raccontava di aver cambiato alimentazione da un giorno all’altro, optando per una dieta a base di soli alimenti vegetali. «Non ostento mai il mio stile di vita e soprattutto non lo uso come metro di giudizio per le scelte altrui», aveva detto in quell’occasione il compositore, aggiungendo poi: «sono sempre contento di condividere la mia esperienza con chi è interessato a saperne di più ma non voglio convincere nessuno ad adottare uno stile di vita simile al mio».

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Chi era Enrico Piaggio, il padre della Vespa

L'imprenditore ligure è il padre dello scooter conosciuto in tutto il mondo. Il successo del mezzo su due ruote sembra intramontabile. Almeno quanto lo è il nome del suo inventore.

Il suo nome di battesimo era Enrico Piaggio. Ma il titolo con cui ha preso per sempre posto nella storia d’Italia è “padre della Vespa”. L’imprenditore di Pegli (Liguria), classe 1905, ha inventato lo scooter più venduto al mondo. Ed è per merito suo che generazioni di italiani (e non solo) hanno sperimentato per la prima volta la brezza sul viso, cavalcando le due ruote.

LA BIOGRAFIA DI ENRICO PIAGGIO

Enrico Piaggio nacque il 22 febbraio del 1905. Insieme al fratello maggiore Armando, ereditò l’azienda di famiglia alla morte del padre Rinaldo. Era il 1938 e il mondo sarebbe stato presto inghiottito dalle devastazioni della seconda guerra mondiale. A quell’epoca l’attività della Piaggio era concentrata nel campo ferroviario, elettrodomestico e aeronautico (rafforzatosi durante la Grande guerra e durante l’espansione coloniale dettata da Benito Mussolini). Enrico e il fratello progettarono la spartizione degli stabilimenti: quelli liguri, specializzati nel settore navale e ferroviario, finirono nelle mani di Armando. Mentre i due dedicati alla branca aeronautica in Toscana, a Pisa e Pontedera, andarono sotto il controllo di Enrico Piaggio. L’industria aeronautica continuava a essere un settore penalizzato da una domanda interna limitata. E durante il secondo conflitto mondiale l’azienda risentì, oltre che della scarsa richiesta, delle devastazioni dovute alla guerra.

PIAGGIO PENSAVA A UN MEZZO CHE POTESSERO GUIDARE ANCHE LE DONNE

Il 25 settembre 1943 il padre dello scooter rischiò la vita all’Hotel Excelsior di Firenze. Un ufficiale della Repubblica di Salò gli sparò, accusandolo di non essersi alzato in piedi durante il discorso alla radio del generale Rodolfo Graziani contro gli alleati. Fu l’asportazione del rene a salvarlo, permettendogli di continuare la sua vita, che lo avrebbe visto unirsi in matrimonio a Paola dei conti Antonelli, (vedova del colonnello Alberto Bechi Luserna), della quale adottò la figlia Antonella Bechi Piaggio. Dopo quell’incidente quasi fatale, Piaggio imboccò un sentiero imprenditoriale del tutto nuovo. Decise di testare un nuovo mezzo di trasporto. Le caratteristiche principali? Doveva essere semplice, a due ruote, a basso costo. E soprattutto, sarebbe stato adatto anche alle donne. Così nacque la vespa.

Una scena tratta dal film

IL MOTORE DEL MODELLO DEL 1946 SIBILAVA COME UNA VESPA

Il primo prototipo vide la luce nel 1944. Era un MP5 messo a punto a Biella e fu ribattezzato Paperino dagli stessi operai, per la strana forma. Il richiamo al goffo personaggio della Disney, tuttavia, rimarcava anche la contrapposizione all’allora mezzo di trasporto concorrente, la Fiat 500, soprannominata appunto Topolino. Il primo abbozzo di Vespa fu il punto di partenza per il modello definitivo, a cui lavorò l’ingegnere Corradino D’Ascanio, sfruttando i materiali un tempo usati per i velivoli. Si arrivò così, nel 1946, a un motociclo, il cui motore sibilava come una piccola Vespa (da qui il nome). Dei primi 2.500 esemplari, ne vennero venduti 2.181 solo nel 1946: a decretarne il successo fu il bisogno di facili spostamenti di un popolo uscito dal conflitto. Ma anche la possibilità di pagare a rate le 68 mila lire richieste per l’acquisto aiutò le vendite. Con l’uscita nel 1948 della Vespa 125, la crescita andò alle stelle. Nel 1951 Piaggio fu insignito della laurea in ingegneria honoris causa dall’Università di Pisa e solo due anni dopo, nel 1953, furono prodotti 171.200 esemplari del mezzo a due ruote. La rete commerciale della Piaggio si estese in 114 Paesi in tutto il mondo, con oltre 10.000 punti vendita. Le vendite ebbero un lieve calo soltanto appena dopo il boom. Il rallentamento causò diverse agitazioni sindacali e fu proprio durante uno sciopero nel 1965 che Enrico Piaggio si sentì male nel suo ufficio. La corsa all’ospedale di Pisa non servì a nulla e l’uomo della Vespa si spense definitivamente il 16 ottobre di quello stesso anno.

Uno dei modelli della Vespa, lo scooter più venduto al mondo
Uno dei modelli della Vespa, lo scooter più venduto al mondo

IL FILM DI RAI FICTION CHE RACCONTA L’INVENTORE DELLO SCOOTER

La biografia dello storico imprenditore ligure ha ispirato il film firmato dalla Rai Enrico Piaggio. Un sogno italiano. La pellicola, trasmessa in prima serata su Rai 1 il 12 novembre 2019, ripercorre le tappe che hanno reso intramontabile l’inventore della Vespa. Dall’intuizione nel comprendere che la gente aveva bisogno di muoversi per rimettere in moto il Paese, alla lungimiranza nel convincere William Wyler, il regista di Vacanze romane, a usare la Vespa nella sua pellicola. Il film, ambientato nell’immediata crisi economica del dopoguerra, è prodotto da Rai Fiction e Movieheart, con la regia di Umberto Marino. Nel cast, oltre ad Alessio Boni che interpreta Enrico Piaggio ed Enrica Pintone nei panni della moglie Paola Piaggio, ci sono anche Roberto Ciufoli, Francesco Pannofino e Violante Placido.

È ALESSIO BONI A PRESTARE IL VOLTO A PIAGGIO

Il compito di impersonare il genio che ha contribuito a risollevare le sorti dell’economia italiana è spettato ad Alessio Boni. L’attore bergamasco (classe 1966) è un volto noto delle fiction Rai. Si è infatti già prestato all’interpretazione di Heathcliff, nella miniserie del 2004 dedicata a Cime tempestose, per esempio. Ma è entrato anche nei panni di Walter Chiari nella miniserie del 2012, Fino all’ultima risata. Il 2019 è stato invece il turno di Enrico Piaggio, di cui l’attore ha detto: «Era un autentico visionario, un pioniere. Comprese che la gente aveva bisogno di muoversi. Si inventò la Vespa pensando per prima alle donne e ai preti che hanno l’abito talare. Poi inventò le rate per il pagamento».

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L’Italia del pop paralizzata tra passatismo e giovanilismo ostinato

Da un lato venerabili maestri come Celentano e Mina, dall'altra giovani promesse che si rifanno a vecchi modelli come Cattelan e Achille Lauro. Tutte retoriche che ci lasciano in un perenne vuoto artistico.

Ci sono retoriche parallele che reggono il Paese come architravi di luoghi comuni. I veterani sono la memoria, l’esperienza; i giovani il futuro, la speranza: e tutti sono risorse. Mica vero, poi dipende dal singolo, le categorie lasciano il tempo (perso) che trovano.

Prendi Adriano Celentano, uno che non ha più scuse: se non c’è il suo programma va a picco, se c’è va a picco. Non c’è esperienza che tenga, neanche di precedenti fallimenti, Adrian sconclusionato era e tale resta nella sua pretesa di immanenza, Celentano pensa ancora basti la sua faccia, la sua mitomania Anni 70 a tirare un pubblico, che poi taccia o sproloqui non fa differenza, ma non è così, i risultati non gli danno scampo. Siamo al paradosso: uno che non sa fare televisione, che la fa vecchia come cinquant’anni fa, si mette a dare lezioni agli ospiti, tu non vai bene, tu sei prolisso. Dall’abisso dei suoi disastri.

La retorica della storia, del successo, del come eravamo non salva e a volte si risolve in pretese strampalate. C’è Piero Angela che passati i 90 anni si tiene come un santone dell’onniscienza, su tutto pontifica, ha fatto un libro dove, come tutti quelli che hanno avuto fortuna, celebra i suoi figli come estensioni del sé e, essendo un divulgatore provetto di cose scientifiche, si considera scienziato egli stesso. Un po’ come se uno che legge abitualmente Maupassant col sottofondo di Bach si ritrovasse, per osmosi, sommo romanziere e celestiale compositore barocco.

IN ITALIA IL GIOVANILISMO GUARDA SEMPRE AL PASSATO

Il giovanilismo ostinato, peterpanesco non è meglio, il giovane a vita ma sempre mano favoloso, Alessandro Cattelan è rimasto, si direbbe, inchiodato a una proiezione fanciullesca, gli fanno indossare certe giacchette, certe scarpette infantili a 40 anni ma sta perdendo tutte le occasioni, è inchiodato al ruolo di portinaio di X Factor ma X Factor ha perso la metà degli spettatori, è programma bolso, senza idee e Cattelan ne risente.

Achille Lauro.

Poi, certo, i suoi impresari, la potente macchina che ha dietro sapranno rilanciarlo, sapranno svecchiarne l’immagine giovanilistica, ma insomma non lo si paragoni ai modelli del passato, a 40 anni gente come Pippo Baudo, come Enzo Tortora o lo stesso Mike Bongiorno avevano un curriculum mostruoso, per spessore e quantità, altro che le pallonate da oratorio di Cattelan.

A 40 anni gente come Pippo Baudo, come Enzo Tortora o lo stesso Mike Bongiorno avevano un curriculum mostruoso

«I giovani sono la brezza del futuro» è affermazione in perenne bisogno di conferme, gente come Sfera Ebbasta è inconsistente, non inventa niente perché non ha niente da innovare, Fedez ha ricalcato gli Anni 80 ed è più conosciuto come influencer, marito di influencer, che come artista, Tommaso Paradiso è corso dietro a Luca Carboni, Achille Lauro non sa che indossare i costumi smessi di Renato Zero o atteggiarsi a David Bowie di borgata.

Il conduttore di X Factor Alessandro Cattelan.

La cosa strana, e un po’ allucinante, è che questi assai presunti giovani guardano a un passato che quando arrivò era davvero futuro, era innovativo e rompeva gli schemi; adesso questi si limitano a ricostruirli, per una pura tensione lucrativa, monetaria. Proprio a X Factor va in scena, mai come quest’anno, un festival del vecchio, un cortocircuito per cui ragazzi di sedici, vent’anni hanno movenze, apparenze polverose e inseguono stilemi forse inevitabili, ma troppo scontati e in modo troppo scontato; non ce n’è uno che sappia proporre un’idea di attuale, di contemporaneo, una rilettura di qualcosa, un fremito di novità. E già incombe Sanremo, che al suo settantesimo compleanno si rivelerà autobiografia di una nazione corrosa, con le sue nuove proposte anchilosate e i senatori plastificati che sembrano mummie di cera.

SIAMO ANCORATI A UN ETERNO PASSATO, MANCA UN PRESENTE

Celentano invece ricostruisce perennemente se stesso, in un riedizione sempre più patetica. Se gli si dice che non è più cosa, se gli si fa notare che non è il caso, che sarebbe meglio soprassedere, piomba la moglie manager e scaglia anatemi: ah, voi non lo meritate Adriano, non lo capite. E per fortuna non minacciano di andarsene dall’Italia, come i giovani cervelli in fuga.

Celentano è uno che non si capisce da solo: ecologista cementifero, rivoluzionario conservatore

Anche lui, l’ex Molleggiato, al suo eterno ritorno – e complimenti a Mediaset, a Piersilvio che ci ha rimesso una barca di soldi -, il “Cretino di talento” non ha saputo resistere: «Non avete capito Adrian, non mi avete capito». Celentano è uno che non si capisce da solo: ecologista cementifero, rivoluzionario conservatore, democristiano, berlusconiano, anti-berlusconiano, grillino della prima ora, anti-grillino dell’ultima ora, e a non capire è sempre il mondo, che non gira dove vuole lui. Celentano vede gli 81 anni ma non pare avere imparato altro che la presunzione, forse ha dimenticato tutto il resto. Ma la presunzione alla lunga si usura pure quella.

Un fermo immagine mostra un momento di “Adrian” lo show ideato, scritto e diretto da Adriano Celentano.

Anche Mina è in vista degli ottanta e i media italiani, in modo assurdo, si sono paralizzati su uno scatto “rubatole” dalla figlia Benedetta e sparato sui social: «Ah, Mina che non si fa mai vedere, eccola qua». C’era una signora, di spalle, seduta sul sofà a guardare la televisione. Così siamo al feticismo museale. Eh, ma Mina è la storia, è i migliori anni della nostra vita. Anche Celentano. Anche Angela. Mentre i giovani che hanno niente da dire (e il tempo gli rimane), sarebbero l’anno che verrà, la storia che ci attende. E così, tra storia andata e storia che non c’è, manca un presente cui aggrapparci. Un presente non di venerabili maestri, non di retoriche da social.

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L’Italia del pop paralizzata tra passatismo e giovanilismo ostinato

Da un lato venerabili maestri come Celentano e Mina, dall'altra giovani promesse che si rifanno a vecchi modelli come Cattelan e Achille Lauro. Tutte retoriche che ci lasciano in un perenne vuoto artistico.

Ci sono retoriche parallele che reggono il Paese come architravi di luoghi comuni. I veterani sono la memoria, l’esperienza; i giovani il futuro, la speranza: e tutti sono risorse. Mica vero, poi dipende dal singolo, le categorie lasciano il tempo (perso) che trovano.

Prendi Adriano Celentano, uno che non ha più scuse: se non c’è il suo programma va a picco, se c’è va a picco. Non c’è esperienza che tenga, neanche di precedenti fallimenti, Adrian sconclusionato era e tale resta nella sua pretesa di immanenza, Celentano pensa ancora basti la sua faccia, la sua mitomania Anni 70 a tirare un pubblico, che poi taccia o sproloqui non fa differenza, ma non è così, i risultati non gli danno scampo. Siamo al paradosso: uno che non sa fare televisione, che la fa vecchia come cinquant’anni fa, si mette a dare lezioni agli ospiti, tu non vai bene, tu sei prolisso. Dall’abisso dei suoi disastri.

La retorica della storia, del successo, del come eravamo non salva e a volte si risolve in pretese strampalate. C’è Piero Angela che passati i 90 anni si tiene come un santone dell’onniscienza, su tutto pontifica, ha fatto un libro dove, come tutti quelli che hanno avuto fortuna, celebra i suoi figli come estensioni del sé e, essendo un divulgatore provetto di cose scientifiche, si considera scienziato egli stesso. Un po’ come se uno che legge abitualmente Maupassant col sottofondo di Bach si ritrovasse, per osmosi, sommo romanziere e celestiale compositore barocco.

IN ITALIA IL GIOVANILISMO GUARDA SEMPRE AL PASSATO

Il giovanilismo ostinato, peterpanesco non è meglio, il giovane a vita ma sempre mano favoloso, Alessandro Cattelan è rimasto, si direbbe, inchiodato a una proiezione fanciullesca, gli fanno indossare certe giacchette, certe scarpette infantili a 40 anni ma sta perdendo tutte le occasioni, è inchiodato al ruolo di portinaio di X Factor ma X Factor ha perso la metà degli spettatori, è programma bolso, senza idee e Cattelan ne risente.

Achille Lauro.

Poi, certo, i suoi impresari, la potente macchina che ha dietro sapranno rilanciarlo, sapranno svecchiarne l’immagine giovanilistica, ma insomma non lo si paragoni ai modelli del passato, a 40 anni gente come Pippo Baudo, come Enzo Tortora o lo stesso Mike Bongiorno avevano un curriculum mostruoso, per spessore e quantità, altro che le pallonate da oratorio di Cattelan.

A 40 anni gente come Pippo Baudo, come Enzo Tortora o lo stesso Mike Bongiorno avevano un curriculum mostruoso

«I giovani sono la brezza del futuro» è affermazione in perenne bisogno di conferme, gente come Sfera Ebbasta è inconsistente, non inventa niente perché non ha niente da innovare, Fedez ha ricalcato gli Anni 80 ed è più conosciuto come influencer, marito di influencer, che come artista, Tommaso Paradiso è corso dietro a Luca Carboni, Achille Lauro non sa che indossare i costumi smessi di Renato Zero o atteggiarsi a David Bowie di borgata.

Il conduttore di X Factor Alessandro Cattelan.

La cosa strana, e un po’ allucinante, è che questi assai presunti giovani guardano a un passato che quando arrivò era davvero futuro, era innovativo e rompeva gli schemi; adesso questi si limitano a ricostruirli, per una pura tensione lucrativa, monetaria. Proprio a X Factor va in scena, mai come quest’anno, un festival del vecchio, un cortocircuito per cui ragazzi di sedici, vent’anni hanno movenze, apparenze polverose e inseguono stilemi forse inevitabili, ma troppo scontati e in modo troppo scontato; non ce n’è uno che sappia proporre un’idea di attuale, di contemporaneo, una rilettura di qualcosa, un fremito di novità. E già incombe Sanremo, che al suo settantesimo compleanno si rivelerà autobiografia di una nazione corrosa, con le sue nuove proposte anchilosate e i senatori plastificati che sembrano mummie di cera.

SIAMO ANCORATI A UN ETERNO PASSATO, MANCA UN PRESENTE

Celentano invece ricostruisce perennemente se stesso, in un riedizione sempre più patetica. Se gli si dice che non è più cosa, se gli si fa notare che non è il caso, che sarebbe meglio soprassedere, piomba la moglie manager e scaglia anatemi: ah, voi non lo meritate Adriano, non lo capite. E per fortuna non minacciano di andarsene dall’Italia, come i giovani cervelli in fuga.

Celentano è uno che non si capisce da solo: ecologista cementifero, rivoluzionario conservatore

Anche lui, l’ex Molleggiato, al suo eterno ritorno – e complimenti a Mediaset, a Piersilvio che ci ha rimesso una barca di soldi -, il “Cretino di talento” non ha saputo resistere: «Non avete capito Adrian, non mi avete capito». Celentano è uno che non si capisce da solo: ecologista cementifero, rivoluzionario conservatore, democristiano, berlusconiano, anti-berlusconiano, grillino della prima ora, anti-grillino dell’ultima ora, e a non capire è sempre il mondo, che non gira dove vuole lui. Celentano vede gli 81 anni ma non pare avere imparato altro che la presunzione, forse ha dimenticato tutto il resto. Ma la presunzione alla lunga si usura pure quella.

Un fermo immagine mostra un momento di “Adrian” lo show ideato, scritto e diretto da Adriano Celentano.

Anche Mina è in vista degli ottanta e i media italiani, in modo assurdo, si sono paralizzati su uno scatto “rubatole” dalla figlia Benedetta e sparato sui social: «Ah, Mina che non si fa mai vedere, eccola qua». C’era una signora, di spalle, seduta sul sofà a guardare la televisione. Così siamo al feticismo museale. Eh, ma Mina è la storia, è i migliori anni della nostra vita. Anche Celentano. Anche Angela. Mentre i giovani che hanno niente da dire (e il tempo gli rimane), sarebbero l’anno che verrà, la storia che ci attende. E così, tra storia andata e storia che non c’è, manca un presente cui aggrapparci. Un presente non di venerabili maestri, non di retoriche da social.

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L’Italia del pop paralizzata tra passatismo e giovanilismo ostinato

Da un lato venerabili maestri come Celentano e Mina, dall'altra giovani promesse che si rifanno a vecchi modelli come Cattelan e Achille Lauro. Tutte retoriche che ci lasciano in un perenne vuoto artistico.

Ci sono retoriche parallele che reggono il Paese come architravi di luoghi comuni. I veterani sono la memoria, l’esperienza; i giovani il futuro, la speranza: e tutti sono risorse. Mica vero, poi dipende dal singolo, le categorie lasciano il tempo (perso) che trovano.

Prendi Adriano Celentano, uno che non ha più scuse: se non c’è il suo programma va a picco, se c’è va a picco. Non c’è esperienza che tenga, neanche di precedenti fallimenti, Adrian sconclusionato era e tale resta nella sua pretesa di immanenza, Celentano pensa ancora basti la sua faccia, la sua mitomania Anni 70 a tirare un pubblico, che poi taccia o sproloqui non fa differenza, ma non è così, i risultati non gli danno scampo. Siamo al paradosso: uno che non sa fare televisione, che la fa vecchia come cinquant’anni fa, si mette a dare lezioni agli ospiti, tu non vai bene, tu sei prolisso. Dall’abisso dei suoi disastri.

La retorica della storia, del successo, del come eravamo non salva e a volte si risolve in pretese strampalate. C’è Piero Angela che passati i 90 anni si tiene come un santone dell’onniscienza, su tutto pontifica, ha fatto un libro dove, come tutti quelli che hanno avuto fortuna, celebra i suoi figli come estensioni del sé e, essendo un divulgatore provetto di cose scientifiche, si considera scienziato egli stesso. Un po’ come se uno che legge abitualmente Maupassant col sottofondo di Bach si ritrovasse, per osmosi, sommo romanziere e celestiale compositore barocco.

IN ITALIA IL GIOVANILISMO GUARDA SEMPRE AL PASSATO

Il giovanilismo ostinato, peterpanesco non è meglio, il giovane a vita ma sempre mano favoloso, Alessandro Cattelan è rimasto, si direbbe, inchiodato a una proiezione fanciullesca, gli fanno indossare certe giacchette, certe scarpette infantili a 40 anni ma sta perdendo tutte le occasioni, è inchiodato al ruolo di portinaio di X Factor ma X Factor ha perso la metà degli spettatori, è programma bolso, senza idee e Cattelan ne risente.

Achille Lauro.

Poi, certo, i suoi impresari, la potente macchina che ha dietro sapranno rilanciarlo, sapranno svecchiarne l’immagine giovanilistica, ma insomma non lo si paragoni ai modelli del passato, a 40 anni gente come Pippo Baudo, come Enzo Tortora o lo stesso Mike Bongiorno avevano un curriculum mostruoso, per spessore e quantità, altro che le pallonate da oratorio di Cattelan.

A 40 anni gente come Pippo Baudo, come Enzo Tortora o lo stesso Mike Bongiorno avevano un curriculum mostruoso

«I giovani sono la brezza del futuro» è affermazione in perenne bisogno di conferme, gente come Sfera Ebbasta è inconsistente, non inventa niente perché non ha niente da innovare, Fedez ha ricalcato gli Anni 80 ed è più conosciuto come influencer, marito di influencer, che come artista, Tommaso Paradiso è corso dietro a Luca Carboni, Achille Lauro non sa che indossare i costumi smessi di Renato Zero o atteggiarsi a David Bowie di borgata.

Il conduttore di X Factor Alessandro Cattelan.

La cosa strana, e un po’ allucinante, è che questi assai presunti giovani guardano a un passato che quando arrivò era davvero futuro, era innovativo e rompeva gli schemi; adesso questi si limitano a ricostruirli, per una pura tensione lucrativa, monetaria. Proprio a X Factor va in scena, mai come quest’anno, un festival del vecchio, un cortocircuito per cui ragazzi di sedici, vent’anni hanno movenze, apparenze polverose e inseguono stilemi forse inevitabili, ma troppo scontati e in modo troppo scontato; non ce n’è uno che sappia proporre un’idea di attuale, di contemporaneo, una rilettura di qualcosa, un fremito di novità. E già incombe Sanremo, che al suo settantesimo compleanno si rivelerà autobiografia di una nazione corrosa, con le sue nuove proposte anchilosate e i senatori plastificati che sembrano mummie di cera.

SIAMO ANCORATI A UN ETERNO PASSATO, MANCA UN PRESENTE

Celentano invece ricostruisce perennemente se stesso, in un riedizione sempre più patetica. Se gli si dice che non è più cosa, se gli si fa notare che non è il caso, che sarebbe meglio soprassedere, piomba la moglie manager e scaglia anatemi: ah, voi non lo meritate Adriano, non lo capite. E per fortuna non minacciano di andarsene dall’Italia, come i giovani cervelli in fuga.

Celentano è uno che non si capisce da solo: ecologista cementifero, rivoluzionario conservatore

Anche lui, l’ex Molleggiato, al suo eterno ritorno – e complimenti a Mediaset, a Piersilvio che ci ha rimesso una barca di soldi -, il “Cretino di talento” non ha saputo resistere: «Non avete capito Adrian, non mi avete capito». Celentano è uno che non si capisce da solo: ecologista cementifero, rivoluzionario conservatore, democristiano, berlusconiano, anti-berlusconiano, grillino della prima ora, anti-grillino dell’ultima ora, e a non capire è sempre il mondo, che non gira dove vuole lui. Celentano vede gli 81 anni ma non pare avere imparato altro che la presunzione, forse ha dimenticato tutto il resto. Ma la presunzione alla lunga si usura pure quella.

Un fermo immagine mostra un momento di “Adrian” lo show ideato, scritto e diretto da Adriano Celentano.

Anche Mina è in vista degli ottanta e i media italiani, in modo assurdo, si sono paralizzati su uno scatto “rubatole” dalla figlia Benedetta e sparato sui social: «Ah, Mina che non si fa mai vedere, eccola qua». C’era una signora, di spalle, seduta sul sofà a guardare la televisione. Così siamo al feticismo museale. Eh, ma Mina è la storia, è i migliori anni della nostra vita. Anche Celentano. Anche Angela. Mentre i giovani che hanno niente da dire (e il tempo gli rimane), sarebbero l’anno che verrà, la storia che ci attende. E così, tra storia andata e storia che non c’è, manca un presente cui aggrapparci. Un presente non di venerabili maestri, non di retoriche da social.

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Turisti per fiction

Non ci sono solo gli itinerari siciliani di Montalbano. Le serie tivù nostrane sono un volano per l'economia dei luoghi che ospitano i set: da Matera con Imma Tataranni alla Pienza dei Medici. Arrivando alla cupa Aosta del vicequestore Rocco Schiavone.

Sarà il fascino del ciak. Perché, non appena compaiono in una serie televisiva, angoli barocchi, spiagge, vallate, palazzi rinascimentali e resti romani richiamano appassionati, curiosi e turisti. E regalano visibilità a province defilate e centri cittadini. Se è diventato un classico il circuito nella Sicilia di Montalbano, che nell’arco di 20 anni ha generato un vero e proprio business, altre location non sono da meno. Qualche esempio? Si va dai Sassi di Matera in cui si muove Imma Tataranni alla Liguria di Rosy Abate, passando per le valli valdostane in cui si muove Rocco Schiavone e la Pienza che ricorre ne I Medici.

Sul set del Commissario Montalbano.

ALLA RICERCA DI VIGATA

Sono ormai entrati nell’immaginario collettivo i luoghi di Montalbano, il commissario uscito dalla penna di Andrea Camilleri. Il percorso sulle tracce del poliziotto parte da Ibla, nel cuore di Ragusa, con le scalinate e i palazzi barocchi tutelati dall’Unesco che danno corpo alla letteraria Vigàta, per poi toccare l’Eremo della Giubiliana, un convento fortificato del 500, e la questura di Montelusa che ha sede a Palazzo Iacono a Scicli (Rg), dove si trova anche la famosa “mannara”.

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Il richiamo della fiction firmata da Alberto Sironi è talmente forte che a Ragusa e provincia le presenze sono passate da 669.677 nel 1999 (primo anno della messa in onda) a 1.126.954 del 2018, secondi i dati dell’Ufficio statistica del Libero Consorzio comunale di Ragusa. E i passeggeri degli aeroporti di Catania e Comiso sono saliti dai 5 milioni del 2014 ai 6,4 milioni del 2017 (Assaeroporti). I fan del commissario possono consultare il portale www.visitvigata.com o decidere di soggiornare nel B&B in cui è stata trasformata la casa sulla spiaggia di Montalbano, a un’estremità di Punta Secca, frazione di Santa Croce Camerina.

IL FASCINO DEI SASSI DI MATERA INSEGUENDO IMMA TATARANNI

La tradizione cinematografica di Matera parte da lontano, con Il Vangelo secondo Matteo di Pier Paolo Pasolini del 1964. Quarant’anni dopo Mel Gibson ha scelto per La passione di Cristo i Sassi tutelati dall’Unesco, dove lo scorso settembre sono state girate pure le scene dell’ultimo 007, No time do die, che sarà nelle sale di tutto il mondo nel 2020, con Daniel Craig di nuovo nei panni di James Bond.

Imma Tataranni (Vanessa Scalera) in una scena.

Di recente però, la Capitale europea della cultura 2019 è stata anche un set televisivo. Prima con Sorelle, trasmessa nella primavera di due anni fa, per la regia di Cinzia Th Torrini, e poi con Imma Tataranni, serie ispirata ai libri di Mariolina Venezia.

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Falcata decisa, abiti vistosi, il sostituto procuratore vive a Matera e si muove fra grotte, vicoli, abitazioni scavate nella roccia e scorci di una bellezza atavica. Stando a quanto risulta all’Apt Basilicata, gli appassionati arrivano per visitare location precise ma il fenomeno è difficile da quantificare, perché da quando nel 2014 la città è stata proclamata Capitale europea della Cultura, arrivi e presenze sono in crescita costante, tanto che l’anno scorso hanno registrato rispetto al 2017 entrambi un +22% (dati Apt Basilicata).

Una panoramica di Matera dove è ambientata Imma Tataranni (Crediti Apt Basilicata).

LA CUPA VAL D’AOSTA DI ROCCO SCHIAVONE

Mobilita patiti degli intrighi anche il vicequestore creato da Antonio Manzini e interpretato da Marco Giallini, che è ormai di casa ad Aosta, tanto da aver ricevuto la cittadinanza onoraria. Romano trasferito in una Val d’Aosta fredda e cupa, Rocco Schiavone, l’investigatore in loden e Clarke sugli schermi per la terza stagione, si muove spesso fra la sua abitazione, sopra allo stemma del secentesco Palazzo Ansermin, e il porticato del Municipio, affacciato su piazza Chanoux con il suo Caffè Nazionale. Ma nella serie ricorrono altri angoli della città come il teatro romano, l’arco di Augusto, il chiostro della collegiata di Sant’Orso, il cimitero intitolato allo stesso santo e il commissariato, ricostruito a sud della città, nell’area dismessa dell’acciaieria Cogne.

Marco Giallini nei panni di Rocco Schiavone con Fabrizio Coniglio (Crediti: Pré-Saint-Didier / L. Perrod).

Queste tappe rientrano in un itinerario organizzato da un gruppo di guide turistiche che propone visite con soste anche nel resto della Regione, in Val d’Ayas, al villaggio di Cunéaz, al Dente del Gigante, alle terme e alla passerella panoramica di Pré-Saint-Didier, o al Ponte sul torrente Buthier nei pressi di Valpelline che nella fiction fa da cornice a un incidente mortale.

I MEDICI TRA LE QUINTE RINASCIMENTALI DI PIENZA

Ha fatto da set a produzioni internazionali come Il paziente inglese e Il gladiatore, ma anche alle tre stagioni del serial tivù I Medici. Parliamo di Pienza (Siena), la cittadina ideale del Rinascimento, ridisegnata secondo i principi dell’umanista Enea Silvio Piccolomini che quando salì al soglio papale come Pio II volle cambiare volto al suo villaggio d’origine.

Una scena de I Medici (Twitter).

Fra gli scorci progettati da Bernardo Rossellino, sotto la guida di Leon Battista Alberti, sono state ambientate le scene della fiction Rai che racconta segreti, amori, vizi, intrecci, congiure della Firenze rinascimentale.

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Sullo sfondo della cattedrale, della residenza pontificia, della piazza solenne con il “pozzo dei cani”, che domina le colline dolci della val d’Orcia, hanno recitato, fra gli altri, Daniel Sharman, nei panni di Lorenzo il Magnifico, Alessandra Mastronardi, Neri Marcorè, Sarah Parish, Bradley James. Per gli episodi della terza serie, in onda quest’autunno, hanno lavorato l’anno scorso circa 100 persone del cast, più tecnici e operatori, fra ottobre e novembre, in un periodo tradizionalmente poco gettonato per il turismo. E Pienza, affollata da comparse e curiosi richiamati proprio dalle riprese, ha avuto l’opportunità di destagionalizzare il flusso turistico, allungandolo di almeno un mese (per info: www.ufficioturisticodipienza.it).

ROSY ABATE, DALLE COSTE LIGURI ALLA SICILIA

Si è chiuso venerdì 11 ottobre il secondo anno di Rosy Abate, spin off di Squadra antimafia, con Giulia Michelini nei panni della “regina di Palermo”, che ha registrato un crescendo di ascolti su Canale5, raggiungendo con l’ultima puntata il 18,5% di share. Girata in parte in Liguria, la serie ha location che sono già meta turistica, a partire da Varigotti, a Finale Ligure (Savona), dove si trova la casa di Rosy, fra gli edifici squadrati che si affacciano sulla spiaggia nei colori caldi che vanno dal giallo al rosa.

A Varigotti è ambientata Rosy Abate (foto archivio Agenzia Regionale in Liguria).

Sempre nel Savonese è stata ambientata la prima puntata, con i pontili e l’ingresso allo Yatch club e altri scorci della Marina di Loano, mentre quando Rosy affronta per la prima volta il clan dei Marsigliesi sta giocando al Casinò di Sanremo. La protagonista si sposta quindi verso Sud per seguire il figlio Leonardino: le riprese sono state effettuate nel quartiere romano dell’Olgiata, dove vive il bambino, e al luna park dell’Eur, che ha fatto da sfondo all’episodio del tiro a segno. Infine in Sicilia, al castello degli Schiavi, nei pressi di Catania, c’è la roccaforte del mafioso Santagata.

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X Factor 2019, l’eliminato Marco Saltari: «Ora tifo Sierra»

Il cantante è stato eliminato insieme a Lorenzo Rinaldi nella terza puntata dei live del talent targato Sky. Mentre il primo ha confessato di aver ancora molto altro da dare, il secondo ha voluto chiarire la polemica sul suo essere troppo "vintage".

Sono Marco Saltari e Lorenzo Rinaldi i due concorrenti eliminati nella terza puntata dei live di X Factor 2019. Il primo è stato escluso dal pubblico a casa al termine della prima fase, durante la quale i cantanti si sono sfidati con i loro cavalli di battaglia in esibizioni di un minuto. Il secondo, invece, è finito al ballottaggio con Giordana Petralia nella manche classica, incassando il parere negativo dei giudici.

MARCO SALTARI: «DI ME SI È VISTO SOLTANTO IL 5%»

L’eliminazione di Marco Saltari nella terza puntata live è arrivata prestissimo, in seguito a un tutti-contro-tutti in cui a scegliere il primo eliminato è stato direttamente il pubblico. La sua interpretazione di Get Up Stand Up di Bob Marley non ha infatti convinto i fan del talent, che lo hanno subito bocciato nel televoto. Saltari ha 34 anni e viene da Corridonia, un piccolo paese in provincia di Macerata. La sua passione per la musica è iniziata prestissimo, quando a 7 anni ha trovato in garage la vecchia batteria del cugino e per gioco ha cominciato a suonarla. Attualmente lavora come operatore in una Ong per richiedenti asilo, ma è convinto di poter, un giorno, vivere della sua arte. Peccato che il suo sogno a X Factor si sia interrotto così alla svelta.

DOMANDA. Sei uscito proponendo un cavallo di battaglia. Cos’è andato storto?
RISPOSTA. Credo che il pezzo di Bob Marley sia molto bello. L’ho scelto di comune accordo con Mara, sapendo che in un minuto devi cercare di far presa sulla fetta di pubblico più ampia possibile. Evidentemente abbiamo sbagliato, ma come dico sempre «dopo so’ boni tutti». Credo che il mio percorso a X Factor sia stato un po’ inficiato dalle prime puntate. In quelle siamo stati effettivamente un po’ moscetti.

Sei stato eliminato nella manche iniziale, quella molto veloce. Avresti preferito affrontare una manche normale con la decisione dei giudici?
Non so se sarebbe andata diversamente. Mi dispiace soltanto di non aver potuto suonare All Along the Watchtower nella versione di Jimi Hendrix che avevo preparato. Lì sarebbe venuto fuori un po’ di quel 95% di cui parlavo. Qualcosa di molto diverso dalle prime esibizioni.

Sfera Ebbasta durante i bootcamp ha detto che non riusciva a trovarti una collocazione nel mercato musicale. Aveva ragione lui?
Sì, se i pezzi che potrei collocare nel mercato musicale sono quelli che ho eseguito finora a X Factor. Il fatto è che io non sono solo quello. E ci sono altre mille sfaccettature che però non sono riuscito a trasmettere. Di me Sfera ha visto soltanto un 5%.

Addirittura un 5%?
Sì, perché io adoro sperimentare. Non sono un integralista della musica. Mi piace il sincretismo strumentale e con i programmi di oggi puoi praticamente suonare di tutto. Spero tanto di riuscire a farlo sentire.

Se dipendesse da te, chi credi meriterebbe di vincere X Factor in questa edizione?
Sierra. Perché Massimo è un grandissimo scrittore e Giacomo è un ottimo performer. Però non chiedermelo di nuovo perché tra cinque minuti ho già cambiato idea.

A proposito del tuo lavoro in una Ong, nel Loft ti hanno fatto domande?
Assolutamente sì. A riguardo c’è molta curiosità e di solito la narrazione riguardante questo tema è costellata di luoghi comuni. Tutti erano interessati a conoscere come funziona per davvero quel mondo.

L’ELIMINATO LORENZO RINALDI: «NON SONO UN ARTISTA CUPO»

Dopo Marco Saltari, il secondo eliminato nella terza puntata dei live di X Factor 2019 è stato il giovanissimo Lorenzo Rinaldi, 19enne originario di Terni che è arrivato al ballottaggio insieme alla collega Giordana Petralia. La sua interpretazione di Baby i love you dei Ramones, nonostante una messa in scena di altissimo livello, non ha impressionato il pubblico. Il ragazzo però, che ha da pochissimo intrapreso la sua avventura musicale, ha voluto scrollarsi di dosso la sua immagine di artista cupo.

DOMANDA. Sfera è stato un dei giudici che nel corso delle puntate ti ha rivolto più critiche. Ieri ti ha definito poco splendente, mentre negli scorsi live ha usato per descriverti il termine “cupo”. Sei d’accordo?
RISPOSTA. Le critiche di Sfera le ho accolte, ma anche no. Ho cercato di andare avanti col tipo di percorso che avevo in mente, provando a farmi apprezzare anche da lui. Ma non mi definirei affatto un artista cupo. Anzi.

Credi che nel suo modo di fare ci fosse della strategia?
È un gioco, quindi un minimo di strategia è normale che ci sia. Anche perché i giudici devono convincere il pubblico che i propri concorrenti siano i migliori, quindi non ho nulla da rimproverargli.

Qualcuno ti ha definito un giovane Jim Morrison. Tu ti senti più un artista degli Anni ’70 oppure un contemporaneo?
Il paragone con Jim Morrison lo trovo un po’ scomodo perché per me lui è una leggenda. Ad ogni modo cerco di essere un artista contemporaneo.

Però ti hanno cucito addosso un abito molto vintage. Ti ci sentivi a tuo agio?
Si, ma credo che durante il percorso sarei riuscito a portare la mia musica al giorno d’oggi. Non so di preciso quale futuro avessero in mente per me, ma credo che volessero farmi uscire da questa bolla degli Anni ’70 che mi circonda.

Ti sarebbe piaciuto esibirti con qualcosa di più giovane?
Si, avrei tanto voluto portare Kiwi di Harry Styles. Mi trovo molto nel suo genere e nelle sue atmosfere. E forse così sarei riuscito a portare un’ondata di attualità in quell’atmosfera vintage che si era creata attorno a me.

Che rapporto avevi con il tuo giudice?
Con Malika ho costruito un rapporto bellissimo, genuino, dove nessuno aveva bisogno di fingere nonostante le telecamere.

Credi che gli Under uomini arriveranno in finale? Magari con Davide?
Davide spacca. Ha una voce bellissima ed è una persona d’oro. Non so se arriverà in finale, ma sicuramente se lo merita.

Credi che sia lui a meritare di vincere X Factor?
Vincere X Factor è un traguardone e non va in base ai meriti. Dipende da quanto arrivi al pubblico e da quanto piaci ai giudici. Fare adesso un pronostico sul vincitore è praticamente impossibile.

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X Factor 2019, l’eliminato Marco Saltari: «Ora tifo Sierra»

Il cantante è stato eliminato insieme a Lorenzo Rinaldi nella terza puntata dei live del talent targato Sky. Mentre il primo ha confessato di aver ancora molto altro da dare, il secondo ha voluto chiarire la polemica sul suo essere troppo "vintage".

Sono Marco Saltari e Lorenzo Rinaldi i due concorrenti eliminati nella terza puntata dei live di X Factor 2019. Il primo è stato escluso dal pubblico a casa al termine della prima fase, durante la quale i cantanti si sono sfidati con i loro cavalli di battaglia in esibizioni di un minuto. Il secondo, invece, è finito al ballottaggio con Giordana Petralia nella manche classica, incassando il parere negativo dei giudici.

MARCO SALTARI: «DI ME SI È VISTO SOLTANTO IL 5%»

L’eliminazione di Marco Saltari nella terza puntata live è arrivata prestissimo, in seguito a un tutti-contro-tutti in cui a scegliere il primo eliminato è stato direttamente il pubblico. La sua interpretazione di Get Up Stand Up di Bob Marley non ha infatti convinto i fan del talent, che lo hanno subito bocciato nel televoto. Saltari ha 34 anni e viene da Corridonia, un piccolo paese in provincia di Macerata. La sua passione per la musica è iniziata prestissimo, quando a 7 anni ha trovato in garage la vecchia batteria del cugino e per gioco ha cominciato a suonarla. Attualmente lavora come operatore in una Ong per richiedenti asilo, ma è convinto di poter, un giorno, vivere della sua arte. Peccato che il suo sogno a X Factor si sia interrotto così alla svelta.

DOMANDA. Sei uscito proponendo un cavallo di battaglia. Cos’è andato storto?
RISPOSTA. Credo che il pezzo di Bob Marley sia molto bello. L’ho scelto di comune accordo con Mara, sapendo che in un minuto devi cercare di far presa sulla fetta di pubblico più ampia possibile. Evidentemente abbiamo sbagliato, ma come dico sempre «dopo so’ boni tutti». Credo che il mio percorso a X Factor sia stato un po’ inficiato dalle prime puntate. In quelle siamo stati effettivamente un po’ moscetti.

Sei stato eliminato nella manche iniziale, quella molto veloce. Avresti preferito affrontare una manche normale con la decisione dei giudici?
Non so se sarebbe andata diversamente. Mi dispiace soltanto di non aver potuto suonare All Along the Watchtower nella versione di Jimi Hendrix che avevo preparato. Lì sarebbe venuto fuori un po’ di quel 95% di cui parlavo. Qualcosa di molto diverso dalle prime esibizioni.

Sfera Ebbasta durante i bootcamp ha detto che non riusciva a trovarti una collocazione nel mercato musicale. Aveva ragione lui?
Sì, se i pezzi che potrei collocare nel mercato musicale sono quelli che ho eseguito finora a X Factor. Il fatto è che io non sono solo quello. E ci sono altre mille sfaccettature che però non sono riuscito a trasmettere. Di me Sfera ha visto soltanto un 5%.

Addirittura un 5%?
Sì, perché io adoro sperimentare. Non sono un integralista della musica. Mi piace il sincretismo strumentale e con i programmi di oggi puoi praticamente suonare di tutto. Spero tanto di riuscire a farlo sentire.

Se dipendesse da te, chi credi meriterebbe di vincere X Factor in questa edizione?
Sierra. Perché Massimo è un grandissimo scrittore e Giacomo è un ottimo performer. Però non chiedermelo di nuovo perché tra cinque minuti ho già cambiato idea.

A proposito del tuo lavoro in una Ong, nel Loft ti hanno fatto domande?
Assolutamente sì. A riguardo c’è molta curiosità e di solito la narrazione riguardante questo tema è costellata di luoghi comuni. Tutti erano interessati a conoscere come funziona per davvero quel mondo.

L’ELIMINATO LORENZO RINALDI: «NON SONO UN ARTISTA CUPO»

Dopo Marco Saltari, il secondo eliminato nella terza puntata dei live di X Factor 2019 è stato il giovanissimo Lorenzo Rinaldi, 19enne originario di Terni che è arrivato al ballottaggio insieme alla collega Giordana Petralia. La sua interpretazione di Baby i love you dei Ramones, nonostante una messa in scena di altissimo livello, non ha impressionato il pubblico. Il ragazzo però, che ha da pochissimo intrapreso la sua avventura musicale, ha voluto scrollarsi di dosso la sua immagine di artista cupo.

DOMANDA. Sfera è stato un dei giudici che nel corso delle puntate ti ha rivolto più critiche. Ieri ti ha definito poco splendente, mentre negli scorsi live ha usato per descriverti il termine “cupo”. Sei d’accordo?
RISPOSTA. Le critiche di Sfera le ho accolte, ma anche no. Ho cercato di andare avanti col tipo di percorso che avevo in mente, provando a farmi apprezzare anche da lui. Ma non mi definirei affatto un artista cupo. Anzi.

Credi che nel suo modo di fare ci fosse della strategia?
È un gioco, quindi un minimo di strategia è normale che ci sia. Anche perché i giudici devono convincere il pubblico che i propri concorrenti siano i migliori, quindi non ho nulla da rimproverargli.

Qualcuno ti ha definito un giovane Jim Morrison. Tu ti senti più un artista degli Anni ’70 oppure un contemporaneo?
Il paragone con Jim Morrison lo trovo un po’ scomodo perché per me lui è una leggenda. Ad ogni modo cerco di essere un artista contemporaneo.

Però ti hanno cucito addosso un abito molto vintage. Ti ci sentivi a tuo agio?
Si, ma credo che durante il percorso sarei riuscito a portare la mia musica al giorno d’oggi. Non so di preciso quale futuro avessero in mente per me, ma credo che volessero farmi uscire da questa bolla degli Anni ’70 che mi circonda.

Ti sarebbe piaciuto esibirti con qualcosa di più giovane?
Si, avrei tanto voluto portare Kiwi di Harry Styles. Mi trovo molto nel suo genere e nelle sue atmosfere. E forse così sarei riuscito a portare un’ondata di attualità in quell’atmosfera vintage che si era creata attorno a me.

Che rapporto avevi con il tuo giudice?
Con Malika ho costruito un rapporto bellissimo, genuino, dove nessuno aveva bisogno di fingere nonostante le telecamere.

Credi che gli Under uomini arriveranno in finale? Magari con Davide?
Davide spacca. Ha una voce bellissima ed è una persona d’oro. Non so se arriverà in finale, ma sicuramente se lo merita.

Credi che sia lui a meritare di vincere X Factor?
Vincere X Factor è un traguardone e non va in base ai meriti. Dipende da quanto arrivi al pubblico e da quanto piaci ai giudici. Fare adesso un pronostico sul vincitore è praticamente impossibile.

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Le pagelle del terzo Live di X Factor

Questa edizione davvero non decolla. I giudici sono totalmente inadeguati. I concorrenti non bucano. Tranne Davide che riesce a "resistere" persino alla disastrosa Malika Ayane.

«Sono successe un sacco di cose; due eliminati, ma questo è il meno». Avete capito, cari sognatori. Voi vi credete il lievito del talent, invece siete il pretesto. Siete il meno, specie se fallite. Parola del presentatore Alessandro Cattelan, al quale mettono in bocca dei lapsus rivelatori, ma lui non perde mai, è sempre lì, nessuno lo elimina. Invecchia con X Factor.

LEGGI ANCHE: Le pagelle del secondo Live di X Factor

A 40 anni, mette delle strane giacchette peterpanesche, o, come si vanta, «quattro vestiti uno sopra l’altro», per fare lo spiritoso o così pretende chi lo addobba. Del resto, stanno trasformando il giovane cespuglioso Lorenzo in uno strano boschetto glam, il non tanto rude parà Nicola in un arcobaleno vivente, la stentorea Giordana in una meringa spaziale, la genuina Sofia in qualcosa che non si capisce. E anche questo conferma la confusione di una edizione che va per conto suo, ma senza sapere dove.

UNO SHOW ABBELLITO E CHE SA DI FINZIONE

Cattelan stesso si abbevera ai social, alla reazioni del pubblico, naturalmente sorvola sui troppi commenti sbadiglianti. Evidentemente tanto altro da dire non ce l’ha, non ce l’hanno, non c’è. Sembra tutto così forzato, così costruito, mai come quest’anno, e non si capisce come uscire dall’impasse: s’inventano perfino l’eliminazione preventiva, secca, diretta, ma sa tanto di espediente incasinato. Poi ci resta sotto Marco, il rasta, il no-global, che invece era tra i pochi possibilmente personaggi, comunque il meno peggio insieme al pianista Davide Rossi, che sarà anche démodé, ma è di un altro pianeta qua. Ma è colpa di “quelli a casa”, del “popolo dei social”, che non l’han votato. Davvero? X Factor è truccato, quantomeno nel senso di abbellito.

I giudici Samuel, Mara Maionchi, Malika Ayane e Sfera Ebbasta (pagina Fb X Factor).

Anche quando gl‘illustri giudici si mettono a cantare, in apertura, sa un po’ di sagra agostana, di ospitata in discoteca, fate vobis. Che poi uno sente lo Sfera affogato nella melassa d’autotune e pensa, ma questo qui è un artista, questo qui giudica? Ma sì, è tutto per finta, come le scarpe aranciate di Cattelan, come gli scazzetti tra Sfera e Malika, che servon solo a citare i network del principale sponsor (i due ridono sotto i baffi con ribalda impudenza), come la moccioseria che, oooh, si eccita per tutto, come la gara che c’è e non c’è, arranca, e, vedi un po’, alla fine va avanti qualcuno che si porta addosso un insopportabile odore di raccomandazione

L’INADEGUATEZZA TOTALE DEI GIUDICI

ALESSANDRO CATTELAN: 6. Cambiano gli ornamenti, non il voto. Lo pronosticano a Sanremo, a Miss Italia, sulla luna, ma se fosse solo una profezia che si autoadempie?

MARA MAIONCHI: 5. Sei forte, sei bravo, hai cantato bene, sei stato bravo, sei proprio forte, non so i titoli, non so l’inglese, sono vecchia, Ah! Ah! Ah! Un vecchio disco che salta sulla puntina. Però è una volpona lei, tutor sì ma di se stessa, quante copertine, interviste, celebrazioni. Quante banalità. Intanto perde Marco, che peccato. 

MALIKA AYANE: 5-. L’antipatia innata ha finora velato una profonda verità: come coach è una incapace totale, non sa valorizzare i suoi, li appanna uno dopo l’altro. Però giudica, in Italia chi non sa giudica (vale anche per chi scrive, certo).

Ospite del terzo Live Marracash (pagina Fb di X Factor).

SFERA EBBASTA: 5-. Sembra tanto disinvolto, ma è la scioltezza ribalda di chi non ha niente da dire. Infatti, se ci fai caso, più che banalità piccoloborghesi con cannetta d’ordinanza, non spreme. Cultura musicale prossima allo zero, chissà se pure lui, come Fedez, è un Ambro Angiolini radiocomandato (Morgan dixit). Certo i suoi aspiranti sembrano procedere per conto loro, senza una guida: e per forza!

SAMUEL: 5-. Bisogna giudicare i giudici sul doppio livello. Come resa televisiva, svanisce. Come coach, alleva i superflui Booda e qualche portato dell’esperienza si vede. Ma se uno che fa ‘sto mestiere da 30 anni si «scioglie in lacrime» per lo stupro sul cadavere di Tenco dai due pesci lessi Seawards, due son le cose: o ha sbagliato mestiere, o cialtroneggia duro. 

MARRAKASH: 2. «La scrittura per me è in primo luogo una sorta di catarsi». Per te: per noi è una tortura. «La mia razza si estingue». Ma magari.

DAVIDE ROSSI, IL MIGLIORE MA NON SARÀ MAI ROCKSTAR

BOODA (All or Nothing, Elliphant): 5 ½. I Booda pestoni, partiti come outsider, recuperano e sono sempre più quotati. Chissà poi perché. Gli vanno costruendo addosso la tipica sessualità da talent, ma che altro c’è?

La performance dei Booda: All or Nothing, Elliphant (pagina Fb di X Factor).

NICOLA CAVALLARO (Happy, Pharrell Williams): 5-. Meritava di uscire subito, alle preselezioni: non canta, ringhia, ma un ringhio forzato, sforzato, e non inconfondibile. Ma lui si sente performer dentro, e qualche volta la convinzione fa miracoli.

SOFIA TORNAMBENE (C’est la vie, Achille Lauro): 6. Scelta da paragnosta, Sfera. Achille sta nel business XF, il compare assegna una sua cacatina, tutta ‘na famigghia. Poi la ragazzina, che par timidina ma non ha paura di nessuno, ci pensa lei. Va bene, solo che a lungo andare troppo zucchero causa il diabete, attenzione.

Sofia interpreta C’est la vie di Achille Lauro (Pagina Facebook X Factor).

LORENZO RINALDI (Baby I love you, Ramones): 3. Malika gli affibbia, o perché è sciocca o per ammazzarlo, una scelta fatale: al ragazzo triste manca completamente la carica debosciata per un pezzo come questo, ma a uno così gli dai i Ramones? Ma cos’hai nella testa, la sigla del dentifricio? Ma dai, tanto valeva sparagli. Difatti, vedi un po’: esce. 

EUGENIO CAMPAGNA (Cornflakes, inedito): 4. La sua canzone. La sua storia. Il suo amore. «Quando a notte ti scrivo oh e tu rispondi ehi» (ma non bastava Ultimo?). Il suo modo di essere cantautore. Di mettersi a nudo. Di raccontarsi. Che due maroni.

Eugenio presenta il suo inedito: Cornflakes (pagina Fb di X Factor).

SIERRA (Le acciughe fanno il pallone, Fabrizio de André): 3. Va detto che dei trapper hanno almeno un requisito fondamentale: l’insopportabilità. Sfregiano la salma di De André, con la complicità del musicalmente delinquenziale Samuel. Dice: trattatelo con rispetto. E loro: «Tu sei bella tanto che fai male, guarda questo è ridotto male, eyaya». De André riposa in fama di poeta, forse sopravvalutato, ma questo è davvero troppo.

Giordana canta Bellyache (Pagina Fb di X Factor).

GIORDANA PETRALIA (Bellyache, Billie eilish): 5-. Insomma non si capisce perché si deve pretendere (all’americana: fare finta di credere) che una pizza sia Ella Fitzgerald. E più questa va avanti, meno si capisce. E basta!

SEAWARDS (Vedrai Vedrai, Luigi Tenco): 3. Ecco come ammazzare un pezzo immortale. Senza sangue, senza pelle, senza intonazione: senza un c…. Gli ottoni degli amici di Samuel, Bandacadabra, aggiungono un delicato tocco di rottura di palle. Oh, che fenomeni ‘sti due. Ma se sembrano due becchini. 

I Seawards in Vedrai Vedrai di Tenco (Pagina Fb di X Factor).

DAVIDE ROSSI (Why d’you only…, Artic Monkey): 7 ½. Di bravi, ma proprio bravi, c’è rimasto solo lui. Un gioiellino che neppure la polverosa disastrosa Ayane riesce a opacizzare. Oh, 16 anni ha! Sempre più evidente l’ispirazione da Elton John, ma potrà vivere di luce propria, anche se il nostro caro Davide, rockstar non sarà mai.


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Le pagelle del terzo Live di X Factor

Questa edizione davvero non decolla. I giudici sono totalmente inadeguati. I concorrenti non bucano. Tranne Davide che riesce a "resistere" persino alla disastrosa Malika Ayane.

«Sono successe un sacco di cose; due eliminati, ma questo è il meno». Avete capito, cari sognatori. Voi vi credete il lievito del talent, invece siete il pretesto. Siete il meno, specie se fallite. Parola del presentatore Alessandro Cattelan, al quale mettono in bocca dei lapsus rivelatori, ma lui non perde mai, è sempre lì, nessuno lo elimina. Invecchia con X Factor.

LEGGI ANCHE: Le pagelle del secondo Live di X Factor

A 40 anni, mette delle strane giacchette peterpanesche, o, come si vanta, «quattro vestiti uno sopra l’altro», per fare lo spiritoso o così pretende chi lo addobba. Del resto, stanno trasformando il giovane cespuglioso Lorenzo in uno strano boschetto glam, il non tanto rude parà Nicola in un arcobaleno vivente, la stentorea Giordana in una meringa spaziale, la genuina Sofia in qualcosa che non si capisce. E anche questo conferma la confusione di una edizione che va per conto suo, ma senza sapere dove.

UNO SHOW ABBELLITO E CHE SA DI FINZIONE

Cattelan stesso si abbevera ai social, alla reazioni del pubblico, naturalmente sorvola sui troppi commenti sbadiglianti. Evidentemente tanto altro da dire non ce l’ha, non ce l’hanno, non c’è. Sembra tutto così forzato, così costruito, mai come quest’anno, e non si capisce come uscire dall’impasse: s’inventano perfino l’eliminazione preventiva, secca, diretta, ma sa tanto di espediente incasinato. Poi ci resta sotto Marco, il rasta, il no-global, che invece era tra i pochi possibilmente personaggi, comunque il meno peggio insieme al pianista Davide Rossi, che sarà anche démodé, ma è di un altro pianeta qua. Ma è colpa di “quelli a casa”, del “popolo dei social”, che non l’han votato. Davvero? X Factor è truccato, quantomeno nel senso di abbellito.

I giudici Samuel, Mara Maionchi, Malika Ayane e Sfera Ebbasta (pagina Fb X Factor).

Anche quando gl‘illustri giudici si mettono a cantare, in apertura, sa un po’ di sagra agostana, di ospitata in discoteca, fate vobis. Che poi uno sente lo Sfera affogato nella melassa d’autotune e pensa, ma questo qui è un artista, questo qui giudica? Ma sì, è tutto per finta, come le scarpe aranciate di Cattelan, come gli scazzetti tra Sfera e Malika, che servon solo a citare i network del principale sponsor (i due ridono sotto i baffi con ribalda impudenza), come la moccioseria che, oooh, si eccita per tutto, come la gara che c’è e non c’è, arranca, e, vedi un po’, alla fine va avanti qualcuno che si porta addosso un insopportabile odore di raccomandazione

L’INADEGUATEZZA TOTALE DEI GIUDICI

ALESSANDRO CATTELAN: 6. Cambiano gli ornamenti, non il voto. Lo pronosticano a Sanremo, a Miss Italia, sulla luna, ma se fosse solo una profezia che si autoadempie?

MARA MAIONCHI: 5. Sei forte, sei bravo, hai cantato bene, sei stato bravo, sei proprio forte, non so i titoli, non so l’inglese, sono vecchia, Ah! Ah! Ah! Un vecchio disco che salta sulla puntina. Però è una volpona lei, tutor sì ma di se stessa, quante copertine, interviste, celebrazioni. Quante banalità. Intanto perde Marco, che peccato. 

MALIKA AYANE: 5-. L’antipatia innata ha finora velato una profonda verità: come coach è una incapace totale, non sa valorizzare i suoi, li appanna uno dopo l’altro. Però giudica, in Italia chi non sa giudica (vale anche per chi scrive, certo).

Ospite del terzo Live Marracash (pagina Fb di X Factor).

SFERA EBBASTA: 5-. Sembra tanto disinvolto, ma è la scioltezza ribalda di chi non ha niente da dire. Infatti, se ci fai caso, più che banalità piccoloborghesi con cannetta d’ordinanza, non spreme. Cultura musicale prossima allo zero, chissà se pure lui, come Fedez, è un Ambro Angiolini radiocomandato (Morgan dixit). Certo i suoi aspiranti sembrano procedere per conto loro, senza una guida: e per forza!

SAMUEL: 5-. Bisogna giudicare i giudici sul doppio livello. Come resa televisiva, svanisce. Come coach, alleva i superflui Booda e qualche portato dell’esperienza si vede. Ma se uno che fa ‘sto mestiere da 30 anni si «scioglie in lacrime» per lo stupro sul cadavere di Tenco dai due pesci lessi Seawards, due son le cose: o ha sbagliato mestiere, o cialtroneggia duro. 

MARRAKASH: 2. «La scrittura per me è in primo luogo una sorta di catarsi». Per te: per noi è una tortura. «La mia razza si estingue». Ma magari.

DAVIDE ROSSI, IL MIGLIORE MA NON SARÀ MAI ROCKSTAR

BOODA (All or Nothing, Elliphant): 5 ½. I Booda pestoni, partiti come outsider, recuperano e sono sempre più quotati. Chissà poi perché. Gli vanno costruendo addosso la tipica sessualità da talent, ma che altro c’è?

La performance dei Booda: All or Nothing, Elliphant (pagina Fb di X Factor).

NICOLA CAVALLARO (Happy, Pharrell Williams): 5-. Meritava di uscire subito, alle preselezioni: non canta, ringhia, ma un ringhio forzato, sforzato, e non inconfondibile. Ma lui si sente performer dentro, e qualche volta la convinzione fa miracoli.

SOFIA TORNAMBENE (C’est la vie, Achille Lauro): 6. Scelta da paragnosta, Sfera. Achille sta nel business XF, il compare assegna una sua cacatina, tutta ‘na famigghia. Poi la ragazzina, che par timidina ma non ha paura di nessuno, ci pensa lei. Va bene, solo che a lungo andare troppo zucchero causa il diabete, attenzione.

Sofia interpreta C’est la vie di Achille Lauro (Pagina Facebook X Factor).

LORENZO RINALDI (Baby I love you, Ramones): 3. Malika gli affibbia, o perché è sciocca o per ammazzarlo, una scelta fatale: al ragazzo triste manca completamente la carica debosciata per un pezzo come questo, ma a uno così gli dai i Ramones? Ma cos’hai nella testa, la sigla del dentifricio? Ma dai, tanto valeva sparagli. Difatti, vedi un po’: esce. 

EUGENIO CAMPAGNA (Cornflakes, inedito): 4. La sua canzone. La sua storia. Il suo amore. «Quando a notte ti scrivo oh e tu rispondi ehi» (ma non bastava Ultimo?). Il suo modo di essere cantautore. Di mettersi a nudo. Di raccontarsi. Che due maroni.

Eugenio presenta il suo inedito: Cornflakes (pagina Fb di X Factor).

SIERRA (Le acciughe fanno il pallone, Fabrizio de André): 3. Va detto che dei trapper hanno almeno un requisito fondamentale: l’insopportabilità. Sfregiano la salma di De André, con la complicità del musicalmente delinquenziale Samuel. Dice: trattatelo con rispetto. E loro: «Tu sei bella tanto che fai male, guarda questo è ridotto male, eyaya». De André riposa in fama di poeta, forse sopravvalutato, ma questo è davvero troppo.

Giordana canta Bellyache (Pagina Fb di X Factor).

GIORDANA PETRALIA (Bellyache, Billie eilish): 5-. Insomma non si capisce perché si deve pretendere (all’americana: fare finta di credere) che una pizza sia Ella Fitzgerald. E più questa va avanti, meno si capisce. E basta!

SEAWARDS (Vedrai Vedrai, Luigi Tenco): 3. Ecco come ammazzare un pezzo immortale. Senza sangue, senza pelle, senza intonazione: senza un c…. Gli ottoni degli amici di Samuel, Bandacadabra, aggiungono un delicato tocco di rottura di palle. Oh, che fenomeni ‘sti due. Ma se sembrano due becchini. 

I Seawards in Vedrai Vedrai di Tenco (Pagina Fb di X Factor).

DAVIDE ROSSI (Why d’you only…, Artic Monkey): 7 ½. Di bravi, ma proprio bravi, c’è rimasto solo lui. Un gioiellino che neppure la polverosa disastrosa Ayane riesce a opacizzare. Oh, 16 anni ha! Sempre più evidente l’ispirazione da Elton John, ma potrà vivere di luce propria, anche se il nostro caro Davide, rockstar non sarà mai.


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