Manca sempre meno alla fine del 2025. Come da tradizione, per milioni di italiani sono già iniziati i preparativi per la notte di San Silvestro tra grigliate fra amici, cenoni in famiglia oppure divertimento in discoteca e nei locali. Per chi preferisce stare all’aperto, in tutta Italia sono in programma diversi concerti che animeranno le piazze delle grandi città grazie alla presenza di grandi stelle della musica italiana, pronte ad accompagnare il pubblico fino alla prima mezzanotte del 2026. Immancabili, come ogni anno, le dirette di Rai e Mediaset, per l’occasione rispettivamente da Catanzaro e Bari.
Concerti di Capodanno 2025-2026, le due serate di Rai 1 e Canale 5
Gigi D’Alessio in Piazza del Plebiscito, Napoli (Ansa).
Come ogni anno, Rai e Mediaset accompagneranno i telespettatori di tutta Italia verso il 2026 con i tradizionali concerti di Capodanno. L’anno che verrà, in onda su Rai 1 e in streaming su RaiPlay, oltre che in simulcast su Radio 1, farà nuovamente tappa sul lungomare di Catanzaro con la conduzione, anche stavolta, di Marco Liorni. Tra gli artisti confermati sul palco ci sono Orietta Berti e il ritorno di Cristiano Malgioglio, habitué della serata. Attesa anche Patty Pravo, che a febbraio sarà concorrente a Sanremo. Mediaset, con diretta su Canale 5 e la conduzione di Federica Panicucci e Fabio Rovazzi, sarà in onda da Bari. Lo spettacolo Capodanno in Musica vedrà la presenza di Gigi D’Alessio, Umberto Tozzi e Raf, ma anche Sarah Toscano, Baby K, Fred De Palma, Iva Zanicchi e Riccardo Fogli. L’evento sarà trasmesso anche su R101 e Radio Norba.
Da Mahmood a Gianna Nannini, tutti gli appuntamenti in piazza
Gianna Nannini in concerto a Torino nel 2025 (Ansa).
Oltre ai due tradizionali appuntamenti di Rai 1 e Canale 5, le piazze italiane ospiteranno decine di concerti per il Capodanno 2026. A Roma, nella cornice del Circo Massimo, si potrà brindare al nuovo anno in compagnia di Alessandra Amoroso, Tananai e Fabri Fibra, mentre in piazza Duomo a Catania ci sarà un live di Ghali, cui potrebbe aggiungersi a sorpresa la neo campionessa di X Factor Rob. Fedez animerà la notte di San Silvestro in Sardegna, a Oristano, mentre alcuni chilometri più a Nord, ad Alghero, ci sarà il produttore e dj Gabry Ponte, pronto a far ballare la piazza con i suoi tormentoni, tra cui la recente Tutta l’Italia. Restando sempre sull’isola, a Olbia sarà la volta di Marco Mengoni e Lazza, con quest’ultimo dopo la mezzanotte. Cagliari punterà su Giusy Ferreri, Myss Keta e Mimì Caruso, vincitrice di X Factor 2024, mentre Sassari su Max Pezzali.
Spostandosi in Sicilia, a Palermo, in piazza Ruggero Settimo, ai piedi del Teatro Politeama, è attesa tra gli altri Arisa con successi indimenticabili come Sincerità e La Notte. Salerno punterà invece su Mahmood e i suoi brani più famosi per celebrare in Piazza della Libertà l’arrivo del nuovo anno. Piazza della Vittoria, a Genova, festeggerà Capodanno 2026 al ritmo della musica dei Pinguini Tattici Nucleari. Cantautorato protagonista a Mantova, con Vinicio Capossela che si esibirà alle 22 in un concerto gratuito a piazza Sordello. A introdurre la serata, il dj-set dei Blue Mondays.
Genova si prepara a salutare l’arrivo del 2026 con una doppia serata
Si inizia il 30 dicembre col dj set al @PortoAnticoGe e si saluta il 2026 in piazza de Ferrari con il grande concerto dei Pinguini Tattici Nucleari
A Crotone sarà invece la volta di Max Gazzè, che in piazza Pitagora si esibirà con la Calabria Orchestra. Savona ha scelto Le Vibrazioni, mentre a Siena si brinderà al 2026 in compagnia di Irama. Coez accenderà piazza Vittorio Veneto a Matera. Evento gratuito all’Inalpi Arena di Torino con i Planet Funk e le Bambole di Pezza. Alfa, reduce dal successo estivo con A me mi piace con Manu Chao, sarà in piazza dei Cavalieri a Pisa, mentre Francesca Michielin canterà sul palco di piazza Cavour, Ancona. E ancora, Gianna Nannini accompagnerà i cittadini di Pescara in piazza della Rinascita.
Glen Matlock, Steve Jones e Paul Cook tornano dal vivo assieme a Frank Carter. I Sex Pistols, orfani ormai da tempo del loro storico frontman John Lydon, si esibiranno il 25 giugno 2026 all’Oversound Festival di Bari, presso l’Arena del Levante. Un evento unico per i fan del gruppo che, nonostante la sua storia fatta di diverse pause, festeggerà i primi 50 anni di carriera con il live-evento Anarchy in the U.K., dalla celebre hit di protesta nonché singolo d’esordio. I biglietti sono già disponibili online su Ticketone, Ticketmaster e Ticketsms al prezzo di 57,50 euro per il posto unico e 80,50 per il Pit. In scaletta, verosimilmente, tutti i grandi successi della band, tra cui God Save the Queen, Pretty Vacant e Holidays in the Sun, tutti estratti dal disco Never Mind the Bollocks, Here’s the Sex Pistols.
È morto Mick Abrahams, chitarrista britannico noto per aver co-fondato con Ian Anderson, alla fine degli Anni 60, i Jethro Tull. A darne notizia è la pagina ufficiale del gruppo icona del progressive rock con un breve post su Facebook. «È con grande dolore che abbiamo appreso della morte di Mick», si legge sui social. «Siamo vicini alla famiglia e agli amici, che possono sentirsi giustamente orgogliosi dei suoi successi e della sua eredità musicale». Aveva 82 anni e nell’ultimo periodo aveva accusato gravi problemi di salute che ne avevano compromesso la mobilità.
Chi era Mick Abrahams, chitarrista e fondatore dei Jethro Tull
Originario di Luton, dove era nato il 7 aprile 1943 al culmine della Seconda guerra mondiale, iniziò a suonare la chitarra già nei primi Anni 60 con diversi gruppi rock, salvo spostarsi progressivamente verso R&b, blues e jazz. Nel 1967, assieme al batterista Clive Bunker e al bassista Andy Pyle formò i McGregor’s Engine, attirando l’attenzione di Ian Anderson che all’epoca suonava nella The John Evan Band. Dalle cui ceneri, nel dicembre di quello stesso anno, sorsero i Jethro Tull. Dopo aver iniziato a reinterpretare brani blues di vari artisti, il gruppo incise nel 1968 il primo disco This Was, che lo vide impegnato sia alle sei corde sia al microfono al fianco di Anderson e di cui influenzò fortemente lo stile. Le divergenze e i relativi attriti con il frontman portarono a continui scontri, tanto che Abrahams decise di lasciare la band dopo un solo album.
«Mi sono arrabbiato molto con Ian Anderson, che vedeva i Jethro Tull come la sua band e non voleva ascoltare altre opinioni», avrebbe raccontato in un’intervista del 2018. A succedergli, Martin Barre, che lo ha voluto ricordare su Facebook. «Il mio amico e mentore Mick Abrahams se n’è andato», ha scritto in un post. «È stato davvero gentile con me e questo è qualcosa che non dimenticherò mai! È stato un magnifico chitarrista che ci ha dato tanto! Riposa in pace». Lasciati i Jethro Tull, Abrahams fondò i Blodwyn Pig con cui incise due album Ahead Rings Out del 1969 e Getting to This dell’anno successivo. La band calcò i palcoscenici dei più importanti festival britannici, tra cui Bath e Reading. Negli anni successivi formò anche la Mick Abrahams Band, portando avanti una carriera da solista.
I problemi di salute e gli ultimi anni
Colpito da un infarto e due ictus nel 2009 che gli hanno causato forti problemi di mobilità, Mick Abrahams si era recentemente allontanato dalle scene ma non aveva smesso di suonare. L’ultimo disco, Revived, è uscito nel 2015. «L’ictus e l’infarto mi hanno segnato», ha raccontato a Prog. «Oggi riesco a suonare un po’ la chitarra con altri, ma non sono nemmeno lontanamente vicino al livello che riuscivo a raggiungere una volta. Questo mi turba».
Annunciato un concerto di Kanye West in Italia. Il rapper di Atlanta si esibirà alla Rcf Arena di Reggio Emilia per l’unica tappa nel nostro Paese della prossima estate in quello che sarà il suo primo live in Europa dal 2014: un evento unico per tutti gli appassionati del genere e dell’artista, pronto a esibirsi di fronte a 103 mila persone. Sarà tuttavia solo uno dei grandi appuntamenti musicali del 2026, durante il quale sbarcheranno nello Stivale grandi protagonisti della scena internazionale. Non mancheranno ovviamente gli artisti nostrani, tra cui spiccano i ritorni di Tiziano Ferro, Vasco Rossi e Jovanotti e il primo San Siro di Tedua.
Concerti 2026, gli appuntamenti più attesi degli artisti italiani
Vasco Rossi a Torino nel 2025 (Ansa).
Tanti gli artisti italiani pronti ad accendere il 2026 musicale. Achille Lauro si appresta a esibirsi nei palazzetti in un tour completamente sold out che scatterà il 4 marzo a Eboli e lo porterà in giro per il Paese. A giugno, spazio anche per tre stadi: il rapper canterà a Rimini il 7, quando presenterà in anteprima il suo Comuni Immortali, poi all’Olimpico di Roma tre giorni dopo e infine a San Siro il 15. Tutto pronto anche per Il gran finale di Olly, atteso da tre concerti sold out allo Stadio Ferraris della sua Genova il 18, il 20 e il 21 giugno. Il vincitore di Sanremo 2025 sarà anche al Rock in Roma il 30 giugno e alla Reggia di Caserta il 3 luglio.
Tra i grandi ritorni del 2026 anche quello di Tiziano Ferro, pronto a interpretare dal vivo il nuovo disco Sono un grande: il 45enne di Latina inizierà la tournée il 30 maggio a Lignano, per chiudere a Messina il 12 luglio. Nuovo tour in vista anche per Vasco Rossi. Il rocker di Zocca toccherà Rimini, Ferrara, Bari, Olbia, Ancona e infine Udine con doppio appuntamento il 28 e il 29 giugno al Bluenergy Stadium. Cresce anche l’attesa per rivedere sul palco Jovanotti con il suo Summer Party che scatterà il 7 agosto a Olbia e chiuderà il 12 settembre con un concerto-evento al Circo Massimo di Roma. Debutto a San Siro per il rapper genovese Tedua, che il 24 giugno si esibirà per la prima volta in carriera al Meazza.
L’estate 2026 vedrà sui palcoscenici d’Italia anche i Litfiba con la formazione originale per festeggiare i 40 anni del disco 17 Re, oltre a Cesare Cremonini, Max Pezzali, Irama (anche lui atteso a San Siro). Infine, spazio anche per il mega evento di Ultimo in programma il 4 luglio a Tor Vergata. Tappa unica anche per Liberato, che canterà il 5 giugno al Maradona di Napoli dove Geolier terrà invece tre live già sold out dal 26 al 28 dello stesso mese. Sarà un 2026 ricco di appuntamenti anche per Renato Zero, che aprirà il tour L’Orazero a gennaio a Roma, e per Claudio Baglioni, atteso dal suo tour d’addio prima di chiudere 60 anni di carriera.
Da Rosalia a Katy Perry e The Weeknd, le star internazionali in Italia nel 2026
The Weeknd live in Portogallo nel 2023 (Ansa).
Tante anche le icone internazionali in arrivo in Italia nel corso del 2026. A 13 anni dall’ultima volta, l’8 marzo saranno nel nostro Paese, all’Unipol Arena di Bologna, i Wu-Tang Clan, collettivo che ha scritto la storia del rap. Il 25, al Forum di Assago, sarà invece la volta di Rosalia: l’artista catalana si esibirà con il suo disco Lux, acclamato da pubblico e critica, in un live già sold out da tempo. L’estate si accenderà il 3 giugno con i Metallica, che porteranno al Dall’Ara di Bologna l’energia del loro M72 World Tour. Alla Visarno Arena per il Firenze Rocks di metà giugno, dal 12 al 14, Lenny Kravitz, Robbie Williams e i Cure. Con gli Iron Maiden il metal debutterà allo stadio San Siro di Milano il 17 giugno: lo stesso giorno, alla Fiera Milano Live, sarà invece il turno di Lewis Capaldi.
Grande musica internazionale anche agli I-Days: il 25 giugno ci saranno i Maroon 5 di Adam Levine, il 3 luglio i britannici Florence + the Machine e il 5 luglio i Foo Fighters di Dave Grohl. Il giorno dopo torneranno in Italia i System of a Down, mentre il 6 settembre toccherà al dj David Guetta. L’estate italiana porterà sul palco anche i Linkin Park (26 giugno a Firenze) e Katy Perry, pronta a esibirsi sul palco del Lucca Summer Festival il 19 luglio. Grande attesa, il 17 e 18 dello stesso mese, per l’arrivo nel nostro Paese di Bad Bunny: il portoricano, artista più ascoltato al mondo su Spotify, canterà per due tappe consecutive all’Ippodromo Snai La Maura. Saranno invece tre i live di fila per The Weeknd, atteso al Meazza dal 24 al 26 luglio.
Kanye West arriva in Italia. Il rapper di Atlanta, vincitore di 24 Grammy Awards su 76 nomination, si esibirà alla Rcf Arena di Campovolo, a Reggio Emilia, di fronte a più di 100 mila persone. Annunciato infatti un concerto-evento in programma il prossimo 18 luglio in occasione dell’Hellwatt Festival, un nuovo format crossover che unirà la musica con eventi immersivi ed esperienze cinematografiche. Sarà il primo live in Europa dell’artista dal 2014, se si escludono i listening party – dove tuttavia salì sul palco per cantare in playback – tra cui i due di Assago e Casalecchio di Reno. Per il momento, è anche il solo concerto dell’estate 2026 di Ye, altro nome con cui è noto l’artista.
Kanye West in Italia, i biglietti: tutto quello che bisogna sapere
Kanye West in concerto al Coachella 2019 (Ansa).
Sebbene manchino ancora diversi mesi al concerto, chiunque voglia assistere al ritorno dal vivo nel nostro Paese di Kanye West dovrà affrettarsi. I biglietti usciranno già lunedì 22 dicembre, alle ore 10, in esclusiva sulla piattaforma Ticketmaster: ancora ignoto il prezzo. A disposizione ci saranno tutti i 103 mila posti della Rcf Arena, che negli anni ha già ospitato grandi eventi tra cui quelli di Luciano Ligabue, Harry Styles ed AC/DC, solo per citarne alcuni. Tutti i tagliandi saranno nominativi.
In scaletta anche i brani dell’atteso Bully?
Il rapper Kanye West nel 2020 (Ansa).
Impossibile conoscere già da ora la scaletta del concerto di Kanye West, ma è molto probabile che la star di Atlanta interpreti i brani del nuovo album Bully, la cui uscita è ora prevista per il 30 gennaio. Inizialmente annunciato per il 15 giugno, è stato dapprima rimandato di circa un mese (25 luglio), poi a settembre, in seguito ulteriormente a novembre e poi al 12 dicembre. Fino alla data definitiva, a meno di ulteriori rinvii, per l’inizio del 2026. Il disco era già stato anticipato a inizio 2025 da un corto in bianco e nero con Saint, figlio di 10 anni che Ye ha avuto dalla sua relazione, ormai finita, con l’influencer Kim Kardashian, che prende a martellate di gommapiuma alcuni minacciosi uomini mascherati su un ring.
Il live saltato nel 2023 per richieste inesaudibili del rapper
La notizia del concerto arriva a due anni dall’interminabile tira e molla tra Kanye West e Campovolo in occasione della presentazione di Vultures nel 2023. Ye, come l’artista ha deciso di farsi chiamare dal 2021, si sarebbe dovuto esibire anche in quel caso alla Rcf Arena di Reggio Emilia, prima che il live venisse annullato improvvisamente per via di richieste irrealizzabili in pochi giorni avanzate dallo stesso rapper di Atlanta. Come ha rivelato successivamente Clemente Zard, direttore di Vivo Concerti che avrebbe dovuto seguire la produzione dell’evento, Kanye West avrebbe voluto far costruire un duomo enorme in appena 30 giorni, «una struttura che celebrasse le sue canzoni e la sua figura, compresa un’area per il merchandising», e avanzò persino la richiesta della cittadinanza italiana con la moglie Bianca Censori.
Kanye West sembra finalmente pronto a esibirsi in Italia. Il rapper terrà un concerto alla Rcf Arena di Campovolo, a Reggio Emilia, il 18 luglio 2026 come headliner dell’Hellwatt Festival, format crossover che unirà musica, visioni e performance. Sarà il primo live europeo dell’artista di Atlanta in assoluto negli ultimi 10 anni e il primo in Italia se si escludono i listening party in playback a inizio 2024 fra i Forum di Assago e Casalecchio di Reno per l’album Vultures. Sul palco, di fronte a 103 mila persone, dovrebbe interpretare anche i brani dell’atteso disco Bully, annunciato da mesi ma sempre rinviato: l’uscita è ora prevista per il 30 gennaio. I biglietti per il concerto a Campovolo saranno disponibili su Ticketmaster a partire dalle ore 10 di lunedì 22 dicembre.
Kanye West in concerto in Italia: il caso del live saltato nel 2023
La notizia del concerto arriva a due anni dall’interminabile tira e molla tra Kanye West e Campovolo in occasione della presentazione di Vultures nel 2023. Ye, come l’artista ha deciso di farsi chiamare dal 2021, si sarebbe dovuto esibire anche in quel caso alla Rcf Arena di Reggio Emilia, prima che il live venisse annullato improvvisamente per via di richieste irrealizzabili in pochi giorni avanzate dallo stesso rapper di Atlanta. Come ha rivelato successivamente Clemente Zard, direttore di Vivo Concerti che avrebbe dovuto seguire la produzione dell’evento, Kanye West avrebbe voluto far costruire un duomo enorme in appena 30 giorni. «Non era qualcosa da fare sul palco, per quello c’erano progetti meravigliosi a parte che resteranno per sempre in archivio», ha spiegato al Corriere di Bologna. «Voleva proprio una struttura che celebrasse le sue canzoni e la sua figura, compresa un’area per il merchandising».
Kanye West a Los Angeles (Getty Images).
«Quando gli ho spiegato che nessuno avrebbe mai dato i permessi per realizzare tale edificio, mi ha accusato di mettere a repentaglio la sua salute mentale, si è infuriato ed è andato via improvvisando un rap», ha proseguito Zard. «Non è tutto. Dopo un’ora e mezza tornò con la moglie Bianca Censori chiedendo la cittadinanza italiana. Disse di non voler tornare negli Stati Uniti, dove gli stava scadendo il visto, e voler restare qui». Sentendosi ancora una volta respinto per comprovate ragioni burocratiche, si infuriò nuovamente. La data del concerto, inizialmente prevista per il 13 ottobre, venne dapprima spostata di una settimana e poi riprogrammata per il 27 dello stesso mese. Salvo essere annullata definitivamente poco dopo.
È morta la cantante neomelodica Rosy Viola. L’artista 59enne, al secolo Anna Esposito, era ricoverata da giorni all’ospedale Monaldi di Napoli per via di un peggioramento delle sue condizioni di salute. Ignoti i dettagli della malattia. La notizia del decesso ha rapidamente fatto il giro dei social, dove in poche ore si sono susseguiti messaggi di cordoglio da parte di amici e colleghi, tra cui Ida Rendano, Enzo Bambolina e Giusy Attanasio, che hanno descritto Rosy Viola come una donna forte, la cui perdita lascia una ferita profonda e un enorme vuoto nell’intero panorama artistico napoletano.
La carriera di Rosy Viola, cantante neomelodica napoletana
Nata a Napoli nel 1966 con il nome di Anna Esposito, Rosy Viola ha iniziato il percorso musicale alla fine degli Anni 80 esibendosi alle feste di quartiere e in piazza oltre che per matrimoni. Si è imposta così come una delle voci più inconfondibili della scena partenopea oltre che dell’intero panorama del genere neomelodico. Con più di 50 mila ascoltatori mensili su Spotify e quasi 20 mila iscritti al canale YouTube, ha inciso canzoni spesso radicate nella tradizione popolare che hanno raccontato amori, tradimenti e famiglia, madri e figli, molto spesso con un linguaggio diretto e un’emotività che l’hanno fatta amare al grande pubblico. A ottobre aveva annunciato il suo nuovo album, O silenzio fa rummore, e nello stesso mese aveva rilasciato quello che ad oggi rimane il suo ultimo singolo, Na ‘nnamurata comm’a me. Il 27 ottobre anche la sua ultima performance dal vivo, a Isernia, con il suo amico e collega Nello Amato.
Il ricordo dei colleghi: «Avrai un posto speciale nel nostro cuore»
Tanti i messaggi di cordoglio sui social. «Buongiorno famiglia, sono immensamente dispiaciuta ed addolorata per la dipartita di una collega ma soprattutto una cara amica… Rosy Viola», ha scritto la cantante Ida Rendano. «Grazie Rosy! Per il tuo contributo alla musica e per esser sempre stata con me tanto cara! Avrai sempre un posto speciale nel mio cuore amica mia, che tu possa riposare in pace, buon viaggio mia stimatissima Annarella». Su Instagram ha parlato anche Giusy Attanasio: «Che triste notizia ho appena ricevuto. Amica mia, hai lottato da grande leonessa e oggi stai dint e braccia e dio, abbiamo avuto una grande perdita nel nostro mondo artistico! Abbiamo perso una grande artista e una grande donna e le lacrime che versavi quando mi sentivi cantare nun me scord chiù! E non dimenticherò mai questo giorno, sei andata via nel giorno della nascita di mia figlia».
«Cara amica, la tua voce non si è spenta», ha postato invece Enzo Bambolina. «Vive nei ricordi, nelle emozioni, nei cuori di chi ti ha amata davvero. Cantavi con l’anima e quell’anima continuerà a vibrare per sempre dentro di noi. Il dolore per la tua assenza è immenso, ma l’amore che hai lasciato è ancora più forte. Un abbraccio forte e pieno di vicinanza va a tuo figlio in questo momento così difficile».
I fan europei dei Rolling Stones dovranno aspettare più a lungo del previsto per vedere nuovamente dal vivo Mick Jagger e compagni. La celebre rock band britannica ha infatti annullato i piani per un tour negli stadi del Regno Unito e d’Europa per l’estate 2026, tra cui una possibile tappa allo stadio Olimpico di Roma. La decisione, come riportano indiscrezioni della stampa inglese, avrebbe a che fare con la salute del chitarrista Keith Richards, che giovedì 18 dicembre compirà 82 anni: non è infatti riuscito a rispettare la «massacrante» tabella di marcia imposta dalla serie di concerti. Mick Jagger e Ronnie Wood, gli altri due storici membri del gruppo, avrebbero dunque comunicato agli organizzatori l’impossibilità di tornare in pista, almeno per il momento.
Rolling Stones, come sta Keith Richards? Ecco perché ha dovuto rinunciare al tour
Ad anticipare la notizia dell’annullamento del tour è stato il Sun, poi ripreso anche da Variety, che ha citato una fonte anonima molto vicina ai Rolling Stones. «Avevano tutti i grandi promoter che gli proponevano un sacco di idee e date per l’estate 2026», ha spiegato un insider del tabloid britannico. «Quando si sono seduti a discutere seriamente del tour, Keith (Richards, ndr.) ha detto di non sentirsi pronto per impegnarsi e non era entusiasta di un grande tour negli stadi da oltre quattro mesi». Già dal 2023, infatti, il leggendario maestro delle sei corde di Dartford, tra i migliori chitarristi di tutti i tempi, aveva comunicato di soffrire di artrite, tanto da aver dovuto modificare il modo di suonare. «È una forma benigna», aveva detto alla Bbc. «Vado più lento? È solo colpa dell’età».
Il chitarrista Keith Richards (Ansa).
I Rolling Stones erano attesi in Europa già durante il 2025, tanto che secondo indiscrezioni sarebbero dovuti salire sul palco dell’Olimpico di Roma il 29 maggio. Quando tutto sembrava finalmente pronto per l’annuncio ufficiale, Jagger e soci avevano deciso di tenere tutto in stand-by per via di presunte difficoltà legate alla logistica. La notizia dell’annullamento anche del tour 2026 fa crescere un po’ di preoccupazione nei fan, che iniziano a domandarsi se la band potrà mai tornare su un palco. Quesito più che lecito, considerando che Keith Richards si appresta a compiere 82 anni e che nel 2026 Mick Jagger e Ronnie Wood ne compiranno rispettivamente 83 e 79. L’insider del Sun però rassicura: «Torneranno live, ma solo quando saranno pronti». L’ultimo concerto degli Stones in Italia risale al 21 giugno 2022, quando si esibirono a San Siro.
Inizia ufficialmente il conto alla rovescia per Sanremo 2026. Tutti i 30 Big in gara hanno infatti sciolto le riserve sul titolo e sul tema principale del brano che porteranno sul palco del Teatro Ariston per la 76esima edizione del Festival della canzone italiana, in programma dal 24 al 28 febbraio prossimi. L’occasione è arrivata durante la finale di Sarà Sanremo, talent che ha decretato i due giovani che si uniranno ai vincitori del concorso Area Sanremo tra le Nuove Proposte. A trionfare Angelica Bove con la sua Mattone e Nicolò Filippucci grazie al brano Laguna. Ecco di cosa parlano le 30 canzoni dei Big di Sanremo 2026.
Sanremo 2026, cosa sapere sulle canzoni dei 30 Big in gara
Marco Masini e Fedez a Sarà Sanremo (Ansa).
Da Raf a Sayf, tema e titolo dei brani per il Festival
Il primo Big a presentare la canzone per Sanremo 2026 è stato Raf, al quinto Festival in carriera: sul palco dell’Ariston porterà Ora e per sempre, pezzo autobiografico incentrato su una storia d’amore. Al debutto invece Tredici Pietro, che con Uomo che cade racconterà la voglia di non accontentarsi e di rialzarsi dopo ogni caduta. A Sanremo anche Tommaso Paradiso: l’ex frontman dei Thegiornalisti interpreterà I romantici, cui è rivolta una sua personale dichiarazione d’amore. Patty Pravo tornerà sul palco del Festival con Opera – «siamo tutti opere d’arte», ha dichiarato – mentre Fulminacci sarà in gara con Stupida sfortuna, che ha descritto come «la ricerca di qualcuno attraverso il ricordo di qualcun altro». Il rapper da 35 dischi di platino Luchè debutterà con Labirinto che parlerà di coloro che si trovano in una relazione tossica.
Arisa tornerà sul palco che l’ha consacrata con Magica favola, che racconterà «una vita che si evolve» e che però rispolvererà «l’innocenza infantile». Terza partecipazione, seconda di fila, per Serena Brancale che canterà Qui con me, «una lettera alla persona più importante» della sua vita, di cui non ha rivelato l’identità. Enrico Nigiotti sarà per la quarta volta in gara al Festival e porterà Ogni volta che non so volare, che spiegherà l’importanza di rialzarsi anche nei momenti più bui. LDA e Aka7even duetteranno sulle note di Poesie clandestine parlando di un amore viscerale ma fuggente, mentre Malika Ayane interpreterà Animali notturni, un omaggio al mondo invisibile che ci circonda. Per Mara Sattei seconda partecipazione: canterà Le cose che non sai di me, storia d’amore «scritta alla persona che amo». Il debuttante Sayf porterà Tu mi piaci tanto, un suo pensiero sulla società di oggi.
Da J-Ax a Francesco Renga, le anticipazioni sulle canzoni
Carlo Conti e J-AX a Sarà Sanremo (Ansa).
Prima volta da solista per J-Ax, rapper che porterà Italia Starter Pack, che ha descritto come «quello che serve per iniziare in Italia». Grande attesa per il duetto fra Marco Masini e Fedez, già in coppia per le cover nel 2025: i due porteranno Male necessario, «un mantra per non dimenticare che le tempeste possono essere anche opportunità». Levante tornerà al Festival con Sei tu, incentrata sulla potenza dell’amore, Samurai Jay debutterà con Ossessione – «per la musica, l’amore e la vita» – ed Ermal Meta interpreterà Stella stellina, «canzone di speranza e di resistenza» con la storia di una bambina vista con gli occhi di un adulto. Seconda volta all’Ariston per Elettra Lamborghini, che con Voilà porterà la sua voglia di ballare. «Bisogna muovere il bumbum», ha spiegato con la sua solita ironia. Debutto per Eddie Brock con Avvoltoi, che parlerà di «un amore struggente».
Dargen D’Amico interpreterà a Sanremo 2026 AI AI, brano che giocando sull’intelligenza artificiale si ispira alla «biodiversità delle regioni». Altro debuttante all’Ariston, Nayt canterà Prima che, traccia che affronta il tema della distanza nell’era digitale, mentre le Bambole di pezza porteranno in scena il girl power e il loro rock in Resta con me, brano incentrato sulla sorellanza fra donne. Leo Gassmann tornerà al Festival con Naturale, «un grido d’amore e un invito a superare le apparenze», mentre Sal Da Vinci canterà Per sempre sì incentrato sull’amore e Michele BraviPrima o poi, «uno sguardo dolce sugli inadeguati». La coppia Maria Antonietta e Colombre porterà La felicità e basta che ribadisce che la felicità è un diritto universale. Seconda volta a Sanremo per Ditonellapiaga, che porterà Che fastidio, brano «pungente e molto ironico». Chiello debutterà con Ti penso sempre, che parla di una «mente sospesa tra inizio e fine», mentre Francesco Renga porterà Il meglio di me, «una riflessione sulla crescita personale».
L’elenco completo delle canzoni di Sanremo 2026
Carlo Conti con Bambole di Pezza a Sarà Sanremo (Ansa).
In una Instagram stories pubblicata lunedì 20 novembre, Fedez ha annunciato il suo ritorno in Siae e, anzi, si impegnerà a promuoverne la mission di tutela di autori e compositori. Lo farà con Siae racconta, un format in collaborazione con la società di collecting in cui promuoverà una serie di interviste ad autori, a partire da Mogol e Dargen D’Amico, e a dirigenti di Saie e delle etichette discografiche.
Fedez: «Rifarei la scelta di andarmene dalla Siae»
«Inaugureremo questo nuovo format chiamato Siae racconta in cui intervisterò grandi autori della musica italiana, persone che lavorano in Siae, per capire come la società sia migliorata rispetto al passato e che cosa fa per tutelare gli autori e i compositori», ha spiegato Fedez sui social. «Per anni sono stato in contrapposizione a Siae, sono stato il primo artista in Italia ad andarsene dalla Siae e a rompere quello che veniva chiamato “monopolio”. Ero fermamente convinto di quella scelta allora, ed è una scelta che rifarei perché credo che aprire al libero mercato avrebbe potuto portare rinnovamenti per tutti. A oggi Siae è una società che tutela e fa collecting con gli strumenti che abbiamo a disposizione nel 2023».
Gli ospiti delle quattro puntate di Siae racconta
Il progetto partirà martedì 21 novembre e si articolerà in quattro puntate. Nella prima Fedez incontrerà Dargen D’Amico, cantautore, autore e produttore che racconterà quali sono i suoi segreti del mestiere. Il 28 novembre sarà la volta di Mogol, l’autore che ha fatto la storia della musica italiana, oggi anche presidente onorario di Siae. Si parlerà dell’importanza di essere credibile, di collaborazioni straordinarie, e di una canzone considerata dai letterati la più bella: Vento nel vento di Battisti-Mogol. Il 5 dicembre Fedez incontrerà Matteo Fedeli, il direttore generale più giovane della storia di Siae, e nell’ultimo episodio, del 12 dicembre, sarà ospite Klaus Bonoldi, head of A&R di Universal Music. Si tratta di colui che da anni scova e gestisce gli autori della Universal, che parlerà di come si fa a capire se un brano è una hit e come si evolve l’industria musicale.
Elodie che si muove sinuosa attorniata da ballerini. Elodie che canta giocando su tinte black. Elodie che si prepara allo show autoconvincendosi di essere una popstar da paura. Elodie che viene accolta da applausi e grida. Elodie che si sente inadeguata. Elodie che in fondo in fondo ancora non ci crede. Elodie che passa con una certa agilità dall’essere la panterona che incanta sul palco alla ragazza che può anche scrollarsi di dosso la borgata che è in lei, borgata che però trova sempre la strada del ritorno, come i cani abbandonati in campagna di certi articoli strappalacrime che a volte si leggono sui giornali.
Elodie a Sanremo 2021 (Getty Images).
Elodie, vera popstar in competizione con Annalisa
Elodie Patrizi, con quel nome d’arte inconsapevolmente scelto dai genitori al momento della nascita, una fisicità importante che poco fa il paio con le tante fragilità che ci arrivano guardando il nuovo docu che si trova su Sky, Elodie Show 2023, come in precedenza in Sento ancora la vertigine su Prime Video, una voce soul come ce ne sono poche in Italia poco considerata proprio in virtù della fisicità di cui sopra, è oggi come oggi una delle figure centrali della nostra discografia. Una popstar, diamo i nomi giusti, che per altro ha anche una diretta competitor, come in fondo non accadeva dal periodo che intercorre tra la fine degli Anni 70 e la metà degli 80, almeno in Italia. È da allora infatti che non capitava di avere un paio di popstar donne a dominare in qualche modo la scena, Elodie e Annalisa. Allora, certo, avevamo Anna Oxa, Loredana Bertè, Antonella Ruggiero ancora nei Matia Bazar, Alice, Donatella Rettore, tutte differenti tra loro, tutte dotate di personalità molto molto forti, in quasi tutti i casi ottime voci, con un’estetica importante, di repertorio. Oggi abbiamo lei e abbiamo Annalisa, con la tripletta di platino Bellissima, Mon Amour e Ragazza sola. Due profili completamente diversi, l’una in apparenza più aggressiva, Elodie, l’altra più sofisticata, con quella laurea in Fisica che ogni tanto salta fuori. Entrambe decisamente belle, seppur di bellezze differenti, entrambe dotate di voci importanti, certo Annalisa con una potenza e una limpidezza piuttosto rara nel pop, Elodie con più risultati di pubblico ai live. Annalisa in classifica.
Quattro date al Forum di Assago è una cosa che poche artiste oggi possono permettersi
Ma è di Elodie che stiamo parlando, Annalisa in questa storia veste i panni, pochi e sexy, del suo doppio, non fosse che non siamo in un romanzo di cappa e spada, il villain di turno. Elodie che non solo è diventata icona pop come non se ne vedevano da tempo, ma ha deciso di usare questo suo successo: quattro date al Forum di Assago sono un risultato che si possono permettere in pochi, sul fronte femminile (forse la sola Laura Pausini, che però quest’anno quattro non ne farà), per veicolare messaggi a loro modo politici, femministi, antipatriarcali, inclusivi. Lo ha fatto recentemente, alla presentazione del suo nuovo progetto, Red Light, come lei stessa lo ha definito un clubtape, cioè una via di mezzo tra un album e un EP, sette i brani, tutti legati tra loro senza interruzioni grazie alla sapiente opera di Dardust, qualcosa pensato proprio per le date di Assago e per far ballare il proprio pubblico. Il tutto accompagnato dalle polemiche per il video di A fari spenti, scritta per lei da Elisa, nel quale compare nuda, o quasi, stessa immagine poi finita proprio sulla copertina di Red Light, grazie a un dipinto che riproduce il passaggio del video nel quale Elodie si presenta come una moderna Venere di Botticelli, volendo anche una Lady Godiva senza cavallo, opera di Milo Manara.
In quella occasione Elodie ha tenuto a dire che non vuole un pubblico di uomini eterosessuali. Che preferisce sapersi amata, musicalmente, dalla comunità LGBTQ+, frasi a loro volta finite dentro un vortice di polemiche, come se da una popstar ci si dovesse necessariamente aspettare parole calibrate come fossimo a un lectio magistralis, senza star lì ad applicare un minimo di capacità di comprensione del testo, roba da scuole di primo grado e non, piuttosto, canzoni pop. Ecco, le canzoni pop. Se una cosa in parte sembra mancare a Elodie, è un repertorio più consistente, questo in fondo è anche un po’ il problema che potremmo indicare guardando alla carriera della sua diretta competitor Annalisa. A fronte di alcuni singoli indubbiamente funzionanti e anche funzionali al tipo di show che Elodie ci regala – nello special di Sky è ben visibile: canzoni accompagnate da balletti, in puro stile popstar internazionale – sembra mancare una base di canzoni solide che possano realmente reggere un live così imponente. Live che giocoforza fa molto leva su di lei, meno sulle canzoni. Certo, in questo Elodie è perfetta, con un mood neanche troppo vagamente aggressive, da mangiauomini. È pura interpretazione di un ruolo, la femme fatale, tanto quanto è interpretazione pura di canzoni scritte da altri per lei. Una femmina dominante, personaggio da interpretare, che canta brani che non sempre sono all’altezza di cotanto personaggio. Discorso, questo del non essere “cattiva come la dipingono”, che per altro è ovviamente sottolineato dal mostrare tutte le sue fragilità nei documentari, compresa quella certa coattaggine che poco ha a che fare con la sensuale eleganza che invece viene generosamente palesata alle telecamere e sul palco.
La sensazione è che Elodie debba giocare molto sulla sua bellezza per sopperire alla mancanza di pezzi forti
Che dietro Elodie ci sia una potente macchina da guerra appare evidente. Due speciali televisivi nel giro di nove mesi lo dimostrano. I risultati raggiunti del resto giustificano il tutto. Quel che però viene da chiedersi, magari anche pensando a quanto nel mentre sta capitando ai Maneskin in giro per il mondo, è perché non ci sia stata altrettanta profusione di energie nel cercare canzoni alla sua altezza. Per essere chiari, a parte Due, brano proposto all’ultimo Festival di Sanremo, che avrebbe meritato decisamente di più, e qualche altra canzone di livello – penso a Vertigine, la paolaechiariana Tribale, che quantomeno ha come merito l’aver fatto in qualche modo tornare in auge le sorelle Iezzi, apripista di questa nouvelle vague femminile, volendo anche Ok respira e Pazza musica, in realtà parte del repertorio di Mengoni, e le più leggere Bagno a mezzanotte,Guaranà, Margarita e Andromeda – sembra che Elodie debba giocare ancora molto sulla propria statuaria bellezza per sopperire a una mancanza di pezzi forti. E non si leggano queste parole come frutto di un sessismo patriarcale: una popstar deve saper tenere il palco anche in assenza di canzoni all’altezza, è show, chi dice il contrario non sa di cosa sta parlando.
Mostrare fragilità non sempre paga: meglio seguire l’esempio di Madonna e di Beyoncé
Certo, neanche i Maneskin hanno in effetti un repertorio all’altezza del loro saper tenere il palco, ma almeno ci stanno provando testando il gotha degli autori internazionali, sforzo produttivo che il team di Elodie dovrebbe potersi permettere, anzi, dovrebbe proprio fare, perché Elodie magari non diventerà un’altra Dua Lipa – che non solo è viva e lotta insieme a noi, ma ha anche cinque anni meno della cantante romana – ma potrebbe darci delle belle soddisfazioni. Anche in virtù dei messaggi che Elodie ha deciso di lanciare, la sua lotta contro una mascolinità tossica che caratterizza pure chi la segue, magari attratto più dal suo aspetto che dalle sue canzoni. Riguardo l’ostentare, dietro le quinte, una certa insicurezza e fragilità, Elodie dovrebbe prendere le mosse da quanto fatto a suo tempo da Madonna, ma guardando più a oggi anche da Beyoncé: mostrare orgoglio e tirare su un muro. Un personaggio è tale sempre, lasciare intravedere l’attrice che è in camerino non serve, meglio i lustrini, le guepierre e quella cazzimma che al momento nessun’altra riesce a esibire in Italia. La mascolinità tossica, in fondo, la si può affossare anche a unghiate da pantera, non solo a parole. Niente fa più paura di una donna sicura di sé. Una donna sicura di sé con un repertorio più alla sua altezza sarebbe Bingo.
Paese che vai Festival che trovi. Da un paio d’anni a questa parte, da che si è cominciato, prima con cautela poi quasi con frenesia, ad archiviare la questione Covid19 e restrizioni varie, i grandi eventi, leggi anche alla voce concerti nei grandi spazi tipo stadi o arene, sono esplosi un po’ ovunque, come un tempo le lumache subito dopo una abbondante pioggia. Sarà che la migliore cura per l’isolamento forzato non può che essere lo stare in mezzo a una folla festante e cantante, o più pragmaticamente sarà che l’idea stessa di Festival, cioè di mega evento che preveda in cartellone più artisti (visto che comunque i prezzi dei biglietti anche degli eventi singoli sono lievitati come le tante pizze e pani fatti in casa che ci hanno tenuto compagnia durante il lockdown), di fatto chi si occupa di eventi dal vivo sta constatando una nuova tendenza che vuole gli appuntamenti medi praticamente spariti, a favore di quelli giganteschi. I piccoli cercano di tenere botta, per dirla con quel Ligabue che proprio in quanto artista ormai medio fatica a mettere insieme un pubblico all’altezza del suo passato. Così, a guardare il calendario delle prossime settimane, è davvero difficile capire a chi dare il resto, sempre che resto ci sia visto che ormai andare a un concerto costa quanto una vacanza alle Maldive.
Rosalia (Getty Images).
Dai big degli I-Days milanesi al velato boomerismo del Lucca Summer Festival
Dagli I-Days, sposorizzati dalla CocaCola, che alternano sul palco giganti del pop, vedi Rosalia, a quelli del rock, dai Red Hot Chili Peppers ai Black Keys con Liam Gallagher, sede l’Ippodromo di Milano si passa a Rock In Roma, che di rock, onestamente, ormai offre davvero pochino. Il cartellone è a base trap e rap, da Salmo a Rancore, passando per Geolier e Lazza, i Carcass a spiazzare come le famose mosche bianche. Si arriva poi ai classici: il Lucca Summer Festival, roba vagamente da boomer con Bob Dylan, i Generation Sex, che vedono insieme Billy Idol e parte dei Sex Pistols, ma anche Chemical Brothers, Jamiroquai, Blur e un finalone con Robbie Williams; Ferrara Sotto le Stelle, quest’anno con Vasco Brondi e Arab Strap a tirare le fila della musica di qualità, arrivando al NoSound Festival di Servigliano, nel Fermano, che porta sotto i Sibillini buona parte del pop che conta oggi in Italia, da Luché a Sfera Ebbasta, passando per i rinati Articolo 31.
Poi ci sono le chicche come Porto Rubino che, per i pochi spettatori, va detto, regala perle inedite. Quest’anno in Salento saranno con Renzo Rubino, padrone di casa, Madame, Mahmood, Emma Nolde, ma anche Levante, Emma e Francesca Michielin, in una proposta minimale e decisamente originale. O La prima estate, che porta a Lido di Camaiore artisti quali Nas, una vera bomba, Bon Iver, Alt-J e il già citato Jamiroquai. Insomma, davvero ce n’è per tutti i gusti, anche perché ai sopracitati vanno aggiunti i Festival tematici, da quello Latino che da anni si tiene intorno al Forum di Assago a Umbria Jazz, invero poco vicina ai gusti dei puristi del genere, e via discorrendo. Non c’è porzione della nostra bella nazione che non sia in qualche modo coperta da almeno uno straccio di Festival, spesso con in cartellone i nomi di giro. Ovunque è possibile prendere parte a questa sorta di messa laica che prevede con artisti nei panni degli officianti, il pubblico in quello dei fedeli, e canzoni, spesso anche discutibili, a costruire una liturgia destinata a durare il tempo di una stagione. Il tutto a partire da quel Italia Loves Romagna in scena il 24 giugno all’Arena Campovolo, che un Festival di per sé non sarebbe, quanto più di un evento speciale con scopo benefico, ma con un cartellone talmente ampio e generoso – da Laura Pausini a Max Pezzali, passando per Zucchero, Ligabue, Blanco, Giorgia ed Emma – che non può che essere visto con lo stesso sguardo vagamente intorpidito di chi si prepara almeno mentalmente a passare una giornata sotto il sole ascoltando musica a palla in compagnia di qualche decina di migliaia di persone. Ci sarà poi tempo per tornare in piccoli club, un tempo avremmo detto fumosi. Che l’estate abbia davvero inizio, e ringraziamo Dio, quello vero, con tunica bianca e capelli e barba canuta, e non un qualche cantante di grido, per averci graziato da un ennesimo Jova Beach Party. Mica può piovere per sempre…
Grave lutto in casa Tarducci: si è spento ieri all’età di 96 anni Ivaldo Tarducci, il padre dei due rapper fratelli Fabri Fibra e Nesli, il cui rapporto è ormai compromesso da anni.
L’annuncio della morte del padre di Fabri Fibra e Nesli
«Ciao Pà, buon viaggio»: è con queste poche e semplici parole che Francesco Tarducci in arte Nesli ha annunciato ai suoi fan su Instagram la scomparsa dell’amato genitore. Per rendere omaggio al suo papà come si deve, Nesli ha per l’occasione anche pubblicato uno scatto rimasto fino ad oggi inedito, con padre e figlio insieme sorridenti qualche tempo fa.
Nesli e il padre Ivaldo Tarducci (Instagram)
Tutto tace, almeno per il momento, sui profili social del rapper di Applausi per Fibra, che non ha commentato la scomparsa del padre (uomo noto a Senigallia, era infatti il titolare di un negozio di abbigliamento) in alcun modo. Nel frattempo, tramite una nota, a rendere omaggio all’uomo è stato anche il sindaco della cittadina marchigiana, Massimo Olivetti, che ha così commentato la sua scomparsa: «Credo che quasi tutti i cittadini senigalliesi della mia generazione abbiano acquistato almeno una volta una capo di abbigliamento da Tarducci. Con la scomparsa di Ivaldo perdiamo un concittadino che ha investito nella piccola impresa contribuendo allo sviluppo economico della nostra città. Un abbraccio affettuoso ai suoi familiari».
I rapporti familiari complessi nella famiglia Tarducci
Non è certo un mistero che Fabri Fibra e il padre fossero in pessimi rapporti. Come riporta Vanity Fair, sembra che la frattura fra Ivaldo Tarducci e il figlio fosse legata al divorzio avvenuto quando Fabri Fibra e Nesli erano molto giovani. Anche nei confronti della stessa madre, ad onore del vero, Fabri Fibra serbaba un enorme rancore e in diversi pezzi le aveva dedicato rime al vetriolo.
Ben più conciliante invece Nesli, che aveva in qualche modo profetizzato uno scenario che, chissà, si potrebbe presentare ai funerali dell’uomo. Parlando della “resa dei conti” in famiglia, Nesli aveva infatti raccontato in un’intervista al Corriere: «Vive anche lei nell’assenza di Fabri. Mio padre ha quasi 90 anni, ho avuto questa visione: noi, al suo funerale. Succederà lì. Sarà quel giorno a chiudere i conti. Li pagheremo tutti. Capiremo che non è vero, che c’è sempre tempo».
Dal 1985 il 21 giugno si festeggia in Europa la Festa della Musica. Ne avevamo davvero bisogno? In genere si tende a dire che queste giornate siano utili per accendere l’attenzione dell’opinione pubblica intorno a un tema altrimenti tenuto sottotraccia, quasi invisibile. Per questo, per dire, esiste una Giornata contro la violenza sulle donne e non una contro la violenza sugli uomini. O una giornata contro l’omotransfobia e persino un mese dedicato al Pride. La musica è argomento sicuramente sensibile, se vi si guarda pensando ai lavoratori della filiera, quelli che durante i periodi di fermo a causa della pandemia sono rimasti letteralmente a bocca asciutta, senza lavoro e senza sostegno economico, ma non è a loro che è dedicata la giornata del 21 giugno, quanto proprio alla musica. E mai come oggi la musica è ovunque, pervasiva, onnipresente. Pensateci un attimo, quando avete passato una intera giornata senza che una canzone o un motivetto vi sia arrivato anche involontariamente alle orecchie? Certo, parlo di una condizione di vita quotidiana tipo, non certo di chi magari opera come guardiano del faro di un’isola deserta. Ecco, la musica, quella cui è dedicata la giornata del 21 giugno, è ovunque. Sempre.
Se Lars Von Trier girasse oggi il sequel de Le onde del destino lo infarcirebbe di musica
Facciamo un salto indietro nel tempo. È il 1996, è appena uscito quello che viene considerato, a ragione, il film che ha regalato al controverso regista danese Lars Von Trier la fama che di lì in poi lo ha sempre accompagnato: Le onde del destino. Ai tempi si parlò molto di questa pellicola, la cui protagonista era una ancora sconosciuta Emily Watson, e se ne parlò anche per l’adesione del regista al manifesto del movimento Dogma 95 sui valori di un cinema dedito alla recitazione, lontano da effetti speciali e tecnologie elaborate. Una sorta di purismo non troppo diverso da quello portato in letteratura, qualche anno dopo, dai New Puritans, capitanati da Nicholas Blincoe. Chiunque, ai tempi, fosse incappato nel trailer del film sarebbe rimasto affascinato dal susseguirsi suggestivo delle scene ambientate nei mari del Nord, accompagnate da una colonna sonora a suon di rock, dai Mott The Hopple ai Roxy Music, passando per i Procol Harum e i T-Rex. Chi, invece, fosse poi andato a vedere il film, due ore e mezzo circa di storia iperdrammatica, avrebbe notato come di quella colonna sonora vi fosse poca traccia. E come fosse tutta concentrata nelle cornici tra un capitolo e l’altro, praticamente assente durante lo svolgimento della trama. Del resto, un film che ambisca a una onestà di fondo, cioè a una adesione totale e totalizzante con il reale, ai tempi, non poteva che muoversi così. Dubito che in un borgo scozzese ci fosse costantemente musica nell’aria. Ecco, se oggi Lars Von Trier, per ragioni che onestamente ci sfuggono, dovesse provare a fare un remake del suo stesso film, ambientandolo negli stessi luoghi e volesse ancora essere fedele al Dogma 95, come non sempre ha fatto in tutti questi anni, credo che potrebbe regalarci una colonna sonora costante, onnipresente, invasiva e capillare. Perché nel mentre, qui volevo arrivare, certo avendola presa decisamente alla lunga, oggi la musica non ci molla mai un attimo, è presente in ogni istante del nostro vivere, in ogni spazio e in modi molteplici.
Emily Watson in una scena di Le onde del destino.
Dalla filodiffusione alle cuffiette, siamo sottoposti a un bombardamento musicale
Se un tempo, neanche troppi anni fa – Le onde del destino è, ripeto, del 1996 – per ascoltare musica toccava impegnarsi, a meno che non ci fosse una qualche radio in filodiffusione, non così comune come adesso, oggi dai negozi ai ristoranti ai bar, siamo bombardati ogni secondo da canzoni, siano esse fornite da chi ci circonda, al supermercato come in metropolitana, o ascoltate tramite i device e le immancabili cuffiette che ci accompagnano mentre camminiamo, facciamo jogging, studiamo, lavoriamo, cuciniamo e chi più ne ha più ne metta. Questo oltre alla musica che ascoltiamo in auto, a casa, in ufficio. Musica che diventa sottofondo, con buona pace di chi a suo tempo ha pensato a quali motivetti usare come colonna sonora nei nostri viaggi in ascensore (parlo degli ascensori dei grattacieli, quelli destinati a ospitarci per più di qualche secondo) o, Brian Eno santo subito, negli aeroporti. Musica da ascoltare distrattamente e in quanto tale scritta proprio con una cifra destinata a essere coerente al tipo di ascolto preposto.
Viva il Giorno senza musica proposto da Drummond
Musica, musica ovunque. Musica sempre. Musica molto spesso prescindibile, irrilevante, destinata a non lasciare traccia nel tempo. Figuriamoci per noi che la ascoltiamo mentre facciamo altro. Musica che proprio oggi, 21 giugno, primo giorno d’estate, celebra la sua festa, con tutta una serie di iniziative che, toh, vedranno artisti e addetti ai lavori propiziarci altra musica, in nome della musica stessa. A tal proposito potrebbe essere cosa buona e giusta riprendere una vecchia proposta fatta da quel genio situazionista di Bill Drummond, già a capo del gruppo The KLF, oltre che parte dei Big In Japan, scrittore e artista. Anni fa, infatti, Drummond – che già si era fatto notare nel 1994 per aver dato alle fiamme in una performance punk senza precedenti qualcosa come un milione di sterline in banconote, tanto aveva guadagnato con la sua band e divenuta un video artistico dal titolo Watch the K Foundation Burn a Million Quid, quando si dice essere eversivi – buttò lì di istituire il 21 novembre il Giorno senza musica, un digiuno auricolare atto a specificare come esista musica deprecabile, destinata a fungere da colonna sonora di sottofondo per qualsiasi luogo e qualsiasi momento, e musica invece preposta a accompagnarci in momenti specifici, quella che appunto col tempo rischia di scomparire sepolta dal rumore di fondo. Iniziativa, questa, andata avanti per cinque anni, dal 2005 al 2009. L’idea, lanciata da Drummond attaccando alla maniera di artisti quali Banksy, manifesti all’ingresso del Mercey Tunnel di Liverpool, era quella di un piano quinquennale atto a salvaguardare la musica, certo, ma anche l’umanità, ma mai come oggi suona necessario, se non addirittura salvifico.
Non è facile risalire al giorno esatto in cui tutto ciò è successo, ma da qualche parte nel passato prossimo, un po’ prima della pandemia, forse, o durante quei mesi allucinanti, Zerocalcare è diventato, suo malgrado e non certo senza un qualche suo disagio, il portavoce di una intera generazione. Così, di colpo in molti, tra Millennial e Generazione Z, certo con qualche squarcio abbondante anche nella Generazione X, si sono ritrovati a riconoscersi in quella voce, letteraria e letterale così biascicata, romanesca, disincantata e apatica, certo, ma anche malinconica e sentimentale, ironicissima e pungente, certo, ma capace di squarci di poesia lirici come forse nessun altro autore sa e ha saputo fare negli ultimi anni.
Giancarlo Barbati, in arte Giancane (da Instagram).
Giancane e Zerocalcare, cioè Giancarlo Barbati e Michele Rech
Con lui, sempre presente, un cantautore che in qualche modo ne è la versione musicale, seppur i piccoli corti che Zerocalcare ha pubblicato sui social durante il Covid, come le due serie tivù uscite per Netflix – quella di enorme successo nel 2021, Strappare lungo i bordi, e la recentissima Questo mondo non mi renderà cattivo – siano infarcite di canzoni che spaziano in quell’enorme calderone che può stare tra Max Pezzali e i Radiohead. Giancane, questo il nome del cantautore in questione, non me ne vorrà chi si occupa di Seo in questo giornale se ho portato alle lunghe l’apparizione sul palco dell’artista (un po’ di climax non guasta mai) è indubbiamente l’alter ego di Zerocalcare. Già a partire dal fatto che entrambi abbiano scelto due nomi d’arte così surreali, l’uno si chiama in realtà Giancarlo Barbati, e Il muro del canto è la band nella quale si è fatto le ossa, l’altro Michele Rech.
Le canzoni e una lingua sdrucciola, parlata più che scritta
Ma è soprattutto nella poetica che entrambi sono riusciti nel miracoloso intento di essere quasi in simbiosi, che loro ovviamente farebbero passare per casuale, provando quasi disagio nel venire identificati come qualcosa di più che due nerd che passano le giornate nella stanca routine di chi prova a non rimanere schiacciato sotto le incombenze di una vita che è assolutamente inaffrontabile. Strappati lungo i bordi, brano che di Strappare lungo i bordi era tema principale, è una sorta di canzone/manifesto alla The Smiths, parlo di intenti, di una generazione, quella lì, non più adolescente ma che a fatica si riconosce tra gli adulti e soprattutto a fatica è identificata come adulta dagli adulti stessi. Con una scrittura che attinge a piene mani dallo stesso immaginario di Zerocalcare, e che dell’immaginario di Zerocalcare è diventata parte integrante, tra punk e una forma di elettronica contemporanea, l’idea del poter fare tutto in casa, giocando magari al ribasso sempre presente, e con una lingua sdrucciola, parlata più che scritta – si parla di apparenza, si badi bene, tutto quel che è scritto è mediato, anche quello che si vuole far passare per naturale – le canzoni di Giancane si sono cominciate a muovere al seguito dei fumetti e delle serie di Zerocalcare, finendo per trovare un successo sulla carta quasi impensabile.
Collaborazione nata nel 2018, con la clip di Ipocondria
La loro collaborazione risale al 2018, quando il fumettista più famoso d’Italia ha disegnato e animato la clip di Ipocondria – entrambi hanno qualche conto in sospeso con la protagonista della canzone – iniziando per altro a lavorare proprio in quell’occasione alle animazioni che poi sarebbero atterrate a Propaganda Live durante il Covid, con le storie di quarantena, e in seguito finite su Netflix col successo che tutti conosciamo. I due si erano incrociati già ai tempi in cui Giancane militava nella band romana – Zerocalcare aveva disegnato una copertina per loro -, ma è con Ipocondria che la collaborazione spicca il volo. E da quel momento ci sono state due colonne sonore importanti, l’ultima delle quali, quella di Questo mondo non mi renderà cattivo, contenuta nel nuovo album Tutto male, è se possibile anche più triste di quanto la nuova serie tivù già non sia. Il titolo, in effetti, lascia già indicazioni piuttosto precise a riguardo.
Grazie alle serie Netflix i suoi concerti sono aumentati esponenzialmente
Non è dato sapere se Giancane si viva il successo, certo non esattamente il medesimo da rockstar di Zerocalcare – ricordiamo la copertina de l’Espresso targato Marco Damilano che lo indicava come uno degli ultimi intellettuali italiani -, ma comunque un successo, con concerti che grazie alle serie Netflix sono aumentati esponenzialmente e che comunque presentano un pubblico decisamente più ampio, non solo coloro che poi, suppergiù, finiscono come tipologia antropologica dentro le serie di Zerocalcare, ma intere famigliole al gran completo, gente elegante che magari non ha neanche idea cosa significhi esattamente lo-fi, genere che un tempo un critico musicale avrebbe affibbiato alla musica di Giancane per dare indicazioni ai venditori di dischi su che ripiano posizionare i suoi cd o vinili. Sarebbe bello sapere, ma sono dettagli da nerd che guardano serie scritte da nerd che hanno su colonne sonore scritte da nerd, se anche Giancane ha un qualche animale guida a vestire i panni della sua coscienza, come l’Armadillo splendidamente interpretato, a livello vocale, da Valerio Mastandrea nelle due serie tivù. Chissà se prima o poi, anche lui baciato dal successo come il suo compare, non arriverà qualche giornalista gossipparo a chiederglielo.
Non è facile risalire al giorno esatto in cui tutto ciò è successo, ma da qualche parte nel passato prossimo, un po’ prima della pandemia, forse, o durante quei mesi allucinanti, Zerocalcare è diventato, suo malgrado e non certo senza un qualche suo disagio, il portavoce di una intera generazione. Così, di colpo in molti, tra Millennial e Generazione Z, certo con qualche squarcio abbondante anche nella Generazione X, si sono ritrovati a riconoscersi in quella voce, letteraria e letterale così biascicata, romanesca, disincantata e apatica, certo, ma anche malinconica e sentimentale, ironicissima e pungente, certo, ma capace di squarci di poesia lirici come forse nessun altro autore sa e ha saputo fare negli ultimi anni.
Giancarlo Barbati, in arte Giancane (da Instagram).
Giancane e Zerocalcare, cioè Giancarlo Barbati e Michele Rech
Con lui, sempre presente, un cantautore che in qualche modo ne è la versione musicale, seppur i piccoli corti che Zerocalcare ha pubblicato sui social durante il Covid, come le due serie tivù uscite per Netflix – quella di enorme successo nel 2021, Strappare lungo i bordi, e la recentissima Questo mondo non mi renderà cattivo – siano infarcite di canzoni che spaziano in quell’enorme calderone che può stare tra Max Pezzali e i Radiohead. Giancane, questo il nome del cantautore in questione, non me ne vorrà chi si occupa di Seo in questo giornale se ho portato alle lunghe l’apparizione sul palco dell’artista (un po’ di climax non guasta mai) è indubbiamente l’alter ego di Zerocalcare. Già a partire dal fatto che entrambi abbiano scelto due nomi d’arte così surreali, l’uno si chiama in realtà Giancarlo Barbati, e Il muro del canto è la band nella quale si è fatto le ossa, l’altro Michele Rech.
Le canzoni e una lingua sdrucciola, parlata più che scritta
Ma è soprattutto nella poetica che entrambi sono riusciti nel miracoloso intento di essere quasi in simbiosi, che loro ovviamente farebbero passare per casuale, provando quasi disagio nel venire identificati come qualcosa di più che due nerd che passano le giornate nella stanca routine di chi prova a non rimanere schiacciato sotto le incombenze di una vita che è assolutamente inaffrontabile. Strappati lungo i bordi, brano che di Strappare lungo i bordi era tema principale, è una sorta di canzone/manifesto alla The Smiths, parlo di intenti, di una generazione, quella lì, non più adolescente ma che a fatica si riconosce tra gli adulti e soprattutto a fatica è identificata come adulta dagli adulti stessi. Con una scrittura che attinge a piene mani dallo stesso immaginario di Zerocalcare, e che dell’immaginario di Zerocalcare è diventata parte integrante, tra punk e una forma di elettronica contemporanea, l’idea del poter fare tutto in casa, giocando magari al ribasso sempre presente, e con una lingua sdrucciola, parlata più che scritta – si parla di apparenza, si badi bene, tutto quel che è scritto è mediato, anche quello che si vuole far passare per naturale – le canzoni di Giancane si sono cominciate a muovere al seguito dei fumetti e delle serie di Zerocalcare, finendo per trovare un successo sulla carta quasi impensabile.
Collaborazione nata nel 2018, con la clip di Ipocondria
La loro collaborazione risale al 2018, quando il fumettista più famoso d’Italia ha disegnato e animato la clip di Ipocondria – entrambi hanno qualche conto in sospeso con la protagonista della canzone – iniziando per altro a lavorare proprio in quell’occasione alle animazioni che poi sarebbero atterrate a Propaganda Live durante il Covid, con le storie di quarantena, e in seguito finite su Netflix col successo che tutti conosciamo. I due si erano incrociati già ai tempi in cui Giancane militava nella band romana – Zerocalcare aveva disegnato una copertina per loro -, ma è con Ipocondria che la collaborazione spicca il volo. E da quel momento ci sono state due colonne sonore importanti, l’ultima delle quali, quella di Questo mondo non mi renderà cattivo, contenuta nel nuovo album Tutto male, è se possibile anche più triste di quanto la nuova serie tivù già non sia. Il titolo, in effetti, lascia già indicazioni piuttosto precise a riguardo.
Grazie alle serie Netflix i suoi concerti sono aumentati esponenzialmente
Non è dato sapere se Giancane si viva il successo, certo non esattamente il medesimo da rockstar di Zerocalcare – ricordiamo la copertina de l’Espresso targato Marco Damilano che lo indicava come uno degli ultimi intellettuali italiani -, ma comunque un successo, con concerti che grazie alle serie Netflix sono aumentati esponenzialmente e che comunque presentano un pubblico decisamente più ampio, non solo coloro che poi, suppergiù, finiscono come tipologia antropologica dentro le serie di Zerocalcare, ma intere famigliole al gran completo, gente elegante che magari non ha neanche idea cosa significhi esattamente lo-fi, genere che un tempo un critico musicale avrebbe affibbiato alla musica di Giancane per dare indicazioni ai venditori di dischi su che ripiano posizionare i suoi cd o vinili. Sarebbe bello sapere, ma sono dettagli da nerd che guardano serie scritte da nerd che hanno su colonne sonore scritte da nerd, se anche Giancane ha un qualche animale guida a vestire i panni della sua coscienza, come l’Armadillo splendidamente interpretato, a livello vocale, da Valerio Mastandrea nelle due serie tivù. Chissà se prima o poi, anche lui baciato dal successo come il suo compare, non arriverà qualche giornalista gossipparo a chiederglielo.
Silvio Berlusconi è morto. Si dirà che con lui è morta un’epoca, come a voler dimenticare le tante ombre che lo hanno accompagnato in questi suoi 86 anni di transito terrestre, per dirla col maestro Battiato. Quel che è certo che almeno per gli anni nei quali il suo essere sul pianeta Terra ha coinciso anche con l’essere un leader politico, diciamo gli ultimi 30 anni, Silvio Berlusconi non è stato solo un tycoon visionario baciato dal plauso del pubblico votante – lui che si era già tolti parecchi sfizi in ambito imprenditoriale da Fininvest a Mediaset, passando per il Milan e la Mondadori – ma anche uno dei protagonisti indiscussi della cultura popolare, oggetto di imitazioni, parodie, attacchi più o meno feroci dentro i libri, i film, le canzoni.
Silvio Berlusconi nel 2010 (Getty Images).
Berlusconi oggetto di film e imitazioni grottesche
E se pensando a personaggi anche popolarissimi come Maurizio Crozza o Sabina Guzzanti è quasi naturale vederseli nei panni del Cavaliere, i suoi tic e le sue caratteristiche rese grottesche ma al tempo stesso simpatiche, se pensando a giornalisti e scrittori come Marco Travaglio o Gianni Barbacetto vien quasi impossibile non associare i loro nomi a quelli di Berlusconi, trattato e ritrattato in così tante loro opere, se anche pensando a un maestro del cinema come Nanni Moretti, volendo anche un premio Oscar come Paolo Sorrentino, risulta difficile non correre col pensiero a opere quali Aprile eIl Caimano, nel caso del regista e attore romano, Loro, parte uno e due, nel caso del regista partenopeo, è indubbio che il mondo della canzone, specie quello militante, che un tempo si sarebbe indicato come quello dei centri sociali, abbia dedicato tante canzoni e quindi tante energie a provare a contrastare quello che appariva, a ragione, come uno strapotere non solo politico, ma anche mediatico.
Ovviamente, parlando di canzoni, c’è chi ha usato la linea retta, colpendo in maniera forse anche troppo chiara colui che riconosceva come il proprio nemico. Penso a parte della produzione di artisti quali la Banda Bassotti, con brani quali Una storia italiana, che rifaceva il verso al libricino mandato nelle case di tutti gli italiani, o i Modena City Ramblers che con la loro El Presidente riprendevano invece alla famosa campagna “un presidente operaio”, nella quale Berlusconi si presentava interpretando tutta una serie di lavori umili, che mai aveva praticato in vita sua.
La critica poetica di Silvestri e Battiato
E chi invece, penso proprio al Daniele Silvestri del brano Il mio nemico, o al Franco Battiato di Inneres Auge, ha scelto la via della poesia, tratteggiando un uomo di potere. L’incipit del brano del maestro siciliano è in questo da antologia con quel «Uno dice, che male c’è a organizzare feste private con belle ragazze per allietare primari e servitori dello stato? Non ci siamo capiti, e perché mai dovremmo pagare anche gli extra a dei rincoglioniti», andando a colpire altrettanto a fondo, seppur richiedendo all’ascoltatore un minimo sforzo interpretativo.
Devi andartene, l’invito di Paola Turci poi convolata a nozze con l’ex del Cav Pascale
La lista continua con AAA Cercasi di Carmen Consoli, che parla di un 80enne miliardario affascinante che cerca cagne di strada per offrire loro un’opportunità di vita, sorta di metafora neanche troppo metaforica di quanto per anni si è imputato a Berlusconi, dal bunga bunga in poi e Devi andartene di Paola Turci, ironicamente poi convolata a nozze con l’ex di Berlusconi Francesca Pascale, nella quale si parla di un satrapo sempre indaffarato tra donnine e lusso. Passando per brani più tipicamente figli dei nostri tempi, come Swag Berlusconi del guascone Bello Figo, nel quale il rapper di Pasta con tonno si vanta di scopare parecchio perché le ragazze pensano che lui sia il presidente; Penisola che non c’è di Fedez, dove i riferimenti al Cavaliere sono diretti e troppi da essere riportati, arrivando a un vero gioiello come Legalize the premier, che vede un ispirato Caparezza, in compagnia del rasta Alborosie, ipotizzare un mondo nel quale il capo politico del centro-destra invece che legalizzare le droghe leggere legalizzi se stesso, una sorta di esplosione del fenomeno delle leggi ad personam che ha decisamente accompagnato tutta la carriera di Berlusconi, da ancora prima della sua discesa in campo fino a quando è rimasto sulla cresta dell’onda. Discorso a parte meriterebbe Il sosia di Antonello Venditti, cantautore romano che con Berlusconi ha avuto sempre un rapporto fatto di frecciatine neanche troppo velate. Nella canzone in questione, forse non conoscendo un fatto realmente avvenuto, l’autore di Roma capoccia ipotizza un premier che sia di sinistra e tifoso sfegatato dell’Inter, facendo chiaramente riferimento alla lunga storia che Berlusconi ha avuto col Milan, anche se, è noto, l’acquisto dei rossoneri da parte del tycoon è avvenuto perché non fu possibile acquistare l’Inter, squadra per la quale il Cavaliere ha sempre tifato sin da piccolo.
Caro Berlusconi di Malgioglio e Meno male che Silvio c’è di Andrea Vantini: letterine e inni
Per chiudere questa veloce carrellata, sicuramente non esaustiva – e che comunque potrebbe comprendere anche alcune delle canzoni che lo stesso Berlusconi, con un passato da cantante nelle navi da crociera e da contrabbassista nella stessa orchestrina nella quale suonava anche il suo antico sodale Fedele Confalonieri, recentemente autore per Michele Apicella quando ormai da tempo era sceso in campo – non si possono non citare brani come Caro Berlusconi, a firma Cristiano Malgioglio, il quale, riprendendo una sua vecchia canzone degli Anni 80, Caro direttore, scrive una lettera immaginaria al premier, chiedendo una spintarella a colui che di spintarelle, negli anni, ne ha dispensate decisamente tante, o Meno male che Silvio c’è che Andrea Vantini scrisse per il Cav nel 2010, quando la morsa della magistratura cominciava a chiudersi intorno a lui. Brano entrato nell’immaginario comune, non certo senza alcune ironie, e divenuto inno delle convention del Popolo delle Libertà, prima, e di Forza Italia, poi, e anche di tante gag e tanti meme che hanno avuto Berlusconi come protagonista. Anche questo, in fondo, è il segno di una pervasività che nessun altro politico italiano può a oggi vantare.
Il curioso caso di Annalisa Scarrone. Un pezzo leggero su l’artista che in questo momento sta letteralmente impazzando con la hit Mon amour, dopo aver letteralmente impazzato con Bellissima si potrebbe serenamente intitolare così. Facendo riferimento al film di David Fincher con Brad Pitt, dove si narra la storia di Benjamin Button, uomo che invece di invecchiare ringiovanisce, ribaltando il normale corso delle cose.
Ormai si muove sulle scene da diversi anni: Amici, 2010
Annalisa Scarrone, per tutti semplicemente Annalisa, per i suoi tanti fa addirittura solo Nali, è un’artista che ormai si muove sulle scene da diversi anni: il suo passaggio per la scuola e quindi il programma di Amici di Maria De Filippi, nel 2010, fu il primo momento davvero rilevante. Un secondo posto che proprio in questi giorni è tornato di attualità quando un tweet di colui che quell’edizione, la decima, la vinse, Virginio – tweet nel quale sottolineava il ruolo dell’artista, evidenziando come a suo dire l’arte non fosse solo divertimento -, è da molti stato interpretato come un attacco proprio a lei, nel mentre lì a giocare, letteralmente e letterariamente, con un brano riempipista, si sarebbe detto un tempo, come Mon Amour, solo in apparenza partito come una Bellissima in scala ridotta e invece hit capace, se possibile, di far meglio di quanto già non abbia fatto la precedente.
Annalisa detta Nali. (Getty)
Una bellezza elegante che ha a lungo relegato in secondo piano
Un secondo posto che però l’ha vista subito sbocciare, la sua canzone amiciana, Diamante lei e luce lui, a imporsi come una hit, dando il via a una carriera che la vedrà faticare un po’ a trovare una propria cifra precisa, lei con una voce importante, intonata come pochissime colleghe, anche dotata di una bellezza elegante che ha a lungo relegato in secondo piano, Benjamin Button, appunto, che punta su una classicità forse a lei poco contemporanea. Tanti i passaggi a Sanremo senza mai una vittoria – la posizione più alta nel 2018 -, un terzo posto più che meritato con il brano Il mondo prima di te, Annalisa è riconosciuta come talento ma alla costante ricerca di un repertorio che potesse in qualche modo farla esplodere. Una voce talmente pulita, la sua, e usata con gran stile, da farla forse risultare a tratti algida, tanto che quando nel 2015, in seguito a un altro passaggio sanremese, arriva l’album Se avessi un cuore, qualcuno ha pensato si trattasse di una una prima persona singolare, non di una seconda.
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Laurea in Fisica per poter poi provare a fare i conti con la musica
Poi la vita tende a dimostrarci sempre come le cose, a volte, arrivino quasi per caso, quando meno te lo aspetti, e lei che aveva esordito anche incidendo una versione strepitosa di Mi sei scoppiata dentro il cuore di Mina, classica quando sarebbe potuta assolutamente essere sbarazzina, quella laurea in Fisica ottenuta per poter poi provare a fare i conti con la musica a tenerla un po’ legata, ecco che quella famosa cifra comincia a farsi più nitida, grazie a un alleggerimento della stiva, direbbero dalle parti in cui è nata, Savona, o in una qualsiasi città di mare. Conscia di non dover necessariamente dimostrare sempre e comunque chi è e cosa sa fare, infatti, Annalisa ha cominciato a ringiovanirsi, iniziando a collaborare su canzoni in apparenza troppo leggere, in realtà semplicemente ottime per intrattenere – la musica è anche questo, mica solo esistenzialismo spinto -, e facendolo sempre come una spada.
Il brano della svolta leggera, Avocado toast
Ecco quindi i duetti con Benji e Fede, Tutto per una ragione, ecco quello che oggi potremmo leggere come il suo brano della svolta, Avocado toast, il primo di una serie di canzoni atte a alleggerirla, appunto, e soprattutto a mostrarcela per quello che è, una giovane donna che vive nel mondo di oggi, ecco altre collaborazioni, come quelle con Mr Rain, con J-Ax, rispettivamente con Un domani, a nome suo, e Supercalifragili, del rapper milanese, ecco Tropicana, tormentone dell’estate 2022 con i Boomdabash, giusto il tempo di arrivare in autunno e pubblicare quella Bellissima che ancora oggi imperversa su Spotify e sui social.
L’album Nuda ha indicato una presa di coscienza
Chiaramente questa è una carrellata veloce, perché fossimo andati con calma avremmo dovuto specificare come l’album Nuda, di settembre 2020, abbia segnato davvero un passo importante nella sua carriera, e come il tutto sia passato attraverso un serissimo lavoro di pacificazione col suo corpo. Nuda è un titolo metaforico, spero non serva dirlo, ma il vederla nuda in copertina – lei che ha a lungo tenuto il suo corpo nascosto, come se la sua bellezza fosse un problema da gestire, o qualcosa da non sbandierare per non passare per chi cerca scorciatoie, in barba a quanto il pop internazionale femminile ha nel mentre fatto – in qualche modo ha indicato una presa di coscienza, un volersi spogliare, anche qui metaforicamente, di una serie di sovrastrutture che in qualche modo l’avevano tenuta ferma fino a quel momento.
Annalisa. (Getty)
Annalisa non è stata presa in ostaggio da TikTok
E come spesso capita, quando decidi di prendere le cose un po’ più alla leggera, ecco che le cose hanno iniziato a farsi davvero interessanti, perché il ringiovanimento di Annalisa – Bellissima, prima, e Mon Amour, ora, lo dimostrano – ha coinciso con un preciso momento storico della musica contemporanea, quello in cui la Rete ha definitivamente preso il posto dei supporti fisici, stabilendo, era già successo a tutti i passaggi nodali della storia della discografia, altri istante e altri canoni. Ora, leggo quanto ha detto Gino Castaldo col solito ritardo, lui che per altro è stato, organico al sistema quale è, parte di questa deriva: ci si accorge che la musica è diventata ostaggio di TikTok, e si usa proprio le ultime due hit di Annalisa, seppur specificandone il talento, come esempio e monito per le prossime generazioni, ma di fatto Annalisa mi sembra piuttosto l’unica, a oggi, o una delle poche, in Italia, ad aver capito come funziona la contemporaneità e averla forzata per fare quel che voleva, non viceversa.
Canzoni pensate per i contesti social e con riferimenti Anni 80-90
Mi spiego: se inizialmente la musica era stata composta per essere eseguita dal vivo e le prime incisioni con quello avevano dovuto fare i conti, salvo poi diventare primarie per la composizione, lì a ragionare su quanto durasse un lato di un long playing, prima, e un cd, poi, solo in un secondo momento a provare a replicare dal vivo quanto si era composto per essere inciso e veicolato, non viceversa, oggi è lo streaming a farla da padrona. Quindi si scrivono canzoni che stiano in un tempo assai basso, che non tocchino frequenze troppo alte o troppo basse, assenti o distorte sui device, e che quindi ruotino giocoforza su un numero limitato di possibilità armoniche e quindi melodiche, chi dice il contrario mente. TikTok, se possibile, ha reso il tutto ancora più estremo, riducendo a pochi secondi la replicabilità di un brano, quindi ritornelli veloci e che arrivino subito, entro i 40 secondi massimo, qualche gesto da ripetere nei video a beneficio di chi poi viralizza. In questo conteso arrivano Bellissima e Mon Amour di Annalisa. Canzoni sì pensate per funzionare in quei contesti, ma in realtà costruite facendo riferimento a un immaginario musicale che è quello dei tardi Anni 80, più che altro Anni 90, il medesimo a cui guardano artiste quali Dua Lipa.
Il pop può anche essere veicolo di girl empowerment
Se però un certo passatismo in ambito, Dio mi perdoni, rock ha fatto tanto esaltare firme come Gino Castaldo – parlo dei Maneskin -, sembra che in questo caso quel che rimane nel pettinino per le lendini con cui il collega ha provato a passare le hit di Annalisa sia solo quello che passa nei balletti del social cinese, come se il pop dovesse necessariamente ambizioni colte (parlo di cultura alta) e come se, piuttosto, l’intrattenimento fosse sempre da guardare con sospetto. Il tutto mentre legittimamente impazzano Paola e Chiara con Furore e mentre Elodie annuncia un sold out al Forum. Il pop, specie quello a firma di artiste donne, può essere veicolo di un girl empowerment che evidentemente per questioni anagrafiche Castaldo non coglie, mentre siamo arrivati alla liberazione di Annalisa, che letteralmente si è ringiovanita smettendo di aderire a una idea di chanteuse decisamente passatista, giocando sul e con il suo corpo che fino a ieri nascondeva, il tutto mentre crea brani destinati a farci ballare anche per tutta l’estate, che sia per i 15 secondi di un video virale su TikTok o più anticamente su una spiaggia.
https://www.instagram.com/p/CllSgkOroSf/
L’essere popolari o popolani non è più un’onta
Il gioco delle contrapposizioni tra alto e basso, in questo caso, non è utile, né necessario, perché altri sono gli spazi che chi fa musica di approfondimento e d’autore giustamente insegue, non certo perché il proprio posto è “rubato” da brani di tale guisa. Si dovrebbe, è quel che ha provato a fare Tosca sui social, finendo a sua volta sommersa da hater (oggi sembra funzionare solo così), provare a ipotizzare un mondo in cui c’è spazio per tutta la musica, e chi si occupa di critica, come chi scrive, ben lo sa e a lungo si è battuto per aprire nuovi spazi, non certo per evocare l’abbattimento, più o meno figurato, di chi porta avanti altri discorsi. Il pop perfetto di una Lady Gaga o di una Dua Lipa fa spesso balzare sulla sedia la critica anche nostrana, incapace magari di cogliere appieno il senso di una rilettura attualizzata di un passato che vedeva troppo spesso il pop relegato quasi in uno sgabuzzino, qualcosa di cui vergognarsi, come se l’essere popolari o popolani fosse un’onta. Ben venga allora un pop italiano ambizioso, ancor più se portato avanti anche da noi da donne fiere e consce. Annalisa è bellissima e bravissima.
Lo sbandierato nuovo arrangiamento a cura dei Wiener Philharmoniker lascia a bocca aperta. Ma non per i suoi elementi innovativi o diversi: per la sostanziale sovrapponibilità con il vituperato precedente. Per la "denazificazione", passare un'altra volta.
Tanto tuonò che non piovve. Per la Marcia di Radetzky “denazificata”, passare un’altra volta. Fuori dagli inutili tecnicismi e dai dettagli più o meno sottili, lo sbandierato nuovo arrangiamento “a cura dei Wiener Philharmoniker” lascia a bocca aperta. Ma non per i suoi elementi nuovi o diversi: per la sostanziale sovrapponibilità con il vituperato precedente, firmato negli Anni 30 dall’oscuro galoppino nazista Leopold Weninger. Per dirla con le parole della conduttrice della diretta su Radiotre, che quasi è sbottata mentre esplodeva l’ovazione conclusiva, la Marcia in questa nuova revisione è risultata «Tutto sommato appena appena alleggerita nelle percussioni».
IMPROBABILE CHE MUTI FACCIA QUALCHE PASSO IN PIÙ
Lo sconcerto maggiore, si può immaginare, nel mondo della destra sovranista e populista, i cui mezzi di informazione avevano gridato allo scandalo e all’abominio per lo “scippo” della Marcia “nazi style”: prova provata che il tramonto dell’Occidente è in atto, secondo qualche filosofo di complemento. Semmai, dimostrazione del fatto che mai come oggi Oswald Spengler avrebbe bisogno di essere difeso dai suoi sostenitori. A questo punto, comunque, sembra difficile che ci siano cambi nel prossimo futuro. Molto improbabile, ad esempio, che Riccardo Muti, per l’ennesima volta incaricato della direzione l’anno prossimo, faccia qualche passo nella direzione di una più sostanziale “revisione”. Scomparso il nome di Leopold Weninger come arrangiatore, la Marcia continuerà a suonare alle orecchie del pubblico come una volta.
UNA FRUIZIONE ORMAI CRISTALLIZZATA
D’altra parte, è parso chiaro a tutti gli spettatori della differita tv pomeridiana (ma anche della diretta radiofonica) che la modalità della fruizione della Marcia di Radetzky nella “Sala d’oro” del Musikverein di Vienna è ormai non più modificabile. Chi fra le migliaia di richiedenti vince il sorteggio online per i biglietti (così avviene la distribuzione, ad ogni febbraio: tariffe fino a 1.200 euro) vuole battere le mani a tempo e non sente ragione. Si è piegato anche Andris Nelsons, che ha fatto quello che quasi tutti i suoi colleghi in passato hanno fatto: ha “diretto” il pubblico. Anche se nelle settimane prima non era mancato chi aveva annotato che questa modalità di fruizione si riallaccia a consuetudini in voga durante il periodo nazista. Questa volta il battito delle mani era così rumoroso e irrefrenabile da rischiare con il suo frastuono di oscurare i Wiener a pienissimo organico.
SOLO BARENBOIM HA OSATO ZITTIRE IL PUBBLICO
Chi aveva preso le distanze, sia pure a modo suo, era stato Daniel Barenboim nel 2014: se riguardate il video a corredo dell’articolo sulla Marcia pubblicato prima di Natale su Lettera43, vedrete che durante l’esecuzione con battimani, Barenboim fa tutt’altro: gira tra le file dell’orchestra, saluta quasi ogni singolo strumentista, si disinteressa della musica e della sua esecuzione, salvo zittire il pubblico quando esagera.
GLI ERRORI DI COMUNICAZIONE DEI WEINER PHILARMONIKER
Alla fine, di questa curiosa storia a cavallo del passaggio di decennio, resta la sorpresa per come i Wiener hanno prima creato e poi gestito la vicenda, dimostrando che nell’ambito della comunicazione sono lontani dall’eccellenza del loro far musica. Sono stati loro ad accendere i riflettori sulla Marcia di Radetzky, all’insegna di un molto discutibile politically correct, che nelle cose artistiche dovrebbe sempre essere maneggiato con grandissima cautela. Loro hanno annunciato che «finalmente» la Marcia sarebbe stata denazificata, ma mentre la curiosità cresceva insieme alle polemiche, loro hanno vigorosamente tirato i freni, a questo punto nel massimo riserbo. Che dire? Per quel che ci riguarda, molto meglio così. Ma c’era bisogno di tanti inutili proclami?
UNA VERSIONE PIÙ AUTENTICA DELLA MARCIA È DATATA 1848
Che poi, a voler sottilizzare, una versione molto vicina all’idea di Strauss padre esiste ed è a portata di mano: è la primissima edizione per orchestra della Marcia, pubblicata nell’autunno del 1848 e scovata nel 1999 dallo studioso Norbert Rubey alla Biblioteca di Vienna. La versione che vi si ritrova è effettivamente più leggera nella strumentazione e più articolata melodicamente nella sezione centrale. L’unico che la diresse al Concerto di Capodanno fu Nikolaus Harnoncourt, nel 2001. La mise in apertura di concerto, anzi, riservando la chiusura alla versione “tradizionale”. Ne esistono almeno due edizioni discografiche, quella ufficiale di quel Primo dell’anno al Musikverein e quella realizzata con il Concentus Musicus Wien, in cui la Marcia viene proposta in quella che viene definita “urfassung”’. Le differenze, all’ascolto comparato, non sono certo eclatanti. Comunque, più significative rispetto a quanto si è sentito oggi. Se l’adottassero, i Wiener potrebbero a ragione proclamare che l’operazione di “denazificazione” è compiuta. Invece, da quel 2001, la versione originale è svanita dagli orizzonti dell’orchestra Filarmonica di Vienna. Curioso anche questo.
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Lo sbandierato nuovo arrangiamento a cura dei Wiener Philharmoniker lascia a bocca aperta. Ma non per i suoi elementi innovativi o diversi: per la sostanziale sovrapponibilità con il vituperato precedente. Per la "denazificazione", passare un'altra volta.
Tanto tuonò che non piovve. Per la Marcia di Radetzky “denazificata”, passare un’altra volta. Fuori dagli inutili tecnicismi e dai dettagli più o meno sottili, lo sbandierato nuovo arrangiamento “a cura dei Wiener Philharmoniker” lascia a bocca aperta. Ma non per i suoi elementi nuovi o diversi: per la sostanziale sovrapponibilità con il vituperato precedente, firmato negli Anni 30 dall’oscuro galoppino nazista Leopold Weninger. Per dirla con le parole della conduttrice della diretta su Radiotre, che quasi è sbottata mentre esplodeva l’ovazione conclusiva, la Marcia in questa nuova revisione è risultata «Tutto sommato appena appena alleggerita nelle percussioni».
IMPROBABILE CHE MUTI FACCIA QUALCHE PASSO IN PIÙ
Lo sconcerto maggiore, si può immaginare, nel mondo della destra sovranista e populista, i cui mezzi di informazione avevano gridato allo scandalo e all’abominio per lo “scippo” della Marcia “nazi style”: prova provata che il tramonto dell’Occidente è in atto, secondo qualche filosofo di complemento. Semmai, dimostrazione del fatto che mai come oggi Oswald Spengler avrebbe bisogno di essere difeso dai suoi sostenitori. A questo punto, comunque, sembra difficile che ci siano cambi nel prossimo futuro. Molto improbabile, ad esempio, che Riccardo Muti, per l’ennesima volta incaricato della direzione l’anno prossimo, faccia qualche passo nella direzione di una più sostanziale “revisione”. Scomparso il nome di Leopold Weninger come arrangiatore, la Marcia continuerà a suonare alle orecchie del pubblico come una volta.
UNA FRUIZIONE ORMAI CRISTALLIZZATA
D’altra parte, è parso chiaro a tutti gli spettatori della differita tv pomeridiana (ma anche della diretta radiofonica) che la modalità della fruizione della Marcia di Radetzky nella “Sala d’oro” del Musikverein di Vienna è ormai non più modificabile. Chi fra le migliaia di richiedenti vince il sorteggio online per i biglietti (così avviene la distribuzione, ad ogni febbraio: tariffe fino a 1.200 euro) vuole battere le mani a tempo e non sente ragione. Si è piegato anche Andris Nelsons, che ha fatto quello che quasi tutti i suoi colleghi in passato hanno fatto: ha “diretto” il pubblico. Anche se nelle settimane prima non era mancato chi aveva annotato che questa modalità di fruizione si riallaccia a consuetudini in voga durante il periodo nazista. Questa volta il battito delle mani era così rumoroso e irrefrenabile da rischiare con il suo frastuono di oscurare i Wiener a pienissimo organico.
SOLO BARENBOIM HA OSATO ZITTIRE IL PUBBLICO
Chi aveva preso le distanze, sia pure a modo suo, era stato Daniel Barenboim nel 2014: se riguardate il video a corredo dell’articolo sulla Marcia pubblicato prima di Natale su Lettera43, vedrete che durante l’esecuzione con battimani, Barenboim fa tutt’altro: gira tra le file dell’orchestra, saluta quasi ogni singolo strumentista, si disinteressa della musica e della sua esecuzione, salvo zittire il pubblico quando esagera.
GLI ERRORI DI COMUNICAZIONE DEI WEINER PHILARMONIKER
Alla fine, di questa curiosa storia a cavallo del passaggio di decennio, resta la sorpresa per come i Wiener hanno prima creato e poi gestito la vicenda, dimostrando che nell’ambito della comunicazione sono lontani dall’eccellenza del loro far musica. Sono stati loro ad accendere i riflettori sulla Marcia di Radetzky, all’insegna di un molto discutibile politically correct, che nelle cose artistiche dovrebbe sempre essere maneggiato con grandissima cautela. Loro hanno annunciato che «finalmente» la Marcia sarebbe stata denazificata, ma mentre la curiosità cresceva insieme alle polemiche, loro hanno vigorosamente tirato i freni, a questo punto nel massimo riserbo. Che dire? Per quel che ci riguarda, molto meglio così. Ma c’era bisogno di tanti inutili proclami?
UNA VERSIONE PIÙ AUTENTICA DELLA MARCIA È DATATA 1848
Che poi, a voler sottilizzare, una versione molto vicina all’idea di Strauss padre esiste ed è a portata di mano: è la primissima edizione per orchestra della Marcia, pubblicata nell’autunno del 1848 e scovata nel 1999 dallo studioso Norbert Rubey alla Biblioteca di Vienna. La versione che vi si ritrova è effettivamente più leggera nella strumentazione e più articolata melodicamente nella sezione centrale. L’unico che la diresse al Concerto di Capodanno fu Nikolaus Harnoncourt, nel 2001. La mise in apertura di concerto, anzi, riservando la chiusura alla versione “tradizionale”. Ne esistono almeno due edizioni discografiche, quella ufficiale di quel Primo dell’anno al Musikverein e quella realizzata con il Concentus Musicus Wien, in cui la Marcia viene proposta in quella che viene definita “urfassung”’. Le differenze, all’ascolto comparato, non sono certo eclatanti. Comunque, più significative rispetto a quanto si è sentito oggi. Se l’adottassero, i Wiener potrebbero a ragione proclamare che l’operazione di “denazificazione” è compiuta. Invece, da quel 2001, la versione originale è svanita dagli orizzonti dell’orchestra Filarmonica di Vienna. Curioso anche questo.
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