La Corte di Cassazione ha messo il punto sulla vicenda del sequestro dei dispositivi informatici di Mario Venditti, respingendo il ricorso presentato dalla procura di Brescia contro la decisione del Tribunale del Riesame. La sesta sezione ha pronunciato un «rigetto totale», confermando quindi l’impossibilità di acquisire e utilizzare il materiale contenuto nei telefoni e nei computer dell’ex procuratore di Pavia.
Le contestazioni del legale di Venditti confermate dalla Cassazione
Venditti è coinvolto in due filoni investigativi distinti: da un lato l’inchiesta Clean della procura pavese, che ipotizza un sistema di corruzione tra imprenditori del territorio e magistrati, dall’altro un procedimento della procura di Brescia collegato alla riapertura delle indagini sull’omicidio di Chiara Poggi. In questo contesto è indagato Andrea Sempio, figlio dell’uomo che, secondo l’accusa, avrebbe corrotto Venditti. Le perquisizioni e i sequestri disposti nei confronti di Venditti, all’epoca dei fatti procuratore a Pavia, erano stati contestati dal suo legale, Mario Aiello, che aveva evidenziato l’assenza dell’indicazione delle parole chiave necessarie per la ricerca dei dati sui dispositivi, elemento ritenuto indispensabile per legittimare il sequestro. Una linea difensiva accolta dal Riesame e ora definitivamente confermata dalla Cassazione.
Giovedì la Guardia di finanza ha perquisito la sede del Garante per la privacy, nell’ambito di un’indagine della procura di Roma che coinvolge il presidente Pasquale Stanzione e i componenti Ginevra Feroni Cerrina, Agostino Ghiglia e Guido Scorza. I pm, che indagano in seguito alle inchieste di Report, ipotizzano peculato e corruzione, concentrandosi su un uso del denaro dell’Autorità definito «disinvolto» e «offensivo del decoro dell’ente».
Le spese dei membri del Garante della privacy
Dalle carte emerge che tra il 2021 e il 2024 «le spese per il Collegio sono aumentate del 46 per cento, con un incremento di circa 776 mila euro annui, in larga parte riconducibile a rimborsi per viaggi, soggiorni in alberghi di categoria “cinque stelle”, cene di rappresentanza, servizi di lavanderia, fino a ricomprendere altresì fitness e cura della persona». Viene poi evidenziato come meritevole di attenzione investigativa l’affitto della casa di Stanzione, coperto con i fondi del Garante, e la «contiguità spaziale […] con altro immobile nel quale risulta insistere una struttura ricettiva nella forma di B&B, riconducibile a società facente capo alle figlie del presidente».
Il presidente del Garante per la protezione dei dati personali Pasquale Stanzione (foto Ansa).
Il caso della card Ita Airways e la mancata sanzione a Meta
L’indagine si estende anche alle sanzioni comminate a società come Ita Airways e Meta. Su Ita, nel documento si afferma che «appare anomala la circostanza per cui componenti del Collegio del Garante sarebbero stati destinatari nel marzo 2023, di tessere Volare consegnate dalla compagnia aerea, per il valore di 6 mila euro ciascuna». Secondo Ita, scrivono i pm, «le tessere sarebbero state emesse direttamente con status Executive, chiarendo che esse riportavano inizialmente lo status Smart e che l’eventuale passaggio al livello Executive è avvenuto nel rispetto di una specifica procedura interna della Compagnia, la quale tuttavia non appare chiara». Sull’annullamente della sanzione a Meta «inizialmente ipotizzata in misura pari a 44 milioni di euro, sarebbe stata successivamente ridotta prima a 12,5 milioni e, infine, ad appena 1 milione di euro, e adottata con tale ritardo procedurale da renderne necessario il successivo annullamento in autotutela». I magistrati intendono capire in che termini abbia avuto impatto «la sponsorizzazione fatta da Guido Scorza degli occhiali, dei quali ha infatti parlato positivamente in un video divulgato sui social network e, altresì, se e in che modo questi, avendo ormai preso espressa posizione in ordine all’argomento, si sia effettivamente astenuto dalle adunanze riguardanti il procedimento a carico della società».
Un’esplosione si è verificata nel tardo pomeriggio del 15 gennaio in una palazzina di due piani a Il Matto, frazione del comune di Arezzo, provocando il parziale crollo dell’edificio e un incendio successivamente domato dai vigili del fuoco. Il bilancio è di tre feriti: una donna di 80 anni, trasportata in elisoccorso a Foligno in codice rosso per gravi ustioni, un uomo tra i 60 e i 70 anni in codice giallo e una donna della stessa fascia d’età in codice verde. Per il coordinamento dei soccorsi è stato mobilitato il gruppo maxiemergenze del 118 di Arezzo. I vigili del fuoco stanno continuando le verifiche tra le macerie, anche con l’ausilio delle unità cinofile, per escludere la presenza di altre persone coinvolte, ma al momento non risultano dispersi.
La Corte d’Appello di Milano ha ridimensionato la sentenza pronunciata in primo grado nel processo sull’inchiesta “Mensa dei Poveri”, riducendo la condanna inflitta a Lara Comi. L’ex europarlamentare di Forza Italia è stata assolta dalle accuse di corruzione e da uno degli episodi di truffa, vedendo la pena scendere da 4 anni e 2 mesi a 1 anno, con sospensione condizionale, e una multa di 500 euro. I giudici hanno riconosciuto l’attenuante del risarcimento, ritenuta equivalente all’aggravante contestata. La Corte ha inoltre pronunciato sentenza per altri 13 imputati, confermando l’assoluzione per Pietro Tatarella, ex vicecoordinatore lombardo di Forza Italia ed ex consigliere comunale di Milano, e scagionando l’ex parlamentare Diego Sozzani, che in primo grado era stato condannato a un anno e un mese. Ridotte anche le pene per l’imprenditore Daniele D’Alfonso, da 6 anni e mezzo a 5 anni e 2 mesi, e per Giuseppe Zingale, ex direttore generale di Afol Metropolitana, da 2 anni a un anno e mezzo.
Comi: «Stabilito che il fatto non sussiste, continuerò a lottare in Cassazione»
Dopo la decisione dei giudici, Lara Comi ha commentato: «Le mie, dopo sette anni, sono lacrime di gioia, perché è stato stabilito oggi che “il fatto non sussiste”. Ho sempre dimostrato fin dal primo giorno di essere innocente e continuerò anche in Cassazione a dimostrare l’innocenza per quest’ultimo pezzettino. Non ho mai preso un euro, ho servito il mio Paese di cui sono orgogliosa ed è stato dimostrato che non c’è mai stata corruzione». L’ex eurodeputata ha sottolineato come resti in piedi soltanto l’accusa di truffa ai danni del Parlamento europeo, mitigata però dal riconoscimento dei risarcimenti. Alla domanda su un possibile ritorno in politica, l’ex esponente azzurra ha risposto: «Finiamo con la Cassazione intanto, non è finita, però ripeto ancora “il fatto non sussiste” e questo è anche un mio messaggio agli elettori che hanno creduto in me, mentre a dieci giorni dal voto erano arrivati tre avvisi di garanzia. E mi hanno votato lo stesso, grazie agli elettori che mi diedero fiducia nel 2019».
Il caso Mensa dei Poveri: su cosa verteva l’inchiesta
L’inchiesta, avviata nel 2019 e culminata allora in numerosi arresti, ipotizzava un sistema di tangenti e incarichi pilotati nella politica lombarda, con al centro l’ex coordinatore di Forza Italia a Varese Nino Caianiello, che ha poi patteggiato una pena di 4 anni e 10 mesi dopo aver collaborato con gli inquirenti. Il nome dell’indagine deriva da un’intercettazione che faceva riferimento a un ristorante, in realtà noto e frequentato da esponenti politici per la sua vicinanza al Pirellone. In primo grado, nell’ottobre 2023, il processo che aveva coinvolto 62 imputati si era concluso con 11 condanne e 51 assoluzioni. Con la decisione di secondo grado, la gran parte delle pene è stata ulteriormente ridotta o annullata.
È stata emessa la sentenza per l’omicidio di Nada Cella, segretaria di Chiavari uccisa nel 1996 nello studio del commercialista Marco Soracco, dove lavorava: Anna Lucia Cecere è stata condannata a 24 anni per il delitto. A Soracco è stata invece inflitta una pena di due anni per favoreggiamento. La pm Gabriella Dotto aveva chiesto l’ergastolo per Cecere – ex insegnante che subito dopo il delitto si trasferì a Boves (Cuneo) – e quattro anni per il commercialista.
Il caso è stato riaperto nel 2021
Come stabilito dal processo, Cella è stata uccisa dal Cecere che, invaghita del commercialista, avrebbe visto in lei una potenziale rivale, anche per il posto di lavoro. Soracco fu inizialmente sospettato per l’omicidio. E fu indagata anche Cecere, che era stata vista uscire trafelata dal palazzo: la sua posizione fu però subito archiviata, nonostante fossero stati trovati a casa sua dei bottoni con base metallica incastonata identici a uno trovato vicino al corpo della vittima. Il cold case è stato riaperto nel 2021 con l’ascolto di nuovi testimoni, tra cui anche la madre di Soracco.
Ritrovato il cadavere di Annabella Martinelli, la 22enne padovana il cui corpo senza vita è stato rinvenuto nei Colli Euganei. Il cadavere della giovane, studentessa dell’università di Bologna, è stato individuato appeso a un albero da un passante che ha avvisato le forze dell’ordine. L’area si trova a meno di un chilometro dal luogo in cui era stata lasciata la bici viola, a circa venti chilometri da Padova. Secondo una prima ricostruzione, Annabella avrebbe proseguito a piedi per alcune centinaia di metri dopo aver abbandonato il mezzo. Della ragazza non si avevano più notizie dalla sera del 6 gennaio, giorno dell’Epifania, l’allarme era scattato nella notte per iniziativa dei genitori. Le ultime immagini, diffuse dalla procura di Padova e riprese dalle telecamere di videosorveglianza di Teolo, mostrano la giovane quella sera in jeans e giubbotto verde, con uno zainetto rosso sulle spalle, occhiali neri, senza guanti e con due pizze sistemate sul portapacchi della bicicletta.
La Corte europea dei diritti umani ha condannato l’Italia per la morte di Riccardo Magherini, avvenuta a Firenze nella notte del 3 marzo 2014, mentre l’uomo giaceva a terra immobilizzato dai carabinieri. Secondo i giudici di Strasburgo lo Stato italiano è responsabile del decesso in quanto non c’era «l’assoluta necessità» di mantenere Magherini immobilizzato a terra. Censurata inoltre la scelta di affidare gli accertamenti agli stessi carabinieri. La Cedu, che non è entrata nel merito della responsabilità degli uomini dell’Arma, né della loro assoluzione nel procedimento in Italia, ha disposto un risarcimento di 140 mila euro per la famiglia. «Alla luce di questa sentenza mi chiedo se i giudici che hanno assolto quei carabinieri non dovrebbero dimettersi», ha dichiarato il padre di Magherini.
La procura di Milano ha disposto il sequestro del COA, cocktail bar con discoteca in via Lecco, a Porta Venezia, dopo aver accertato gravi violazioni delle norme di sicurezza nella sala da ballo ricavata nel seminterrato. Secondo gli atti, nei fine settimana nel locale si radunavano fino a un centinaio di persone, con un’unica via di accesso e di fuga, che è una scala a chiocciola.
Da anni il proprietario ignora i provvedimenti delle autorità
Le verifiche della polizia locale erano iniziate già nel settembre 2024, a seguito di un esposto dei residenti per disturbo della quiete pubblica. Gli agenti avevano riscontrato la presenza di una discoteca priva della licenza di agibilità e con vie di uscita giudicate inadeguate. Accertamenti analoghi erano stati svolti anche dai carabinieri nell’ottobre successivo. Nonostante due provvedimenti della Procura e un ordine del Comune di cessare l’attività arrivato a metà 2025, il proprietario J. X. H. ha ignorato le attività repressive delle forze dell’ordine e il locale ha continuato a funzionare. Il sequestro è scattato dopo un’ulteriore segnalazione, pochi giorni dopo la tragedia di Capodanno a Crans-Montana, dove 40 persone sono morte in una discoteca sotterranea senza uscite di emergenza. Proprio dopo quell’incendio, il sindaco Beppe Sala e il prefetto Claudio Sgaraglia avevano annunciato controlli più serrati sui locali cittadini.
Sono in corso perquisizioni e interrogatori da parte della Guardia di Finanza presso la sede del Garante della Privacy, nell’ambito di un’indagine della Procura di Roma che vede indagati il presidente Pasquale Stanzione e gli altri membri dell’Autorità: ipotizzati i reati di peculato e corruzione. Gli investigatori stanno procedendo al sequestro di telefoni cellulari e computer per acquisire elementi utili all’indagine.
Pasquale Stanzione (Imagoeconomica).
L’inchiesta è stata avviata in seguito ai servizi di Report. Su Facebook il conduttore Sigfrido Ranucci ha spiegato che al centro delle indagini ci sono «le spese di rappresentanza del Collegio, le spese per la carne comprata dal presidente Stanzione addebitate al Garante e la mancata sanzione di circa 40 milioni di euro nei confronti di Meta per il primo modello di smart glasses commercializzato dalla società di Mark Zuckerberg: i Ray-Ban Stories».
Il giudice della terza sezione penale di Milano, Ilio Mannucci Pacini, ha prosciolto Chiara Ferragni dall’accusa di truffa aggravata per i casi legati al Pandoro Pink Christmas e alle uova di Pasqua. Ma com’è nata l’inchiesta passata alla cronaca con il nome di Pandorogate? E quali sono state le tappe principali della vicenda?
Il Pandorogate scoppia nel dicembre 2023
Tutto è partito nel dicembre 2023, quando un articolo di Selvaggia Lucarelli e una querela del Codacons hanno fatto emergere i primi dubbi su due operazioni commerciali diverse, legate al nome di Chiara Ferragni. Da una parte la vendita del Pandoro Pink Christmas “Limited Edition”, del Natale 2022. Dall’altra le Uova di Pasqua con il marchio dell’influencer, risalenti alle festività del 2021 e dello stesso 2022. In entrambi i casi la vendita dei prodotti è stata associata a raccolte fondi a favore dell’Ospedale Regina Margherita di Torino e all’associazione Bambini delle Fate.
Una foto di Chiara Ferragni con il pandoro Pink Christmas del Natale 2022 (Ansa).
L’inchiesta della Guardia di Finanza
Chiara Ferragni, l’allora amministratore delegato della società Fenice Fabio Damato e Francesco Cannillo, presidente del Consiglio di Amministrazione di Cerealitalia, sono quindi finiti al centro di un’inchiesta della Guardia di Finanza. L’accusa è di aver ingannato i consumatori sul legame tra le vendite e le raccolte di fondi. Nelle carte dell’indagine, invece, si leggeva che le operazioni commerciali avrebbero «indotto in errore un errore un numero imprecisato di acquirenti». I consumatori sarebbero stati «indotti all’acquisto» dalla convinzione di sostenere le cause benefiche. E questo attraverso una «pubblicità ingannevole condivisa via social media e web».
Profitti «ingiusti» per 2,2 milioni di euro
Nell’ottobre 2024 gli inquirenti hanno quindi chiuso l’indagine. Il documento finale dell’inchiesta ha portato all’avvio del processo, iniziato ufficialmente il 23 settembre 2025. Nell’atto Ferragni e gli altri due indagati sono accusati di aver approfittato dei loro stessi consumatori. Mancavano, per gli inquirenti, le giuste «spiegazioni» anche a «chi avanzava richieste volte a conoscere l’effettiva quota destinata all’iniziativa benefica». L’operazione avrebbe permesso loro di ricavare un «ingiusto profitto» per 2,2 milioni di euro dalla vendita di pandori e uova. E senza alcun legame reale tra questi stessi profitti e la beneficenza.
I pm chiedono un anno e otto mesi per Ferragni
Due mesi dopo l’avvio del processo, il 25 novembre 2025, il pm Cristian Barilli e l’aggiunto Eugenio Fusco hanno chiesto per Chiara Ferragni una condanna a un anno e otto mesi di reclusione senza attenuanti. Stessa richiesta anche per Damato, mentre per Cannillo è stato chiesto un anno. Per i pm l’influencer non meritava «né le attenuanti generiche né la sospensione della pena», visto il suo «ruolo preminente» in quella che è stata definita una truffa «con grande diffusività». Per la difesa, guidata dagli avvocati Giuseppe Iannacone e Marcella Bana, non c’era né reato né dolo.
Ferragni prosciolta dalle accuse
Il 14 gennaio 2026 Chiara Ferragni è stata invece prosciolta. Appena fuori dall’aula l’influencer e imprenditrice ha affermato: «Siamo tutti commossi, ringrazio tutti, i miei avvocati e i miei follower». Nel motivare il provvedimento, il giudice non ha riconosciuto l’aggravante della minorata difesa dei consumatori online contestata dai pubblici ministeri, elemento che avrebbe reso il reato perseguibile d’ufficio. Venuta meno questa qualificazione, l’ipotesi di reato è stata ricondotta alla truffa semplice. Ma questa era ormai estinta dopo il ritiro della querela presentata dal Codacons, avvenuto circa un anno fa a seguito di un accordo risarcitorio con Ferragni. Lo stesso esito ha riguardato anche gli altri imputati nel procedimento, l’ex collaboratore dell’imprenditrice digitale Fabio Damato e il presidente di Cerealitalia Francesco Cannillo.
Si è concluso con un proscioglimento il procedimento giudiziario a carico di Chiara Ferragnilegato ai casi del Pandoro Pink Christmas e delle uova di Pasqua. La decisione è stata presa dal giudice della terza sezione penale di Milano, Ilio Mannucci Pacini, al termine del processo celebrato con rito abbreviato. L’influencer era finita a giudizio con l’accusa di truffa aggravata per presunti messaggi ritenuti ingannevoli diffusi sui social network, attraverso i quali, secondo l’impostazione accusatoria, la promozione dei prodotti dolciari avrebbe fatto intendere che una parte degli incassi fosse destinata a iniziative di beneficenza. «Siamo tutti commossi, ringrazio tutti, i miei avvocati e i miei follower», ha detto l’imprenditrice appena fuori dall’aula.
Chiara Ferragni arriva in tribunale (Imagoeconomica).
Secondo il giudice è venuta meno la «minorata difesa dei consumatori»
Nel motivare il provvedimento, il giudice non ha riconosciuto l’aggravante della minorata difesa dei consumatori online contestata dai pubblici ministeri, elemento che avrebbe reso il reato perseguibile d’ufficio. Venuta meno questa qualificazione, l’ipotesi di reato è stata ricondotta alla truffa semplice, ormai estinta dopo il ritiro della querela presentata dal Codacons, avvenuto circa un anno fa a seguito di un accordo risarcitorio con Ferragni. Lo stesso esito ha riguardato anche gli altri imputati nel procedimento, l’ex collaboratore dell’imprenditrice digitale Fabio Damato e il presidente di Cerealitalia Francesco Cannillo.
Un 38enne residente a Spinea (Venezia) è stato arrestato perché ritenuto responsabile, in concorso, dell’omicidio di Sergiu Tarna, il barman moldavo 25enne freddato con un colpo di pistola alla tempia in un campo agricolo di Malcontenta di Mira da Riccardo Salvagno, 40enne agente della polizia locale di Venezia, che è già in carcere da dieci giorni. Si tratta dell’uomo ripreso dalle telecamere la sera del 30 dicembre che, sotto minaccia di una pistola di Salvagno, costringeva Tarna a salire in auto con lui.
L’amico che vive a Tenerife conferma la versione del ricatto sessuale data da Salvagno
In un’intervista al Gazzettino, l’amico che ha ospitato Salvagno per una notte a Tenerife, dove l’omicida era fuggito dopo il delitto, ha confermato la versione data dal vigile, che ha raccontato di un ricatto sessuale da parte di Tarna. Il barman, ha spiegato Salvagno, sarebbe stato in possesso di un video lo si vedeva fare sesso con un uomo e lo aveva usato per ricattarlo. Ma il video, di cui anche altri amici comuni avevano sentito parlare, non è stato ancora individuato. E nemmeno l’arma del delitto. L’omicida, dopo una breve permanenza alle Canarie, è stato poi arrestato a Venezia, dove era rientrato passando da Madrid.
La polizia ha eseguito arresti nei confronti di alcuni giovani torinesi individuati come figure centrali nei violenti episodi verificatisi in città durante le manifestazioni a sostegno della Palestinadel 3 ottobre 2025. L’operazione, coordinata dalla procura di Torino insieme alla procura per i minorenni, è stata denominata Riot e punta a fare luce sulle responsabilità legate ai disordini che avevano interessato diversi quartieri nel corso della giornata.
Gli scontri nella giornata del 3 ottobre
Quel giorno a Torino si erano svolti più cortei in occasione dello sciopero generale promosso da Cgil e Usb, con decine di migliaia di partecipanti scesi in piazza anche in solidarietà con la Palestina e con la Global Sumud Flotilla. La manifestazione organizzata dai sindacati si era conclusa senza criticità, mentre altri gruppi avevano dato origine a scontri e atti vandalici. Le prime tensioni si erano registrate nell’area delle Ogr, dove era in corso l’Italian Tech Week alla presenza, tra gli altri, della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e del fondatore di Amazon Jeff Bezos.
I danneggiamenti all’Ogr di Torino (Ansa).
Successivamente alcuni gruppi antagonisti si erano diretti verso la sede della Leonardo a Collegno, lungo corso Francia, dando vita a un confronto con le forze dell’ordine durato circa un’ora e provocando danni all’esterno dell’azienda e nel parcheggio riservato ai dipendenti. In serata si erano verificati ulteriori episodi nel centro cittadino: alla stazione di Porta Susa persone con il volto coperto avevano lanciato bottiglie e pietre contro la polizia, mentre la notte si era conclusa con nuovi disordini davanti alla Prefettura e in via Po, dove era stato danneggiato l’allestimento di Portici di Carta, la rassegna libraria prevista dal 4 ottobre.
Jessica Moretti non sarà sottoposta alla detenzione domiciliare. Il Tribunale di Sion, accogliendo il parere favorevole della procura, ha scelto di non applicare una misura custodiale nei confronti della donna, disponendo invece una serie di obblighi alternativi. Per ridurre il rischio di fuga, i giudici hanno stabilito il divieto di lasciare il territorio svizzero, il ritiro del passaporto, della carta d’identità e del permesso di soggiorno, l’obbligo di firma quotidiana presso la polizia e il versamento di una cauzione ritenuta congrua. Il marito Jacques, per cui invece è stato convalidato l’arresto, potrebbe tornare libero su cauzione.
Il luogo della strage di Crans-Montana (Ansa).
Intanto proseguono le indagini sulla strage che è costata la vita a 40 persone, con l’inchiesta che procede su più livelli per accertare le responsabilità penali legate all’incendio scoppiato nella notte di Capodanno all’interno del locale. Gli inquirenti stanno lavorando alla ricostruzione dettagliata della dinamica del rogo, ponendo particolare attenzione all’utilizzo di fontane pirotecniche all’interno del bar e al rispetto delle norme di sicurezza della struttura. Sotto esame anche eventuali carenze nei controlli da parte del Comune e di altre istituzioni competenti.
La Procura spagnola ha avviato un’indagine dopo le accuse di aggressioni sessuali rivolte a Julio Iglesias da parte di due ex dipendenti che avevano lavorato nelle sue residenze caraibiche nel 2021. Le contestazioni emergono da una lunga inchiesta giornalistica condotta congiuntamente da elDiario.es e Univision Noticias, durata tre anni, e riguardano una ex collaboratrice domestica e una fisioterapista personale del cantante spagnolo, oggi 82enne. Secondo le testimonianze raccolte, i fatti si sarebbero verificati in diverse proprietà dell’artista, tra cui Punta Cana nella Repubblica Dominicana, Lyford Cay alle Bahamas e una residenza nei pressi di Marbella, sulla Costa del Sol.
Le accuse delle due donne: «Contesto lavorativo segnato da controllo, molestie e terrore»
Le donne descrivono un contesto lavorativo segnato da «controllo, molestie e terrore», parlando di aggressioni sessuali reiterate e di un clima di «umiliazioni» all’interno di quelle che definiscono «le casette del terrore». La prima denunciante che all’epoca dei fatti aveva 22 anni, ha raccontato in un’intervista di essere stata sottoposta a continue pressioni per avere rapporti non consensuali con Iglesias, allora 77enne. «Mi usava quasi tutte le notti», ha dichiarato, spiegando di essersi sentita «un robot» e «una schiava», senza possibilità di opporsi. La donna ha riferito di aver lasciato l’impiego con gravi sintomi di ansia e depressione, tali da rendere necessario un percorso di sostegno psicologico. La seconda accusa arriva da un’ex fisioterapista, che ha denunciato baci e palpeggiamenti non desiderati e rapporti sessuali non consensuali avvenuti sia in spiaggia sia in piscina nella villa di Punta Cana.
Giovedì 15 gennaio il trasporto pubblico locale di Milano si ferma per uno sciopero aziendale di 24 ore, proclamato dal sindacato Al Cobas. L’agitazione riguarda il personale Atm e può provocare disagi su tutte le linee di metropolitana, oltre a tram e autobus, sia in città sia in parte dell’hinterland. Alla base della protesta ci sono la contrarietà a liberalizzazioni e appalti, la richiesta di reinternalizzare i servizi, le critiche al progetto “Milano Next”, oltre a rivendicazioni su sicurezza, organici, gestione delle ferie e aumenti salariali.
Le fasce di garanzia dello sciopero Atm
Una stazione metro di Milano (Imagoeconomica).
Atm ha comunicato le fasce di garanzia: i mezzi circolano regolarmente dall’inizio del servizio fino alle 8.45 e nel pomeriggio tra le 15 e le 18. Fuori da questi orari – quindi dalle 8.45 alle 15 e dalle 18 fino a fine servizio – la circolazione non è garantita e sono possibili cancellazioni o forti riduzioni delle corse. Lo sciopero coinvolge tutte le linee metro, dalla M1 alla M5, oltre al trasporto di superficie. L’adesione potrebbe estendersi anche ai lavoratori di Net, che gestisce servizi nell’hinterland: a Monza sono previste astensioni dalle 9 alle 11.50 e dalle 14.50 a fine servizio, mentre sul servizio extraurbano di Trezzo lo stop è previsto dalle 8.45 alle 15 e dopo le 18.
La Procura di Civitavecchia ha aperto un fascicolo per omicidio sulla scomparsa di Federica Torzullo, la 41enne di Anguillara Sabazia di cui non si hanno notizie dall’8 gennaio. Nell’inchiesta è indagato il marito della donna, mentre le ricerche proseguono su più fronti e senza escludere alcuna ipotesi. I carabinieri, coordinati dai magistrati, stanno operando con il supporto dei vigili del fuoco, che hanno esteso le perlustrazioni anche al lago di Bracciano.
Emerse incongruenze nei racconti del marito
La svolta è maturata dopo giorni di accertamenti che hanno messo in discussione la versione iniziale fornita dall’uomo, lo stesso che aveva denunciato la scomparsa facendo scattare le ricerche. Una telecamera avrebbe ripreso Federica mentre rientra nella villetta in cui viveva, senza però registrare alcuna uscita successiva. Nella tarda serata di lunedì i magistrati hanno disposto il sequestro dell’auto di famiglia e del cellulare del marito, segnando l’abbandono dell’ipotesi di un allontanamento volontario. Lo smartphone è ora analizzato dagli investigatori, che stanno esaminando spostamenti, celle telefoniche, contatti e messaggi. Secondo la procura, coordinata da Alberto Liguori, le incongruenze emerse nei racconti dell’uomo – orari discordanti e versioni non coincidenti – rendono sempre meno credibile l’idea di una fuga. L’ipotesi è che la scomparsa possa essere stata inscenata.
Due scosse di terremoto hanno interessato la Romagna nella mattinata del 13 gennaio. La prima, rilevata intorno alle 9:30, ha avuto una magnitudo stimata tra 4 e 4.5 ed è stata localizzata in provincia di Forlì-Cesena. Pochi minuti più tardi ne è seguita un’altra, compresa tra 3.7 e 4.2, con epicentro nel territorio ravennate. Il sisma è stato percepito in un’area ampia, praticamente in tutta la Romagna, e in diversi quartieri di Forlì molte persone sono scese in strada. Al momento non risultano danni a persone o edifici. A scopo precauzionale, la circolazione ferroviaria è stata interrotta temporaneamente per consentire controlli tecnici sulle infrastrutture.
Si è chiuso il filone del rito abbreviato del processo Hydra: il giudice per l’udienza preliminare Emanuele Mancini ha pronunciato 24 condanne per associazione mafiosa, accogliendo integralmente le richieste avanzate dai pubblici ministeri. La pena più pesante, pari a 16 anni di reclusione, è stata inflitta a Massimo Rosi, indicato come reggente della locale di ’ndrangheta di Lonate Pozzolo. Seguono i 14 anni e 8 mesi comminati a Filippo Crea, ritenuto emissario della ’ndrina Iamonte, e i 14 anni a Giuseppe Fidanzati: per tutti e tre l’accusa aveva sollecitato una condanna a 20 anni. Al termine della camera di consiglio è stata riconosciuta la colpevolezza per 62 dei 78 imputati che avevano optato per il rito abbreviato. Il computo complessivo delle pene sfiora i cinque secoli di carcere, a fronte dei 570 anni richiesti dall’accusa.
Il giudice: «Sistema mafioso lombardo alleato con Cosa Nostra, ‘ndrangheta e camorra»
Nel dispositivo letto nell’aula bunker del carcere di Opera, il gup ha inoltre dato atto dell’esistenza del «sistema mafioso lombardo», confermando l’ipotesi investigativa che parlava di una «alleanza» tra appartenenti a Cosa Nostra, ’ndrangheta e camorra in Lombardia finalizzata a fare «affari». Il giudice ha così avallato l’impostazione della Direzione distrettuale antimafia e della Procura ordinaria, secondo cui è operativa un’associazione mafiosa «costituita da appartenenti alle tre diverse organizzazioni», con articolazioni riconducibili alle famiglie siciliane di Palermo, Castelvetrano e Catania, alle ramificazioni romane del clan Senese e alle locali calabresi con proiezioni lombarde. Nello stesso procedimento, Mancini ha disposto il rinvio a giudizio di altri 45 indagati e ha pronunciato ulteriori condanne rilevanti: 13 anni e 4 mesi a Rosario Abilone, 14 anni a Bernardo Pace e pene tra gli 11 e i 12 anni per i fratelli Michele e Domenico Pace del mandamento di Trapani, 11 anni a Giacomo Cristello, 13 anni e 8 mesi a Grasso, 11 anni e 8 mesi ad Antonino Galioto, 10 anni e 8 mesi a Maria Domenica Postù e 10 anni e mezzo a Domenico Brancaccio. Sono state riconosciute attenuanti ai collaboratori di giustizia Francesco Bellusci, condannato a 4 anni e mezzo, e a William Alfonso Cerbo con Saverio Pintaudi della cosca Iamonte, che ha ricevuto 5 anni.
Tra i 12 giovani ricoverati al Niguarda di Milano dopo il rogo di Crans-Montana «due o tre sono molto migliorati», tra cui un ragazzo che si può dire ormai fuori pericolo. Guido Bertolaso, assessore al Welfare della Regione Lombardia, Guido Bertolaso. «Si muove, si sposta, ma comunque ha bisogno di tutta una serie di medicazioni continue, quindi non possiamo certo dire che il problema è risolto», ha spiegato l’ex capo della Protezione Civile. Così sugli gli altri due giovani citati: «Probabilmente nei prossimi giorni li trasferiremo in altri ospedali».