Morto Mario Sossi, l’ex magistrato sequestrato dalle Br

Scomparso a Genova a 87 anni il pubblico ministero nel processo al Gruppo XXII Ottobre. Nel 1974 rimase ostaggio dei brigatisti per oltre un mese.

È morto a Genova all’età di 87 anni l’ex magistrato e politico Mario Sossi. Pubblico ministero nel processo al Gruppo XXII Ottobre, nel 1974 venne tenuto sotto sequestro dalle Brigate rosse per oltre un mese. Un gruppo di 20 terroristi, con sette auto e un furgoncino, lo sequestrò la sera del 18 aprile 1974 al suo rientro a casa in via Forte San Giuliano a Genova: Sossi fu colpito e caricato su un’Autobianchi A112 guidata da Alberto Franceschini, seguito da Mara Cagol su una Fiat 128. Nell’intervista rilasciata a Giovanni Minoli per il programma La storia siamo noi, Sossi ha dichiarato che a seguito della sparatoria, l’auto su cui si trovava, incatenato dentro a un sacco, andò a sbattere contro un albero. Fu in quell’occasione che si procurò l’ecchimosi che è evidente nelle prime foto diffuse dalle Br.  Le Brigate Rosse chiesero per la sua liberazione come contropartita la liberazione di otto terroristi del Gruppo XXII Ottobre e il loro trasporto in un Paese amico, ma i Paesi considerati potenziali benevoli ospitanti declinarono tutti l’asilo politico, prima Cuba, poi Algeria e Corea del Nord. La Corte d’assise d’Appello di Genova il 20 maggio 1974 diede parere favorevole alla libertà provvisoria, ma il procuratore generale presso la Corte d’Appello di Genova Francesco Coco (poi ucciso dalle Br) si rifiutò di controfirmare l’ordinanza di scarcerazione degli otto terroristi e presentò ricorso in Cassazione. Sossi venne comunque liberato a Milano il 23 maggio 1974. Subito dopo la sua liberazione non cercò di avvisare nessuno, tornò solitario a Genova in treno e infine si presentò alla Guardia di finanza di Genova.

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Le cose da sapere sull’inchiesta Ombre Nere e le indagini sui neonazisti

Emergono nuovi particolari sul partito di estrema destra. Nelle intercettazioni messaggi in favore di Borghezio e Bannon e il disegno per la creazione di cellule invisibili.

Nuovi inquietanti tasselli si uniscono alla complessa inchiesta Ombre Nere sulla creazione di un partito nazionalsocialista italiano su stampo di quello nazista. Secondo quanto scrive Repubblica dalle intercettazioni della Digos emergono altri particolari. Il quotidiano in particolare riporta lo stralcio di una conversazione tra le persone coinvolte: «Serve gente come Borghezio e Bannon», diceva una dei militanti, riferendosi all’ex europarlamentare della Lega e all’ex consigliere di Donald Trump.

LA VICENDA: 19 INDAGATI PER ASSOCIAZIONE EVERSIVA

A fine novembre la Procura di Caltanissetta aveva iscritto 19 persone nel registro degli indagati con l’accusa di aver costituito un nuovo fronte nazista che progettava attentati. Uno degli indagati, in un’intercettazione, spiegava: «Possiamo avere a disposizione armi e esplosivi, sforneremo soldati pronti a tutto». Le indagini, partite da Enna, hanno coinvolto diversi estremisti di destra del Nord.

L’ARSENALE IN FRANCIA E L’EX LEGIONARIO A CAPO DEL GRUPPO

Nel corso delle indagini gli inquirenti hanno individuato in Francia un vero e proprio arsenale. Gli uomini della Procura di Caltanissetta, in collaborazione con la polizia d’Oltralpe, hanno trovato otto fucili, quattro revolver, una carabina, una pistola semiautomatica e due valigette con munizioni di vario calibro in un immobile della località di Saint-Dalmas-de-Tende. Le armi sequestrate erano nella disponibilità dell’ex collaboratore di giustizia Pasquale Nucera, 64enne ex legionario ed ex vice coordinatore di Forza Nuova nella provincia di Imperia, fermato sempre a fine novembre. Per chi indaga Nucera è considerato il capo dell’organizzazione svolgendo anche il ruolo di reclutatore del gruppo e si proponeva come addestratore vantando la sua passata esperienza militare. L’uomo assieme alla sua compagna aveva la disponibilità di una serie di appartamenti e appezzamenti di terreno in Francia. Nel corso dei sopralluoghi, i poliziotti hanno anche trovato una foto di Nucera vestito da Templare.

LA RETE E LE ATTIVISTE DI HITLER

Nelle carte dell’inchiesta sono spuntati anche due profili di primo piano della rete. La prima, Antonella Pavin, si faceva chiamare ‘Sergente maggiore di Hitler’ e aveva il compito di diffondere ideologie xenofobe. Quarantotto anni e residente nel Padovano, aveva affermato che «non esistevano le camere a gas» e che «ad Auschwitz e negli altri campi di concentramento c’erano le piscine». Su VKontakte, social network russo, lanciava invettive contro rom e gay. L’altra donna finita sotto i riflettori è la 36enne Milanese “Miss HitlerFrancesca Rizzi. Entrambe tenevano le fila della rete. Rizzi, ha scritto Repubblica, era in contatto con un uomo residente nel Cuneese che raccontava di essere stato un mercenario in Africa dove si occupava di «sparare alla gente e tagliare teste».

LA COSTRUZIONE DELLA CELLULA

Tra i contatti di Rizzi c’era anche il presidente di uno strano movimento operativo a Roma, “La rinascita dell’Italia“, che chiedeva a Miss Hitler due persone per un raid notturno contro la Prefettura o la sede di Equitalia: «Le facciamo saltare in aria, e non facciamo danni a nessuno». Pavin nelle varie telefonate ribadiva la necessità di creare un'”armata” perché «purtroppo esercito e forze armate sono per tre quarti fedeli allo Stato». Proprio per quello, i vertici del partito cercavano di creare in tutta Italia dei fedelissimi per creare “gruppi invisibili” di azione. In un’altra intercettazione un membro del gruppo proponeva di ingaggiare uno straniero di nazionalità marocchina per il lancio di una molotov contro una sede dell’Anpi in Liguria, affinché risultasse come unico colpevole.

LE CHAT RUSSE E L’INTERNAZIONALIZZAZIONE DELLA RETE

La maggior parte delle conversazioni si svolgevano su chat russe e su un gruppo whatsapp. Il network cercava anche di intessere una serie di legami all’estero: accreditandosi in diversi circuiti internazionali, aveva contattato organizzazioni di rilievo come “Aryan Withe Machine – C18” (espressione del circuito neonazista Blood & Honour inglese) ed il partito d’estrema destra lusitano “Nova Ordem Social“.

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La Consulta deciderà sull’esclusione di Autostrade dalla ricostruzione del Ponte Morandi

Il Tar ha deciso di trasmettere alla Corte Costituzionale il quesito di Aspi, sospendendo il giudizio sul ricorso presentato per chiedere l'annullamento del decreto Genova.

Il Tar della Liguria ha deciso di trasmettere alla Corte Costituzionale il quesito di Autostrade contro il decreto Genova che l’ha estromessa dalla demolizione e ricostruzione del Ponte Morandi. Nell’attesa ha sospeso il giudizio sul ricorso di Aspi sull’annullamento del decreto stesso. Lo hanno deciso i giudici del Tar regionale secondo quanto emerge dalle ordinanze depositate in mattinata. I giudici amministrativi hanno rilevato profili di incostituzionalità. Aspi aveva rinunciato a bloccare i lavori.

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Schiaffi e insulti contro i bambini all’asilo, sospesa maestra nel Varesotto

Secondo le indagini la donna picchiava i bambini fin dal 2017. E in alcuni momenti avrebbe fatto entrare il compagno nella struttura per appartarsi con lui.

Una maestra di asilo nido di Coquio Trevisago (Varese) è stata sospesa dalla professione per sei mesi dal gip con l’accusa di aver maltrattato bambini di età compresa tra pochi mesi e due anni. La donna, a quanto emerso da un’indagine dei carabinieri, urlava ed offendeva i piccoli e in alcune occasioni li avrebbe schiaffeggiati e lasciati da soli in preda a crisi di pianto. A far scattare le indagini i genitori di un bimbo che aveva avuto incubi notturni e mostrava difficoltà relazionali.

«Sei proprio un terrone», «guardati, fai schifo» e, ancora, «piangi che così ti passa». Sarebbero queste alcune delle frasi che la maestra ha rivolto ai piccoli affidati dai genitori. La donna, secondo quanto ricostruito dai carabinieri, avrebbe maltrattato i bambini a partire dal 2017, in venti occasioni.

Dalle indagini è emerso anche che la maestra si appartava in uno stanza con il compagno fatto entrare di nascosto all’asilo nido, lasciando soli i bambini. Le telecamere installate dai carabinieri, su disposizione del pm di Varese, hanno filmato l’uomo mentre entrava nella struttura e si chiudeva in una stanza, nascosta ai bambini, con la donna per consumare rapporti sessuali.

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Pacco bomba al Viminale da un nostalgico di Salvini

L'episodio risale a fine ottobre. L'ordigno è stato disinnescato, ma poteva esplodere. Era avvolto da ritagli di giornali che inneggiavano al ritorno del leghista all'Interno. Solidarietà di Pd e Raggi alla ministra Lamorgese.

Tensione politica permanente che è sfociata in atto intimidatorio. E poteva finire peggio. Un pacco bomba destinato al Viminale è stato infatti intercettato nell’ufficio smistamento delle Poste in via Ostiense, a Roma, e disinnescato dagli artificieri della polizia.

INNESCO CON BATTERIE: POTEVA ESPLODERE

Il ritrovamento, di cui scrive il sito di Leggo, risale a fine ottobre. Stando a quanto confermano gli investigatori, il pacco poteva esplodere: all’interno c’era innesco con batterie collegato a un contenitore con della polvere pirica.

ESCLUSA LA MATRICE ANARCO-INSURREZIONALISTA

Sono partite le indagini, ma dai primi accertamenti svolti dalla Digos e dall’Antiterrorismo, coordinati dalla procura di Roma, si escluderebbe una matrice anarcoinsurrezionalista. Secondo Leggo dentro la busta che avvolgeva la bomba c’erano alcuni ritagli di quotidiani che auspicavano il ritorno di Matteo Salvini al Viminale.

DECISIVO L’ESAME AI RAGGI X

Il plico era indirizzato genericamente al «ministero dell’Interno», senza che vi fosse indicato un destinatario. A intercettarlo è stato uno degli impiegati delle Poste, insospettito da ciò che aveva visto quando il pacco è stato esaminato ai raggi x. Dall’ufficio postale hanno immediatamente chiamato gli artificieri, che hanno analizzato il pacco e disinnescato l’ordigno.

IL PD: «CRESCONO GLI EPISODI PREOCCUPANTI»

Dopo la notizia sono arrivati i primi commenti di solidarietà. Il Partito democrartico con una nota di Roberta Pinotti ha scritto: «Siamo vicini al ministro Lamorgese e alle donne e agli uomini che lavorano al Viminale, per il grave gesto intimidatorio. Rivolgiamo il nostro ringraziamento alle forze dell’ordine per la costante azione in difesa della sicurezza dei cittadini e delle istituzioni, che, anche in questo caso, ha consentito di evitare danni alle persone. Negli ultimi mesi stiamo assistendo a un crescente numero di episodi preoccupanti, tesi a creare tensione e allarme. Quanti perseguono tali obiettivi, sappiano che le istituzioni repubblicane sono salde e non si faranno intimorire».

RAGGI: «SI FACCIA SUBITO CHIAREZZA»

Su Twitter la sindaca di Roma Virginia Raggi ha espresso «solidarietà al ministro dell’Interno Luciana Lamorgese e a tutti i dipendenti del ministero. Il pacco bomba destinato al Viminale è un episodio inquietante. Si faccia subito chiarezza. Le istituzioni sono unite e non si lasciano intimidire».

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Spara per aver sentito “armeggiare” davanti casa e uccide un uomo

È successo a Bazzano in Valsamoggia. La vittima non è ancora stata identificata.

Ha sentito «armeggiare» davanti alla porta di casa e ha sparato. Questo il racconto di una donna di Bazzano, in Valsamoggia nel bolognese, che ha chiamato il 112 dopo che suo marito ha aperto il fuoco dalla finestra. Uscendo in attesa dei carabinieri, i coniugi hanno trovato il cadavere di un uomo la cui morte è stata accertata dal 118. I carabinieri stanno indagando per chiarire quanto è accaduto. È

LA VITTIMA NON ANCORA IDENTIFICATA

Sul posto sono intervenuti i militari del nucleo operativo radiomobile della Compagnia di Borgo Panigale insieme con quelli della stazione di Bazzano e del Nucleo investigativo del comando provinciale di Bologna. La salma dell’uomo non è ancora stata identificata. La pistola era regolarmente detenuta.

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Morta di meningite a Brescia, sette medici indagati

La Procura ha aperto un fascicolo contro i dottori che hanno seguito la 19 morta il 2 dicembre scorso. L'ipotesi è di omicidio colposo. I Pm: atto dovuto per accertare i fatti.

Sarà eseguita questa mattina agli Spedali civili di Brescia l’autopsia sul corpo della 19enne stroncata dalla meningite lunedì 3 dicembre a Brescia. Intanto la Procura ha iscritto nel registro degli indagati sette medici con l’accusa di omicidio colposo. Atto dovuto quello della magistratura per permettere tutti gli accertamenti medici necessari. I medici indagati sono professionisti che hanno preso in carico la paziente dal momento dell’arrivo al pronto soccorso fino al decesso.

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Morta di meningite a Brescia, sette medici indagati

La Procura ha aperto un fascicolo contro i dottori che hanno seguito la 19 morta il 2 dicembre scorso. L'ipotesi è di omicidio colposo. I Pm: atto dovuto per accertare i fatti.

Sarà eseguita questa mattina agli Spedali civili di Brescia l’autopsia sul corpo della 19enne stroncata dalla meningite lunedì 3 dicembre a Brescia. Intanto la Procura ha iscritto nel registro degli indagati sette medici con l’accusa di omicidio colposo. Atto dovuto quello della magistratura per permettere tutti gli accertamenti medici necessari. I medici indagati sono professionisti che hanno preso in carico la paziente dal momento dell’arrivo al pronto soccorso fino al decesso.

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Appalti pilotati e corruzione, 10 arresti a Roma

Imprenditori e funzionari pubblici sono finiti in manette con l'accusa di corruzione, truffa ai danni dello Stato e turbata libertà degli incanti.

Dieci persone, tra imprenditori e funzionari pubblici, sono stati arrestati a Roma le accuse di corruzione, truffa ai danni dello Stato e turbata libertà degli incanti. Coinvolti tre imprenditori operanti nel settore dell’edilizia, manager privati e funzionari pubblici dell’Agenzia delle dogane e monopoli. Gli agenti della sezione “Anticorruzione” della Squadra Mobile hanno provveduto anche al sequestro preventivo per un valore di oltre 9 milioni di euro.

L’indagine avrebbe riguardato rapporti illeciti tra un gruppo imprenditoriale e alcuni funzionari nell’aggiudicazione di appalti sulla gestione e ristrutturazione di immobili del fondo di previdenza del Mef. L’operazione nasce da un’attività investigativa svolta dalla Squadra Mobile, insieme con l’Ufficio Antifrode dell’Agenzia delle Entrate, e coordinata dalla Procura di Roma.

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L’indagine sulle presunte spese pazze di Mifsud

Il misterioso docente maltese, coinvolto nel Russiagate, è finito sotto la lente per un buco di decine di migliaia di euro. Viaggi e telefonini: gli acquisti nel mirino della procura di Agrigento.

La procura di Agrigento indaga sulle presunte spese pazze di Joseph Mifsud, il misterioso docente maltese coinvolto nel Russiagate, scomparso dai radar da fine 2017, che per alcuni anni è stato presidente del Consorzio universitario della Città dei Templi. I reati ipotizzati nel fascicolo sono, al momento, truffa e abuso d’ufficio. Le indagini sono state avviate dopo che il presidente facente funzioni del Consorzio universitario, Giovanni Di Maida, ha scoperto un “buco” di 100, forse 200 mila euro, e ha presentato un esposto alla Guardia di finanza. Gli ammanchi sarebbero dovuti a spese compiute da Mifsud – per viaggi all’estero, acquisto di telefonini, ma anche bollette telefoniche da 4 mila euro – nel periodo in cui è stato presidente del Consorzio universitario di Agrigento – dal 2009 al 2012 – su indicazione dell’allora presidente della Provincia Eugenio D’Orsi.

SEQUESTRATI CENTINAIA DI DOCUMENTI

Solo nel 2010, con la carta di credito, Mifsud avrebbe fatto spese, secondo l’esposto, per 35.369 euro; 6.090 euro, invece, nel 2011 quando la carta di credito utilizzata venne sospesa però da maggio a settembre. Mifsud di recente è stato anche condannato dalla Corte dei Conti di Palermo a risarcire un danno erariale alla provincia di Agrigento. La Guardia di finanza della città siciliana ha già sequestrato centinaia di documenti sulle presunte spese pazze sostenute da Mifsud mentre era a capo dell’università. Documenti, bollette telefoniche, biglietti aerei, bolle di acquisto di telefoni cellulari e molto altro. Carte che documenterebbero i ripetuti viaggi in Russia, ma anche a Malta, Usa, Inghilterra, Libia, Libano.

IL RUOLO DI MIFSUD NEL RUSSIAGATE

Mifsud, di cui non si hanno più notizie da ottobre 2017, è colui che a Roma nel 2016 avvicinò uno dei consulenti di Donald Trump parlandogli delle email compromettenti di Hillary Clinton nelle mani dei russi, inducendo poi l’Fbi ad aprire l’indagine sul Russiagate. Indagine che il presidente Usa ritiene un complotto tramato dall’amministrazione Obama, con la complicità di qualche servizio occidentale, per ostacolare nel 2016 la sua corsa e costruire collusioni del suo staff con la Russia. L’amministrazione Trump ha avviato una controinchiesta sulle origini del Russiagate, che da amministrativa e diventata ora penale, affidata a John Durham, procuratore federale, sotto la supervisione del ministro della Giustizia William Barr. I due hanno incontrato a Roma i vertici dell’intelligence: nei colloqui si sarebbe parlato anche del ruolo di Mifsud sul cui conto, però, i servizi segreti italiani avrebbero spiegato di non aver mai avuto notizie particolari.

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BpVi, la Fondazione Roi fa causa al cda di Zonin

L'ente creato dal marchese Boso Roi ha ottenuto il via libera dalla Regione per chiedere i danni all'ex presidente dopo il crack dell'istituto vicentino.

La Regione Veneto ha dato il via libera alla Fondazione Roi per agire in sede civile contro Gianni Zonin. L’ente di mecenatismo culturale eredità dal marchese Boso Roi per finanziare le attività museali ha deciso di citare in giudizio l’ex presidente che l’aveva presieduta dal 2009 all’estate del 2015, ma anche i vari cda che si sono succeduti.

LEGGI ANCHE: Zonin rinviato a giudizio per il dissesto della BpVi

L’attuale amministrazione della fondazione aveva chiesto al consiglio regionale di chiedere i danni derivanti da investimenti in azioni nella Banca Popolare di Vicenza quantificati in 23 milioni di euro. Come ha riportato il 3 dicembre il Corriere del Veneto, Venezia ha dato il suo via libera con una delibera regionale in base alle funzioni di controllo dell’ente guidato da Luca Zaia.

Il nodo del risarcimento però resta. Sempre secondo quello che scrive il Corriere gli investimenti in titoli della BpVi erano superiori ai 23 milioni. La fondazione era infatti uno dei primi soci dell’istituto con un portafoglio di 510 mila azioni. Non è però detto possano essere recuperati tutti gli investimenti. Nel 2017, infatti, Fondazione Roi aveva accettato la proposta di transazione della Banca recuperando circa 5,1 milioni di euro.

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I mafiosi detenuti possono avere benefici anche se non collaborano con la giustizia

Ecco perché la Consulta ha dichiarato incostituzionale l'articolo 4 bis, primo comma dell'ordinamento penitenziario.

Il detenuto per un reato di mafia può essere premiato se collabora con la giustizia, ma non può essere punito ulteriormente – negandogli benefici riconosciuti a tutti, come i permessi premio – se non collabora. La Consulta ha infatti dichiarato incostituzionale l’articolo 4 bis, primo comma dell’ordinamento penitenziario. Le motivazioni della sentenza sono state pubblicate il 4 dicembre.

Per la Corte costituzionale se il mafioso detenuto non parla, si continua a presumere che sia socialmente pericoloso. Ma questa presunzione non va intesa in senso assoluto e può essere superata se il Tribunale di Sorveglianza raccoglie elementi tali da escludere che il detenuto stesso abbia ancora collegamenti con l’organizzazione criminale o che sussista il pericolo di ripristinarli.

Non bastano quindi la buona condotta o la mera partecipazione al percorso rieducativo, né tantomeno una semplice dichiarazione di dissociazione. La presunzione di pericolosità – non più assoluta ma relativa – può essere superata solo in presenza di elementi concreti che dimostrino il venir meno del vincolo mafioso.

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Omicidio Sacchi, Anastasia al gip: «Non sapevo dei 70 mila euro»

La giovane indagata per il tentato acquisto di droga nel caso che ha portato all'uccisione del fidanzato si difende: «Io e Luca a quel pub come mille altre volte».

È stata ascoltata nell’ufficio del gip di Roma nell’ambito dell’interrogatorio di garanzia Anastasia Kylemnyk, la fidanzata di Luca Sacchi accusata di tentativo di acquisto di droga nell’ambito della vicenda conclusasi con l’omicidio del giovane romano.

«NON SAPEVO DEI 70 MILA EURO NELLO ZAINO»

Berretto rosa calato sugli occhi e occhiali da sole, la giovane è stata accompagna dal suo difensore, l’avvocato Giuseppe Concioni. «Non sapevo di avere 70 mila euro nello zaino ed ero davanti a quel pub con Luca come mille altre volte era capitato», ha detto Anastasia agli inquirenti, spiegando come lei e Luca fossero «completamente estranei alla vicenda». Per l’avvocato Concioni, «Il comportamento di Anastasia durante l’interrogatorio ha dato atto della sua estraneità sull’ipotizzato traffico di stupefacenti»

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Omicidio Sacchi, Anastasia al gip: «Non sapevo dei 70 mila euro»

La giovane indagata per il tentato acquisto di droga nel caso che ha portato all'uccisione del fidanzato si difende: «Io e Luca a quel pub come mille altre volte».

È stata ascoltata nell’ufficio del gip di Roma nell’ambito dell’interrogatorio di garanzia Anastasia Kylemnyk, la fidanzata di Luca Sacchi accusata di tentativo di acquisto di droga nell’ambito della vicenda conclusasi con l’omicidio del giovane romano.

«NON SAPEVO DEI 70 MILA EURO NELLO ZAINO»

Berretto rosa calato sugli occhi e occhiali da sole, la giovane è stata accompagna dal suo difensore, l’avvocato Giuseppe Concioni. «Non sapevo di avere 70 mila euro nello zaino ed ero davanti a quel pub con Luca come mille altre volte era capitato», ha detto Anastasia agli inquirenti, spiegando come lei e Luca fossero «completamente estranei alla vicenda». Per l’avvocato Concioni, «Il comportamento di Anastasia durante l’interrogatorio ha dato atto della sua estraneità sull’ipotizzato traffico di stupefacenti»

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Emergenza climatica: Italia sesta nel mondo per numero di vittime dal 1999

I dati del Climate Risk Index hanno fotografato l'impatto degli eventi meteorologici estremi. Il nostro Paese è anche 18esimo al mondo per perdite economiche pro capite.

Negli ultimi due decenni, dal 1999 al 2018, l’Italia è al sesto posto nel mondo per numero di vittime causate dagli eventi meteorologici estremi, e diciottesima per numero di perdite economiche pro capite. I dati emergono dal Climate Risk Index di Germanwatch. Nel complesso, nel ventennio l’Italia risulta il ventiseiesimo Paese più colpito dagli eventi estremi. Guardando al 2018, invece, si piazza al 21/o posto.

I PAESI PIÙ COLPITI DAL CAMBIAMENTO CLIMATICO

Il rapporto di Germanwatch, diffuso a Madrid in occasione della Cop25, ha posto l’accento sul fatto che le condizioni meteorologiche estreme, legate ai cambiamenti climatici, stanno colpendo non solo i Paesi più poveri come Myanmar e Haiti, ma anche alcuni dei Paesi più ricchi del mondo. Nel 2018 il Paese più colpito dagli eventi estremi è infatti il Giappone, che l’anno scorso ha dovuto fare i conti con piogge eccezionali, ondate di calore e tifoni. Seguono Filippine, Germania, Madagascar, India, Sri Lanka, Kenya, Ruanda, Canada e Fiji. In termini assoluti, è l’India a essere prima sia per numero di vittime (2.081, davanti alle 1.282 giapponesi e alle 1.246 tedesche), sia per perdite economiche: (37,8 miliardi), cui seguono i 35,8 miliardi del Giappone. L’Italia, nella classifica annuale, è invece ottava per perdite economiche pro-capite, e ventottesima per morti. Tornando agli ultimi due decenni (1999-2018), la classifica generale degli Stati più colpiti dagli eventi estremi non vede alcun Paese ricco tra i primi dieci, che sono Portorico, Myanmar, Haiti, Filippine, Pakistan, Vietnam, Bangladesh, Thailandia, Nepal e Dominica.

PER L’AGENZIA UE SULL’AMBIENTE A RISCHIO GLI OBIETTIVI PER IL 2020

Le cattive notizie però non si fermano. Secondo il sesto rapporto sullo Stato dell’ambiente pubblicato dall’Agenzia europea competente l’Ue fallirà gran parte degli obiettivi sul mantenimento della biodiversità al 2020, e senza una svolta su ambiente e clima rischia di non poter raggiungere quasi tutti i target al 2030. Le reazioni delle organizzazioni ambientaliste guardano tutte alla Comunicazione sul “Green deal“, l’agenda verde della Commissione von der Leyen attesa per l’11 dicembre.

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Revocato l’obbligo di dimora al sindaco di Bibbiano

Andrea Carletti, secondo i giudici della Cassazione, non poteva nemmeno essere arrestato. Caduta l'ultima misura di custodia cautelare. Ora l'esponente del Pd potrà affrontare il processo a piede libero.

La Cassazione ha revocato l’obbligo di dimora nei confronti di Andrea Carletti, il sindaco di Bibbiano appartenente al Partito democratico indagato nell’inchiesta Angeli e Demoni, con al centro il presunto sistema di affidi illeciti scoppiato in provincia di Reggio-Emilia. A giugno Carletti era stato arrestato, a distanza di sei mesi è tornato completamente libero, con la caduta dell’ultima misura di custodia cautelare cui era stato sottoposto. La motivazioni dei giudici non sono state ancora pubblicate, ma la Cassazione avrebbe deciso per la revoca sentenziando che non sussistevano le condizioni per l’arresto

Carletti, difeso dagli avvocati Giovanni Tarquini e Vittorio Manes, aveva fatto ricorso contro la decisione del Tribunale del Riesame del 20 settembre, che aveva revocato gli arresti domiciliari ma aveva applicato al sindaco l’obbligo di dimora nella sua casa di Albinea, sempre in provincia di Reggio-Emilia. Il primo cittadino, sospeso dal suo ruolo su decisione del prefetto e autosospesosi anche dal Pd, è accusato di abuso d’ufficio e falso in relazione alle pratiche riguardanti alcuni locali destinati alla gestione dei minori coinvolti nello scandalo.

Ora potrà affrontare a piede libero il processo, assieme agli altri 28 indagati. Per la metà di dicembre è prevista la chiusura delle indagini preliminari. «Esprimiamo soddisfazione, ma con cautela al tempo stesso in vista del processo», si sono limitati a dire i legali di Carletti.

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Tragedia di Rigopiano, raffica di archiviazioni

Escono definitivamente dall'inchiesta gli ex presidenti della Regione Abruzzo Luciano D'Alfonso, Ottaviano Del Turco e Gianni Chiodi.

Raffica di archiviazioni nell’inchiesta sulla tragedia dell’Hotel Rigopiano, travolto il 18 gennaio 2017 da una valanga che ha provocato la morte di 29 persone. Il gip del Tribunale di Pescara, Nicola Colantonio, ha infatti prosciolto 22 indagati. Fra loro ci sono anche gli ex presidenti della Regione Abruzzo Luciano D’Alfonso, Ottaviano Del Turco e Gianni Chiodi, l’ex sottosegretaria alla Giustizia Federica Chiavaroli e la funzionaria della Protezione civile Tiziana Caputi.

L’archiviazione era stata chiesta dagli stessi inquirenti, il procuratore capo Massimiliano Serpi e il sostituto Andrea Papalia. Alcuni familiari delle vittime si erano opposti, ma il gip ha respinto i loro ricorsi sostenendo che «le risultanze investigative non permettono di sostenere l’accusa in giudizio».

Alessio Feniello, padre di una delle 29 vittime, ha commentato con amarezza: «Alla fine la colpa sarà di chi stava in hotel, di chi lavorava a Rigopiano e di chi c’è andato in vacanza. Per quanto riguarda me e la mia famiglia non ho parole, mi sento preso in giro».

ESCONO DAL PROCESSO GLI ASSESSORI ALLA PROTEZIONE CIVILE

Oltre ai tre ex governatori, escono dal processo anche gli assessori regionali che si sono succeduti alla Protezione civile: Tommaso Ginoble, Daniela Stati, Mahmoud Srour, Gianfranco Giuliante e Mario Mazzocca; l’ex vice presidente della Regione Abruzzo Enrico Paolini; l’ex direttore generale della Regione Abruzzo Cristina Gerardis. Archiviate inoltre le posizioni di Giovanni Savini, direttore del Dipartimento di protezione civile per tre mesi nel 2014; Silvio Liberatore, responsabile della sala operativa della Protezione civile; Antonio Iovino, dirigente del servizio di Programmazione di attività della protezione civile; Vittorio Di Biase, direttore del Dipartimento opere pubbliche fino al 2015; Vincenzino Lupi, responsabile del 118.

PROSCIOLTA ANCHE LA FUNZIONARIA DELLA PREFETTURA

Prosciolta anche Daniela Acquaviva, funzionaria della Prefettura di Pescara nota per avere risposto telefonicamente al primo allarme lanciato telefonicamente dal ristoratore Quintino Marcella, la quale però resta imputata nel procedimento bis per depistaggio. Archiviazione, soltanto per alcune ipotesi di reato, per l’ex prefetto di Pescara Francesco Provolo; per Andrea Marrone, consulente incaricato per adempiere le prescrizioni in materia di prevenzione infortuni; per Bruno Di Tommaso, legale responsabile della Gran Sasso Resort & Spa; e infine per Carlo Giovani, dirigente della Protezione civile.

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Omicidio Sacchi, Del Grosso: «Non volevo uccidere»

Ma davanti alle domande del pm il ragazzo accusato di essere l'autore materiale del delitto ha preferito non rispondere.

Valerio Del Grosso, accusato dell’omicidio di Luca Sacchi, ha reso dichiarazioni spontanee davanti al gip di Roma nel corso del nuovo interrogatorio di garanzia: «Non volevo uccidere nessuno, era la prima volta che prendevo un’arma in mano», ha detto Del Grosso. Ma davanti alle domande del pubblico ministero, difeso dall’avvocato Alessandro Marcucci, si è avvalso della facoltà di non rispondere. Stessa scelta per il coimputato nel delitto, Paolo Pirino.

LEGGI ANCHE: Omicidio Luca Sacchi, nello zaino di Anastasia c’erano 70 mila euro

Anche Giovanni Princi, l’amico di Luca arrestato pochi giorni fa con l’accusa di spaccio, ha parlato attraverso il suo avvocato, Massimo Pineschi: «Giovanni è addolorato per la morte del suo amico, a cui era molto legato. Per lui è stata una vicenda dolorosissima. So che anche i suoi genitori sono sconvolti per quanto accaduto. Il mio assistito è scosso, è alla sua prima esperienza detentiva, potete immaginare come sta. Valuteremo il ricorso al Tribunale del Riesame dopo avere letto tutti gli atti». Anche Princi ha preferito tuttavia non rispondere alle domande del pm.

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A Venezia il test del Mose è andato bene

Secondo il Consorzio Venezia Nuova la barriera ha mostrato un comportamento «di evidente stabilità».

Le vibrazioni, questa volta, non ci sono state, risposte positive dal test di sollevamento delle paratoie del Mose eseguito la scorsa notte alla bocca di porto di Malamocco, a tre settimane dalla grande acqua alta di 187 cm del 12 novembre. Anche in condizioni di moto ondoso – spiega il Consorzio Venezia Nuova – la barriera ha mostrato un comportamento «di evidente stabilità». Quanto al problema delle vibrazioni riscontrate nella prova del 24 ottobre, il test ha dimostrato che «gli interventi eseguiti e la modifica alle procedure hanno risolto la problematica».

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Prof filo-Hitler: il Pm di Siena dispone il sequestro del profilo Twitter

Il procuratore del capoluogo toscano ha dato mandato alla polizia postale di bloccare in via preventiva l'account del docente. Aperto un fascicolo per propaganda e istigazione a delinquere per motivi razziali.

Il procuratore di Siena Salvatore Vitello ha disposto il sequestro preventivo del profilo Twitter del professor Emanuele Castrucci e l’oscuramento dei tweet a sostegno di Hitler. Per l’esecuzione di entrambi i provvedimenti, di cui parla la Nazione e il Corriere della Sera, è stata data delega alla polizia postale. La procura ha aperto un fascicolo di indagine ipotizzando il reato di propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale etnica e religiosa, aggravata da negazionismo.

LA DIFESA DEL RETTORE FRATI: «MAI SEGNALATI I PRECEDENTI»

La vicenda, innescata il 1 dicembre con la segnalazione di alcuni tweet apertamente nazisti, ha avuto ripercussioni in tutta l’Università di Siena, dove insegna Castrucci. In particolare qualche voce polemica si è alzata contro il rettore Francesco Frati che in un primo momento aveva scaricato ogni responsabilità sul docente salvo poi inasprire i toni con un comunicato molto duro che ne chiedeva il licenziamento. Il 3 dicembre il rettore ha difeso ancora la sua posizione: «A me nessuno studente aveva segnalato questi casi», ha spiegato ai giornalisti che gli chiedevano se avesse in passato ricevuto già segnalazioni su Emanuele Castrucci. «Anche io leggendo indietro i tweet del professore», ha proseguito Frati, «sono rimasto abbastanza sconvolto, si tratta di una escalation. Alla luce di quello che abbiamo letto sicuramente qualche mese fa avremmo potuto capire che c’era qualcosa di strano, ma si trattava di tweet molto meno virulenti di quello clamoroso pubblicato due giorni fa».

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