La Cop25 sul clima di Madrid mette l’umanità davanti a un bivio

Il segretario generale dell'Onu, Antonio Guterres: «Agire nella speranza di un mondo migliore oppure capitolare».

«Agire nella speranza di un mondo migliore oppure capitolare». Si è aperta così, con il discorso del segretario generale dell’Onu Antonio Guterres, la Cop25 di Madrid, la conferenza sul clima cui partecipano le delegazioni dei Paesi firmatari degli Accordi di Parigi del 2015.

L’umanità si trova davanti a un bivio e Guterres ha chiesto ai rappresentanti dei vari governi se vogliono davvero essere ricordati come «la generazione che ha messo la testa sotto la sabbia, che si gingillava mentre il pianeta bruciava».

Il segretario generale delle Nazioni unite ha continuato affermando che i nuovi dati mostrano che i gas serra hanno raggiunto livelli record e che non c’è altro tempo da perdere, aggiungendo che se non si agisce subito contro il carbone «tutti i nostri sforzi per combattere i cambiamenti climatici sono destinati al fallimento».

Guterres ha quindi esortato in particolare i grandi Paesi inquinatori a intensificare i loro sforzi. Altrimenti «l’impatto su tutte le forme di vita del pianeta, compresa la nostra, sarà catastrofico».

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Il professore filo-Hitler dell’università di Siena

Si chiama Emanuele Castrucci, insegna Filosofia del diritto e sostiene che il Führer abbia «difeso l'intera civiltà europea». L'ateneo prima bolla le sue parole come opinioni personali, poi annuncia provvedimenti.

Un tweet pro Hitler pubblicato sul proprio profilo social. Il protagonista è un docente dell’università di Siena, il professor Emanuele Castrucci, che nell’ateneo toscano insegna Filosofia del diritto. «Vi hanno detto che sono stato un mostro per non farvi sapere che ho combattuto contro i veri mostri che oggi vi governano dominando il mondo», si legge in un tweet accompagnato da una foto di Adolf Hitler. Sempre sul suo profilo il docente aggiunge: «Hitler, anche se non era certamente un santo, in quel momento difendeva l’intera civiltà europea».

Le parole di Castrucci sono state segnalate da alcuni utenti, tra cui il giornalista del Foglio Luciano Capone. Commenti critici si sono levati anche per la iniziale presa di posizione, ritenuta troppo lieve, del rettore di Siena Francesco Frati. «Il professor Castrucci scrive a titolo personale e se ne assume la responsabilità», è stata la replica del rettore a un tweet del giornalista di Sky Marco Congiu. «L’università di Siena, come dimostrato in molteplici occasioni, è dichiaratamente anti-fascista e rifugge qualsiasi forma di revisionismo storico nei confronti del nazismo».

I toni dell’università e del suo rettore si sono fatti più duri in un comunicato arrivato a stretto giro, in cui Frati ha condannato «con fermezza» le parole del docente: « Le vergognose esternazioni del prof. Castrucci offendono la sensibilità dell’intero Ateneo; ho già dato mandato agli uffici di attivare provvedimenti adeguati alla gravità del caso».

Sulla questione è intervenuta anche la vice ministra dell’Istruzione Anna Ascani in un post su Facebook: «Davvero inquietante che un professore si abbandoni ad espressioni di esaltazione del nazismo e dell’antisemitismo. Nella scuola e nell’università italiana non può esserci spazio per simili inaccettabili espressioni. La scuola e l’università sono infatti da sempre fortemente legati ai valori della Costituzione che, lo ricordiamo, è anti-fascista».

Il professore si vergogni e chieda scusa

Anna Ascani, vice ministra dell’Istruzione

E ancora: «Simili aberranti esternazioni, non solo sono lesive dei valori educativi che ispirano la scuola e l’università, ma non possono e non devono ricevere legittimazione nel nostro Paese da parte di nessuno, tanto meno di un professore. La scuola e l’università condannano da sempre il nazismo e l’antisemitismo in tutte le sue forme. Il professore si vergogni e chieda scusa».

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Pericolo frana: la A6 Torino-Savona chiusa di nuovo

Rischio di nuovi smottamenti per le forti piogge. Stop al traffico sull'autostrada in entrambe le direzioni.

È stata di nuovo chiusa in entrambe le direzioni l’autostrada A6 Torino-Savona nel tratto tra Altare e il Bivio con la A10, che era stata riaperta solo venerdì 29 nella carreggiata sud a doppio senso di marcia. E’ quanto si apprende da Autofiori. La chiusura è scattata dopo che si è attivato il piano sottoscritto in Prefettura, che prevede che qualora il monitoraggio della frana da parte della protezione civile evidenzi il superamento di alcune soglie di sicurezza l’autostrada sia nuovamente interdetta.

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Freeganismo, quando la spesa si fa nel cassonetto

Si cibano di alimenti raccolti nella spazzatura. Frutta, verdura e prodotti scaduti da poco. Oppure raccolgono gli "scarti" dei ristoranti. Non sono clochard, ma freegan antispreco. Una "moda" che sta arrivando anche in Italia.

Si procacciano il cibo rovistando nella spazzatura, nei cassonetti dei supermercati o chiedendo ai banchi dei mercati e ai ristoranti l’invenduto della giornata, ma non sono né poveri, né clochard. Sono i freegan (crasi di free, gratis, e vegan, vegani) e il loro modo alternativo di fare la spesa è una protesta contro il consumismo e lo spreco, non più sostenibile, del sistema capitalista.

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CONTRO IL CONSUMISMO FUORI CONTROLLO

Nell’articolo Not buying it de The New York Times datato 21 giugno 2007, Steven Kurutz li definiva «spazzini del mondo sviluppato» tracciandone un profilo. Il freegan è una persona colta e spesso appartenente a classi sociali abbienti, con alle spalle un cambiamento di vita radicale, che mangia scarti recuperati dalla spazzatura dei supermercati (prodotti leggermente ammaccati o scaduti da poco), si veste con abiti riciclati e arreda la propria casa con oggetti trovati per strada, nel tentativo di ridurre il proprio impatto sul Pianeta prendendo le distanze da ciò che percepisce come un consumismo fuori controllo.

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TRA ANTI-GLOBALIZZAZIONE E CONTRO CULTURA

Kurutz faceva risalire il freeganismo alla metà degli Anni 90 quando, sulla scia dell’anti-globalizzazione e dei movimenti ambientali, si era sviluppata una rete di piccole organizzazioni che offriva cibo vegetariano e vegano gratuito, recuperato in gran parte dalla spazzatura del mercato. Il freeganismo, sottolineava il giornalista, aveva legami anche con realtà come i Diggers, una compagnia teatrale anarchica di strada con sede a Haight-Ashbury, il quartiere di San Francisco dove nacque la controcultura.

L’identikit del freegan: colto, deciso a ridurre il proprio impatto sull’ambiente e di classe abbiente.

I PREGIUDIZI ITALIANI

In Europa il freeganismo ha iniziato a fare capolino nell’ultimo decennio, in Italia da qualche anno, anche se fa ancora fatica ad attecchire perché sono molti i pregiudizi da superare. «Non sono un freegan radicale», dice a Lettera43.it Francesco, 42 anni, informatico milanese. «Simpatizzo, ma non sono mai andato a frugare nei cassonetti. L’unica cosa che faccio per risparmiare e limitare il mio impatto sull’ambiente è fare la spesa dal fruttivendolo e dal panettiere, acquistando a fine giornata parte del loro invenduto a un prezzo decisamente inferiore». Francesco ha un lavoro, una casa e una famiglia. La “spesa” freegan contempla solo prodotti leggermente ammaccati, appena scaduti, che vengono regolarmente buttati dalla grande distribuzione, e il cibo in eccesso regalato a fine servizio da locali, negozi e ristoranti.

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SOLO NEL 2019 SONO STATI SPRECATI 16 MILIARDI DI ALIMENTI

A ben vedere il freeganismo ha senso eccome. Secondo il rapporto sullo Stato dell’alimentazione e dell’agricoltura 2019 (Sofa) presentato dalla Fao e ripreso da Coldiretti, solo nel 2019  nel nostro Paese sono finiti nel bidone alimenti e bevande per un valore di 16 miliardi di euro. Lo spreco, 36 kg all’anno pro capite, a livello nazionale, riguarda soprattutto verdura e frutta fresca. Lo spreco casalingo rappresenta il 54% del totale, superiore a quello della ristorazione (21%), della distribuzione commerciale (15%), dell’agricoltura (8%) e della trasformazione (2%). Il cibo che ogni anno buttiamo ha anche un impatto notevole sull’ambiente. Per la produzione di questi alimenti, si immettono nell’atmosfera 3,3 miliardi di tonnellate di gas serra, si consumano 250 chilometri cubi di acqua e 1,4 miliardi di ettari di terreno. Meglio seguire allora il professore Tristram Stuart, autore del libro Waste, «compra solo quello di cui hai bisogno, e mangia tutto ciò che compri». 

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Giulio Lolli è stato estradato dalla Libia e arrestato in Italia

Il 54enne imprenditore italiano era stato fermato a Tripoli nel 2017 con l'accusa di terrorismo. Il suo ritorno in patria è coinciso anche con il fermo firmato dal gip di Roma.

Giulio Lolli, l’imprenditore bolognese condannato all’ergastolo in Libia per terrorismo e fiancheggiamento di un gruppo estremista separatista, è arrivato in Italia dopo l’estradizione. Quando era stato arrestato a Tripoli nel 2017 l’uomo era già considerato latitante per la giustizia italiana da nove anni. Ovvero da quando il sostituto procuratore Davide Ercolani, lo aveva indagato per associazione per delinquere, truffa, falso e appropriazione indebita.

L’ARRESTO E L’ESTRADIZIONE DI LOLLI

Lolli è stato consegnato al Ros dei Carabinieri grazie all’intervento diplomatico dell’Ambasciata Italiana di Tripoli, dell’Ufficiale di Collegamento della Polizia di Stato, in accordo con il Ministero della Giustizia, Ministero degli Esteri e sotto l’impulso della Procura della Repubblica di Rimini e quindi del sostituto procuratore Davide Ercolani. Al suo arrivo in Italia l’uomo è stato preso in consegna dai militari della Sezione PG-Carabinieri della Procura della Repubblica di Rimini insieme ad altri militari della Stazione dei Carabinieri di Bellaria e della Capitaneria di Porto.

IL PERICOLO TERRORISMO

Secondo il gip di Roma Cinzia Parasporo ci sarebbe il «concreto e attuale pericolo che Lolli possa commettere reati in armi e di terrorismo, stanti la gravità dei fatti e l’inserimento in un chiaro contesto eversivo». Queste le parole con cui il gip ha firmato l’ordinanza di custodia cautelare emessa nei confronti del 54enne italiano. Il gip ha inoltre definito Lolli come un soggetto «dall’elevatissima pericolosità che ha vissuto in Libia diversi anni figurando tra i comandanti del cartello islamista denominato Majlis Shura Thuwar, formazione jihadista controllata dall’organizzazione terroristica Ansar Al Sharia (affiliata ad Al Qaeda), molto attiva nel 2017 a Bengasi, fino al suo definitivo scioglimento avvenuto due anni fa, e con base operativa a Misurata».

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La lettera dei Benetton per chiarire il loro rapporto con Autostrade

La famiglia ha chiesto maggiore rispetto nei suoi confronti. Ma anche chiarezza nel dare le notizie: «Non abbiamo mai gestito Auto strade. Siamo solo azionisti al 30% di Atlantia». Poi una stoccata alla politica: «Questi attacchi sono assurdi».

Rispetto e serietà. Queste le parole usate dalla famiglia Benetton in una lettera inviata ad alcuni quotidiani nazionali. «Trovo necessario fare chiarezza su un grande equivoco: nessun componente della famiglia Benetton ha mai gestito Autostrade. La famiglia Benetton è azionista al 30% di Atlantia che a sua volta controlla Autostrade», si legge nella lettera a firma di Luciano Benetton. Un chiarimento che è anche una risposta agli attacchi politici arrivati, soprattutto dal M5s, dopo il crollo del Ponte Morandi e la manutenzione dei tratti autostradali gestiti da Autostrade per l’Italia. «Non cerco giustificazioni ma questi attacchi sono assurdi. Credo anche che chi ha sbagliato deve pagare ma è inaccettabile la campagna scatenata contro la nostra famiglia», ha aggiunto il patron della famiglia veneta.

LE MOTIVAZIONI DELLA FAMIGLIA BENETTON

Luciano Benetton ha avuto modo anche di chiarire le notizie degli ultimi giorni in cui si parlava di falsi report legati all’agibilità di alcuni viadotti in realtà a rischio cedimento. «Le notizie su omessi controlli, su sensori guasti non rinnovati o falsi report, ci colpiscono e sorprendono in modo grave, allo stesso modo in cui colpiscono e sorprendono l’opinione pubblica. Ci sentiamo feriti come cittadini, come imprenditori e come azionisti. Come famiglia Benetton ci riteniamo parte lesa». Parole queste che non nasconde il mea culpa per quanto è accaduto a Genova quel 14 agosto del 2018. «Di sicuro ci assumiamo la responsabilità di aver contribuito ad avallare la definizione di un management che si è dimostrato non idoneo, un management che ha avuto pieni poteri e la totale fiducia degli azionisti e di mio fratello Gilberto che, per come era abituato a lavorare, di sicuro ha posto la sicurezza e la reputazione dell’azienda davanti a qualunque altro obiettivo. Sognava che saremmo stati i migliori nelle infrastrutture», si legge ancora.

L’APPELLO ALLE ISTITUZIONI

Poi un appello in cui si augura che la giustizia faccia il suo corso: «Nel frattempo mi appello alle istituzioni e ai media affinché trovino il giusto linguaggio per trattare questi argomenti, la scelta del capro espiatorio da linciare sulla pubblica piazza è la più semplice ma anche la più rischiosa. Chi come noi fa impresa e ha la responsabilità di decine di migliaia di dipendenti si aspetta serietà, soprattutto dalle istituzioni, serietà non indulgenza».

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Condannato a 30 anni per femminicidio si toglie la vita dopo la sentenza

Francesco Mazzega si è impiccato nella notte di sabato 30 novembre dopo la sentenza in appello. Nel 2017 aveva ucciso la fidanzata 21enne che aveva deciso di lasciarlo.

Francesco Mazzega si è suicidato all’età di 38 anni dopo essere stato condannato a 30 anni per la morte di Nadia Orlando in sentenza d’appello. L’uomo è stato trovato privo di vita – secondo le prime informazioni si sarebbe impiccato – nella notte di sabato 30 novembre nel giardino della sua abitazione in Friuli a Muzzana del Turgnano in provincia di Udine. Mazzega era infatti agli arresti domiciliari con il braccialetto elettronico in attesa della sentenza. Venerdì 29 novembre in appello era stata confermata la condanna di primo grado a 30 anni con le porte del carcere che si sarebbero dovute aprire da lì a poco.

IL RITROVAMENTO DEL CORPO

Secondo quanto riportato dal Messaggero Veneto a ritrovare il corpo di Francesco Mazzega sarebbero stati i parenti dell’uomo. Il 38enne si sarebbe legato una corda al collo impiccandosi nel giardino di casa. Immediata la chiamata ai sanitari del 118 che arrivati sul posto hanno provato a rianimarlo per 40 minuti. Le manovre sono tuttavia risultate vane e i medici ne hanno constatato il decesso.

L’OMICIDIO DI NADIA ORLANDO

L’omicidio di Nadia Orlando risale alla sera del 31 luglio 2017. La ragazza, all’epoca appena 21enne e originaria di Vidulis di Dignano in provincia di Udine, era stata assassinata a pochi passi da casa. Il suo femminicida l’aveva poi messa nel bagagliaio della propria auto vagando alla guida per tutta la notte sino al crollo e all’arresto. Il motivo dell’omicidio sarebbe stato la volontà da parte di Nadia di interrompere la loro relazione ormai diventata insanabile.

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Sardine a migliaia da Nord a Sud: Firenze capitale anti Lega

Il capoluogo toscano stracolmo per la manifestazione contro Salvini. E a Napoli la piazza gli dedica la pernacchia di De Filippo.

È Firenze la capitale delle sardine. Di certo a metà del pomeriggio del 30 novembre ci sono piazza della Repubblica stracolma e le vie limitrofe affollate. Il centro storico del capoluogo toscano è affollato di manifestanti in concomitanza della cena organizzata nel capoluogo toscano con Matteo Salvini. Sui numeri dei partecipanti della manifestazione in piazza gli organizzatori al microfoni hanno affermato: «Siamo in 40mila». In base al numero fornito al momento dalla questura la stima si aggira sui 10mila partecipanti, comunque arrivati anche da altre città toscane. In piazza della Repubblica è stato srotolato il grande striscione ‘La Toscana non si Lega’, mentre una bandiera rossa con falce e martello che per qualche istante ha sventolato è stata fatta rimuovere dagli organizzatori: «Via le bandiere», hanno detto al microfono, «noi siamo insieme senza partiti, senza persone che ci comandano; siamo il popolo della Costituzione e vogliamo che venga rispettata». Per la piazza stracolma sono transitati fra gli altri anche il sindaco Dario Nardella insieme al vicesindaco Cristina Giachi, e la segretaria generale della Cgil Firenze Paola Galgani.

«IL BRANCO DI SARDINE CONTRO IL PIRATA DEL POPULISMO»

«I dati parlano di 40mila persone oggi, ed è un piacere sapere che ci avete battuti di brutto!» ha detto Mattia Santori, il fondatore del Movimento che è intervenuto in piazza a Fairenze. «Non è un caso che tutto sia partito da Bologna – ha affermato – e non è un caso che la manifestazione più numerosa sia in Toscana». «Se lo vogliamo la politica tornerà a essere una cosa seria», ha aggiunto Santori, che ha salutato così i manifestanti: «Siate orgogliosi di aver preso parte ad un’azione rivoluzionaria, aver fatto politica senza bisogno di insultare nessuno. Da domani anche voi potrete raccontare di quella volta che un branco di Sardine ha sconfitto il pirata del populismo».

LA PERNACCHIA DI NAPOLI

Altre manifestazioni si sono tenute a Monfalcone in Friuli Venezia Giulia, a -Pesaro, all’Isola d’Elba, a Cosenza e a Napoli. Nel capoluogo campano in migliaia hanno affollato Piazza Dante. Tantissimi hanno portato il simbolo delle sardine sui cartoncini ma anche cartelli con scritte. All’inizio del presidio gli organizzatori hanno trasmesso la “pernacchia” di Eduardo de Filippo, urlando tutti in coro “Napoli non si lega” mentre è partita una grande pernacchia collettiva.

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Una valanga ha travolto due sciatori sul Monte Bianco

La slavina ha colpito la zona di Punta Helbronner, a 3000 metri di quota circa, sotto la stazione di arrivo della funivia SkyWay.

Una valanga è caduta la mattina del 30 novembre nella zona del Monte Bianco, nella zona di Punta Helbronner, a 3000 metri di quota circa . Lo ha riferito il soccorso alpino valdostano che sta intervenendo sul posto. Il distacco si è verificato sotto la stazione di arrivo della funivia SkyWay del Monte Bianco, in una zona in cui si pratica lo sci fuoripista.

I CORPI ESTRATTI DALLA NEVE

Il bilancio è di due sciatori deceduti. I loro corpi sono stati estratti dalla neve dai soccorritori arrivati pochi minuti dopo il distacco. Non sarebbero coinvolte altre persone, secondo quanto si è appreso dal soccorso alpino valdostano che sta terminando le verifiche.

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L’Albania ha smesso di cercare superstiti del sisma di Durazzo

Le vittime salgono a 50, ma tra i 2000 feriti ce ne sono di gravi. Alcuni vengono trasferiti in Puglia.

Sono 50 le vittime del terremoto di martedì 26 novembre in Albania. Cinquanta, un numero ufficiale che potrebbe ancora salire perché 2.000 sono i feriti, alcuni in gravi condizioni, mentre sono terminate le ricerche di eventuali superstiti o corpi senza vita tra le macerie. Lo ha annunciato questa mattina il premier Edi Rama, affermando che i feriti sono circa 2.000. Il governo di Tirana alza bandiera bianca, non c’è più speranza. Il premier ha inoltre indicato che, secondo i dati preliminari, circa 900 edifici a Durazzo e oltre 1.465 nella capitale Tirana hanno subito gravi danni.

SEI BAMBINI TRA LE VITTIME

Tra le vittime si contano sei bambini e 22 donne. Sono 26 le persone morte nel crollo di due palazzine nella sola Thumana, località a circa 20 chilometri a nord di Tirana, mentre altre 24 hanno perso la vita in varie zone di Durazzo, dove sono crollati due alberghi sulla spiaggia, due palazzi in città e una villetta di tre piani, nella quale sono morti 8 membri della famiglia Lala, tra cui 4 bambini. Tra i feriti, almeno 41 sono ancora ricoverati negli ospedali di Tirana e Durazzo. Grave una giovane ragazza, che non può nemmeno trasferita all’estero, come invece è successo per altre tre persone, due delle quali sono state portate in Italia, per ottenere cure specializzate. In gravi condizioni anche un ragazzo.

LA SOLIDARIETÀ ITALIANA

In collaborazione con aeroporti di Puglia, la Regione Puglia ha potenziato i collegamenti aerei con l’Albania da Bari e Brindisi, per fare fronte a molteplici esigenze logistiche. Il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, è in continuo contatto con la task force dei volontari e degli specialisti della Protezione civile regionale e del Servizio sanitario regionale-servizio maxi-emergenze e 118 che in queste ore sono a Durazzo e in altri centri dell’Albania colpiti dal terremoto. La Presidenza della Conferenza Episcopale Italiana ha destinato 500.000 euro, provenienti dai fondi dell’8xmille, alle vittime del terremoto. Lo stanziamento avverrà tramite Caritas Italiana – informa una nota -, che ne renderà conto al Servizio per gli Interventi Caritativi a favore del Terzo Mondo.

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Chi è il terrorista che ha accoltellato i passanti a Londra

Si chiama Usman Khan. Era stato in prigione per terrorismo ed era uscito nel 2018 in libertà vigilata. A fermarlo è stato un ex omicida appena uscito di prigione.

Aveva 28 anni e si chiamava Usman Khan l’attentatore che il 29 novembre ha accoltellato i passanti sul London Bridge uccidendone due e ferendone altri tre, prima di essere a sua volta ucciso in una sparatoria dalla polizia. Khan era un islamista conosciuto a Scotland Yard. Era stato rilasciato in libertà vigilata nel 2018, dopo aver scontato sei anni per reati di terrorismo. Risultava essere collegato al gruppo islamista al-Muhajiroun, (guidato dall’imam radicale Anjem Choudary condannato per terrorismo nel 2016), considerato tra i più prolifici e pericolosi nel Regno Unito.

CONDANNATO NEL 2012

L’uomo era stato condannato nel 2012 e rilasciato a dicembre 2018 «su licenza», il che significa che avrebbe dovuto soddisfare determinate condizioni o sarebbe tornato in carcere. Diversi media britannici hanno riferito che indossava un braccialetto elettronico alla caviglia e frequentava piani di reintegro nella società. Prima dell’attacco Khan stava partecipando a un evento a Londra ospitato da Learning Together, un’organizzazione con sede a Cambridge che lavora nell’istruzione dei carcerati. L’antiterrorismo britannica afferma che la polizia non sta attivamente cercando altri sospetti.

NESSUN CONTATTO CON L’ITALIA

Non è emerso, al momento, nessun collegamento tra l’attentatore e l’Italia. L’informazione è stata diffusa dopo una riunione straordinaria del Casa, comitato analisi strategica antiterrorismo, che si è tenuta questa mattina al Viminale in cui sono state analizzate, dopo le informazioni arrivate da Londra tutte le possibili connessioni con il nostro Paese. Resta comunque alta da parte degli apparati di sicurezza l’attenzione e il monitoraggio degli ambienti dell’estremismo così come sono costanti i contati con le autorità inglesi e degli altri paesi.

FERMATO DA UN FEMMINICIDA

Un altro ex carcerato è stato protagonista dell’episodio sul London Bridge. James Ford, uno degli uomini che hanno braccato il terrorista disarmandolo e impedendogli di colpire altri civili, era stato incarcerato a vita nell’aprile del 2004, con una pena minima di 15 anni, per aver strangolato e sgozzato Amanda Champion. I genitori della vittima non sapevano che fosse uscito dal carcere e hanno dichiarato di non considerarlo un eroe ma, comunque e ancora, un assassino.

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Il clan Fasciani è la mafia di Ostia: la sentenza definitiva della Cassazione

Per la prima volta riconosciuta l'organizzazione criminale autoctonia della capitale. Raggi: «Sentenza storica».

Per la prima volta viene riconosciuta al massimo grado della giustizia italiana la presenza della mafia a Roma. La seconda sezione penale della Cassazione ha confermato che il clan Fasciani è la mafia di Ostia, rendendo definitive le 10 condanne a vario titolo per associazione mafiosa e altri reati aggravati dall’uso del metodo mafioso e confermando in grand parte quanto stabilito dalla sentenza della Corte d’appello di Roma del 4 febbraio scorso.

27 ANNI DI RECLUSIONE CONFERMATI A CARMINE FASCIANI

Oltre 27 anni di reclusione al ‘patriarca’ Carmine Fasciani, 12 anni e 5 mesi alla moglie Silvia Franca Bartoli, 11 anni e 4 mesi alla figlia Sabrina e 6 anni e dieci mesi alla figlia Azzurra. Il collegio della seconda sezione penale della Cassazione, presieduta da Giovanni Diotallevi, ha condannato anche Alessandro Fasciani, nipote di Carmine, a 10 anni e cinque mesi (con uno sconto di pena di un mese), Terenzio Fasciani (8 anni e mezzo), Riccardo Sibio (25 anni e mezzo), Luciano Bitti (13 anni e tre mesi), a John Gilberto Colabella 13 anni, Danilo Anselmi 7 anni. Ci sarà un nuovo processo per la determinazione della pena a Mirko Mazzoni ed Eugenio Ferramo.

RAGGI: «SENTENZA STORICA»

La sindaca di Roma ha commentato: «È una sentenze storica, per la prima volta viene affermato in modo chiaro che a Roma c’è stata, che c’è, la mafia. È importante perché per iniziare la cura bisogna riconoscere la malattia. Ostia può voltare pagina e alzare la testa». L’avvocato Giulio Vasaturo, di Libera che è parte civile nel processo: «È la prima volta che la Cassazione riconosce la mafia a Roma, non era mai accaduto, nemmeno ai tempi della banda della Magliana». «Segna un nuovo corso della giurisprudenza. Vengono riconosciute le mafie autoctone al centro e al nord. È una sentenza che farà scuola», ha aggiunto il legale..

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A ottobre 217 mila occupati in più rispetto al 2018

La crescita è trainata dai dipendenti (+231 mila) e in particolare dai permanenti (+181 mila), mentre calano gli indipendenti (-15 mila).

Disoccupazione in calo a ottobre in Italia. Il tasso generale è sceso infatti al 9,7% (-0,2 punti percentuali), quello giovanile al 27,8% (-0,7 punti). Rispetto al 2018, i disoccupati sono 269 mila in meno.

Sempre su base annua il numero degli occupati è cresciuto dello 0,9%, pari a +217 mila unità. L’incremento è trainato dai dipendenti (+231 mila), in particolare quelli a tempo indeterminato (+181 mila), mentre calano gli indipendenti (-15 mila).

Il tasso di occupazione sale al 59,2% (+0,1 punti percentuali) ed è in aumento per entrambe le componenti di genere. Su base annua l’occupazione risulta in crescita sia per le donne, sia per gli uomini e per tutte le classi d’età tranne i 35-49enni.

Rispetto a settembre 2019, gli occupati risultano in crescita di 46 mila unità (+0,2%), grazie soprattutto al contributo degli indipendenti (+38 mila) e dei dipendenti a tempo determinato (+6 mila), mentre i dipendenti a tempo indeterminato sono sostanzialmente stabili. Su base mensile l’occupazione sale per entrambe le componenti di genere, cresce tra gli over 35, cala lievemente tra i 25-34enni ed è stabile tra gli under 25.

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Studenti e Sardine invadono le piazze nel quarto sciopero per il clima

Appuntamento in oltre 100 città italiane a una settimana dalla Cop25 di Madrid: «Vogliamo vivere in un mondo libero dalla minaccia del cambiamento climatico».

Studenti in piazza per il quarto sciopero globale per il clima, in programma venerdì 29 novembre in oltre 100 città italiane. Per la prima volta a far compagnia ai ragazzi ci sarà anche il neonato movimento delle Sardine. “Tutti insieme famo paura” e “salva la Terra, cambia il sistema” sono solo alcuni tra i primi slogan e striscioni apparsi in piazza della Repubblica a Roma. Da lì il corteo proseguirà su via Vittorio Emanuele Orlando, largo di Santa Susanna, via Barberini, piazza Barberini, via Sistina, piazza della Trinità dei Monti, viale della Trinità dei Monti, viale Gabriele d’Annunzio per finire in piazza del Popolo

IN PIAZZA A UNA SETTIMANA DALLA COP25

La data del 29 novembre è stata scelta perché cade a una settimana dalla Cop25, la conferenza Onu sui cambiamenti climatici in programma dal 2 al 13 dicembre a Madrid. Obiettivo dichiarato degli attivisti del movimento Fridays for Future Italia «è far sì che i leader politici dei vari Paesi prendano misure immediate ed efficaci per contrastare la crisi climatica». A tal proposito, Giacomo Cossu, coordinatore nazionale di Rete della Conoscenza, ha spiegato: «Torniamo in piazza con Fridays for Future perché vogliamo un altro mondo in cui vivere, libero dalla minaccia del cambiamento climatico. Il Black Friday è il momento perfetto per denunciare un sistema economico fondato sullo sfruttamento sconsiderato dell’ambiente e dei lavoratori per produrre merci inutili a prezzi bassi. Vogliamo un cambiamento radicale del sistema economico, perciò dalle piazze di domani lanceremo un messaggio ai potenti del mondo che si riuniranno dal 2 al 13 dicembre alla Cop25 di Madrid: basta propaganda, non c’è più tempo. I cambiamenti climatici hanno già effetti devastanti, come abbiamo visto con l’acqua alta straordinaria che ha sommerso Venezia. Vanno azzerate le emissioni entro il 2025, mentre il governo italiano nella legge di Stabilità prevede la conferma di circa 19 miliardi annui di sussidi ambientalmente dannosi fino al 2040, inclusi gli inutili incentivi alle auto aziendali inquinanti. Il governo non ha presentato un Green New Deal, piuttosto vediamo un Green New Fake. Saremo in piazza anche il 6 dicembre alla grande manifestazione dei giovani a Madrid, contro l’irresponsabilità dei potenti del mondo».

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Omicidio Luca Sacchi, Anastasia indagata per droga

La ragazza avrebbe tentato di acquistare un grosso quantitativo di sostanze stupefacenti assieme a Giovanni Princi, ex compagno di scuola della vittima con precedenti per spaccio, che è stato arrestato.

Nello zaino di Anastasia c’erano 70 mila euro, che sarebbero serviti per comprare 15 chili di droga. Svolta nelle indagini sull’omicidio di Luca Sacchi, il personal trainer di 24 anni ucciso con un colpo di pistola alla nuca nella notte tra il 23 e il 24 ottobre a Roma, davanti al pub John Cabot. I carabinieri hanno notificato cinque ordinanze di custodia cautelare ad altrettante persone che risultano indagate. Fra loro c’è anche Anastasia Kylemnyk, la fidanzata di Luca, colpita dall’obbligo di presentazione in caserma. La ragazza, la cui casa è stata perquisita, avrebbe tentato di acquistare la droga assieme a Giovanni Princi, ex compagno di scuola di Luca con precedenti per spaccio, per il quale è scattata invece la misura della custodia cautelare in carcere.

I militari hanno inoltre arrestato un ragazzo di 22 anni, accusato di aver fornito l’arma del delitto a Valerio Del Grosso – che ha materialmente premuto il grilletto – e Paolo Pirino, già detenuti per omicidio pluriaggravato e destinatari delle altre due misure di custodia cautelare per rapina. È da loro che Anastasia e Giovanni avrebbero cercato di comprare la droga. Fin dal primo momento, la posizione della fidanzata di Luca non aveva convinto gli investigatori e gli elementi raccolti incrociando tabulati telefonici e testimonianze hanno fatto emergere le contraddizioni della sua versione.

Anastasia, infatti, ha sempre negato la compravendita di stupefacenti, ma non ha saputo spiegare perché il suo zaino fosse pieno di soldi. Non 2 mila euro in mazzette da 50 e da 20, come detto inizialmente, ma molti di più. Le banconote non sono state ritrovate, ma l’ipotesi è che Anastasia e Giovanni volessero fare un “salto di qualità” nello spaccio di marijuana e cocaina. Del Grosso e Pirino, intermediari dei pusher di San Basilio, avrebbero fiutato l’occasione per spaventarli e rubare loro i soldi, mentre l’unica colpa di Luca sarebbe stata quella di aver cercato di difendere la sua fidanzata al momento della rapina.

La procura di Roma, con una conferenza stampa, ha rivelato i nuovi dettagli emersi dall’inchiesta.

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Storia, significato e numeri del Black Friday

Nato negli Usa, il giorno di saldi speciali segna l'inizio del periodo natalizio. La storia di un appuntamento che dalla fine degli Anni 90 ha conquistato il mondo. Italia compresa.

Conto alla rovescia per il Black Friday, il venerdì nero dello shopping sfrenato e scontato che quest’anno cade il 29 novembre (anche se molte offerte sono cominciate a partire dal 22). Tutti pronti a cercare l’occasione, soprattutto online. In una caccia all’oggetto del desiderio che, però, già nel nome ha qualcosa di sinistro. Quel “nero” associato a un giorno della settimana richiama infatti i tonfi della Borsa di Wall Street del 1929 a partire dal tristemente noto Giovedì nero. E venerdì nero era stato ribattezzato il 24 settembre 1869 quando crollò il prezzo dell’oro a causa di una manovra speculativa. Ma come ha fatto il Black Friday a trasformarsi da giorno nefasto in giorno di festa per i compulsivi dell’acquisto?

L’INIZIO DELLA STAGIONE NATALIZIA

La data è legata al calendario delle ricorrenze Usa. Il quarto giovedì di novembre, il giorno del Ringraziamento, ricorda la gratitudine dei Padri Pellegrini del Massachusetts per il primo raccolto. Celebrato per la prima volta nel 1621, il Thanksgiving Day fu formalizzato nel 1623, proclamato festa nazionale nel 1777, e sancito definitivamente dal 1862. Poco dopo, scorrendo il calendario, arriva il Natale, occasione si spese e regali. Quasi ovvio, dunque, che a qualcuno venisse l’idea di far iniziare la stagione natalizia a partire dal giorno successivo al Ringraziamento. Accadde il 27 novembre 1924 quando la catena di distribuzione Macy’s organizzò per prima una parata per celebrare l’inizio degli acquisti natalizi proprio il venerdì successivo al Ringraziamento.

GIORNO NERO SÌ, MA PER LE IMPRESE E PER IL TRAFFICO

Solo nel novembre 1951, però, il giornale specializzato Factory Management and Maintenance usò l’espressione “Black Friday”. Ma con tutt’altro significato: si trattava di un giorno sì nero ma per le imprese visto che i lavoratori dipendenti spesso si mettevano in malattia per poter fare ponte e godersi quattro giorni di ferie consecutivi. Molti di loro ne approfittavano anche per andare a far compere, intasando il traffico delle città. I termini “Black Friday” e “Black Saturday” cominciarono così a essere usati dalla polizia di Filadelfia e Rochester per indicare la congestione delle strade. Per i negozianti era naturalmente un giorno felice, e dunque nel 1961 su loro pressione la città di Filadelfia tentò di lanciare le espressioni “Big Friday” e “Big Saturday”. Ma non attecchirono. 

Saldi a Londra.

DAI BILANCI IN ROSSO AI BILANCI IN NERO

Il 29 novembre 1975 il termine arrivò all’attenzione nazionale quando il New York Times spiegò che a Filadelfia chiamavano Black Friday «il giorno di shopping e traffico più intenso dell’anno». Il 21 novembre del 1981 The Philadelphia Inquirer – per spiegare l’incongruenza di un aggettivo nefasto per indicare un giorno allegro – scrisse che «nero» non andava inteso in senso iettatorio ma contabile: era il giorno da cui grazie alle vendite anche i commercianti più sfortunati potevano far passare i loro bilanci dal rosso del passivo al nero dell’attivo. Ma sembra piuttosto una classica «invenzione di una tradizione» alla Hobsbawm. Insomma, adesso sembra quasi che sia sempre esistito, ma negli stessi Stati Uniti il Black Friday è diventato appuntamento nazionale solo dalla fine degli Anni 80. Nel resto del mondo approdò sostanzialmente grazie al contagio di Internet, alla fine degli Anni 90.

DAL 2005 GIORNATA RECORD DI VENDITE

Negli Stati Uniti, dal 2005, il Black Friday è diventato il giorno record per le vendite. Una tendenza continuata fino al 2014 quando la mole di compere scese dell’11% restando comunque a 51 miliardi di dollari. Secondo gli analisti, il calo non fu dovuto alla crisi, ma al fatto che sempre più commercianti avevano cominciato a spalmare le promozioni lungo tutto l’arco dei mesi di novembre e dicembre, senza concentrarle più in una giornata sola. Il venerdì nero è però caratterizzato dall’apertura straordinaria dei negozi: serrande alzate alle 5, poi alle 4. Nel 2011 persino a mezzanotte. Dall’anno successivo Walmart aveva spostato l’apertura alle 20 del Thanksgiving Day, record peraltro battuto da alcuni esercizi che nel 2014 avevano aperto alle 17 dello stesso giorno.

IL BLACK FRIDAY IN ITALIA

In Italia, si è detto, il fenomeno è limitato quasi solo a Internet. E l’appuntamento ha i suoi effetti: secondo l’Istat, nel penultimo mese del 2018 si è registrato un aumento degli affari dello 0,7% rispetto a ottobre, sia in valore sia in volume. Per i beni alimentari si è registrato un +0,3% in valore e +0,2 in volume; per i beni non alimentari un +0,8% in valore e un +1,0% in volume. Per quest’anno ci si aspetta un giro d’affari di 2 miliardi di euro. Una ricerca di ManoMano.it indica poi che il 69% degli italiani inizierà a fare acquisti per il Natale dal Black Friday. E un’altra ricerca di Toluna aggiunge che l’80% degli interpellati farà acquisti tramite Amazon. Tra i desiderata dominano con il 31% gli articoli di elettronica, seguiti da abbigliamento (13%) ed elettrodomestici (10%). Una sorta di Cyber Monday in anticipo. Già perché negli States, dal 2005, esiste questa giornata tutta dedicata agli sconti sui negozi on line che cade il lunedì dopo il Black Friday. Quindi tastiere e cellulari in mano. Anche il 2 dicembre.

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A Genova 8 mila sardine in piazza contro il sovranismo

Nuovo pienone con giovani, anziani, bambini e e famiglie in piazza per dire no all'odio e al populismo. Cantando De André e Bella Ciao.

Giovani, anziani, bambini,famiglie, studenti e professionisti, con in mano sardine di tutte le dimensioni e di tutti i colori. Sono 8 mila le Sardine di Genova, scese in piazza nella serata del 28 novembre. «No al sovranismo, al populismo, no all’odio, no al razzismo, no alla discriminazione», dice Roberto Revelli, un educatore che per primo ha lanciato l’evento su Facebook due settimane fa.

STRISCIONI E CANZONI DI DE ANDRÉ

Tanti gli striscioni ,come quello tenuto in mano dagli
organizzatori, «voi non avete fermato il vento, gli avete fatto
perdere tempo” che cita Fabrizio De André. E anche: «Più sardine
meno beline«, «I pesci non chiudono gli occhi» e «Genova non
abbocca». «La Costituzione non è un reato ed è per questo che
siamo qua stasera» – dicono gli organizzatori – «perché ci
riconosciamo nei valori della Carta, che è il nostro unico
slogan». Le sardine cantano Creuza de ma di De André, Bella Ciao
e gli Inti-illimani, ma anche l’inno di Mameli. «Genova è solo
antifascista», intona la piazza.

TRA LORO IL PRETE SIMBOLO DELL’ACCOGLIENZA

In tanti si passano il microfono: «Vogliamo che il diritto all’istruzione, alla sanità, al lavoro, siano per tutti, per tutti, nessuno escluso e siamo qua perché noi non escludiamo nessuno, perché siamo liberi, democratici, e
antifascisti», spiegano. Tra loro anche don Paolo Farinella,
prete simbolo dell’accoglienza a Genova che aveva ricoperto la
porta della sua chiesa a San Torpete con le coperte termiche che
vengono date ai migranti salvati sui barconi: «Non voglio
annegare in un barile di sardine» – dice alla piazza – «ma voglio
che le sardine anneghino tutto quello che ci sta impedendo di
essere un Paese civile».

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Fedez imputato a Milano per una lite col vicino di casa

I fatti risalgono al 2016. Nell'ultima udienza ha testimoniato Fabio Rovazzi, secondo cui è stato l'accusatore a colpire il rapper e non viceversa.

Fedez è imputato per lesioni per una lite con un vicino di casa, che ha riportato 10 giorni di prognosi. La lite è avvenuta a Milano in zona Tortona intorno alle 6 del mattino del 12 marzo 2016. Nell’udienza dello scorso 21 novembre, davanti al giudice Tommaso Cataldi, ha testimoniato il cantante Fabio Rovazzi, che era presente al momento della rissa e ha riferito che sarebbe stato il vicino a colpire il rapper con un pugno.

SIA FEDEZ SIA IL VICINO HANNO SPORTO DENUNCIA

Fedez e il vicino di casa avevano entrambi sporto denuncia dopo la lite, di cui si era parlato all’epoca sui media. Quello che si sta svolgendo davanti al giudice di pace milanese è il procedimento a carico del rapper 30enne. Nell’imputazione a carico di Federico Leonardo Lucia, in arte Fedez, si legge che lui avrebbe aggredito il vicino di casa che si era affacciato alla sua porta per via della musica alta che proveniva dell’appartamento, causandogli anche un trauma cranico lieve.

LA TESTIMONIANZA DI ROVAZZI

Nella scorsa udienza Rovazzi, che era stato chiamato a testimoniare dalla parte offesa e che di recente avrebbe anche avuto attriti con Fedez, ha testimoniato a favore del rapper. Ha riferito, infatti, che, secondo il suo ricordo, sarebbe stato il vicino a entrare nell’appartamento e a colpire in volto il marito di Chiara Ferragni. A quel punto, Rovazzi si sarebbe seduto sul divano, come da lui riferito, e avrebbe chiamato l’ambulanza.

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Per i geriatri la pensione nuoce gravemente alla salute

Nei primi due anni aumentano problemi cardiovascolari e casi di depressione. Quota 100? «Fa male al corpo e alla società: è immorale».

Entro i primi due anni dal momento in cui si va in pensione aumentano i problemi cardiovascolari, la depressione e il ricorso a medici e specialisti. Secondo i dati forniti da studi internazionali, l’incremento è tra il 2 e il 2,5%. È quanto emerso nell’ambito del 64esimo Congresso nazionale della Società italiana di Gerontologia e Geriatria (Sigg) a Roma. «Andare in pensione fa male alla salute. Lavorare stanca, ma protegge corpo e mente. A parte le persone che hanno avuto una vita lavorativa molto usurante, chi è malato, chi ha cominciato in età molto giovane, in generale la pensione crea fragilità e peggiora lo stato di salute», dice Niccolò Marchionni, Ordinario di Geriatria all’Università di Firenze e direttore di Cardiologia generale all’ospedale Careggi. «Andare poi in pensione prima del previsto, come prevede Quota 100, ad un’età di appena 60 anni, quando si è ancora in forze e si sta bene, non fa solo male alla salute, fa male alla società. Andare via prima di poter contare sul reddito che viene dal lavoro, è immorale», afferma con forza Raffaele Antonelli Incalzi, presidente di Sigg, «specie se pensiamo alla situazione drammatica dell’economia nel Paese».

TRA I REDDITI BASSI SONO MAGGIORI I PROBLEMI DI SALUTE

Non solo. La pensione per la maggior parte delle persone, rappresenta una soglia che coincide con l’idea di essere inutili. «Quello che avvertiamo noi medici, è che uscire dal mondo del lavoro sia peggiorativo anche per la salute percepita, cioè che essere fuori dal lavoro incida sul modo di sentirsi dalle persone stesse, sia fisicamente che psicologicamente: essere pensionati innesca un meccanismo che fa sentire nell’ultima fase della vita, non più coinvolti, fuori da tutto», spiega Nicola Ferrara, Ordinario di Geriatria all’Università Federico II di Napoli. L’uscita dal processo produttivo, la mancanza di un impegno nella società, il senso di marginalizzazione – dicono gli esperti Sigg – ha una ricaduta sulla salute che i medici toccano con mano. Il periodo post-pensione coincide con una fase di fragilità con sintomatologia fisica e cognitiva. «Dagli studi emerge una esperienza diversa tra ceti abbienti e non, tra persone istruite e pensionati con minori risorse culturali – chiariscono gli esperti – chi ha meno strumenti e reddito più basso, ha anche maggiori problemi di salute».

IL RISCHIO DI NON POTERSI PERMETTERE LE CURE

«Non è da sottovalutare inoltre», aggiunge Ferrara, «un dato molto importante. Con la pensione la maggior parte delle persone vede diminuire il proprio potere di acquisto. Peggio ancora per chi decide di usufruire di leggi che consentono l’uscita anni prima rispetto al raggiungimento dell’età e che perdono una percentuale notevole di reddito. Con il risultato che un settantenne, pur avendo lavorato per 40 anni, rischia di diventare un nuovo povero e di non potersi permettere le cure di cui ha bisogno». Il messaggio che arriva dai geriatri riuniti in congresso insomma è chiaro: «Non desiderate pazzamente di andare in pensione, perchè non sapete che cosa vi aspetta. Preparatevi per tempo ad affrontare quel senso di vuoto e inutilità che può nuocere gravemente alla salute».

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L’assurdo no del Comune di Schio alle pietre d’inciampo per i deportati

Bocciata una mozione del Pd per il posizionamento nei luoghi dove risiedevano le vittime dei lager. Per alcuni membri del centrodestra porterebbero «odio e divisioni». Ma anche Zaia si schiera contro il no.

È diventato un caso politico il ‘no’ del Consiglio comunale di Schio a una mozione presentata dal Partito democratico per il posizionamento di pietre d’inciampo dove risiedevano i deportati della città morti nei lager. La motivazione, ha sottolineato dalle pagine del Giornale di Vicenza Alberto Bertoldo di ‘Noi cittadini’, lista di maggioranza del centrodestra, è che iniziative del genere «rischiano di portare di nuovo odio e divisioni». Renzo Sella, dello stesso gruppo consiliare, ha aggiunto: «Come possiamo pensare di ricordare solamente qualcuno, a discapito di altri?».

MOZIONE DEDICATA ALLE 14 VITTIME DELLA CITTÀ

La mozione, che voleva ricordare le 14 vittime subite dalla città, è stata respinta nell’aula consiliare dalla maggioranza, con l’astensione della Lega. Per la senatrice Daniela Sbrollini di Italia viva «a Schio è stata scritta una brutta pagina. La bocciatura non trova giustificazioni». Secondo la parlamentare, «proprio per occuparsi degli sclediensi, Schio deve avere il coraggio di ricordare. Chi perde la memoria perde il suo futuro». Stefano Fracasso, capogruppo democratico al Consiglio regionale del Veneto, ha sottolineato che «la maggioranza ha bocciato la dignità della città. Proprio a Schio, dove un lungo e paziente processo di riconciliazione della memoria ha dato buoni frutti».

ZAIA: «ASSURDO BOCCIARE UN’INIZIATIVA SIMILE»

Sulla questione è intervenuto anche il governatore del Veneto Luca Zaia. «Ho sentito oggi il presidente della Comunità ebraica di Venezia Paolo Gnignati, al quale ho espresso solidarietà e la disponibilità della Regione, offrendo gli immobili regionali e gli spazi attigui per l’apposizione di pietre d’inciampo laddove vi siano opportuni motivi e riferimenti storici». «È imbarazzante», ha aggiunto, «anche solo sapere che si debba andare a un voto per decidere se mettere o no il ricordo di un deportato o di una vittima della Shoah e trovo assolutamente ingiustificata la posizione assunta a Schio».

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