Allarme dei sindacati per licenziamenti e trasferimenti coatti in vista del prossimo anno. Dopo il vertice tra le parti sociali e l'azienda emerge la volontà di chiudere le sedi di Napoli e Cagliari.
Per Tirrenia-Cin c’è «la prospettiva di 1.000 esuberi tra il personale marittimo dal 2020 e della chiusura delle sedi di Napoli e Cagliari con trasferimento coatto di tutto il personale nelle sedi di Portoferraio, Livorno e Milano». L’allarme è arrivato da Filt Cgil, Fit Cisl, Uiltrasporti a dopo l’incontro del 11 dicembre dell’incontro con Tirrenia-Cin, che collega tali decisioni alla scadenza della convenzione ministeriale per la continuità territoriale. Prospettiva «inverosimile e, qualora confermata, non esiteremmo a respingerla», hanno aggiunto i rappresentanti dei lavoratori che hanno già proclamato lo stato di agitazione.
TRA LE CAUSE LA SCADENZA DELLA CONVENZIONE MINISTERIALE
Tirrenia-Cin, hanno spiegato i sindacati, collega tali decisioni alla scadenza della convenzione ministeriale che sovvenziona la continuità territoriale di diverse linee ed a una riorganizzazione aziendale. «Abbiamo già proclamato lo stato di agitazione», proseguono Filt Cgil, Fit Cisl, Uiltrasporti, e avvieremo le procedure per lo sciopero, che sarà inevitabile se l’azienda persevererà in tale percorso». Dal mese di settembre del prossimo anno potrebbe esserci un esubero del personale navigante proprio in conseguenza della cessazione del contratto relativo alla continuità territoriale con Sardegna e Sicilia. «Per la città di Napoli sarebbe un altro durissimo colpo», ha detto Amedeo D’Alessio della Filt Cgil. Sono, infatti, 65 gli addetti occupati nella sede partenopea.
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Il giudice per le indagini preliminari ha valutato «lacunose e scarsamente plausibili» le dichiarazioni della fidanzata di Luca.
«Lacunose, inverosimili e in più punti scarsamenteplausibili»: così giudica il gip di Roma le dichiarazioni rese da Anastasia, la fidanzata di LucaSacchi, nel provvedimento con cui ha respinto una istanza di revoca della misura dell’obbligo di firma presentata dal difensore al termine dell’interrogatorio svolto il 4 dicembre scorso. Per il giudice Costantino De Robbio le dichiarazione di Anastasia «appaiono del tutto inidonee a scalfire il quadroindiziario» e arrivano da un soggetto «interessato e non obbligato a rispondere dicendo la verità».
L’ORIGINE DELLA PISTOLA
Si aggrava intanto la posizione di uno degli indagati nell’inchiesta. Il gip di Roma ha notificato un provvedimento di custodiacautelare in carcere a Armando De Propris, padre di Marcello, il giovane di San Basilio che ha dato l’arma a Valerio Del Grosso, autore materiale dello sparo. All’uomo,in carcere per possesso di droga, i pm contestano la detenzioneillegale della pistola calibro 38, mai trovata, utilizzata da Del Grosso.
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Secondo il gip di Siena, il post del docente Emanuele Castrucci non integra il reato di propaganda o istigazione all'odio razziale. La procura farà ricorso.
Il tweet pro Hitler del professor Emanuele Castrucci.
Il gip, secondo il quotidiano La Nazione, avrebbe motivato la sua decisione affermando che «non ci sarebbero gli estremi del reato di propaganda e istigazione all’odio razziale, ma solo una rilettura storica e apologetica della figura di Hitler».
ANNUNCIATO IL RICORSO AL TRIBUNALE DEL RIESAME
La procura di Siena farà ricorso al Tribunale del Riesame. I pm si appellano alla legge Fiano e all’articolo 604 bis del codice penale, che punisce «propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale, etnica e religiosa». L’ateneo toscano, da parte sua, per limitare i contatti del prof con gli studenti lo ha sospeso dalle sessioni d’esame. Gli studenti che si erano iscritti sosterranno la prova con un sostituto.
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Il tweet pro Hitler del professor Emanuele Castrucci.
Il gip, secondo il quotidiano La Nazione, avrebbe motivato la sua decisione affermando che «non ci sarebbero gli estremi del reato di propaganda e istigazione all’odio razziale, ma solo una rilettura storica e apologetica della figura di Hitler».
ANNUNCIATO IL RICORSO AL TRIBUNALE DEL RIESAME
La procura di Siena farà ricorso al Tribunale del Riesame. I pm si appellano alla legge Fiano e all’articolo 604 bis del codice penale, che punisce «propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale, etnica e religiosa». L’ateneo toscano, da parte sua, per limitare i contatti del prof con gli studenti lo ha sospeso dalle sessioni d’esame. Gli studenti che si erano iscritti sosterranno la prova con un sostituto.
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La città commemora le 17 vittime della bomba alla Banca Nazionale dell'Agricoltura del 12 dicembre 1969. Nel pomeriggio il saluto di Mattarella.
Milano ricorda oggi, alla presenza del presidente Sergio Mattarella, la strage di piazza Fontana a 50 anni dalla bomba che uccise 17 persone e per la quale fu ingiustamente accusato l’anarchico Pinelli, morto poi in circostanze mai chiarite cadendo da una finestra della questura. Il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, ha chiesto «scusa e perdono» da parte di tutta la città alla famiglia di Pinelli. In suo ricordo, nel quartiere di San Siro, è stata piantata ieri una quercia rossa.
ALLE 16.30 MATTARELLA IN PIAZZA FONTANA
Il presidente Mattarella sarà alle 16.30 in Piazza Fontana per le commemorazioni insieme al segretario della Cgil Maurizio Landini. «Non dimentichiamo le 17 vittime della strage di piazza Fontana. Sono passati 50 anni ma quelle immagini continuano ad addolorarci. Anche le pagine più buie fanno parte della nostra storia. Ci spronano a impegnarci, ogni giorno per consegnare ai nostri figli una storia più luminosa»: così il premier Giuseppe Conte su Facebook.
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Secondo la procura di Paola, anziché lavorare all'Azienda sanitaria provinciale di Cosenza passava ore ed ore al bar. Sospesi altri tre dipendenti, accusati di complicità.
Più di 650 ore di assenze ingiustificate dal posto di lavoro all’Azienda sanitaria provinciale di Cosenza. Per questo motivo, con l’accusa di truffa aggravata, è stato arrestatoGennaro Licursi, sindaco di Scalea, rinomata località turistica affacciata sul Tirreno calabrese. Altri tre dipendenti della stessa Azienda sanitaria sono stati sospesi, perché ritenuti suoi complici.
L’operazione della Guardia di Finanza che ha portato all’arresto del primo cittadino, coordinata dal procuratore di Paola Pierpaolo Bruni, è stata ribattezzata “Ghost work”, lavoro fantasma. Le Fiamme Gialle hanno eseguito anche un sequestro di beni per un valore di 12 mila euro. Le indagini hanno portato alla luce quello che secondo gli inquirenti era «un radicato e consolidato meccanismo» illecito, che avrebbe permesso al sindaco di «assentarsi senza alcuna giustificazione dal luogo di lavoro».
Licursi, secondo l’accusa, una volta timbrato il cartellino «lasciava l’ufficio e si dedicava allo svolgimento di quotidiane attività di natura personale. Sovente attestava falsamente di essersi recato in missione per conto dell’ufficio, occupandosi anche in questo caso di questioni non attinenti al servizio». Mentre i tre colleghi accusati di complicità «attestavano che le missioni si erano svolte regolarmente».
Le riprese di telecamere nascoste, le analisi dei tabulati telefonici e un’accurata attività di pedinamento hanno permesso di ricostruire «la marcata disinvoltura con la quale gli indagati hanno agito», rendendo necessario il provvedimento cautelare. In molte circostanze il sindaco Licursi, anziché lavorare, avrebbe passato ore ed ore al bar.
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Decine di arresti e sequestri hanno colpito le cosche di San Leonardo di Cutro e di Siderno. Inchiesta coordinata dai procuratori Gratteri e Bombardieri.
Le cosche della ‘ndrangheta hanno messo le mani sull’Umbria, infiltrando «in modo significativo» il sistema economico della regione.
È quanto emerge da un’indagine della polizia durata diversi mesi, che ha portato a decine di arresti e sequestri per diversi milioni di euro sia in Calabria, sia in Umbria.
L’inchiesta, coordinata dall’Antimafia di Catanzaro e Reggio Calabria, riguarda diversi presunti appartenenti alle cosche Trapasso, Mannolo e Zofreo di San Leonardo di Cutroe i Commisso di Siderno.
I dettagli dell’operazione saranno resi noti nel corso di una conferenza stampa in programma alle 11 cui parteciperanno il procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri, il procuratore di Reggio Calabria Giovanni Bombardieri e il capo della Direzione centrale anticrimine della polizia Francesco Messina.
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La bomba Banca Nazionale dell'Agricoltura. Gli ordigni romani. Le possibili prove andate in fumo. I dubbi sulle indagini. Cronaca di quel 12 dicembre 1969 che aprì le porte agli Anni di Piombo.
Cinquant’anni fa ebbe luogo a Milano la strage di piazza Fontana. «Il giorno in cui perdemmo l’innocenza», come disse qualcuno. Per il quotidiano britannico Observer, fu il giorno in cui ebbe inizio la “strategia della tensione”, termine che entrerà anche nel nostro linguaggio. Il 12 dicembre 1969 oltre alla bomba alla Banca Nazionale dell’Agricoltura, si verificarono tre esplosioni a Roma, mentre un quinto ordigno, inesploso, veniva distrutto dagli inquirenti sempre nel capoluogo lombardo. Nell’arco di 53 minuti, saltava la rigida ripartizione tra buoni e cattivi, servitori dello Stato e servizi segreti deviati. Di colpo, le distinzioni si facevano meno nette e l’Italia si immergeva in un lungo e fosco periodo nel quale diventava più difficile discernere tra luci e ombre. In quegli anni verrà coniato un nuovo appellativo per quei fatti, che finirà inesorabilmente appiccicato a tanti altri episodi di cronaca e processi rimasti insoluti: strage senza colpevoli.
I FATTI DEL 12 DICEMBRE 1969
16.00 – LA CHIUSURA DEGLI SPORTELLI E L’AVVIO DELLE CONTRATTAZIONI
Il 12 dicembre 1969 è una giornata fredda e plumbea. Milano ha ancora la sua nebbia e quel giorno una coltre spessa la avvolge. Un palazzo solido e squadrato, di tre piani, affaccia su piazza Fontana. È la sede milanese della Banca Nazionale dell’Agricoltura. Tutti i venerdì alle 16, dopo la consueta chiusura degli sportelli, l’istituto lascia aperto il proprio salone principale e subito ha inizio il mercato tra allevatori, commercianti di mangimi, mediatori e agricoltori. Basta una stretta di mano per concludere gli affari. Alla formazione dell’accordo spesso partecipa un testimone che, con il “gesto della spada”, taglia la stretta di mano tra le parti, facendosi garante del patto. Sotto Natale molti contadini presenti, arrivati a Milano da tutta la Pianura padana, approfittano del giro in città per comprare regali che vengono depositati sotto il grande tavolo borchiato ottagonale posto al centro della grande sala circolare chiusa da due vetrate a cupola. È quella che i dipendenti e i clienti hanno soprannominato “la rotonda”. Lì, tra i pacchi, in una borsa di pelle, è stata nascosta anche la bomba. Dietro gli sportelli lavorano una settantina di impiegati.
16.25 – LA BOMBA FATTA BRILLARE IN PIAZZA DELLA SCALA
Ma il primo ordigno che cambierà per sempre la storia del Paese non è quello di piazza Fontana. Alle 16.25, in piazza della Scala, sempre a Milano, un commesso della Banca Commerciale trova una borsa elegante abbandonata vicino a uno degli ascensori di servizio. È pesante. La porta a un funzionario. La aprono. Contiene una scatola metallica, chiusa a chiave. Sembra una cassetta di sicurezza. Vicino un dischetto graduato da zero a 60. Insospettito, dà l’allarme. Arrivano gli artificieri che, contrariamente a quanto imporrebbe la procedura, la seppelliscono nel giardino del cortile interno e la fanno brillare. Finiscono così polverizzate assieme all’esplosivo anche tutte le tracce che sarebbero potute essere determinanti per le indagini. Quell’errore, o presunto tale, per anni sarà al centro della tesi secondo cui lo Stato abbia agito per coprire gli attentatori, animando teorie, misteri e complotti che hanno gettato ombre sinistre sulla storia nazionale.
16.37 – L’ESPLOSIONE ALLA BANCA NAZIONALE DELL’AGRICOLTURA
Torniamo alla sede della Banca Nazionale dell’Agricoltura. L’edificio ospita oltre 300 dipendenti. Quel giorno i saloni dell’istituto sono pieni di gente. Eccezionalmente, si è deciso di lasciare aperti gli sportelli fino alla fine delle contrattazioni. Fuori piove, fa freddo e i famigliari che hanno accompagnato in città chi sta contrattando invece di restare fuori si accomodano all’interno. Alcuni avvertono uno strano odore di bruciato. Alle 16.37 esplode la bomba, sette chili di tritolo. Il grande tavolo ottagonale in mogano solo in parte attutisce il colpo perché si trasforma anche in un nugolo di schegge mortali che si diramano in tutte le direzioni. Al centro della stanza resta un cratere fumante. Le enormi vetrate diventano proiettili di vetro che raggiungono anche la piazza. Alla deflagrazione, racconteranno i testimoni, segue un forte odore di mandorle amare. La decisione di spostarsi per trovare un angolo più tranquillo, l’offerta di una sedia, trovarsi dietro un capannello di persone, per molti fa la differenza tra la vita e la morte. Tra impiegati, clienti e semplici passanti restano uccise 17 persone, 86 sono ferite. Dalla fine della Seconda Guerra Mondiale l’Italia non veniva scossa da episodi così drammatici. È l’inizio degli Anni di piombo.
16.55 – ESPLODE LA PRIMA BOMBA ROMANA
Ma quella di piazza Fontana non è la sola bomba a squarciare la tranquillità della giornata dicembrina. A Roma, alle 16.55, deflagra un altro ordigno alla Banca Nazionale del Lavoro in via San Basilio, nei pressi della centralissima via Veneto, percorsa sotto le feste natalizie da migliaia di persone. In un primo momento si pensa all’esplosione di una conduttura del gas. Invece è una bomba, collocata in un passaggio sotterraneo, vicino al centralino, che collega due edifici adiacenti degli uffici centrali della Banca Nazionale del Lavoro in cui lavorano più di 2 mila persone. A quell’ora, però, l’istituto è chiuso al pubblico. L’esplosione ferisce di striscio 14 impiegati, per lo più colpiti dai vetri andati in frantumi e, facendo saltare diversi metri di conduttura dell’acqua, allaga gli scantinati dello stabile.
17.22 – 17.30 – ALTRE DUE ORDIGNI SCUOTONO LA CAPITALE
Non è ancora finita. Tra le 17.22 e le 17.30 nella capitale deflagrano altri due ordigni in piazza Venezia. Il primo alla base del pennone all’Altare della Patria e fa crollare persino il cornicione di un palazzo che affaccia sulla piazza, il secondo, a soli otto minuti di distanza, è stato posizionato sui gradini che portano all’ingresso del Museo centrale del Risorgimento. I pesanti battenti del portone vengono scagliati a metri di distanza e solo per puro caso non investono nessuno. Le deflagrazioni lambiscono anche diverse auto posteggiate accanto al Vittoriano. Crollano i soffitti dell’Ara Coeli. Quattro i feriti. In tutto, nella capitale, saranno 18. Uno dei frammenti degli ordigni di piazza Venezia, ciò che resta di un timer, sarà a lungo al centro del processo che seguirà, ritenuto dagli inquirenti la prova regina per affermare la colpevolezza di uno degli arrestati, l’attivista di estrema destra Franco Freda, assolto dalla Corte d’assise d’appello di Bari e da quella di Catanzaro, sentenza confermata in Cassazione nel 1987. Di diverso avviso la Cassazione nel 2005, anche se scagionò comunque Freda e Giovanni Ventura di Ordine Nuovo per il principio del ne bis in idem (per essere cioè stati «irrevocabilmente assolti dalla Corte d’assise d’appello di Bari»)
Il salone della Banca Nazionale dell’Agricoltura dopo l’attentato del 12 dicembre 1969.
I FUNERALI E LA RIAPERTURA DELLA BANCA
I funerali si tengono il 15 dicembre. «Il sangue innocente di Abele, sparso a macchie enormi, offende questa mia diletta città industre e onesta, le tradizioni civili e cristiane della nazione, la stessa umanità», dice durante l’omelia il cardinale Giovanni Colombo, allora Arcivescovo di Milano. Per quel giorno la magistratura ha già dato il proprio nulla osta alla riapertura della banca di piazza Fontana. Una decisione che non manca di sollevare polemiche: viene infatti interrotta la raccolta di prove, indizi forse preziosi finiscono nei rifiuti assieme ai calcinacci, ma per gli inquirenti la pista è una sola, quella anarchica.
LA FALSA PISTA ANARCHICA
Nella notte tra il 12 e il 13 dicembre le forze dell’ordine arrestano oltre 80 militanti di estrema sinistra. Quarantotto ore dopo la strage il cerchio si stringe subito attorno a Pietro Valpreda, artista vicino agli ambienti anarcoidi. Le indagini senza un vero motivo passano da Milano a Roma. Da subito chi conosce il ballerino prova a scagionarlo ma gli inquirenti sembrano sicuri della sua colpevolezza: Valpreda passerà tre anni in carcere, fino al 29 dicembre 1972. Tra gli altri fermati anche il ferroviere Giuseppe Pinelli, che cadrà dalla finestra della questura di Milano quando ormai sono già ampiamente trascorse le 48 ore massime consentite dal codice di procedura e il fermo, dunque, è divenuto illegale.
DALLA MORTE DI PINELLI ALL’OMICIDIO CALABRESI
Aldo Palumbo, giornalista de l’Unità, è il primo a soccorrere il ferroviere. La responsabilità dei fatti viene addossata al commissario Luigi Calabresi. Il “commissario finestra”, il “commissario cavalcioni”, sarà soprannominato da parte della stampa. Si dirà persino che fosse un agente della Cia. Oltre 800 intellettuali, politici e giornalisti firmeranno l’appello contro Calabresi pubblicato il 13 giugno 1971 dal settimanale L’Espresso. Le inchieste lo scagioneranno ma l’odio continuerà fino al giorno del suo omicidio, il 17 maggio del 1972.
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Secondo le prime testimonianze l'uomo sarebbe stato travolto nel mezzo di un attraversamento pedonale. Il conducente sotto choc in ospedale
Investimento su via Casilina, alla periferia di Roma. Dalle prime informazioni, un pedone è stato travolto da un mezzo Ama, l’azienda di raccolta dei rifiuti. Soccorso, è stato trasportato in ospedale in gravi condizioni. Anche il conducente del mezzo, un uomo 35anni, è stato portato in ospedale per gli accertamenti di rito sull’assegnazione di alcol e droga. Alcuni testimoni avrebbero raccontato che il mezzo si era fermato per far attraversare un gruppo di pedoni e nella ripartenza avrebbe investito l’anziano. Sul posto per i rilievi la polizia locale.
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Daspo per 75 membri degli Hooligans Torino: per 71 di loro scatta anche la denuncia. Lo stesso provvedimento anche per 40 tifosi di Napoli e Inter.
Blitz della polizia contro gli ultrà granata appartenenti agli ‘Hooligans Torino’: gli uomini della Digos hanno notificato il Daspo a tutti e 75 i membri del gruppo, 71 dei quali sono stati denunciati per diversi reati tra i quali violenza privata aggravata, rissa, violenza e lesioni nei confronti di incaricato di pubblico servizio. Sono invece oltre 500 le sanzioni amministrative applicate per violazione del regolamento dello stadio, per un importo superiore agli 80 mila euro.
LO SCONTRO INTERNO ALLA CURVA GRANATA
Le indagini hanno portato alla luce anche lo scontro in corso da anni tra i Torino Hooligans e i gruppi storici della Maratona, la curva da sempre occupata dai tifosi granata. Gli ultrà sono accusati anche di travisamento, porto di strumenti atti ad offendere, accensione e lancio di fumogeni. Oltre ai Daspo, i poliziotti hanno notificato un provvedimento di sospensione della licenza a tre locali pubblici che erano frequentati abitualmente dai membri dei Torino Hooligans.
DENUNCIATI 40 ULTRÀ DI NAPOLI E INTER
Una quarantina di ultrà di Napoli e Inter sono, infine, stati denunciati dalla Digos di Torino per gli scontri con i tifosi granata. Per tutti sono in corso di notifica anche i provvedimenti di Daspo. I supporters napoletani che si sono resi protagonisti degli incidenti dopo Torino-Napoli del 6 ottobre sono 32, mentre gli interisti sono otto e i fatti risalgono all’incontro del 23 novembre scorso.
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La giovane è accusata di lesioni stradali gravi e omesso soccorso.
Una ragazza di 22 anni è stata fermata per aver investito il 10 dicembre madre e figlio di due anni a Coccaglio, in provincia di Brescia.
Le forze dell’ordine l’hanno individuata grazie alle telecamere installate nella zona. La giovane è accusata di lesioni stradali gravi e omesso soccorso. Il bambino era nel passeggino ed è stato sbalzato fuori, le sue condizioni restano gravissime.
La mamma, originaria dell’India, era uscita di casa con il piccolo per accompagnare all’asilo la figlia più grande, quattro anni. Pochi passi sulle strisce pedonali e poi, all’improvviso, l’impatto con l’auto. Il passeggino, strappato dalla mano della mamma, è volato via di una decina di metri. Ma la ragazza alla guida non si è nemmeno fermata. Polizia e carabinieri sono andati a prenderla nella tarda serata di martedì, all’uscita dal lavoro.
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Il tribunale di Taranto dice no alla richiesta dei commissari dell'impianto di rimandare lo spegnimento. Resta il ricorso al tribunale del Riesame.
Mentre governo e ArcelorMittal tentano di individuare un percorso condivisibile per arrivare a un nuovo accordo sul turnaround dell’ex Ilva, tutti gli stabilimenti dell’ultimo colosso siderurgico italiano, sono fermi per lo sciopero indetto dai sindacati. E una tegola arriva in serata: il tribunale di Taranto rigetta la richiesta di proroga per l’attività dell’Altoforno 2 avanzata dai commissari al tribunale di Taranto. Questo tradotto vuol dire il possibile inizio delle operazioni di fermata degli impianti dal 13 dicembre. Anche se c’è un ulteriore spiraglio: fare ricorso al Tribunale del riesame.
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Era malato da tempo. Aveva 53 anni. Aveva cercato di accreditare con i malati una terapia contro le patologie neurodegenerative non riconosciuta efficace scientificamente.
Il guru di Stamina, Davide Vannoni è morto. Vannoni, inventore di una terapia con le cellule staminali per la cura delle malattie neuro degenerative mai riconosciuta come efficace a livello scientifico, è deceduto all’età di 53 anni. Malato da tempo, era ricoverato in ospedale. Proprio per il tentativo di accreditare ai malati la sua terapia, l’uomo era stato al centro di diversi procedimenti giudiziari.
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Era malato da tempo. Aveva 53 anni. Aveva cercato di accreditare con i malati una terapia contro le patologie neurodegenerative non riconosciuta efficace scientificamente.
Il guru di Stamina, Davide Vannoni è morto. Vannoni, inventore di una terapia con le cellule staminali per la cura delle malattie neuro degenerative mai riconosciuta come efficace a livello scientifico, è deceduto all’età di 53 anni. Malato da tempo, era ricoverato in ospedale. Proprio per il tentativo di accreditare ai malati la sua terapia, l’uomo era stato al centro di diversi procedimenti giudiziari.
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Fanno discutere le parole del rappresentante romano del movimento: «Per ora nessun paletto, in piazza può venire chiunque». Ma un comunicato precisa: «Non abbiamo bandiere, ma siamo e resteremo antifascisti».
Se il pubblico endorsement di Francesca Pascale aveva già creato qualche grattacapo alle Sardine, ora a far discutere ci si è messa anche l’intervista rilasciata dal rappresentante romano del movimento al Fatto Quotidiano, nel corso della quale ha trovato spazio una sostanziale apertura a qualsiasi forma di rappresentanza, anche a formazioni di estrema destra come CasaPound. A parlare è stato Stephen Ogongo, leader dell’ala romana del movimento nato a Bologna il mese scorso.
«SIAMO E RESTEREMO ANTIFASCISTI»
Alla domanda sui «paletti» che le Sardine dovrebbero mettere all’ingresso del loro movimento, Ogongo ha risposto: «Quelli li metteremo se, e quando, ci daremo un’identità politica. Per ora è ammesso chiunque, pure uno di CasaPound va benissimo. Basta che in piazza scenda come Sardina». Il movimento, con un post apparso sulla sua pagina Facebook, ha immediatamente provato a correggere il tiro, intendendo il senso delle parole di Ogongo come una forzatura giornalistica. «Le piazze delle Sardine si sono fin da subito dichiarate antifasciste e intendono rimanerlo. Nessuna apertura a CasaPound, né a Forza Nuova. Né ora né mai».
«IL LINGUAGGIO POLITICO DI CERTA DESTRA HA PASSATO IL SEGNO»
«In merito all’articolo del Fatto Quotidiano», si legge in una nota, «sentiamo la necessità di fare alcune precisazioni. Non possiamo chiedere a ognuno dei partecipanti alla nostra piazza la fede politica, è una piazza libera e accogliente, non mettiamo paletti, non cacciamo nessuno. Essere senza bandiere non significa essere privi di idee e di coscienza politica. Sappiamo che piazza San Giovanni fa gola a molti. Ma ribadiamo con forza che l’invito è rivolto a chi crede che il linguaggio politico di una certa destra abbia passato il segno. A chi è stanco di stare a guardare dalla comodità del proprio divano».
CASAPOUND: «PRONTI AD ANDARE SE CI INVITANO»
CasaPound non si è fatta sfuggire l’occasione per provare a cavalcare il caso a proprio favore. «Le Sardine ci invitano in piazza? Ci andiamo ma non canteremo di certo Bella Ciao», ha risposto suTwitter il leader Simone Di Stefano. «Parliamo di idee, mutuo sociale, una nuova Iri, come aumentare i salari come mettere le banche sotto il controllo dello Stato, come far circolare e aumentare la ricchezza della nostra nazione».
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In piazza contro gli esuberi Cgil, Cisl e Uil, nel giorno dello sciopero dell'Ilva. Landini manda un messaggio al governo: «Basta parole, è il momento dei fatti»
Ha preso il via a Roma la manifestazione nazionale di Cgil, Cisl e Uil in piazza Santi Apostoli, la prima delle tre iniziative indette unitariamente in apertura della «settimana di mobilitazione per il lavoro». E in cui confluisce anche la protesta dei lavoratori metalmeccanici dell’ex Ilva, in sciopero per 24 ore negli stabilimenti siderurgici del gruppo ArcelorMittal e nell’indotto. Numerosi i pullman arrivati da Taranto con lavoratori e delegati sindacali.
AL CENTRO DELLA MANIFESTAZIONE LE VERTENZE APERTE
La manifestazione-assemblea è incentrata sui temi della crescita, delle crisi aziendali, dello sblocco di cantierie infrastrutture e dello sviluppo del Mezzogiorno. In agenda gli interventi dei segretari generali di Cgil, Cisl e Uil, Maurizio Landini, Annamaria Furlan e Carmelo Barbagallo, ma anche di sei delegati aziendali a portare la propria voce sulle vertenze aperte (Almaviva, Alitalia, Mercatone/Conad, Ilva, indotto Ilva, settore edile).
L’ULTIMATUM DI LANDINI AL GOVERNO
Per Maurizio Landini «il mondo del lavoro unito chiede il cambiamento del Paese: si mettano in testa che non si cambia senza e contro i lavoratori. Noi non abbiamo paura, non ci rassegniamo e andiamo avanti finché non otteniamo risultati. Uniti ce la possiamo fare». Quindi, un messaggio al governo: «Basta parole ora i fatti. Non abbiamo più tempo da perdere per ricostruire la fiducia e ridare voce ai giovani che mi sembra si siano ripresi la piazza. Ma o si lavora tutti insieme o non si va da nessuna parte».
NESSUN PASSO INDIETRO SU ESUBERI E LICENZIAMENTI
Landini si è soffermato anche sul tema ex Ilva. «ArcelorMittal ha sbagliato ad andare in tribunale: deve tornare al tavolo e trattare, a partire dall’accordo firmato con i sindacati», ha detto. Landini ha spiegato che il sindacato è pronto a discutere i problemi che si possono risolvere, a condizione che non si parli di esuberi e licenziamenti. Le altre due iniziative sindacali sono in programma giovedì 12 dicembre, sempre in piazza Santi Apostoli, con al centro il tema del rinnovo dei contratti pubblici e privati e delle assunzioni nella Pubblica amministrazione. L’ultima martedì 17 dicembre sulla rivalutazione delle pensioni, la riforma fiscale e la legge sulla non autosufficienza.
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In piazza contro gli esuberi Cgil, Cisl e Uil, nel giorno dello sciopero dell'Ilva. Landini manda un messaggio al governo: «Basta parole, è il momento dei fatti»
Ha preso il via a Roma la manifestazione nazionale di Cgil, Cisl e Uil in piazza Santi Apostoli, la prima delle tre iniziative indette unitariamente in apertura della «settimana di mobilitazione per il lavoro». E in cui confluisce anche la protesta dei lavoratori metalmeccanici dell’ex Ilva, in sciopero per 24 ore negli stabilimenti siderurgici del gruppo ArcelorMittal e nell’indotto. Numerosi i pullman arrivati da Taranto con lavoratori e delegati sindacali.
AL CENTRO DELLA MANIFESTAZIONE LE VERTENZE APERTE
La manifestazione-assemblea è incentrata sui temi della crescita, delle crisi aziendali, dello sblocco di cantierie infrastrutture e dello sviluppo del Mezzogiorno. In agenda gli interventi dei segretari generali di Cgil, Cisl e Uil, Maurizio Landini, Annamaria Furlan e Carmelo Barbagallo, ma anche di sei delegati aziendali a portare la propria voce sulle vertenze aperte (Almaviva, Alitalia, Mercatone/Conad, Ilva, indotto Ilva, settore edile).
L’ULTIMATUM DI LANDINI AL GOVERNO
Per Maurizio Landini «il mondo del lavoro unito chiede il cambiamento del Paese: si mettano in testa che non si cambia senza e contro i lavoratori. Noi non abbiamo paura, non ci rassegniamo e andiamo avanti finché non otteniamo risultati. Uniti ce la possiamo fare». Quindi, un messaggio al governo: «Basta parole ora i fatti. Non abbiamo più tempo da perdere per ricostruire la fiducia e ridare voce ai giovani che mi sembra si siano ripresi la piazza. Ma o si lavora tutti insieme o non si va da nessuna parte».
NESSUN PASSO INDIETRO SU ESUBERI E LICENZIAMENTI
Landini si è soffermato anche sul tema ex Ilva. «ArcelorMittal ha sbagliato ad andare in tribunale: deve tornare al tavolo e trattare, a partire dall’accordo firmato con i sindacati», ha detto. Landini ha spiegato che il sindacato è pronto a discutere i problemi che si possono risolvere, a condizione che non si parli di esuberi e licenziamenti. Le altre due iniziative sindacali sono in programma giovedì 12 dicembre, sempre in piazza Santi Apostoli, con al centro il tema del rinnovo dei contratti pubblici e privati e delle assunzioni nella Pubblica amministrazione. L’ultima martedì 17 dicembre sulla rivalutazione delle pensioni, la riforma fiscale e la legge sulla non autosufficienza.
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I Pm indagano per omicidio stradale aggravato e lesioni colpose. Nell'incidente ha perso la vita una donna di 49 anni.
La Procura di Milano ha iscritto nel registro degli indagati per omicidio stradale aggravato e lesioni colpose i conducenti del filobus e del camion dei rifiuti coinvolti nello scontro di sabato mattina nel quale sono rimaste coinvolte in totale 18 persone, tra cui una donna di 49 anni che è morta l’8 dicembre in ospedale. Le iscrizioni sono atti a garanzia per ricostruire la dinamica dell’incidente. Il pm Rosario Stagnaro ha dato una delega alla Polizia locale per le indagini.
Il pm Stagnaro ha proceduto con le iscrizioni di entrambi i conducenti dei due mezzi che si sono scontrati, come atto dovuto a garanzia degli indagati per svolgere tutti gli accertamenti e come avviene sempre in questi casi. Il pm ha poi disposto gli esami tossicologici sui conducenti (i risultati sono attesi per i prossimi giorni) e ha dato una delega ampia alla Polizia locale milanese per effettuare una serie di indagini al fine di ricostruire la dinamica esatta dell’incidente.
Lo scontro tra il filobus e il camion di rifiuti, avvenuto all’incrocio tra viale Bezzi e via Marostica, nella zona nord-ovest di Milano, è stato ripreso, tra l’altro, da una telecamera privata di un palazzo nelle vicinanze del luogo dell’incidente. Il video mostra che l’autista del bus della linea 90/91, che procedeva a velocità elevata, non si è fermato al semaforo rosso e per questo il mezzo è andato a schiantarsi contro il camion che, invece, avanzava con il verde. Stando a quanto chiarito, ad ogni modo, gli inquirenti dovranno valutare ancora diversi elementi, tra cui anche la velocità esatta dei due mezzi, prima di avere delle risposte certe sul terribile. Per capire, poi, il motivo per il quale l’autista del filobus, che ha bruciato il ‘rosso’, si sia distratto ci saranno anche accertamenti sul suo cellulare che è stato sequestrato, così come i due mezzi.
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Il ministro Franceschini, insieme al sindaco Sala hanno annunciato l'intenzione di creare la nuova istallazione in piazzale Baiamonti nella seconda piramide di Herzog.
Nascerà a Milano il Museo nazionale della Resistenza. Lo hanno annunciato il ministro dei Beni e Attività Culturali, Dario Franceschini, insieme al sindaco di Milano, Giuseppe Sala.
Il museo avrà sede in piazzale Baiamonti nella seconda piramide di Herzog, che verrà realizzata di fronte a quella già esistente dove ha sede la Fondazione Feltrinelli.
Il ministero dei Beni culturali stanzierà altri 15 milioni di euro per il progetto che si aggiungono ai 2,5 milioni già stanziati in passato.
CHIUSA LA POLEMICA SULLA SEDE
L’annuncio ha così chiuso le polemiche sulla sede del museo, che in un primo momento doveva essere realizzato nella Casa della Memoria di Milano, luogo considerato troppo piccolo per un progetto di tale importanza, visto anche che Milano è città medaglia d’oro della Resistenza. Per questo Anpi, insieme ad altre associazioni, aveva inviato nei mesi scorsi una lettera al ministero dei Beni culturali, con la senatrice a vita Liliana Segre come prima firmataria, per chiedere che venisse trovata una sede adeguata per il museo.
SALA: «I FONDI BASTERANNO»
«Eravamo consapevoli che il progetto come era stato pensato non andava bene», ha detto Sala. «Questo museo sarà un progetto di prestigio per Milano e importante per il Paese». Lo spazio che lo sarà di 2.500 metri quadrati, il sindaco non ha dettato ancora i tempi della realizzazione. «Ho avvertito l’architetto Jacques Herzog di questa decisione stamattina e ovviamente era entusiasta, così come Liliana Segre», ha aggiunto il primo cittadino. «Ringraziamo il governo per questo intervento. Di fronte al prestigio di questo museo però nessuno si tirerà indietro, i fondi basteranno crediamo per costruire» la struttura «e i contenuti del museo. Si tratta però di trovare le formule per velocizzare e procedere in modo spedito».
VIA LIBERA ANCHE DELLA REGIONE
Il ministro Franceschini ha poi spiegato che ci sarà il «pieno coinvolgimento» nel progetto dell’Istituto Parri, dell’Anpi e «abbiamo parlato con il presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, che ha dato il suo interesse e tutto sarà sotto forma di fondazione, una forma partecipativa e aperta».
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L'impianto è stato sequestrato e dissequestrato più volte dopo la morte dell'operaio Alessandro Morricella. La sentenza del giudice entro il 13 dicembre.
I pm di Taranto sono favorevoli alla richiesta di proroga presentata dai commissari straordinari dell’Ilva sull’uso dell’altoforno 2, sequestrato e dissequestrato più volte nell’inchiesta sulla morte dell’operaio Alessandro Morricella.
I commissari chiedono un anno di tempo per mettere a norma l’impianto, ottemperando alle prescrizioni che prevedono di automatizzare il campo di colata. La decisione spetta al giudice Francesco Maccagnano, dinanzi al quale si svolge il processo sulla morte di Morricella, che si esprimerà tra l’11 e il 12 dicembre.
Venerdì 13, se non dovesse essere autorizzata la proroga, scatterebbe lo spegnimento dell’altoforno 2, perché scadono i tre mesi concessi dal Tribunale del Riesame. La procura ha dato parere favorevole dopo aver letto la relazione depositata dal custode giudiziario del polo siderurgico, Barbara Valenzano.
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